Gli eurodeputati catalani in bilico tra immunità ed estradizione

Un tribunale belga ha sospeso il mandato d’arresto per Carles Puigdemont e Toni Comín, ricercati dalla giustizia spagnola. Il voto del parlamento Ue decisivo. Comín a L43: «Siamo perseguitati».

Oggi al parlamento europeo si sente a casa: interviene nelle sedute, partecipa alle riunioni e, quando capita, suona il pianoforte nei corridoi. Ma il suo futuro è incerto e in pochi mesi potrebbe passare dall’ufficio di Bruxelles alla cella di un carcere spagnolo. Il deputato catalano separatista Toni Comín gode per il momento dell’immunità parlamentare, così come i colleghi Clara Ponsatí e Carles Puigdemont. Insieme sostengono dai seggi dell’emiciclo il diritto all’autodeterminazione della Catalogna e rivendicano la libertà per i presos polítics, i compagni in prigione di cui rischiano di condividere la sorte.

UN LABIRINTO GIUDIZIARIO

La vicenda giudiziaria dei politici catalani in esilio (o in fuga, a seconda delle prospettive) ha risvolti grotteschi. Nell’ottobre 2017, subito dopo la Dichiarazione unilaterale d’indipendenza, il presidente Puigdemont e altri quattro membri della sua Generalitat lasciarono la Spagna. Oltre due anni dopo, la magistratura non è ancora riuscita a riportarli indietro e processarli, nonostante tre mandati d’arresto europei. Vizi di forma e discrepanze fra le leggi degli Stati europei hanno finora frenato l’azione dei tribunali spagnoli. Che adesso hanno un nuovo ostacolo: due degli “esiliati”, Puigdemont e Comín, sono stati riconosciuti il 6 gennaio 2020 come membri del parlamento europeo, mentre una terza, Ponsatí, risiede in Scozia e ha preso possesso del seggio dopo la Brexit. La giustizia belga ha quindi sospeso i mandati d’arresto di Puigdemont e Comín, confermando il 17 febbraio una decisione presa in attesa che l’Eurocamera si pronunci, votando sulla richiesta del Tribunal Supremo di togliere l’immunità parlamentare agli incriminati.

Toni Comín al parlamento europeo (Foto: Vincenzo Genovese).

Pur con questa spada di Damocle pendente sulla sua testa, Comín ostenta fiducia: non tanto nel voto dei colleghi eurodeputati, per la maggior parte restii ad abbracciare la sua causa, quanto nella giustizia belga: «Siamo convinti che la nostra sia una persecuzione politica, non c’è ragione a livello penale per essere estradati. Siamo tranquilli, è già il terzo mandato d’arresto europeo che subiamo». La differenza con i casi precedenti riguarda i capi di imputazione. Comín e Puigdemont sono ora accusati “solo” di sedizione e malversazione di fondi pubblici, non più di ribellione, il reato difficile da configurare nei codici penali di Belgio e Germania che ha finora frustrato le estradizioni. Anche se l’esito di questo mandato rimane incerto, il rischio di trasferimento in Spagna è senza dubbio più alto.

L’OSTILITÀ DEL PARLAMENTO EUROPEO

Accanto alla battaglia legale, c’è quella mediatica. E su questo livello la richiesta del Tribunal Supremo è un assist per rimettere la questione catalana sotto i riflettori della scena europea. «Dopo due anni di autoritarismo e repressione, sempre più persone stanno capendo che la Spagna ha un problema con la democrazia. Questo va oltre il dibattito sull’indipendenza». L’empatia per il movimento separatista, afferma Comín, continua a crescere nella società civile: «Sono stato con Puigdemont in tante capitali europee. Dappertutto c’è chi lo ferma per incoraggiarlo. Nella nostra battaglia c’è una forte correlazione con la libertà». Il supporto latita però nelle famiglie politiche europee: dei sette eurogruppi soltanto due, Verdi/Alleanza Libera Europea e Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, hanno espresso vicinanza ai deputati catalani. Ma Comín non demorde e cita gli appoggi trasversali che arrivano dai vari Paesi dall’Unione: «In Belgio ci sostiene l’Nva (nazionalisti fiamminghi di destra), in Scozia lo Scottish National Party, che è di centro-sinistra, e in Germania l’estrema sinistra di Linke. In Slovenia il partito più amico è quello liberale, mentre in Francia hanno firmato un manifesto in nostro favore senatori di tutti gli schieramenti, anche quelli di Macron».

CON LA LEGA NO, CON I 5 STELLE FORSE

Nessun appoggio, invece, dalle forze politiche italiane. Nonostante qualche endorsement occasionale di Matteo Salvini alla causa, il movimento catalanista non c’entra nulla con la Lega: «Le sue parole non hanno valore, l’estrema destra è opportunista e gioca a fare confusione». Del resto uno degli obiettivi del fronte indipendentista è smarcarsi dalla retorica della vanity secession: la secessione dei ricchi dai poveri, che è argomento ricorrente nel dibattito spagnolo e che avvicinerebbe il separatismo catalano alla “Padania Libera” dell’allora Lega Nord. «Ma noi dopo l’indipendenza vogliamo continuare a pagare per lo sviluppo della Spagna del Sud. Non è la mancanza di solidarietà che ci guida, ma la volontà di possedere il controllo politico. In un’ottica di redistribuzione interregionale a livello europeo, poi, la Catalogna non è più in cima alla scala ma a metà». Quando pensa all’Italia, Comín guarda piuttosto a sinistra: «Vedo una grande comprensione del problema catalano fra i deputati del Movimento 5 Stelle, un mondo politico che sto conoscendo poco a poco. Ed è possibile anche un dialogo costruttivo con il Partito Democratico».

INDIPENDENTISTI “DI SINISTRA”

Un orientamento naturale se si considera che, al di là della necessità fisiologica di attrarre ogni simpatia possibile, gli indipendentisti catalani parlano soprattutto alle sinistre d’Europa e caricano i loro discorsi di critica a una Spagna considerata mai veramente libera dal retaggio del Franchismo nelle istituzioni e nella mentalità. La politica catalana si è sempre mossa su due assi perpendicolari: destra/sinistra e separatisti/unionisti. Secondo Comín, figlio di un comunista vecchio stampo e passato nelle fila della sinistra no-global, queste due linee di demarcazione stanno coincidendo sempre più: «Il Partido Socialista de Catalunya si sta muovendo verso destra, mentre quello che era il centro-destra catalano, Convergència i Unió, oggi si riconosce nella coalizione progressista Junts per Catalunya (JxCat), con cui sono stato eletto. In Catalogna l’estrema destra dello spettro politico esiste solo nel fronte unionista e l’estrema sinistra solo in quello separatista».

OBIETTIVO: SUPERARE IL BLOCCO

Mentre i deputati catalani cercano di tessere relazioni a Bruxelles, in Spagna sta faticosamente prendendo corpo l’iniziativa del “tavolo di dialogo” per la Catalogna, condizione imposta al primo ministro Pedro Sánchez dai separatisti di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) per avallare la sua investitura. Ma resta difficile uscire dal blocco: il fronte secessionista non accetterà nulla di meno del diritto all’autodeterminazione, concessione che nessun governo di Spagna può permettersi: «Nessuna delle due parti ha ora la forza per imporsi sull’altra. Dal 2012 comunque esiste in Catalogna una maggioranza robusta di persone favorevoli a un referendum di autodeterminazione, anche se non necessariamente all’indipendenza». Per il momento però le uniche urne in vista sono quelle delle elezioni regionali, le quinte dal 2010, che si celebreranno in primavera. Potrebbe essere questo il momento giusto per una vittoria ideologica a lungo inseguita, il 50% +1 dei voti a partiti pro-secessione: un risultato mai raggiunto in nessun appuntamento elettorale e che sarebbe possibile, secondo l’eurodeputato, a patto di accantonare la rivalità interna fra le due anime dell’indipendentismo, Erc e JxCat. La parte più difficile verrebbe comunque dopo, al momento di concretizzare il consenso ottenuto e negoziare con lo Stato spagnolo: «Il catalanismo esiste da più di 100 anni, ritorna in maniera ciclica ed è una ferita aperta che la repressione spagnola non ha cicatrizzato. Possiamo continuare a lasciarla sanguinare oppure curarla, concedendo il diritto all’autodeterminazione».

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Gli eurodeputati catalani in bilico tra immunità ed estradizione

Un tribunale belga ha sospeso il mandato d’arresto per Carles Puigdemont e Toni Comín, ricercati dalla giustizia spagnola. Il voto del parlamento Ue decisivo. Comín a L43: «Siamo perseguitati».

