Coronavirus, il Regno Unito supera i 40 mila decessi

Sono le stime diffuse dall'Office for national statistics. In numeri assoluti il Paese è secondo solo agli Usa.

Supera la quota choc di 40 mila la stima dei morti per coronavirus nel Regno Unito.

Stando alle elaborazioni settimanali dell’Ons, l’Office for national statistics, (l’Istat britannico), i decessi legati almeno come concausa al Covid-19 censiti in Inghilterra e Galles al 9 maggio sono saliti a 35.044 e quelli rilevati fino al 3 in Scozia e Irlanda del Nord a 3300.

Il governo britannico di Boris Johnson e i suoi consiglieri medico-scientifici hanno però più volte insistito nelle ultime settimane sulla dubbia attendibilità – almeno fino a quando non vi saranno bilanci completi e omogenei – di un paragone fra i dati ufficiali o le stime del Regno e quelli di altri Paesi. I dati dell’Ons, si nota a Londra, sono in particolare molto più ampi di quelli diffusi da altri enti: comprendono infatti tutti i decessi, anche probabili, legati al Covid-19 raccolti negli ospedali, in qualunque altro ricovero, in case private e ovunque. Cosa che altri governi non fanno, o includono solo parzialmente, nei loro aggiornamenti.

In rapporto alla popolazione il Regno Unito resta in effetti dietro a Belgio o Spagna e testa a testa con l’Italia (avendo 67 milioni di abitanti contro i circa 60 dell nostro Paese). Sullo sfondo della situazione attuale, con il lockdown solo marginalmente alleggerito malgrado la flessione della curva dei contagi di queste settimane, il governo Johnson si appresta intanto a estendere oltre giugno lo schema di sussidi pubblici concesso fino all’80% dello stipendio a milioni di lavoratori in congedo a causa delle restrizioni della pandemia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Gb, Johnson frena sull’allentamento del lockdown: «Un secondo picco sarebbe disastroso»

Il premier britannico nella prima apparizione pubblica dopo la sua convalescenza: «Capisco il peso delle misure di distanziamento sociale, ma non possiamo rischiare»

Il Regno Unito «inizia a invertire la tendenza» nella lotta contro la pandemia di coronavirus: lo ha detto il premier britannico Boris Johnson nella prima apparizione pubblica dopo la sua convalescenza. Come è noto, anche il primo ministro della Gran Bretagna era stato colpito dal virus.

Il coronavirus «è un aggressore inatteso e invisibile nel suo assalto fisico, come posso dirvi per esperienza personale». Downing Street ha comunque assicurato che il Regno Unito ha «iniziato a metterlo al tappeto» grazie al rispetto del lockdown, ma che serve prudenza, dicendo di capire il peso «delle misure di distanziamento sociale», non senza avvertire però che occorre evitare un secondo picco che sarebbe pure «un disastro economico». Questo è un «momento di opportunità» e tuttavia è anche «il momento di massimo rischio», ha proseguito il premier conservatore britannico nel primo giorno del suo ritorno al lavoro di governo. «So che molte persone», ha insistito, rivolgendosi indirettamente a coloro che fra la gente comune, il business, l’opposizione laburista e la sua stessa maggioranza invocano un piano per l’allentamento del lockdown, «guardando al nostro apparente successo (nel rallentamento della diffusione dei contagi, ndr) si domandano se non è ora il momento d’alleggerire le misure di distanziamento sociale».

Pur riconoscendo quanto «duro e stressante sia stato l’aver rinunciato, anche temporaneamente, alle nostre antiche e basilari libertà», ha però ammonito che un rilassamento prematuro delle restrizioni potrebbe causare «un secondo picco, disastroso» sul piano sia umano sia «economico». Nell’intervento, Johnson ha poi ringraziato il suo supplente Dominic Raab e tutti i membri del governo per averlo sostituito per «un periodo che è stato più lungo di quanto avrei voluto»; e soprattutto ha ringraziato «la popolazione di questo Paese per il coraggio che ha mostrato e continua a dimostrare». Un pensiero è infine andato a coloro che continuano a morire per il Covid-19. «So che ogni giorno questo coronavirus porta nuova tristezza e nuovi lutti nei focolari di questa terra», ha detto BoJo nel ricordare le vittime con tono commosso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Gran Bretagna lascia i disabili senza cibo e medicine

Un centinaio di inglesi sono stati esclusi dal registro on line per accedere ai servizi di distribuzione di viveri e farmaci. L’odierna barbarie del Paese culla dell’attivismo per la difesa dei diritti delle persone con disabilità.

Ho già usato questo spazio per sottolineare quanto meravigliosa sia la rete di sostegno alle persone socialmente e spesso anche economicamente più a rischio di emarginazione sociale attivata in Italia dal terzo settore in collaborazione con le amministrazioni locali, il governo e la società civile per fronteggiare l’emergenza causata dall’epidemia di coronavirus. Sono tanti i servizi di supporto che, quotidianamente, da quasi due mesi a questa parte fanno sentire meno isolate molte persone con disabilità ma anche anziane, senza fissa dimora, ammalate, in condizione di disagio psico-sociale, ecc: dalla spesa al servizio di distribuzione pasti a domicilio per continuare con gli sportelli informativi e di supporto psicologico.

È una rete che sta funzionando, nonostante le difficoltà e gli errori che talvolta vengono commessi, e permette a tanti di nutrirsi, curarsi, sentirsi ascoltati, sostenuti, in alcuni casi accuditi. Consente loro di sentirsi ancora parte di una comunità, che c’è seppure duramente provata. E se questa ammirevole catena di solidarietà e sostegno fosse mancata? Probabilmente le conseguenze dell’emergenza sanitaria e sociale sarebbero state più nefaste e difficili da gestire. Proprio come invece è accaduto a molti cittadini e cittadine con disabilità e patologie croniche in Inghilterra.

Il quotidiano Guardian denuncia la decisione del governo inglese di escludere un ingente numero di persone disabili, anziane e ammalate dalla possibilità di accedere al servizio di distribuzione dei pacchi alimentari erogato dalle autorità locali o di usufruire della consegna prioritaria della spesa ordinata online tramite i siti internet dei supermercati. A queste persone, circa un centinaio, è stato imposto il divieto di uscire di casa per d12 settimane per evitare il rischio di contagio. Nonostante l’obbligo di isolamento domiciliare, per via di criteri altamente selettivi, è stata loro negata la possibilità di iscriversi al registro online riservato alle famiglie inglesi estremamente vulnerabili, condizione indispensabile per accedere ai servizi di approvvigionamento.

CIRCA 100 PERSONE LASCIATE A LORO STESSE

Molte di loro hanno dichiarato alla stampa di dormire quasi tutto il giorno per non sentire i morsi della fame o di essere costrette a nutrirsi solo di frutta. Come Deborah Bhatti, una donna cinquantenne che assume quaranta farmaci al giorno, inclusi quelli per l’asma e il disturbo autoimmune. Non è stata considerata idonea a rientrare nel servizio di raccolta delle prescrizioni mediche e di distribuzione dei farmaci e dei pasti caldi offerto dal suo Comune e si trova quindi costretta a dividere le scatolette di tonno con il suo gatto. O Vicky McDermott, quarantenne affetta da artrite reumatoide e madre di una bambina colpita da una patologia severa, che racconta di aver ricevuto quattro lettere dal governo in cui la si ammoniva di restare a casa e di aver cercato di iscriversi al registro online senza tuttavia riuscirci.

Secondo il Guardian, almeno un cittadino tra quelli a cui è stata negata l’assistenza avrebbe contratto il virus

Il governo britannico ha quindi lasciato che circa 100 persone patissero la fame e non potessero curarsi per diverse settimane oppure che fossero costrette a uscire di casa per procurarsi da sole cibo e medicinali, correndo il rischio di essere contagiate. Secondo il Guardian, almeno un cittadino tra quelli a cui è stata negata l’assistenza avrebbe contratto il virus. Il Dipartimento per la Salute e le Cure Sociali ha ammesso che ci sia stato un piccolo ritardo tra il momento in cui le persone venivano identificate come vulnerabili dal punto di vista clinico e quindi ricevevano la lettera del servizio sanitario nazionale dal loro medico e quello in cui avveniva l’effettiva registrazione al registro per l’accesso ai benefici. In pratica ha liquidato la faccenda dando colpa alla burocrazia. Un “piccolo” ritardo burocratico che rischia di uccidere o nuocere gravemente alla salute di tanti cittadini.

LA GRAN BRETAGNA È STATA PATRIA DEI DIRITTI DEI DISABILI

Quanto sta accadendo ha l’amaro sapore di una “pulizia” dove la vittima, anziché un’etnia particolare, è una minoranza sociale. Negli ultimi giorni, forse anche grazie alle numerose proteste, il sito del governo sta iniziando a permettere che si iscriva al registro anche chi non possiede i requisiti ma le associazioni di beneficenza denunciano che sono ancora troppi quelli che non riescono ad entrare nel novero dei beneficiari. La Gran Bretagna, patria dei primi movimenti di attivisti per la difesa dei diritti delle persone con disabilità, sta precipitando nell’inciviltà e nella barbarie. Ogni Stato dovrebbe essere in grado di attivare risorse per la presa in carico di tutti, anche in emergenza, non selezionare chi può essere salvato e chi invece lasciare al proprio destino. In base a quale criterio, poi?

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, Boris Johnson è stabile e risponde ai trattamenti clinici

Il primo ministro del regno unito è cosciente ma, come rende noto un portavoce di Downing Street, non è in grado, al momento, «di lavorare».

Boris Johnson resta in terapia intensiva al St Thomas Hospital di Londra, in condizioni «clinicamente stabili» dopo l’aggravamento dei sintomi del suo contagio da coronavirus e «risponde ai trattamenti». Lo rende noto in un aggiornamento un portavoce di Downing Street, precisando che il primo ministro britannico non è in grado al momento «di lavorare», ma può «contattare chi vuole»: e quindi è cosciente.

