I buoni propositi dell’Ue ricordando Schuman

In occasione del 70esimo anniversario del discorso del politico francese sulla cooperazione tra Paesi europei, Michel, Von der Leyen e Sassoli insistono sulla solidarietà: «L'Europa emergerà dalla crisi più forte di prima».

«La generazione degli Anni 50 pensava che sulle rovine della guerra si potessero costruire un’Europa e un mondo migliori. Come poi è avvenuto. Se impariamo queste lezioni, se rimaniamo uniti nella solidarietà e con i nostri valori, allora l’Europa potrà emergere anche questa volta dalla crisi, più forte di prima».

Lo scrivono in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera nel giorno del 70esimo anniversario del discorso di Robert Schuman sulla cooperazione tra Paesi europei il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Carlo Sforza e René Pleven durante gli incontri italo francesi del 1951 a Santa Margherita Ligure (Ansa).

SALUTE E LAVORO

I tre presidenti ringraziano il personale sanitario, le forze dell’ordine, i lavoratori e anche «i cittadini, per lo spirito di solidarietà e il senso civico. L’Europa mostra il suo lato migliore quando dà prova di vicinanza e solidarietà». «Dopo aver temuto per la loro vita, molti europei sono ora preoccupati per il loro lavoro. È necessario riavviare il motore dell’economia europea», sottolineano. «Ricordiamoci dello spirito di Robert Schuman e dei padri fondatori, uno spirito creativo, audace, pragmatico. Queste grandi personalità hanno dimostrato che per superare i momenti di crisi occorre pensare la politica in modo nuovo e rompere con il passato. Dobbiamo fare così anche noi e riconoscere che per sostenere la ripresa ci sarà bisogno di nuove idee e di nuovi strumenti»

L’EUROPA POST-COVID NON SARÀ LA STESSA

«L’Europa che uscirà da questa crisi non potrà più essere la stessa. Innanzitutto, dobbiamo fare di più per migliorare la vita dei più poveri e dei più vulnerabili», rimarcano Michel, Sassoli e von der Leyen. «L’Europa deve dar prova di coraggio e fare tutto ciò che serve per proteggere la vita degli europei e fornire mezzi di sussistenza ai suoi cittadini, in particolare nelle aree dove la crisi si è fatta sentire maggiormente».

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Il destino dei sovranisti dipende dall’efficacia del Recovery Fund

È ancora prematuro dare un giudizio definitivo su questo strumento di aiuto finanziario perché non ne sono ancora state definite i tempi e le caratteristiche. Più sarà efficace meno gli italiani continueranno a seguire le ricette economiche fantasiose di Salvini e Meloni.

Più che sulle solite dichiarazioni dei soliti nostri politici nazionali avremmo fatto meglio a prestare attenzione negli ultimi tempi ad alcune cifre. Scoprendo, ad esempio, che per la Germania è più importante l’interscambio con il Lazio che non quello con la Grecia, 8,5 miliardi di euro l’anno scorso contro 8,2. Che la Lombardia è un partner commerciale molto più importante, per i tedeschi, della Corea del Sud, 43 miliardi contro 30, nonostante  la Seul sia la quinta potenza industriale del mondo, più avanti dell’Italia che è la ottava. E ancora, che l’interscambio italiano con la Baviera supera quello italiano con la Polonia mentre commerciamo di più con il solo Baden-Württenberg che non con la Russia.

Tra il Veneto e la Germania poi c’è un via vai di merci e servizi superiore a quello tra Germania e il Canada, non certo un bruscolino nell’economia globale. E infine, avremmo scoperto che negli ultimi 10 anni l’export italiano in terra tedesca è aumentato molto di più di quello germanico verso l’Italia, accorciando notevolmente le distanze. Quest’ultimo dato è facile da reperire, gli altri un po’ meno, e li ha messi in fila nel suo blog personale, che si chiama Dal fronte di Bruxelles ed è collegato all’edizione online del suo giornale, il corrispondente de Il Sole 24 Ore dalla capitale dell’Unione, Beda Romano.

Tutto questo vuol dire che non c’è da meravigliarsi, come fa invece ad esempio ora Beppe Grillo, se il Consiglio Ue del 23 aprile qualche mossa, non definitiva e non ancora chiara, l’ha fatta. Per anni Grillo è stato strenuo spregiatore della Ue come moltissimi M5s, e promotore di un referendum sull’uscita dell’Italia dall’euro, e ora cambia tono: «Forse l’Europa comincia a diventare una Comunità. Giuseppi sta aprendo la strada a qualcosa di nuovo. Continuiamo così». Caspita, lo stesso Grillo che inanellando le solite battute dichiarava alla folla di Torino, alla vigilia del referendum costituzionale del dicembre 2016, che l’Europa non l’avevano fatta quei buoni a nulla di Bruxelles, ma la Ryanair che ci porta ovunque con pochi spiccioli, senza sapere che invece è l’esatto contrario, la Ryanair l’ha creata Bruxelles con la liberalizzazione delle rotte avviata a metà Anni 80.

È ANCORA PRESTO PER GIUDICARE L’EFFICACIA DEL RECOVERY FUND

Più della Ue, quindi, sta cambiando Grillo. Quanto al «qualcosa di nuovo», si vede che nessuno ha mai spiegato a Grillo che il Recovery Fund avviato ora dal Consiglio Ue del 23 aprile non è una novità. L’Europa lo ha già fatto una dozzina di volte a partire dal 1974, incominciando a pensarci non a caso nel 1971, quando finiva il regime dei cambi fissi di Bretton Woods, e mettendo insieme un meccanismo che ha sempre avuto al centro come garanzie il bilancio della Commissione supportato da garanzie dei vari Paesi. L’attuale Fund sarà una versione maxi di quanto già sperimentato in passato, e per questo il bilancio della Commissione va notevolmente aumentato. Quanto maxi? Questo è importante prima di dare un giudizio definitivo, che non può non restare per ora prudente ma non negativo, così come è importante capire quanto verrà come prestito, e a che tassi e soprattutto a che maturità, e quanto come contributo. Ma la montagna, sembra, non sta partorendo un topolino. Un castoro, diciamo. Non certo un elefante, ma insomma.

Sembra che passi la linea di Merkel, e resta da vedere a cifre più chiare che cosa in essa rimane delle linee Macron, Conte e Sanchez. I Paesi Ue non hanno scelta. Se poi ai rapporti economici si aggiunge la politica internazionale, e l’urgenza di dimostrare, non solo per noi ma per gli interi equilibri globali, che i 27 Paesi del più piccolo dei continenti hanno anche una sorta di comune sentire e una qualche solidarietà, il risultato non sarebbe disprezzabile. Stiamo vivendo una inevitabile evoluzione degli scenari internazionalisti avviati 75 anni fa soprattutto dagli Stati Uniti, una stagione di neo-nazionalismi con nuove (o vecchie) sfere di influenza, l’esuberanza economica della Cina accoppiata però a un sistema politico che mai è stato neppure lontanamente democratico e che ha messo l’autocrazia del partito unico al servizio del vecchio nazionalismo imperiale. Stiamo vivendo poi, più da vicino, il desiderio russo di affermare nuovamente una politica di potenza dopo le umiliazioni della fine dell’Urss.

LA DISGREGAZIONE DELL’UE CONVINE SOLO A USA, RUSSIA E CINA

La Ue è da alcuni anni sotto attacco su tutti i fronti. Ancora il 22 aprile Donald Trump definiva «gli alleati» come peggiori dei nemici, perché si fanno difendere gratis dalla Nato a spese americane. Un pizzico di verità c’è, ma c’è soprattutto la totale cecità storico-geografica di un uomo incapace di andare oltre le tecniche populiste per raschiare il fondo del barile dei consensi e disposto a gettare a mare, per questo, il lavoro diplomatico di tre generazioni di leader che lo hanno preceduto. La Russia vuole sfasciare la Ue, per dominare in Europa, finlandizzandola e rompendo quindi anche la Nato, ed è attivissima su questo soprattutto come dezinformatzija, parola russa di origine rivoluzionaria prima del 1980 assente dai dizionari occidentali; la Cina vuole legare l’Europa alla sua economia; Trump vuole togliersi dai piedi la Ue per trattare commercialmente con ogni singolo Paese e poter fare la voce grossa, e sulla Nato subisce con rabbia i condizionamenti dei suoi militari della sua diplomazia e della finanza americana. Tre indicatori ci dicono quindi che a noi conviene tenerci l’Unione, anche quando non ci piace troppo, e farla avanzare.

NELLA PROPAGANDA DI MELONI E SALVINI IL DEBITO ITALIANO NON ESISTE

Scendiamo ora nella bottega nazionale. Giorgia Meloni come noto non sottoscrive questa visione, o meglio dice sempre che, comunque, l’unica vera risposta è quella nazionale: confini, dazi, bandiera. Se Matteo Salvini è un convertito al nazionalismo, è la leader di Fratelli d’Italia ad essere da sempre Italy first che poi vuol dire, come nel caso di America first, Italy alone.  E Giorgia Meloni avrà sempre, comunque vada, la sua riserva che i maligni definiscono «nostalgica» e che comunque ha fra le componenti di base quel “rapporto sereno con il fascismo” che è tutto suo. Ha sempre detto che l’Unione europea è un bluff e che ci danneggia. Comunque vadano ora il Recovery Fund e il resto, la Meloni si salverà, scornata se la Ue ne uscirà benino, ma si salverà. Chi rischia di uscirne distrutto è il già ammaccato campione sovranista, cioè nazionalista, Matteo Salvini. Sulla Ue non ha fatto altro che gettare insulti e dichiarazioni di guerra, a proposito e a sproposito. La sera del 23 aprile ha detto che «…si delinea una dipendenza perenne da Berlino e da Bruxelles…». E ha parlato di «sconfitta, fallimento, disfatta». Certamente per lui, se le cose vanno in un certo modo.

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Matteo Salvini e Giorgia Meloni. (Ansa)

Da tempo si resta molto perplessi a fronte di una parte dei connazionali, circa il 40% sia pure con nette divisioni fra i leghisti, incessantemente ispirati dai leader sovranisti Salvini e Meloni e dai loro lancieri, che parlano come se:

a) il debito pubblico non esistesse se non fossero mercati manipolati e partner malevoli a ricordarlo;

b) esistessero formule semplici per risolverlo;

c) potressimo applicare queste formule uscendo finalmente dall’euro e rinunciando allegramente all’ombrello monetario della Bce che non è un ombrello ma una galera.

La voragine mentale nella strategia sovranista sta nella totale sottovalutazione del debito pubblico italiano, che non considerano perché dicono di avere la bacchetta magica per risolverlo, cioè il ritorno alla banca centrale nazionale, alla lira, e alla creazione di moneta ad libitum. Il tutto è un grande bluff. Solo che accettare di vederlo mettendo le carte in tavola, rischia di costarci molto caro, la fine dell’Italia moderna. Occorre capire il bluff senza arrivare a quel punto. Ci sono validissimi argomenti, basta un poco di storia monetaria e di buon senso, per sostenere che il ritorno alla lira, elemento fondamentale nella strategia salviniana, ci porterebbe al disastro. Perderemmo fra l’altro quell’ombrello Bce che al momento sta tenendo a galla il debito pubblico italiano e lo farà ancora per molto. Avranno gli italiani questo realismo o preferiranno un gesto di sfida dannunziano, sciocco sterile e profondamente autolesionista?

SE L’EUROPA FALLISCE I NOSTRI SOVRANISTI TORNERANNO FORTI

Il pacchetto europeo, una volta pronto cioè verso metà giugno al più tardi, andrà in parlamento. Poi ci sarà forse il capitolo di impiego dei crediti e degli aiuti. Non si vorrebbero vedere province con nessuna vera industria e poche imprese ricevere cospicui aiuti “industriali” a un’industria che non c’è. Superata si spera l’emergenza non solo sanitaria ma economica, fra un anno o due quindi, il debito oggi a briglia sciolta inevitabilmente tornerà ad essere il nodo centrale della politica italiana, più alto di oggi e quindi più centrale. Bisognerà comunque incominciare a farlo scendere. Salvini in modo ingenuamente smaccato, Meloni più in sottinteso, e gli ineffabili oracoli salviniani Alberto Bagnai e soprattutto Claudio Borghi, in modo ridicolo hanno sempre detto di avere la bacchetta magica. Se ci salviamo dal coronavirus e dalle sue conseguenze, con un aiuto dall’Europa che non sfiguri a fronte del tanto invocato Piano Marshall (ci saranno in proporzione assai meno dei soldi gratis del 48-52, ma è importante che ci siano), non si sa quanti continueranno a credere in Matteo Salvini. Se invece anche quello europeo sarà un bluff, anche Salvini tornerà a bluffare, e alla grande.

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Le mosse del Consiglio europeo contro la crisi economica da coronavirus

Il vertice chiamato a decidere la strategia comune dei Paesi membri è iniziato nel pomeriggio in teleconferenza. Sassoli: «Questo è il momento dell'unità».

È iniziato nel pomeriggio del 23 aprile il Consiglio europeo chiamato a decidere la strategia comune degli Stati membri per affrontare le conseguenze economiche della pandemia di coronavirus.

Il vertice si sta svolgendo a distanza, in teleconferenza, e al termine ci sarà una conferenza stampa in diretta streaming del presidente del Consiglio europeo Charles Michel e della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Il presidente del parlamento europeo, David Sassoli, nel corso del suo intervento ha ricordato che «questo è il momento dell’unità». Anche perché «il mercato europeo è unico», dunque «se non ripartiremo insieme nessuno potrà pensare di rilanciare economie profondamente interconnesse e fortemente interdipendenti tra di loro».

Sassoli ha aggiunto che «non tutti gli Stati europei sono stati colpiti alla stessa maniera dall’epidemia, alcuni hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane. È il momento di andare oltre la logica di ognun per sé e rimettere al centro la solidarietà che sta al cuore del progetto europeo».

Da sciogliere ci sono soprattutto i nodi del Recovery Fund proposto dalla Francia e appoggiato dall’Italia e i dettagli per il ricorso al Mes, dopo la faticosa intesa raggiunta nel corso dell’ultimo Eurogruppo dai ministri dell’Economia dell’Unione europea. Proposte che ora necessitano del via libera dei capi di Stato e di governo.

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Le previsioni sul Consiglio europeo del 23 aprile

Eurobond archiviati, Recovert fund ancora tutti da definire e ancora troppe divisione interne all'Eurogruppo. Così il vertice dei leader europei rischia di essere l'ennesimo incontro interlocutorio. Intanto la Bce si prepara ad accettare anche i titoli di Stato con rating 'junk'.