Oggi al parlamento europeo si sente a casa: interviene nelle sedute, partecipa alle riunioni e, quando capita, suona il pianoforte nei corridoi. Ma il suo futuro è incerto e in pochi mesi potrebbe passare dall’ufficio di Bruxelles alla cella di un carcere spagnolo. Il deputato catalano separatista Toni Comín gode per il momento dell’immunità parlamentare, così come i colleghi Clara Ponsatí e Carles Puigdemont. Insieme sostengono dai seggi dell’emiciclo il diritto all’autodeterminazione della Catalogna e rivendicano la libertà per i presos polítics, i compagni in prigione di cui rischiano di condividere la sorte.

UN LABIRINTO GIUDIZIARIO

La vicenda giudiziaria dei politici catalani in esilio (o in fuga, a seconda delle prospettive) ha risvolti grotteschi. Nell’ottobre 2017, subito dopo la Dichiarazione unilaterale d’indipendenza, il presidente Puigdemont e altri quattro membri della sua Generalitat lasciarono la Spagna. Oltre due anni dopo, la magistratura non è ancora riuscita a riportarli indietro e processarli, nonostante tre mandati d’arresto europei. Vizi di forma e discrepanze fra le leggi degli Stati europei hanno finora frenato l’azione dei tribunali spagnoli. Che adesso hanno un nuovo ostacolo: due degli “esiliati”, Puigdemont e Comín, sono stati riconosciuti il 6 gennaio 2020 come membri del parlamento europeo, mentre una terza, Ponsatí, risiede in Scozia e ha preso possesso del seggio dopo la Brexit. La giustizia belga ha quindi sospeso i mandati d’arresto di Puigdemont e Comín, confermando il 17 febbraio una decisione presa in attesa che l’Eurocamera si pronunci, votando sulla richiesta del Tribunal Supremo di togliere l’immunità parlamentare agli incriminati.

Toni Comín al parlamento europeo (Foto: Vincenzo Genovese).

Pur con questa spada di Damocle pendente sulla sua testa, Comín ostenta fiducia: non tanto nel voto dei colleghi eurodeputati, per la maggior parte restii ad abbracciare la sua causa, quanto nella giustizia belga: «Siamo convinti che la nostra sia una persecuzione politica, non c’è ragione a livello penale per essere estradati. Siamo tranquilli, è già il terzo mandato d’arresto europeo che subiamo». La differenza con i casi precedenti riguarda i capi di imputazione. Comín e Puigdemont sono ora accusati “solo” di sedizione e malversazione di fondi pubblici, non più di ribellione, il reato difficile da configurare nei codici penali di Belgio e Germania che ha finora frustrato le estradizioni. Anche se l’esito di questo mandato rimane incerto, il rischio di trasferimento in Spagna è senza dubbio più alto.

L’OSTILITÀ DEL PARLAMENTO EUROPEO

Accanto alla battaglia legale, c’è quella mediatica. E su questo livello la richiesta del Tribunal Supremo è un assist per rimettere la questione catalana sotto i riflettori della scena europea. «Dopo due anni di autoritarismo e repressione, sempre più persone stanno capendo che la Spagna ha un problema con la democrazia. Questo va oltre il dibattito sull’indipendenza». L’empatia per il movimento separatista, afferma Comín, continua a crescere nella società civile: «Sono stato con Puigdemont in tante capitali europee. Dappertutto c’è chi lo ferma per incoraggiarlo. Nella nostra battaglia c’è una forte correlazione con la libertà». Il supporto latita però nelle famiglie politiche europee: dei sette eurogruppi soltanto due, Verdi/Alleanza Libera Europea e Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, hanno espresso vicinanza ai deputati catalani. Ma Comín non demorde e cita gli appoggi trasversali che arrivano dai vari Paesi dall’Unione: «In Belgio ci sostiene l’Nva (nazionalisti fiamminghi di destra), in Scozia lo Scottish National Party, che è di centro-sinistra, e in Germania l’estrema sinistra di Linke. In Slovenia il partito più amico è quello liberale, mentre in Francia hanno firmato un manifesto in nostro favore senatori di tutti gli schieramenti, anche quelli di Macron».

CON LA LEGA NO, CON I 5 STELLE FORSE

Nessun appoggio, invece, dalle forze politiche italiane. Nonostante qualche endorsement occasionale di Matteo Salvini alla causa, il movimento catalanista non c’entra nulla con la Lega: «Le sue parole non hanno valore, l’estrema destra è opportunista e gioca a fare confusione». Del resto uno degli obiettivi del fronte indipendentista è smarcarsi dalla retorica della vanity secession: la secessione dei ricchi dai poveri, che è argomento ricorrente nel dibattito spagnolo e che avvicinerebbe il separatismo catalano alla “Padania Libera” dell’allora Lega Nord. «Ma noi dopo l’indipendenza vogliamo continuare a pagare per lo sviluppo della Spagna del Sud. Non è la mancanza di solidarietà che ci guida, ma la volontà di possedere il controllo politico. In un’ottica di redistribuzione interregionale a livello europeo, poi, la Catalogna non è più in cima alla scala ma a metà». Quando pensa all’Italia, Comín guarda piuttosto a sinistra: «Vedo una grande comprensione del problema catalano fra i deputati del Movimento 5 Stelle, un mondo politico che sto conoscendo poco a poco. Ed è possibile anche un dialogo costruttivo con il Partito Democratico».

INDIPENDENTISTI “DI SINISTRA”

Un orientamento naturale se si considera che, al di là della necessità fisiologica di attrarre ogni simpatia possibile, gli indipendentisti catalani parlano soprattutto alle sinistre d’Europa e caricano i loro discorsi di critica a una Spagna considerata mai veramente libera dal retaggio del Franchismo nelle istituzioni e nella mentalità. La politica catalana si è sempre mossa su due assi perpendicolari: destra/sinistra e separatisti/unionisti. Secondo Comín, figlio di un comunista vecchio stampo e passato nelle fila della sinistra no-global, queste due linee di demarcazione stanno coincidendo sempre più: «Il Partido Socialista de Catalunya si sta muovendo verso destra, mentre quello che era il centro-destra catalano, Convergència i Unió, oggi si riconosce nella coalizione progressista Junts per Catalunya (JxCat), con cui sono stato eletto. In Catalogna l’estrema destra dello spettro politico esiste solo nel fronte unionista e l’estrema sinistra solo in quello separatista».

OBIETTIVO: SUPERARE IL BLOCCO

Mentre i deputati catalani cercano di tessere relazioni a Bruxelles, in Spagna sta faticosamente prendendo corpo l’iniziativa del “tavolo di dialogo” per la Catalogna, condizione imposta al primo ministro Pedro Sánchez dai separatisti di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) per avallare la sua investitura. Ma resta difficile uscire dal blocco: il fronte secessionista non accetterà nulla di meno del diritto all’autodeterminazione, concessione che nessun governo di Spagna può permettersi: «Nessuna delle due parti ha ora la forza per imporsi sull’altra. Dal 2012 comunque esiste in Catalogna una maggioranza robusta di persone favorevoli a un referendum di autodeterminazione, anche se non necessariamente all’indipendenza». Per il momento però le uniche urne in vista sono quelle delle elezioni regionali, le quinte dal 2010, che si celebreranno in primavera. Potrebbe essere questo il momento giusto per una vittoria ideologica a lungo inseguita, il 50% +1 dei voti a partiti pro-secessione: un risultato mai raggiunto in nessun appuntamento elettorale e che sarebbe possibile, secondo l’eurodeputato, a patto di accantonare la rivalità interna fra le due anime dell’indipendentismo, Erc e JxCat. La parte più difficile verrebbe comunque dopo, al momento di concretizzare il consenso ottenuto e negoziare con lo Stato spagnolo: «Il catalanismo esiste da più di 100 anni, ritorna in maniera ciclica ed è una ferita aperta che la repressione spagnola non ha cicatrizzato. Possiamo continuare a lasciarla sanguinare oppure curarla, concedendo il diritto all’autodeterminazione».

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Ci voleva il Green Deal per mettere in discussione il tabù del 3%

La necessità di investimenti verdi ha spinto l'Ue ad aprire per la prima volta il dibattito per rivedere il Patto di Stabilità. Bruxelles ha ammesso che le regole attuali non hanno aiutato la crescita.

