L’ultima gaffe di Cameron con la regina sul referendum scozzese

L'ex premier: «Cercai il suo aiuto, sarebbe bastata una sua alzata di sopracciglio, ma niente di inopportuno». Irritazione da Buckingham Palace. E quel precedente del 2014: «Elisabetta "fece le fusa"».

Il Regno Unito si ritrova di fronte a un’altra gaffe dell’ex primo ministro David Cameron. L’ex leader conservatore ha confessato il 19 settembre 2019 di aver «cercato l’aiuto alla regina» nel 2014, alla vigilia del referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, aggiungendo di non aver chiesto e tanto meno ottenuto alcunché «d’improprio».

QUEI CONTATTI TRA SEGRETARI PRIVATI I GIORNI PRIMA DEL VOTO

Il racconto di Cameron è arrivato nel corso della registrazione di un documentario dedicatogli dalla Bbc, a cinque anni di distanza dalla consultazione che sancì l’appartenenza di Edimburgo alla monarchia britannica. Cameron, 53 anni, è ricomparso in pubblico dopo mesi di silenzio per presentare On the record, il suo libro di memorie. L’ex primo ministro ha raccontato di aver stabilito un contatto attraverso i rispettivi segretari privati nei giorni che precedettero il voto. Lo schieramento unionista, capeggiato proprio da Cameron, era preoccupato dai sondaggi, che non escludevano la vittoria del “leave“.

«SAREBBE BASTATA SOLO UN’ALZATA DI SOPRACCIGLIO DELLA REGINA»

Cameron ha dichiarato: «Mi sarebbe bastata un’alzata di sopracciglio da Sua Maestà, anche di un nonnulla (un quarto di pollice)». Nulla d’improprio, comunque, niente che potesse apparire un’interferenza indebita di Elisabetta II nella politica, ha poi precisato in un’intervista al programma radiofonico Today, dove il 19 settembre ha celebrato – alternandosi con altri ospiti di spicco, fra cui Tony Blair – l’uscita di scena di John Humphrys, veterano del giornalismo radiofonico Bbc. La regina Elisabetta II si limitò nel 2014 a invitare gli elettori scozzesi a «riflettere con molta attenzione sul futuro». Parole che allora i commentatori reali descrissero come «un’osservazione» neutra, non un’indicazione, ma che secondo Cameron «aiutarono a dare una percezione leggermente diversa delle cose».

L’IRRITAZIONE DI BUCKINGHAM PALACE: «GRANDE MALCONTENTO»

L’ipotesi di un’interferenza reale – per quanto vaga – sul voto referendario ha tuttavia innescato l’immediata reazione di Buckingham Palace: una fonte anonima si è affrettata a informare la Bbc del fatto che le parole di Cameron hanno causato «una quantità di malcontento» in casa Windsor. Tradotto: la regina è fortemente irritata con Cameron, primo ministro dal 2010 al 2016.

IL PRECEDENTE DI CAMERON: LE “FUSA” DI ELISABETTA II

L’uscita di On the Record non sembra comunque aver migliorato lo scarsissimo grado di popolarità di sir David, discendente di una famiglia di origine nobiliare. Un sondaggio pubblicato il 17 settembre 2019 dall’Economist lo etichetta come «politico più impopolare d’Inghilterra»: nonostante tre anni di assenza dalla vita politica, oltre il 60% degli inglesi disapprova le sue azioni.

Uno dei motivi del suo scarso feeling con l’opinione pubblica è la sua costante abitudine alle gaffe. Nel 2014, per esempio, le telecamere lo ripresero mentre diceva all’ex sindaco di New York Michael Bloomberg che Elisabetta II «fece le fusa» quando fu informata dei risultati del referendum sull’autonomia scozzese. Anche in quel caso la reazione infuriata di Buckingham Palace costrinse Cameron a scusarsi. Per ben due volte.

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Le spogliarelliste battono le femministe: lo strip club resta aperto

Un'associazione per i diritti delle donne di Sheffield aveva chiesto che fosse levata la licenza al locale Spearmint Rhino. Ma le proteste delle dipendenti hanno convinto il comune inglese a lasciarlo in attività.

Le spogliarelliste di uno strip club di Sheffield, in Inghilterra, hanno vinto la loro battaglia per tenere aperto il locale in cui lavorano. Il consiglio comunale ha rinnovato la licenza allo Spearmint Rhino, nonostante le richieste di varie associazioni femministe che ne avevano chiesto la chiusura. Lo fanno sapere i media britannici.

