Coronavirus, il Regno Unito ha imposto l’autoisolamento per chi viene dal Nord Italia

La quarantena è obbligatoria anche se i sintomi non sono presenti o evidenti. Il Foreign Office ha specificato che, oltre ai cittadini del nostro Paese, i provvedimenti riguardano anche chi arriva da Iran, Corea del Sud, Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar.

Il Regno Unito ha imposto dal 25 febbraio “l’auto-isolamento” per 14 giorni a scopo precauzionale a tutti coloro che arrivano arrivano dal Nord Italia (a nord di Pisa, Firenze e Rimini) e presentino sintomi «anche leggeri” d’un potenziale contagio da coronavirus. E la quarantena obbligata anche senza sintomi di sorta, per lo stesso periodo di tempo, per tutti coloro che arrivino dai paesi e dalle città della Lombardia e del Veneto isolati su decisione del governo italiano. Lo si legge nelle indicazioni aggiornate dei suggerimenti del Foreign Office.

COME FUNZIONA LA QUARANTENA OBBLIGATORIA

L’obbligo di quarantena anche in assenza di sintomi è stato esteso dal governo britannico, oltre che a chi arriva nel Regno Unito dalla provincia cinese dell’Hubei, epicentro dell’infezione da coronavirus, anche a tutti coloro che vi siano arrivati a partire dal 19 febbraio dall’intero Iran, dalle aree della Corea del Sud indicate da Seul a rischio e dalle aree «in isolamento dell’Italia settentrionale così come indicato dal governo italiano». Mentre la quarantena, in caso di sintomi di qualunque entità, viene estesa per chi sia arrivato nel Regno Unito dal 19 febbraio da tutta l’Italia settentrionale (indicata dal Foreign Office da una linea che passa subito a nord di Pisa, Firenze e Rimini), oltre che da Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar.

I DATI DEL CORONAVIRUS NEL REGNO UNITO

All’interno dell’Uk, spiega il Foreign Office nelle sue linee guida, citando dati aggiornati al 24 febbraio delle autorità sanitarie britanniche, finora sono state testate 6536 persone in totale per sospetti da coronavirus, con 9 casi positivi e 6527 negativi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Inghilterra insorge: mascotte costrette a pagare in Premier League

Polemiche a non finire per le esose richieste di molti club per permettere ai bambini di fare ingresso in campo al fianco dei calciatori. C'è chi, come il West Ham, arriva a chiedere fino a 700 sterline.

I sogni non sono gratis, almeno in Premier League. Neppure per i bambini, che ambiscono a quella magica passerella che fa da preludio alle partite di calcio. I genitori delle mascotte, infatti, sono costretti a pagare cifre esorbitanti, anche superiori al costo di un abbonamento, per realizzare il sogno dei propri figli.

FINO A 700 STERLINE PER AFFIANCARE I CALCIATORI

Il West Ham, per esempio, chiede 700 sterline, più di 800 euro, per la camminata d’ingresso prima del fischio d’inizio mano nella mano con i calciatori, più 80 per l’acquisto del kit (la divisa completa) da far indossare; il Leicester è a quota 600 sterline, il Tottenham a 405.

PREZZI ALLE STELLE ANCHE IN CHAMPIONSHIP

La situazione non migliora in Championship, il campionato di seconda divisione, dove il Nottingham Forest chiede una quota che oscilla fra le 500 e le 650 sterline, dipende dall’importanza delle partite; lo Swansea, retrocesso nella scorsa stagione, invece, ha abbassato le pretese da 450 a 399 sterline. Una speculazione sulla quale adesso promette di intervenire persino il presidente della Commissione sport del governo, Julian Knight. «Essere una mascotte, ormai, è diventato un privilegio per le famiglie più ricche, in totale contrasto con le origini operaie del gioco del calcio», ha dichiarato Knight al Daily Telegraph.

L’UNICA ECCEZIONE PROVIENE DAI TOP CLUB

I top club sono l’eccezione che conferma la regola, permettendo di far vivere gratuitamente questo tipo di esperienza, un modo per fidelizzare i tifosi più giovani: Manchester City, Manchester United, Chelsea o Liverpool non chiedono alcunché ai propri tifosi a patto però che siano abbonati alle partite casalinghe. Sono i club medio piccoli a sfruttare senza scrupoli, come una fonte extra di guadagno, in maniera diretta o indiretta, la passione dei sostenitori.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Johnson rispolvera l’idea del ponte Scozia-Irlanda del Nord

Il premier britannico ripropone il progetto di collegare la Gran Bretagna all'Ulster, un'opera che ciclicamente ritorna nel Regno Unito. E che secondo i critici è solo un diversivo per l'opinione pubblica.

Rispunta nel Regno Unito l’idea di un progetto per la realizzazione di un ponte in grado di collegare l’Irlanda del Nord alla Scozia. Un feticcio che da decenni ritorna ciclicamente a Londra, rendendo inevitabile il paragone con l’italico Ponte sullo Stretto di Messina. A rilanciarla è il premier conservatore britannico Boris Johnson in persona, pronto a sfidare i dubbi sulla fattibilità della mastodontica opera pur di provare a immaginarla come un simbolo del legame con il Regno delle due nazioni più ostili alla Brexit: nazioni laddove il divorzio dall’Ue ha dato ossigeno ai fremiti di secessione. Johnson ha incaricato il suo staff di avviare una valutazione preliminare della cosa, ha riferito un portavoce di Downing Street. «Al momento ci prepariamo a studiare l’idea», ha quindi puntualizzato con una nota di cautela. Già nel 2018 Johnson, evidentemente attratto da progetti che possono stimolare la fantasia degli elettori, aveva tirato fuori la proposta.

ENTUSIASMO DEGLI UNIONISTI NORDIRLANDESI

A Belfast l’annuncio incontra l’entusiasmo di esponenti del Dup, il maggiore partito della destra protestante unionista nordirlandese. Ma non mancano opinioni assai meno favorevoli; mentre lo scetticismo prevale a Edimburgo, specialmente da parte degli indipendentisti dell’Snp, al governo in Scozia. Interrogativi sugli ostacoli tecnici e sui costi si levano inoltre da tempo da parte di diversi specialisti. Come succede da noi, il sospetto che sorge nella mente degli scettici è che il governo di turno proponga l’opera per distrarre l’opinione pubblica da problemi più urgenti.

UN PROGETTO DA 17-23 MILIARDI

In teoria il punto più stretto per realizzare l’ipotetico ponte è di 19 chilometri, ma sarebbe troppo poco utile dal punto di vista logistico, connettendo l’Irlanda del Nord a un punto della Scozia difficilmente raggiungibile e lontano dalle principali arterie. Per collegare due punti veramente utili ai trasporti, il punto dovrebbe essere lungo circa 33 chilometri. Il ponte, che collegherebbe Larne a Portpatrick, avrebbe un costo minimo stimato tra i 17 e i 23 miliardi di euro.

Johnson, già promotore di grandi progetti (ponti inclusi) da sindaco di Londra, si è limitato a parlare a suo tempo di «un’idea molto interessante», degna di essere approfondita. Mentre il deputato del Dup Ian Paisley si era detto pronto a dicembre, in caso di realizzazione reale dell’opera, di avviare una campagna per ribattezzarla “Ponte Boris“.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La prima ministra della Scozia spinge per l’indipendenza da Londra

Nicola Sturgeon in visita a Bruxelles ha ribadito di volere un altro referendum dopo quello del 2014 per uscire dal Regno Unito e rientrare in Ue.

Il desiderio della Scozia è di «tornare nel parlamento europeo come una nazione indipendente. È risaputo che la maggioranza degli scozzesi ha scelto di rimanere nell’Ue quando è stata fatta loro la domanda durante il referendum del 2016», ha detto il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon durante un evento ospitato dallo European policy centre a Bruxelles. «Stiamo lasciando l’Ue in un momento in cui non abbiamo mai beneficiato così tanto dell’Unione, in cui non c’è mai stato così tanto bisogno di Ue», ha detto la premier.

«SERVE UN ALTRO REFERENDUM»

«Sono una democratica e credo che per diventare indipendenti (dal Regno Unito, ndr) in maniera legittima serva dimostrare che questa è la volontà della maggioranza dei cittadini», ha continuato la Scozia, «si tratta di una questione democratica che va risolta politicamente e democraticamente», ha detto Sturgeon, per questo serve un referendum e non solo una dichiarazione d’indipendenza da parte del governo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Che conseguenze avrà la Brexit sulle donne

L'uscita della Gran Bretagna dall'Ue è ormai compiuta. Ma restano anche da definire gli accordi commerciali. E chi corre maggior rischio in caso di "no deal" sono le lavoratrici.

Con l’ultimo passo compiuto venerdì 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato definitivamente l’Unione europea. Dopo quattro anni di trattative, tre piani di ritiro falliti e due elezioni generali, è davvero questo il momento storico in cui la Brexit diventerà veramente realtà?

Il nuovo presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, ha insistito sul fatto che il periodo di tempo non è realistico. Inoltre, gli esperti sono preoccupati che negoziazioni frenetiche creeranno uno scenario in cui la Gran Bretagna se ne andrà bruscamente senza alcun accordo – o con un accordo ridicolo – sulle relazioni future e i commerci.

In entrambi i casi, molti analisti incano come il rischio di una crisi senza precedenti e dalle innumerevoli sfaccettature per il Paese di Sua maestà sia più di un rischio. Crisi che potrebbe avere un impatto maggiore sulle donne.

IN CASO DI CRISI ECONOMICA LE DONNE SONO LE PRIMA A ESSERE SACRIFICATE

L’incertezza di cosa succederà davvero rende difficile valutare nel dettaglio quale impatto la Brexit avrà sulla popolazione femminile. Tuttavia, è fuori discussione che i nuovi accordi commerciali avranno sicuramente delle ripercussioni significative: deal o no deal – l’economia dell’Inghilterra è proiettata in una spirale negativa. Ed è in queste situazioni di crisi che le donne, in particolare quelle appartenenti a minoranze etniche, soffrono di più. Perché sono sovrarappresentate in settori specifici e ad alto rischio in caso di recessione economica. Secondo la ricerca Women, Employment and Earnings, pubblicata sul Women’s Budget Group nel 2018, la maggior parte delle impiegate inglesi, oltre ad avere una retribuzione inferiore rispetto agli uomini, ha lavori part-time e un contratto a tempo determinato. E quando la situazione finanziaria vacilla, questi sono i primi posti che vengono tagliati.

Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali

Mary-Ann Stephenson, direttrice del Women’s Budget Group, e coautrice della ricerca Exploring the Economic Impact of Brexit on Women (marzo 2018), ha spiegato: «Le donne e gli uomini occupano una posizione diversa nell’economia. Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali, sia che si tratti di una maggiore liberalizzazione o di restrizioni. È più difficile per le donne trarre vantaggio da nuove situazioni perché sono più soggette un impatto negativo».

SENZA L’UE GRAN BRETAGNA PIÙ DEBOLE SULLA PARITÀ DI GENERE

Non solo i lavori, a rischio ci sono anche alcuni diritti fondamentali. L’Ue, nel corso degli anni, ha creato una serie di atti legislativi a favore delle donne che il Regno Unito è stato costretto a rispettare. Infatti, le leggi sulle pari opportunità, il congedo di maternità e le molestie sul lavoro arrivano proprio da Bruxelles. Alcune regolamentazioni a riguardo erano già presenti nello Stato ancora prima che il parlamento europeo le dichiarasse obbligatorie, tuttavia quest’ultimo fornisce un ulteriore livello di protezione laddove l’interpretazione nazionale dei diritti femminili è messo in questione.

In aggiunta, l’Unione è in trattativa per migliorare le condizioni di congedo parentale retribuito, il che dovrebbe riequilibrare la quantità di ore spese in lavori domestici di mamme e papà. Dulcis in fundo, c’è pressione sui governi affinché vengano approvate legislazione più complete per condannare la violenza maschile. Ma la domanda adesso è: cosa succederà a questo insieme di normative una volta che la Gran Bretagna ha lasciato l’Ue? In precedenza, Theresa May aveva incluso nella sua proposta la volontà di mantenere tali protezioni anche dopo la Brexit. Ma Boris Johnson non ha ancora espresso in maniera netta la sua opinione a riguardo. Sembra molto improbabile che il Regno Unito volti le spalle all’uguaglianza di genere ma, ancora una volta, il futuro è incerto.

IL RISCHIO PER IL SISTEMA SANITARIO DEL REGNO UNITO

L’uscita del Paese dall’Unione avrà forti conseguenze anche sui servizi pubblici. Ad esempio, la maggior parte del personale del sistema sanitario (77%) è costituito da donne, in maggioranza straniere. Stando alle ultime statistiche (condotte dal governo su 88 ospedali inglesi), sono più di 22 mila coloro che hanno lasciato la propria occupazione in questo ambito, tra cui 8.800 infermiere. Migliaia di posti di lavoro sono ora vuoti, e la situazione potrebbe ancora peggiorare quando la Brexit avrà effettivamente inizio. Il sistema andrà in crisi. E chi si prenderà cura di bambini e parenti? In poco tempo il Regno Unito si ritroverà con un alto numero di mamme, figlie e sorelle che saranno costrette ad abbandonare il lavoro e stare a casa per provvedere all’assistenza della famiglia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Brexit e il rischio di una Gran Bretagna fuori dal mercato unico

Fra un mese si tiene la trattativa fra Ue e Londra per decidere quanti degli attuali accordi commerciali possano essere essere mantenuti. Se cambieranno il meno possibile, l'uscita dall'Europa potrebbe rivelarsi un successo. Ma non sarà facile accetarlo per chi si aspettava un cambiamento radicale.