Cambiare le regole del Patto di stabilità non è più un tabù, almeno non per la Commissione europea. I vincoli di Maastricht non sono certo destinati a sparire, ma Bruxelles ha aperto per la prima volta il dibattito su come rendere più favorevole alla crescita tutte quelle norme che regolano i conti pubblici dei Paesi dell’Eurozona e che negli ultimi anni si sono attirate più critiche che plausi. Si tratta di un primo passo, e ora la parola passa ai governi, che sulla questione sono da sempre divisi tra Nord e Sud, virtuosi e non, falchi e colombe. L’obiettivo di Bruxelles è trovare entro l’anno un consenso almeno sulla strada per aiutare tutti i Paesi a fare gli investimenti verdi richiesti dal Green Deal. «Certamente i Paesi con maggior debito, e l’Italia è uno di questi, devono tenere sotto controllo il debito pubblico» ma «contemporaneamente non possiamo immaginare una situazione in cui gli investimenti per la transizione ambientale possano essere preclusi ai Paesi che hanno un debito elevato. Perché lo sforzo di promuovere crescita, lavoro e investimenti deve coinvolgere tutti», ha detto il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni, presentando l’avvio del percorso di revisione del Patto assieme al vicepresidente Valdis Dombrovskis. I due responsabili della sorveglianza dei conti pubblici partono prima di tutto da un’autocritica: le regole introdotte dopo la crisi dei debiti (two e six pack) hanno in parte aiutato la correzione degli squilibri macroeconomici, e quindi aumentato la difesa contro gli shock, ma allo stesso tempo il debito resta elevato in alcuni Paesi e spesso l’impostazione di politica di bilancio è stata pro-ciclica, ovvero ha amplificato gli effetti della recessione. Le regole, insomma, non hanno orientato la finanza pubblica verso la crescita, e gli investimenti hanno continuato a ridursi nonostante la flessibilità introdotta dalla Commissione Juncker nel 2015. Nel frattempo il Patto di stabilità, con le sue successive espansioni del two e six pack, è diventato «troppo complesso, poco trasparente e poco prevedibile». E ha messo in difficoltà molti Governi, che non riuscivano a spiegare ai cittadini la necessità di consolidare i conti in base a parametri complessi e non osservabili. Queste critiche erano state già espresse ad ottobre scorso dallo European Fiscal Board, il gruppo di esperti indipendenti incaricato proprio dal two pack di monitorare l’attuazione delle regole. E avevano suggerito di abbandonare indicatori complessi come output gap (la differenza tra Pil potenziale ed effettivo) e deficit strutturale (cioè depurato dal ciclo economico), per passare a misuratori più semplici come il parametro che misura la spesa e quello ancorato al debito. «La stabilità resta un obiettivo ma serve ugualmente sostegno alla crescita e alla mobilitazione di enormi investimenti per combattere i cambiamenti climatici. Dobbiamo consentire politiche anti-cicliche dati i limiti che affronta la Bce», ha detto Gentiloni. Per il commissario è inoltre fondamentale che le regole vengano semplificate, perché la loro complessità «rende difficile spiegare ai cittadini cosa dice Bruxelles ed è una cosa che non possiamo accettare». Nei prossimi mesi governi, parti sociali, economisti, università e società civile potranno dire la loro. La riflessione, spiega Dombrovskis, coinvolgerà anche la flessibilità attualmente prevista dalle regole, per renderla più adatta agli obiettivi del Green Deal. È presto però per dire se si arriverà a quello scorporo degli investimenti verdi dal calcolo del deficit che vorrebbe l’Italia.

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Cosa cambia dopo la Brexit per cittadini e istituzioni

Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito si separa dall'Ue. A Bruxelles redistribuiti 73 seggi. Londra subito fuori dai vertici dei 27 Paesi membri. Gli espatriati residenti mantengono i diritti. Almeno fino al 2021. Poi stop alla libertà di movimento. Sui rapporti commerciali si tratta ancora.

La telenovela Brexit è (quasi) finita. Già, ma poi? Dal primo febbraio 2020 il Regno Unito manda in archivio poco più di 47 anni di storia comune con l’Unione europea e torna – salvo futuri ripensamenti – al suo destino insulare. Ora cosa cambia in concreto?

PER UN ANNO PERIODO DI TRANSIZIONE SOFT

Nell’immediato poco, visto che il vero distacco dalle regole e dai paletti attuali – sul mercato unico, le dogane condivise, la libertà di movimento delle persone, la giurisdizione della Corte di giustizia europea – è previsto solo alla fine del cosiddetto periodo di transizione soft verso il divorzio fissato al momento per il 31 dicembre 2020. Tuttavia qualcosa d’importante, anche in termini simbolici, si consuma in effetti hic et nunc. Ecco i cambiamenti più significativi.

DIMAGRIMENTO EUROPEO: L’UE PERDE 66 MILIONI DI CITTADINI

L’ora X è precisa, le 23 britanniche e la mezzanotte centro-europea a cavallo fra il 31 gennaio e il primo febbraio. Da un minuto all’altro, e a oltre tre anni e mezzo dalla vittoria del Leave al referendum del 2016 (1.317 giorni, per l’esattezza), Londra e Bruxelles si separano, seppure mantenendo lo status quo per (almeno) 11 mesi in attesa di negoziare i nuovi parametri delle relazioni future sul commercio e sul resto. Ma fin da subito l’Unione avrà 66 milioni di cittadini in meno (il totale dei sudditi di Sua Maestà britannica) e perderà per la prima volta un pezzo (un Paese) nella sua storia di allargamenti successivi: ritrovandosi con 446 milioni di abitanti e un territorio ridotto del 5,5%.

POLITICA: JOHNSON E IL SUO GOVERNO ESCLUSI DALLE DECISIONI

La caduta dei simboli – via l’Union Jack dai palazzi di Bruxelles, via i vessilli europei dai templi del potere britannico – suggella il sipario su un’epoca. Il Regno Unito torna a essere Paese terzo, come era stato fino al 1973, e rinuncia a 73 deputati, lasciando liberi seggi ridistribuiti in parte fra vecchi membri del “club” (46, di cui tre all’Italia) e in parte tenuti in frigo per i prossimi soci balcanici (27). Londra rinuncia poi al suo commissario europeo ed esce immediatamente dai vertici dei 27: il primo ministro Boris Johnson non sarà più invitato ai Consigli europei, il suo governo e i suoi diplomatici non parteciperanno più ad alcuna riunione e non avranno voce in capitolo nelle decisioni prese d’ora in avanti, pur continuando a contribuire al bilancio comunitario sino a esaurimento della transizione. I cittadini britannici vengono inoltre esclusi dai concorsi per posti di funzionari Ue.

Boris Johnson.

INGRESSI: DOPO IL 2021 PASSAPORTO OBBLIGATORIO E VISTI

Quello dei diritti è uno dei temi più delicati del divorzio, date le implicazioni familiari e personali, oltre che politiche, che porta con sé. Si stima che nel Regno Unito risiedano oggi 3,6 milioni di cittadini di Paesi Ue, inclusi quasi 400 mila italiani registrati all’anagrafe consolare (oltre 700 mila calcolando a spanne anche i non registrati). Mentre i britannici sparsi per il continente sono indicati in 1,2 milioni. In base dell’accordo di divorzio, tutti gli espatriati registrati come residenti già oggi o durante la fase di transizione e fino al 30 giugno 2021, manterranno – da una parte e dall’altra – i diritti odierni nei rispettivi Paesi di accoglienza: quasi come se la Brexit per loro non ci fosse. Le cose cambieranno tuttavia per gli ingressi successivi, con lo stop alla libertà di movimento nel 2021 e l’introduzione di nuove regole secondo un regime d’immigrazione che in Gran Bretagna significherà sostanziale equiparazione fra europei ed extracomunitari, passaporti obbligatori e non più carta d’identità per entrare, norme più stringenti per restare a lavorare, visti (per quanto facilitati) per i turisti.

Il referendum sulla Brexit si è tenuto il 23 giugno 2016: vinse il Leave con il 51,89% dei voti. (Ansa)

COMMERCIO: LONDRA PUNTA A UN TRATTATO DI LIBERO SCAMBIO

Esaurite le trattative sulla separazione, il team negoziale europeo di Michel Barnier deve discutere le relazioni future assieme alla nuova task force di Downing Street guidata da David Frost. I colloqui sono destinati a entrare nel vivo a marzo, ma Barnier già prevede un calendario fitto di incontri continui. In ballo c’è, in primis, il dossier dei rapporti commerciali. Johnson punta a un trattato di libero scambio con i 27, a “zero dazi e zero quote”; ma i tempi sono stretti, i dettagli tecnici complessi, gli ostacoli e i potenziali conflitti numerosi. Col rischio di un nuovo cliff edge (un orlo del precipizio, se non proprio un no deal a scoppio ritardato) destinato a riproporsi fra 11 mesi.

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Vertice straordinario per trovare un accordo sul bilancio dell’Unione europea

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha convocato una riunione tra i capi di Stato e di governo per il 20 febbraio: al centro i negoziati sulla manovra 2021 -2027.

