I risultati delle elezioni presidenziali in Tunisia

Il giurista Kaïs Saïed ha vinto con oltre il 70% dei voti. Contrario all'abolizione della pena di morte, alla depenalizzazione dell'omosessualità e al progetto di legge sulla parità uomo-donna in tema ereditario, si dichiara musulmano ma non islamista.

Lo chiamano “Robocop”, per il suo modo forbito di parlare in arabo senza alcuna inflessione. Il giurista ultraconservatore Kaïs Saïed è il nuovo presidente della Tunisia, eletto con oltre il 70% dei voti. Contrario all’abolizione della pena di morte, alla depenalizzazione dell’omosessualità e al progetto di legge sulla parità uomo-donna in tema ereditario, si dichiara musulmano ma non islamista. Sconfitto il magnate delle tivù Nabil Karoui, distaccato di molte decine di punti al 27%. Superiore al 50% il tasso di affluenza.

L’AVVERSARIO FINITO IN CARCERE

Alle urne ha pagato la linea di dichiarata integrità morale di Saïed, 61 anni, professore di diritto costituzionale non coinvolto in precedenti esperienze politiche di sistema, che ha fatto della lotta alla corruzione e della volontà di rivalutare il ruolo sociale dello Stato il fulcro della sua campagna elettorale. Non hanno invece giovato al magnate Karoui le accuse di riciclaggio ed evasione fiscale che lo hanno costretto al carcere per sette settimane fino alla sua liberazione, avvenuta solo quatto giorni prima della data del ballottaggio, impedendogli di fatto di correre ad armi pari. Anche se il suo arresto ha sollevato molti dubbi, gli elettori hanno evidentemente percepito queste accuse come “macchie” e preferito un personaggio dall’aura integerrima e al di fuori degli schemi della politica tradizionale quale Saïed.

KAROUI AVEVA PROMESSO DI «SRADICARE LA POVERTÀ»

Non sono bastate a Karoui la sua vicinanza alle popolazioni povere del Sud del Paese con l’associazione caritativa “Khalil Tounes”, intitolata al figlio morto in un incidente stradale, le sue doti di comunicatore, la sua esperienza di uomo d’affari e la promessa di «sradicare la povertà» con un piano eccezionale in tre anni. Rimane però all’imprenditore, da questa discesa in campo, il buon risultato ottenuto alle legislative dal suo Qalb Tounes, che come seconda forza politica del Paese lo pone come principale partito di opposizione e interlocutore fondamentale nel nuovo paesaggio politico tunisino.

A SOSTEGNO DI SAÏED 51 LISTE

Del resto lo schieramento a sostegno di Saïed era imponente: il partito islamico Ennhadha, gli islamisti di Al Karama, Ettayar, il Movimento del Popolo, 51 liste in tutto a suo favore, e pure il premier Youssef Chahed si è schierato contro Karoui, dicendo ai suoi di votare «contro la corruzione». Dalla parte di Karoui solo il suo partito e la divisa famiglia progressista. Senza un partito né una macchina di propaganda strutturata, Saïed è riuscito ad imporsi agli elettori tunisini (specie giovani) come paladino dell’anti-sistema.

LA SFIDA DEL RISANAMENTO STATALE

Il programma di Saïed punta al risanamento delle istituzioni statali e al decentramento amministrativo basato sulla democrazia diretta con un occhio di riguardo alla sanità e all’educazione. Nel suo programma anche una nuova visione in materia di governance e sviluppo, la lotta alla corruzione e al terrorismo. Ai timorosi di chiusure verso l’esterno Saïed ha risposto affermando che la Tunisia «rimarrà aperta e nessuno sarà escluso». E per farla finita con le abitudini degli uomini di potere del passato, ha dichiarato che una volta eletto non avrebbe usufruito dello «sfarzoso palazzo di Cartagine», ma sarebbe rimasto a dormire a casa sua.

PRIMA PROVA L’INCARICO AL NUOVO PREMIER

Saïed dovrà adesso dimostrare di essere super partes. Prima prova l’affidamento dell’incarico al nuovo premier, che dovrà faticare non poco a mettere insieme il mosaico diversificato di forze politiche che compone il parlamento tunisino determinato dalle ultime elezioni legislative, per raggiungere una maggioranza stabile che consenta di portare avanti le riforme di cui il Paese ha bisogno.

