Cosa non torna nella donazione del fondatore di Twitter contro il Covid-19

Jack Dorsey ha annunciato di aver devoluto un miliardo di dollari per combattere l'epidemia. In realtà i soldi sono andati a un'azienda, la Start Small LLC, che può anche investirli in altri campi. Non è la prima volta che il miliardario dà prova di filantropia ma le attività si sono spesso rivelate opache.

A leggere i giornali, italiani e non, pare che Jack Dorsey, fondatore di Twitter, abbia donato quasi 1 miliardo di dollari per la lotta al coronavirus. Un versamento cospicuo, pari a circa un terzo della sua fortuna, distribuita tra Twitter e la società Square che si occupa di micropagamenti.

Come ha notato Recode se anche solo il 10% della cifra promessa fosse veramente erogato, si tratterebbe dell’atto filantropico più consistente annunciato durante questa epidemia. Altri miliardari, più facoltosi dello stesso Dorsey, come Bill Gates, Jeff Bezos o Mark Zuckerberg hanno promesso al massimo 100 milioni di dollari ciascuno.

Ma è vero che Dorsey ha donato quella cifra per la lotta al Covid-19? Risposta breve: no. Risposta lunga: dipende. E tutto dipende da dove si trovano i soldi.

DOVE SI TROVANO I FONDI

Andando con ordine e basandoci sui tweet di Dorsey quello che sappiamo è che i fondi, corrispondenti al valore di quasi 20 milioni di azioni della Square, sono stati versati in una LLC, un’azienda for-profit molto simile alla nostra srl. Il miliardario ha detto che la mossa serve per finanziare gli interventi per combattere l’epidemia di Covid-19 ma non solo. Una volta contenuta la pandemia, ha spiegato Dorsey, il resto dei fondi sarebbe speso per la salute e l’educazione delle ragazze e per l’Ubi, cioè il reddito universale di base. Per convincere tutti della bontà del progetto lo stesso Dorsey ha condiviso un documento di Google in cui si indicano le cifre versate e quelle spese. Al momento, i fondi versati sono due: uno da 100 mila dollari per la campagna su GoFundme American’s food fund lanciata da Leonardo DiCaprio e Laurene Powell Jobs e uno da 2 milioni di dollari alla Mayor’s fund LA, una organizzazione no profit di Los Angeles che aiuta le vittime di violenza domestica. Già qui c’è il primo problema. Un foglio condiviso non è sinonimo di trasparenza dato che dipende dalle cifre aggiunte o tolte a pura discrezionalità di chi gestisce il foglio.

LLC, UNA SOCIETÀ DI CAPITALI CHE PIACE AI BIG DELLA SILICON VALLEY

A questo punto è il caso di capire meglio cos’è una LLC. Si tratta di una società di capitali che piace molto ai big della Silicon Valley. Al fondatore rimane in mano il totale controllo del denaro e ne permette un uso a 360 gradi. Oltre che sovvenzionare iniziative no-profit le LLC possono fare donazioni a politici per campagne elettorali o investimenti per aziende con scopo di lucro. In aggiunta, rispetto ad altre forme societarie di cui parleremo tra poco, la legge americana non chiede alle LLC di versare il 5% delle risorse ogni anno per beneficenza. Con buona approssimazione si può dire che, almeno per il momento, Dorsey ha spostato i suoi soldi da un portafoglio all’altro e infatti fino a che i soldi non vengono realmente versati per una causa, il detentore della LLC può scegliere di riprenderli e metterli in un’altra società. Tra i vari tweet in cui il miliardario spiegava la sua iniziativa, la scelta di usare una LLC è stata motivata spiegando che permette di segmentare e indirizzare le varie azioni a cause specifiche. Ma il passaggio più interessante viene evidenziato più in basso: «Le sovvenzioni verranno fatte dalla Start Small Foundation o dalla LLC direttamente sulla base dell’organizzazione beneficiaria». In questo passaggio emerge infatti che sotto il nome di “Start Small” ci sono almeno due soggetti: una società e una fondazione.

STORIA DELLA “START SMALL”

Le iniziative filantropiche di Dorsey sono sempre state opache. Nel 2015, in occasione dell’approdo a Wall Street della società Square, il fondatore raccontò di aver creato una fondazione, la Start Small Foundation, promettendo di dotarla di circa 40 milioni di azioni per scopi benefici. Nei documenti presentati alla Securities and Exchange Commission, la Consob americana, per la quotazione in Borsa, Dorsey spiegava di aver creato «una nuova fondazione per investire in modo significativo sulle persone che ci ispirano: artisti, musicisti, aziende locali, con un focus particolare per le comunità». Qualche anno dopo Owen Thomas del San Francisco Chronicle ha provato a capire meglio la natura della Start Small Foundation e ha scoperto che le cose erano un po’ più complesse.