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha convocato una riunione straordinaria dei leader europei per il 20 febbraio, che avrà al centro i difficili negoziati sul bilancio dell’Ue 2021-2027. Lo ha annunciato in una nota lo stesso Michel. «È arrivato il momento di trovare un accordo» scrive il presidente del Consiglio europeo nella lettera inviata ai capi di stato e di governo.

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In Austria è accordo tra i Popolari di Kurz e i Verdi

Al partito del cancelliere andrebbero i ministeri di maggior peso. Agli ecologisti Infrastrutture-Ambiente-Energia. Intesa in dirittura d'arrivo.

A tre mesi esatti dalle elezioni politiche che avevano rafforzato i Popolari di Sebastian Kurz dopo lo scandalo Ibizia-Gate, l’Austria ha finalmente una nuova alleanza di governo. Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre è infatti stato raggiunto l’accordo di massima tra l’Övp del cancelliere e i Verdi di Werner Kogler. Un accordo che era stato ampiamente anticipato e che ora si è concretizzato.

MANCA LA RATIFICA DEI VERDI

Ora manca solo la ratifica da parte dei Verdi. Il partito ecologista ha infatti convocato per il 4 gennaio l’assemblea, il cui voto – secondo lo statuto di partito – è vincolante per un’entrata nell’esecutivo. Il giuramento – secondo la stampa austriaca – potrebbe avvenire il 7 gennaio. «Gli ostacoli più grandi sono stati superati», ha confermato Kurz che, dopo lo scandalo che aveva colpito il vice cancelliere e leader del Fpö Heinz Christian Strache, aveva di fatto perso il vecchio alleato di ultradestra, scivolato di oltre 8 punti percentuali alle elezioni di settembre e deciso a ripartire dall’opposizione.

ALCUNI DETTAGLI DA CHIARIRE

Per il leader dei Verdi Kogler, restano da chiarire solo alcuni dettagli. Secondo il quotidiano Salzbuger Nachrichten, i ministeri di peso (Esteri, Interni, Finanze, Economia, Istruzione e Agricoltura) sono destinati ad andare alla Övp, mentre i Verdi riceveranno, oltre al ‘superministero’ Infrastrutture-Ambiente-Energia, anche Giustizia, Salute e Affari sociali. Sotto la guida ambientalista tornerebbe anche il ministero alla Cultura, che durante gli scorsi esecutivi non è stato un ministero autonomo.

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Nel M5s anche Castaldo contro Di Maio sul listino bloccato

Il vicepresidente del parlamento Ue Castaldo, capo delegazione del M5s in Europa, contro il leader i suoi "facilitatori". E cioè la segreteria del M5s, di cui sei membri scelti direttamente dal ministro degli Esteri.

Dopo le fuoriuscite di Lucidi e Grassi, i due senatori che sono passati alla Lega, il M5s prova a cambiare pagina con il voto su Rousseau di quella che in altri partiti si sarebbe chiamata segreteria. Ma quel voto è un prendere o lasciare comprese le sei persone scelte direttamente dal capo politico Luigi Di Maio. Un metodo che non è piaciuto affatto a un nome che nel movimento sta acquisendo sempre più peso cioè quel Fabio Massimo Castaldo eletto vice presidente del parlamento europeo e che guida il gruppo grillino che a Bruxelles ha segnato il divorzio dalla Lega votando a favore della commissione di Ursula Von der Leyen.

Fabio Massimo Castaldo durante il convegno ”Open Democracy ? Democrazia in rete e nuove forme di partecipazione cittadina”, organizzato dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati presso la Sala Mappamondo, 18 aprile 2016 a Roma. ANSA/FABIO CAMPANA

«UNA SCELTA AMPIA DI INCOERENZA»

«Una scelta d’ampia incoerenza: #iodicono alle liste bloccate!». Così in un post il vicepresidente M5s del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo commenta il voto in blocco su Rousseau del listino dei cosiddetti facilitatori nazionali scelti dal capo politico del Movimento Luigi Di Maio. «La trovo una scelta ampiamente incoerente: abbiamo portato avanti per anni la battaglia a favore delle preferenze nella legge elettorale, abbiamo combattuto sempre contro i listini bloccati e imposti dall’alto, e ora poniamo i nostri attivisti davanti a un voto del genere?», ha chiesto. «Credo che non sia affatto corretto presentare un listino bloccato e dare la possibilità di votare solamente Si o No all’intera lista: si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Mi sembra non solo incoerente, ma anche limitante», ha scritto su Fb, Castaldo protestando sulla scelta di far semplicemente ratificare dalla rete i sei facilitatori M5S scelti dal capo politico.

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio.

18 FACILITATORI, SEI SCELTI DAL CAPO

Il ragionamento del vicepresidente del parlamento europeo prosegue: «Si sceglie, infatti, una squadra di 18 persone che affiancherà il capo politico del Movimento nei processi decisionali e nelle scelte programmatiche. In questo percorso «sei facilitatori sono indicati direttamente dal capo politico, con funzioni estremamente rilevanti, e oggi si vota anche per confermare o declinare tale scelta». Nel listino, sottolinea l’eurodeputato, ci sono nomi «diversi di assoluto valore per competenze, capacità e impegno dimostrato in questi anni. Ma in tutta franchezza non posso tacere sul fatto che ci sia un problema non tanto di merito, sul quale non voglio esprimermi per non influenzare in alcun modo il vostro giudizio». «Si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Svolgeranno funzioni molto diverse gli uni dagli altri, pertanto il voto avrebbe dovuto essere sulla competenza dei singoli» sostiene. Il problema, invece, è «di metodo. E per questo vorrei porre una riflessione a tutti noi attivisti».

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Le conclusioni sul Mes del Consiglio europeo sono ancora da scrivere

Sparito nella bozza il riferimento all'accordo di principio. E il presidente Michel dichara: «Penso che si debba considerare la situazione interna dei Paesi».

«Sono al corrente del dibattito in Italia e prendo in considerazione la natura” della discussione. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel versa parole concilianti sull’arroventata giornata del premier Giuseppe Conte, che nonostante le difficoltà, ottiene il via libera del Parlamento sulla risoluzione di maggioranza del Mes. Un via libera quello delle Camere che – alla vigilia della due giorni del vertice dei leader Ue – evita la promessa di nuove divisioni nella famiglia europea. Divisioni che anche a Bruxelles si cerca con cura di evitare, sgomberando la strada da possibili intoppi. Ne è una dimostrazione anche l’ultima versione della bozza di conclusioni dell’Eurosummit di venerdì (edulcorata rispetto a quella circolata negli ultimi giorni), che attraverso l’uso del minor numero di dettagli, punta ad avere il maggior consenso dai Paesi, Italia compresa.

SPARISCE IL RIFERIMENTO ALL’ACCORDO

Nel documento europeo – soggetto a nuove variazioni – nella parte sul Mes sparisce infatti il paragrafo in cui si indicava: «Prendiamo nota dell’accordo di principio, soggetto alla conclusione delle procedure nazionali». Mentre resta solo: «diamo compito all’Eurogruppo di finalizzare il pacchetto di riforme del Mes e continuare a lavorare su tutti gli elementi di ulteriore rafforzamento dell’unione bancaria, su base consensuale, con l’obiettivo di completarla nel corso di questo ciclo istituzionale». Il testo delle conclusioni comunque resta aperto, e alla fine rispecchierà l’andamento della discussione di venerdì, alla quale prenderanno parte anche la leader della Bce Christine Lagarde ed il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno. Ma a giudicare dalle parole di Michel – «in linea generale penso che si debba considerare la situazione interna dei Paesi, perché so bene che quanto accade nei parlamenti nazionali ha un impatto sulle posizioni europee» – tutto, almeno per questa volta, potrebbe filare liscio».

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Cosa è il Green deal dell’Unione europea

Per l'Europa è «il momento 'uomo sulla Luna'», ha detto la presidente von der Leyen.

Cento miliardi alle regioni europee per abbandonare definitivamente le miniere di carbone e la loro filiera. Questo è in sostanza il Green Deal presentato l’11 dicembre dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen di fronte al parlamento europeo come primo atto del suo esecutivo e della legislatura comunitaria. Il Green Deal è per l’Europa «il momento ‘uomo sulla Luna’», ha detto von der Leyen, annunciando il primo atto formale del collegio dei commissari.

OBIETTIVO: «RICONCILIARE L’ECONOMIA COL PIANETA»

«Il nostro obiettivo è riconciliare l’economia con il nostro pianeta», e quindi ‘tagliare emissioni ma creare occupazione e rafforzare l’innovazione’, ha detto parlando della ‘nuova strategia di crescita‘ che vuole rendere l’Ue ‘capofila’ nell’economia pulita. Mettendo in atto la “nuova strategia di crescita” del Green deal, «dobbiamo essere sicuri che nessuno resti indietro, perché o questa strategia funziona per tutti, o per nessuno». Perciò con il «Meccanismo per una transizione equa abbiamo l’ambizione di mobilitare 100 miliardi per le regioni e i settori più vulnerabili».