LEGGI ANCHE: Boris Johnson ricoverato per il coronavirus

ARGAR: «JOHNSON NON HA BISOGNO DI VENTILAZIONE MECCANICA»

Quella tra il 7 e l’8 aprile è stata la seconda notte in terapia intensiva trascorsa senza apparenti novità per Johnson. In mattinata, il sottosegretario alla Sanità, Edward Argar, intervistato da Itv, si limita a ricordare come ieri il portavoce del governo abbia riferito di «condizioni stabili» e abbia escluso al momento la necessità del ricorso alla ventilazione meccanica assistita per il primo ministro. «Dalle ultime informazioni diffuse da Downing Street», ha sottolineato Argar, «ho compreso che il primo ministro è in condizioni stabili, che è su di morale e che, sebbene abbia ricevuto ossigeno al suo arrivo, non ha bisogno di ventilazione meccanica».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Primo ‘war cabinet’ senza Johnson nel Regno Unito

Dopo il ricovero in terapia intensiva del premier è il ministro degli Esteri Dominic Raab a dirigere le operazioni.

Prima riunione del cosiddetto ‘gabinetto di guerra‘ britannico presieduta da Dominic Raab stamattina, a Downing Street, dopo il ricovero di Boris Johnson in terapia intensiva. L’organismo, nucleo ristretto del governo convocato quotidianamente nelle ultime settimane sull’emergenza coronavirus, era sempre stato guidato finora dal primo ministro Tory: anche (in videocollegamento) durante i 10 giorni del suo isolamento in casa prima del trasferimento in ospedale.

LA SCELTA DEL SUCCESSORE DOVREBBE ESSERE VOTATA

Da ieri sera, tuttavia, Raab, 46 anni, ministro degli Esteri e primo segretario di Stato, ha ricevuto formalmente la consegna di esercitare la supplenza. Nominalmente il sostituto non è indicato per il momento come primo ministro facente funzioni, non avendo Johnson o il suo il governo dichiarato “l’impedimento“. Laddove succedesse, la scelta del successore, anche temporaneo, dovrebbe esser comunque votata dal Consiglio dei ministri, visto che nel Regno Unito non vige un sistema istituzionale presidenziale e il premier è tecnicamente ‘primus inter pares’ fra i ministri. O in alternativa, ma è più laborioso, dovrebbe essere il partito di maggioranza, attualmente quello conservatore, a eleggere un leader ad interim, in automatico premier designato.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Boris Johnson in terapia intensiva per il coronavirus

Il premier, affetto da qualche giorno da Covid-19, è stato trasferito dopo che le sue condizioni si sono aggravate nel pomeriggio. il ministro degli Esteri Dominic Raab gli subentra per esercitare la supplenza.

Il premier britannico Boris Johnson è stato trasferito stasera in terapia intensiva al St Thomas hospital dopo che le sue condizioni sono peggiorate in seguito al ricovero per il coronavirus. Lo riferisce Downing Street precisando che il ministro degli Esteri Dominic Raab gli subentra per esercitare la supplenza.

“Fin da domenica sera – si legge in una nota diffusa stasera da Downing Street – il primo ministro è stato preso in cura dai medici del St Thomas Hospital, a Londra, dopo essere stato ricoverato per sintomi persistenti di coronavirus. Nel corso del pomeriggio le condizioni del Primo Ministro sono peggiorate e, su raccomandazione del suo team medico, è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale”. “Il Primo Ministro – riferisce ancora Downing Street – ha chiesto al ministro degli Esteri, Dominic Raab, che è Primo Segretario di Stato, di sostituirlo per quanto necessario. Il Primo ministro sta ricevendo cure eccellenti e ringrazia tutto lo staff dell’Nhs (il servizio sanitario nazionale britannico) per il suo lavoro e la sua dedizione”.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Boris Johnson ricoverato per il coronavirus

Il premier, contagiato oltre una settimana fa, in ospedale per ulteriori accertamenti. Mentre la regina Elisabetta parla alla nazione.

Allarme nel Regno Unito per la salute di Boris Johnson, ricoverato la sera del 5 aprile in ospedale per ulteriori accertamenti a 10 giorni da una forma di contagio da coronavirus definita al principio «lieve», ma che non accenna a passare. Un aggravamento, preceduto da inquietudini rimbalzate sui media a proposito delle sue condizioni, che minaccia di privare il Regno temporaneamente del suo primo ministro proprio nel momento in cui un messaggio straordinario alla nazione della quasi 94enne regina Elisabetta, trasmesso in televisione dal castello di Windsor, aveva provato a incoraggiare i britannici a essere «forti» e dar prova di autodisciplina, innanzi tutto restando a casa, per prevalere nella battaglia contro il virus. Una battaglia che invece per il capo del governo di Sua Maestà, 55 anni, impegnato da due settimane a predicare la necessità di un severo lockdown dopo gli iniziali auspici di una strategia più soft e graduale, sembra farsi meno facile.

OLTRE 600 DECESSI IN UN GIORNO

Sullo sfondo di un Paese dove il numero dei morti è ormai vicino al record europeo di giornata con 621 decessi in più in 24 ore. «Su consiglio del suo medico, il primo ministro è entrato stasera in ospedale per sottoporsi a esami», ha annunciato una portavoce di Downing Street. Si tratta di «una misura precauzionale poiché egli continua ad avere sintomi persistenti da coronavirus 10 giorni dopo essere stato testato positivo», ha provato a rassicurare la portavoce, aggiungendo che Johnson «ringrazia il personale dell’Nhs (il servizio sanitario nazionale, ndr) per l’incredibile duro lavoro che sta svolgendo e sollecita la popolazione a continuare a seguire la raccomandazione del governo di stare in casa per proteggere l’Nhs e salvare vite» umane. Sono tuttavia rassicurazioni che non spengono le ansie, né i timori che il premier conservatore possa essere costretto a cedere il bastone del comando per impedimento – almeno per un po’, ma nel pieno dell’emergenza – al suo assai meno carismatico vice de facto, il ministro degli Esteri e Primo segretario di Stato, Dominic Raab.

IL MINISTRO HANCOCK SI È RIPRESO

Poche ore prima, era del resto stato il titolare della Sanità, Matt Hancock, a sua volta reduce da un contagio da Covid-19, risolto però con una settimana d’isolamento, ad ammettere che Johnson – chiuso dal 27 marzo in un alloggio adiacente al numero 11 di Downing Street – ha ancora «febbre (alta secondo i giornali, ndr) e tosse», pure precisando che è «in buono spirito» e «saldamente al timone» della nave governativa. Un timone che invece ora – dopo una serie di video diffusi fino al 4 aprile via Twitter in cui certamente non era apparso in forma – deve momentaneamente lasciare.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il Regno Unito si prepara a uno «tsunami» di ricoveri

Gli ospedali di Londra sono già nel pieno dell'emergenza, e il resto del sistema sanitario nazionale attende «un'esplosione della domanda per pazienti gravi». Mentre il numero di contagi resta relativamente basso.

Gli ospedali di Londra sono già alle prese con «un’esplosione» di ricoveri legati al coronavirus e si attende nei prossimi giorni «uno tsunami continuo» di casi gravi. Lo ha detto oggi alla Bbc Chris Hopson, numero uno di Nhs Providers, un’associazione che rappresenta i manager del sistema sanitario britannico. «C’è un’esplosione della domanda per pazienti gravi», ha detto Hopson e le previsioni sono di ulteriori «ondate dopo ondate». «Ci aspettiamo uno tsunami continuo, secondo le parole che uso io spesso», ha aggiunto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Boris Johnson ordina il lockdown del Regno Unito

Il premier britannico abbandona definitivamente l'idea dell'immunità di gregge e impone misure restrittive "all'italiana": «È molto semplice, dovete stare a casa».

Negozi chiusi e tutti in casa: Boris Johnson ordina misure restrittive all’italiana per il Regno Unito contro la diffusione del coronavirus. Da stasera – ha annunciato il premier in un discorso alla nazione – stop a tutti gli esercizi commerciali non essenziali, mentre sono vietate riunioni in pubblico di più di due persone, con multe da 30 sterline ai trasgressori.

Parchi aperti in parte, luoghi di preghiera chiusi, si potrà uscire soltanto per lavoro, la spesa, portare a spasso il cane, far esercizio o per assistenza. La stretta, attesa da alcuni giorni, è stata annunciata da Johnson per ora per tre settimane e prevede che rimangano aperte le farmacie, i minimarket, i supermercati e gli alimentari in genere, le stazioni di servizi, i negozi di ferramenta e affini, quelli per i prodotti per gli animali domestici, i sanitari, gli uffici postali, le banche e le edicole. Chiuse invece, fra l’altro, le biblioteche. Quanto ai parchi, rimarranno aperti per fare esercizio, ma non sarà possibile andarci in gruppo e bisognerà osservare la distanza minima di due metri da qualunque altra persona. Le aree gioco e altri settori di ritrovo collettivo al loro interno verranno peraltro chiusi. Sospesi inoltre tutti gli eventi sociali, inclusi battesimi e matrimoni, ma esclusi funerali Il tono di Johnson è stato serio e ultimativo. Il premier ha spiegato che la minaccia “silenziosa” del coronavirus sta crescendo nel Regno come altrove nel mondo e che “nessun servizio sanitario” potrebbe far fronte a un picco di contagi concentrato. Ha ringraziato “i molti” che si sono adeguati alle raccomandazioni restrittive dei giorni scorsi, ma ha aggiunto che ora “occorre fare di più” per permettere ai medici di “salvare migliaia di vite umane”. L’indicazione è categorica: “Dovete stare a casa”, le uniche eccezioni sono previste per fare la spesa “il meno possibile”, fare esercizio “non più di una volta al giorno” e da soli o con gli animali domestici, uscire per comprare farmaci o assistere persone anziane o malate, e spostarsi per andare al lavoro “solo se strettamente necessario” e non sia possibile lavorare da casa. Tutto qui, ha insistito il primo ministro, prima di concludere che il coronavirus “può essere e sarà sconfitto”, ma a patto di agire “insieme” dando prova uno “sforzo nazionale” eroico e compatto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Come nel Regno Unito sta partendo la “disobbedienza civile” anti-coronavirus

Il premier Johnson tergiversa davanti al contagio. Chiedendo solo di evitare viaggi non necessari, pub e teatri. Ma le scuole restano aperte. La testimonianza di Matteo, italiano che vive a Manchester: «Siamo spaventati. In assenza di restrizioni stiamo pensando di lasciare i bambini a casa in massa». Così la quarantena inizia dal basso.