Il penultimo atto della saga Brexit si è chiuso a Bruxelles mercoledì 29 gennaio con il sì del parlamento europeo all’accordo di uscita del Regno Unito dalla Ue. C’è stato anche il polemico addio di Nigel Farage – Mr. Brexit – , che ha auspicato l’inizio della fine per «l’odiato» (sic) progetto europeo. E c’è stato il malinconico, un po’ melodrammatico, ma appropriato canto dell’Auld Lang Syne (Valzer delle candele, in Italia, o più propriamente Il canto dell’addio) da parte dei deputati, compresi i britannici pro-Ue. Il tutto chiuso da un “arrivederci” di molti ai colleghi d’oltre Manica, che lo abbiano gradito o no. «Non torneremo», ha detto Farage.

È probabile che non ci sarà nessun ritorno. Prima di tutto perché può darsi che starsene fuori dalle regole Ue e dalla giurisdizione della Corte europea del Lussemburgo si dimostri un vantaggio, come si potrà verificare o meno al momento opportuno; ora comunque è difficile vedere come possa essere vantaggioso abbandonare il libero accesso al più grosso e ricco mercato mondiale.

E poi perché un Paese orgoglioso come la Gran Bretagna farebbe l’impossibile per non perdere la faccia. O meglio lo farebbe, l’impossibile, l’Inghilterra, visto che il parlamento scozzese ha votato con una maggioranza modesta ma chiara (9 voti su 129) di mantenere la bandiera europea azzurro stellata sul parlamento monocamerale di Edimburgo, in funzione dal 1999; gli scozzesi votarono remain al referendum del 2016 con una maggioranza del 62% e con nessuno dei collegi elettorali finito ai brexiteer.

LA VERA BREXIT COMINCERÀ TRA UN ANNO

La Brexit, quella vera, incomincia adesso. O meglio, incomincerà fra un anno. Finora si è trattato di una battaglia politica e legale. E fino a tutto il 2020 merci e servizi si muoveranno liberamente come prima. Poi, si cambierà. I tempi sono molto stretti per un accordo complesso, ma il premier Boris Johnson e i suoi sono chiarissimi: si è fuori del tutto con il primo gennaio 2021. Solo allora si incomincerà a vedere come funziona.

In Gran Bretagna ormai tutti in qualche modo per amore o per forza pro Brexit

Verranno poi alcuni anni cruciali per dimostrare ai britannici che fuori dall’Unione si sta molto meglio. Questa è la promessa. E questa va mantenuta, in un Paese dove alle ultime politiche del 12 dicembre scorso i conservatori, ormai tutti in qualche modo per amore o per forza pro Brexit, hanno stravinto nel sistema maggioritario secco ma il 53% dei voti è andato a partiti che, per quanto disorganizzati, confusi e impari alla lotta avevano promesso comunque, tutti, un secondo referendum. Questo vuol dire che i britannici avranno una certa attenzione per verificare come si sta fuori dall’Unione.

FARAGE FAVOREVOLE AL MERCATO, NON ALL’UNIONE POLITICA

Farage, in una breve conferenza stampa il 29 gennaio a Bruxelles tenuta prima del suo intervento in aula, ha anche accennato alla possibilità di un secondo referendum fra alcuni anni, per chiudere definitivamente la partita una volta che la nazione avrà visto tutti i vantaggi dello starsene fuori. Per due-tre anni e forse più, a partire dal 2021, si starà quindi a vedere. Poi o sarà un sollievo e una soddisfazione condivisa essere usciti, o incomincerà una sorta di marcia a ritroso.

I termini della questione non sono difficili e lo stesso Farage che pure voleva dire altro li ha implicitamente enunciati il 29 gennaio nell’emiciclo. I miei genitori – ha detto – votarono per il Mec a suo tempo (ci fu un referendum che nel 1975 confermò con il 67% di favorevoli l’adesione scattata nel 1973), ma quella era la partecipazione a un grande mercato; poi, ha aggiunto Farage, è venuto un progetto politico e addirittura si parla ora di un esercito europeo, e a questo diciamo no.

Ora si tratta di stabilire se costa e quanto costa andarsene dall’Ue

Tradotto significa: eravamo per i vantaggi economici, non eravamo e non siamo per una continua erosione della sovranità nazionale. Si tratta quindi, è la conclusione che Farage non ha tratto ma evidentissima, di stabilire se costa e quanto costa andarsene, a che punto cioè del bilancino si trova l’equilibrio fra interessi economici e soddisfazione dello spirito nazionalista. Che va oltre, come noto, il sano patriottismo e appartiene a una sfera ideologica facilmente ipertrofica.

LA PREOCCUPAZIONE DELLE IMPRESE DEL REGNO UNITO

I segnali da parte dei conservatori britannici sono evidenti e vanno per ora nel senso di un futuro difficile. A suo tempo i brexiteer dichiaravano, mentendo, che «esiste un’area di libero scambio che va dall’Islanda alla Turchia e tutte le nazioni europee vi hanno accesso, che siano o non siamo nell’euro e nella Ue, e dopo il voto rimarremo comunque in questa zona». Così diceva dal podio nell’aprile 2016 Michael Gove, con Johnson massimo protagonista della campagna referendaria e oggi ministro nel suo governo. Adesso parlano diversamente, con un «sempre molto chiari» di troppo. «Siamo sempre stati molto chiari», ha infatti dichiarato il portavoce del premier, «nel dire che lasciamo ora l’unione doganale e il mercato unico Ue e questo significa che le imprese dovranno prepararsi a una vita fuori da queste realtà». Cioè le vecchie frontiere per merci e servizi, i vecchi moduli, i vecchi controlli. Che è l’opposto di quanto dichiarava a suo tempo Gove.

Non solo, in una importante intervista di metà gennaio al Financial Times, il ministro del Tesoro (cancelliere dello Scacchiere) Sajid Javid è stato chiarissimo: «Non ci sarà nessun allineamento [alle normative e standard Ue, ndr], non saremo succubi delle regole altrui, non saremo nel mercato unico e non saremo nell’unione doganale». Ciò significa un rilancio in concorrenza conto il marchio Ce, nato anche per armonizzare le produzioni europee, e un rilancio di uno standard britannico gestito pare dal Bsi, il British standard institute. La reazione di molte imprese è stata sconcertata.

Il marchio Ce è ormai moneta corrente ed è tutto quanto serve, ma gli sputano sopra (sic) solo perché è europeo

Andrew Varga di Seetru, costruttore di valvole industriali a Bristol

«Adottare regole e standard diverse è puramente dottrinario e ideologico e non ha alcun senso sul piano pratico», ha dichiarato Andrew Varga di Seetru, costruttore di valvole industriali a Bristol, «il marchio Ce è ormai moneta corrente ed è tutto quanto serve, ma gli sputano sopra (sic) solo perché è europeo: vogliono standard della “Grande Britannia”, questo il punto». Creare nuovi standard è lungo, spesso complicato, certamente costoso, servono per moltissimi prodotti, dalla marmellata alle più sofisticate apparecchiature. Con che utilità si farà, se si farà, questa gigantesca operazione? Uno standard produttivo vale ormai solo se può imporsi a livello globale, se non è un futile esercizio d’orgoglio. E con un mercato interno di 66 milioni di persone Londra pensa forse di tornare ad essere uno standard capace di imporsi al globo?

LA TRATTATIVA TRA LONDRA E UE PER DEFINIRE I NUOVI RAPPORTI

L’ultimo atto incomincerà quindi fra un mese con la complicata trattativa bilaterale, fra Bruxelles e Londra, per vedere quanto del libero mercato può essere mantenuto per beni e servizi e altro e quanto invece va rivisto, e diventa meno libero. Se sarà un buon accordo che cambierà il meno possibile i rapporti attuali, il successo della Brexit è possibile. Ma non sarà facile perché Brexit vuol dire “cambiare”; è stata una battaglia ideologica ispirata dal più puro nazionalismo, con i suoi sacerdoti che ora vigileranno sulla purezza del tutto, ma come diceva Pietro Nenni «gareggiando a fare i puri troverai sempre uno più puro che ti epura». Quindi cambierà molto nei rapporti con il continente e vedremo nel tempo con quale equilibrio fra costi e ricavi. A meno che Boris Johnson, gran teatrante e che vuole essere rieletto fra più o meno cinque anni, e quindi non vuole problemi inutili al di là delle sparate di oggi e anche di domani, non decida di risolvere tutto con una grande sceneggiata che cambi poco la realtà. Ma finora non è così.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi è Vale de Almeida, primo ambasciatore Ue in Regno Unito

Portoghese, in passato è stato rappresentante dell'Unione presso l'Onu e gli Usa. Nella sua delegazione ci sarà anche il diplomatico italiano Bianchi.

L’ex ambasciatore dell’Ue presso l’Onu e gli Usa, il portoghese Joao Vale de Almeida, sarà il primo capo della delegazione dell’Ue presso il Regno Unito dopo la Brexit. Lo ha annunciato in una nota il capo della diplomazia Ue, Josep Borrell, specificando che il nome è stato già notificato al governo britannico.

NELLA DELEGAZIONE ANCHE L’ITALIANO BIANCHI

Vale de Almeida prenderà possesso del suo ufficio a Londra il primo febbraio, una volta compiuto il divorzio fra il Regno Unito e l’Ue. Il Regno diventerà un Paese terzo per l’Unione, che sarà quindi rappresentata sul territorio da una delegazione. Secondo quanto si apprende, della delegazione Ue farà parte anche il diplomatico italiano Federico Bianchi, incaricato tra l’altro di tenere i rapporti con i media. Attualmente Bianchi è vicedirettore per l’area del Mediterraneo e consigliere per la Brexit al ministero degli Esteri italiano. Prima dell’attuale incarico a Roma, Bianchi è stato portavoce dell’ambasciata d’Italia a Londra.

VON DER LEYEN E MICHEL FIRMANO L’ACCORDO SULLA BREXIT

Il 24 gennaio Ursula von der Leyen e Charles Michel hanno firmato l’accordo sul divorzio del Regno Unito dall’Ue, aprendo la strada alla sua ratifica da parte del parlamento europeo. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su Twitter che «le cose cambieranno inevitabilmente, ma la nostra amicizia rimarrà. Iniziamo un nuovo capitolo come partner e alleati». Il 23 gennaio la commissione affari costituzionali dell’Europarlamento aveva dato un primo via libera all’accordo, mentre mercoledì 29 gennaio toccherà alla plenaria del parlamento Ue. Il giorno dopo che il parlamento europeo avrà dato il suo consenso, il Consiglio adotterà, mediante procedura scritta, la decisione relativa alla conclusione dell’accordo a nome dell’Ue.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Regno Unito, l’accordo sulla Brexit è legge

La regina ha firmato il documento concordato da Johnson e Bruxelles. Entro fine gennaio il via libera definitivo del parlamento Ue.

L’accordo sulla Brexit raggiunto da Boris Johnson con Bruxelles è legge nel Regno Unito. Lo ha sancito il 23 gennaio la regina, apponendo la sua firma (Royal assent) sotto il testo dello European Union Withdrawal Agreement Act, che 24 ore prima aveva concluso l’iter di ratifica parlamentare a Westminster a tre anni e sette mesi dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Ue del 2016. L’annuncio del Royal assent è stato formalizzato alla Camera dei Comuni, fra gli applausi di alcuni deputati Tory, incluso il vice speaker Nigen Evans.

UN DIBATTITO DURATO OLTRE TRE ANNI

La firma della regina segna la fine di un dibattito caratterizzato da accese divisioni sia all’interno del palazzo di Westminster sia in seno al Paese. Un dibattito attraversato da scontri aspri, dal cambiamento di governi nel Regno Unito, dal passaggio di consegne in casa Tory fra la premiership di Theresa May e quella di Johnson e da due successive elezioni politiche anticipate – nel 2017 e nel dicembre scorso – dopo il risultato favorevole alla Brexit del referendum del giugno 2016. L’epilogo era ormai scontato sulla scia del successo conservatore alle urne del mese scorso, conquistato da Johnson all’insegna dello slogan “Get Brexit done” (“Portiamo a compimento la Brexit”), che ha garantito al primo ministro in carica il sostegno di una larga maggioranza ai Comuni.

Siamo al termine di un lungo cammino, un risultato che qualcuno di noi aveva pensato non sarebbe mai arrivato

Martin Callanan, viceministro per la Brexit

«Siamo al termine di un lungo cammino, un risultato che qualcuno di noi aveva pensato non sarebbe mai arrivato», ha commentato con sollievo dopo l’atto finale della Camera alta lord Martin Callanan, viceministro per la Brexit. Il quale ha tuttavia cercato di rassicurare anche le opposizioni e le voci contrarie all’uscita dall’Ue: garantendo che il parlamento avrà ampio spazio per «scrutinare i temi discussi» nell’ambito della legge quadro appena approvata (EU Withdrawal Agreement Bill) nei prossimi passaggi normativi riguardanti i molteplici e complessi aspetti del divorzio dall’Ue e del dopo Brexit nel Regno.