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Ue, Gentiloni: «Il patto di stabilità va rivisto»

In un'intervista alla Suddeutsche Zeitung, il commissario italiano annuncia che il patto di stabilità va modificato: «Le regole europee sono state pensate in un momento di crisi: ora vanno riviste». E poi rassicura i tedeschi: «Non userò due pesi e due misure».

Nel nome degli investimenti, il commissario europeo Paolo Gentiloni è pronto a proporre e sostenere una revisione del patto di stabilità europeo. Ed è andato a dirlo nella capitale della Baviera, la regione più competitiva della prima economia europea e dello Stato che dà sempre si è opposto alla modifica delle regole fiscali europee. «Il patto di stabilità è stato pensato in un momento di crisi, e ora va rivisto. Lo dice il commissario europeo Paolo Gentiloni, in un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung. «Dobbiamo mettere in chiaro che queste regole sono nate in un momento particolare, nel contesto di una crisi. Ora però da questa crisi siamo fuori». «E abbiamo altre sfide davanti a noi: la lotta al cambiamento climatico e il pericolo di avere, per un lungo periodo, una crescita bassa e una bassa inflazione». «In questo contesto le regole europee devono essere gradualmente adeguate».

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Visco (Bankitalia) a Berlino: «Sui bond serve offrire alle banche un’alternativa»

Visco contro il tetto ai titoli di Stato in pancia alle banche dice al quotidiano tedesco Handelsblatt:. «Quello di cui c'è bisogno è un titolo sicuro, emesso da un'organizzazione unica, che acquisisca automaticamente le entrate fiscali dagli Stati dell'euro»,

Il governatore Ignazio Visco in un’intervista all’Handelsblatt, quotidiano economico conservatore tedesco, di fatto la voce di quella classe dirigente che si è quasi sempre opposta alla linea di Mario Draghi all’interno della Bce e a quella italiana, in Europa, ha toccato tutti i temi caldi: il governo dell’Eurotower e anche la proposta tedesca di ponderare i titoli di Stato, definita dall’ex ministro Pier Carlo Padoan, il vero problema, altro che Mes.

IL RISCHIO DI DEFLAZIONE GIUSTIFICA LE SCELTE BCE

Sulle politiche espansive della Bce e in particolare sulla loro recente estensione, con le decisioni prese a settembre dalla Bce, ha detto: «C’è un dissenso sul fatto se queste mosse fossero necessarie. Io penso che lo fossero. E così anche il consiglio della Bce. Il ciclo economico non è favorevole. Il rischio di una deflazione, e dunque di prezzi in calo, sussiste». Ma ha anche aggiunto che «i tassi negativi, nel lungo periodo, possono provocare danni collaterali».

IL GOVERNATORE CHIEDE UN TITOLO SICURO SULL’EUROZONA

Poi ha discusso anche dei titoli di Stato. «In Italia le banche hanno funzionato da fattore stabilizzante durante le tensioni sui mercati finanziari. Io temo che questo vada perso se si dotano i bond di un fattore di ponderazione del rischio, senza che le banche abbiano un’alternativa», ha spiegato il governatore della Banca d’Italia. Anche la proposta di mettere un tetto all‘acquisto dei titoli di uno stato, aggiunge,«limiterebbe la funzione di stabilizzatore del sistema finanziario». Si potrebbe valutare se ci fosse un’alternativa. In Italia le banche hanno funzionato da fattore stabilizzante durante le tensioni sui mercati finanziari. Io temo che questo vada perso se si dotano i bond di un fattore di ponderazione del rischio, senza che le banche abbiano un’alternativa». «Quello di cui c’è bisogno è un titolo sicuro, emesso da un’organizzazione unica, che acquisisca automaticamente le entrate fiscali dagli Stati dell’euro», aggiunge Visco. «Questo potrebbe essere la base della costruzione di una capacità fiscale comune nell’eurozona», conclude.

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Europarlamento contro Consiglio: «La proposta sul bilancio fa fallire l’Europa»

Gli eurodeputati contro la bozza della presidenza finlandese che programma solo 1,07% del reddito per le politiche Ue. Il ministro per gli Affari europei Amendola: l'Italia è «assolutamente contraria».

Emmanuel Macron ne aveva fatto la sua scommessa. Con il ministro dell’Economia dell’Eurozona bocciato dalla Germania, con un vero fondo salva Stati sotto controllo del governo, almeno l’obiettivo di un vero bilancio europeo doveva essere centrato. E invece, quello che è maturato sotto la presidenza socialista finlandese è un compromesso che, complice la Brexit, definire al ribasso è poco. Il parlamento europeo non a caso lo ha bocciato sonoramente.

«CON QUESTE RISORSE PROGRAMMA IMPOSSIBILE»

La posizione della squadra di eurodeputati che dovrà negoziare il dossier con il Consiglio e la Commissione Ue è chiara: «La proposta della presidenza di turno finlandese per il bilancio Ue 2021-2027, inviata il 2 dicembre alle rappresentanze dei Paesi membri, «condanna l’Unione europea al fallimento» perché sarà «impossibile mettere in pratica» il programma della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen.

TROPPO POCO PER INVESTIMENTI, CLIMA, SICUREZZA E GIOVANI

Helsinki ha messo sul tavolo un bilancio per il prossimo settennato di programmazione pari all’1,07% del reddito nazionale lordo europeo. La Commissione ha proposto l’1,11%, mentre l’Eurocamera vorrebbe l’1,3%. Oggi, il bilancio 2014-2020 vale l’1,16% del Rnl Ue a 27 (Regno unito escluso). «La proposta della presidenza finlandese è molto al di sotto delle aspettative del Parlamento per quanto riguarda il rispetto degli impegni dell’Ue sugli investimenti, i giovani, il clima e la sicurezza», ha dichiarato in una nota il presidente della commissione bilanci del Pe, Johan Van Overtveldt. Il Pe critica anche il fatto che il documento faccia una «menzione molto limitata della riforma del sistema delle risorse proprie» del nuovo bilancio.

ITALIA «ASSOLUTAMENTE CONTRARIA»

Il ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola in un incontro con le imprese appartenenti al Gii, Gruppo di iniziativa italiana, ha detto che l’Italia è «assolutamente contraria» alla proposta di bilancio per il periodo 2021-2027 presentata dalla presidenza di turno finlandese dell’Ue. Amendola ha criticato in particolare i tagli prospettati per la politica di coesione osservando che quest’ultima, insieme alla politica agricola (che invece registrerebbe un aumento delle risorse), vengono comunque trattate come “vecchi arnesi”, senza comprendere che possono essere il motore del New Green Deal. «Rifiutiamo questa logica e chiediamo di lavorare molto di più sulle nuove risorse», ha osservato il ministro che era accompagnato dal rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, ambasciatore Maurizio Massari. «Non credo che la proposta della Finlandia raggiungerà alcun risultato».

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Lagarde conferma la linea Draghi: «La politica Bce resta espansiva»

La linea Draghi per ora non si tocca, anche perché le decisioni prese nelle ultime fasi della presidenza italiana all’Eurotower..

La linea Draghi per ora non si tocca, anche perché le decisioni prese nelle ultime fasi della presidenza italiana all’Eurotower hanno blindato le politiche dei prossimi mesi. «La Bce rimane risoluta nel perseguire il proprio mandato» e la posizione di politica monetaria accomodante, un pilastro della domanda interna durante la ripresa, «rimane al suo posto», ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde, durante un’audizione all’Europarlamento. a crescita dell’Eurozona rimane debole, con il Pil in crescita solo dello 0,2% su base trimestrale nel terzo trimestre 2019. Questa debolezza è stata dovuta principalmente a fattori globali», ha detto Lagarde, durante un’audizione all’Europarlamento. «Le prospettive dell’economia mondiale rimangono fiacche e incerte. Questo riduce la domanda di beni prodotti nell’Eurozona e influisce anche sul clima delle imprese e gli investimenti».

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Gli aggiornamenti del dibattito sul Mes del 30 novembre

Di Maio torna a invocare miglioramenti del trattato già criticato dal Pd. Lunedì 2 dicembre Conte riferisce in Senato.

L’appuntamento in Senato è fissato per lunedì 2 dicembre alle ore 15.30, quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si presenterà a Palazzo Madama per un’informativa sulle modifiche al Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità. Ma la polemica è già iniziata da tempo, con le accuse di Salvini al premier e le minacce di querela di quest’ultimo. Sabato 30 novembre, a due giorni dall’incontro in parlamento, è stato Luigi Di Maio a parlare a lungo di un tema che lascia non poche perplessità all’interno della maggioranza stessa: «L’Italia non può pensare di firmare al buio», ha detto il leader pentastellato, «è bene che ci sia una riflessione».