Brutale più che onesto, il premier britannico Boris Johnson sta facendo discutere da giorni per quella frase sull’emergenza coronavirus: «Molte famiglie perderanno prematuramente dei loro cari» a causa dell’infezione. Lo ha detto il 12 marzo, lasciando sgomenti gli inglesi. E anche i tanti italiani Oltremanica. Tra questi c’è Matteo, User Experience designer, di Trento, che vive e lavora con la famiglia – la moglie e due bambine – vicino a Manchester: «Oggi sto lavorando in smart working anche se la mia azienda non prevede il lavoro da casa come la maggior parte delle imprese inglesi», racconta al telefono a Lettera43.it.

CHIESTO DI RINUNCIARE AI CONTATTI SOCIALI

Ma in questa crisi sanitaria che sta colpendo tutta Europa e che in Italia è già a livelli drammatici, il governo in Uk cosa fa? Johnson si è solo in parte ravveduto annunciando il 16 marzo lo stop di tutti i viaggi non necessari, il lavoro da casa «per chiunque possa» e la rinuncia a contatti sociali pubblici: «Da ora dovete evitare pub, teatri, club e altri luoghi di ritrovo».

CHIUDERE LE SCUOLE FAREBBE «PIÙ MALE CHE BENE»?

E le scuole? Per ora restano aperte. Secondo il premier «chiuderele», con il livello attuale di contagio nel Paese, «farebbe più male che bene». Intanto però, ha fatto sapere il 16 marzo il Foreign Office sul suo sito, è stato innalzato ad «alto» il livello ufficiale di rischio in Gran Bretagna a causa della pandemia, per un totale accertato di 1.543 malati, 171 casi in più dei 1.372 conteggiati domenica, un incremento leggermente inferiore rispetto alle 24 ore precedenti.

UNA DECISIONE CHE NESSUNO STA PRENDENDO

Il numero dei test eseguiti ha superato invece quota 44 mila, con un ritmo giornaliero passato a circa 4 mila. La preoccupazione insomma cresce. Così come quella di Matteo: «La mia percezione è qui ci sia attesa che qualcuno prenda una decisione che non sta prendendo nessuno».

DOMANDA. Quindi sta lavorando in smart working per sua scelta?
RISPOSTA. Da contratto posso utilizzarlo due volte a settimana, lo sto facendo più che posso. Mia moglie come me lavora nel mondo della tecnologia, entrambi potremmo lavorare da remoto senza problemi, ma le aziende non lo prevedono. Lei sta andando in ufficio come sempre.

Johnson davvero non si sta preoccupando della pandemia?
Il governo dice «business as usual», e le aziende lo seguono. Qui la gente è abbastanza spaventata, uffici e scuole sono aperti come sempre.

Le scuole dunque sono aperte regolarmente?
Purtroppo sì. Ci sono parecchi italiani che conosco che hanno scelto di fare disobbedienza civile non portando più i bambini in classe. Le vacanze di Pasqua qui iniziano tra poche settimane, temo che vogliano ripensarci dopo quelle, ma sinceramente spero chiudano molto prima.

Gli altri genitori cosa pensano?
Stamattina parlavo con una mamma inglese mentre portavo le bambine a scuola. Non vorrebbe più mandare i suoi figli, mi ha detto che dovremmo metterci d’accordo in massa come genitori perché se sta a casa tutta la classe è un conto, un solo bambino o due è complicato. Quello della scuola in questo momento è il problema principale.

Quindi in assenza di misure ufficiali voi genitori state pensando di fare un’azione del basso?
Sì. Alcuni l’hanno già fatto.

Le dichiarazioni del premier britannico sono state tutt’altro che rassicuranti.
La comunicazione è stata terrificante. Secondo me c’è stato un calcolo politico molto astuto da parte sua nel dire: «Io vi ho avvisato che potrebbero morire un sacco di persone, se non succede siete contenti, se succede io ve lo avevo detto, non è colpa mia».

Come avete reagito a quel «perderete i vostri cari?»
Ci siamo incazzati, però purtroppo cosa possiamo fare? Le scuole non possono chiudere per propria iniziativa. E allora ci stiamo pensando noi cittadini.

Non riscontrate nessuna differenza nelle abitudini delle persone?
No: si prendono i mezzi pubblici affollati e non si vede nessuno girare con le mascherine, tranne che nella comunità cinese.

Lei come ti stai comportando?
Cerco di non uscire o di farlo meno possibile. Le mascherine le ho ordinate online. La settimana scorsa sono andato in ufficio in auto, anche se le spese sono molto più alte, ma per me è l’unico modo per essere più sicuro. In ufficio per fortuna non siamo in tanti, ma anche solo uscendo dal bagno, dopo esserti lavato le mani, devi toccare tre maniglie.

Al lavoro vi hanno detto di attenervi alla misura di sicurezza di almeno un metro di distanza interpersonale?
No, l’unica accortezza è aver messo l’Amuchina nei dispenser. Qui l’unico avviso del governo è stato: «Lavatevi le mani!» (risata sarcastica, ndr).

Com’è la situazione nei supermercati?
Ci sono stato ieri, sono affollati dalle famiglie con bambini a seguito. Per me è incredibile vedendo cosa sta succedendo da voi in Italia. Anche in Spagna e Germania stanno chiudendo tutto, e noi? Ci comportiamo come se non ci potesse succedere niente?

Niente scorte nei supermercati?
L’assalto c’è eccome, e fa capire che le persone sono preoccupate. Mancano pasta e carta igienica, dettaglio che a noi fa ridere, ma ricordiamoci che gli inglesi non hanno il bidet! Scherzi a parte, qui molta gente è spaventata, ma altrettanta è tranquilla. Io rientro nella prima categoria.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, il Regno Unito ha imposto l’autoisolamento per chi viene dal Nord Italia

La quarantena è obbligatoria anche se i sintomi non sono presenti o evidenti. Il Foreign Office ha specificato che, oltre ai cittadini del nostro Paese, i provvedimenti riguardano anche chi arriva da Iran, Corea del Sud, Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar.

Il Regno Unito ha imposto dal 25 febbraio “l’auto-isolamento” per 14 giorni a scopo precauzionale a tutti coloro che arrivano arrivano dal Nord Italia (a nord di Pisa, Firenze e Rimini) e presentino sintomi «anche leggeri” d’un potenziale contagio da coronavirus. E la quarantena obbligata anche senza sintomi di sorta, per lo stesso periodo di tempo, per tutti coloro che arrivino dai paesi e dalle città della Lombardia e del Veneto isolati su decisione del governo italiano. Lo si legge nelle indicazioni aggiornate dei suggerimenti del Foreign Office.

COME FUNZIONA LA QUARANTENA OBBLIGATORIA

L’obbligo di quarantena anche in assenza di sintomi è stato esteso dal governo britannico, oltre che a chi arriva nel Regno Unito dalla provincia cinese dell’Hubei, epicentro dell’infezione da coronavirus, anche a tutti coloro che vi siano arrivati a partire dal 19 febbraio dall’intero Iran, dalle aree della Corea del Sud indicate da Seul a rischio e dalle aree «in isolamento dell’Italia settentrionale così come indicato dal governo italiano». Mentre la quarantena, in caso di sintomi di qualunque entità, viene estesa per chi sia arrivato nel Regno Unito dal 19 febbraio da tutta l’Italia settentrionale (indicata dal Foreign Office da una linea che passa subito a nord di Pisa, Firenze e Rimini), oltre che da Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar.

I DATI DEL CORONAVIRUS NEL REGNO UNITO

All’interno dell’Uk, spiega il Foreign Office nelle sue linee guida, citando dati aggiornati al 24 febbraio delle autorità sanitarie britanniche, finora sono state testate 6536 persone in totale per sospetti da coronavirus, con 9 casi positivi e 6527 negativi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Inghilterra insorge: mascotte costrette a pagare in Premier League

Polemiche a non finire per le esose richieste di molti club per permettere ai bambini di fare ingresso in campo al fianco dei calciatori. C'è chi, come il West Ham, arriva a chiedere fino a 700 sterline.

I sogni non sono gratis, almeno in Premier League. Neppure per i bambini, che ambiscono a quella magica passerella che fa da preludio alle partite di calcio. I genitori delle mascotte, infatti, sono costretti a pagare cifre esorbitanti, anche superiori al costo di un abbonamento, per realizzare il sogno dei propri figli.

FINO A 700 STERLINE PER AFFIANCARE I CALCIATORI

Il West Ham, per esempio, chiede 700 sterline, più di 800 euro, per la camminata d’ingresso prima del fischio d’inizio mano nella mano con i calciatori, più 80 per l’acquisto del kit (la divisa completa) da far indossare; il Leicester è a quota 600 sterline, il Tottenham a 405.

PREZZI ALLE STELLE ANCHE IN CHAMPIONSHIP

La situazione non migliora in Championship, il campionato di seconda divisione, dove il Nottingham Forest chiede una quota che oscilla fra le 500 e le 650 sterline, dipende dall’importanza delle partite; lo Swansea, retrocesso nella scorsa stagione, invece, ha abbassato le pretese da 450 a 399 sterline. Una speculazione sulla quale adesso promette di intervenire persino il presidente della Commissione sport del governo, Julian Knight. «Essere una mascotte, ormai, è diventato un privilegio per le famiglie più ricche, in totale contrasto con le origini operaie del gioco del calcio», ha dichiarato Knight al Daily Telegraph.

L’UNICA ECCEZIONE PROVIENE DAI TOP CLUB

I top club sono l’eccezione che conferma la regola, permettendo di far vivere gratuitamente questo tipo di esperienza, un modo per fidelizzare i tifosi più giovani: Manchester City, Manchester United, Chelsea o Liverpool non chiedono alcunché ai propri tifosi a patto però che siano abbonati alle partite casalinghe. Sono i club medio piccoli a sfruttare senza scrupoli, come una fonte extra di guadagno, in maniera diretta o indiretta, la passione dei sostenitori.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Johnson rispolvera l’idea del ponte Scozia-Irlanda del Nord

Il premier britannico ripropone il progetto di collegare la Gran Bretagna all'Ulster, un'opera che ciclicamente ritorna nel Regno Unito. E che secondo i critici è solo un diversivo per l'opinione pubblica.