IL VIA LIBERA DEFINITIVO DELLA PLENARIA

Il 24 gennaio, intanto, toccherà ai presidenti della Commissione Ue e del Consiglio europeo, Ursula von der Leyen e Charles Michel, firmare l’accordo, un passo necessario dal punto di vista legale per permetterne la ratifica. Dopo l’ultimo via libera della commissione Affari costituzionali del parlamento europeo, l’ok definitivo all’accordo lo darà la plenaria nell’ultima settimana di gennaio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

È morto Terry Jones, star dei Monty Python

L'attore e musicista gallese è morto a 77 anni. È il secondo del celebre gruppo a uscire per sempre dalle scene.

Addio a Terry Jones, uno dei grandi protagonisti dell’epopea dei Monty Python, il gruppo comico capace di segnare un’epoca – nel Regno Unito e nel mondo – fra tv, cinema e teatro. L’attore e musicista gallese è morto a 77 anni, come reso noto oggi dal suo agente. Jones è il secondo dei Monty Python a uscire per sempre dalle scene, dopo Graham Chapman.

NEL 2016 IL BAFTA ALLA CARRIERA

Del gruppo, discioltosi da tempo, rimangono sulla breccia John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle e Michael Palin, che proprio con Terry Jones – conosciuto in gioventù a Oxford, dove si erano entrambi laureati – aveva poi formato un affiatato tandem di autori di testi. Malato da qualche anno, Jones aveva ricevuto nel 2016 un riconoscimento alla carriera da parte del Bafta, l’academy britannica, salutata da una pubblica ovazione.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa dice l’accordo tra Harry, Meghan e la regina Elisabetta

Il prezzo della libertà dei duchi di Sussex comprende la rinuncia dell'utilizzo del titolo di altezze reali e la restituzione di 2,4 milioni di sterline.

Il prezzo della libertà, punto per punto, nell’accordo raggiunto fra i duchi di Sussex e Buckingham Palace. Harry e Meghan non saranno più ‘membri attivi‘ della famiglia reale e per questo dovranno rinunciare all’utilizzo del titolo di altezze reali, nonchè a ricevere fondi pubblici. E si impegnano anche a restituire quei 2,4 milioni di sterline di denaro dei contribuenti utilizzati per ristrutturare Frogmore Cottage, che resterà comunque la loro residenza nel Regno Unito.

LA REGINA «LIETA» DI AVER TROVATO UNA VIA COSTRUTTIVA

Una questione di giorni e non settimane, si era detto, per trovare la quadra dopo che la coppia aveva manifestato il desiderio di fare un passo indietro rispetto ai suoi impegni nell’ambito della famiglia reale. E così è stato: a pochi giorni dal ‘summit su Sandringham’ in cui la regina Elisabetta II aveva acconsentito a rispettare la volontà del nipote, la sovrana scrive un’altra pagina di storia del suo lungo regno e detta le regole del ‘passo indietro’ senza precedenti voluto dal più piccolo dei figli di Carlo e Diana. Dopo «molti mesi di conversazioni e discussioni più recenti» la regina si è detta «lieta di aver trovato insieme una via costruttiva e di sostegno per il nipote e la sua famiglia», recita un comunicato diffuso da Buckingham Palace che di fatto illustra la nuova vita dei duchi di Sussex, così come emerge adesso dopo il certosino lavoro affidato ad esperti e consiglieri di corte.

«HARRY, MEGHAN E ARCHIE SARANNO SEMPRE AMATI MEMBRI DELLA MIA FAMIGLIA»

Nel comunicato c’è anche – e di nuovo – quel tocco personale che Elisabetta II sembra aver voluto riservare a questa vicenda e, forse, a un nipote per cui ha da sempre avuto un debole. «Harry, Meghan e Archie saranno sempre amati membri della mia famiglia. Riconosco le difficoltà cui hanno dovuto far fronte a causa della pressione negli ultimi due anni e sostengo il loro desiderio per una vita più indipendente», si legge. Poi un pensiero anche per Meghan: «Voglio ringraziarli per tutto il loro lavoro zelante nel Paese, nel Commmonwealth e oltre. Sono particolarmente orgogliosa di come Meghan sia diventata così velocemente parte della famiglia». Quindi l’augurio per il futuro: «È nelle speranze di tutta la mia famiglia che l’accordo di oggi consenta loro di costruire una felice e pacifica nuova vita».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Brexit, Javid ammette: «Alcune aziende non ne beneficeranno»

Il cancelliere dello Scacchiere britannico in una intervista al Financial Times ha aggiunto che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue». E ha esortato le aziende ad «adattarsi alle nuove misure».

Alcune aziende beneficeranno della Brexit, «altre no». Lo ha detto il Cancelliere dello scacchiere britannico, Sajid Javid, in un’intervista al Financial Times.

Dopo il divorzio da Bruxelles, ha spiegato il ministro, «ci sarà un impatto in un modo o nell’altro». Javid ha anche annunciato che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue» e che il Regno Unito, entro la fine dell’anno, «non sarà nel mercato unico». Javid ha poi esortato le aziende per ad «adattarsi alle nuove misure».

LE CELEBRAZIONI PER IL 31 GENNAIO

Il giorno clou è il 31 gennaio, quando il Regno Unito lascerà l’Ue. Il premier Boris Johnson terrà un discorso per l’occasione e sarà coniata una speciale moneta da 50 pence sulla quale saranno incise le parole: «Pace, prosperità e amicizia con tutte le nazioni». Intanto prosegue la raccolta fondi online per pagare i costi della riapertura del Big Ben di Londra e consentire di farlo suonare a festa allo scoccare della formalizzazione della Brexit, alle 23 ora locale. In pochi giorni sono stati raccolte 200 mila sterline, ma ne servono almeno 500 mila. In alternativa, il governo britannico ha deciso di proiettare un orologio sulla facciata di Downing Street per scandire il tempo. Tutti gli edifici attorno a Whitehall, palazzo del governo saranno illuminati, mentre nella piazza del Parlamento sventoleranno le Union Jack.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché i canadesi non vogliono Harry e Meghan

Cittadini e stampa si schierano contro il trasferimento dei Sussex. Dal problema dei costi al nodo costituzionale: le ragioni di una convivenza difficile.

I canadesi sbattono la porta in faccia a Harry e Meghan. Ben il 73% è contrario alla prospettiva di un trasferimento a proprie spese dei duchi del Sussex, che dopo il “divorzio” dalla famiglia reale hanno intenzione di dividersi tra il Regno Unito e il Canada, ex dominio britannico. Idea che non piace neanche alla stampa di Ottawa e dintorni, da cui si levano voci contro Harry e Meghan. Già alcuni giorni fa, il premier canadese Justin Trudeau aveva sollevato il problema della tutela che il Paese nordamericano – legato tuttora alla Corona britannica – dovrebbe garantire alla coppia e al piccolo Archie. Non senza evocare la necessità di «colloqui» ad hoc per stabilire la suddivisione dei costi.

SOLO IL 3% PAGHEREBBE IL TRASFERIMENTO DI HARRY E MEGHAN

Secondo un sondaggio condotto dall’organizzazione no profit Angus Reid Institute, solo il 3% dei canadesi ritiene che il Paese dovrebbe accollarsi i costi di trasferimento e della loro sicurezza sul territorio canadese. Un canadese su quattro crede che la famiglia reale britannica abbia oggi meno rilievo nella vita del Canada, mentre il 41% ritiene che non ne abbia affatto. Oltre al tema dei costi, c’è poi un doppio nodo da sciogliere: quello della cittadinanza (per cui Harry e Meghan dovrebbero fare domanda come qualsiasi altra persona, senza privilegi) e quello costituzionale. Se infatti Ottawa riconosce Elisabetta II come “Regina del Canada”, diverso è il discorso per i suoi eredi, che non hanno alcun ruolo costituzionale. L’arrivo dei Sussex, scrive il quotidiano The Globe and Mail, «tocca una delle questioni costituzionali più spinose della monarchia moderna: come mantenere una chiara distinzione tra le corone britannica e canadese».

THE GLOBE AND MAIL: «L’ESEMPIO VIVENTE DELLA DIFFERENZA TRA NOI E LONDRA»

Lo stesso quotidiano afferma che «se i Sussex sceglieranno di risiedere in Canada, saranno esempi viventi delle differenze tra la nostra istituzione nazionale, la Corona canadese, e l’eredità coloniale che il Principe Harry e la signora Markle rappresentano, la monarchia britannica». In maniera ancora più chiara, il giornale scrive che «la famiglia reale britannica è la nostra famiglia reale perché condividiamo lo stesso essere umano come monarca. Ma piuttosto che rappresentare il Canada come uno Stato indipendente, simboleggia la nostra eredità e il continuo legame con la Regina e il Commonwealth». E, «mentre la regina può indossare le sue onorificenze nei ritratti ufficiali e il suo affetto di lunga data per il Canada è senza dubbio genuino, rimane fondamentalmente britannica».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Harry e Meghan hanno incassato il sì della Regina

Dopo la riunione della Royal Family a Sandringham arriva la "benedizione" di Elisabetta II. I Sussex vivranno un periodo di transizione tra Regno Unito e Canada.

Harry e Meghan hanno ottenuto il via libera della Regina. Elisabetta II ha accettato «un periodo di transizione» verso «la nuova vita» che i Sussex vogliono creare per la loro famiglia.

Lo si legge in una nota diffusa dalla corte dopo la riunione dei vertici della Royal Family a Sandringham.

Riunione nella quale si conferma che i duchi di Sussex intendono in prospettiva sganciarsi dai «finanziamenti pubblici» dell’appannaggio reale e che per questa fase della loro vita si divideranno fra il Regno Unito e il Canada.

LA FAMIGLIA REALE SOSTIENE IL DESIDERIO DEI SUSSEX

Nella nota il clima della riunione viene definito «molto costruttivo». «La mia famiglia e io», fa sapere Elisabetta II, «sosteniamo interamente il desiderio di Harry e Meghan di creare una nuova vita per la loro giovane famiglia». E aggiunge: «Noi avremmo preferito che essi rimanessero membri a tempo pieno della Royal Family, ma ne rispettiamo e comprendiamo il desiderio di vivere in modo più indipendente la loro vita, pur rimanendo parte apprezzata della mia famiglia».

LEGGI ANCHE: La nuova comunicazione dei Sussex

Harry e Meghan, si legge ancora nel testo, «hanno chiarito di non voler dipendere dai fondi pubblici nelle loro nuove vite. È stato quindi concordato che vi sarà un periodo di transizione nel quale i Sussex trascorreranno il loro tempo fra Canada e Regno Unito. Queste sono questioni complesse da risolvere per la mia famiglia e ci sarà altro lavoro da fare, ma io ho chiesto che una decisione finale sia raggiunta nei prossimi giorni».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I bookmaker puntano sulla Hard Megxit

L'allontanamento dei Sussex dalla Casa Reale scalda gli scommettitori. L'indipendenza finanziaria della coppia è data molto probabile mentre una reunion con William & Co quasi impossibile. Nel futuro dei duchi? Social, moda e forse il set.

Vertice della Royal Family famiglia in corso a Sandringham per districare il groviglio di problemi generato dal passo indietro della coppia Harry & Meghan dai propri incarichi ufficiali.

L’incontro avviene alla presenza della regina Elisabetta che, a dispetto dei suoi 92 anni, è rapidamente passata dallo sconcerto e dalla stizza a un rapido e monarchico decisionismo

La vicenda ha già surclassato la noiosissima Brexit tra i temi britannici in primo piano, e già coinvolge – come sempre avviene in Gran Bretagna quando gli eventi rivestono interesse collettivo – scommettitori e bookmaker.

LE QUOTE DEGLI SCOMMETTITORI

Secondo Agipronew, che riporta le quotazioni attualmente praticate, l’ipotesi più probabile è che la coppia si renda finanziariamente indipendente entro i prossimi cinque anni (data a 1,50) e che lasci definitivamente il Regno Unito (a 2,50); la residenza permanente in Nord America viene data a 9,00. I maligni possono scommettere su un divorzio entro il 2025, con la possibilità di incassare quattro volte la scommessa. E c’è anche chi può puntare, a 7 volte la posta, sulla prossima adozione di un bambino. Una futura reunion con la Royal Family è considerata molto lontana: 15 a uno. 

IL FUTURO? MODA E SOCIAL

Che lavoro faranno Harry e Meghan una volta sganciati dalla Royal Family per rendersi indipendenti? Si scommette soprattutto sulla moda e sul web: fashion designer si gioca a 6,00, ma si sale a 15,00 per un futuro da influencer sui social. Un possibile reality show viene offerto a 13,00 mentre diventare artisti è una possibilità remota, pagata a 26,00.

