La recensione della terza e quarta puntata di 1994

Più politica, meno esagerazioni. E un (amaro) Amarcord sportivo. Con la terza e la quarta puntata, la serie targata Sky decolla. Al centro della trama Pietro Bosco alle prese con Bossi e Maroni e Antonio Di Pietro che dichiara guerra a Berlusconi. La recensione.

Più politica, un tocco di sport e tanta giustizia: è la ricetta accattivante del terzo e del quarto episodio di 1994, andati in onda l’11 ottobre su Sky Atlantic. Sarà che meno spazio è concesso alle macchinazioni di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), sarà che vanno in scena gli attori più convincenti, ma la serie sembra finalmente uscire dal bozzolo di inverosimiglianza (ed esagerazione) delle prime due puntate e alza il livello.

IL TRIANGOLO LEGHISTA BOSCO-BOSSI-MARONI

Ad aprire le danze, un Pietro Bosco (Guido Caprino) scatenato, che durante un confronto a Tele Brianza denuncia: «La Sicilia ha 30 mila guardie forestali, neanche in Canada! I meridionali stiano succhiando il sangue ai bravi lavoratori del Nord!». Slogan non lontani da quelli usati in epoca salviniana, con la sostituzione degli immigrati ai meridionali.

Silvio Berlusconi premier.

I DUBBI DEL SENATÙR SU BERLUSCONI

Proprio su Bosco e sul suo ruolo nel triangolo tra segretario della Lega Nord Umberto Bossi e il neo ministro degli Interni Roberto Maroni (un ottimo Rosario Lisma, siciliano che riesce a sembrare un vero lumbard) si concentra la terza puntata. Bossi è preoccupato che Maroni possa subire troppo il fascino di Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon) e delle sue promesse e chiede a Bosco di tenere gli occhi aperti, che Berlusconi «è il demonio e con tutti i soldi che c’ha ci mette niente a convincere anche il tuo migliore amico a mollarti». Maroni invece non sospetta certo del suo sottosegretario agli Interni, anzi lo coinvolge quando il Cav lo invita a pranzo ad Arcore.

Il leghista Pietro Bosco in un dibattito a Tele Brianza.

UN DOPPIO GIOCO PERICOLOSO

Tra un’insalata caprese e una foto ricordo con la coppa dei Campioni vinta dal Milan, Berlusconi palesa presto le sue vere intenzioni: fare guerra alla Procura di Milano, e vuole l’appoggio della Lega. Provocato dall’indagine sulla presunta corruzione degli ufficiali della Guardia di Finanza da parte di quattro aziende del gruppo Fininvest, ha già pronto il decreto Biondi (dall’allora Guardasigilli Alfredo Biondi) il cosiddetto salvaladri, che vieta la custodia cautelare in carcere per i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Bosco, facendo il doppio gioco con Bossi, spinge Maroni ad abbozzare davanti alle richieste di Berlusconi per rimanere al governo, ma sarà proprio lui a pagarne presto il prezzo sul piano personale, fino a che non deciderà di dire basta «a questa porcata».

Scaglia con Di Pietro. Alle spalle la torre Velasca.

DI PIETRO ALL’ATTACCO DEL CAV

Nel quarto episodio Silvio alletta Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi) offrendogli il Viminale. È tutto un parlare per metafore, dalla bella donna che potrebbe compiacere più d’uno al treno che deve sapere quando fermarsi. Ma la lusinga non attacca e anzi assistiamo alle dimissioni del pool Mani Pulite. La gente scende in piazza e vediamo le immagini di repertorio delle proteste. Il braccio di ferro si conclude a favore di Di Pietro, con il ritiro del decreto: una vittoria che fa da contraltare alla partita di calcio nella notte della notizia. L’Italia ha perso la finale dei Mondiali.

Veronica Castello (Miriam Leone) con Leonardo Notte (Stefano Accorsi).

LEONARDO NOTTE E UN NUOVO GIRO DI TANGENTI

Nel frattempo assistiamo alla lotta personale di Dario Scaglia (Giovanni Ludeno), braccio destro del pm ed ex finanziere, contro la sua stessa famiglia: nel corso delle indagini dovrà infatti affrontare la verità sul padre colonnello e sul fratello e ovviamente schierarsi gli costerà caro. La puntata termina a Milano con l’interrogatorio di Leonardo Notte: Di Pietro ha scoperto un giro di tangenti che potrebbe portare a Berlusconi, ma gli serve un testimone. Notte, chiaramente, glissa. Ma il sostituto procuratore ora gli sta alle calcagna, in attesa di un passo falso. Lo vedremo nella quinta puntata?

Scaglia con Di Pietro. Alle spalle la torre Velasca.