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Elezioni legislative in Tunisia, avanti il partito islamico Ennahda

La formazione guidata da Ghannouchi è al 17,5%. Alle sue spalle Qalb Tounes del magnate Karoui. Caccia alle alleanze, ma la strada per la formazione di una maggioranza è tutta in salita.

In attesa dei risultati ufficiali delle elezioni legislative in Tunisia (in arrivo il 9 ottobre), i primi exit poll della società Sigma Conseil danno in testa il partito islamico Ennahda con il 17,5% delle preferenze, seguito da vicino da Qalb Tounes, la formazione del magnate in cella Nabil Karoui con il 15,6%, il Partito Desturiano Libero (Pdl) di Abir Moussi con il 6,8%, la coalizione islamista Al Karama, guidata dall’avvocato populista islamico Seifeddine Makhlouf con il 6,1%, e il social-democratico Ettayar (Corrente democratica) di Mohamed Abbou al 5,1%. A seguire una grande quantità di liste minori. Sia Ennahda che Qalb Tounes hanno annunciato, attraverso i loro rispettivi portavoce, di risultare vincitori in base a dati in loro possesso. Bassa l’affluenza alle urne, che si è fermata al 41,3% mentre nel 2014 era stata del 69%.

UN TEST IMPORTANTE PER LA GIOVANE DEMOCRAZIA TUNISINA

Il voto per il rinnovo dei 217 membri del parlamento è un test importante per la giovane democrazia tunisina che domenica 13 ottobre dovrà anche decidere il proprio presidente, con la scelta tra il giurista conservatore Kais Saied ed il magnate populista Nabil Karoui, in cella dal 23 agosto scorso con l’accusa di riciclaggio ed evasione fiscale. Dopo lo tsunami del primo turno delle presidenziali del 15 settembre, con un voto che ha premiato due candidati anti-sistema, la consultazione del 6 ottobre non fa che confermare la tendenza al voto-sanzione nei confronti dei partiti tradizionali, incapaci di intercettare il malcontento dei cittadini. Riesce a resistere solo l’islamico Ennahda, che secondo Anouar Maarouf, attuale ministro delle Telecomunicazioni, ha saputo conservare la sua doppia natura di partito rivoluzionario e di governo.

IL COMPLICATO PUZZLE DELLE ALLEANZE

Intanto è già partita la corsa alla ricerca di nuove alleanze che possano garantire un minimo di stabilità. Il leader di Ennahda, Rached Ghannouchi, ha annunciato che «Ennahda governerà da solo o in coalizione con le forze della rivoluzione», mentre Qalb Tounes di Karoui ha dichiarato che «il partito rimane aperto a tutte le forze, i partiti democratici e le figure nazionali che vogliono salvare il Paese e che sono consapevoli della gravità della situazione economica e sociale». Lo stesso Karoui del resto aveva dichiarato di non volere allearsi con Ennahda che ritiene responsabile, insieme al premier Youssef Chahed, della sua incarcerazione. Con il rischio di un’eccessiva frammentazione la strada per la formazione di una maggioranza stabile in parlamento appare al momento tutta in salita.

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Le cose da sapere sulle Legislative della Tunisia del 5 ottobre 2019

Voglia di astensione tra i giovani. Partiti al governo in crisi e forze dell'antipolitica senza una maggioranza. Difficile per il Paese uscire dallo stallo. E bloccare i migranti in partenza per l'Italia.

C’è forse più attenzione in Italia verso le Legislative del 5 ottobre 2019 in Tunisia che non tra i tunisini. Il voto è fissato nel weekend prima delle Presidenziali, il cui primo turno ha segnato l’esclusione dal ballottaggio del premier in carica Youssef Chahed. Ma il dato più eclatante della tornata elettorale del 14 settembre – indicativa per l’imminente rinnovo del parlamento – è stata l’astensione della metà (51%) degli oltre 7 milioni di aventi diritto al voto. La maggioranza di quel 49% andato alle urne ha scelto candidati anti-establishment. Il partito di Chahed, Tahya Tounes, è dato sotto al 10%. Gli islamisti di Ennahda con lui nella coalizione di governo sono in perdita continua di consensi dal 2011, come i socialisti di Nidaa Tounes che si sono scissi nella formazione di Chahed. È alta la probabilità di un risultato frammentato che non riesca a esprimere una maggioranza per formare un esecutivo e dare così alla Tunisia una stabilità attesa anche in Italia per arginare gli sbarchi in aumento.

Tunisia Legislative 2019 migranti Italia
Il leader di Ennahda Rached Ghannouchi, in corsa per le Legislative del 2019 in Tunisia. GETTY.