MEGLIO DI THE CROWN

L’attenzione si concentra soprattutto su Meghan, considerata da molti la vera ispiratrice della svolta esistenziale della coppia. Ma i bookmaker non credono che tornerà a recitare in Suits, la serie tivù che l’ha resa famosa: si scommette solo a 21,00 sul suo ritorno in un episodio speciale. Ancora più improbabile è che la duchessa del Sussex arrivi all’ardire di interpretare se stessa in un’altra celebre serie Netflix, The Crown. Ma se uno volesse proprio scommetterci, sappia che potrà guadagnare addirittura cento volte la posta.

MEGHAN, LA YOKO ONO DEI ROYAL

Benché il vertice di Sandringham abbia per oggetto anche il tema dell’appannaggio economico, che dovrebbe garantire ai due transfughi un tenore di vita comunque quasi regale, il prezzo della scelta di Harry & Meghan, non si conteggia tuttavia solo in sterline.

View this post on Instagram

No comments!!!

A post shared by @ lafemmemerveilleuseinvisible on

La duchessa appare più che mai come la “Yoko Ono” della dinastia britannica, cioè come colei che operò dietro le quinte, all’epoca, per lo scioglimento di un altro mito inglese, quello dei Beatles, dopo avere sposato John Lennon. 

LEGGI ANCHE: Per i Sussex strappo anche nella comunicazione

La ferita in termini di immagine, per i Windsor, sarà difficile da rimarginare, visto che, tra dichiarazioni e smentite, quel che emerge è una famiglia litigiosa, piena di discussioni tra fratelli, invidie tra cognate, fastidio per i suoceri e recriminazioni per i soldi. Non è che per caso Meghan abbia nelle vene anche sangue italiano?

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per i Sussex strappo anche nella comunicazione

Da qualche mese Meghan e Harry si sono affidati alla Sunshine Sachs. Società statunitense che tra i suoi clienti ha Di Caprio, la famiglia Jackson e Jennifer Lopez. Ed è esperta in crisi di immagine.

La scissione da Buckingham Palace è ormai compiuta: Harry e Meghan, i duchi del Sussex, sono pronti a trasferirsi dall’altra parte dell’Atlantico verso – dicono – la libertà economica. E pure la comunicazione.

Il divorzio dalla Corona è stato uno strappo impegnativo da gestire anche per la 93enne Elisabetta II a cui i due, sposati nel 2018 e genitori di Archie (un anno il prossimo maggio), hanno comunque assicurato «continuo sostegno».

Ma anche per William, il fratello maggiore di Harry e secondo in linea di successione al trono dopo Carlo. In una intervista al Sunday Times il duca di Cambridge ha vuotato il sacco: «Ho tenuto il braccio sulle spalle di mio fratello per tutta la vita», ha detto, «adesso non posso più farlo, siamo entità separate».

LA BATTAGLIA CONTRO I TABLOID E L’ADDIO AL ROTA ROYAL

La rottura con The Firm (la Corona) – resta da capire se si tratterà di una soft o di una hard Megxit – segue quella con la stampa britannica su cui pesa ancora lo spettro della morte di Lady D. Non è un caso che Harry abbia combattuto l’insistenza dei tabloid sulla moglie: prima a parole e poi in tribunale. A ottobre è arrivato l’annuncio dell’azione legale della coppia contro il Sun, il Daily Mirror e il domenicale del Mail: accusati rispettivamente di hackeraggio telefonico, pubblicazione di audio privati e di una lettera scritta da Meghan a suo padre.

LEGGI ANCHE: La strana rivoluzione di Meghan e Harry

Una battaglia solitaria, seppur nei ranghi della Casa Reale, in linea con l’altra decisione, arrivata ora: l’addio al Rota Royal. Si tratta del sistema che da 40 anni gestisce le immagini, le dichiarazioni e la copertura di eventi di tutti i membri dei Windsor.

Una battaglia solitaria, seppur nei ranghi della Casa Reale, in linea con l’altra decisione, arrivata ora: l’addio al Rota Royal. Si tratta del sistema che da 40 anni gestisce le immagini, le dichiarazioni e la copertura di eventi di tutti i membri dei Windsor.

LEGGI ANCHE: I reprobi della Royal Family, da Edoardo VIII a oggi

Nel circuito ci sono le principali testate britanniche (tra cui quelle accusate di scorrettezze) che poi a loro volta condividono il materiale con altri media internazionali. Ebbene, questo è il punto. I due credono in «un’industria dei media libera, forte e aperta, che sostiene l’accuratezza e favorisce l’inclusione, la diversità e la tolleranza». Ma, spesso – sostengono – le cronache dei corrispondenti accreditati sono state manipolate, con un effetto altoparlante globale.

IL RAPPORTO DIRETTO CON IL PUBBLICO

I duchi hanno già la soluzione: ed è il fai-da-te. L’obiettivo dichiarato è il filo diretto – in sintonia con la connessione no stop – con il pubblico. Senza i filtri dei protocolli reali, e senza l’esclusiva con il Rota che imponeva di fatto lo stop alla diffusione di qualsiasi contenuto in modo autonomo. E infatti anche l’addio è stato pubblicato come messaggio personale sul loro sito web ufficiale Sussexroyal.com rilanciato subito sull’omonimo account Instagram (certificato) con quasi 11 milioni di follower.

Ad accompagnare le parole sul sito la loro foto mano nella mano, sguardo complice di lui verso lei, entrambi in movimento. Avanti, verso il futuro. Le pose si ripetono simili in altri contesti: boschi, incontri di beneficenza e viaggi nei Paesi del Commonwealth. Colori tenui, grafica semplice ed elegante, tra le tre sezioni c’è spazio (ancora) per «Serving the monarchy», servire la monarchia. Come in qualsiasi sito di un’organizzazione o di una società c’è poi la sezione Faq, le domande frequenti. Soprattutto l’addio e le relazioni con i media. È qui che Harry e Meghan affermano di voler coinvolgere giovani giornalisti esordienti, di voler diversificare la copertura degli eventi in cui sono protagonisti, ancora con «cronache obiettive». Rivendicando la gestione dei canali social, travolti in pochi giorni dai meme e i post a tema. Twitter, su tutti, è stato invaso dagli hashtag #HarryandMeghan e #Megxit.

Il matrimonio di Harry e Meghan, il 19 maggio 2018 (Getty Images).

L’AIUTO DELLA SUNSHINE SACHS

Ovviamente non sono soli. Da settembre la coppia si è affidata per la comunicazione a una prestigiosa agenzia americana, la Sunshine Sachs con sedi a New York, Washington e ovviamente Los Angeles che deve il suo nome all’omonimo fondatore, Ken, ora 71enne, amico dei Clinton. Una vecchia conoscenza di Meghan che all’agenzia aveva affidato già in passato la sua immagine, quando era protagonista della serie Suits. Nel portfolio dell’agenzia più vip che politici o celebrità. Da Naomi Campbell a Leonardo Di Caprio, da Jennifer Lopez alla famiglia di Michael Jackson. Non una scelta qualsiasi: perché il Pr (e il suo staff di professionisti) è esperto nell’affrontare crisi di immagine ed è conosciuto per le sue strategie aggressive. Più che utilizzare i media, il patron aveva più volte dichiarato che si possono anche «colpire». Ufficialmente la Sunshine Sachs si occupa di pubblicizzare le attività benefiche dei Sussex in Usa, ma pare abbia anche seguito per Meghan la direzione della September Issue di British Vogue: iniziativa che era stata bollata nel Regno Unito come troppo hollywoodiana.

LE ACCUSE DI AVER MODIFICATO WIKIPEDIA

Ma non è finita qui. Nel 2015 la squadra della Sunshine era stata accusata di aver modificato Wikipedia in modo scorretto. Qualche manina aveva ripulito le voci dei clienti da qualche macchia o fatto da nascondere. Uno stile apparentemente distante da quello dei duchi di Sussex, almeno finora.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I reprobi della Royal Family, da Edoardo VIII a oggi

Abdicazioni, rinunce, scandali: i terremoti che hanno scosso la famiglia reale britannica prima del caso Harry e Meghan.

Fra abdicazioni, rinunce e allontanamenti, la famiglia reale britannica può allineare più di un precedente, nella storia moderna, della presa di distanza annunciata l’8 gennaio dai duchi di Sussex, Harry e Meghan; seppure in contesti e circostanze assai diverse fra loro. Eccone una lista, da Edoardo VIII a oggi, passando per la compianta Lady D.

EDOARDO VIII

Fu indubbiamente il protagonista della vicenda più grave mai capitata in casa Windsor, per la portata dei fatti, l’impatto sui tempi, il contesto storico drammatico e il suo ruolo di sovrano regnante, non di semplice principe cadetto come Harry. Nato con il nome di David, fratello maggiore del padre di Elisabetta II, il futuro Giorgio VI, Edoardo – in seguito sospettato pure di simpatie filo naziste – rinunciò al trono nel 1936 per sposare la borghese Wallis Simpson, americana e divorziata al pari di Meghan Markle, ma in un mondo diverso; un gesto romantico e folle, nella percezione dell’epoca, che né il governo né la Chiesa di Stato anglicana poterono accettare e che causò uno scandalo enorme, al punto da mettere a repentaglio il futuro medesimo della dinastia e dell’istituzione monarchica.

LADY DIANA

Madre del principe Harry (e del fratello maggiore William), fu al centro di un distacco dalla Royal Family consumatosi in due tempi, prima di tramutarsi in un autentico terremoto per la corte e per la regina Elisabetta al momento della morte prematura della ‘principessa del popolo’. Nel 1993 il primo passo fu quello di un suo allentamento degli impegni ufficiali di corte – un po’ come quello annunciato dai duchi di Sussex – dopo il clamoroso suo divorzio (inizialmente presentato come “amichevole”) dal principe Carlo. Nel 1996 il secondo fu invece la revoca di ogni incarico residuo di rappresentanza, con annessa perdita del titolo di Sua Altezza Reale, ordinata dalla sovrana dopo la messa in scena pubblica in tv delle recriminazioni coniugali contro l’erede al trono.

FERGIE

Sarah Ferguson, duchessa di York, fu a sua volta al centro, nel 1996, di uno scandaloso divorzio condito da tradimenti incrociati dal principe Andrea, fratello minore di Carlo e terzogenito della regina e di Filippo duca d’Edimburgo; messa da parte quasi subito dal casato a causa degli imbarazzi provocati, in quello che la regina ebbe a definire il primo “annus horribilis” del suo lungo regno, Fergie la Rossa continuò del resto anche in seguito a farsi parlare dietro. Fra sospetti di affarucoli spregiudicati, con tanto di presunti tentativi di sfruttamento del ‘brand’ reale. Salvo riavvicinarsi più di recente ad Andrea e alla famiglia regnante, al fianco delle figlie Beatrice e Eugenie, nipoti molto amate da Elisabetta II.

ANDREA, DUCA DI YORK

Il suo ritiro dalla scena pubblica è un fatto di poche settimane fa e non è stato volontario. Bensì un benservito imposto da circostanze di opportunità (e deciso dalla regina su pressione di Carlo, secondo alcuni media) in seguito al riemergere delle denunce sui vecchi rapporti di frequentazione dell’ex marito di Fergie con Jeffrey Epstein: il miliardario Usa, amico di molti ricchi e potenti, accusato di abusi sessuali su ragazze giovani e giovanissime e morto infine in un carcere americano, ufficialmente suicida.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il grande (e rischioso) fuck you dei Sussex alla Corona

I ribelli Harry e Meghan danno il benservito alla Regina e corrono incontro alla loro libertà. Al secondogenito di Carlo auguriamo ogni bene. Anche se al suo posto non avremmo mai scambiato la solidità di una Royal family con la volubilità di una moglie inquieta.

Potendo sostituire il comunicato ufficiale a firma “Duca e Duchessa del Sussex”, forse avrebbero più semplicemente e italicamente scritto «andate tutti affanculo».

Che è un po’ il senso manifesto della fuga di Harry & Meghan, i cui nomi si intrecciano in un logo da coppia dannata, come quelli di Bonnie & Clyde o, più regalmente, come quelli degli antenati Edward & Wally, anch’essi in fuga, circa 80 anni fa, dalle pesanti regole della corte britannica.

HARRY E MEGHAN IN FUGA COME NE IL LAUREATO

Harry & Meghan gettano alle ortiche i privilegi regali, l’appannaggio, quella vita insulsa fatta di sorrisi di circostanza, visite ai centri di beneficenza, fingendosi interessati ai disegni di bambini disagiati delle periferie, partecipazioni a eventi e cerimonie pompose, in cui offrirsi ai flash dei fotografi per poi finire su giornali che criticheranno il tuo abito, le tue scarpe, il trucco, la smorfia involontaria. Tutta roba che William & Kate si sciroppano senza troppo disagio, ma tant’è: sarai il re d’Inghilterra? E allora beccatela tu questa vita del cavolo. Noi diciamo no e ce ne andiamo, come la coppia de Il laureato che abbandona le famiglie furibonde con un palmo di naso, per salire su un autobus sgarrupato e andare incontro alla libertà e al vero amore.