«SERVONO MIGLIORAMENTI»

Il Ministro degli Esteri ha risposto alle domande dei giornalisti al Villaggio contadino di Natale allestito a Matera dalla Coldiretti. Il Mes «come tanti altri trattati, ha bisogno di tanti miglioramenti», ha detto, aggiungendo che il fondo salva Stati «è solo una parte: c’è l’Unione bancaria, c’è l’assicurazione sui depositi. Quando avremo letto tutto, potremo verificare se il pacchetto convenga all’Italia oppure no. Secondo me, è sano per l’Italia non accelerare in maniera incauta ma difendere i propri interessi, aspettando la fine dei negoziati anche su tutti gli altri aspetti di questo pacchetto».

DI MAIO PREOCCUPATO DALL’UNIONE BANCARIA

A preoccupare Di Maio, più del Mes, è l’Unione bancaria. «L’assicurazione sui depositi va messa a posto: quindi ci sono dei negoziati in corso ed è bene che questi negoziati proseguano con il protagonismo dell’Italia che sicuramente negli ultimi mesi ha avuto difficoltà perché c’è stato un cambio di governo». Di Maio ha aggiunto che «anche il ministro Gualtieri lo ha detto: in questo momento il negoziato ha tutte le possibilità di poter migliorare questo trattato».

FRANCESCHINI: «ORA I FATTI»

Il dialogo all’interno dell’esecutivo prosegue. «Sul Mes in queste ore ci giochiamo la credibilità del Paese, l’andamento dello spread e dei mercati», ha detto a Milano il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, all’assemblea dell’area del Pd di Base Riformista. «Non si può giocare con il fuoco. Prendo per buone le parole di Di Maio di questa mattina e da qui a lunedì vedremo se alle intenzioni seguiranno i fatti e i comportamenti, perché ci sono anche i comportamenti in politica».

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Il parlamento Ue ha dichiarato l’emergenza climatica

Via libera ad una risoluzione non legislativa. Uno degli obiettivi è ridurre le emissioni del 55% entro il 2030.

Il Parlamento europeo ha dichiarato l’emergenza climatica e ambientale in Europa e nel mondo, dando il via libera ad una risoluzione non legislativa. L’Eurocamera rilancia così la sfida alla futura Commissione europea a guida Ursula von der Leyen che da parte sua ha annunciato che entro i primi 100 giorni metterà sul tavolo una nuova agenda verde. Il testo è passato con 429 voti a favore, 225 contrari e 19 astensioni.

L’OBIETTIVO DI TAGLIARE LE EMISSIONI DEL 55% ENTRO IL 2030

La Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo chiede maggiori tagli alle emissioni di Co2 con l’aumento dal 40% al 55% degli obiettivi già al 2030. Il testo della risoluzione sulla conferenza delle parti sul clima (Cop25) in programma a Madrid da lunedì prossimo è passato con 430 voti a favore, 190 contrari e 34 astensioni.

SERVE UNA STRATEGIA PER LA NEUTRALITÀ CLIMATICA

Il Parlamento esorta la Commissione Ue a presentare alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici una strategia per raggiungere la neutralità climatica al più tardi entro il 2050. I deputati chiedono inoltre alla nuova presidente della Commissione europea von der Leyen di includere nel Green Deal europeo un obiettivo di riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030.

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Il M5s si spacca sul voto alla Commissione von der Leyen

Solo 10 eurodeputati su 14 hanno appoggiato il nuovo esecutivo Ue. La capodelegazione pentastellata: «Scelte personali».

Il Movimento 5 stelle si divide nel voto alla commissione Ursula von der Leyen. Secondo quanto si apprende 10 eurodeputati pentastellati hanno appoggiato il nuovo esecutivo comunitario, due hanno votato contro e due si sono astenuti. «Il Movimento 5 stelle ha un’anima diversificata come è noto e c’è chi probabilmente non si sente a proprio agio, legittimamente. È una scelta personale, ma il M5s oggi, pur con riserve e con le dovute cautele, appoggia questa commissione», ha detto la capodelegazione del M5s al parlamento europeo Tiziana Beghin.

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Merkel sfida Macron e promette più impegno nella Nato

Il leader dell'Eliseo dichiara l'Alleanza «in morte cerebrale» e ora la cancelliera promette di rafforzarla. Berlino non vuole lasciare a Parigi il monopolio sulla discussione sul futuro della Difesa Ue.

La cancelliera Angela Merkel non vuole lasciare al socio di maggioranza europeo Emmanuel Macron il monopolio sulla discussione sul futuro della Difesa europea. «L’Europa al momento non può difendersi da sola», ha detto Merkel, parlando al Bundestag, «perciò è importante che la Germania lavori di più per la Nato e la sua unità, assumendosi più responsabilità».

L’ATTACCO DI MACRON ALLA NATO

Il 7 novembre, il presidente francese aveva dichiarato in un’intervista all’Economist che «la Nato è in morte cerebrale». Fin dalla sua elezione, il leader dell’Eliseo si è speso per far partire un serio progetto di Difesa comune europea indipendente dalla Nato. Un progetto, ça va sans dire, alla cui guida si metterebbe proprio Parigi.

IL RETROSCENA DEL NYT SULLO SCONTRO FACCIA A FACCIA

Il 24 novembre, il New York Times riportava di uno scontro proprio sulla Nato tra i due leader europei alla cena del trentennale della caduta del muro a Berlino. Il portavoce della Merkel ha smentito che una lite sia mai avvenuta. Secondo il Nyt, la cancelliera, che vuole contrastare l’idea di un’egemonia difensiva francese in Ue, avrebbe detto a Macron: «Capisco il suo desiderio di una politica distruttiva, ma sono stanca di rimettere a posto i pezzi. Devo continuamente rimettere insieme le tazze di porcellana che lei rompe, in modo che si possa sedere insieme a bere un ». Sulla Nato la Merkel ha sempre detto che l’Europa deve assumere maggiore responsabilità nella propria Difesa, «ma sempre all’interno della Nato e senza sostituirne l’impegno».

LE PRESSIONI DI TRUMP SULLE SPESE

La cancelliera ha ribadito il concetto davanti al parlamento tedesco, sostenendo che le spese per la Difesa della Germania dovrebbero arrivare al 2% «entro i primi anni trenta». «Preservare la Nato è nel nostro interesse ora ancora più che durante la guerra fredda», ha detto. La cancelliera ha anche ricordato che entro il 2024 le spese arriveranno all’1,5%. Gli Usa di Donald Trump fanno forte pressione sulla Germania e su tutti i suoi alleati (gli “scrocconi”) sul tema delle spese per la Difesa fin dall’inizio del mandato del tycoon.

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La commissione Von der Leyen alla prova del voto del parlamento europeo

Con la preferenza palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un'astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, All'opposizione l'estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

Il giorno è infine arrivato: dopo tre aspiranti commissari bocciati – della Francia, dell’Ungheria e della Romania – dopo sostituzioni in corsa, polemiche e franchi tiratori – la nuova squadra della Commissione europea – senza il commissario britannico per via della Brexit – è pronta per cercare la conferma del parlamento europeo.

La neopresidente della Commissione europea Urusula von der Leyen e il presidente uscente Jean Claude Juncker, Bruxelles, 4 luglio 2019. (Thierry Monasse/Getty Images)

M5s e PIS CON LA MAGGIORANZA PPE, SOCIALISTI E LIBERALI

La sua presidente Ursula von der Leyen ha ottenuto il mandato con appena nove voti sopra la maggioranza: fondamentali dunque erano stati i voti del Movimento Cinquestelle che hanno definitivamente diviso le strade di grillini e leghisti, a Bruxelles ma anche a Roma. Per il voto sulla commissione, palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un’astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, il partito di governo polacco. All’opposizione l’estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

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Commissione Ue al via dal primo dicembre, ma senza il Regno Unito

L'esecutivo a guida von del Leyen è in dirittura d'arrivo. Il 25 novembre dovrebbe arrivare il via libera del Consiglio e il 27 dell'Eurocamera. Il punto.

L’Ue ha tenuto la barra a dritta e punta decisa verso il traguardo dell’insediamento della Commissione a guida Ursula von der Leyen, il primo dicembre. Anche senza il commissario britannico. A precisare quali saranno i passaggi dell’ultimo miglio di un percorso piuttosto accidentato, che ha già ritardato l’inizio dei lavori del nuovo Esecutivo europeo rispetto ai tempi previsti dai Trattati, è stato il leader del Parlamento europeo David Sassoli.