Era atteso come uno dei vertici più importanti della storia dell’Ue me ora rischia di diventare l’ennesimo incontro interlocutorio, teso solo a prendere tempo. Pare ormai certo, infatti, che i 27 leader europei, pronti al meeting in videoconferenza previsto per oggi 23 aprile, non faranno alcun progresso sui contenuti dei Recuvery Fund, in attesa della proposta formale che la Commissione presenterà il 29 aprile. Dalle prime indiscrezioni, la presidente Ursula von der Leyen sarebbe disposta a mettere sul tavolo una proposta da 1.600 miliardi, cioè una potenza di fuoco simile a quella chiesta da Italia, Francia e Spagna.

Sembra invece scontato, al vertice, il via libera finale ai tre paracadute approvati dall‘Eurogruppo, cioè quello per gli Stati (Mes), quello per i lavoratori (Sure) e quello per le imprese (nuova Bei). Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel sa che si troverà di nuovo a gestire due fronti opposti: il Nord contro il Sud, ovvero chi vuole usare solo gli strumenti esistenti come il bilancio Ue per aiutare la ripresa e chi vuole invece creare quegli «strumenti innovativi» di cui aveva già discusso l’Eurogruppo, senza successo.

Michel non vuole rischiare di mettere sul tavolo argomenti troppo divisivi, che potrebbero tenere i leader impegnati per lunghe ore senza arrivare a nessuna conclusione, dando così l’immagine di un’Unione sempre in disaccordo. Per questo, già a inizio settimana ha cominciato a mediare, convocando un minivertice a cinque con i leader delle due fazioni: Giuseppe Conte, Pedro Sanchez, Emmanuel Macron da una parte, Mark Rutte e Angela Merkel dall’altra.

ARCHIVIATI PER ORA GLI EUROBOND, SI TRATTA SUL FONDO PER LA RIPRESA

Già il fatto che tutti abbiano partecipato è un segnale di disgelo, visto che due settimane prima il tentativo era fallito. Anche se il clima della riunione sarà migliore, non significa che sarà più facile trovare una convergenza. L’unico punto su cui si potrà cantare vittoria è affermare la necessità di creare un fondo per la ripresa. Le idee su come crearlo sono ancora molto diverse. C’è la proposta spagnola, la più ambiziosa: il Recovery Fund deve essere finanziato attraverso un «debito europeo perpetuo», gestito dalla Commissione Ue sulla base di garanzie prese dal bilancio comune, e capace di dare agli Stati sovvenzioni a fondo perduto. È un’idea completamente indigeribile per i Paesi del Nord, i quali alla vigilia del vertice europeo sono già soddisfatti che sul tavolo non ci siano più gli Eurobond.

L’Olanda invece resta scettica su tutto, perché non ritiene che sia questo il momento di dare più poteri alla Commissione e sovvenzioni agli Stati

Far indebitare la Commissione Ue, con un debito perpetuo, la considerano una strada vietata dai Trattati. C’è poi sempre la proposta francese: la Commissione costituisce il fondo grazie a garanzie degli Stati e concede prestiti a lunga scadenza, in base alle necessità di ognuno. E poi c’è la proposta italiana, che è un tentativo di compromesso molto realista: un fondo di solidarietà gestito da Bruxelles, con la garanzia del budget europeo, ma includendo inizialmente garanzie comuni di tutti gli Stati membri. Le risorse che la Commissione Ue raccoglierà sui mercati daranno prestiti back to back agli Stati membri, con «scadenze il più possibile a lungo termine».

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Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Tutti accettano il concetto del fondo, la Germania accetta anche che sia la Commissione a gestirlo e strutturarlo come un grande Sure (garanzie statali che si moltiplicano sui mercati). Purché dia prestiti e non sovvenzioni. L’Olanda invece resta scettica su tutto, perché non ritiene che sia questo il momento di dare più poteri alla Commissione e sovvenzioni agli Stati. Mentre l’Italia, ha chiarito Roberto Gualtieri al Financial Times, insisterà sulla necessità di trasferimenti (grants) a fondo perduto e non prestiti, per «evitare un peso eccessivo sul peso pubblico dei singoli Stati». Per mediare, la von der Leyen potrebbe proporre non sovvenzioni ma prestiti a lunga scadenza, da un fondo che nasca all’interno del perimetro del bilancio europeo ma che funzioni in modo autonomo come il vecchio piano Juncker per gli investimenti, o il nuovo Invest EU.

LA BCE SI PREPRARA AD ACCETTARE TITOLI DI STATO JUNK

Mentre gli occhi sono puntati sul Consiglio europeo, la Bce continua ad agire per far fronte allo choc economico del coronavirus. Il consiglio direttivo guidato da Christine Lagarde si è riunito il 22 aprile in una video conferenza per sancire che la Bce accetterà anche i titoli di Stato con rating ‘junk’, il livello speculativo, a garanzia della liquidità che fornisce alle banche. Una decisione – che investe i titoli che avevano rating d’investimento al 7 aprile e che dovessero subire un downgrade – che arriva di fronte all’impatto devastante del coronavirus e del lockdown sull’economia che rischia di provocare un’ondata di downgrade. Ma che – con l’impegno della Bce a fare di più se necessario – guarda con particolare attenzione alla situazione italiana.

Lo spread Btp-bund l’osservato speciale a Francoforte, tornato a superare i livelli di guardia nonostante gli interventi della Bce sul debito italiano,

L’Italia – che fronteggia un aumento drastico del debito e una recessione intorno a -10% quest’anno, ha un rating due gradini sopra il ‘junk’ da S&P, che giusto il 23 aprile è pronta a rivedere il suo giudizio. E un gradino appena sopra la ‘spazzatura’ da Moody’s, che si esprimerà a giugno. Perché la Bce possa tagliare dai rifinanziamenti ordinari i bond di un Paese, relegando le sue banche alla costosa liquidità d’emergenza ‘Ela’, occorre il ‘junk’ di tutte e quattro le agenzie di rating: anche Fitch e Dbrs. Una prospettiva lontana. Ma la cui semplice prospettiva innervosisce non poco i mercati: meglio muoversi d’anticipo, è il ragionamento a Francoforte. Tanto più che i mercati sono quanto mai instabili.

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La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde. (Getty)

Ma è lo spread Btp-bund l’osservato speciale a Francoforte, tornato a superare i livelli di guardia nonostante gli interventi della Bce sul debito italiano, riportano le lancette a prima che Lagarde lanciasse i 750 miliardi di acquisti di debito per l’emergenza pandemica (‘Pepp’) a fine marzo. La presidente del resto ha ribadito, sollecitata da un intervento del presidente della Camera Roberto Fico, che la Bce «farà tutto il necessario nel quadro del proprio mandato». Al punto che la mossa sui rating è, probabilmente, il preludio di un ennesimo rilancio della Bce sugli acquisti di debito per fronteggiare la crisi innescata dal Covid-19. Mario Draghi, nel suo famoso editoriale sul Financial Times, aveva anticipato che una ‘guerra’ come quella contro il virus si combatte col debito.

Il ragionamento di molti sulla Bce è semplice: se i mercati non possono assorbire le centinaia di miliardi di debito che servono a Donald Trump per l’emergenza economica, spingendo la Fed ad agire come «lo scarico di un rubinetto», perché dovrebbero assorbire il dedito europeo? Ecco che i 1.100 miliardi messi sul tavolo dalla Lagarde, di cui il ‘Pepp’ costituisce il piatto forte, potrebbero uscire raddoppiati dal consiglio Bce del 30 aprile. È la conferma che è la Bce, ancora una volta, la principale linea di difesa europea contro il Covid. Dal vertice dei leader dovrebbe uscire la conferma quasi certa degli interventi da 500 miliardi della Bei, del fondo Sure e del Mes. Ma quei bond sovranazionali, e tanto più i futuri bond del recovery fund se dovessero essere perpetui, potrebbero essere indigesti per la Bce. Che invece, ferma com’è al 33% delle emissioni europee, non avrebbe grossi limiti a sobbarcarsi i 2 mila miliardi di ‘buco’ lasciato dall’epidemia.

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La Spagna propone un debito europeo perpetuo

La proposta di Madrid presentata con un non paper in vista del Consiglio europeo, insieme alla richiesta di attivare nuovo Mes, i fondi Bei e la garanzia anti disoccupazione già da giugno.

Un debito europeo perpetuo da finanziare tramite il bilancio Ue, ma senza escludere il ricorso al Mes e agli altri strumenti messi a punto dalla Commissione europea.

TRASFERIMENTI IN BASE A PIL, ABITANTI E IMPATTO DELLA CRISI

Il governo spagnolo è convinto che la grande partita post-coronavirus si giocherà in Europa. Le possibilità per le economie gravemente colpite dalla pandemia di coronavirus di rimettersi in carreggiata, come quelle di Spagna e Italia, dipenderanno dall’esistenza di una sorta di ‘Piano Marshall’ nell’Ue nei prossimi anni. Per questo – scrive El Pais che cita un documento interno del governo spagnolo – il premier Pedro Sanchez ha deciso di proporre al prossimo vertice Ue, giovedì prossimo, un recovery fund di circa 1.500 miliardi di euro finanziato attraverso debito perpetuo dei Paesi dell’Ue, che verrà assegnato tramite trasferimenti – e non come debito – tra i Paesi maggiormente colpiti dalla crisi. Secondo El Pais, la Germania potrebbe accettare tale proposta.

LA LINEA DI GENTILONI E DOMBROVSKIS

Intanto il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni non ritiene che l’Ue fallirà sul coronavirus: ‘No, non lo credo’, risponde a una domanda di Der Spiegel. Dopo la mancanza di solidarietà iniziale nei confronti dell’Italia, secondo Gentiloni, le cose stanno cambiando. E «nel frattempo, sono state prese decisioni impressionanti dalla Bce, dalla Commissione e anche dagli Stati membri. Potrebbero essere necessari aiuti per 1.500 miliardi». «È stato ben chiarito dal presidente dell’Eurogruppo che i costi
sanitari saranno interpretati in modo ampio», così il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis a Sky Tg24.

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Il parlamento europeo dice sì a Recovery bond e Mes, no ai coronabond

Il testo è passato con 395 sì, 171 contrari e 128 astenuti.

L’introduzione di Recovery Bond garantiti dal bilancio Ue, l’esortazione agli Stati membri all’uso del Mes, no ai coronabond. Sono i punti salienti della risoluzione adottata dal Parlamento europeo sull’azione coordinata dell’Ue per lottare contro la pandemia di COVID-19 e le sue conseguenze. Il testo è passato con 395 sì, 171 contrari e 128 astenuti.

LEGA E FI CONTRO I CORONABOND, PD E M5s DIVISI SUL MES

In mattinata Pd e M5s si erano divisi voto a favore dell’attivazione del Mes, contenuto nella risoluzione sull’azione dell’Ue contro il Covid-19. Il Pd ha votato a favore del paragrafo 23 che invita i Paesi dell’eurozona ad attivare il Mes, mentre il M5s si è espresso contro e nel voto sull’intera risoluzione si asterrà. Il giorno prima Lega e FI avevano votato contro un emendamento dei Verdi per gli eurobond, a favore Pd, M5s e FdI. Il viceministro al Mise Buffagni ha attaccato Salvini: “Mentre l’Italia conduce negoziati difficilissimi per ottenere i Coronabond sui tavoli europei, questo signore al Parlamento Europeo vota contro gli interessi del suo Paese”.

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Cinquanta sfumature di Mes tra Conte, Gualtieri, M5s e Lega

Il premier ha cambiato linea tre volte. Il ministro delle Finanze è rimasto possibilista. E sullo sfondo c'è una battaglia politica tra partiti ma senza chiarire cosa intendono per fondo salva stati.

Sul Mes ci sono tre linee, quella di Conte 2, inteso come il premier dell’ultima conferenza stampa, in cui ha detto categoricamene no all’utilizzo del Mes dopo che invece aveva dichiarato che il Mes poteva accettare se snaturato, quella di Gualtieri, il ministro dell’Economia che è rimasto sulla linea del Conte 1, se così si può chiamarlo, cioè la linea per cui se ci fosse un Mes snaturato potrebbe essere accettato e quella del Movimento Cinque Stelle che continua a ripetere no Mes e sì a Eurobond (anche se ci sono molte definizioni di eurobond e l’ultima non prevede un debito comune per l’eurozona, ma semplicemente titoli comuni che possano andare a finanziare progetti comuni come succede già per esempio per i fondi della Banca europea degli investimenti). Ma è bene cercare di fare chiarezza nella confusione.

1. GUALTIERI: “IL MES” NON È IL MES, MA UN NUOVO STRUMENTO

Quello che ha dichiarato il 9 aprile in un’intervista al Sole 24 Ore. Come abbiamo ripetuto più volte, non è nei piani dell’Italia fare ricorso al Mes. Nel dibattito interno italiano si fa spesso confusione tra utilizzo del Mes, che è facoltativo, e modifica dei suoi strumenti per consentire, a chi ne avesse l’intenzione o l’esigenza, di accedervi senza dover sottostare alle condizionalità economiche previste dai suoi meccanismi attuali, che altrimenti resterebbero gli unici disponibili. Alcuni Paesi dell’Eurogruppo ritengono utile far ricorso a questo nuovo strumento.

2. SUL MES C’È UN CONTE 1, 2 E 3

Il 7 aprile durante la conferenza stampa seguita alla presentazione dell’ultimo decreto Conte ha dichiarato: «Il Mes è uno strumento assolutamente inadeguato, gli eurobond invece sono la soluzione, una risposta seria, efficace, adeguata all’emergenza che stiamo vivendo. La verità è che quando si difende il prioprio Paese non si fanno calcoli. Sono convinto che la storia è con noi e vedremmo alla fine la storia quale piega prenderà». Tuttavia solo pochi giorni prima la sua linea era diversa. Il primo aprile infatti sempre in un intervento ufficiale dichiarava: «Il #Mes così com’è è inadeguato a fare fronte a questa emergenza. Il Mes può essere in prospettiva, se verrà snaturato e posto nell’ambito di un ampio ventaglio di interventi, uno strumento che ci offrirà la possibilità di mettere in piedi una strategia europea». E ancora prima, il 19 marzo, sempre Conte aveva chiesto lui con un intervento sul Financial Times di utilizzare il Mes per finanziare i costi della pandemia. Mentre il 25 marzo ha firmato con altri otto Paesi la lettera per chiedere i coronabond, che sembravano eurobond cioè mutualizzazione del debito, ma in realtà ad oggi potrebbero essere semplicemente project bond finanziati in comune e poi rimborsati dai singoli Stati.