L’ITALIA PUNTA SULLA TUNISIA

Per risolvere l’emergenza migranti, il nuovo governo giallorosso ha grandi aspettative sull’interlocuzione con le controparti tunisine, arrivate ai ferri corti con l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Insediato alla Farnesina, Luigi Di Maio prepara una visita a Tunisi per «salutare personalmente il nuovo governo e discutere della priorità di accordi di riammissione e di rimpatrio». Ci sono i trattati bilaterali da ridefinire insieme, presumibilmente sulla base del decreto interministeriale sui migranti presentato il 4 ottobre dai titolari di Esteri, Giustizia e Interni. Nel testo la Tunisia è tra i 13 Paesi dichiarati «sicuri» verso i quali si promettono «rimpatri entro 4 mesi». L’ex prefetto Luciana Lamorgese, che ha sostituito Salvini al Viminale, identifica il motivo dell’aumento degli sbarchi «soprattutto nella situazione politica in Tunisia». Secondo i dati del ministero dell’Interno, nel mese di settembre «gli sbarchi autonomi, per lo più dalla Tunisia, sono più che raddoppiati rispetto ai 701 del settembre dell’anno scorso».

LA NUOVA ROTTA DEI BARCHINI

Le partenze dalla Libia restano difficili, in seguito ai controversi accordi  stretti dall’Italia con il governo di Tripoli, anche per riunire le milizie in una guardia costiera libica. Le rotte dei trafficanti si sono quindi spostate verso il Marocco (e poi la Spagna) e verso la Tunisia, da dove partono soprattutto piccole imbarcazioni di legno dirette verso Lampedusa. A bordo, in gran parte giovani tunisini che non vedono prospettive nel loro Paese a causa della crisi economica che la politica non è riuscita a risolvere né a smorzare dalle proteste del 2011, esplose per la stessa motivazione. A settembre è morto a 83 anni in una clinica dell’Arabia Saudita, dove era in esilio dalle rivolte che lo avevano deposto, l’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali che, con metodi sempre più autoritari, aveva guidato il Paese dal 1987. Mohamed Beji Caid Essebsi, ultimo presidente della nuova Tunisia, è scomparso a 92 anni poco dopo, nel luglio scorso. Fondatore nel 2012 di Nidaa Tounes, con lui si può dire se ne sia andato l’ultimo attore di peso della politica tunisina.

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Alle Legislative del 2019 in Tunisia è attesa molta astensione. GETTY.

LA DISPERSIONE DEL VOTO

Il leader storico di Ennahda, Rashid al Ghannushi, – in corsa – è insidiato dai rivali all’interno del partito che però alla fine ha candidato il costruttore di ponti Abdelfattah Mourou. Il vasto elettorato musulmano ha preferito l’outsider radicale Kais Saied, che con il 18% il 13 ottobre sfiderà il Berlusconi tunisino Nabil Karoui (16%), in carcere per accuse di riciclaggio e secondo per preferenze. Le percentuali delle ultime Presidenziali la dicono lunga sulla dispersione del voto: alle Legislative gli oltre 15 mila candidati ai 217 seggi del parlamento fanno capo, dai dati dell’Alta commissione elettorale indipendente, a 1.592 liste, 642 delle quali indipendenti. I partiti che impattano sul territorio sono una decina, e tra questi il nuovo movimento popolare di Karoui, Qalb Tounes, potrebbe avere la meglio sulle altre forze laiche in declino, Nidaa e Tahya Tounes. L’elettorato musulmano si potrebbe invece ricompattare su Ennahda, considerato che il giurista indipendente Saied non risponde a forze politiche

CRESCE IL SENTIMENTO DELL’ANTI-POLITICA TRA I TUNISINI

Ma il ramo tunisino della Fratellanza musulmana appare lontano dal 37% del 2011, e anche dal 28% di cinque anni fa. Anche posto che riesca a trovare un’intesa insieme i deputati del tycoon Karoui e quelli di Ennahda, potrebbe non avere una maggioranza. Lo stesso, vista la disaffezione per i partiti di Essebsi e Chahed, può valere per la solita vecchia coalizione tra destra e sinistra moderate: una formula che per molti è riuscita ad accumulare solo fallimenti dalle rivolte. Tant’è che tutti i partiti in corsa negano nuove larghe intese. La disoccupazione, al 15% su scala nazionale, in alcune aree raggiunge il 30%, l’inflazione ha sfiorato l’8% nel 2018. Tanti giovani dichiarano di non andare a votare: la democrazia che, nonostante tutto, si è affermata con la Primavera araba alla lunga non ha portato benessere, né fermento politico. Da sola, con buona pace di Di Maio, neanche l’esca anti-sistema di Karoui che si proclama «prigioniero politico» basterà con ogni probabilità a bloccare lo stallo di un parlamento popolato anche da piccoli partiti con pochi seggi.