Archie non crescerà tra maggiordomi e istitutrici e non sarà perseguitato dai fotografi mentre va all’asilo o a pattinare

Naturalmente, non ci saranno autobus scalcinati nella vita di Harry & Meghan, che possono contare sulla rendita milionaria del giovane rampollo della casa reale. Ma fanculo pure alla rendita, i due dichiarano che diventeranno indipendenti, andranno a lavorare. Lei come attrice, si suppone. Lui chissà, forse cooptato nel consiglio di amministrazione di una multinazionale, oppure impegnato a finanziare qualche centro di ricerca per la salvezza del Pianeta. Il loro bambino, Archie, non crescerà tra maggiordomi e istitutrici, non imparerà a camminare dentro saloni affrescati, su tappeti persiani di otto per otto metri, non sarà perseguitato dai fotografi mentre va all’asilo, a scuola, a pattinare.

UNO STORYTELLING INFINITO

La monarchia britannica si conferma un generatore di storytelling senza pari, tanto da fornire in tempo reale nuovo materiale per gli sceneggiatori della serie The Crown, così come le dimissioni di papa Ratzinger hanno generato fiction su fiction. Se poi ci aggiungiamo Bill Gates che ha dichiarato: «Sono troppo ricco, voglio pagare più tasse», allora qui si profila un’abdicazione dell’élite mondiale dal proprio ruolo. Proprio qualche sera fa, alla cerimonia dei Golden Globe, il comedian inglese Ricky Gervais aveva ammonito i divi del cinema: «Voi non sapete nulla della vita reale, quindi non fate discorsi politici, non siete credibili, ritirate il vostro piccolo premio, ringraziate, e andate via». Harry & Meghan, divi anche loro, rinunciano ai loro privilegi per guadagnare una vita reale e dunque forse una credibilità, davanti al mondo, e prima ancora davanti a se stessi. 

Cinicamente, chi ha più esperienza di matrimoni non scambierebbe mai la solidità di una Royal family con la volubilità di una moglie inquieta

Il semplice fatto di nascere come secondo figlio, dopo William, e risultare perciò attualmente solo sesto nella successione al trono, concede a Harry la libertà di fare questa scelta radicale. Non avrà più protezioni, se ne andrà solo nel mondo insieme a Meghan. Gli auguriamo ogni bene, però al suo posto non l’avremmo mai fatto. Ma solo perché, cinicamente, abbiamo più esperienza di matrimoni e non scambieremmo mai la solidità di una Royal family con la volubilità di una moglie inquieta.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché Harry e Meghan possono anche non lavorare

I Sussex hanno intenzione di fare un passo indietro dalla Royal Family e rendersi indipendenti dal punto di vista economico. Uno strappo rivoluzionario, reso più facile dal patrimonio milionario su cui possono contare.

Non bastasse la Brexit, con il 2020 per i sudditi di Sua Maestà è arrivata come un fulmine a ciel sereno pure la Megxit.

I duchi del Sussex, Harry e Meghan Markle, hanno espresso ufficialmente l’intenzione di fare un passo indietro da membri Senior dalla Firm, la Corona britannica.

Un’altra grana per la regina Elisabetta II già alle prese con lo scandalo Epstein che ha travolto il principe Andrea. Uno strappo che ricorda, con tutti i distinguo del caso, l’abdicazione nel dicembre del 1936 di re Edoardo VIII dopo il matrimonio con Wallis Simpson (pure lei americana).

L’ALLONTANAMENTO DEI SUSSEX DA THE FIRM

I Sussex, che hanno passato le festività natalizie in Canada con il piccolo Archie ben lontani dagli impegni di Buckingham Palace, in un comunicato hanno dichiarato di voler avviare «la transizione verso un nuovo ruolo dentro l’istituzione» monarchica. Il che comporta la decisione di «lavorare per diventare finanziariamente indipendenti, sebbene continuando a sostenere pienamente Sua Maestà la Regina» e quella di dividersi d’ora in avanti «fra il Regno Unito e il Nord America» per consentire di far crescere il figlio «nel rispetto della tradizione reale in cui è nato, garantendo al contempo spazio alla nostra famiglia per concentrarsi su un nuovo capitolo: incluso il lancio di una nostra nuova entità caritativa» autonoma.

IL PATRIMONIO DI HARRY E MEGHAN

Dunque i Sussex, in rotta da tempo con i Cambridge – per i non avvezzi alle cose reali William e Kate Middleton -, si rimboccheranno le maniche per trovare un lavoro, cosa che l’attuale status impedisce loro. Sì, ma quale lavoro? Gira voce, per esempio, che Meghan potrebbe riprendere la carriera di attrice. La rivincita delle Grace Kelly, verrebbe da dire. Anche se di “lavorare” la coppia, stando alle finanze note, non avrebbe più di tanto bisogno.

Harry può contare su un patrimonio compreso tra i 25 e i 40 milioni di dollari

Secondo l’International Business Times, il principe Harry può contare su un patrimonio compreso tra i 25 e i 40 milioni di dollari. Non è ancora chiaro quanto la decisione di “divorziare” dalla Corona peserà sul tesoretto totale. Non solo. C’è infatti l’eredità lasciatagli dalla madre Diana (12 milioni di euro circa, secondo quanto riportato dal Sunday Times) più i gioielli privati della “Regina di Cuori” il cui valore però non è noto. Il secondogenito di Carlo ha servito per 10 anni (fino al 2015) la Royal Air Force come capitano, guadagnando – riporta Forbes – circa 53 mila dollari per anno. La moglie Meghan, secondo quanto rivelato da Money lo scorso maggio, avrebbe invece messo da parte grazie alla sua attività sui set – come star di Suit principalmente – almeno 5 milioni di dollari.

I COSTI DELLA COPPIA RIBELLE

Da quello che si sa – ed Elisabetta permettendo – i Sussex hanno intenzione di continuare il loro impegno nelle opere di beneficenza della Corona, oltre a creare un ente tutto loro. Ma quanto costano Harry e Meghan? Il Sovereign Grant, il fondo pubblico che finanzia il lavoro della famiglia reale incluso il mantenimento delle residenze e lo staff, copre solo il 5% delle spese. E la coppia ha assicurato di non aver mai utilizzato denaro pubblico per spese private né di godere di benefit fiscali per le loro attività benefiche. Il 95% restante delle spese è invece coperto dal Ducato di Cornovaglia del principe Carlo. E non sono spiccioli se il viaggio dei Sussex in Australia, Nuova Zelanda, Tonga e Figi dell’ottobre 2018 è costato 90 mila euro e il Royal Wedding si è parlato di cifre astronomiche: tra i 35 e i 45 milioni di euro. Poca cosa per la Famiglia Reale valutata da Forbes intorno agli 88 miliardi di dollari tra residenze, gioielli della Corona e il valore generato dal brand su turismo e moda.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il governo britannico pubblica per errore gli indirizzi di alcuni vip

Online gli indirizzi di oltre mille destinatari dei New Year Honours: tra loro politici, star del calibro di Elton John.

Il governo britannico è in imbarazzo dopo la pubblicazione, per errore, degli indirizzi di oltre mille destinatari dei cosiddetti New Year Honours, le tradizionali onorificenze reali: tra loro politici, star del calibro di Elton John, ma anche decine di funzionari della difesa e dell’antiterrorismo, con evidenti implicazioni per la sicurezza. Una svista, ha ammesso l’ufficio del gabinetto che si è scusato per quanto accaduto, assicurando di aver rimediato in breve tempo.

ANCHE OLIVIA NETWON JOHN E BEN STROKES TRA LE VITTIME DELLA ‘SVISTA’

Tra i 1.097 destinatari delle onorificenze del 2020 ci sono anche il giocatore di cricket Ben Stokes, l’attrice Olivia Newton John, l’ex leader del Partito conservatore Iain Duncan Smith, la cuoca televisiva Nadiya Hussain e l’ex capo dell’Ofcom (l’authority per le comunicazioni) Sharon White. Tra gli altri, diversi funzionari di governo, accademici, leader religiosi, sopravvissuti all’Olocausto. Ma anche funzionari della Difesa e alte gerarchie della polizia, quindi personalità considerate sensibili dal punto di vista della sicurezza. C’è chi ha preso questa vicenda con filosofia, come Mete Coban, pioniere delle attività caritatevoli che ha ricevuto un’onorificenza per il suo lavoro con i giovani, che si è detto non troppo preoccupato per l’errore. Al contrario, Big Brother Watch, organizzazione britannica che si occupa di privacy e tutela delle libertà civili, ha definito «estremamente preoccupante che il governo non mantenga una solida stretta sulla protezione dei dati e che le persone che ricevono alcuni dei più alti onori siano messe a rischio per questo». Ed il ministro ombra per l’ufficio del gabinetto, Jon Trickett, ha evidentemente rincarato la dose: «Se il governo non è in grado di proteggere dati sensibili, come possiamo aspettarci che risolva le importanti questioni del nostro Paese?».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Non saranno gli Usa a curare Londra dalle ferite della Brexit

Se il Regno pensa di vedersi offrire su un piatto d'argento il libero accesso al mercato statunitense, si sbaglia di grosso. Il nazionalismo costerà caro agli inglesi. Come preconizzato da George Orwell.

Prima di archiviare la lunga saga Brexit e in attesa di vedere fra un paio d’anni le vere conseguenze, è bene assicurarsi che venga archiviata nello scaffale giusto. Che è quello dei sogni. A volte si realizzano. A volte no. Non c’è dubbio che si tratta dell’ultimo grande exploit del nazionalismo inglese. Convinto, come diceva nel 1999 Margaret Thatcher cacciata nove anni prima dalla guida del governo dagli uomini del suo stesso partito anche per la sua durezza anti Ue, che «noi siamo certamente il miglior Paese in Europa» e che «nel corso della mia vita tutti i problemi sono venuti dal continente, e tutte le soluzioni sono venute dai Paesi di lingua inglese disseminati in giro per il mondo». L’ex premier “lady di ferro” morirà nel 2013. Anche il grande Mercato Unico di cui la premier Thatcher fu negli Anni 80 uno dei più convinti creatori è stato un problema venuto dal continente?

Thatcher guidava il partito che aveva portato il Regno Unito nel Mec e diventò decisamente anti Ue solo dopo il profilarsi della riunificazione tedesca. Milioni di inglesi vogliono ora sbattere la porta, l’hanno sbattuta, con molti che si scrollano si direbbe anche la polvere dai calzari, ispirati idealmente da una Thatcher che Boris Johnson ha usato come una novella Giovanna d’Arco alla riconquista dell’indipendenza. Persino Winston Churchill che invece fu, perso l’Impero, un convinto europeista, è stato gabellato come brexiteer. Intanto, tutti parlano per sentito dire. Quello della Brexit è un argomento da tempo noioso perché rimasto a bagnomaria per oltre tre anni ma, archiviandolo, occorre sapere che la storia non finisce qui. Non si tratta infatti solo dell’uscita legale, che ci sarà il 31 gennaio prossimo, dell’ultimo ammainabandiera a Bruxelles e Strasburgo e della scomparsa della già rara bandiera azzurrostellata dell’Unione dagli edifici pubblici britannici.

LA SAGA DELLA BREXIT NON È FINITA

Ridisegnare i rapporti tra Londra e il continente è infatti un’operazione gigantesca e inedita. Si tratta dell’uscita reale dalla enorme rete cha a partire dal 1973 ha integrato l’economia del Regno Unito con quella continentale, e non solo l’economia, e del disegno complesso dei futuri rapporti commerciali. Johnson ha ribadito martedì 17 dicembre che si uscirà del tutto comunque a fine 2020. Quindi una hard Brexit, probabilmente; i mercati hanno subito reagito male. D’altra parte una soft Brexit vorrebbe dire restare agganciati al sistema Ue, come regole, e questo Johnson lo definiva già un anno fa un “vassallaggio”. Johnson ha vinto grazie agli errori clamorosi del corbynismo (si veda Corbyn consegnerà il Regno Unito alla brexit di Farage del 19 maggio scorso) e dei liberaldemocratici e sulla base di due promesse, ma mantenere la prima promessa rende difficilmente realizzabile la seconda.

Una vera intesa commerciale fra Londra e Bruxelles secondo tutti i canoni ha bisogno di non meno di 3-4 anni di negoziazioni

La prima promessa ora ribadita dice “usciremo definitivamente a fine dicembre 2020”, cioè fra un anno. Ciò significa che per un anno cambia poco nei rapporti economici fra Londra e Bruxelles, e dopo cambia tutto. La seconda promessa assicura un’economia in rapida crescita spinta anche dalla spesa pubblica, investimenti notevoli nelle aree delle Midlands e dell’Inghilterra settentrionale, aree ex minerarie e operaie, da un secolo o poco meno tenacemente laburiste, che in nome della Brexit si sono in parte notevole, determinando le dimensioni della vittoria, schierate con i Tory, passaggio prima impensabile. Ma sarà possibile un’economia in crescita se i duri del partito conservatore e Nigel Farage che già ha lanciato anatemi impongono comunque un’uscita definitiva dai meccanismi economici e doganali fra un anno? Una vera intesa commerciale fra Londra e Bruxelles secondo tutti i canoni ha bisogno di non meno di 3-4 anni di negoziazioni.