3. IL NO AL MES DI M5s, FDI E LEGA

In tutta questa confusione di etichette c’è una battaglia politica tutta tra il Movimento Cinque Stelle e Lega e alleati. «Mentre il governo italiano si batte in Europa per dire #NoMes e #SiEurobond, gli alleati olandesi della Meloni vogliono il Mes e votano per bocciare le proposte di aiuti per il nostro Paese. I sovranisti sono il peggior nemico dell’Italia», ha per esempio voluto ricordare Toninelli su twitter alla vigilia dell’Eurogruppo. Mentre dall’opposizione continuano ad incalzare il governo sul no al Mes. «Conte sta tenendo il punto e spero vada sino in fondo, in tal caso saremo con lui. Non ho capito bene cosa intenda per andare da soli ma ci sono nostre proposte, penso a quella di Tremonti, ma deve cominciare ad ascoltarci”. Lo afferma la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, a Mattino 5 su Canale 5. «Il governo olandese va a dire i suoi sì e suoi no sulla base di un voto parlamentare. Se diranno sì al Mes voteremmo la sfiducia a questo governo», ha affermato Salvini, parlando nell’Aula di Palazzo Madama. «Il Parlamento olandese ha votato 2 volte per dire al governo cosa fare nelle trattative con Bruxelles. Noi non abbiamo dato nessun mandato a Conte e Gualtieri per trattare in Europa, se firmeranno anche solo mezzo MES chiederemo la sfiducia in quest’Aula al Governo». Così inizia l’Eurogruppo con due sole certezze: che ci sono cinquanta sfumature di Mes ed eurobond e due euroscetticismi incrociati quello olandese e quello italiano.

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Conte dice alla Bbc che il rischio del fallimento dell’Europa è reale

Un nuovo messaggio dopo l'intervista ambigua alla Bild. Con l'emittente britannica il premier risponde all'ipotesi di uno scambio tra gli aiuti russi e l'allentamento delle sanzioni verso Mosca: «È un'offesa al governo italiano…e anche a Vladimir Putin».

Dopo l’intervista alla Bild, quella alla Bbc. Il premier Giuseppe Conte è impegnato in un tour de force mediatico nei giorni delle trattative per trovare una soluzione europea alla ricostruzione post pandemia. Dell’intervista al quotidiano tedesco tuttavia sono circolate molto ambiguamente due versioni, una in cui il presidente del consiglio invita l’Europa a rimanere unita e una in cui minaccia che l’Italia possa andare da sola, senza specificare bene costa intenda. Ora con la televisione britannica Conte ha lanciato un altro messaggio forte. «Se non agguantiamo la possibilità di mettere nuova linfa nel progetto europeo il rischio di un fallimento è reale», ha spiegato Conte nell’intervista che la Bbc ha pubblicato sul suo sito, in cui ha ricordato anche come la crisi coronavirus, per l’Europa, sia «la più grande dalla seconda guerra mondiale».

UN’OFFESA AL GOVERNO ITALIANO E A PUTIN

Nell’intervista è stato chiesto al premier se ci fosse la possibilità che la Russia abbia legato i suoi aiuti all‘Italia sul coronavirus alla condizione che Roma allenti le sanzioni europee nei confronti di Mosca. E Conte ha risposto considerando un’offesa anche solo l’ipotesi: «La sola insinuazione mi offende profondamente. «È un’offesa al governo italiano…e anche a Vladimir Putin, che mai si è sognato di usare gli aiuti come leva» sulle sanzioni.

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Ferrari si è dimesso dal consiglio europeo della ricerca che lo aveva già “dimesso”

Lo scienziato italiano ha sfruttato la pandemia e la lotta al Covid 19 e l'euroscetticismo per accusare le istituzioni europee di indifferenza e invece è stato lui a sfruttarle per i suoi interessi.

Lui dice di essersi dimesso a causa della delusione per il mancato coordinamento durante la crisi Covid, gli altri 19 dicono di aver chiesto loro le sue dimissioni perché non si stava occupando del consiglio a tempo pieno, che si dedicava ad avvitià commerciali, impegni negli Stati Uniti e non aveva interesse nel suo ruolo. Ci sono due versioni contrastanti sull’addio di Mauro Ferrari alla poltrona di presidente del Consiglio europeo per la ricerca, incarico che ricopriva da pochi mesi, dal primo gennaio 2020. E la prima, quella del professore, è stata addirittura pubblicata sul Financial times per poi essere sonoramente smentita.

LA VERSIONE DI FERRARI

Il 7 aprile Ferrari si è dimesso dalla carica di presidente della principale istituzione scientifica dell’Ue, incarico che aveva assunto il primo gennaio scorso. «Sono stato estremamente deluso dalla risposta europea al Covid-19» ha dichiarato al Financial Times online. «Ero arrivato alla guida dell’Erc come un fervente sostenitore dell’Ue» ma «la crisi del Covid-19 ha completamente cambiato la mia opinione anche se continuo a sostenere con entusiasmo l’idea della collaborazione internazionale». Ferrari, secondo quanto scrive il Ft, ha deciso di presentare le sue dimissioni alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ieri pomeriggio dopo non essere riuscito a persuadere Bruxelles a mettere in piedi un programma scientifico su larga scale per combattere il coronavirus.

I QUATTRO MOTIVI PER LA RICHIESTA DI DIMISSIONI

In realtà il Consiglio scientifico del Cer gli aveva chiesto di dimettersi il 27 marzo e dopo l’intervento di Ferrari ha pubblicato una nota spiegando che quel giorno «tutti e 19 i membri attivi del Consiglio scientifico del CER hanno chiesto individualmente e all’unanimità che Mauro Ferrari si dimettesse dalla sua carica di Presidente» ed elancondo quattro motivi principali che potete leggere qui sotto:

  1. Durante i suoi tre mesi di mandato, il professor Ferrari ha mostrato una totale mancanza di apprezzamento per la ragion d’essere del CER a sostegno di un’eccellente scienza di frontiera, progettata e implementata dai migliori ricercatori in Europa. Sebbene abbia espresso il suo sostegno al riguardo nelle dichiarazioni pubbliche, le proposte che ha presentato al Consiglio scientifico non riflettono questa posizione. Non ha compreso il contesto del CER nell’ambito del programma di ricerca e innovazione dell’UE Orizzonte 2020.
  2. Dalla sua nomina, il professor Ferrari ha mostrato una mancanza di impegno con il CER, non riuscendo a partecipare a molti incontri importanti, trascorrendo molto tempo negli Stati Uniti e non riuscendo a difendere il programma e la missione del CER quando rappresentava il CER.
  3. Al contrario, il professor Ferrari ha intrapreso diverse iniziative personali all’interno della Commissione, senza consultare o attingere alla conoscenza collettiva del Consiglio scientifico, e usando invece la sua posizione per promuovere le proprie idee.
  4. Infine, il professor Ferrari è stato coinvolto in diverse imprese esterne, alcune accademiche e altre commerciali, che hanno impiegato molto tempo e sforzi e sono apparse in diverse occasioni per avere la precedenza sul suo impegno in ERC. Il carico di lavoro associato a queste attività si è rivelato incompatibile con il mandato del presidente del consiglio scientifico.

Così il professore ha sfruttato la pandemia e la lotta al Covid 19 e l’euroscetticismo per rivoltare la situazione e accusare le istituzioni europee di indifferenza e invece era stato lui a sfruttarle per i suoi interessi.

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La versione tedesca su Eurogruppo, Mes e fondo per la ripresa

Secondo il ministro delle finanze tedesco Scholz quello su cui manca l'unanimità è il Mes senza Troika. Di eurobond non parla nemmeno, ma invece sostiene il fondo per la ripresa con la Francia.

La versione del ministro dell’Economia tedesci Olaf Scholz è chiara, niente eurobond, ma sì al recovery fund. Ed è importante perchè la Germania è il Paese che ha più interessi nella ripresa economica di Italia e Spagna per via delle catene di produzione condivise e per questo può isolare l’Olanda. «Abbiamo avuto un dibattito molto costruttivo. Abbiamo anche discusso su cosa si dovrà fare nel prossimo step: credo che sia assolutamente chiaro che la ripresa dell’Europa sarà una grande azione che dobbiamo organizzare insieme. E come se ciascuno sa si può affrontare con gli strumenti classici che già ci sono», ha detto il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz a Berlino davanti alla stampa, dopo l’eurogruppo.

AFFRONTARE LA CRISI CON SURE, BEI E MES

«Abbiamo discusso di quello che era all’ordine del giorno», e cioè le tre proposte sulla funzione della Bei, sul Mes e il programma Sure, ha affermato il ministro, rispondendo ad una domanda sugli eurobond e rimarcando che anche la fase della ripresa potrà essere affrontata con gli strumenti classici dell’Ue: «Penso che ci si debba concentrare su queste questioni e su queste possibilità». «E come detto, dal mio punto di vista, è stato un dibattito molto positivo»

SÌ AL MES, NO ALLA TROIKA

È sul Mes che manca l’unanimità per ora nell’eurogruppo, ha detto il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz. «Per noi è importante» che se si ricorre al Mes «non scatti come 10 anni fa l’invio di commissari e l’arrivo di una troika, con l’elaborazione di un qualche programma. Quello di cui adesso i Paesi hanno bisogno è la solidarietà», per salvare posti di lavoro, e investire in campo sanitario. «Questa solidarietà va organizzata velocemente. Su questo bisogna ancora discutere: non basta che si sia quasi tutti d’accordo, serve l’unanimità».

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Alla vigilia dell’Eurogruppo prende piede l’ipotesi del Mes facilitato

Tra le varie opzioni dell'Ue per affrontare la crisi sfuma l'idea dei coronabond dopo l'accordo Berlino-Parigi. Scholz: «Non ci sarà nessuna troika».

Vista la convergenza di opinioni tra i ministri delle finanze tedesco e francese, per l’Eurogruppo in calendario il 7 aprile sulle conseguenze economiche del coronavirus, Goldman Sachs prevede che verranno prese in considerazione quattro proposte, tra cui un accesso più facile ai prestiti del Mes, prestiti della Bei alle pmi, un’assicurazione contro la disoccupazione in tutta l’Ue e un “fondo di salvataggio” per promuovere gli investimenti e la ricostruzione. Tra questi, Goldman Sachs indicano come più probabili i primi due, del Mes e della Bei, perché sono già attivi strumenti e finanziamento.

SCHOLZ: «NON CI SARANNO TROIKE»

Nel caso di un ricorso al Mes «non si tratta di far arrivare un commissario e una troika» come accadde dieci anni fa, ha detto il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz, ribadendo a Berlino che l’opzione di un ricorso al meccanismo europeo di stabilità non significherebbe un ritorno alla situazione della crisi finanziaria che l’eurozona ha alle spalle. «Io sono fiducioso che entro domani sera si possa arrivare a una decisione comune», ha detto Scholz.

GENTILONI: «STIAMO CONVERGENDO SULLE MISURE»

All’Eurogruppo «stiamo convergendo su alcune misure ma dobbiamo essere chiari che uno strumento di bilancio comune è necessario se vogliamo evitare un impatto asimmetrico della crisi», ha detto il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni. «Per me è cruciale costruire la consapevolezza che questo» forte stimolo di bilancio «dovrebbe avere contributi nazionali ma anche europei», e «questo strumento comune deve essere messo in campo presto, non fra due anni», come fu per il piano Marshall.

IN ARRIVO 8 MILIARDI PER LE PMI

In arrivo intanto altri 8 miliardi di euro dalla Ue alle Pmi. La Commissione europea ha sbloccato 1 miliardo di euro dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis) che farà da garanzia per il Fondo europeo per gli investimenti (Fei), parte del gruppo Banca europea per gli investimenti, il quale emetterà garanzie speciali pari a 8 miliardi per incentivare le banche e altri finanziatori a fornire liquidità ad almeno 100 mila Pmi europee colpite dall’impatto economico del coronavirus.

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L’Europa dei nazionalismi ci farà schiacciare da Cina, Usa e Russia

Sono giorni decisivi per l’Unione europea. O si muove fino in fondo, o si torna alle piccole patrie, cioè ai campanilismi che ci faranno schiacciare dalle super-potenze. Olanda e Germania se ne renderanno conto?

Dopo circa un mese di regime da pandemia è possibile tentare un quadro delle conseguenze, viste attraverso tre prismi. Quello nazionale, quello sovranazionale – che per noi è anzitutto quello europeo, una sovranazionalità di tipo speciale e inedito altrove -e infine quello internazionale. La pandemia è caduta infatti, e la sta accelerando, in una fase di passaggio dalla lunga Pax Americana, sconfessata ora in primis dall’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a una fase a più protagonisti continentali, la Cina soprattutto per forza economica e ambizioni globali, e la Russia con rinnovate ambizioni imperiali.

Occorre vedere se l’Europa dell’Unione, e l’Europa intera in definitiva, supera la prova e si afferma in un decennio come quarta realtà, o si frammenta nei vecchi nazionalismi, cadendo nella sfera di influenza di altri, e non più questa volta nella sfera americana. Il rischio è molto forte. La pandemia e come la si affronta, sul fronte economico prima di tutto, è determinante. Lo Stato-Nazione esce ovunque rilanciato perché si è dimostrato il primo e indispensabile e in numerosi casi l’unico baluardo, sanitario ed economico, insieme ovviamente alle sue strutture regionali e locali. Ne deriva l’aumento di popolarità quasi ovunque dei governi in carica, e l’ovvia difficoltà per le opposizioni a mettersi in luce.

Quando si faranno i conti, nei dibattiti parlamentari prima e nelle elezioni dopo, l’idea nazionalista che con termine fuorviante viene chiamata oggi spesso “sovranista” si presenterà rafforzata. Se non si cade nel campanilismo, che poi è l’essenza di molto “sovranismo”, è normale. In Italia e non solo la resa dei conti sarà fra europeisti, se ci saranno ancora, e nazionalisti. Al momento sono in molti a farsi riparo dell’immagine dell’ex presidente Bce Mario Draghi, la figura più autorevole al momento sulla scena italiana e forse europea. Draghi tuttavia non accetterà mai di fare il capo del governo non avendo né volendo un partito e non essendo eletto da nessuno. E difficilmente accetterà di fare il capo dello Stato, nel 2022, eletto da un parlamento troppo eterogeneo e labile per consentirgli di presiedere, dal Quirinale, a una politica saggia e utile per noi e per l’Europa, se l’Europa dell’Unione sarà ancora un soggetto pieno.