Il sito della Silicon Valley Community Foundation.

Per prima cosa non si trattava di una organizzazione caritatevole, di quelle normalmente catalogate con la dicitura “501(c) organization“, forme societarie dedicate esclusivamente alle attività di beneficenza. In realtà, era un’etichetta per quello che in gergo viene definito donor-advised fund (daf), letteralmente fondo a carico del donatore. Nello specifico quel fondo era stato depositato presso la Silicon Valley Community Foundation, una fondazione di comunità in cui molti facoltosi miliardari della Bay Area fanno confluire i daf. Come le LLC anche i daf sono famosi per essere molto amati dai paperoni perché permettono di fare donazioni, ottenere un taglio delle tasse immediato, e lasciare in giacenza i soldi senza avere l’obbligo di utilizzarli subito per iniziative benefiche, che anche quando avvengono non possono essere rintracciate.

IL GIALLO DELLE INIZIATIVE CON L’ETICHETTA “START SMALL”

Nei mesi che hanno preceduto l’ingresso di Square a Wall Street, lo scambio di informazioni tra la società e la Securities and Exchange Commission ha dimostrato che la fondazione in realtà non esisteva e che era ancora da costituire. Infatti il 9 ottobre 2015 compare un sito internet ma non solo: una LLC registrata in Delaware. Come ha scritto Thomas l’azienda è ricomparsa nelle carte della Square nel 2017 in cui veniva scritto che la LLC deteneva circa 272.500 azioni di classe B della società quotata. Per quanto riguarda invece il fondo in un altro documento inviato il 9 novembre 2015 alla Securities and Exchange Commission la Square aveva spiegato che si trattava a tutti gli effetti di un donor-advised fund amministrato dalla Silicon Valley Community Foundation. Poco meno di un mese prima lo stesso Dorsey aveva confermato la nascita del fondo su Twitter promettendo di iniziare finanziando progetti di inclusione nella città di Fergudon, in Missouri. Progetti che stando alle comunità locali non sono mai partiti, soldi che quindi non sarebbero mai stati versati.

IL DESTINO DELLE COMPAGNIE

A questo punto al quadro già complesso si aggiungono altri due tasselli. Tra il 2015 e 2016 risulta attivo un altro soggetto, una fondazione registrata come 501(c) anch’essa nominata come nome Start Small e avviata lo stesso giorno della LLC e del sito che fa capo alla fondazione. Quella fondazione tra i membri del board aveva, oltre Dorsey, un manager finanziario di nome Tom van Loben, Divesh Makan molto noto negli ambienti della Silicon Valley e sopratutto Dina Powell, che all’epoca dei fatti lavorava per la banca di investimenti Goldman Sachs, attiva durante il passaggio a Wall Street di Square. Il destino di questa seconda fondazione non è mai stato chiarito fino in fondo, ma secondo gli ultimi documenti è stata chiusa definitivamente nel maggio del 2018.

A questo punto è chiaro che “Start Small” è un contenitore utilizzato negli anni per vari soggetti giuridici, da LLC a donor-advised fund, passando per vere società caritatevoli. Della Start Small sotto il regime della 501(c) si è detto. Mentre nel tempo si sono perse le tracce della daf creata all’interno della Silicon Valley Community Foundation. Secondo le ultime informazioni disponibili, messe insieme dal San Francisco Chronicle, il community foundation ha venduto circa 1,35 milioni di azioni trattenendone poco meno di 270 mila, mentre stando a quanto ha scritto Bloomberg la Silicon Valley Community Foundation avrebbe tenuto quelle azioni almeno fino al terzo trimestre del 2017. A questo punto verrebbe da pensare che sia rimasta solo LLC fondata nel 2015 e che adesso ha ricevuto il famoso miliardo da Dorsey. In realtà non è detto. Come ha spiegato sempre il Chronicle nel 2015 la Start Small LLC venne registrata in Delaware. Per verificare Lettera43.it ha fatto una ricerca nel sistema messo a disposizione dal sito dello Stato per cercare corporation e LLC. Il risultato della ricerca ha mostrato non solo che la società è stata creata il 9 ottobre del 2015. Ma che ne esiste anche un’altra, la Start Small 2 registrata il 6 aprile 2020, un giorno prima che Dorsey annunciasse la sua “donazione”. Allo stato attuale non è possibile ricondurre la Start Small 2 al fondatore di Twitter, ma non sarebbe la prima volta che le società caritatevoli si moltiplicano con lo stesso nome.

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Ocasio-Cortez come Trump: deve patteggiare per aver bloccato un follower

Le deputata democratica costretta a scusarsi con un ex parlamentare che le aveva fatto causa per violazione del primo emendamento. Decisiva una precedente sentenza analoga contro il presidente.