L’INTEGRAZIONE CON GLI USA NON SARÀ MAI PARI A QUELLA CON L’UE

Se Londra esce fra un anno sarà inevitabile adottare le regole del Wto, il che significa dazi, tariffe, dogane e controlli. Farage non va sottovalutato. Non ha conquistato nemmeno un seggio il 12 dicembre con il suo Brexit party, ma si è presentato in meno di metà dei collegi per disturbare il minimo possibile Johnson. E Farage, con la sua retorica iper nazionalista e sopra le righe a dir poco, resta l’uomo politico più influente del Paese, vero pontefice della Brexit. È lui che ha imposto il dibattito nazionale a partire dal voto del 2013 e dalle europee del 2014, spingendo i Tory a cercare di essere più anti Ue di lui. È la logica degli estremismi di cui il nazionalismo, a differenza del patriottismo, fa parte. Johnson parla della «grande avventura» in cui il Paese si è lanciato «riconquistando» la propria indipendenza e tratteggia i contorni di un Regno Unito nuovamente «imperiale».

Sostenitori della Brexit dopo il trionfo di Boris Johnson.

Un impero soft fatto di eccellenza economica, di finanza, di centralità globale della piazza londinese, di ricerca e alta tecnologia, di supremazia intellettuale insomma, quella stessa che i burocrati bruxellesi e, diciamolo pure, le stranezze e la mediocrità di un continente che un certo tipo di inglesi ha sempre guardato dall’alto in basso, impedivano. È un esercizio nel quale il suo lungo mestiere da giornalista lo aiuta, e appartiene per ora al mondo dei sogni. Sogni? La risposta è sempre stata: avremo un magnifico trattato commerciale con gli Stati Uniti. Donald Trump in effetti lo ha promesso, con l’obiettivo di usare il Regno Unito come grimaldello per sfasciare la Ue, che è troppo grossa commercialmente e infastidisce un’America di un certo tipo di cui Trump è il portabandiera, l’America iper nazionalista e, che lo ammetta o no, neo isolazionista e che non sa che farsene ormai del “mondo occidentale”. Ma qui occorre un semplice ragionamento.

È difficile pensare che un’America con un mercato da 315 milioni di persone possa offrire a Londra e ai suoi 66 milioni condizioni perfettamente paritetiche

Fino a oggi, e fino al 31 dicembre 2020, l’economia britannica, 66 milioni di abitanti , è integrata in un mercato di 512 milioni di persone, senza dazi e senza vincoli. Uscendo rinuncia quindi al libero accesso a un mercato di 450 milioni e il più ricco, come capacità totale di spesa della popolazione, del mondo. Gli Stati Uniti non si integreranno mai in analoga misura, per molto tempo almeno, con il mercato britannico, ma Trump ha promesso e Johnson continua a citare un «accordo fantastico». Difficilmente ci sarà nel corso del 2020, anno dominato dall’impeachment e ancor più dalla campagna elettorale che lascerà probabilmente agli elettori il giudizio finale sul presidente. Ma c’è un altro aspetto da considerare. Qualsiasi trattativa sarà bilaterale, non multilaterale come quella che ha creato il Mercato Unico europeo più di 30 anni fa. Ed è difficile pensare che un’America con un mercato da 315 milioni di persone possa offrire a Londra e ai suoi 66 milioni condizioni perfettamente paritetiche, visto che i due mercati sono ben lontani dall’esserlo.

GLI ISTINTI PROTEZIONISTI MADE IN USA

È chiaro infatti che il libero accesso al mercato Usa vale potenzialmente per i prodotti britannici assai di più, cinque volte tanto, del libero accesso al mercato Uk per i prodotti Usa. Inoltre va considerato anche, come l’ex Cancelliere dello scacchiere conservatore Kenneth Clark (fra i moderati giubilati da Johnson) ricordava ai Comuni alcuni mesi fa, che gli Stati Uniti sono fortemente condizionati nelle trattative commerciali da un Congresso dove gli istinti protezionisti, sollecitati di continuo dalle molte lobby, e la perfetta coscienza delle asimmetrie fra i due mercati peseranno certamente. Non c’è che da aspettare e vedere. Ma la vittoria del nuovo partito conservatore nazional-brexista-populista (in omaggio al nuovo elettorato delle Midlands) non è che l’ennesima incarnazione del vecchio nazionalismo inglese, condiviso dalle classi superiori e inferiori, e anzi in queste ultime spesso ancora più tenace. Di nuovo, a rafforzarlo, c’è solo l’immigrazione. Il resto è un déja-vu.

L’insularità degli inglesi, il loro rifiuto di prendere gli stranieri sul serio, è una follia che di tempo in tempo costadecisamente caro

George Orwell

Senza perdersi dietro le cronache delle ultime settimane con interviste “alla gente”, basta ricordare quanto diceva Alexis de Tocqueville quando confrontava il francese ansioso che guarda in alto nel timore che qualcuno possa essergli superiore, e l’inglese che unicamente «abbassa il suo sguardo per contemplare con soddisfazione». Oppure, uscendo dall’800, l’epitaffio sulla Brexit può essere quello di George Orwell, quando diceva in The Lion and the Unicorn (1941), splendido e affettuoso ritratto del suo Paese e dei suoi connazionali, che l’errore degli inglesi è non avere mai preso sul serio i continentali, ritenendosi troppo superiori. La classe operaia, diceva, detesta gli stranieri (vedi ancora le Midlands). «L’insularità degli inglesi», aggiungeva Orwell, «il loro rifiuto di prendere gli stranieri sul serio, è una follia che di tempo in tempo costadecisamente caro».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Come cambiano i tempi della Brexit dopo la vittoria di Johnson

BoJo promette il divorzio da Bruxelles il prima possibile. Voto a Westminster forse già prima di Natale. Dal primo febbraio via al periodo di transizione, con l'obiettivo di raggiungere un'intesa commerciale entro giugno. A quel punto l'uscita diventerebbe effettiva da gennaio 2021.

Con la schiacciante e difficilmente prevedibile, almeno nelle proporzioni, vittoria del partito conservatore alla elezioni nel Regno Unito, il processo verso la Brexit è destinato a subire un’inevitabile accelerazione. Boris Johnson intende presentare al voto di Westminster l’accordo sul divorzio da Bruxelles il prima possibile, forse già entro Natale, vale a dire sabato 21 dicembre. Il via libera definitivo, in ogni caso, arriverebbe solo a gennaio. «Dalle urne è emerso un mandato per la Brexit, che noi onoreremo entro il 31 gennaio» ha detto Johnson di fronte a Downing Street nel discorso della vittoria, ringraziando gli elettori e impegnandosi a «lavorare senza risparmio» anche per una programma di politica interna su temi come sanità, sicurezza e «fine dell’austerità».

IL PERIODO DI TRANSIZIONE A PARTIRE DAL PRIMO FEBBRAIO

Dato per scontato che, avendo i Tory la maggioranza assoluta, l’intesa questa volta passerà, proprio il 31 gennaio, come promesso ripetutamente dal premier in campagna elettorale, sarà il Brexit day. Dal giorno dopo, infatti, inizierà il periodo di transizione che si protrarrà, con tutta probabilità, fino alla fine del 2020.

LA NUOVA INTESA COMMERCIALE GIÀ ENTRO LA FINE DI GIUGNO?

In questo lasso di tempo la situazione resterà identica all’attuale, rimarranno in vigore leggi e accordi tra l’Ue e il Regno Unito fino a quando non ne saranno negoziati altri. In particolare quelli commerciali. Secondo la Bbc, la nuova intesa commerciale tra Bruxelles e Londra dovrebbe essere pronta entro il 30 giugno 2020 e portata in parlamento entro dicembre dello stesso anno.

L’IPOTESI DI UN’ESTENSIONE DEL PERIODO DI TRANSIZIONE

Se sarà ratificata, dal primo gennaio 2021 la Brexit sarà davvero effettiva e tra Unione europea e Regno Unito sarà in vigore un nuovo accordo commerciale (e non solo). Se dovesse essere bocciata, il Regno Unito dovrà chiedere un’estensione del periodo di transizione oppure a gennaio 2021 lascerà del tutto l’Unione senza alcuna intesa. Con un largo sostegno alle spalle, in ogn caso, per Boris sarebbe più semplice perseguire una “hard Brexit” basata su un vago accordo di libero scambio, sull’esempio del modello canadese: una soluzione che allontanerebbe decisamente Londra dall’Europa e la spingerebbe verso l’anglosfera dominata dagli Stati Uniti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi è Dominic Cummings, lo spin doctor dietro la vittoria di Johnson

No euro da sempre, ex assistente di Gove, è l'uomo che ha inventato gli slogan Take Control e Get Brexit Done e che ha trasformato la campagna tory in perfetti meme.

Stratega e esperto social, inventore di slogan, ma anche di traiettorie politiche, creatore di video tormentoni e di nuovi consensi. Se c’è un uomo dietro al trionfo di Boris Johnson alle elezioni britanniche è lui: lo sconosciuto Dominic Cummings. Con cinque parole, Take control’ e ‘Get Brexit done‘, ha consacrato nel 2016 Johnson come leader della campagna pro-Leave e oggi ne ha fatto il vincitore assoluto della politica del Regno Unito. Cummings, è la mente dei nuovi Tory, inviso ai politici conservatori paludati che ha saputo parlare alla pancia della Gran Bretagna con messaggi semplici ma evidentemente efficaci.

PRIMO OBIETTIVO: ELIMINARE FARAGE

Ex consulente dei Tory, classe 1972, l’uomo con lo zainetto che stamani alle sette è stato ripreso dalla telecamere di mezzo mondo mentre bussava al numero 10 di Downing street come un cittadino qualsiasi ha puntato la sua strategia comunicativa, oggi come tre anni fa, su un uso massiccio dei social e un linguaggio aggressivo e non convenzionale. Aver sostituito Get changecon ‘Take control’ nello slogan per il referendum sulla Brexit impresse una virata netta alla campagna anti-Ue, mettendo in ombra persino il re dei brexiteer Nigel Farage che, non è un caso, è uscito da questa tornata elettorale senza neanche un seggio. Gli addetti ai lavori raccontano che uno degli obiettivi di Cummings era proprio silurare Farage e il suo Brexit Party. «Se vogliamo marginalizzare quel partito dobbiamo fare campagna elettorale sul concetto niente più ritardi, realizziamo la Brexit», scrisse Cummings ai suoi in un sms ad ottobre, svelando per la prima volta l’ormai storico ‘Get Brexit done‘.

DA SEMPRE ANTI EURO, IN COPPIA PERFETTA CON BOJO

Che fosse un tipo tosto a Westminster lo avevano capito già nel 2003, quando cominciò la sua crociata contro l‘euro. I suo avversari lo deridevano chiamandolo «adolescente brufoloso», nonostante avesse 31 anni. Lui tirava dritto e sentenziava: «Avere l’euro significherebbe perdere il controllo della nostra economia». Brexit ante-litteram. Nel 2010 diventò assistente di Michael Gove al ministero dell’Istruzione e la sua carriera nel partito conservatore iniziò a decollare fino a diventare il guru elettorale di Johnson. A «match made in heaven», una coppia perfetta che, almeno per quanto riguarda la comunicazione politica, ha dato il meglio di sé nelle ultime settimane prima del voto.

LA STRATEGIA CHE GENERA MEME HA FUNZIONATO

La parodia del popolarissimo film di Natale ‘Love Actually’ (‘Brexit Actually‘), che gli avversari hanno deriso e bollato come un becero tentativo di distrarre l’opinione pubblica dai temi veri, è stato un colpo da maestro. Ed effettivamente ha distolto l’attenzione dall’ultimo scivolone di Johnson, pescato ad ignorare la foto di un bambino malato di polmonite che dormiva sul pavimento di un ospedale. Una strategia che per i Tory più snob e tradizionalisti è roba da meme (‘meme-generating behaviour‘, l’ha definita il Guardian) ma che forse proprio per questo ha regalato il Regno a Boris Johnson con numeri che per i conservatori non si vedevano dai tempi di Margaret Thatcher.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Che ne sarà di questa little England dopo i cicloni Johnson e Brexit

Ci ritroviamo una nazione corsara ai confini dell'Ue. Decisa a strappare business al Continente. Ma ora il Regno Unito potrebbe disgregarsi sotto la spinta indipendentista della Scozia. Le (brutte) notizie per l'Europa dal voto britannico.

Partita chiusa. Boris Johnson ha vinto la sua scommessa. Jeremy Corbyn non solo ha subìto la peggiore sconfitta laburista dal 1935 perdendo una sessantina di seggi, ma ha confermato in pieno il pessimo giudizio di chi dalle file stesse del Labour lo accusava di avere una strategia sbagliata e confusa. E i liberal democratici che si illudevano con Jo Swinson di decuplicare i deputati da 12 (o 21, contando i transfughi raccolti dalle file dei conservatori soprattutto) a 120, dovranno accontentarsi di 11, e risultano travolti dal ridicolo.

A BORIS INTERESSA SOPRATTUTTO LA SUA STATURA

Ci sarà la Brexit anche se difficilmente sarà così rapida e radicale come Johnson ha promesso infinite volte perché ora l’obiettivo è dimostrare che il Regno Unito affronta il nuovo cammino senza scosse e i conservatori costruiscono così le premesse per un’altra vittoria quando si tornerà alle urne, fra cinque anni salvo sorprese. Chi conosce Johnson sa bene che assai più della Brexit gli importa entrare fra i primi ministri di lunga durata come Margaret Thatcher e Tony Blair e raggiungere una statura che non sfiguri accanto a quella del suo idolo Winston Churchill.