LA BCE ASSICURA LIQUIDITA DEL MERCATO E ALLE BANCHE

«Tutti i leader nazionali», ricorda in questi giorni il politologo e diplomatico americano Joseph S. Nye, «devono mettere al primo posto gli interessi nazionali, ma la domanda cruciale è se riescono a definirli anche in modo adeguato e ampio, o solo ristretto e di corto respiro». Gli Stati nazionali sono intervenuti subito o quasi, in questa pandemia, mentre l’Unione in parte ancora discute e invoca regole scritte ieri, e questo a fronte di qualcosa che nessuno, ieri, aveva previsto. La Bce, dopo la nota gaffe iniziale di Christine Lagarde, si è mossa. Non tutti sanno che cosa sta facendo la Bce: detto semplicemente, assicura la liquidità del mercato, acquistando titoli sovrani o privati che altrimenti rischierebbero di subire la debolezza eventuale della domanda. In più, assicura liquidità alle banche per mantenere il credito a costi bassi. La Commissione ha messo in atto vari aiuti e programmi, il più importante forse un sostegno comune antidisoccupazione, chiamato Sure.

In Germania si vota nel 2021 e nessuno vuole offrire munizioni alla destra sovranista di Alternative für Deutschland

Manca ancora all’appello il Consiglio, cioè il vero centro del potere dell’Unione, l’organo collegiale dei 27 Stati membri. Più di metà Paesi, Francia, Italia e Spagna in testa, chiede passi decisi e straordinari. Questa settimana, con un nuovo vertice via teleconferenza mercoledì 8 aprile, dovrebbe esserci una risposta dei capi di Stato e di governo. Come noto l’Italia, con il suo abnorme debito pubblico non affrontato quando sarebbe stato meno difficile farlo, è al centro della questione, anche se non è sola. L’Italia risponde dicendo, giustamente, che adesso non si parla di debiti pregressi che restano ovviamente a carico del Paese, ma delle nuove ingenti somme necessarie per salvare le nostre società.

La cancelliera Angela Merkel (Ansa).

L’obiettivo è finanziare un piano collettivo di ricorso ai mercati per una ricostruzione europea. Ma non si potranno chiamare eurobond e nemmeno coronabond, anzi, occorrerà dire che proprio non lo sono, perché in Germania si vota nel 2021 e nessuno vuole offrire munizioni alla destra sovranista di Alternative für Deutschland – gli amici/alleati del salvinismo e del melonismo – contraria all’euro, contraria ai Paesi del Sud nell’euro, Italia in primis, e disposta piuttosto a un ritorno al deutsche mark.

QUELLA STRANA SINTONIA TRA TRUMPISMO E PUTINISMO CONTRO L’UE

In molti dicono che l’Unione è già morta. Lo dicono e non da oggi i nostri “sovranisti”. Lo dicono i loro alleati da Afd a molti altri altrove nell’Unione, con il ridicolo risultato di un salvinismo e di un melonismo che accusano  la Ue di non fare, mentre i loro amici d’Europa fanno il possibile perché non faccia nulla e minacciano sfracelli se fa qualcosa. Che l’Unione è morta lo dice con grande insistenza la propaganda russa, ispirata direttamente dallo Stato Maggiore militare che ha come noto una forte propensione e tradizione all’arma psicologica. Lo dicono anche in una strana ma non sorprendente sintonia vari ideologi, accademici in genere, del trumpismo americano, espressione della tradizione ipernazionalista americana, e più la Ue fa fatica, più applaudono. Mosca sta portando avanti, intensificata nelle ultime settimane, la sua strategia di spaccare una Ue che ha sempre considerato un impaccio alle strategie russe verso l’Europa occidentale e un residuo della Guerra fredda.

Surkov poco più di un anno fa vedeva un Putin che «sa giocare con le menti dell’Occidente», quelle europee in particolare

Vladislav Surkov, da sempre vicinissimo a Vladimir Putin, stretto collaboratore spesso e anche uomo d’affari in proprio come molti del giro putiniano, è fra i teorici di una nuova democrazia, dove c’è chi sa ascoltare e agire, cioè Putin, ben al di là dell’«illusione della scelta» offerta  dall’Occidente. Non si sceglie, si obbedisce ed è meglio così, in perfetta tradizione russo-asiatica. Surkov teorizza «l’algoritmo politico» putiniano per il quale prevede «un secolo glorioso», e poco più di un anno fa vedeva un Putin che «sa giocare con le menti dell’Occidente», quelle europee in particolare. Un gioco ipnotico, quasi.

russia giornalisti agenti stranieri putin

La partita fondamentale era e resta, quanto a geopolitica, il posto che va fatto alla nuova potenza cinese, e l’adattamento al relativo retrenchment del potere americano, in parte inevitabile e già avviato, in parte conseguenza della sconsideratezza e inadeguatezza di Donald Trump e di molti suoi sostenitori. Come i nostri sovranisti, pensano a un ordine internazionale basato sui nazionalismi, il che, se la Storia insegna qualcosa, equivale a un ordine internazionale basato sul disordine. 

QUEGLI AIUTI CHE SERVONO ALLA PROPAGANDA RUSSA

Tutto è accelerato dalla pandemia e la Russia di Vladimir Putin vede in tutto questo una grande opportunità per indebolire al massimo il legame transatlantico e spaccare l’Unione europea. Per loro è un assurdo e illegale impaccio: non era prevista dagli accordi di Yalta, i russi a quello sono fermi, che prevedevano un’Europa russificata a Est e sotto l’influenza britannica a Ovest e gli Stati Uniti tornati a casa, come Franklin Roosevelt sempre aveva loro detto. Svanito rapidamente il potere britannico, in pochissimi anni, con Londra già nel 1947 costretta a rinunciare a ruoli-chiave in Europa, l’avvento di un’Europa occidentale “amica” era per Mosca vicino. La Nato e i Trattati di Roma furono uno sgarro, dice il libro russo.

Intanto a Mosca si dice che la Ue, lo dicono stazioni tv e articoli di giornale, è morta

La Russia è Paese dai tempi lunghi, sterminati come il suo territorio, e da circa 200 anni vede la sua diplomazia impegnata in una perenne partita a scacchi con l’Europa per condizionare il continente e far rispettare dagli occidentali gli interessi, economici prima di tutto, di una nazione sterminata, pienamente sviluppata solo nel settore militare, che ha sempre speso troppo per le armi e troppo poco per il suo popolo. Putin ha decretato, anche in prima persona (si veda l’intervista al Financial Times del 27 giugno 2019)  la crisi profonda del sistema liberale, cioè occidentale american-europeo, e il sorgere attorno ai neo-nazionalismi della nuova sovereign democracy, una democrazia che funziona nell’interesse dei cittadini, e sui cui connotati democratici gli altri sono sbrigativamente invitati a non indagare. Inevitabile qualche lontana assonanza  con la “democrazia reale” di sovietica memoria.

aiuti russia coronavirus bergamo
Coronavirus, gli aiuti russi in viaggio verso Bergamo.

Accanto a questo è stato resuscitato il vecchio concetto russo di Eurasia, cucito addosso alla realtà russa di Paese europeo a San Pietroburgo e asiatico già a Mosca, e alla fine più asiatico che euro, russo insomma. Intanto a Mosca si dice che la Ue, lo dicono stazioni tv e articoli di giornale, è morta. Da qui l’importanza di far vedere ai russi e in giro per il mondo i camion militari russi degli aiuti sanitari all’Italia portati qui con gli Antonov e che corrono, bandiera russa al vento, sulle nostre autostrade e strade. Sono giorni decisivi per l’Unione europea e per l’Europa. O si muove fino in fondo, o si torna alle piccole patrie, cioè ai campanilismi. A fronte di Cina e Stati Uniti e Russia siamo solo 30 piccoli Paesi, costretti a collaborare strettamente – compresi i non Ue Svizzera e Norvegia – se vogliamo sopravvivere. Chissà se i tedeschi e gli olandesi a ore se lo ricorderanno.

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La rivolta dei Popolari europei (senza italiani) contro Orban

Il premier ungherese replica ai 13 partiti del Ppe che avevano esortato l'espulsione di Fidesz: «Con tutto il rispetto non ho tempo per le fantasie degli altri».

Continua la battaglia nel Ppe per l’espulsione di Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban. Il primo ministro ha replicato al Ppe dopo che 13 partiti del centrodestra europeo avevano esortato l’espulsione di Fidesz. «Con tutto il rispetto non ho tempo per questo», ha scritto Orban a Antonio Lopez Isturiz White, segretario generale dei Popolari europei. «Non riesco ad immaginare come si possa avere tempo per fantasie sulle intenzioni degli altri Paesi», ha scritto, «sono pronto a discutere ogni questione una volta che la pandemia sarà finita». Ma «fino ad allora dedicherò tutto il mio tempo esclusivamente a salvare le vite del popolo ungherese».

LA RICHIESTA DI ESPULSIONE DA 13 PARTITI

«Vi suggerisco anche a voi di fare lo stesso», esorta il premier ungherese. «Il nostro mondo è sottosopra», scrive il leader di Budapest, «e tutti noi leader nel mondo ci stiamo concentrando nel prendere decisioni per proteggere la salute dei nostri cittadini». Ieri a chiedere l’espulsione del partito di Orban, Fidesz, dal Ppe sono stati gli esponenti di tredici partiti che fanno parte dei Popolari europei, tra cui anche il premier greco Kyriakos Mitsotakis e la premier norvegese Erna Solberg, in una lettera indirizzata al presidente del Ppe Donald Tusk. «I recenti sviluppi», si legge nella missiva, «hanno confermato la nostra convinzione che Fidesz, con le sue politiche attuali, non possa godere appieno dell’appartenenza al Partito popolare europeo». Nessuno dei partiti italiani nel Ppe (il principale è Forza Italia) ha firmato la lettera.

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Il no ai Coronabond e l’origine dello spirito egemonico tedesco

L'attenzione ai conti e al pareggio di bilancio non spiega del tutto il rifiuto della Germania agli Eurobond. Alla base c'è il desiderio di imporre la propria potenza sull'Ue. Un'ossessione che risale ai tempi della Prussia.

Sbaglia chi attribuisce solo all’ossessione della parità di bilancio, derivata dal disastro economico del periodo di Weimar, la rigida posizione tedesca di rifiuto di un immane sforzo economico europeo comune, unitario per affrontare il terribile “dopoguerra” post Covid 19.

Questo elemento, al pari dell’ossessione a fonte della disoccupazione, è vero e operante. Ma c’è di più e di peggio nel rifiuto tedesco delle proposte italiane e francesi e spagnole e di altri 11 Paesi europei di una iniezione di migliaia di miliardi per fronteggiare questa crisi economica e sociale.

LEGGI ANCHE: La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Il vero dramma di questi giorni è invece che Angela Merkel incarna anche e per l’ennesima volta il “suprematismogermanico, che ha al suo interno quello che un tempo chiamavamo revanscismo tedesco, ma che è ancora più pericoloso. È semplicemente la plurisecolare aspirazione che fu prima della Prussia e poi della Germania post 1870 di egemonizzare l’Europa. Di dettare legge, regole, comportamenti al Vecchio continente. Non più attraverso lo strumento della guerra, ma imponendo le regole del mercato. Del proprio mercato, della propria potenza economica. Oggi, la Germania continua ad essere affetta dalla sua plurisecolare Hybris, che la spinge a imporre la propria egemonia, non più attraverso le sue armate, ma manovrando come una sciabola la sua potenza economica.

L’UE USATA PER IMPORRE L’EGEMONIA

In questi giorni appare ancora una volta chiarissimo che la Germania della Merkel non intende affatto affrontare la tragedia della spaventosa crisi economica e sociale causata dal Covid 19 per costruire e rafforzare una Europa unita. È invece tesa unicamente a esaltare la propria egemonia sul Vecchio Continente, sua aspirazione frenetica da cinque secoli in qua. Motore immobile di 500 anni di guerre in Europa. La ragione di questa rinascita dell’iper egemonismo tedesco non più attraverso i panzer e la Luftwaffe, ma manovrando come una clava le regole economiche e la Bce, è semplice quanto drammatica: la Germania che la Merkel rappresenta e guida ha sì ammesso la sua orribile colpa nei confronti della Shoa, ma non ha mai, mai, ammesso la propria cecità arrogante nel suo volere egemonizzare il Vecchio Continente. Al contrario, ha sempre usato delle immense potenzialità del mercato comune, di Schengen e dell’Euro, per imporre la propria egemonia, favorita in questo dalla cecità di una Francia sempre alla ricerca del Tempo Perduto della propria grandeur. Non a caso il suo capolavoro è stato quello di avere riversato sui Paesi della Ue i costi della propria riunificazione, che ha peraltro raddoppiato le chances del proprio egemonismo

LA GERMANIA EST E IL RIFIUTO DEL SENSO DI COLPA

Non è un caso che la cancelliera sia nata e cresciuta nella Germania Est e nella sua cultura politica. In Italia e in Europa il fatto non è risaputo e non è valutato come merita, ma ha un enorme peso ancora oggi il dato di fatto che la Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) in cui si è formata Angela Merkel ha sempre rifiutato davanti alla Storia di condividere le colpe tedesche del nazismo e della sua aggressione ai popoli europei. Al contrario si è sempre percepita e rappresentata come “gloriosa erede” dell’antinazismo, che vi fu, ma fu marginale e ultraminoritario. Dunque, i tedeschi dell’Est si sono sempre percepiti come completamente  scevri, liberi dalla terribile “colpa tedesca” della guerra di aggressione iniziata nel 1939. Merkel è impastata da questa assenza di colpa. Una tragedia.

LA COLPA MAI AFFRONTATA DELLE POLITICHE DI AGGRESSIONE

La Germania Federale (Brd), peraltro, ha vissuto la grazia di essere l’avamposto, la prima linea dell’Occidente nella Guerra Fredda, che ha provocato una mancata denazificazione delle coscienze e delle classi dirigenti. Lo spirito della Guerra fredda e il dramma di Berlino divisa  hanno permesso alla Germania Occidentale persino di fare i conti con la Shoah, solo a iniziare dai venti anni dopo la fine della guerra (il primo processo tedesco su Auschwitz e non imposto dagli Alleati, quello detto “di Francoforte”, andò a sentenza nel 1965). Dunque, se la Germania Occidentale ha infine saputo (a differenza della Germania dell’Est) farsi carico della colpa orribile dello sterminio degli ebrei, non ha mai, mai affrontato la colpa storica della propria politica di aggressione dei popoli europei. Storica tendenza germanica sin dal tempo dei Cavalieri Teutonici che iniziarono nel sedicesimo secolo la marcia di guerra “nach Ost” alla ricerca del proprio “spazio vitale”.

