Per gli Ncc rimane l’obbligo di tornare in rimessa

Il Consiglio di Stato non ha sospeso l'efficacia della circolare interpretativa del decreto di riforma del settore. Uber ne esce sconfitta.

Restano in vigore le disposizioni che obbligano i noleggiatori con conducente (Ncc) a iniziare e terminare il servizio presso la propria rimessa, situata nel Comune di rilascio della licenza, e a compilare sempre il foglio di servizio anche per le prenotazioni online. Il Consiglio di Stato, infatti, ha deciso di non sospendere l’efficacia della circolare interpretativa del decreto di riforma del settore, un provvedimento che era stato sollecitato da Uber. I giudici amministrativi ha rinviato la questione al Tar del Lazio, affinché venga fissata in modo celere l’udienza di merito.

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Rivoluzione in California: i lavoratori di Uber sono dipendenti

Il parlamento del Golden State ha approvato una legge che prevede salario minimo, assicurazione sanitaria, giorni di malattia pagati e protezione sindacale per gli autisti della piattaforma. Altri tre Stati valutano norme simili e 5 candidati dem le propongono a livello federale.

Una tegola rischia di abbattersi su Uber e sulle tantissime aziende che danno vita alla cosiddetta gig economy. Il parlamento della California ha approvato una legge che dal primo gennaio del 2020 segnerebbe una svolta, cambiando lo status dei lavoratori del settore: non più contrattisti, ma veri e propri dipendenti con un salario minimo, un’assicurazione sanitaria, giorni di malattia pagati e protezione sindacale.

LA SOCIETÀ: «GLI AUTISTI NON SONO PARTE FONDAMENTALE»

Uber è già pronto a sfidare in tribunale la nuova legge: Tony West, capo legale della società, ha detto che la compagnia non tratterà i suoi autisti – ora contrattisti indipendenti – come dipendenti. Essi, ha spiegato, non sono parte fondamentale dell’ attività di Uber, che non fornisce corse ma «serve come piattaforma tecnologica per vari tipi di mercati digitali».

UNA RIVOLUZIONE PER UN MILIONE DI PERSONE

La legge sembra una vera e propria rivoluzione, che in California riguarderebbe oltre un milione di persone ma che potrebbe presto diffondersi in tutti gli Stati Uniti, con il Golden State che aprirebbe la strada a leggi simili in altri stati. Come quelli di New York, di Washington o dell’Oregon, dove già provvedimenti simili sono all’esame dei parlamenti locali. Mentre qualcosa potrebbe muoversi anche a livello federale: basti pensare che una proposta simile alla Assembly Bill 5 della California (così si chiama il provvedimento) è inserita nelle agende elettorali di almeno cinque candidati democratici alla Casa Bianca: dai senatori Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Kamala Harris al sindaco di South Bend Pete Buttigieg. Tutti chiedono più diritti e dignità non solo per gli autisti di Uber o della rivale Lyft, ma per tutti i lavoratori del settore che si fonda sul ricorso al lavoro temporaneo.

LE AZIENDE MINACCIANO DI RIFARSI SUGLI UTENTI

La legge californiana finirà ora sulla scrivania del governatore democratico Gavin Newson che ha già espresso il suo pieno sostegno al provvedimento, chiedendo ad Uber e alle altre aziende coinvolte di sedersi ad un tavolo e discutere ancora insieme come il testo possa essere migliorato. Uber, Lyft e gli altri, però, sono sul piede di guerra. La loro tesi è che la nuova legge colpirà proprio i lavoratori del settore che chiedono invece maggiore flessibilità nell’orario e nell’organizzazione del lavoro. Duplice la minaccia delle aziende: la legge causerà inevitabilmente un calo delle assunzioni e il rischio è quello che i maggiori costi verranno scaricati sugli utenti con tariffe più elevate.

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