VOTO DEL PARLAMENTO IL 27 NOVEMBRE

Al termine della Conferenza dei presidenti, il numero uno dell’Eurocamera ha reso ufficiale la decisione di mettere al voto la squadra della presidente eletta per l’ok finale, mercoledì 27 novembre, alla plenaria di Strasburgo. E il nuovo Esecutivo non si incaglierà sullo scoglio della mancata nomina del commissario britannico, ha chiarito Sassoli. Londra ha «un termine» per designare il proprio rappresentante, «che è venerdì 22 novembre» allo scoccare della mezzanotte. Ma «gli uffici legali» delle istituzioni Ue «sono concordi: ci sarà una dichiarazione del Consiglio dell’Ue per la formazione della Commissione a 27».

POSSIBILE VIA LIBERA AL CONSIGLIO UE DEL 25

In attesa di capire come si muoverà Londra, destinataria la settimana scorsa di una lettera di messa in mora (primo passo della procedura di infrazione), gli ambasciatori degli Stati membri il 22 novembre si riuniranno, per adottare la lista dei 27 commissari. La decisione sarà poi ufficializzata alla riunione del Consiglio europeo del 25, senza necessità di discussione. D’altra parte, il governo di Londra, con Boris Johnson impegnato in una campagna all’ultimo sangue per il voto del 12 dicembre, un paio di settimane fa aveva già fatto sapere, di non poter attribuire incarichi internazionali nel periodo pre-elettorale, in osservanza delle linee guida politiche nazionali, ma di non voler essere di ostacolo. E salvo colpi di scena, non si attendono discostamenti rispetto a quella linea.

ULTIMI PREPARATIVI PER L’ADDIO DI TUSK

Ultimi preparativi per il cambio della guardia sono in corso anche al Consiglio europeo, con l’attuale presidente, il polacco Donald Tusk (appena incoronato leader del Ppe al congresso di Zagabria), che passerà il testimone all’ex premier belga Charles Michel, in una cerimonia simbolica, venerdì 29 novembre. Ma anche in questo caso, per il via ufficiale bisognerà attendere il primo dicembre, quando tutti i tasselli delle istituzioni europee saranno finalmente al loro posto, e la nuova legislatura, che promette di spingere fin da subito sul Green deal, potrà accendere i suoi motori.

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Tusk chiude le porte del Ppe in faccia alla Lega di Salvini

«Ho tanta immaginazione però ci sono dei limiti», ha risposto il neo presidente del centrodestra europea a chi gli chiedeva di un possibile ingresso del Carroccio. Mentre su Orban la scelta è rimandata a fine gennaio.

Porte in faccia alla Lega di Matteo Salvini, da parte del neo presidente del Partito popolare europeo, Donald Tusk, polacco, ma fervente europeista ed ex presidente del Consiglio Ue, insomma, il politico del centrodestra continentale probabilmente più lontano dal sovranismo del nuovo Carroccio.

«HO TANTA IMMAGINAZIONE, MA CI SONO DEI LIMITI »

«Ho tanta immaginazione però ci sono dei limiti», ha dichiarato il neo presidente del Ppe a chi gli chiedeva se in futuro il partito di Salvini potrebbe aderire al Ppe. «Posso dire che finora non abbiamo ricevuto alcuna richiesta della Lega di diventare membro del gruppo», ha aggiunto l’ex presidente del Ppe, Joseph Daul.

LA SCELTA SU ORBAN A FINE GENNAIO

Il neo presidente del Ppe ha «annunciato che a fine gennaio» deciderà il da farsi sul premier ungherese Viktor Orban, il cui partito Fidesz è stato sospeso dal Ppe. «È un compito delicato, sono in contatto con van Rompuy», ha aggiunto Tusk e «a fine gennaio deciderò». L’ex presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy è alla guida di un comitato di tre probiviri per controllare la condotta del partito Fidesz del premier nazionalista ungherese.

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L’ultimo via libera al Nord Stream 2 è uno schiaffo agli Usa

La Danimarca ha concesso alla Russia di posare il gasdotto nella sua zona economica esclusiva. L'amministrazione Trump ha cercato in tutti i modi di bloccarla.

L’agenzia danese per l’Energia ha concesso al consorzio Nord Stream 2 AG l’autorizzazione a costruire la sezione del gasdotto Nord Stream 2 nelle acque territoriali danesi a sud-est dell’isola di Bornholm nel Mar Baltico. Lo riporta la Tass. Ad oggi Nord Stream 2 è stato costruito per oltre l’80% e la sua entrata in servizio è prevista per la fine del 2019. In precedenza il capo della Gazprom Alexei Miller aveva affermato che la costruzione della sezione del gasdotto attraverso le acque danesi, una volta ottenute le autorizzazioni, sarebbe durata circa cinque settimane. Con l’ok danese, salvo sorprese, il Nord Stream 2 si avvia verso la sua fase finale.

Il metanodotto Nord Stream 2 “rafforza la Russia e indebolisce l’Europa”: lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dopo aver incontrato a Kiev il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Ieri la Danimarca ha autorizzato la realizzazione di una parte del gasdotto nella sua zona economica esclusiva. Il Nord Stream 2 raddoppierà il flusso di gas russo che raggiunge la Germania attraversando le acque del Baltico e aggirando l’Ucraina. Gli Usa e alcuni Paesi europei temono che il progetto aumenti ulteriormente la dipendenza dell’Europa dal gas russo.

Dando luce verde alla realizzazione del metanodotto Nord Stream 2, la Danimarca ha dimostrato “un approccio responsabile”: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov dopo aver incontrato a Mosca il segretario generale dell’Osce Thomas Greminger. “Ieri – ha spiegato Lavrov – in una conferenza stampa con il premier ungherese il presidente Putin ha sottolineato che gli interessi dell’Europa hanno dettato questa decisione e la Danimarca, in quanto Paese europeo, si è unita al consenso che si è formato tanto tempo fa attorno al Nord Stream 2 come un progetto che aumenterà la sicurezza energetica dei Paesi europei”. Il Nord Stream 2 raddoppierà il flusso di gas russo che giunge in Germania attraverso il Baltico bypassando l’Ucraina. Gl Usa e alcuni Paesi europei temono che il progetto aumenterà ulteriormente la dipendenza dell’Europa dal gas russo.

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Indagine antitrust dell’Ue sull’acquisizione dell’ex Stx da parte di Fincantieri

La Commissione europea vuole verificare che l'operazione non possa ridurre la concorrenza nel mercato mondiale della costruzione delle navi da crociera. A presentare la richiesta di indagine erano state Francia e Germania.

La Commissione europea ha avviato un’indagine approfondita per valutare la proposta di acquisizione di Chantiers de l’Atlantique da parte di Fincantieri alla luce del regolamento Ue sulle concentrazioni. La Commissione teme che l’operazione possa ridurre la concorrenza nel mercato mondiale della costruzione di navi da crociera.

«SI TRATTA DI DUE LEADER MONDIALI; VALUTARE EFFETTO SU MILIONI DI EUROPEI»

«La domanda di navi da crociera è in piena espansione in tutto il mondo. Chantiers de l’Atlantique e Fincantieri sono due leader mondiali in questo
settore. Per questo motivo valuteremo attentamente se l’operazione proposta possa nuocere alla concorrenza nel settore a scapito dei milioni di europei che ogni anno scelgono di trascorrere vacanze in crociera», ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. In questa fase la Commissione teme che «in un mercato già concentrato e con limitazioni di capacità, l’operazione proposta possa eliminare l’importante forza concorrenziale rappresentata da Chantiers de l’Atlantique», scrive Bruxelles, che ha individuato «ingenti ostacoli all’ingresso nel mercato della costruzione di navi da crociera, dovuti alla natura altamente complessa di questo settore» visto che sono richieste «infrastrutture specifiche, consolidate competenze ingegneristiche e progettuali, così come notevoli capacità di gestione per coordinare le centinaia di fornitori e subappaltatori che intervengono in tutto il processo di costruzione».

«GRANDI CLIENTI SENZA POTERE CONTRATTUALE»

La Commissione ha stabilito in via preliminare che «non è presumibile l’emergere di nuovi costruttori qualificati in tempo utile a contrastare i probabili effetti negativi dell’operazione, che potrebbe quindi ridurre seriamente la concorrenza in questo mercato determinando un innalzamento dei prezzi, una riduzione della scelta e un freno all’innovazione». Inoltre l’antitrust «ha stabilito in via preliminare che i
grandi clienti non avrebbero potere contrattuale sufficiente a contrastare l’eventuale rischio di aumento dei prezzi derivante dall’operazione».