LA BCE E L’EURO COME STRUMENTO DI POTERE

Certo, Konrad Adenauer (Cristiano liberale antinazista), Willy Brandt (oppositore antinazista), Helmuth Schmidt (che fu soldato della Wehrmacht) e Helmuth Kohl sono stati portatori dell’idea di una Germania non egemonica in Europa. Ma, unificate le due Germanie, già con il socialdemocratico Gerhard Schröder all’inizio degli anni 2000, strenuo fautore di un acerbo allargamento della Ue ai Paesi dell’Est che ha prodotto il blocco di Visegrad, ma grandi vantaggi a Berlino, fu chiaro che l’egemonismo tedesco aveva trovato nello strumento della Bce e dell’Euro la possibilità di dispiegarsi con le armi delle regole di Maastricht e non più con i panzer.

L’ESEMPLARE POLITICA NEI CONFRONTI DELLA GRECIA

La Cancelliera ha fatto il passo ulteriore e definitivo: ha usato con miope intransigenza delle regole europee (allegramente infrante dalla sua Germania per quanto riguarda uno stratosferico surplus del commercio estero) per rinvigorire l’egemonismo tedesco sul Vecchio Continente. Palestra esemplare è stata l’orrida politica europea con cabina di regia a Berlino nei confronti del default della Grecia. Non c’è da stupirsi quindi che ora la Merkel veda oggi nella catastrofica crisi economica e sociale causata dal Covid 19 la concreta possibilità di ridurre definitivamente nella posizione di Stati vassalli di Berlino l’Italia e i Paesi del Sud Europa.

L’OBIETTIVO: L’EUROPA AL SERVIZIO DI BERLINO

Certo, esiste e opera anche una Germania, rappresentata dai Verdi, che sono pur sempre il secondo partito nel Bundestag, e dal loro ideologo Joschka Fischer, che non condivide e contrasta l’egemonismo germanico della Merkel e della Bundesbank, che ricorda che la ritrovata e immensa potenza economica tedesca si deve solo e unicamente alla decisione degli Alleati (Italia compresa) di non fare pagare al popolo tedesco le immense riparazioni di guerra, più che dovute. Una Germania che sa e ricorda le proprie colpe incancellabili nei confronti dei popoli europei. Ma è una Germania minoritaria. Il blocco di potere, l’élite tedesca che Merkel ben rappresenta vuole ancora una volta, l’ennesima, costruire e consolidare una Europa al servizio di Berlino. Questo è la più drammatica e irreparabile realtà emersa in questi giorni.

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Anche Dombrovskis è scettico sui corona bond

Per il vice presidente della Commissione europea, il bilancio pluriennale dell'Ue sarà «il nostro piano Marshall». E l'Olanda propone un fondo sanitario d'emergenza.

Il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, si mostra scettico sull’eventuale emissione di titoli comuni europei di debito per fronteggiare gli effetti economici della pandemia di coronavirus.

BRUXELLES PUNTA SUL BILANCIO PLURIENNALE DELL’UNIONE

«Stiamo esplorando tutte le opzioni», ha detto infatti Dombrovskis, «i corona bond hanno molti titoli sui giornali e c’è una controversia politica, ma ci sono molte opzioni in preparazione. Il bilancio pluriennale Ue sarà il nostro piano Marshall, come ha detto la presidente Ursula von der Leyen, e deve essere ambizioso. Con fondi in anticipo e una forte componente sugli investimenti».

GERMANIA E OLANDA SI OPPONGONO A DEBITI COMUNI

I principali oppositori dei corona bond, chiesti da Italia, Spagna e Francia, sono Germania e Olanda. E il ministro delle Finanze olandese, Woepke Hoekstra, ha ribadito le sue perplessità in un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo: «Non crediamo che gli eurobond siano la risposta giusta» alla crisi, «ma il nostro è un messaggio di solidarietà e a favore di una maggiore spesa pubblica». Per l’Olanda, titoli di debito comuni «aumenterebbero i rischi a lungo termine per l’Eurozona».

LA PROPOSTA DI UN FONDO SANITARIO D’EMERGENZA

Da qui la proposta di un fondo sanitario d’emergenza, che non funzionerebbe come un prestito bensì come una donazione: «È vitale che sia chiaro che non si tratta di un prestito da rimborsare in seguito. Sarebbe moralmente sbagliato per me. Sono soldi nuovi e reali che mettiamo a disposizione», ha concluso Hoekstra.

I FALCHI TEDESCHI NON CEDONO

Anche Lars Feld, numero uno del Consiglio dei saggi dell’economia tedesca, organo consultivo del governo composto da cinque esperti, si è espresso contro i corona bond. «In Europa dobbiamo evitare di assumere responsabilità comune sui debiti», aggiungendo che i corona bond richiesti da Italia, Francia e Spagna «per me sono uno strumento di un vecchio repertorio».

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Cosa ha scritto Giuseppe Conte a Ursula von der Leyen

Il premier italiano ha risposto alla lettera con cui la presidente della Commissione Ue chiedeva scusa all'Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell'emergenza coronavirus.

«Cara Ursula, ho apprezzato il sentimento di vicinanza e condivisione che ha ispirato le parole con cui ieri, dalle pagine di questo giornale (La Repubblica, ndr) ti sei rivolta alla nostra comunità nazionale e, in particolare, al nostro personale sanitario, che, con grande sacrificio e responsabilità, è severamente impegnato nel fronteggiare questa emergenza». Si apre così la lettera, pubblicata da Repubblica, che Giuseppe Conte ha indirizzato alla presidente della Commissione Ue von der Leyen che il 2 aprile, sempre tramite lo stesso quotidiano, chiedeva scusa all’Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell’emergenza coronavirus.

«NON C’È TEMPO DA PERDERE»

E dopo gli irrinunciabili convenevoli, il premier torna su un tema a lui caro: «L’Italia sa che la ricetta per reggere questa sfida epocale non può essere affidata ai soli manuali di economia», scrive riecheggiando quanto già detto durante l’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. Secondo Conte deve essere la solidarietà l’inchiostro con cui scrivere questa pagina di storia: «La storia di Paesi che stanno contraendo debiti per difendersi da un male di cui non hanno colpa, pur di proteggere le proprie comunità, salvaguardando le vite dei suoi membri, soprattutto dei più fragili, e pur di preservare il proprio tessuto economico-sociale». Una solidarietà europea che, come la stessa presidente della Commissione Ue ha ricordato, nei primi giorni di questa crisi non si è avvertita: «E ora non c’è altro tempo da perdere».

OK AL PIANO SURE

Il presidente del Consiglio italiano poi promuove la proposta della Commissione europea di sostenere, attraverso il piano Sure da 100 miliardi di euro, i costi che i governi nazionali affronteranno per finanziare il reddito di quanti si trovano temporaneamente senza lavoro in questa fase difficile: «È una iniziativa positiva, poiché consentirebbe di emettere obbligazioni europee per un importo massimo di 100 miliardi di euro, a fronte di garanzie statali intorno ai 25 miliardi di euro».

«BISOGNA PRENDERE ESEMPIO DAGLI STATI UNITI»

Ma non è abbastanza perché, come scrive Conte, le risorse necessarie per sostenere i sistemi sanitari, garantire liquidità in tempi brevi a centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, per mettere in sicurezza l’occupazione e i redditi dei lavoratori autonomi, sono molte di più. «E questo non vale certo solo per l’Italia. Per questo occorre andare oltre», scrive lui portando come esempio gli Stati Uniti. «Stanno mettendo in campo uno sforzo fiscale senza precedenti e non possiamo permetterci, come italiani e come europei, di perdere non soltanto la sfida della ricostruzione delle nostre economie, ma anche quella della competizione globale».

LA SOLUZIONE NEGLI EUROBOND

La soluzione per avviare la ricostruzione sarebbe l’European Recovery and Reinvestment Plan: «Si tratta di un progetto coraggioso e ambizioso che richiede un supporto finanziario condiviso e, pertanto, ha bisogno di strumenti innovativi come gli European Recovery Bond: dei titoli di Stato europei che siano utili a finanziare gli sforzi straordinari che l’Unione dovrà mettere in campo per ricostruire il suo tessuto sociale ed economico», spiega ribadendo come questi titoli non siano in alcun modo volti a condividere il debito che ognuno dei Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni membri dell’Unione si trovino a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri.

«SI INSISTE NEL RICORSO DI STRUMENTI INADEGUATI»

Peccato che le anticipazioni dei lavori tecnici che Conte ha potuto visionare non sembrino «all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato». Secondo il presidente del Consiglio italiano si continua a insistere nel ricorso a strumenti che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi che dobbiamo perseguire, considerato che siamo di fronte a uno shock epocale a carattere simmetrico, che non dipende dai comportamenti di singoli Stati. «È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio». Senza tutto questo il 2020 potrebbe essere l’anno del fallimento del sogno europeo.

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La Francia vuole un Mes light e bond garantiti da tutti i Paesi europei

Il ministro Bruno Le Maire apre all'uso del fondo salva-Stati con condizioni leggere. Ma chiede anche un'emissione di titoli solidali.

Il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha aperto all’uso del Mes per rispondere alla crisi economica generata dalla pandemia di coronavirus. Ma il fondo salva-Stati va attivato «senza stigma e con condizionalità leggere, cosa che dovremmo essere in grado di decidere al prossimo Eurogruppo».

BOND GARANTITI DAGLI STATI MEMBRI

L’Ue ha messo in campo anche un fondo anti-disoccupazione. Ma anche la Francia, così come l’Italia, ritiene necessario «riflettere su strumenti a lungo termine» e dunque propone di «creare un fondo temporaneo che emetta bond garantiti dagli Stati», ovvero da tutti i membri dell’Unione europea. Per Parigi, solidarietà significa «mettere in comune le risorse e i mezzi finanziari». E dietro al dibattito sui coronabond c’è «una sola domanda politica: dobbiamo stare insieme come un unico continente e affrontare la crisi, oppure dare al mondo la triste immagine di un’Ue divisa?».

FONDO OPERATO DALLA COMMISSIONE EUROPEA

Il fondo temporeano che ha in mente Le Maire avrebbe un solo obiettivo strategico: «Aiutare e coordinare lo stimolo per far ripartire l’economia quando la crisi sanitaria sarà finita». Il ministro francese ha spiegato che il fondo verrebbe operato dalla Commissione europea e posto fuori dal bilancio europeo. I singoli Paesi potranno contribuire a finanziarlo anche ricorrendo a una tassa di solidarietà. Sul Mes è tornato a parlare anche il commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni: «È nato in un’altra epoca storica, oggi è completamente inadeguato. Se le condizionalità venissero eliminate, potrebbe essere guardato in un altro modo. Ma non fossilizziamoci, abbiamo diversi strumenti e diversi obiettivi».

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Il silenzio dell’Ue sul golpe di Orban in Ungheria

La Commissione Ue prende tempo per valutare. Per i popolari «ancora un amico». I sovranisti lo vogliono. Solo dai socialisti condanne per i pieni poteri sine die ottenuti dal parlamento. Qualcosa di mai accaduto tra gli Stati membri. Ma l'Europa preferisce litigare sui bond.

Niente Coronabond all’Italia e alla Spagna: sulla risposta urgente all’emergenza sanitaria comune del Covid 19 i leader dell’Ue si accapigliano al punto da rinviare l’eurogruppo. Ma sul golpe bianco del premier ungherese Viktor Orban, una presa dei poteri degna dei regimi totalitari del Secolo breve sfruttando il pretesto del coronavirus, i leader dei raggruppamenti politici europei non alzano nessun polverone, tanto meno i commissari di Bruxelles. Che un capo di governo ottenga dal parlamento i pieni poteri – a tempo illimitato – con la possibilità di sospendere l‘assemblea legislativa e di imprigionare chi «diffonde false notizie» era qualcosa di mai accaduto in un Paese dell’Unione europea. Ma dal 30 marzo 2020 in Ungheria si può: Orban, demagogo della destra populista, ha avuto il via libera dai due terzi del parlamento (137 voti a favore dai deputati del suo partito Fidesz e da una fronda dell’estrema destra, 53 contrari) per emettere decreti legge a suo piacimento. Senza una scadenza perché la «battaglia contro il Covid 19 non ha una data».

DEMOCRAZIA IN QUARANTENA

Per i socialisti «è iniziata la dittatura di Orban». Anche l’estrema destra dello Jobbik è insorta contro il colpo di mano. Nella prima votazione fallita, con un quorum dell’80%, le opposizioni chiedevano un limite di 90 giorni ai poteri speciali del premier, com’è naturale le restrizioni alle libertà sono temporanee per affrontare l’emergenza. Ma Fidesz ha tirato dritto, avendo i numeri al secondo passaggio. Il premier magiaro tentava di mettere in quarantena la democrazia dal 2010, con le prime riforme costituzionali: strette progressive autoritarie sui diritti (di credo, di libertà di stampa) e sulla giustizia che, nel 2018, portò l’Europarlamento ad attivare la procedura d’infrazione sullo stato di diritto fissata dall’articolo 7 dei Trattati Ue, in seguito ai numerosi dossier aperti dalla Commissione di Bruxelles. Per le Europee del 2019 si ventilò anche l’espulsione di Orban dai popolari europei (Ppe). Ma complice il peso di Fidesz e l’amicizia con i cristiano democratici e sociali democratici tedeschi (Cdu_Csu) di Angela Merkel, non se ne fece di nulla.

Viktor Orban e Angela Merkel (foto LaPresse).

PER I POPOLARI «L’AMICO VIKTOR»

Orban è rimasto nei popolari europei, perché è un nome che conta. Ancora dopo il Putsch che nell’Ue non dovrebbe avere diritto di cittadinanza, dall’Unione della Cdu-Csu di Merkel non si sono levate condanne. Addirittura il leader del Ppe, Donald Tusk, ex capo del Consiglio europeo, ha ribadito che «Orban resta un amico, pur non condividendo i valori che rappresenta». All’ultimo voto europeo 13 europarlamentari di Fidesz – sospesi nel partito per la procedura in corso ma non costretti alle dimissioni e all’uscita dal Ppe – sono stati indispensabili alla tenuta dei blocco dei conservatori. Tanto che, oggi come ieri, sono i moderati a trattenere il premier magiaro nel loro club, e non viceversa: anche Silvio Berlusconi, in capo a quel che resta di Forza Italia, continua a giustificare «l’amico Viktor» («sono  pieni poteri che gli ha conferito il parlamento»). Mentre Orban da parte sua guarderebbe volentieri oltre, verso i due raggruppamenti dei sovranisti di ultradestra all’Europarlamento, che progettano di fondersi in un blocco identitario

SALVINI E MELONI LO VOGLIONO

Il Fidesz di Orban è corteggiato tanto dai Conservatori europei dei polacchi del Pis e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, quanto dagli ultra-nazionalisti di Identità e democrazia: l’ex Europa delle Nazioni e delle Libertà del Fronte Nazionale di Marine Le Pen e della Lega di Matteo Salvini che dal 2019 ha inglobato anche l’estrema destra xenofoba tedesca di Alternative für Deutschland (AfD), oltre alle estreme destre olandese (Pvv) e austriaca (Fpö).