CLAMOROSI ERRORI DI CORBYN

Brillante nei risultati, con una quarantina di seggi in più rispetto a quelli ottenuti al voto anticipato del giugno 2017 da Theresa May e una maggioranza parlamentare tranquilla di circa 30 seggi, la vittoria di Johnson è dovuta però prima di tutto ai clamorosi errori di Corbyn che ha dimostrato di avere una lettura della realtà profondamente distorta dall’ideologia politica. E si è illuso di trasformare quello che il Paese sentiva come un secondo referendum sulla Brexit sotto le spoglie di voto per il rinnovo del parlamento di Westminster in una svolta politico-culturale e nell’avvio della sua Inghilterra verso il socialismo laburista, nazionalizzazioni comprese.

UNA SANGUINOSA SCONFITTA LABURISTA

«È colpa di Corbyn, colpa di Corbyn», diceva dopo i pessimi exit poll l’ex ministro laburista dell’Interno Alan Johnson, buttandola in grottesco. «I corbinisti tireranno fuori la tesi che la vittoria è un concetto borghese, e che il solo obiettivo dei veri socialisti è una gloriosa sanguinosa sconfitta». Resta il fatto che in molti comizi, l’ultimo due giorni prima del voto a Liverpool, Corbyn ha parlato del suo sogno di una nuova Gran Bretagna e citato la Brexit solo di sfuggita in un inciso. Proprio fuori strada.

HANNO LASCIATO GLI ANTI-BREXIT SENZA UN LEADER

L’errore fondamentale di Corbyn viene da lontano ed è quello di avere lasciato senza leadership un potenziale voto maggioritario – il Paese secondo tutti i sondaggi era ormai 55 a 45% piuttosto critico della Brexit nonostante il referendum del 2016 – che andava invece organizzato motivato e sostenuto. Ma Corbyn stesso è sempre stato pro Brexit, una sua brexit socialista, perché se per molti conservatori Bruxelles è da rifiutare perché troppo dirigista e non abbastanza liberista, per Corbyn era da rifiutare in quanto non abbastanza socialista.

UN GOVERNO DI COALIZIONE ERA POSSIBILE

Quindi ha deciso di fare un campagna elettorale tutta contro l’austerità imposta per 10 anni dai conservatori, per il rilancio del Nhs, il servizio sanitario nazionale, e per una visione da «socialismo in un solo Paese» in questa Europa troppo capitalista. La stessa promessa di tenere un secondo referendum in caso di vittoria alle Politiche del dicembre 2019 gli è stata alla fine imposta dal suo gruppo parlamentare, a netta maggioranza filo Ue. Una vera vittoria è sempre stata impossibile; era in teoria possibile però un governo di coalizione a guida Corbyn che sarebbe stato tenuto insieme solo per il tempo necessario a tenere un secondo referendum. Gli elettori hanno preferito un taglio netto.

DI FIANCO A JEREMY DUE VETERO SOCIALISTI

Per capire Corbyn basta un’occhiata ai suoi due uomini di fiducia al vertice del labour, Seumas Milne e Andrew Murray, perché sempre i collaboratori più stretti rivelano la vera natura del capo. Milne e Murray, entrambi di estrazione alto borghese, sono due vetero socialisti molto ideologizzati, con un giudizio decisamente favorevole per esempio di quella che fu l’Unione sovietica (secondo Milne il Muro di Berlino era un giusto baluardo della Guerra fredda e la Germania Est un Paese efficiente e ricco che faceva star bene il suo popolo, come l’Urss del resto), e con una visione che in altri tempi sarebbe passata terzomondista.

Il gioco politico assegnava a Corbyn il ruolo di anti Brexit e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello

L’unica attenuante alla confusione mentale di Corbyn e che c’è nel Labour, soprattutto nell’elettorato popolare delle Midlands e dell’Inghilterra del Nord, c’era e c’è un consistente filone pro Brexit che arriva a un quarto circa del potenziale elettorato laburista e che lui non ha voluto antagonizzare. Perché in fondo è come loro. Ma il gioco politico gli assegnava il ruolo di anti Brexit, visto che i conservatori sono diventati con Johnson e anche prima il Conservative Brexit Party, e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello. Harold Wilson aveva ugualmente nel 1975, anno del primo referendum britannico sull’Europa, un partito diviso e seguì ugualmente una politica ufficiale di non scelta, ma tutti sapevano che in privato era pro Bruxelles e fu decisamente più abile e molto meno ideologizzato.

JOHNSON, TROPPE PROMESSE DI SPESA PUBBLICA

Johnson ha avuto una strategia semplice e quindi chiara. «Facciamo la Brexit». Anche lui ha fatto molte promesse di spesa pubblica che in realtà si ridurranno assai. Ha condotto una campagna che ha puntato a fare breccia nei collegi storicamente laburisti del Nord dell’Inghilterra. E qui ha raccolto il nerbo dei nuovi seggi conservatori, portando al suo partito elettorati da generazioni laburisti, in nome della Brexit e solo di quella Brexit che Corbyn si è rifiutato di valutare bene. La corsa alla successione a Corbyn era già aperta, nel Labour, prima del voto.

E LA SCOZIA MINACCIA IL REGNO UNITO

C’è poco da aggiungere. Forse il buon successo dei nazionalisti scozzesi in Scozia, che rende ora la richiesta di un nuovo referendum locale per l’indipendenza più pressante. Fortememnte filo Ue, dicono di non poter accettare il distacco dall’Europa. Ma non sarà facile. Johnson resterà a lungo a Downing Street, ma chi in queste ore mastica amaro sostiene che potrebbe essere l’ultimo premier del Regno Unito, destinato a disunirsi proprio sulla questione europea. Non sarà semplice.

TRADITA L’EREDITÀ DI CHURCHILL

Per quanto scontato, per quanto abituati a Bruxelles a una Londra che spesso ha remato contro e quindi alla fine meglio fuori che dentro, il risultato è una brutta notizia per l’Europa. Se è un buon risultato per il Regno Unito, oltre che per l’attuale partito conservatore che portò nel 1973 il Paese nel Mec, solo il tempo potrà dirlo. Certamente non è un risultato che ha seguito l’eredità lasciata da Winston Churchill. Il premier della Seconda guerra mondiale ha lasciato una posizione molto chiara e filoeuropea e senza tentennamenti fin dal discorso alla Albert Hall del 1947. Nella sua visione il Regno Unito avrebbe appoggiato il disegno europeo dall’esterno se fosse riusciuto a mantenere l’Impero, ed entrando con decisa e piena partecipazione se l’Impero fosse sparito. Vedremo ora che cosa la “little England”, nazione corsara ai confini della Ue e decisa a diventare un porto franco per strappare business al Continente, riuscirà a fare.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il discorso di Johnson dopo la vittoria alle elezioni in Gran Bretagna

Il leader dei Tory: «Realizzerò la Brexit entro gennaio, senza se e senza ma». Lunedì rimpasto di governo, la prossima settimana la Regina approverà l'accordo di divorzio fra Londra e Bruxelles.

Dopo la vittoria schiacciante alle elezioni anticipate in Gran Bretagna, il leader dei conservatori Boris Johnson ha tenuto un discorso a Londra ai suoi sostenitori, invitando tutti a ripetere in coro lo slogan della sua campagna per il voto: «Get Brexit done!». E la promessa verrà mantenuta, non ci sono più dubbi.

«Con questo mandato finalmente realizzeremo la Brexit, metterò la parola fine a tutte le assurdità degli ultimi tre anni e usciremo dall’Unione europea entro gennaio, senza se e senza ma», ha ribadito il primo ministro.

I risultati delle urne danno ai Tory «la più grande vittoria dagli Anni 80, quando molti di voi non erano neanche nati. Adesso uniamo il Paese», ha detto ancora Johnson, ben consapevole che anche gli indipendentisti scozzesi si sono rafforzati e puntano a chiedere un nuovo referendum per staccarsi dal Regno Unito e restare nell’Ue.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

LibDem sotto choc, la leader Jo Swinson perde anche nel collegio

Scalzata per 149 voti dall'indipendentista scozzese Amy Callaghan. Ma per il momento non si è dimessa.

Choc anche per i LibDem nelle elezioni britanniche: la 39enne neo-leader del partito più radicalmente anti-Brexit, Jo Swinson, che aveva cercato di proporsi addirittura come una rivale diretta di Boris Johnson e di Jeremy Corbyn, non solo non è riuscita a far avanzare la sua formazione, ma è stata bocciata anche a livello personale nel collegio di Dumbartonshire East: scalzata per 149 voti da Amy Callaghan, indipendentista scozzese dell’Snp. Swinson, per il momento, non ha tuttavia annunciato le proprie dimissioni da capo del partito.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La parabola di Corbyn al capolinea dopo il crollo laburista

Il grande sconfitto del voto nel Regno Unito difficilmente avrà un'altra chance. Paga le ambiguità sulla Brexit e una leadership mai così incerta.

Una sconfitta così, dalle parti del Labour, non si vedeva da quasi un secolo. Per la precisione dal 1935. E un fiasco di tali dimensioni, difficile anche solo da prevedere alla vigilia, non può che ricadere sulle spalle di Jeremy Corbyn, il cui futuro, all’indomani del voto del 12 dicembre, sembra già essere scritto.

DALLE RETROVIE AL CENTRO DELLA SCENA

Per decenni più noto alle piazze dei militanti che non nei palazzi, alla Camera dei Comuni, dove pure siede da quasi 37 anni, Corbyn è sempr stato l’eterno backbencher: uno di quelli seduti agli ultimi banchi, la retrovia dei battitori liberi, fra gli indisciplinati della sinistra laburista. A 70 anni suonati, il compagno Jeremy, sembrava essersi abituato al centro della scena, ma ora sarà gioco forza costretto a un passo indietro obbligatorio.

L’IDEALISMO CHE NON LO HA MAI ABBANDONATO

Alfiere del ‘no all’austerity’, pacifista e socialista mai pentito, Corbyn è arrivato all’ultima chance politica della vita con gli stessi sogni, gli stessi pregi e difetti, gli stessi abiti sdruciti della gioventù. Solo la barba si è fatta grigia, da rossa che era. E il sorriso si è come addolcito: da nonno ribelle, caro ai molti giovani millennials apparsi a frotte, nella sorpresa un po’ stizzita dei media di establishment, ad acclamarlo fin dalla campagna del 2017 al grido “Jez, we can!”. Nato a Chippenham, nel Wiltshire, figlio di un ingegnere e di una insegnante di matematica conosciutisi sulla trincea repubblicana durante la Guerra civile spagnola, Jeremy è cresciuto in un clima di attivismo politico destinato a segnarne tutte le scelte future.

LE MILLE BATTAGLIE COMBATTUTE IN PRIMA LINEA

Dopo essere stato funzionario sindacale, è diventati deputato nel collegio londinese di Islington a 34 anni. Le sue cause hanno spaziato dai diritti dei lavoratori alla pace in Irlanda del Nord e in Palestina. Per Nelson Mandela, allora in cella nelle galere di un regime razzista sudafricano trattato coi guanti dai governi di Margaret Thatcher, si è fatto pure arrestare. Paladino del disarmo nucleare, ostile all’interventismo militare (in Iraq, Afghanistan, Libia, ma anche nei Balcani), è altrettanto radicale nella vita privata. Vegetariano, astemio e ambientalista, si è sposato tre volte: dalla seconda moglie, Claudia Bracchitta, italiana, ha avuto tre figli e ha divorziato nel 1999, pare uno screzio sull’iscrizione di uno dei ragazzi a una scuola privata, da lui considerata off limits. La consorte attuale è cilena e gli ha portato in dote il micio El Gato.

LA SCALATA UN PO’ A SORPRESA ALLA LEADERSHIP LABURISTA

La svolta nel suo destino è arrivata nel 2015, quando è stato eletto a sorpresa leader dei laburisti, sull’onda del rifiuto dilagante nella base verso gli ex blairiani liberal in carriera. L’anno dopo ha stravinto una seconda sfida malgrado il fuoco amico di gran parte della nomenklatura interna. E la bandiera del Labour è rimasta così nelle sue mani, sia contro Theresa May sia contro Boris Johnson, in barba agli alti e bassi della Brexit, alle critiche alla sua leadership incerta, alle polemiche sull’atteggiamento che gli è stato imputato rispetto a certi rigurgiti di antisionismo (ma anche di antisemitismo di sinistra) nel partito.Ma il suo punto debole è probabilmente rimasto il rapporto con la platea più vasta degli elettori, la maggioranza silenziosa. Anche se pareva aver fatto breccia tra i disillusi e gli sconfitti della globalizzazione, come fra gli under 30. Il risveglio, tuttavia, è stato traumatico e adesso è difficile credere che la parabola di Jeremy non sia giunta al capolinea.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I timori di expat e italo-inglesi dopo il voto che avvicina la Brexit

Le voci dal Regno Unito nel giorno del trionfo di Johnson. Tra le incertezze dei piccoli imprenditori e le paure di chi di Londra ha fatto la propria seconda casa.