Rispunta nel Regno Unito l’idea di un progetto per la realizzazione di un ponte in grado di collegare l’Irlanda del Nord alla Scozia. Un feticcio che da decenni ritorna ciclicamente a Londra, rendendo inevitabile il paragone con l’italico Ponte sullo Stretto di Messina. A rilanciarla è il premier conservatore britannico Boris Johnson in persona, pronto a sfidare i dubbi sulla fattibilità della mastodontica opera pur di provare a immaginarla come un simbolo del legame con il Regno delle due nazioni più ostili alla Brexit: nazioni laddove il divorzio dall’Ue ha dato ossigeno ai fremiti di secessione. Johnson ha incaricato il suo staff di avviare una valutazione preliminare della cosa, ha riferito un portavoce di Downing Street. «Al momento ci prepariamo a studiare l’idea», ha quindi puntualizzato con una nota di cautela. Già nel 2018 Johnson, evidentemente attratto da progetti che possono stimolare la fantasia degli elettori, aveva tirato fuori la proposta.

ENTUSIASMO DEGLI UNIONISTI NORDIRLANDESI

A Belfast l’annuncio incontra l’entusiasmo di esponenti del Dup, il maggiore partito della destra protestante unionista nordirlandese. Ma non mancano opinioni assai meno favorevoli; mentre lo scetticismo prevale a Edimburgo, specialmente da parte degli indipendentisti dell’Snp, al governo in Scozia. Interrogativi sugli ostacoli tecnici e sui costi si levano inoltre da tempo da parte di diversi specialisti. Come succede da noi, il sospetto che sorge nella mente degli scettici è che il governo di turno proponga l’opera per distrarre l’opinione pubblica da problemi più urgenti.

UN PROGETTO DA 17-23 MILIARDI

In teoria il punto più stretto per realizzare l’ipotetico ponte è di 19 chilometri, ma sarebbe troppo poco utile dal punto di vista logistico, connettendo l’Irlanda del Nord a un punto della Scozia difficilmente raggiungibile e lontano dalle principali arterie. Per collegare due punti veramente utili ai trasporti, il punto dovrebbe essere lungo circa 33 chilometri. Il ponte, che collegherebbe Larne a Portpatrick, avrebbe un costo minimo stimato tra i 17 e i 23 miliardi di euro.

Johnson, già promotore di grandi progetti (ponti inclusi) da sindaco di Londra, si è limitato a parlare a suo tempo di «un’idea molto interessante», degna di essere approfondita. Mentre il deputato del Dup Ian Paisley si era detto pronto a dicembre, in caso di realizzazione reale dell’opera, di avviare una campagna per ribattezzarla “Ponte Boris“.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La prima ministra della Scozia spinge per l’indipendenza da Londra

Nicola Sturgeon in visita a Bruxelles ha ribadito di volere un altro referendum dopo quello del 2014 per uscire dal Regno Unito e rientrare in Ue.

Il desiderio della Scozia è di «tornare nel parlamento europeo come una nazione indipendente. È risaputo che la maggioranza degli scozzesi ha scelto di rimanere nell’Ue quando è stata fatta loro la domanda durante il referendum del 2016», ha detto il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon durante un evento ospitato dallo European policy centre a Bruxelles. «Stiamo lasciando l’Ue in un momento in cui non abbiamo mai beneficiato così tanto dell’Unione, in cui non c’è mai stato così tanto bisogno di Ue», ha detto la premier.

«SERVE UN ALTRO REFERENDUM»

«Sono una democratica e credo che per diventare indipendenti (dal Regno Unito, ndr) in maniera legittima serva dimostrare che questa è la volontà della maggioranza dei cittadini», ha continuato la Scozia, «si tratta di una questione democratica che va risolta politicamente e democraticamente», ha detto Sturgeon, per questo serve un referendum e non solo una dichiarazione d’indipendenza da parte del governo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Che conseguenze avrà la Brexit sulle donne

L'uscita della Gran Bretagna dall'Ue è ormai compiuta. Ma restano anche da definire gli accordi commerciali. E chi corre maggior rischio in caso di "no deal" sono le lavoratrici.

Con l’ultimo passo compiuto venerdì 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato definitivamente l’Unione europea. Dopo quattro anni di trattative, tre piani di ritiro falliti e due elezioni generali, è davvero questo il momento storico in cui la Brexit diventerà veramente realtà?

Il nuovo presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, ha insistito sul fatto che il periodo di tempo non è realistico. Inoltre, gli esperti sono preoccupati che negoziazioni frenetiche creeranno uno scenario in cui la Gran Bretagna se ne andrà bruscamente senza alcun accordo – o con un accordo ridicolo – sulle relazioni future e i commerci.

In entrambi i casi, molti analisti incano come il rischio di una crisi senza precedenti e dalle innumerevoli sfaccettature per il Paese di Sua maestà sia più di un rischio. Crisi che potrebbe avere un impatto maggiore sulle donne.

IN CASO DI CRISI ECONOMICA LE DONNE SONO LE PRIMA A ESSERE SACRIFICATE

L’incertezza di cosa succederà davvero rende difficile valutare nel dettaglio quale impatto la Brexit avrà sulla popolazione femminile. Tuttavia, è fuori discussione che i nuovi accordi commerciali avranno sicuramente delle ripercussioni significative: deal o no deal – l’economia dell’Inghilterra è proiettata in una spirale negativa. Ed è in queste situazioni di crisi che le donne, in particolare quelle appartenenti a minoranze etniche, soffrono di più. Perché sono sovrarappresentate in settori specifici e ad alto rischio in caso di recessione economica. Secondo la ricerca Women, Employment and Earnings, pubblicata sul Women’s Budget Group nel 2018, la maggior parte delle impiegate inglesi, oltre ad avere una retribuzione inferiore rispetto agli uomini, ha lavori part-time e un contratto a tempo determinato. E quando la situazione finanziaria vacilla, questi sono i primi posti che vengono tagliati.

Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali

Mary-Ann Stephenson, direttrice del Women’s Budget Group, e coautrice della ricerca Exploring the Economic Impact of Brexit on Women (marzo 2018), ha spiegato: «Le donne e gli uomini occupano una posizione diversa nell’economia. Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali, sia che si tratti di una maggiore liberalizzazione o di restrizioni. È più difficile per le donne trarre vantaggio da nuove situazioni perché sono più soggette un impatto negativo».

SENZA L’UE GRAN BRETAGNA PIÙ DEBOLE SULLA PARITÀ DI GENERE

Non solo i lavori, a rischio ci sono anche alcuni diritti fondamentali. L’Ue, nel corso degli anni, ha creato una serie di atti legislativi a favore delle donne che il Regno Unito è stato costretto a rispettare. Infatti, le leggi sulle pari opportunità, il congedo di maternità e le molestie sul lavoro arrivano proprio da Bruxelles. Alcune regolamentazioni a riguardo erano già presenti nello Stato ancora prima che il parlamento europeo le dichiarasse obbligatorie, tuttavia quest’ultimo fornisce un ulteriore livello di protezione laddove l’interpretazione nazionale dei diritti femminili è messo in questione.

In aggiunta, l’Unione è in trattativa per migliorare le condizioni di congedo parentale retribuito, il che dovrebbe riequilibrare la quantità di ore spese in lavori domestici di mamme e papà. Dulcis in fundo, c’è pressione sui governi affinché vengano approvate legislazione più complete per condannare la violenza maschile. Ma la domanda adesso è: cosa succederà a questo insieme di normative una volta che la Gran Bretagna ha lasciato l’Ue? In precedenza, Theresa May aveva incluso nella sua proposta la volontà di mantenere tali protezioni anche dopo la Brexit. Ma Boris Johnson non ha ancora espresso in maniera netta la sua opinione a riguardo. Sembra molto improbabile che il Regno Unito volti le spalle all’uguaglianza di genere ma, ancora una volta, il futuro è incerto.

IL RISCHIO PER IL SISTEMA SANITARIO DEL REGNO UNITO

L’uscita del Paese dall’Unione avrà forti conseguenze anche sui servizi pubblici. Ad esempio, la maggior parte del personale del sistema sanitario (77%) è costituito da donne, in maggioranza straniere. Stando alle ultime statistiche (condotte dal governo su 88 ospedali inglesi), sono più di 22 mila coloro che hanno lasciato la propria occupazione in questo ambito, tra cui 8.800 infermiere. Migliaia di posti di lavoro sono ora vuoti, e la situazione potrebbe ancora peggiorare quando la Brexit avrà effettivamente inizio. Il sistema andrà in crisi. E chi si prenderà cura di bambini e parenti? In poco tempo il Regno Unito si ritroverà con un alto numero di mamme, figlie e sorelle che saranno costrette ad abbandonare il lavoro e stare a casa per provvedere all’assistenza della famiglia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Brexit e il rischio di una Gran Bretagna fuori dal mercato unico

Fra un mese si tiene la trattativa fra Ue e Londra per decidere quanti degli attuali accordi commerciali possano essere essere mantenuti. Se cambieranno il meno possibile, l'uscita dall'Europa potrebbe rivelarsi un successo. Ma non sarà facile accetarlo per chi si aspettava un cambiamento radicale.

Il penultimo atto della saga Brexit si è chiuso a Bruxelles mercoledì 29 gennaio con il sì del parlamento europeo all’accordo di uscita del Regno Unito dalla Ue. C’è stato anche il polemico addio di Nigel Farage – Mr. Brexit – , che ha auspicato l’inizio della fine per «l’odiato» (sic) progetto europeo. E c’è stato il malinconico, un po’ melodrammatico, ma appropriato canto dell’Auld Lang Syne (Valzer delle candele, in Italia, o più propriamente Il canto dell’addio) da parte dei deputati, compresi i britannici pro-Ue. Il tutto chiuso da un “arrivederci” di molti ai colleghi d’oltre Manica, che lo abbiano gradito o no. «Non torneremo», ha detto Farage.