Meloni e Salvini plaudono alla mossa liberticida di Orban: a loro dire non dissimile dall’azione del premier Conte

Sia Meloni che Salvini plaudono alla mossa liberticida di Orban: a loro dire non dissimile dall’agire del premier italiano Giuseppe Conte per l’emergenza coronavirus. Chiaramente, in Italia il parlamento non ha licenziato alcuna legge che dà pieni poteri a Conte, neanche temporaneamente: il premier ha agito d’urgenza – consultati i governatori delle Regioni per le loro prerogative fissate dalla Costituzione –, come gli è permesso nello stato di emergenza,  con una serie di decreti-legge sulla sicurezza e altri sulle misure economiche, poi approvati dal Parlamento e firmati dal presidente Sergio Mattarella.

Il premier ungherese corteggiato da Matteo Salvini.

DIVIEDO DI TRANSITO AGLI ASILANTI

Il paragone tra Orban e Conte o il presidente francese Emmanuel Macron non regge. E colpisce, a riguardo, la blanda alzata di scudi europea: l’ex premier Matteo Renzi (Pd) chiede a questo punto di «espellere l’Ungheria dall’Ue». Ma nonostante la condanna delle Nazioni Unite, la Commissione europea si riserva di «valutare le leggi sulle misure di emergenza prese dagli Stati membri e il rispetto dei diritti fondamentali». Solo i Socialisti europei (Se) denunciano lo «smantellamento della democrazia in Ungheria, con il paravento del Covid 19». In Ungheria i casi di Covid 19 dichiarati sono meno di 500 e 16 morti, ma le misure prese sono state da subito rigidissime: coprifuoco assoluto, con controlli delle forze speciali della polizia. I pieni poteri a Orban sullo stato di emergenza gli danno anche la facoltà di schierare l’esercito e di mettere in pausa il parlamento. Si colpiscono i giornalisti, con il carcere fino a 5 anni sulle «fake news». Mentre ai richiedenti asilo è vietato di transitare, fin dai primi di marzo, per analoghe e pretestuose ragioni sanitarie.

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Conte: «Se l’Ue non è coesa, non sarà competitiva»

Il premier italiano alla tivù tedesca: «Non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia». E su Angela Merkel: «Abbiamo espresso due visioni diverse».

Giuseppe Conte protagonista anche sulla tivù tedesca. In Germania, però, il nostro premier non interrompe le trasmissioni per presentare e spiegare un nuovo decreto. È invece protagonista di un’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. «Io e Angela Merkel abbiamo espresso due visioni diverse durante la nostra discussione», ha spiegato il primo ministro italiano secondo quanto anticipato. «Ne approfitto e lo dico a tutti cittadini tedeschi: noi non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia», ha continuato riferendosi alla lotta al coronavirus.

«SE NON SIAMO COESI NON SAREMO COMPETITIVI»

Conte ha poi sottolineato che dell’emergenza non è responsabile nessun singolo Paese: «Non si tratta di tensioni finanziarie», ha detto per poi lanciare una provocazione all’Unione Europea: «L’Ue come risponde? L’Ue compete con la Cina, con gli Usa che hanno stanziato duemila miliardi per reagire, in Ue cosa vogliamo fare? Ogni Stato membro vuole andare per conto suo?». Secondo il primo ministro italiano, infatti, se la reazione non sarà coesa, vigorosa, coordinata, l’Europa diventerà sempre meno competitiva nello spazio globale di mercato. E sui Coronabond: «Vorrei ricordare che questo meccanismo, le obbligazioni in euro, non significa che i cittadini tedeschi dovranno pagare anche solo un euro di debito italiano. Significa solo che agiremo insieme per ottenere migliori condizioni economiche, di cui tutti beneficiano»

M5S: «LA SOLUZIONE È L’EMISSIONE DI EUROBOND»

Una teoria sposata dal Movimento 5 Stelle che in una nota congiunta dei suo portavoce in Commissione Politiche Ue dice: «In vista del vertice del 7 aprile auspichiamo che risulti vincente la proposta del governo e del premier Conte di costruzione di un’Europa più solidale e giusta. È il momento della svolta. Servono nuovi strumenti per sopperire a questa crisi sanitaria ed economica ed insistiamo nel dire che la soluzione non passa per il Mes ma per l’emissione di eurobond».

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Con questa Europa no, ecco la bandiera della sinistra

Per fermare il sovranismo di Viktor Orban e degli altri amici di destra di Salvini non possiamo difendere un’Europa indifendibile.

Se c’è una caratteristica genetica in questa sinistra che amo fin da bambino, è quella di arrivare dopo. E di arrivarci con sincere e autolesionistiche abiure. Si va dal voto contrario alla Cassa per il Mezzogiorno, al diniego verso lo Statuto dei lavoratori, al rifiuto dell’Europa poi accettata come un dogma, dall’idea della riformabilità del comunismo con Gorbaciov fino al punto che un anno prima di scioglierlo Achille Occhetto fondò il nuovo Pci. L’elenco è lungo.

È cambiata la fase: questa era la frase che giustificava il mutamento di orizzonte. Ci sono dei momenti nella storia in cui arrivare dopo può diventare catastrofico. Prendiamo il caso dell’Europa. È stato giusto ed è giusto contrapporsi ai sovranismo e a quella semi-cultura che mette assieme forme di governo nazionaliste e neo-autoritarie con disinvolte alleanze internazionali fondate su una nuova subalternità verso potenze come Russia e Cina.

Ma lo slogan della sinistra e degli europeisti non è «difendiamo l’Europa» per queste belle ragioni, ma più ideologicamenlte «lo vuole l’Europa. Questa entità astratta rappresentata da funzionari, governanti del Nord, si è elevata a giudice supremo del destino delle nostre comunità. La sofferenza patita dalla Grecia meriterebbe un processo di Norimberga.

L’EUROPA CHE CONOSCEVAMO SEMBRA NON ESISTERE PIÙ

Oggi siamo davanti a un passaggio ineludibile. L’Europa può essere addomesticata (non è mai successo) tagliando qualche unghia tedesca o di altro Paese del Nord, oppure bisogna prendere atto che i destini si stanno separando, che secoli di storia, che hanno fatto parlare del valore degli elementi unitari del Continente, dimostravano anche l’irreversibilità della diaspora, delle forze centrifughe. Non siamo la stessa Europa. Noi non abbiamo nulla in comune con i Paesi ex comunisti, ma non abbiamo niente in comune anche con uno Stato che sta diventando canaglia in quanto rifugio di evasori fiscali di altissimo bordo. Che storia condividiamo, che moralità ci unisce, che prospettiva comune abbiamo? Il cinismo dei governanti del Nord Europa (farei una distinzione verso la Germania che è Paese ricco di orientamenti diversissimi) è incompatibile con la tragedia attuale. Sono Stati che non rispettano le altre comunità e nelle proprie comunità non rispettano i vecchi e i diversamente abili. Nazisti? Neppure. Lì c’era un disegno ignobile, qui siamo al pieno disprezzo della vita umana, homo homini lupus.

SERVE UN GRANDE LEADER CAPACE DI IMMAGINARE IL FUTURO

La sinistra può, come sembra facciano Roberto Gualtieri e esponenti di rilievo di un larga corrente europeista nella sinistra, fingere di non vedere, affidarsi a stucchevoli trattative, a predisporsi ad accettare controlli indecenti sulla nostra vita nazionale, in nome dell’Europa di Altiero Spinelli. Credo che Spinelli li bastonerebbe. La sinistra per la prima volta nella sua storia recente deve anticipare le scelte e le autocritiche e mettersi alla testa di un largo schieramento e movimento che dica: con questa Europa no. Per fermare il sovranismo di Viktor Orban e degli altri amici di destra di Salvini non possiamo difendere un’Europa indifendibile.

O noi e l’Europa del Sud, mediterranea, contiamo più di Cechia, Olanda e Ungheria, oppure tutti a casa

Detto in soldoni. Un grande leader italiano posto di fronte  a questo drammatico Dopoguerra in cui dovremo decidere, come alla fine degli Anni 40, mutamenti di fondo nell’assetto dell’economia, deve pur dire che i vecchi vincoli europeistici saltano. O noi e l’Europa del Sud, mediterranea, contiamo più di Cechia, Olanda e Ungheria, oppure tutti a casa. Il processo verso un’altra Europa spaventa e spinge in tanti a ritrarsi al solo pensiero della difficoltà della ricostruzione. Ma la classe dirigente del secondo Dopoguerra ebbe questa cultura e questa forza d’animo per immaginare un futuro inimmaginabile. Non è roba da professorini spaventati. Qui ci vogliono uomini e donne di ferro che salvino un’Europa contro un’altra anche per salvare una nuova economia e soprattutto per garantirci che vivremo in democrazia.

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Sui Coronabond posizioni agli antipodi: slitta l’Eurogruppo

Serve più tempo per preparare la riunione, spostata al 7 aprile, ma il tempo ulteriore verrà usato per cercare di portare sul tavolo tutto, dal Mes agli Eurobond. Gentiloni: «Guardiamo agli obiettivi».

Il weekend di riflessione a Borse chiuse non ha portato consiglio all’Europa, ancora preda delle divisioni, invariate, che ostacolano un accordo sulla risposta economica alla nuova crisi. Tanto che l’Eurogruppo, che avrebbe dovuto riunirsi in settimana, rinvia di qualche giorno e si dà appuntamento al 7 aprile. Due le chiavi di lettura che ne danno gli addetti ai lavori, opposte ma convergenti: le posizioni sono talmente distanti che serve più tempo per preparare la riunione, ma il tempo ulteriore verrà usato per cercare di portare sul tavolo tutto, dal Mes ai Coronabond.

L’APPROCCIO “REALISTA” DI GENTILONI

Le emissioni comuni di titoli hanno di nuovo avuto il sostegno della Bce, mentre la Germania insiste sul Mes e il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni invita ad un approccio più realista: una «generica» condivisione del debito non passerà mai, quindi bisogna concentrarsi sugli obiettivi e poi capire come finanziarli, anche con bond comuni ma «finalizzati». All’Eurogruppo tocca la missione impossibile di mettere in agenda e trattare le due questioni più delicate, su cui pesano già diversi veti.

LA BATTAGLIA PER TENERE I CORONABOND IN AGENDA

I Coronabond non erano mai stati messi all’ordine del giorno di nessuna riunione ufficiale, ma sono stati portati al tavolo del vertice Ue direttamente dalla lettera degli otto leader, tra cui Giuseppe Conte. Il dibattito che ne è seguito è stato tutto politico, e toccherà all’Eurogruppo portarlo ad una dimensione tecnica. Nella prassi diplomatica sarà già un successo tenere in agenda sia il Mes – già c’era ma l’Italia l’ha fatto togliere – che i Coronabond, perché obbligherebbe i ministri a prendere posizioni ufficiali, argomentate, che andrebbero poi sintetizzate in un documento comune a riunione conclusa.

ANCHE IL FMI IN PRESSING

Non adottare conclusioni darebbe infatti la certezza di un’Europa che non sa, e non vuole, affrontare la crisi che avanza. La dimensione dello tsunami che investirà le economie europee la dà il Fmi, che stima nei Paesi Ue un calo del 3% del Pil annuale per ogni mese di attività chiuse. Anche lo spread, che sale e chiude a 200, è la spia di mercati agitati, in attesa di un segnale dall’Europa. Il Fondo monetario si aspetta dall’Ue una risposta «aggressiva» alla crisi, ha detto Poul Thomsen, direttore del Dipartimento Europeo del Fondo. Ma per ora non smuovono le acque né il pressing delle diverse istituzioni né le opinioni autorevoli, come quella di Draghi qualche giorno fa e quella di oggi dell’ex governatore della banca centrale olandese che chiede al suo Paese di smettere i panni dell’intransigente e aiutare i Paesi del Sud, altrimenti verrà travolto anch’esso dalla “valanga” provocata dalla loro caduta.

LA GERMANIA INSISTE CON IL RIGORE

Messaggi che lasciano per ora indifferente il Nord. Da Berlino, il ministero delle finanze ribadisce che «abbiamo già preso misure notevoli. Ora la questione è come sostenere il credito e per questo c’è il Mes». Una speranza la dà il commissario Gentiloni, che suggerisce una strategia. Bisogna «capovolgere» la discussione, partendo non più da Mes e Coronabond ma dagli obiettivi. All’Europa, spiega, serve coprire i costi dell’emergenza sanitaria, quelli di un piano di rilancio per le imprese e di uno strumento anti-disoccupazione. In sostanza, prima si trova un accordo su cosa fare e poi su “come” finanziarlo. «Sono fiducioso che una via di condivisione si possa trovare e penso che bisogna farlo inevitabilmente in un dialogo con la Germania senza di cui non riusciamo a trovare un compromesso», ha detto il commissario. La consapevolezza che si fa strada, e che il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno metterà sul tavolo, è che bisognerà trovare una soluzione per la valanga di debito che i Paesi inevitabilmente faranno. Perché non può essere un problema dei singoli, visto che in ultima analisi andrà ad aggravare le divergenze nella zona euro e quindi aumenterebbe la frammentazione. In quel caso «sarà molto difficile tenere insieme il progetto Ue», secondo Gentiloni.

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La Ue e il messaggio (non recepito) di Draghi sul coronavirus

La Germania non rimuoverà il veto sugli Eurobond, e Paesi deboli come l’Italia non possono sostenere da soli il peso della crisi. Non resta che pensare a vie alternative Ma dalla Ue è giusto pretendere solidarietà, non l’elemosina.

Abbiamo appena vissuto una delle più importanti settimane, per il futuro dell’Italia e dell’Unione Europea. Lunedì 23 marzo il governo tedesco ha deciso un intervento senza precedenti a sostegno dell’economia nazionale, la dimensione e la velocità di intervento sono essenziali quando si deve affrontare un’emergenza come quella che sta travolgendo, ormai, tutto il mondo. Un intervento effettuato, come lo stesso ministro Scholz ha specificato, con la tranquillità di chi sa di avere i conti in ordine e può deliberare una espansione del proprio bilancio – quando occorre – senza esitare. È un riferimento, nemmeno troppo trasversale, a chi la disciplina di bilancio non l’ha perseguita, ma anche un atto sostanziale: la Germania si alza dal tavolo di chi discute di una soluzione comune, avendo messo in atto una soluzione in autonomia. Una soluzione comune sarebbe oggi «non necessaria» per la Germania e dunque per essere accettabile dovrebbe avere requisiti molto elevati.