NON BASTANO LE PROVE DI COMPORTAMENTI ILLECITI

I video girati di nascosto all’interno del locale dai gruppi per i diritti delle donne, che mostravano comportamenti illeciti all’interno del club, non sono bastati a convincere le autorità. Il verdetto è stato accolto con festeggiamenti dalle spogliarelliste.

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Sulla Brexit l’Ue dà ancora 12 giorni a Boris Johnson

Il premier finlandese, presidente di turno, ha dato tempo fino a fine settembre per presentare una proposta scritta. Dowing Street ha risposto che arriverà «a tempo debito».

Il premier britannico Boris Johnson ha 12 giorni di tempo, cioè fino alla fine di settembre, per presentare una proposta scritta sulla Brexit, altrimenti «è tutto finito»: lo ha dichiarato, citato dalla Bbc, il premier finlandese Antti Rinne, che ricopre la presidenza di turno dell’Unione europea, aggiungendo di aver concordato questa linea con il presidente francese Emmanuel Macron. Una fonte di Downing Street ha risposto alla Bbc che le proposte britanniche saranno fatte «a tempo debito».

JOHNSON AVEVA DATO APPUNTAMENTO AL 17 OTTOBRE

Johnson aveva dichiarato in precedenza di ritenere che il vertice dell’Unione europea del prossimo 17 ottobre fosse il momento e il luogo appropriati per trovare un accordo per un divorzio consensuale e ordinato con Bruxelles, ma di essere pronto a portare il Regno Unito fuori dall’Unione alla scadenza del 31 ottobre, anche a costo di un ‘no deal’. Il premier britannico ha ribadito che i colloqui con l’Ue stanno facendo progressi e che il Regno Unito avrebbe presentato delle proposte di valida alternativa alla clausola del ‘backstop’ per l’Irlanda del Nord, che il governo di Londra ritiene inaccettabile. Proposte che l’Ue dice di star ancora aspettando.

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Per la corte scozzese la chiusura del parlamento di Londra è illegale

I giudici di Edimburgo hanno evidenziato che la motivazione della sospensione dei lavori è la volontà di ostacolare i deputati. E sono pronti a emettere il decreto di annullamento.

La Scozia giudica l’iniziativa di Boris Johnson di chiudere il parlamento di Londra illegale, o meglio così la considera il più alto tribunale civile di Edimburgo. La decisione dei giudici scozzesi, annunciata dalla Bbc, ribalta una precedente sentenza del tribunale. Tuttavia, spiega il servizio pubblico inglese, il tribunale non ha messo ordini di annullamento della sospensione dei lavori parlamentari, l’ordine potrà arrivare solo dopo un’audizione completa in programma a partire dal 17 settembre presso la Corte suprema di Edimburgo.

«ATTO DA ANNULLARE»

I giudici nella loro sentenza hanno scritto che la motivazione alla base della chiusura di Westminster da parte di Johnson è il desiderio di «ostacolare il parlamento». «La Corte», hanno scritto secondo quanto riporta la Bbc, «emetterà di conseguenza un decreto che dichiara che il consiglio del Primo Ministro a Sua Maestà la regina e la proroga che ne è seguita erano illegali, quindi nulli e privi di effetto»

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Johnson e Salvini, fatale fu la matematica

Entrambi si sono inferti brutte ferite dimenticando, anzitutto, che la democrazia parlamentare è fatta di numeri.

L’uomo politico Matteo Salvini non è morto, neppure ibernato, sta soltanto curando la brutta ferita che si è inferto da solo e che sempre ormai solleverà dubbi sulla sua capacità di maneggiare davvero le armi (politiche). Ma vari, parecchi milioni di italiani potrebbero, probabilmente, essere disposti a seguirlo in un’avventura che è diventata ormai più esasperata e totalizzante di prima. Siamo arrivati alla lutte finale, e di questo Salvini si sta facendo profeta. «Ormai c’è un partito degli italiani e uno degli stranieri», ha detto con una frase incredibile che è il centro di un’intervista amica pubblicata da Libero il 4 settembre. La scena politica si è trasformata e «non ha più senso parlare di centrodestra». Esistono infatti i patrioti e i traditori, gli “stranieri”, i venduti cioè allo straniero, che ha prima di tutto il volto di Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Idee molto chiare e molto storte. Giorgia Meloni, cresciuta idealmente a Predappio, applaude.