DECISIONE ENTRO IL 17 MARZO 2020

La Commissione quindi porterà avanti un’indagine approfondita degli effetti dell’operazione proposta «per stabilire se potrebbe seriamente ridurre la concorrenza». L’operazione è stata notificata alla Commissione il 25 settembre 2019. Chantiers de l’Atlantique e Fincantieri hanno deciso di non presentare impegni nel corso dell’indagine iniziale per fugare le riserve peliminari della Commissione. Bruxelles ha ora 90 giorni lavorativi, quindi fino al 17 marzo 2020, per adottare una decisione. L’avvio di un’indagine approfondita, ricorda la Commissione, «non pregiudica l’esito del procedimento».

NAVIRIS, LA NUOVA JOINT VENTURE CON NAVAL GROUP

Ma mentre nel settore del turismo si frena sulle concentrazioni sul fronte della Difesa procedono le operazioni di convergenza tra Stati Ue. Proprio il 30 ottobre è stato annunciato il nuovo nome joint venture paritaria (50/50) tra Fincantieri e il gruppo francese Naval Group. La nuova società si chiama Naviris, brand che secondo una nota di Fincantieri «evoca una robusta partnership a garanzia di un know-how di qualità superiore, proiettata verso uno scenario internazionale».

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La Cina al parlamento Ue: «Premio Sakharov a Tohti è sostegno a terrorista»

«Speriamo che l'Europa rispetti gli affari interni e la sovranità giudiziaria della Cina evitando di celebrare un terrorista».

La Cina critica pesantemente il Parlamento europeo per aver conferito il premio Sakharov 2019 dei diritti umani a Ilham Tohti in quanto «non dovrebbe sostenere un terrorista», è il commento del portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, secondo cui l’intellettuale uiguro, che sconta il carcere a vita, «è un criminale condannato dai tribunali cinesi. Spero che l’Europa rispetti gli affari interni e la sovranità giudiziaria della Cina evitando di celebrare un terrorista».

ACCUSATO DA PECHINO DI FOMENTARE IL SEPARATISMO

Professore moderato e laico, Tohti è condannato all’ergastolo dalle autorità di Pechino per la sua lotta a difesa dei diritti della minoranza musulmana che abita nella regione nordoccidentale dello Xinjiang. Dall’inizio degli anni Duemila, si è distinto per le sue pubblicazioni alquanto critiche rispetto all’ortodossia cinese, in particolare sul bilinguismo e sui temi economici. Le numerose interviste concesse ai quotidiani internazionali non sono per nulla piaciute alle autorità che lo hanno accusato di volere internazionalizzare la questione uigura, nei confronti della quale la Cina usa il pugno di ferro. Prese di posizione che gli sono valse nel 2014 la condanna alla prigione a vita con l’accusa di fomentare il “separatismo“, sebbene lui abbia negato di essere una separatista, stando alla Bbc on line.

SASSOLI: «CHIEDIAMO L’IMMEDIATO RILASCIO»

La sentenza all’ergastolo ha suscitato sdegno da parte delle organizzazioni a difesa dei diritti umani e di numerose cancellerie occidentali, oltre che dalle Nazioni Unite. Nel conferirgli l’onorificenza a sostegno del suo lavoro, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ne ha chiesto «l’immediato rilascio» oltre che «il rispetto dei diritti delle minoranze in Cina», riscuotendo un applauso della plenaria riunita a Strasburgo. Sassoli ha poi parlato di ‘processo farsa’ ricordando che Tohti ha «dedicato la sua vita a difendere i diritti della minoranza uigura in Cina» e che «nonostante sia stato una voce di moderazione e riconciliazione, è stato condannato all’ergastolo». Pechino sta attuando da anni una vera e propria repressione nei confronti degli uiguri. La cerimonia di consegna del premio si terrà al Parlamento Ue il 18 dicembre.

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Von der Leyen appesa a Breton, il nuovo commissario scelto da Macron

Attuale presidente della società di supercalcolatori Atos, già ministro dell'Economia con Chirac, il candidato di Parigi è super competente, ma rischia molto sul fronte del conflitto di interesse.

L’Unione europea è appesa alla nuova carta tirata fuori dal mazzo da Emmanuel Macron. La partita è difficile, però, visto che la scelta del nuovo candidato francese alla Commissione europea, a due settimane dalla bocciatura da parte del Parlamento europeo di Sylvie Goulard, è caduta su Thierry Breton, molte competenze, altrettanti possibili conflitti di interesse. Ex ministro dell’Economia che ha nel suo lungo curriculum anche il salvataggio di France Telecom, Breton, a 64 anni, è l’attuale presidente del gruppo informatico Atos ed è stato per tre volte incoronato dalla Harvard Business Review tra i migliori manager del mondo.

INTESA PREVENTIVA TRA L’ELISEO E VON DER LEYEN

Macron, secondo quanto precisa l’Eliseo, ha ottenuto la garanzia da parte della futura presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che il portafoglio del commissario francese – Industria, Mercato Interno, Digitale, Difesa e Spazio – rimarrà invariato. Macron e von der Leyen «si sono accordati sul profilo» di Breton,- dopo averne discusso in linea di principio». Il percorso di Breton – che ha raggiunto vertici nel settore pubblico e nel privato, guidando a più riprese importanti industrie – è apparso adatto all’incarico: «Thierry Breton – ha sottolineato la presidenza francese – ha solide competenze nei settori coperti da questo portafoglio, in particolare l’industria e il digitale, poiché è stato ministro dell’Economia (sotto la presidenza di Jacques Chirac) fra il 2005 e il 2007, con competenza sull’Industria. Ha presieduto grandi gruppi industriali e del settore difesa, come Thomson, France Telecom e Atos, e gode di una solida reputazione di uomo d’azione».

LA NUOVA COMMISSIONE ENTRA IN FUNZIONE A DICEMBRE

Chiamato alla guida di France Telecom, il gigante delle comunicazioni pesantemente indebitato, lo risanò riducendone i costi e portandolo alla privatizzazione. Per lasciare tempo alla Francia, alla Romania e all’Ungheria – i cui candidati alla Commissione sono stati bocciati – di proporre nuovi nomi, l’entrata in funzione della nuova Commissione è stata rinviata di un mese, al 1 dicembre.

STRADA IN SALITA CON I PARLAMENTARI EUROPEI

Se il presidente pensa che l’audizione di Breton «sarà una formalità si sbaglia di grosso», avverte in una nota la delegazione francese del gruppo dei socialisti S&D al Parlamento Ue, secondo cui il presidente fondatore di En Marche «ha senza dubbio scommesso sul fatto che il Parlamento europeo non oserà respingere un candidato francese per la seconda volta, ma gli eurodeputati faranno il loro lavoro». Tra l’altro, osservano in casa S&D, con questa nomina si infrange «l’obiettivo della parità di genere nella commissione von der Leyen, a meno che ciò non costringa Ungheria e Romania a nominare una donna» come commissario. Al momento, la strada, sembra tutta in salita, almeno per numerosi esponenti politici. L’audizione «sarà difficile, ancora una volta», avverte l’eurodeputato di Europe-Ecologie-Les Verts, Yannick Jadot, ricordando che Breton «è presidente di […] una società digitale che prende sovvenzioni europee, tra i leader europei dei supercalcolatori» e che «ci sarà un problema di conflitto di interessi». Un rischio espresso anche da altri colleghi come la parlamentare della gauche alternativa, Manon Aubry (La France Insoumise). Ma gli avvertimenti bipartisan arrivano anche dalla destra. Il deputato dei Républicains, Julien Aubert, chiede di «fare attenzione». Anche perché, nonostante la sua «grande esperienza», non bisogna dimenticare che Breton ha «guidato un’azienda e le norme Ue in materia di conflitto di interesse sono estremamente rigorose».

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Gli eurodeputati M5s si astengono: non passa la risoluzione pro migranti

Il testo invitava gli Stati membri a mantenere i loro porti aperti. Contrari il Ppe con Forza Italia, i sovranisti e la Lega. La decisione dei pentastellati mette in minoranza Socialisti, Liberali e Verdi.

Gli eurodeputati del M5s si sono astenuti nella votazione sulla risoluzione sui migranti, poi bocciata dal parlamento europeo. Gli astenuti in totale sono stati 36. Tra i 290 contrari al testo la stragrande maggioranza del Ppe (con Forza Italia), le destre sovraniste di cui fa parte la Lega, l’Ecr dove siede Fratelli d’Italia e qualche eurodeputato di Renew Europe. A favore 288 eurodeputati fra cui il gruppo dei Socialisti e democratici con dentro il Pd, la stragrande maggioranza dei Liberali, la Gue ed i Verdi. Il testo di risoluzione sulla ricerca e salvataggio dei migranti nel Mediterraneo invitava tra l’altro gli Stati membri a mantenere i loro porti aperti alle navi delle ong.

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