DRAGHI E IL RUOLO DELLO STATO

Mercoledì 25, l’ex presidente della Bce Mario Draghi, in un editoriale sul Financial Times, ha steso un vero e proprio manuale di responsabilità istituzionale. Lui che ha sempre saputo stigmatizzare la scellerata mancanza di rigore, ha ricordato che «il ruolo dello Stato è proprio quello di redigere il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto, di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico […] Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro […] il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti. Né la regolamentazione né le regole collaterali devono ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette».

SERVONO STRUMENTI COMUNI

È un richiamo molto chiaro all’urgenza di strumenti comuni, come potrebbero essere degli eurobond (o Coronabond come li chiama qualcuno per definirne meglio le caratteristiche di debito di scopo): se devono essere strumenti non influenzati dal costo di finanziamento del governo che li emette, in SuperMario World questi strumenti non devono essere dei “comuni” BTP in Italia o dei Btan in Francia, ma un buffer di capitale che l’Unione Europea predispone per la copertura dei costi che derivano dalla gestione dell’emergenza Covid-19. Un’emergenza che colpisce tutti i Paesi dell’Unione Europea, della cui insorgenza nessuno ha colpa.

UN VERTICE ANDATO A VUOTO

La presidente della Commissione europea ha pronunciato una frase che potrebbe essere intesa come un avvertimento finale: «Quando l’Europa doveva davvero esserci, troppi pensavano solo a sé stessi». Non sembra che il messaggio sia arrivato. Al vertice di giovedì 26, i capi di Stato e di governo non sono stati in grado di concordare una posizione comune sul finanziamento di misure per combattere la crisi. Venerdì 27 è poi arrivato il messaggio alla nazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un messaggio che conteneva, sostanzialmente, una invocazione ai governi europei ad agire in scia a quanto già predisposto dalla Banca Centrale, «prima che sia troppo tardi». Un appello che dovrebbe far suonare nella testa dei contribuenti e dei risparmiatori italiani più di un allarme, perché palesa inequivocabilmente lo stato di difficoltà in cui versano le finanze pubbliche italiane, specie in prospettiva del danno economico che arriverà a causa dell’inevitabile blocco delle attività che stiamo attuando.

A RISCHIO LA SOSTENIBILITÀ DEL NOSTRO DEBITO

A quanto pare senza un supporto esterno, la sostenibilità del nostro debito (aggravata da una ulteriore espansione e poggiata su una economia danneggiata dagli eventi) potrebbe tornare seriamente in discussione: la necessità di capitale per contenere l’epidemia è talmente ingente da rischiare di andare oltre le reali possibilità di un Paese come l’Italia. In una situazione del genere, gli Italiani (né gli Spagnoli o i Portoghesi) non devono essere minacciati da sanzioni da Bruxelles. Non a caso la Bce si è predisposta ad acquisti illimitati, e ha previsto una certa flessibilità nel rispettare il principio del Capital Key (il criterio secondo il quale l’acquisto di titoli avviene proporzionalmente al peso che ciascun Paese ha nel capitale della Bce): se non arriverà alcun sostegno da Bruxelles, la Bce dovrà comprimere gli spread in misura molto maggiore rispetto a prima attraverso l’acquisto di titoli di Stato italiani o spagnoli. La Banca Centrale diventerebbe quindi di fatto un’agenzia finanziaria statale, sollevando un’ondata di obiezioni. Ma se tutte le altre opzioni sono bloccate, sarà l’unico modo per fornire supporto ai Paesi interessati.

UN COMPROMESSO POSSIBILE

Consapevoli di questo, è possibile che entro un paio di settimane (anche se il tempo non andrebbe dilapidato, come Draghi ricordava nel suo intervento) si arrivi ad un compromesso. Il compromesso potrebbe essere quello di avere una dotazione parziale comune che derivi dall’emissione di Coronabond da parte di un’entità centrale (come ad esempio Bei) per finanziare – ad esempio – il rafforzamento delle strutture sanitarie e il sostegno economico alle imprese, lasciando un’altra parte dei provvedimenti (esenzioni e dilazioni fiscali, allargamento della cassa integrazione ecc) alla copertura dei singoli Paesi attraverso l’emissione di nuovo debito pubblico. Dobbiamo ricordare infatti che (oltre alle disponibilità messe a disposizione dalla Bce) il Patto di stabilità è stato sospeso, insieme ai divieti per gli aiuti di Stato, quindi delle aperture in tal senso sono già arrivate.

DIVERSE STRATEGIE DI CONTENIMENTO

Una soluzione ibrida sarebbe anche rispettosa di un altro principio: se è vero che l’insorgenza del problema non è colpa di nessuno, la diversa gestione dello stesso può, invece, aumentare o ridurre l’entità del danno. Ogni Paese ha attuato metodi diversi. In Italia molte persone, pur manifestando i sintomi, non hanno avuto il tampone, probabilmente per l’intento di contenere la contabilità dei casi, l’Italia è stato il primo Paese colpito e – almeno all’inizio – temeva che i propri prodotti subissero una sorta di danno d’immagine. Oggi però questa strategia impedisce di far scattare quarantene a cascata e isolamenti preventivi, e dunque rende inevitabilmente più lungo il lockdown che deprime le prospettive della nostra economia.

POCHI TAMPONI AL PERSONALE DEGLI OSPEDALI

Inoltre pare sempre più evidente che negli ospedali italiani non sono stati fatti tamponi al personale, a meno che avesse sintomi gravi, per evitare di mettere in malattia gente preziosa. Il risultato è che l’Italia ha la percentuale più alta al mondo di infetti nel personale medico, rendendo gli ospedali dei centri di infezione prima che dei centri di trattamento e cura. Questo non ci mette nelle condizioni ideali per pretendere l’introduzione dei Coronabond: in altri Paesi europei, viene effettuato un controllo sistematico specialmente del personale medico per aumentare l’efficienza della fase di blocco delle attività è necessario realizzare il più preciso isolamento possibile dei casi.

TROPPO INNAMORATI DEL LOCKDOWN

La vertiginosa crescita del consenso per l’operato del governo, dall’introduzione del lockdown, rischia di far innamorare del lockdown il governo stesso. Ma la chiusura delle attività, se da una parte è necessaria, dall’altra bisogna renderla il più breve possibile. Per sederci con dignità al tavolo di giuste trattative dovremmo fare il massimo per contenere il danno, per poter reclamare con la massima forza l’aiuto degli altri chiedendo «se no che comunità è?». Invece talvolta sembra che l’Italia sia preda di un istinto perverso: lasciare che gli eventi ci travolgano, per palesare inequivocabili condizioni di bisogno. Questo però è ottenere elemosina, più che solidarietà. È un modo equivoco di intendere il senso di partecipazione ad una Comunità.

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Sui Coronabond è scontro totale tra Conte e von der Leyen

La presidente della Commissione ha fatto retromarcia sulla mutualizzazione del debito: «Non ci stiamo lavorando, quella parola è uno slogan». Il premier: «Non è lei a decidere. L'Ue sia all'altezza». Gualtieri duro: «Parole sbagliate».

«Non c’è un piano per i Coronabond, quella parola è una sorta di slogan, non si lavora a questo»: la presidente della commissione Ue Ursula Von Der Leyen gela così il governo italiano. Con una dichiarazione che frena sulla richiesta di emissione di bond garantiti dall’intera Unione europea e definisce «giustificate» le riserve di Paesi come la Germania. Parole che cadono nelle ore in cui è in corso la “battaglia” del premier Giuseppe Conte proprio per ottenere uno strumento come i Coronabond (European recovery bond, li chiama Conte). «Non è la presidente a decidere ma l’Eurogruppo a dover elaborare proposte al prossimo Consiglio Ue», taglia corto il presidente del Consiglio. E il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, durissimo: «La presidente della Commissione sbaglia, sia all’altezza della sfida».

«Abbiamo un appuntamento con la storia: l’Europa deve dimostrarsi all’altezza», dichiara Conte. Lo shock riguarda «tutti i Paesi» e l’Italia è «consapevole» che la storia ci chiama a un’azione comune, «poderosa, vigorosa»: «Non passerò alla storia», ha detto in conferenza stampa, «come quello che non si è battuto fino all’ultima goccia di sudore e all’ultimo grammo di energia per ottenere una risposta europea forte, vigorosa, coesa». Se non si trova un accordo, questa volta l’Unione europea rischia davvero di saltare: è questo l’avvertimento. La convinzione è che tutti, anche chi adesso frena come Germania e Olanda, dovrà fare i conti con questo rischio e perciò un compromesso si dovrà trovare. Lo dice anche l’ex presidente della commissione Ue Jacques Delors: la mancanza di solidarietà è un «pericolo mortale» per l’Unione. La battaglia, come le parole di Von Der Leyen rendono chiaro, è tutta in salita. Emmanuel Macron è con l’Italia e lo dice in un’intervista a tre quotidiani italiani: «Se l’Unione può morire è perché non agisce», dichiara. E propone uno strumento comune di indebitamento come gli Eurobond o un aumento del bilancio europeo per dare «sostegno reale» ai Paesi. Si discute dell’entità e delle garanzie da fornire. E soprattutto, l’asse di Francia, Spagna e Italia non basta per un’azione coordinata. Non basta senza la Germania: è ad Angela Merkel che si guarda, nella trattativa che precede l’Eurogruppo della prossima settimana e che entro 14 giorni culminerà in un nuovo Consiglio. Il commissario all’Economia Paolo Gentiloni assicura che tutte le opzioni sono sul tavolo, dal Mes ai Coronabond. Ma Von Der Leyen, dopo le aperture dei giorni scorsi frena e spiega che il tema sono le “garanzie”: i falchi europei vorrebbero concedere l’accesso ai 410 miliardi del Mes ma alle draconiane condizioni attuali. Secondo il governo italiano non bastano quei soldi e soprattutto non a quelle condizioni, al più si potrebbe accettare una erogazione condizionata all’utilizzo solo in relazione all’emergenza. C’è tra gli sherpa chi pensa che un compromesso potrebbe trovarsi proprio sui fondi del Mes. Ma l’Italia punta ai bond (erogati attraverso il Mes o la Bei), nell’ambito di quello che Conte chiama un “European recovery and reinvestment plan”, un piano di investimenti su più livelli contro la crisi economico-sanitaria. L’Italia, ribadisce Conte, è in grado di farcela anche da sola. Come estrema ratio tra gli sherpa c’è chi cita la possibilità che l’Italia possa creare uno strumento per l’emissioni di bond con un gruppo ristretto di Paesi, magari gli altri otto Stati (ma potrebbero a breve diventare di più) che hanno firmato la lettera prima del Consiglio europeo per spingere alla creazione degli Eurobond. Una ipotesi per ora del tutto residuale perché, spiegano più fonti italiane, è per una soluzione comune che spinge il governo. Conte e Gualtieri lo dicono insieme, in conferenza stampa, dopo che Palazzo Chigi aveva smentito diversità di vedute tra i due e all’interno del governo sulla linea da tenere, su temi come il Mes, che vede anche il M5s sulle barricate. Il Pd lo afferma dopo una riunione di segreteria con i ministri Dem: tutti uniti con Conte, Gualtieri e il ministro Enzo Amendola, per quella che è una battaglia epocale. Non è il momento di dividersi.

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Perché Merkel è pronta a scaricare l’Italia e l’Ue sui coronabond

La cancelliera ritiene la Germania immune dal collasso: i tedeschi sono primi della classe anche nella sanità. Agli altri gli aiuti del Mes. Meglio l'Europa a due velocità che gli eurobond.

Fino al vergognoso summit sull’emergenza sanitaria del 26 marzo 2020, era difficile immaginare una prova peggiore dell’Unione europea (Ue) della notte del waterboarding (la metafora più efficace delle cronache) all’allora premier greco Alexis Tsipras del 2015. I maggiori leader europei lo ridussero in ginocchio, costretto a svendere parte del suo Paese in una delle fasi più drammatiche della crisi del debito di Atene. Sul piano contro il Covid 19 è andata molto peggio, e chi ha dettato la linea con crudezza è stata ancora una volta la cancelliera tedesca Angela Merkel. Più sola, rispetto a qualche anno fa: la Francia, in particolare, ha un sistema sanitario vicino al collasso di fronte al dilagare dei contagi, e anche il presidente Emmanuel Macron è alla ricerca di solidarietà. Ma sempre circondata da un decisivo cordone sanitario di rigoristi, che va dall’Austria del cancelliere Sebastian Kurz alla nuova Lega anseatica dei Paesi nordici (Olanda in testa), ai quali, si vede dalle cronache, non sembra importare ancora poi molto dei morti e del blocco dell’economia nel Sud Europa. L’importante è che non si fermi la loro.

BOND UE FANTASCIENZA PER MERKEL

In Germania c’è stato un braccio di ferro tra governatori dei Land e tra Merkel e governatori, e il risultato è che la cancelliera ha chiuso locali e negozi ma non ha ancora fermato le imprese raccomandando caldamente – a livello nazionale – ai tedeschi di stare a un metro e mezzo di distanza tra loro e di restare il più possibile a casa. Un compromesso tra salute ed economia, chiesto ai conservatori dalla finanza e dalla grande industria. Fantascienza aprire ai coronabond europei. Al vertice in videoconferenza che ha segnato la sconfitta dell’Ue, Merkel è apparsa agli altri 26 leader europei solo in audio dalla quarantena per i contatti avuti con uno dei suoi medici, risultato positivo al virus. Sorrisi e ammiccamenti, anche da remoto, a Giuseppe Conte e al premier spagnolo Pedro Sanchez stavolta sarebbero stati fuori luogo. Meglio una foto per scandire il gelido «siamo contrari a obbligazioni europee comuni», anche di fronte allo tsunami del coronavirus. C’è chi giura che finché resterà cancelliera di Germania, nell’Ue non ci saranno eurobond, neanche in forma straordinaria e temporanei: Merkel è sempre stata irremovibile.

Covid Merkel Germania Olanda coronavirus Rutte
Il premier olandese Mark Rutte, rigorista anche per l’emergenza del coronavirus.