Con il voto britannico che ha spianato – una volta per tutte – la strada alla Brexit, le future norme sull’immigrazione restano la principale preoccupazione tra gli expat italiani nel Regno Unito. Ma anche fra la generazione dei ‘vecchi’ italo-inglesi, sullo sfondo di elezioni svoltesi Oltremanica in una giornata grigia e piovosa di dicembre. Qualcuno di loro ha votato. Qualcuno non lo ha fatto o non lo può fare, perché non è suddito di Sua Maestà e non ha chiesto il passaporto, anche se magari sull’isola ci vive da decenni.

UN’INCERTEZZA CHE SPAVENTA GLI INVESTITORI

Il voto del 12 dicembre è stato qualcosa di molto simile a un secondo referendum sul divorzio da Bruxelles, nota Alessandro Belluzzo, presidente della Camera di Commercio italo-britannica e londinese d’adozione, che parla di «elezioni legate alla Brexit, non c’è stato spazio per altro. La priorità per il Paese è superare quest’incertezza, radicale, persino violenta. Noi eravamo contrari, ma se il popolo ha deciso così, dobbiamo accettarlo». Un nodo cruciale è quello degli investimenti. «Gli imprenditori», insiste Belluzzo, «hanno bisogno di certezze, di una cornice economico-sociale chiara entro cui operare. Dal voto per la Brexit abbiamo registrato una diminuzione d’interesse per questo Paese. Prima c’era più voglia di provarci, ora chi viene per investire o lavorare ha molti più dubbi e domande».

Ho vissuto qui per 40 anni, ma nonostante abbia una moglie inglese e figli con passaporto inglese mi chiedo quale sarà il mio futuro

Salvatore Calabrese

Questi timori sono condivisi anche da chi del Regno ha fatto una seconda patria. «La Brexit fa paura, soprattutto a chi è arrivato qui nel secondo dopoguerra e sente il Regno Unito come fosse casa sua», spiega Gianna Vazzana, del patronato Acli, dalla sede di Clerkenwell Road, accanto alla chiesa cattolica italiana di San Pietro, nel cuore di quella che fu la mini Little Italy di Londra fin dall’arrivo dei primi rifugiati ai tempi di Giuseppe Mazzini e poi delle prime comunità di migranti. «Gente che magari non ha mai preso la doppia cittadinanza, e ora teme di doversene andare», aggiunge. Ipotesi estrema, improbabile. Eppure evocata anche da Salvatore Calabrese, celebre barman e oggi consulente del più antico albergo della capitale, il Brown’s Hotel. «Ho vissuto qui per 40 anni, ma nonostante abbia una moglie inglese e figli con passaporto inglese mi chiedo quale sarà il mio futuro».

UNA CAMPAGNA ELETTORALE DAI TONI «VIOLENTI»

Lui non ha votato, e comunque non avrebbe saputo chi scegliere. «Ho sempre detto che politica e religione non devono entrare nei miei bar, ma in questi giorni è stato impossibile. Non si è parlato che di politica. Sono state le elezioni più imprevedibili che io ricordi. Boris Johnson è un personaggio divisivo, piace ed è detestato alla stessa maniera». A fare da contraltare al trionfo del premier c’è la disfatta del leader laburista Jeremy Corbyn, che «rispetto a due anni fa non ha potuto contare sull’effetto sorpresa, e forse ha pagato anche qualche incertezza sulla Brexit», dice Dimitri Scarlato, direttore d’orchestra e membro di ‘The 3 million’, un movimento nato per tutelare per i diritti dei cittadini europei nel Regno.

Se potessi chiederei al premier di smettere di dire tutte le bugie che ho sentito

Alessandro Gallenzi

La Brexit ha «spaccato il Paese», ma ne ha pure evidenziato gravi lacune amministrative, accusa Alessandro Gallenzi, fondatore della casa editrice Alma. «Piccole aziende come la mia sono rimaste al buio, nonostante le nostre ripetute richieste di chiarimento e, se potessi, chiederei» alla politica «di smettere di dire tutte le bugie che ho sentito». O se non altro di moderare certi toni «aspri, di fortissima contrapposizione», fa eco Lazzaro Pietragnoli, consigliere del Labour nel municipio circoscrizionale di Camden. Lui, in campagna elettorale, è stato coinvolto direttamente, secondo la tradizione britannica del porta a porta. Ma ne parla come di «una campagna più negativa che positiva, in cui entrambi i leader si sono preoccupati soprattutto di spiegare perché non votare l’avversario».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I risultati delle elezioni nel Regno Unito

Johnson punta a superare i 326 seggi per portare a termine la Brexit. Altrimenti sarà nuovamente stallo. Con Corbyn che promette un secondo referendum e guarda a una (improbabile) alleanza con LibDem e Snp.

Un plebiscito per la Brexit. Il 12 dicembre il Regno Unito è andato alle urne per la seconda chiamata alle elezioni generali da quando il referendum del 2016 ha messo in moto il tribolato iter per il divorzio di Londra dall’Unione europea. E il responso è stato inequivocabile, almeno stando ai primi exit poll: Partito conservatore a valanga, con 368 seggi, 42 in più della maggioranza assoluta. Un risultato che non si vedeva dai tempi di Margaret Thatcher e segna invece la disfatta peggiore da decenni per il Labour di Jeremy Corbyn, a 191 seggi contro i 247 che contava nella Camera bassa uscente. Terza forza è lo Scottish National Party (Snp), a 55 seggi (+20). Soltanto 13 per i LibDem, unico partito convintamente pro Remain.

LA MAGGIORANZA ASSOLUTA PER PORTARE A TERMINE LA BREXIT

Le elezioni anticipate del 12 dicembre sono state volute dal premier conservatore Boris Johnson, nel tentativo di ottenere quella maggioranza assoluta in parlamento che, defezione dopo defezione, aveva visto allontanarsi sempre di più negli ultimi mesi a Downing Street e che è necessaria per portare a termine la Brexit. Il controllo Tory sulla Camera nega ogni spazio di manovra al fronte dei partiti – in primis il Labour a trazione socialista di un Corbyn incapace di ripetere la sorpresa almeno parziale del 2017 e avviato a questo punto all’addio – che s’erano impegnati a convocare un secondo referendum sull’Europa per offrire agli isolani una chance di ripensamento.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le elezioni nel Regno Unito del 12 dicembre 2019 in diretta

Dalla resa dei conti tra Johnson e Corbyn dipenderà il futuro della Brexit. Favoriti i conservatori, ma le possibilità di un parlamento senza maggioranza sono alte. Seggi aperti fino alle 22 ore locali (le 23 italiane).

Elezioni al via questa mattina nel Regno Unito: i seggi sono aperti dalle 7:00 ora locale (le 8:00 in Italia) in 650 collegi elettorali tra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord ed i sudditi di Sua Maestà potranno votare fino alle 22:00 locali. I risultati cominceranno ad arrivare quindi nella notte fra giovedì e venerdì. Il favorito è l’attuale premier Boris Johnson ed il suo partito conservatore, ma il suo principale sfidante, il laburista Jeremy Corbin, è ancora convinto di poterlo battere.

I MEDIA: «VOTO STORICO»

Johnson, che ha fatto campagna elettorale sotto lo slogan ‘Get Brexit done‘, punta a portare il Paese fuori dalla Ue alla nuova scadenza del 31 gennaio 2020. Il suo rivale Corbin promette di convocare un secondo referendum sull’uscita dall’Unione europea. Per i media britannici non ci sono dubbi: il Guardian parla questa mattina di una scelta «storica» e l’Independent gli fa eco definendo lo scrutinio «veramente storico».

Si tratta delle terze elezioni (dopo quelle del 2015 e 2017) in meno di cinque anni e le prime tenute nel mese di dicembre in circa 100 anni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il voto nel Regno Unito e le ricadute sulla Brexit

Il conservatore Johnson favorito: se vince ottenendo la maggioranza assoluta, l'uscita britannica dall'Ue è in discesa. Un (improbabile) successo del laburista Corbyn porterebbe invece a un nuovo referendum. Orari, exit poll, sondaggi e scenari: le cose da sapere.

Il Regno Unito torna al voto due anni e mezzo dopo le elezioni politiche del giugno 2017 per quello che a tutti gli effetti è un secondo referendum sulla Brexit. Il 12 dicembre 2019, a seconda delle preferenze destinate ai diversi partiti, i cittadini britannici devono decidere se e quanto velocemente uscire dall’Unione europea (addio in programma il 31 gennaio 2020 dopo l’ennesimo rinvio).

EXIT POLL E POI RISULTATI PARZIALI

Le urne sono aperte dalle 7 alle 22 locali (dalle 8 alle 23 in Italia). Alla chiusura sono previsti exit poll per le prime indicazioni e due ore dopo i primi risultati parziali. Per la prima mattinata di venerdì 13 è atteso il responso: chi ha vinto e chi ha perso.

PERCHÉ SI VOTA ORA: UNA FORZATURA DOPO LO STALLO

Dopo anni di estenuante e inconcludente battaglia in parlamento e all’interno del partito conservatore al governo, nel luglio 2019 l’ex premier Theresa May ha dovuto lasciare il testimone al compagno di partito Boris Johnson (fin dal referendum del 2016 un convinto sostenitore della Brexit). Nei mesi successivi, tuttavia, il nuovo primo ministro ha subito una rivolta interna dei Tory più europeisti fino a perdere la maggioranza a Westminster, rendendo lettera morta il nuovo accordo che era riuscito a negoziare con Bruxelles. Convinto di poter ottenere una solida maggioranza per far passare il suo accordo, a fine ottobre ha forzato la mano della Camera bassa riuscendo a far indire le elezioni anticipate il 12 dicembre.

SE JOHNSON HA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA: USCITA IN DISCESA

Per vincere (e onorare la promessa di attuare subito la Brexit), Johnson ha bisogno di assicurarsi una maggioranza assoluta di seggi (326 su 650) nella nuova Camera dei Comuni. Se questo si dovesse verificare, il premier potrebbe far passare in parlamento l’accordo che ha già raggiunto con l’Ue e far uscire definitivamente il Regno Unito dall’Unione entro la fine di gennaio. A quel punto inizierebbe una fase di contrattazioni tra Londra e Bruxelles per stabilire i dettagli commerciali e legali del divorzio. Questa seconda fase di transizione durerebbe fino alla fine del 2020, e Johnson ha promesso che non vuole prorogarla.

SENZA MAGGIORANZA ASSOLUTA: DIMISSIONI O ALLEANZE

Se i Tory non riuscissero a ottenere la maggioranza assoluta, Johnson potrebbe dimettersi o cercare di formare un nuovo governo alleandosi con altri partiti (al momento i conservatori non hanno alleati “naturali” su cui contare). Nel caso Johnson si dovesse dimettere, il tentativo di formare un esecutivo passerebbe al leader del Labour Jeremy Corbyn, il quale potrebbe portare dalla sua i LibDem e/o il Partito scozzese. Se dovesse riuscire a entrare a Downing Street, Corbyn avvierebbe negoziati con Bruxelles per arrivare a un nuovo accordo sulla Brexit. In ogni caso, ha promesso, l’ultima parola spetterebbe ai cittadini britannici attraverso un secondo referendum sull’uscita dall’Ue. Johnson potrebbe anche tentare di rimanere al governo attraverso un’alleanza, ma per convincere un altro partito dovrebbe rinunciare alle sue pretese sulla Brexit, con l’altissimo rischio di perdere la faccia davanti ai suoi elettori.

SE IL LABOUR HA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA: NUOVO REFERENDUM

È l’ipotesi più remota, ma nel caso Corbyn riuscisse a ottenere 326 seggi ha promesso di portare il Paese subito un secondo referendum (con la speranza che dal 2016 i britannici abbiano cambiato idea). Da quel che risulta dagli ultimi sondaggi, tuttavia, questo è lo scenario più improbabile.

GLI ULTIMI SONDAGGI: BORIS A +10 PUNTI

Secondo l’ultima media di tutti i vari sondaggi nazionali fatta dalla Pa il 10 dicembre, Johnson avrebbe un vantaggio di 10 punti percentuali su Corbyn, con i Tory al 43% delle preferenze e il Labour al 33%. Seguono i LibDem con il 12%, il Brexit Party di Nigel Farage con il 3% e i Verdi con il 2%.

SI PUÒ AVERE 326 SEGGI SENZA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA DEI VOTI

L’elezione dei deputati avviene con un voto diretto, a turno unico e maggioritario, a cui partecipano tutti i cittadini maggiorenni del Regno Unito e del Commonwealth, risiedenti in Gran Bretagna e Nord Irlanda e iscritti nel registro elettorale. Questo sistema elettorale (maggioritario puro e uninonimanale secco) favorisce il Partito laburista e il Partito conservatore, penalizzando le formazioni minori. Inoltre, permette a un partito di arrivare a 326 seggi alla Camera senza aver ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. È sufficiente, infatti, che i candidati di un partito vincano in 326 circoscrizioni. Come avviene negli Stati Uniti, si può verificare la situazione in cui un partito ottiene la maggioranza dei voti in assoluto, senza però riuscire a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it