LA FRASE CULT

La presentazione tra Leonardo Notte e Pietro Bosco, ad Arcore.
«Notte».
«Bosco».
«Fa molto fratelli Grimm».
«Chi?».
Silenzio imbarazzante.
Interviene Berlusconi: «Va bene dai, va bene lo stesso».

IL MOMENTO FILOSOFICO

Il colonnello delle Fiamme gialle Scaglia al figlio Dario: «Che vuoi capire, tu? Pensavi solo ai buoni e ai cattivi! La vita sta in mezzo».

LO SCIVOLONE TRASH

Leonardo Notte non poteva che essere il protagonista dello scivolone trash, stavolta assieme a Di Pietro, che gli chiede: «Lei ci crede a Dio?». La sua risposta, solenne: «A un vecchio con la barba che sta lassù nel cielo e, anche se ci sono milioni di galassie, è interessato al mio destino e mi ama? No… non ci credo».

DALLA FICTION ALLA REALTÀ

Il decreto Biondi. Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi I, il decreto vietava la custodia cautelare in carcere per i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione, comprese la corruzione e la concussione. Un imputato poteva essere tenuto in carcere solo se il rischio di fuga era effettivo e ogni altra misura appariva inadeguata. Veniva inoltre ampliata la possibilità del patteggiamento.

I Mondiali del 1994. Le vicende politiche dell’estate 1994 hanno sullo sfondo le partite dei Mondiali statunitensi, commentate da Bruno Pizzul: il pareggio con il Messico, lo scontro con la Spagna, la maledetta finale persa ai rigori con il Brasile. Nella puntata vediamo il celeberrimo tiro al cielo di Roberto Baggio che ci costò la vittoria.

LA COLONNA SONORA

Tra le perle di questi due episodi End of a century dei Blur, Nuotando nell’aria dei Marlene Kuntz e la stupenda Glory Box dei Portishead.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Storia del raduno leghista di Pontida tra riti e folklore

Le ampolle sacre con l'acqua del Po. Il matrimonio celtico di Calderoli. Alberto da Giussano forse mai esistito. Lapidi col dubbio della contraffazione. Da Bossi a Salvini, come si è evoluto l'appuntamento bergamasco dell'orgoglio padano che torna il 15 settembre.

Ben prima che rosari, crocifissi e madonnine prendessero piede nelle dissacranti ostensioni elettorali di Matteo Salvini, i leghisti delle origini consacravano la loro battaglia politica a ben altre divinità che nulla avevano a che fare con le radici cattoliche del nostro Paese. Su ampolle sacre prelevate dal Po, druidi e rievocazioni storiche parecchio romanzate – se non inventate di sana pianta – Umberto Bossi ha costruito il suo, folkloristico, partito. Ed è stato così almeno fino alla fatidica “notte delle scope” del 2012, quando, oltre al cerchio magico, sono state ramazzate tutte quelle note di colore che hanno anticipato la dismissione del “Nord” dal simbolo e il cambio cromatico del partito da verde a blu.

OBIETTIVO: MONITORARE GLI UMORI DEL NORD PROFONDO

Sono cambiati i leader (da Bossi a Salvini con la breve apparizione di Roberto Maroni), è cambiato persino il pantheon di riferimento, ma la marcia su Pontida è comunque rimasta nel calendario delle festività della Lega. Anzi, nel 2019 il partito acciaccato dalle giravolte agostane di Salvini prova a ripartire in grande stile proprio dal pratone della Bergamasca Tèra de Berghem») promettendo numeri da record. È l’occasione per testare non solo se l’ex titolare del Viminale ha mantenuto la sua capacità attrattiva, ma anche per monitorare gli umori di quel Nord profondo, schietto e risoluto con il quale Pontida ha sempre rappresentato una sorta di cordone ombelicale.

storia-raduno-pontida-lega-nord
Salamelle a Pontida nel 2015. (Ansa)

ORIGINI: TUTTO NACQUE CONTRO “IL BARBAROSSA”

Perché i leghisti hanno scelto proprio quel manto erboso per la loro festa più importante? Bisogna tornare indietro di diversi secoli, al 1167, quando nacque la “lega lombarda” tra cinque Comuni del Nord Italia contro l’imperatore Federico I detto “il Barbarossa”. E qui storia e mito si fondono con il folklore padano tessuto da Bossi ma, soprattutto, da Gianfranco Miglio, il costituzionalista comasco che pensò di scardinare la Costituzione, il democristiano che parlava come avrebbero parlato prima i leghisti e, oggi, i cinque stelle. Perché non si sa nemmeno se il giuramento di Pontida sia avvenuto realmente. Qualche tempo fa, sul Corriere, Dino Messina ricordava che la sola prova rinvenuta in quell’area, una lapide con l’incisione: “Federatio longobarda pontide, sub. Ausp. Alexandri III P.M. die VII aprilis MCLXVII Monaci Posuere” fosse in realtà una contraffazione. A insospettire gli studiosi proprio il termine “federatio” che, per i latinisti, non era nelle corde dello spirito dell’epoca.