IRREMOVIBILE CONTRO RISPOSTE COMUNI

Il secco no della cancelliera stride con la posizione molto combattuta dei socialdemocratici (Spd), indispensabili per l’esecutivo di Grande coalizione. Con il dolore per gli italiani del presidente della repubblica Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico. Stride con la solidarietà arrivata dai governatori, anche del partito di Merkel (Cdu-Csu), di alcuni Land tedeschi che inviano medici in Italia e accolgono pazienti italiani di Covid 19 nei loro ospedali. E con l’appello dei Verdi, sempre più graditi alle urne dalla popolazione ma all’apposizione, a un impegno europeista comune, anche economico, per l’emergenza. La stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, tedesca ed ex ministro di Merkel, in quota Cdu, ha esortato tutti gli Stati ad affrontare questa prova «insieme, con un unico cuore». Ma poi la cancelliera ha snobbato anche la chiamata alle armi dell’ex governatore della Bce Mario Draghi, in un’intervista bazooka al Financial Times alla vigilia del vertice europeo. Agire presto e subito a livello europeo massicciamente per scongiurare una letale depressione economica, sottinteso con degli eurobond, per Berlino è un eccesso.

Per Merkel il numero delle nuove infezioni rallenta e in Germania si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni

LA GERMANIA IMMUNE AL COVID 19?

Soprattutto Angela Merkel sembra ritenere la Germania immune dall’emergenza sanitaria del Nord Italia, della Spagna, ormai anche della Francia costretta a trasferire con i treni veloci i malati più gravi di Covid 19 da una provincia alle altre. La cancelliera resta contraria alle restrizioni sulle libertà personali e ai lockdown, al punto da far irritare anche il suo ministro della Salute Jens Spahn, anche lui della Cdu, che questa settimana ha avvertito nel Paese si trova in una fase di «calma prima della tempesta». Giorni di crescite esponenziali dei positivi al Covid 19, considerate le quali il prestigioso Robert Koch Institut (RKI), lo Spallanzani tedesco, ha dichiarato «l’epidemia al decollo». Per Merkel invece il numero delle nuove infezioni rallenta, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni e in prospettiva «ogni 10», e dunque si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni alle attività. Una posizione in linea a quella svedese. Scuole chiuse, come le università, solo dai 16 anni in su e divieti di assembramenti oltre le 500 persone, per il resto uffici e mezzi pubblici ancora pieni, tutto ancora si muove.

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La sedia vuota nell’esecutivo della cancelliera tedesca Angela Merkel, in quarantena durante l’emergenza del coronavirus. GETTY.

L’OLANDA DEI RIGORISTI IN AFFANNO

A Stoccolma non fanno ancora male i quasi 100 morti, a un ritmo ancora di una decina al giorno, come in Danimarca. Il Covid 19 è percepito come una malattia nuova, che può essere pericolosa per la vita come altre, ma gestibile, «non devono essere distrutti i rapporti sociali». E commerciali, nel caso anche dell’Olanda, piccolo e ricco Paese che sconta già quasi 9 mila contagi e più di 100 morti al giorno, ma che con la Germania è capofila dei rigoristi. La posizione dell’Aja potrebbe presto cambiare: il governo della destra liberista capofila dei rigoristi anseatici si era schierato per l’immunità di gregge, come il Regno Unito, determinato a non fermare le attività per non sacrificare l’import-export, motore economico dei Paesi bassi. Ma gli ospedali in forte sofferenza al punto che il ministero della Salute è costretto a chiedere posti letto al Belgio, a sua volta schiacciato dal peso dei malati da Covid 19 in terapia intensiva. Intravedendo la catastrofe sanitaria, anche la Banca centrale olandese, spinge per i coronabond osteggiati con durezza al vertice europeo, fino al giorno prima, dal premier Mar Rutte.

LA MINESTRA RISCALDATA DEL MES

Forte dei 25 mila posti – raddoppiabili – in terapia intensiva, la Germania non è nella posizione di cedere. Da prima della classe, può anche accogliere nei suoi reparti centinaia di pazienti gravi dalla Francia e dall’Italia, come fa in questi giorni. La proposta di Merkel e Rutte, cassata da Conte e da Sanchez, è la solita minestra riscaldata del Mes: non servono gli «strumenti finanziari innovativi» chiesti dall’Italia perché la Germania può rispondere anche senza «alla sfida più grande dal Secondo dopoguerra»: con un sistema sanitario nazionale che regge e, grazie al grande disavanzo pubblico accumulato, attraverso grossi aiuti di Stato. Chi non ce la fa può – limitatamente e con i dovuti interessi – accedere al fondo Ue salva-Stati del Mes, «strumento nato per affrontare le crisi». Se è vero, come crede il premier italiano, che per il Covid 19 non c’è da condividere debiti pubblici ma da fronteggiare insieme una guerra, evidentemente nella visione calvinista della cancelliera ciascuno risponde anche della propria sanità pubblica – in Italia rovinata dai tagli per l’austerity imposti dalla Germania. Con il coronavirus l’Ue non esiste, esiste un’Europa a due velocità.

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Cosa ha deciso il Consiglio europeo su corona bond e Mes

Il cancelliere austriaco boccia l'emissione comune di titoli di debito. In corso il vertice decisivo. Al termine la conferenza stampa in diretta streaming.

È in corso in teleconferenza il Consiglio europeo chiamato a prendere posizione su corona bond e possibile ricorso al Mes per far fronte agli effetti economici della pandemia di coronavirus.

AUSTRIA CONTRARIA A DEBITO COMUNE

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, durante una conferenza stampa a Vienna in vista del vertice, ha respinto l’emissione comune di titoli: «Respingiamo una mutualizzazione generalizzata dei debiti, è un vecchio modello che non ha funzionato neanche in passato».

SCETTICA ANCHE LA GERMANIA

Mentre il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, secondo Bloomberg avrebbe detto che gli eurobond «non sono lo strumento giusto».

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L’Ue chiede corsie preferenziali per il trasporto di merci

Bruxelles ha fatto appello agli Stati membri affinché creino degli accessi privilegiati per i camion alle dogane. L'obiettivo è tenere i tempi di attraversamento sotto ai 15 minuti.

Di fronte alle immagini apocalittiche di quaranta chilometri di camion in coda ai posti di controllo ai confini europei, l’Ue ora chiede agli Stati membri la creazione di corsie verdi per il trasporto di tutte le merci sulle principali arterie stradali, con tempi di attraversamento non superiori ai 15 minuti, contro le 18 ore che si sono registrate negli ultimi giorni. Tir con animali bloccati per ore tra Germania e Polonia, alimenti che marciscono in un serpentone di 15 chilometri tra Slovenia e Croazia, o mezzi che per entrare in Ungheria devono cambiare autista. Bruxelles cerca di correre ai ripari di fronte al caro prezzo che sconta il mercato unico, vittima delle misure adottate dalle cancellerie di fronte al dilagare del coronavirus.

CONTROLLI ALLE FRONTIERE IN 14 PAESI MEMBRI

Ben 14 capitali sulle 26, che fanno parte dell’area di libera circolazione Schengen, hanno introdotto i controlli alle frontiere interne, e per gli autotrasportatori di mezza Europa mettersi in viaggio è diventato un incubo. A rischio è il funzionamento della catena di approvvigionamento di tutti i prodotti, dai medicinali a quelli agroalimentari. E con l’incancrenirsi della situazione molte merci potrebbero sparire dagli scaffali dei supermercati. Per questo la Commissione europea, che da giorni richiama all’imperativo di proteggere il mercato unico, ha pubblicato alcune linee guida, con l’istituzione di corsie preferenziali sulle principali arterie Ten-T. Indicazioni che tuttavia ora starà ai governi attuare.

VON DER LEYEN: «PROTEGGIAMO IL MERCATO UNICO»

Bruxelles propone di garantire il passaggio dei camion alla frontiera in 15 minuti massimo; di mantenere le corsie aperte al trasporto di tutte le merci; la sospensione delle restrizioni dei governi nazionali ai trasporti (come il divieto di guida di notte o nei giorni festivi); e la riduzione delle formalità amministrative per gli autotrasportatori di tutte le nazionalità. «È importante che in questo momento di crisi l’accesso a tutte le merci sia assicurato, e che le medicine e l’equipaggiamento medico raggiungano gli ospedali», ha avvertito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. «La lotta al coronavirus sarà lunga», ha messo in guardia von der Leyen, «la forza ed i mezzi per vincere verranno dal nostro grande mercato unico. Per questo lo dobbiamo proteggere».

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L’Ue ha sospeso il patto di stabilità

La presidente della Commissione von der Leyen ha attivato la clausola di salvaguardia che consentirà ai governi di «pompare nel sistema denaro finché serve».

La Commissione Ue ha attivato oggi la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, che consentirà ai governi di “pompare nel sistema denaro finché serve”: lo ha annunciato oggi la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen in un videomessaggio.

“Il coronavirus ha un impatto drammatico sull’economia, molti settori sono colpiti. Il lockdown è necessario ma rallenta severamente l’attività economica. La scorsa settimana ho detto che faremo tutto il possibile per sostenere l’economia e i cittadini, e oggi rispettiamo quanto detto. Gli aiuti di Stato sono i più flessibili di sempre e i vostri Governi possono dare i soldi che servono a ristoranti, negozi, imprese piccole e medie”, ha detto von der Leyen. Inoltre, “cosa mai fatta prima, abbiamo attivato la clausola di salvaguardia (general crisis clause)”, ovvero “stiamo allentando le regole” per consentire ai governi di spendere, ha spiegato.

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L’Ue crea una riserva strategica di materiale sanitario contro il coronavirus

Bruxelles invierà le merci ai diversi Stati membri sulla base dei bisogni e delle forniture disponibili.

La Commissione europea ha deciso di creare una riserva strategica di materiale sanitario di protezione, ventilatori e vaccini – se e quando saranno disponibili – per affrontare la pandemia di coronavirus, nell’ambito del meccanismo euopeo di Protezione civile.

Il commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic, ha spiegato che l’Ue invierà il materiale verso i diversi Paesi sulla base dei bisogni e delle forniture disponibili, agendo in modo complementare agli sforzi dei 27 Stati membri.

Un’iniziativa assolutamente necessari, visto che l’improvviso incremento della domanda di farmaci utilizzati per la terapia dei pazienti ricoverati con Covid-19 «ha generato delle carenze». A dirlo è l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), che sta lavorando con Farmindustria e Assogenerici per mettere a punto «soluzioni eccezionali ed emergenziali», dando priorità ai casi urgenti di irreperibilità per i quali siano già stati espletati «tutti i passaggi previsti con gli aggiudicatari delle gare regionali».

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L’Ue benedice le misure del governo italiano per contenere il coronavirus

La commissaria alla Salute Kyriakides ha detto che i provvedimenti «vanno eseguiti alla lettera». Mentre Lenarcic ha parlato di «misure eccezionali» in «momenti eccezionali». Intanto anche il Parlamento europeo sta seguendo i protocolli sanitari anti Covid-19.

Le nuove misure introdotte dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 9 marzo per contenere l’epidemia di coronavirus in Italia hanno avuto l’ok della Commissione Ue, che ha ribadito la loro importanza in un momento così difficile. «I provvedimenti toccano i nostri cittadini e la loro vita quotidiana», ha detto la commissaria alla Salute Stella Kyriakides, «e le decisioni prese dai governi non devono essere prese alla leggera ma vanno seguite alla lettera. I prossimi giorni e mesi saranno cruciali», ha sottolineato Kyriakides, «e gli Stati membri devono concentrarsi sugli sforzi per contenere fortemente il virus soprattutto dove ci sono pochi casi».

LEGGI ANCHE: Anche Sassoli in quarantena a Bruxelles per coronavirus

LENARCIC: «IN TEMPI ECCEZIONALI, MISURE ECCEZIONALI»

Sul contenimento dell’epidemia è intervenuto anche il commissario Ue per la gestione delle crisi Janez Lenarcic che ha parlato anche del possibile sforamento del deficit del nostro Paese. «Il patto di stabilità e crescita prevede flessibilità per far fronte a eventi insoliti come questo e la nostra lettera rivolta all’Italia è molto chiara su questo punto», ha detto Lenarcic, «sappiamo benissimo che momenti eccezionali richiedono misure eccezionali e siamo in un momento di questo tipo e siamo impegnati con gli Stati membri a utilizzare tutti gli strumenti politici adeguati per salvaguardare la situazione rispetto ai rischi negativi che si possono materializzare».

ANCHE IL PARLAMENTO UE RISPETTA LE MISURE SANITARIE

Intanto gli eurodeputati, riuniti nel corso della plenaria a Bruxelles, stanno rispettando le misure sanitarie per contenere il Covid-19, distanziandosi gli uni dagli altri, lasciando almeno un posto libero tra loro. L’invito è arrivato dal presidente del Parlamento Ue David Sassoli, che il 10 marzo, in via precauzionale, ha deciso di auto isolarsi nella sua casa nella capitale belga.

SASSOLI: «NESSUN VIRUS PUÒ BLOCCARE LA DEMOCRAZIA»

«Ho deciso, essendo stato in Italia nell’ultimo fine settimana, ed esclusivamente per precauzione», ha spiegato Sassoli, «di seguire le misure indicate e di esercitare la mia funzione di presidente dal mio domicilio di Bruxelles nel rispetto dei 14 giorni indicati dal protocollo sanitario. Il Covid-19», prosegue Sassoli, «obbliga tutti alla responsabilità e ad essere prudenti. È un momento delicato per tutti. Il Parlamento continua a lavorare utilizzando altre modalità, nell’esercizio dei suoi doveri. Nessun virus può bloccare la democrazia».

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«Si può ‘sparare’ sui migranti?» Per l’Ue «dipende dalle circostanze»

Così ha risposto il portavoce della Commissione europea ai giornalisti che hanno chiesto conto del comportamento delle guardie di frontiera della Grecia al confine con la Turchia.

Dopo quello che sta succedendo alla frontiera tra Grecia e Turchia, con le forze dell’ordine turche che invitano i migranti a superare il confine con l’Ue e quelle greche che li respingono, anche utilizzando gas lacrimogeni e proiettili di gomma, a Bruxelles i giornalisti hanno chiesto se il comportamento della polizia ellenica, che è anche sostenuta da Frontex, è legale. Ma la Commissione europea, che è il “guardiano dei trattati” e quindi teoricamente del diritto europeo, ha evitato di prendere posizione. Il primo portavoce dell’esecutivo Eric Mamer ha detto: «La Commissione non può commentare e giudicare una situazione eccezionale». «Tutto», ha spiegato, «dipende dalle circostanze». I giornalisti hanno provato a riporre la domanda per tre volte. Alla fine sono stati spenti i microfoni.

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