È probabile che non ci sarà nessun ritorno. Prima di tutto perché può darsi che starsene fuori dalle regole Ue e dalla giurisdizione della Corte europea del Lussemburgo si dimostri un vantaggio, come si potrà verificare o meno al momento opportuno; ora comunque è difficile vedere come possa essere vantaggioso abbandonare il libero accesso al più grosso e ricco mercato mondiale.

E poi perché un Paese orgoglioso come la Gran Bretagna farebbe l’impossibile per non perdere la faccia. O meglio lo farebbe, l’impossibile, l’Inghilterra, visto che il parlamento scozzese ha votato con una maggioranza modesta ma chiara (9 voti su 129) di mantenere la bandiera europea azzurro stellata sul parlamento monocamerale di Edimburgo, in funzione dal 1999; gli scozzesi votarono remain al referendum del 2016 con una maggioranza del 62% e con nessuno dei collegi elettorali finito ai brexiteer.

LA VERA BREXIT COMINCERÀ TRA UN ANNO

La Brexit, quella vera, incomincia adesso. O meglio, incomincerà fra un anno. Finora si è trattato di una battaglia politica e legale. E fino a tutto il 2020 merci e servizi si muoveranno liberamente come prima. Poi, si cambierà. I tempi sono molto stretti per un accordo complesso, ma il premier Boris Johnson e i suoi sono chiarissimi: si è fuori del tutto con il primo gennaio 2021. Solo allora si incomincerà a vedere come funziona.

In Gran Bretagna ormai tutti in qualche modo per amore o per forza pro Brexit

Verranno poi alcuni anni cruciali per dimostrare ai britannici che fuori dall’Unione si sta molto meglio. Questa è la promessa. E questa va mantenuta, in un Paese dove alle ultime politiche del 12 dicembre scorso i conservatori, ormai tutti in qualche modo per amore o per forza pro Brexit, hanno stravinto nel sistema maggioritario secco ma il 53% dei voti è andato a partiti che, per quanto disorganizzati, confusi e impari alla lotta avevano promesso comunque, tutti, un secondo referendum. Questo vuol dire che i britannici avranno una certa attenzione per verificare come si sta fuori dall’Unione.

FARAGE FAVOREVOLE AL MERCATO, NON ALL’UNIONE POLITICA

Farage, in una breve conferenza stampa il 29 gennaio a Bruxelles tenuta prima del suo intervento in aula, ha anche accennato alla possibilità di un secondo referendum fra alcuni anni, per chiudere definitivamente la partita una volta che la nazione avrà visto tutti i vantaggi dello starsene fuori. Per due-tre anni e forse più, a partire dal 2021, si starà quindi a vedere. Poi o sarà un sollievo e una soddisfazione condivisa essere usciti, o incomincerà una sorta di marcia a ritroso.

I termini della questione non sono difficili e lo stesso Farage che pure voleva dire altro li ha implicitamente enunciati il 29 gennaio nell’emiciclo. I miei genitori – ha detto – votarono per il Mec a suo tempo (ci fu un referendum che nel 1975 confermò con il 67% di favorevoli l’adesione scattata nel 1973), ma quella era la partecipazione a un grande mercato; poi, ha aggiunto Farage, è venuto un progetto politico e addirittura si parla ora di un esercito europeo, e a questo diciamo no.

Ora si tratta di stabilire se costa e quanto costa andarsene dall’Ue

Tradotto significa: eravamo per i vantaggi economici, non eravamo e non siamo per una continua erosione della sovranità nazionale. Si tratta quindi, è la conclusione che Farage non ha tratto ma evidentissima, di stabilire se costa e quanto costa andarsene, a che punto cioè del bilancino si trova l’equilibrio fra interessi economici e soddisfazione dello spirito nazionalista. Che va oltre, come noto, il sano patriottismo e appartiene a una sfera ideologica facilmente ipertrofica.

LA PREOCCUPAZIONE DELLE IMPRESE DEL REGNO UNITO

I segnali da parte dei conservatori britannici sono evidenti e vanno per ora nel senso di un futuro difficile. A suo tempo i brexiteer dichiaravano, mentendo, che «esiste un’area di libero scambio che va dall’Islanda alla Turchia e tutte le nazioni europee vi hanno accesso, che siano o non siamo nell’euro e nella Ue, e dopo il voto rimarremo comunque in questa zona». Così diceva dal podio nell’aprile 2016 Michael Gove, con Johnson massimo protagonista della campagna referendaria e oggi ministro nel suo governo. Adesso parlano diversamente, con un «sempre molto chiari» di troppo. «Siamo sempre stati molto chiari», ha infatti dichiarato il portavoce del premier, «nel dire che lasciamo ora l’unione doganale e il mercato unico Ue e questo significa che le imprese dovranno prepararsi a una vita fuori da queste realtà». Cioè le vecchie frontiere per merci e servizi, i vecchi moduli, i vecchi controlli. Che è l’opposto di quanto dichiarava a suo tempo Gove.

Non solo, in una importante intervista di metà gennaio al Financial Times, il ministro del Tesoro (cancelliere dello Scacchiere) Sajid Javid è stato chiarissimo: «Non ci sarà nessun allineamento [alle normative e standard Ue, ndr], non saremo succubi delle regole altrui, non saremo nel mercato unico e non saremo nell’unione doganale». Ciò significa un rilancio in concorrenza conto il marchio Ce, nato anche per armonizzare le produzioni europee, e un rilancio di uno standard britannico gestito pare dal Bsi, il British standard institute. La reazione di molte imprese è stata sconcertata.

Il marchio Ce è ormai moneta corrente ed è tutto quanto serve, ma gli sputano sopra (sic) solo perché è europeo

Andrew Varga di Seetru, costruttore di valvole industriali a Bristol

«Adottare regole e standard diverse è puramente dottrinario e ideologico e non ha alcun senso sul piano pratico», ha dichiarato Andrew Varga di Seetru, costruttore di valvole industriali a Bristol, «il marchio Ce è ormai moneta corrente ed è tutto quanto serve, ma gli sputano sopra (sic) solo perché è europeo: vogliono standard della “Grande Britannia”, questo il punto». Creare nuovi standard è lungo, spesso complicato, certamente costoso, servono per moltissimi prodotti, dalla marmellata alle più sofisticate apparecchiature. Con che utilità si farà, se si farà, questa gigantesca operazione? Uno standard produttivo vale ormai solo se può imporsi a livello globale, se non è un futile esercizio d’orgoglio. E con un mercato interno di 66 milioni di persone Londra pensa forse di tornare ad essere uno standard capace di imporsi al globo?

LA TRATTATIVA TRA LONDRA E UE PER DEFINIRE I NUOVI RAPPORTI

L’ultimo atto incomincerà quindi fra un mese con la complicata trattativa bilaterale, fra Bruxelles e Londra, per vedere quanto del libero mercato può essere mantenuto per beni e servizi e altro e quanto invece va rivisto, e diventa meno libero. Se sarà un buon accordo che cambierà il meno possibile i rapporti attuali, il successo della Brexit è possibile. Ma non sarà facile perché Brexit vuol dire “cambiare”; è stata una battaglia ideologica ispirata dal più puro nazionalismo, con i suoi sacerdoti che ora vigileranno sulla purezza del tutto, ma come diceva Pietro Nenni «gareggiando a fare i puri troverai sempre uno più puro che ti epura». Quindi cambierà molto nei rapporti con il continente e vedremo nel tempo con quale equilibrio fra costi e ricavi. A meno che Boris Johnson, gran teatrante e che vuole essere rieletto fra più o meno cinque anni, e quindi non vuole problemi inutili al di là delle sparate di oggi e anche di domani, non decida di risolvere tutto con una grande sceneggiata che cambi poco la realtà. Ma finora non è così.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi è Vale de Almeida, primo ambasciatore Ue in Regno Unito

Portoghese, in passato è stato rappresentante dell'Unione presso l'Onu e gli Usa. Nella sua delegazione ci sarà anche il diplomatico italiano Bianchi.

L’ex ambasciatore dell’Ue presso l’Onu e gli Usa, il portoghese Joao Vale de Almeida, sarà il primo capo della delegazione dell’Ue presso il Regno Unito dopo la Brexit. Lo ha annunciato in una nota il capo della diplomazia Ue, Josep Borrell, specificando che il nome è stato già notificato al governo britannico.

NELLA DELEGAZIONE ANCHE L’ITALIANO BIANCHI

Vale de Almeida prenderà possesso del suo ufficio a Londra il primo febbraio, una volta compiuto il divorzio fra il Regno Unito e l’Ue. Il Regno diventerà un Paese terzo per l’Unione, che sarà quindi rappresentata sul territorio da una delegazione. Secondo quanto si apprende, della delegazione Ue farà parte anche il diplomatico italiano Federico Bianchi, incaricato tra l’altro di tenere i rapporti con i media. Attualmente Bianchi è vicedirettore per l’area del Mediterraneo e consigliere per la Brexit al ministero degli Esteri italiano. Prima dell’attuale incarico a Roma, Bianchi è stato portavoce dell’ambasciata d’Italia a Londra.

VON DER LEYEN E MICHEL FIRMANO L’ACCORDO SULLA BREXIT

Il 24 gennaio Ursula von der Leyen e Charles Michel hanno firmato l’accordo sul divorzio del Regno Unito dall’Ue, aprendo la strada alla sua ratifica da parte del parlamento europeo. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su Twitter che «le cose cambieranno inevitabilmente, ma la nostra amicizia rimarrà. Iniziamo un nuovo capitolo come partner e alleati». Il 23 gennaio la commissione affari costituzionali dell’Europarlamento aveva dato un primo via libera all’accordo, mentre mercoledì 29 gennaio toccherà alla plenaria del parlamento Ue. Il giorno dopo che il parlamento europeo avrà dato il suo consenso, il Consiglio adotterà, mediante procedura scritta, la decisione relativa alla conclusione dell’accordo a nome dell’Ue.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Regno Unito, l’accordo sulla Brexit è legge

La regina ha firmato il documento concordato da Johnson e Bruxelles. Entro fine gennaio il via libera definitivo del parlamento Ue.