IL NAZIONALISMO COME UN GAS CHE RIEMPIE IL VUOTO

Lo chiamano sovranismo, ma le differenze con il nazionalismo che ha dominato la politica europea dall’era napoleonica alla seconda guerra mondiale sono molto inferiori alle analogie, e quindi conviene chiamarlo con il suo nome doc, nazionalismo appunto. E il nazionalismo, vecchio com’è ma facilmente sempre all’occorrenza rianimato in Europa e altrove, ha ormai mostrato ampiamente i suoi pregi e dei suoi difetti. Fra i primi la capacità di fare leva sull’identità nazionale unificante per raggiungere obiettivi legittimi e offrire un perno centrale a una comunità. Fra i secondi, soprattutto, la nefasta capacità di riempire con formule troppo semplici e abusate un vuoto di idee più utili e consone, e una pericolosa riduzione del tutto a un “noi” contro “loro”. Il nazionalismo diventa allora un gas che riempie il vuoto, ma con notevoli rischi di esplosione.

IN DUE ANNI I TORY HANNO PERSO 29 DEPUTATI

È quello che in qualche modo è capitato a Boris Johnson, espellendo 21 deputati che a partire da lunedì 2 hanno votato contro il suo governo sulla Brexit. Mai nulla di simile si era visto a memoria d’uomo a Westminster, soprattutto nei confronti di vere personalità politiche di rango, quali la metà circa dei 21 sono, e non semplici eterni backbenchers. Lo stesso Johnson che ha votato due volte contro il piano Brexit di Theresa May non ha mai subito ritorsioni di sorta né mai è stato bollato come traditore: era suo diritto dissentire. Se si aggiungono alcune defezioni, precedenti e recentissime, sempre causa Brexit, e qualche seggio perso in elezioni suppletive, sono 29 i deputati persi dal partito Tory dalle elezioni del giugno 2017, da 318 a 289 in un parlamento dove la maggioranza ne richiede 320 (i Tory possono contare su 10 deputati nordirlandesi). Tra chi ha gettato la spugna, abbandonando pare non solo il partito ma la vita politica, c’è anche Jo Johnson, fratello minore di Boris, sottosegretario nel suo governo, e lo ha fatto in difesa dell’ “interesse nazionale” messo a rischio da Boris.

L’ERRORE DI VALUTAZIONE CHE ACCOMUNA SALVINI E JOHNSON

Non è la prima volta che Lettera43 cerca di guardare in parallelo Salvini e Johnson, due politici diversissimi in due Paesi molto diversi e con situazioni in gran parte inconfrontabili. Ma accomunati da un grave errore e da una strategia di fondo, figlia di una cultura politica che entrambi hanno sposato insieme al loro modello Donald Trump. Il grave errore sta, per entrambi, nell’essersi dimenticati che la democrazia parlamentare è fatta di numeri, prima di tutto. Forti di avere una convinzione “superiore”, un’idea migliore, cioè il nazionalismo intransigente, hanno (Salvini) aperto una crisi di governo con il 17% dei seggi parlamentari e gli altri l’hanno chiusa creando una nuova maggioranza che c’era chiara nei numeri, e lasciandoli fuori. Mentre sul Tamigi, convinti di avere il mandato per una Brexit senza intesa perché così oggi recita “il popolo” con lo slogan Leave means leave, uscire significa uscire, hanno stragiurato e si sono giocati tutto (Johnson) su un addio a Bruxelles il 31 ottobre, senza una ulteriore trattativa conclamata ma mai avviata, e senza avere prima davvero contato i voti parlamentari disponibili. La convinzione era ed è che il voto popolare del 2016 supera ed esautora il parlamento, Ma non è così. E il parlamento si è fatto sentire.

Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, la chiusura del parlamento

La strategia di fondo è quella della lotta senza quartiere, il Breaking all the China scrive il commentatore del Washington Post George F. Will, il rompere tutto il vasellame come chiede a Trump la parte più focosa dei suoi sostenitori. Uscire dall’euro, e visto il disprezzo con cui ne parla anche dalla Ue si direbbe, è il Breaking all the China del nostro Salvini, lo sfogo salvifico di un’Italia furiosa. Chissà se gli imprenditori e artigiani leghisti sono d’accordo. L’uscita alla brutta dalla Ue il 31 ottobre, senza accordo, è l’apocalisse promessa da Johnson, ma non ha i numeri parlamentari per farlo, così come Salvini non aveva quelli per dichiarare una crisi di governo da posizioni di forza. In più Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, cioè chiusura del parlamento, cinque settimane al posto delle abituali due per i congressi politici di fine ottobre e prima del discorso della Regina fissato il 14 ottobre, compattando così un’opposizione fino a quel punto divisa, e che ha inflitto a Johnson dal 2 al 4 settembre tre secche sconfitte in aula. Le prime due preparano una legge che rende impossibile l’uscita dalla Ue il 31 ottobre, do or die come dice Boris, uscire o morire, e chiede un rinvio al 31 gennaio; la terza gli ha negato elezioni a metà ottobre.