La giovane pasionaria della sinistra Alexandria Ocasio-Cortez e il presidente Donald Trump sono diametralmente opposti, fatta eccezione per la loro provenienza da New York e per la loro presenza costante sui social. E proprio su Twitter, il mezzo preferito dal tycoon, scivola la deputata star dei democratici.

CAUSA PER VIOLAZIONE DEL PRIMO EMENDAMENTO

Aoc, così com’è conosciuta, è stata costretta a chiedere scusa a uno dei follower che ha bloccato e che le ha fatto causa per violazione del primo emendamento sulla libertà di espressione. L’ex parlamentare democratico e fondatore di American against anti-semitism Dov Hikind ha presentato un’azione legale contro Ocasio-Cortez in luglio dopo che la deputata lo aveva bloccato su Twitter e aveva rivendicato con orgoglio il diritto di farlo.

IL BLOCCO DOPO GLI ATTACCHI IN SERIE RICEVUTI

Un blocco deciso da Aoc dopo i ripetuti attacchi, simili a «molestie», ricevuti da Hikind colpevole di aver superato il limite con le violente critiche al paragone fatto da Ocasio-Cortez fra i centri di detenzione al confine con il Messico e i campi di concentramento. Ma il blocco ha scatenato l’ira di Hikind che ha fatto causa alla parlamentare sventolando una precedente sentenza contro Trump, in base alla quale il presidente ha violato la costituzione bloccando follower su Twitter perché lo criticavano o si prendevano gioco di lui. Così come altri politici, incluso Trump, anche Ocasio-Cortez aveva inizialmente rivendicato che l’account @AOC era privato e quindi fuori dal controllo del governo a differenza di quello ufficiale @RepAOC.

OCASIO-CORTEZ COSTRETTA AL PATTEGGIAMENTO

La sentenza contro Trump non ha lasciato spazio a Ocasio-Cortez, costretta a patteggiare la causa e scusarsi pubblicamente con Hikind. «Ho rivisto la mia decisione di bloccare Dov Hikind dal mio account Twitter. Hikind ha il diritto garantito dal primo emendamento di esprimere le sue idee e non essere bloccato per farlo», ha detto Ocasio-Cortez. »Guardando indietro è stato sbagliato» bloccarlo, «chiedo scusa».

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Twitter ha deciso di bloccare gli annunci pubblicitari politici

Dopo tante polemiche sulle strumentalizzazioni degli utenti, Twitter ha deciso di abolire tout court le inserzioni pubblicitarie politiche dalla sua..

Dopo tante polemiche sulle strumentalizzazioni degli utenti, Twitter ha deciso di abolire tout court le inserzioni pubblicitarie politiche dalla sua piattaforma. «Abbiamo preso la decisione di bloccare tutte le inserzioni pubblicitarie politiche a livello globale», ha annunciato il social dei cinguettii.

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Twitter ha chiuso migliaia di falsi account propagandistici

Il social network ha eliminato profili fake usati per operazioni di propaganda politica. Erano legati a Emirati Arabi, Egitto, Arabia Saudita, Spagna, Ecuador e Cina.

Operazione di pulizia contro i “troll” della Rete. Twitter ha annunciato il 20 settembre di aver sospeso in modo permanente migliaia di account fasulli, usati per propagare campagne informative e manipolatorie dell’opinione pubblica per conto di alcuni Stati. Gli account sono relativi principalmente agli Emirati Arabi Uniti, ma anche a Egitto, Arabia Saudita, Spagna, Ecuador e Cina.

OLTRE 4 MILA ARRIVAVANO DAGLI EMIRATI CONTRO QATAR E YEMEN

Nel dettaglio, Twitter ha bandito dalla sua piattaforma 4.248 account operati dagli Emirati e polemici nei confronti di Qatar e Yemen. Gli argomenti dei tweet spaziavano dalla guerra civile yemenita al gruppo armato sciita degli houthi. Altri 273 account eliminati, riferisce Twitter, erano utilizzati da Emirati ed Egitto per condurre una «operazione d’informazione sfaccettata con il Qatar come target primario», insieme ad altri Paesi come l’Iran, e per far circolare messaggi a sostegno del governo saudita. Altri sei account sospesi erano collegati all’apparato informativo statale dell’Arabia Saudita. In Spagna, invece, Twitter ha rimosso 265 account fake operati dal Partito popolare. In Ecuador nell’estate 2019 erano stati eliminati poco più di mille account legati al partito Alianza País. In Cina infine, dove ad agosto era stata individuata una rete di 200mila account fasulli volta a «seminare discordia sul movimento di protesta ad Hong Kong», sono stati eliminati 4.301 account.

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