L’accordo sulla Brexit raggiunto da Boris Johnson con Bruxelles è legge nel Regno Unito. Lo ha sancito il 23 gennaio la regina, apponendo la sua firma (Royal assent) sotto il testo dello European Union Withdrawal Agreement Act, che 24 ore prima aveva concluso l’iter di ratifica parlamentare a Westminster a tre anni e sette mesi dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Ue del 2016. L’annuncio del Royal assent è stato formalizzato alla Camera dei Comuni, fra gli applausi di alcuni deputati Tory, incluso il vice speaker Nigen Evans.

UN DIBATTITO DURATO OLTRE TRE ANNI

La firma della regina segna la fine di un dibattito caratterizzato da accese divisioni sia all’interno del palazzo di Westminster sia in seno al Paese. Un dibattito attraversato da scontri aspri, dal cambiamento di governi nel Regno Unito, dal passaggio di consegne in casa Tory fra la premiership di Theresa May e quella di Johnson e da due successive elezioni politiche anticipate – nel 2017 e nel dicembre scorso – dopo il risultato favorevole alla Brexit del referendum del giugno 2016. L’epilogo era ormai scontato sulla scia del successo conservatore alle urne del mese scorso, conquistato da Johnson all’insegna dello slogan “Get Brexit done” (“Portiamo a compimento la Brexit”), che ha garantito al primo ministro in carica il sostegno di una larga maggioranza ai Comuni.

Siamo al termine di un lungo cammino, un risultato che qualcuno di noi aveva pensato non sarebbe mai arrivato

Martin Callanan, viceministro per la Brexit

«Siamo al termine di un lungo cammino, un risultato che qualcuno di noi aveva pensato non sarebbe mai arrivato», ha commentato con sollievo dopo l’atto finale della Camera alta lord Martin Callanan, viceministro per la Brexit. Il quale ha tuttavia cercato di rassicurare anche le opposizioni e le voci contrarie all’uscita dall’Ue: garantendo che il parlamento avrà ampio spazio per «scrutinare i temi discussi» nell’ambito della legge quadro appena approvata (EU Withdrawal Agreement Bill) nei prossimi passaggi normativi riguardanti i molteplici e complessi aspetti del divorzio dall’Ue e del dopo Brexit nel Regno.

IL VIA LIBERA DEFINITIVO DELLA PLENARIA

Il 24 gennaio, intanto, toccherà ai presidenti della Commissione Ue e del Consiglio europeo, Ursula von der Leyen e Charles Michel, firmare l’accordo, un passo necessario dal punto di vista legale per permetterne la ratifica. Dopo l’ultimo via libera della commissione Affari costituzionali del parlamento europeo, l’ok definitivo all’accordo lo darà la plenaria nell’ultima settimana di gennaio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

È morto Terry Jones, star dei Monty Python

L'attore e musicista gallese è morto a 77 anni. È il secondo del celebre gruppo a uscire per sempre dalle scene.

Addio a Terry Jones, uno dei grandi protagonisti dell’epopea dei Monty Python, il gruppo comico capace di segnare un’epoca – nel Regno Unito e nel mondo – fra tv, cinema e teatro. L’attore e musicista gallese è morto a 77 anni, come reso noto oggi dal suo agente. Jones è il secondo dei Monty Python a uscire per sempre dalle scene, dopo Graham Chapman.

NEL 2016 IL BAFTA ALLA CARRIERA

Del gruppo, discioltosi da tempo, rimangono sulla breccia John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle e Michael Palin, che proprio con Terry Jones – conosciuto in gioventù a Oxford, dove si erano entrambi laureati – aveva poi formato un affiatato tandem di autori di testi. Malato da qualche anno, Jones aveva ricevuto nel 2016 un riconoscimento alla carriera da parte del Bafta, l’academy britannica, salutata da una pubblica ovazione.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa dice l’accordo tra Harry, Meghan e la regina Elisabetta

Il prezzo della libertà dei duchi di Sussex comprende la rinuncia dell'utilizzo del titolo di altezze reali e la restituzione di 2,4 milioni di sterline.

Il prezzo della libertà, punto per punto, nell’accordo raggiunto fra i duchi di Sussex e Buckingham Palace. Harry e Meghan non saranno più ‘membri attivi‘ della famiglia reale e per questo dovranno rinunciare all’utilizzo del titolo di altezze reali, nonchè a ricevere fondi pubblici. E si impegnano anche a restituire quei 2,4 milioni di sterline di denaro dei contribuenti utilizzati per ristrutturare Frogmore Cottage, che resterà comunque la loro residenza nel Regno Unito.

LA REGINA «LIETA» DI AVER TROVATO UNA VIA COSTRUTTIVA

Una questione di giorni e non settimane, si era detto, per trovare la quadra dopo che la coppia aveva manifestato il desiderio di fare un passo indietro rispetto ai suoi impegni nell’ambito della famiglia reale. E così è stato: a pochi giorni dal ‘summit su Sandringham’ in cui la regina Elisabetta II aveva acconsentito a rispettare la volontà del nipote, la sovrana scrive un’altra pagina di storia del suo lungo regno e detta le regole del ‘passo indietro’ senza precedenti voluto dal più piccolo dei figli di Carlo e Diana. Dopo «molti mesi di conversazioni e discussioni più recenti» la regina si è detta «lieta di aver trovato insieme una via costruttiva e di sostegno per il nipote e la sua famiglia», recita un comunicato diffuso da Buckingham Palace che di fatto illustra la nuova vita dei duchi di Sussex, così come emerge adesso dopo il certosino lavoro affidato ad esperti e consiglieri di corte.

«HARRY, MEGHAN E ARCHIE SARANNO SEMPRE AMATI MEMBRI DELLA MIA FAMIGLIA»

Nel comunicato c’è anche – e di nuovo – quel tocco personale che Elisabetta II sembra aver voluto riservare a questa vicenda e, forse, a un nipote per cui ha da sempre avuto un debole. «Harry, Meghan e Archie saranno sempre amati membri della mia famiglia. Riconosco le difficoltà cui hanno dovuto far fronte a causa della pressione negli ultimi due anni e sostengo il loro desiderio per una vita più indipendente», si legge. Poi un pensiero anche per Meghan: «Voglio ringraziarli per tutto il loro lavoro zelante nel Paese, nel Commmonwealth e oltre. Sono particolarmente orgogliosa di come Meghan sia diventata così velocemente parte della famiglia». Quindi l’augurio per il futuro: «È nelle speranze di tutta la mia famiglia che l’accordo di oggi consenta loro di costruire una felice e pacifica nuova vita».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Brexit, Javid ammette: «Alcune aziende non ne beneficeranno»

Il cancelliere dello Scacchiere britannico in una intervista al Financial Times ha aggiunto che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue». E ha esortato le aziende ad «adattarsi alle nuove misure».

Alcune aziende beneficeranno della Brexit, «altre no». Lo ha detto il Cancelliere dello scacchiere britannico, Sajid Javid, in un’intervista al Financial Times.

Dopo il divorzio da Bruxelles, ha spiegato il ministro, «ci sarà un impatto in un modo o nell’altro». Javid ha anche annunciato che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue» e che il Regno Unito, entro la fine dell’anno, «non sarà nel mercato unico». Javid ha poi esortato le aziende per ad «adattarsi alle nuove misure».

LE CELEBRAZIONI PER IL 31 GENNAIO

Il giorno clou è il 31 gennaio, quando il Regno Unito lascerà l’Ue. Il premier Boris Johnson terrà un discorso per l’occasione e sarà coniata una speciale moneta da 50 pence sulla quale saranno incise le parole: «Pace, prosperità e amicizia con tutte le nazioni». Intanto prosegue la raccolta fondi online per pagare i costi della riapertura del Big Ben di Londra e consentire di farlo suonare a festa allo scoccare della formalizzazione della Brexit, alle 23 ora locale. In pochi giorni sono stati raccolte 200 mila sterline, ma ne servono almeno 500 mila. In alternativa, il governo britannico ha deciso di proiettare un orologio sulla facciata di Downing Street per scandire il tempo. Tutti gli edifici attorno a Whitehall, palazzo del governo saranno illuminati, mentre nella piazza del Parlamento sventoleranno le Union Jack.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché i canadesi non vogliono Harry e Meghan

Cittadini e stampa si schierano contro il trasferimento dei Sussex. Dal problema dei costi al nodo costituzionale: le ragioni di una convivenza difficile.

I canadesi sbattono la porta in faccia a Harry e Meghan. Ben il 73% è contrario alla prospettiva di un trasferimento a proprie spese dei duchi del Sussex, che dopo il “divorzio” dalla famiglia reale hanno intenzione di dividersi tra il Regno Unito e il Canada, ex dominio britannico. Idea che non piace neanche alla stampa di Ottawa e dintorni, da cui si levano voci contro Harry e Meghan. Già alcuni giorni fa, il premier canadese Justin Trudeau aveva sollevato il problema della tutela che il Paese nordamericano – legato tuttora alla Corona britannica – dovrebbe garantire alla coppia e al piccolo Archie. Non senza evocare la necessità di «colloqui» ad hoc per stabilire la suddivisione dei costi.

SOLO IL 3% PAGHEREBBE IL TRASFERIMENTO DI HARRY E MEGHAN

Secondo un sondaggio condotto dall’organizzazione no profit Angus Reid Institute, solo il 3% dei canadesi ritiene che il Paese dovrebbe accollarsi i costi di trasferimento e della loro sicurezza sul territorio canadese. Un canadese su quattro crede che la famiglia reale britannica abbia oggi meno rilievo nella vita del Canada, mentre il 41% ritiene che non ne abbia affatto. Oltre al tema dei costi, c’è poi un doppio nodo da sciogliere: quello della cittadinanza (per cui Harry e Meghan dovrebbero fare domanda come qualsiasi altra persona, senza privilegi) e quello costituzionale. Se infatti Ottawa riconosce Elisabetta II come “Regina del Canada”, diverso è il discorso per i suoi eredi, che non hanno alcun ruolo costituzionale. L’arrivo dei Sussex, scrive il quotidiano The Globe and Mail, «tocca una delle questioni costituzionali più spinose della monarchia moderna: come mantenere una chiara distinzione tra le corone britannica e canadese».