SIMBOLI: GUERRIERO CON LA SPADA E SOLE DELLE ALPI

Ma gli storici nutrono più di un interrogativo anche sull’esistenza dello stesso Alberto da Giussano, il condottiero stilizzato che per decadi è stato simbolo della Lega di Bossi (riposto poi in soffitta da Salvini assieme al “sole delle Alpi”, anche se in periodi più recenti l’attuale segretario del partito è tornato a indossare la spilletta che lo ritrae con quel suo spadone alzato). Secondo il folkore leghista, questo mitico guerriero padano avrebbe condotto alla vittoria i popoli del Nord nella storica battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 combattuta tra la Lega Lombarda e l’esercito di Federico Barbarossa. Si perde nella leggenda persino il motivo che portò Umberto Bossi, che storico non era, a rifarsi proprio alle gesta di Alberto da Giussano: c’è chi dice lo avesse semplicemente visto riprodotto sulle biciclette di marca “Legnano” inforcate da Gino Bartali. Sul sito del produttore si legge: «Già nel 1915 compare il guerriero, la spada al cielo nella destra, lo scudo nella sinistra, riproduzione del monumento ad Alberto da Giussano eretto a Legnano nel 1900».

pontida lega
Un simpatizzante leghista accanto a una statua di Alberto di Giussano sulla spianata di Pontida, 19 giugno 2011. (Ansa)

PRIMO RADUNO: NEL 1990 ALLA PRESENZA DI POCHI MILITANTI

Fatti e personaggi dimenticati per secoli tornarono prepotentemente alla ribalta della cronaca politica il 25 marzo del 1990, quando Bossi organizzò la prima Woodstock del popolo padano. Sul pratone quattro gatti (leghisti e bergamaschi), su un palchetto traballante il Senatùr. Ci ritornò due mesi più tardi per fare giurare 800 consiglieri comunali, provinciali e regionali eletti tra le file della Lega Nord.

PONTIDA DI GOVERNO: QUANDO NEL 1994 SI RUPPE COL CAV

Bisogna attendere quattro anni per la prima “Pontida di governo”. Da un palco ormai più stabile e professionale, Bossi non prendeva più atto del giuramento dei suoi militanti ma giurava fedeltà a sua volta a Silvio Berlusconi. Una fedeltà che durò solo fino al 22 dicembre di quello stesso anno, quando la Lega dopo soli sette mesi staccò la spina al primo esecutivo del Cavaliere (la causa scatenante viene spesso ricondotta al famoso un invito a comparire che i magistrati recapitarono a Berlusconi, in realtà c’erano già aspri dissidi in tema di pensioni e lo stesso Bossi temeva a sua volta di essere scaricato con un ribaltone).

Umberto Bossi dal palco nel 1995. (Ansa)

NASCITA DEL TERZO POLO: LA SVOLTA DEL 1995

«Giuda, traditore, ladro con scasso e ricettatore di voti, personalità doppia, tripla e quadrupla». Le parole che Berlusconi, durante il suo discorso alla Camera del 22 dicembre 1994, indirizzò a Umberto Bossi contribuirono a fare sì che, pochi mesi dopo, sul pratone di Pontida nascesse il «terzo Polo», che si proponeva alternativo tanto al buongoverno berlusconiano quanto all’Ulivo di Romano Prodi. Su quello stesso palco, 12 mesi dopo, si manifestò plasticamente la prima divisione interna alla Lega: mentre il popolo padano giurava sulla «Costituzione del Nord» Umberto Bossi e Irene Pivetti litigavano sulla linea da tenere circa la possibilità di tornare assieme a Berlusconi (il Senatùr non ne voleva sapere). Bossi tenne il punto e Prodi, pochi mesi dopo, vinse le elezioni.

ROMANTICISMO 1998: LE NOZZE CELTICHE DI CALDEROLI

Nel 1998 a Pontida Roberto Calderoli annunciò che avrebbe sposato Sabina Negri «con rito celtico». Al posto del druido d’ordinanza a officiare le nozze pagane l’ex sindaco di Milano Marco Formentini. Anni dopo la Negri raccontò ai giornali che Formentini corse da lei preoccupato chiedendole: «Come si sposavano i celti?».

storia-raduno-pontida-lega-nord
Roberto Calderoli firma autografi nel 1998. (Ansa)