E QUALCUNO PARLAVA DI MOSSA INTELLIGENTE

Qualche blasonato ma improvvido analista, Eurointelligence ad esempio, che arriva ogni mattina a pagamento sugli schermi di grandi imprese e cancellerie, definiva il 29 settembre la mossa della chiusura parlamentare so clever, così intelligente, «senza dubbio l’opera di Cummings», di nome Dominic, lo stratega plenipotenziario (non eletto da nessun, unelected cioè, come Boris ha ripetuto infinite volte dei burocrati di Bruxelles) che ispira ora Downing Street. La prorogation è stata invece un grave errore, so unclever, perché ha costretto gli avversari ad agire subito, non è piaciuta ai britannici dicono i sondaggi. Meno ancora è piaciuta la cacciata dal partito dei dissenzienti, segno di un clima che ha rinunciato a ogni fair play. Ci saranno ad un certo punto, presto, a novembre forse, nuove elezioni, perché anche le opposizioni dopo avere umiliato Johnson e la sua promessa del 31 ottobre vorranno la conta.

VERSO IL REFERENDUM FINALE SULLA BREXIT

Colpi di scena nel frattempo non sono da escludere, da parte di Johnson. Nessuno può seriamente sbilanciarsi sulle previsioni elettorali prendendo a metro le europee di maggio, che indicano un circa 6-7 punti di maggioranza di voti pro-Ue ma in ordine sparso a fianco però di un solido blocco più compatto di brexiteers intransigenti. Non fanno testo. È stato un voto con il proporzionale mentre alle politiche si vota come noto con un maggioritario secco. Un conto è avere un’idea delle percentuali di voto, un’altra – impossibile o quasi – un’idea dei seggi finali. Potrebbe vincere Johnson, e potrebbe perdere, a favore ad esempio di una non facile alleanza fra laburisti e liberal democratici, e altri, filo Ue ma in modo assai diverso, e per i laburisti non unanime. La cosa certa è che il tutto passerà da una voto nazionale che sarà, prima di tutto, il referendum finale sulla Brexit. Poi tutto potrà succedere, anche un’uscita concordata e collaborativa per rispettare il referendum del 2016, ma Johnson sarà fuori scena, se perderà il voto.

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto. Il partito conservatore di Boris è una macchina da guerra – ha perso però le prime battaglie – per un esperimento di un Regno Unito che molla gli ormeggi europei, rilegge l’economia abbandonando l’integrazione totale nel più ricco mercato del mondo, cerca aiuto a Washington, guarda al mondo senza più la mediazione di Bruxelles, e rilegge la geografia considerando i 40 chilometri della Manica una cesura ben più ampia dei 5 mila che separano Liverpool e New York. Il vero patriota è per la Brexit e chi non lo è “collaborazionista”, parola chiarissima che Boris ha pronunciato ricevendo anche da alcuni Tory ampie reprimende.

NON CI SONO PIÙ LE BARRIERE NAZIONALI DI UNA VOLTA

Salvini ormai è ai “venduti” e ai “traditori”. Sembra incredibile che un politico non si lasci aperte vie di mediazione, di ricucitura, di futuro insomma. Hanno deciso che “Dio lo vuole”, certamente Salvini con preghiere e rosari, alla “Dio è con noi”. Johnson ha fatto buone scuole (i risultati sono opinabili) e non arriva a tanto. Prepariamoci in Italia a tutta l’ondata possibile anti Ue, anti euro, anti Germania, anti Francia, anche se non ci sarà più il megafono del Viminale e i tweet avranno meno peso. Ma proprio per questo saranno più al vetriolo. Salvini farebbe bene a tenere d’occhio Londra, perché se va male a Boris probabilmente andrà di male in peggio anche a lui, in questo mondo dove le barriere nazionali – checché ne pensino i nazionalisti – non sono più quelle di una volta.

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