THE GLOBE AND MAIL: «L’ESEMPIO VIVENTE DELLA DIFFERENZA TRA NOI E LONDRA»

Lo stesso quotidiano afferma che «se i Sussex sceglieranno di risiedere in Canada, saranno esempi viventi delle differenze tra la nostra istituzione nazionale, la Corona canadese, e l’eredità coloniale che il Principe Harry e la signora Markle rappresentano, la monarchia britannica». In maniera ancora più chiara, il giornale scrive che «la famiglia reale britannica è la nostra famiglia reale perché condividiamo lo stesso essere umano come monarca. Ma piuttosto che rappresentare il Canada come uno Stato indipendente, simboleggia la nostra eredità e il continuo legame con la Regina e il Commonwealth». E, «mentre la regina può indossare le sue onorificenze nei ritratti ufficiali e il suo affetto di lunga data per il Canada è senza dubbio genuino, rimane fondamentalmente britannica».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Harry e Meghan hanno incassato il sì della Regina

Dopo la riunione della Royal Family a Sandringham arriva la "benedizione" di Elisabetta II. I Sussex vivranno un periodo di transizione tra Regno Unito e Canada.

Harry e Meghan hanno ottenuto il via libera della Regina. Elisabetta II ha accettato «un periodo di transizione» verso «la nuova vita» che i Sussex vogliono creare per la loro famiglia.

Lo si legge in una nota diffusa dalla corte dopo la riunione dei vertici della Royal Family a Sandringham.

Riunione nella quale si conferma che i duchi di Sussex intendono in prospettiva sganciarsi dai «finanziamenti pubblici» dell’appannaggio reale e che per questa fase della loro vita si divideranno fra il Regno Unito e il Canada.

LA FAMIGLIA REALE SOSTIENE IL DESIDERIO DEI SUSSEX

Nella nota il clima della riunione viene definito «molto costruttivo». «La mia famiglia e io», fa sapere Elisabetta II, «sosteniamo interamente il desiderio di Harry e Meghan di creare una nuova vita per la loro giovane famiglia». E aggiunge: «Noi avremmo preferito che essi rimanessero membri a tempo pieno della Royal Family, ma ne rispettiamo e comprendiamo il desiderio di vivere in modo più indipendente la loro vita, pur rimanendo parte apprezzata della mia famiglia».

LEGGI ANCHE: La nuova comunicazione dei Sussex

Harry e Meghan, si legge ancora nel testo, «hanno chiarito di non voler dipendere dai fondi pubblici nelle loro nuove vite. È stato quindi concordato che vi sarà un periodo di transizione nel quale i Sussex trascorreranno il loro tempo fra Canada e Regno Unito. Queste sono questioni complesse da risolvere per la mia famiglia e ci sarà altro lavoro da fare, ma io ho chiesto che una decisione finale sia raggiunta nei prossimi giorni».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I bookmaker puntano sulla Hard Megxit

L'allontanamento dei Sussex dalla Casa Reale scalda gli scommettitori. L'indipendenza finanziaria della coppia è data molto probabile mentre una reunion con William & Co quasi impossibile. Nel futuro dei duchi? Social, moda e forse il set.

Vertice della Royal Family famiglia in corso a Sandringham per districare il groviglio di problemi generato dal passo indietro della coppia Harry & Meghan dai propri incarichi ufficiali.

L’incontro avviene alla presenza della regina Elisabetta che, a dispetto dei suoi 92 anni, è rapidamente passata dallo sconcerto e dalla stizza a un rapido e monarchico decisionismo

La vicenda ha già surclassato la noiosissima Brexit tra i temi britannici in primo piano, e già coinvolge – come sempre avviene in Gran Bretagna quando gli eventi rivestono interesse collettivo – scommettitori e bookmaker.

LE QUOTE DEGLI SCOMMETTITORI

Secondo Agipronew, che riporta le quotazioni attualmente praticate, l’ipotesi più probabile è che la coppia si renda finanziariamente indipendente entro i prossimi cinque anni (data a 1,50) e che lasci definitivamente il Regno Unito (a 2,50); la residenza permanente in Nord America viene data a 9,00. I maligni possono scommettere su un divorzio entro il 2025, con la possibilità di incassare quattro volte la scommessa. E c’è anche chi può puntare, a 7 volte la posta, sulla prossima adozione di un bambino. Una futura reunion con la Royal Family è considerata molto lontana: 15 a uno. 

IL FUTURO? MODA E SOCIAL

Che lavoro faranno Harry e Meghan una volta sganciati dalla Royal Family per rendersi indipendenti? Si scommette soprattutto sulla moda e sul web: fashion designer si gioca a 6,00, ma si sale a 15,00 per un futuro da influencer sui social. Un possibile reality show viene offerto a 13,00 mentre diventare artisti è una possibilità remota, pagata a 26,00.

MEGLIO DI THE CROWN

L’attenzione si concentra soprattutto su Meghan, considerata da molti la vera ispiratrice della svolta esistenziale della coppia. Ma i bookmaker non credono che tornerà a recitare in Suits, la serie tivù che l’ha resa famosa: si scommette solo a 21,00 sul suo ritorno in un episodio speciale. Ancora più improbabile è che la duchessa del Sussex arrivi all’ardire di interpretare se stessa in un’altra celebre serie Netflix, The Crown. Ma se uno volesse proprio scommetterci, sappia che potrà guadagnare addirittura cento volte la posta.

MEGHAN, LA YOKO ONO DEI ROYAL

Benché il vertice di Sandringham abbia per oggetto anche il tema dell’appannaggio economico, che dovrebbe garantire ai due transfughi un tenore di vita comunque quasi regale, il prezzo della scelta di Harry & Meghan, non si conteggia tuttavia solo in sterline.

View this post on Instagram

No comments!!!

A post shared by @ lafemmemerveilleuseinvisible on

La duchessa appare più che mai come la “Yoko Ono” della dinastia britannica, cioè come colei che operò dietro le quinte, all’epoca, per lo scioglimento di un altro mito inglese, quello dei Beatles, dopo avere sposato John Lennon. 

LEGGI ANCHE: Per i Sussex strappo anche nella comunicazione

La ferita in termini di immagine, per i Windsor, sarà difficile da rimarginare, visto che, tra dichiarazioni e smentite, quel che emerge è una famiglia litigiosa, piena di discussioni tra fratelli, invidie tra cognate, fastidio per i suoceri e recriminazioni per i soldi. Non è che per caso Meghan abbia nelle vene anche sangue italiano?

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per i Sussex strappo anche nella comunicazione

Da qualche mese Meghan e Harry si sono affidati alla Sunshine Sachs. Società statunitense che tra i suoi clienti ha Di Caprio, la famiglia Jackson e Jennifer Lopez. Ed è esperta in crisi di immagine.

La scissione da Buckingham Palace è ormai compiuta: Harry e Meghan, i duchi del Sussex, sono pronti a trasferirsi dall’altra parte dell’Atlantico verso – dicono – la libertà economica. E pure la comunicazione.

Il divorzio dalla Corona è stato uno strappo impegnativo da gestire anche per la 93enne Elisabetta II a cui i due, sposati nel 2018 e genitori di Archie (un anno il prossimo maggio), hanno comunque assicurato «continuo sostegno».

Ma anche per William, il fratello maggiore di Harry e secondo in linea di successione al trono dopo Carlo. In una intervista al Sunday Times il duca di Cambridge ha vuotato il sacco: «Ho tenuto il braccio sulle spalle di mio fratello per tutta la vita», ha detto, «adesso non posso più farlo, siamo entità separate».

LA BATTAGLIA CONTRO I TABLOID E L’ADDIO AL ROTA ROYAL

La rottura con The Firm (la Corona) – resta da capire se si tratterà di una soft o di una hard Megxit – segue quella con la stampa britannica su cui pesa ancora lo spettro della morte di Lady D. Non è un caso che Harry abbia combattuto l’insistenza dei tabloid sulla moglie: prima a parole e poi in tribunale. A ottobre è arrivato l’annuncio dell’azione legale della coppia contro il Sun, il Daily Mirror e il domenicale del Mail: accusati rispettivamente di hackeraggio telefonico, pubblicazione di audio privati e di una lettera scritta da Meghan a suo padre.

LEGGI ANCHE: La strana rivoluzione di Meghan e Harry

Una battaglia solitaria, seppur nei ranghi della Casa Reale, in linea con l’altra decisione, arrivata ora: l’addio al Rota Royal. Si tratta del sistema che da 40 anni gestisce le immagini, le dichiarazioni e la copertura di eventi di tutti i membri dei Windsor.

Una battaglia solitaria, seppur nei ranghi della Casa Reale, in linea con l’altra decisione, arrivata ora: l’addio al Rota Royal. Si tratta del sistema che da 40 anni gestisce le immagini, le dichiarazioni e la copertura di eventi di tutti i membri dei Windsor.

LEGGI ANCHE: I reprobi della Royal Family, da Edoardo VIII a oggi

Nel circuito ci sono le principali testate britanniche (tra cui quelle accusate di scorrettezze) che poi a loro volta condividono il materiale con altri media internazionali. Ebbene, questo è il punto. I due credono in «un’industria dei media libera, forte e aperta, che sostiene l’accuratezza e favorisce l’inclusione, la diversità e la tolleranza». Ma, spesso – sostengono – le cronache dei corrispondenti accreditati sono state manipolate, con un effetto altoparlante globale.

IL RAPPORTO DIRETTO CON IL PUBBLICO

I duchi hanno già la soluzione: ed è il fai-da-te. L’obiettivo dichiarato è il filo diretto – in sintonia con la connessione no stop – con il pubblico. Senza i filtri dei protocolli reali, e senza l’esclusiva con il Rota che imponeva di fatto lo stop alla diffusione di qualsiasi contenuto in modo autonomo. E infatti anche l’addio è stato pubblicato come messaggio personale sul loro sito web ufficiale Sussexroyal.com rilanciato subito sull’omonimo account Instagram (certificato) con quasi 11 milioni di follower.