RILANCIO DI BOSSI: IL 1999 POST DISFATTE ELETTORALI

Chissà se Matteo Salvini per il suo discorso di rilancio prenderà spunto da quello che fece Bossi nel 1999, una delle “Pontide” più difficili per il Senatùr e per la Lega, reduci da una serie di disfatte elettorali a ripetizione (alle Europee non raggiunsero nemmeno il 4,5%). Nessun mea culpa arrivò dal vecchio leone padano, nessuna orazione funebre fu cantata quel giorno. Sul pratone bergamasco, anzi, riecheggiarono aspre parole battagliere, degne dell’erede del mitico Alberto da Giussano: «Voi, voi… Voi del “tutto e subito” non siete padani per niente. Voi fanfaroni, pantofolai, chiacchieroni, padani dal freno tirato, voi che mi avete obbligato ad arrampicarmi sui vetri con la vostra padanità da strapazzo, voi… siete solo italiani in camicia verde». Le dimissioni furono messe solo apparentemente sul piatto: «Posso andarmene ma se mi direte di restare mi costringerete a fare cose tremende: sbatterò via i dirigenti che hanno la gotta per troppe bistecche mangiate, obbligherò a lavorare i deputati, aprirò il movimento ai nuovi padani».

SOSPESA PER MALATTIA: L’ICTUS DEL SENATÙR NEL 2004

Non ci fu alcun raduno nel 2004. Per la Lega quell’anno c’era ben poco da festeggiare: nel mese di marzo infatti Umberto Bossi venne colpito da un ictus e, nel periodo di Pontida, la sua sorte restava appesa a un filo. Tornò a calcare quel palco 12 mesi dopo, provato dalla lunga degenza ma ancora in grado di infiammare il suo popolo quando gridò «Padania libera».

storia-raduno-pontida-lega-nord
Umberto Bossi al raduno nel 2016. (Ansa)

INCHIESTE: IL 2012 TRA DIAMANTI IN TANZANIA E FONDI A CIPRO

Scoppiò nel 2012 la famosa inchiesta sui 49 milioni (per la precisione, 48.969.617 euro). L’allora tesoriere Francesco Belsito venne indagato con le accuse di truffa ai danni dello Stato e riciclaggio per la sua gestione dei rimborsi elettorali che, tra il 2008 e il 2010, almeno secondo l’accusa sarebbero finiti investiti in diamanti in Tanzania e in fondi a Cipro. La Lega non era più il partito degli onesti che combatteva contro «Roma ladrona». Nottetempo qualcuno violò il sacrario padano e trasformò la scritta che campeggia sul pratone «Padroni a casa nostra» in «Ladroni a casa nostra».

La scritta modificata in “Ladroni a casa nostra”. (Ansa)

BATTESTIMO DI SALVINI: LA RIPARTENZA DEL 2014. E ORA?

Non avvenne versando sulla testa del neo segretario l’acqua del Po ma a Pontida il battesimo di Matteo Salvini in quel delicato raduno del 2014. Appena il futuro ministro dell’Interno salì sul palco sparirono le cicatrici lasciate da Belsito, dal cerchio magico, dal “Trota” con la sua laurea albanese, dalle mutande verdi e dalla Family. Tramontava il sole delle Alpi che rappresentava la Lega conosciuta dai militanti padani fino a quel giorno, sorgeva la stella di Salvini destinata a durare almeno fino all’agosto 2019. Per capire se brillerà ancora nel firmamento sovranista bisognerà attendere il raduno del 15 settembre.

storia-raduno-pontida-lega-nord
Nel 2009 erano ancora lontani i tempi di “Prima gli italiani”. (Ansa)

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

No a un nuovo processo per i Bossi sui fondi della Lega

Confermata la sentenza in Appello di non luogo a procedere nei confronti di Umberto e di suo figlio Renzo. Condanna invece per l'ex tesoriere Belsito.

La Cassazione ha confermato la sentenza di non luogo a procedere per l’ex leader della Lega, Umberto Bossi, e per suo figlio Renzo nell’ambito del filone milanese del procedimento sui fondi del Carroccio.

LA PROCURA VOLEVA ESTENDERE LA QUERELA DI SALVINI

Per l’ex segretario della Lega e suo figlio non è previsto dunque alcun nuovo processo, dopo che la Suprema corte ha respinto il ricorso della procura di Milano, che chiedeva di estendere anche ai due Bossi la querela presentata dal leader della Lega Matteo Salvini nei confronti del solo ex tesoriere Francesco Belsito, accusato di appropriazione indebita in merito alla vicenda della truffa elettorale.

CONFERMATA LA CONDANNA A BELSITO

Confermata anche la condanna inflitta in Appello proprio a Belsito, che è accusato di appropriazione indebita su querela avanzata dal segretario della Lega Matteo Salvini. L’ex tesoriere era stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con pena sospesa, dalla corte di Appello di Milano il 23 gennaio 2019. Ora la Suprema Corte ha respinto il ricorso di Belsito contro la condanna.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it