Ad accompagnare le parole sul sito la loro foto mano nella mano, sguardo complice di lui verso lei, entrambi in movimento. Avanti, verso il futuro. Le pose si ripetono simili in altri contesti: boschi, incontri di beneficenza e viaggi nei Paesi del Commonwealth. Colori tenui, grafica semplice ed elegante, tra le tre sezioni c’è spazio (ancora) per «Serving the monarchy», servire la monarchia. Come in qualsiasi sito di un’organizzazione o di una società c’è poi la sezione Faq, le domande frequenti. Soprattutto l’addio e le relazioni con i media. È qui che Harry e Meghan affermano di voler coinvolgere giovani giornalisti esordienti, di voler diversificare la copertura degli eventi in cui sono protagonisti, ancora con «cronache obiettive». Rivendicando la gestione dei canali social, travolti in pochi giorni dai meme e i post a tema. Twitter, su tutti, è stato invaso dagli hashtag #HarryandMeghan e #Megxit.

Il matrimonio di Harry e Meghan, il 19 maggio 2018 (Getty Images).

L’AIUTO DELLA SUNSHINE SACHS

Ovviamente non sono soli. Da settembre la coppia si è affidata per la comunicazione a una prestigiosa agenzia americana, la Sunshine Sachs con sedi a New York, Washington e ovviamente Los Angeles che deve il suo nome all’omonimo fondatore, Ken, ora 71enne, amico dei Clinton. Una vecchia conoscenza di Meghan che all’agenzia aveva affidato già in passato la sua immagine, quando era protagonista della serie Suits. Nel portfolio dell’agenzia più vip che politici o celebrità. Da Naomi Campbell a Leonardo Di Caprio, da Jennifer Lopez alla famiglia di Michael Jackson. Non una scelta qualsiasi: perché il Pr (e il suo staff di professionisti) è esperto nell’affrontare crisi di immagine ed è conosciuto per le sue strategie aggressive. Più che utilizzare i media, il patron aveva più volte dichiarato che si possono anche «colpire». Ufficialmente la Sunshine Sachs si occupa di pubblicizzare le attività benefiche dei Sussex in Usa, ma pare abbia anche seguito per Meghan la direzione della September Issue di British Vogue: iniziativa che era stata bollata nel Regno Unito come troppo hollywoodiana.

LE ACCUSE DI AVER MODIFICATO WIKIPEDIA

Ma non è finita qui. Nel 2015 la squadra della Sunshine era stata accusata di aver modificato Wikipedia in modo scorretto. Qualche manina aveva ripulito le voci dei clienti da qualche macchia o fatto da nascondere. Uno stile apparentemente distante da quello dei duchi di Sussex, almeno finora.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I reprobi della Royal Family, da Edoardo VIII a oggi

Abdicazioni, rinunce, scandali: i terremoti che hanno scosso la famiglia reale britannica prima del caso Harry e Meghan.

Fra abdicazioni, rinunce e allontanamenti, la famiglia reale britannica può allineare più di un precedente, nella storia moderna, della presa di distanza annunciata l’8 gennaio dai duchi di Sussex, Harry e Meghan; seppure in contesti e circostanze assai diverse fra loro. Eccone una lista, da Edoardo VIII a oggi, passando per la compianta Lady D.

EDOARDO VIII

Fu indubbiamente il protagonista della vicenda più grave mai capitata in casa Windsor, per la portata dei fatti, l’impatto sui tempi, il contesto storico drammatico e il suo ruolo di sovrano regnante, non di semplice principe cadetto come Harry. Nato con il nome di David, fratello maggiore del padre di Elisabetta II, il futuro Giorgio VI, Edoardo – in seguito sospettato pure di simpatie filo naziste – rinunciò al trono nel 1936 per sposare la borghese Wallis Simpson, americana e divorziata al pari di Meghan Markle, ma in un mondo diverso; un gesto romantico e folle, nella percezione dell’epoca, che né il governo né la Chiesa di Stato anglicana poterono accettare e che causò uno scandalo enorme, al punto da mettere a repentaglio il futuro medesimo della dinastia e dell’istituzione monarchica.

LADY DIANA

Madre del principe Harry (e del fratello maggiore William), fu al centro di un distacco dalla Royal Family consumatosi in due tempi, prima di tramutarsi in un autentico terremoto per la corte e per la regina Elisabetta al momento della morte prematura della ‘principessa del popolo’. Nel 1993 il primo passo fu quello di un suo allentamento degli impegni ufficiali di corte – un po’ come quello annunciato dai duchi di Sussex – dopo il clamoroso suo divorzio (inizialmente presentato come “amichevole”) dal principe Carlo. Nel 1996 il secondo fu invece la revoca di ogni incarico residuo di rappresentanza, con annessa perdita del titolo di Sua Altezza Reale, ordinata dalla sovrana dopo la messa in scena pubblica in tv delle recriminazioni coniugali contro l’erede al trono.

FERGIE

Sarah Ferguson, duchessa di York, fu a sua volta al centro, nel 1996, di uno scandaloso divorzio condito da tradimenti incrociati dal principe Andrea, fratello minore di Carlo e terzogenito della regina e di Filippo duca d’Edimburgo; messa da parte quasi subito dal casato a causa degli imbarazzi provocati, in quello che la regina ebbe a definire il primo “annus horribilis” del suo lungo regno, Fergie la Rossa continuò del resto anche in seguito a farsi parlare dietro. Fra sospetti di affarucoli spregiudicati, con tanto di presunti tentativi di sfruttamento del ‘brand’ reale. Salvo riavvicinarsi più di recente ad Andrea e alla famiglia regnante, al fianco delle figlie Beatrice e Eugenie, nipoti molto amate da Elisabetta II.

ANDREA, DUCA DI YORK

Il suo ritiro dalla scena pubblica è un fatto di poche settimane fa e non è stato volontario. Bensì un benservito imposto da circostanze di opportunità (e deciso dalla regina su pressione di Carlo, secondo alcuni media) in seguito al riemergere delle denunce sui vecchi rapporti di frequentazione dell’ex marito di Fergie con Jeffrey Epstein: il miliardario Usa, amico di molti ricchi e potenti, accusato di abusi sessuali su ragazze giovani e giovanissime e morto infine in un carcere americano, ufficialmente suicida.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il grande (e rischioso) fuck you dei Sussex alla Corona

I ribelli Harry e Meghan danno il benservito alla Regina e corrono incontro alla loro libertà. Al secondogenito di Carlo auguriamo ogni bene. Anche se al suo posto non avremmo mai scambiato la solidità di una Royal family con la volubilità di una moglie inquieta.

Potendo sostituire il comunicato ufficiale a firma “Duca e Duchessa del Sussex”, forse avrebbero più semplicemente e italicamente scritto «andate tutti affanculo».

Che è un po’ il senso manifesto della fuga di Harry & Meghan, i cui nomi si intrecciano in un logo da coppia dannata, come quelli di Bonnie & Clyde o, più regalmente, come quelli degli antenati Edward & Wally, anch’essi in fuga, circa 80 anni fa, dalle pesanti regole della corte britannica.

HARRY E MEGHAN IN FUGA COME NE IL LAUREATO

Harry & Meghan gettano alle ortiche i privilegi regali, l’appannaggio, quella vita insulsa fatta di sorrisi di circostanza, visite ai centri di beneficenza, fingendosi interessati ai disegni di bambini disagiati delle periferie, partecipazioni a eventi e cerimonie pompose, in cui offrirsi ai flash dei fotografi per poi finire su giornali che criticheranno il tuo abito, le tue scarpe, il trucco, la smorfia involontaria. Tutta roba che William & Kate si sciroppano senza troppo disagio, ma tant’è: sarai il re d’Inghilterra? E allora beccatela tu questa vita del cavolo. Noi diciamo no e ce ne andiamo, come la coppia de Il laureato che abbandona le famiglie furibonde con un palmo di naso, per salire su un autobus sgarrupato e andare incontro alla libertà e al vero amore.

Archie non crescerà tra maggiordomi e istitutrici e non sarà perseguitato dai fotografi mentre va all’asilo o a pattinare

Naturalmente, non ci saranno autobus scalcinati nella vita di Harry & Meghan, che possono contare sulla rendita milionaria del giovane rampollo della casa reale. Ma fanculo pure alla rendita, i due dichiarano che diventeranno indipendenti, andranno a lavorare. Lei come attrice, si suppone. Lui chissà, forse cooptato nel consiglio di amministrazione di una multinazionale, oppure impegnato a finanziare qualche centro di ricerca per la salvezza del Pianeta. Il loro bambino, Archie, non crescerà tra maggiordomi e istitutrici, non imparerà a camminare dentro saloni affrescati, su tappeti persiani di otto per otto metri, non sarà perseguitato dai fotografi mentre va all’asilo, a scuola, a pattinare.

UNO STORYTELLING INFINITO

La monarchia britannica si conferma un generatore di storytelling senza pari, tanto da fornire in tempo reale nuovo materiale per gli sceneggiatori della serie The Crown, così come le dimissioni di papa Ratzinger hanno generato fiction su fiction. Se poi ci aggiungiamo Bill Gates che ha dichiarato: «Sono troppo ricco, voglio pagare più tasse», allora qui si profila un’abdicazione dell’élite mondiale dal proprio ruolo. Proprio qualche sera fa, alla cerimonia dei Golden Globe, il comedian inglese Ricky Gervais aveva ammonito i divi del cinema: «Voi non sapete nulla della vita reale, quindi non fate discorsi politici, non siete credibili, ritirate il vostro piccolo premio, ringraziate, e andate via». Harry & Meghan, divi anche loro, rinunciano ai loro privilegi per guadagnare una vita reale e dunque forse una credibilità, davanti al mondo, e prima ancora davanti a se stessi. 

Cinicamente, chi ha più esperienza di matrimoni non scambierebbe mai la solidità di una Royal family con la volubilità di una moglie inquieta

Il semplice fatto di nascere come secondo figlio, dopo William, e risultare perciò attualmente solo sesto nella successione al trono, concede a Harry la libertà di fare questa scelta radicale. Non avrà più protezioni, se ne andrà solo nel mondo insieme a Meghan. Gli auguriamo ogni bene, però al suo posto non l’avremmo mai fatto. Ma solo perché, cinicamente, abbiamo più esperienza di matrimoni e non scambieremmo mai la solidità di una Royal family con la volubilità di una moglie inquieta.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it