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Chi era Zine El Abidine Ben Alì, per 23 anni il padrone della Tunisia

Il presidente si è spento all'età di 83 anni in Arabia Saudita dopo una lunga malattia. Salito al potere nel 1987 venne spodestato dall'ondata delle Primavere arabe.

L’ex presidente tunisino Zine El Abidine Ben Alì è morto a 83 anni in esilio, in una clinica in Arabia Saudita. L’uscita di scena arriva in una fase cruciale per la Tunisia in piena campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali. Lottava da tempo contro un cancro alla prostata. Fino alla rivoluzione che lo costrinse a fuggire all’estero nel 2011, Ben Alì, secondo presidente dopo l’indipendenza, è stato il padrone assoluto della Tunisia, interlocutore rispettato di tutte le cancellerie occidentali e nordafricane, nonostante il suo pugno di ferro contro ogni dissenso e la corruzione di cui beneficiava la sua cerchia familiare, in primis la moglie Leila Trabelsi.

L’ASCESA VERSO IL POTERE

Classe 1936, militare di carriera con grande esperienza internazionale (fu anche addetto militare, quindi ambasciatore a Varsavia), Ben Alì partecipò da giovane alla resistenza contro il dominio coloniale francese, finendo anche in prigione. Negli anni Sessanta fondò il Dipartimento della Sicurezza militare dirigendolo per 10 anni. La svolta politica arrivò poi negli anni ’80: diventò ministro dell’Interno il 28 aprile 1986 e poi Primo Ministro, nell’ottobre 1987. E proprio contro Habib Bourguiba, che lo aveva nominato premier, Ben Alì diede vita ad un ‘colpo di Stato medico’ (convinse i medici a dichiarare il presidente incapace di intendere e di volere). Il 7 novembre 1987 diventò quindi presidente, proseguendo la politica filo-occidentale di Bourguiba, combattendo l’integralismo islamico e per questo diventando il beniamino di Europa ed Usa.

LE RIFORME E LE ELEZIONI POLITICHE

Il suo partito, il Raggruppamento Costituzionale Democratico (ex Partito socialista desturiano), dominò nel frattempo la scena politica nazionale con Ben Alì che vinse le elezioni del 1994 e del 1999 la con una percentuale bulgara di oltre il 99 per cento. Il controllo totale e assoluto del Paese venne poi formalizzato nel 2002 grazie all’imposizione di una riforma costituzionale che di fatto abolì ogni limite alla sua rielezione. E nel voto del 2004 venne rieletto con oltre il 94% dei consensi. Nel 2009, ottiene il quinto mandato con una percentuale dell’89 per cento.

LA CADUTA CON LE PRIMAVERE ARABE

L’inizio della sua fine arrivò il 17 dicembre 2010, quando Mohamed Bouazizi, un giovane fruttivendolo senza licenza, si diede fuoco per protesta contro il sequestro del suo banchetto. Da quel momento in tutto il Paese iniziarono imponenti proteste di massa di giovani che chiedevano lavoro e denunciavano il carovita, ma che poi sfociarono nella richiesta di una maggiore libertà: proteste che si estesero presto a gran parte del mondo arabo, nelle cosiddetta Primavere arabe. Oltre cento persone, tra civili e poliziotti, morirono negli scontri. A quel punto Ben Alì decise di annunciare il suo ritiro dalla politica rifugiandosi nel gennaio 2011 nella sua villa di Abha in Arabia Saudita.

L’ULTIMO MESSAGGIO IL 15 MAGGIO SCORSO

Nel giugno dello stesso anno, iniziarono poi numerosi processi a lui e al suo clan che rivelarono gli abusi e la corruzione di cui si erano macchiati, accumulando immense ricchezze. Lui stesso venne poi condannato a diversi ergastoli per la morte di manifestanti. Il suo ultimo messaggio ai tunisini è stato del 15 maggio scorso. Pubblicato sulla pagina Facebook del suo avvocato e destinato a smentire le notizie sul suo stato di salute e che oggi suona come un testamento. «Da quando ho lasciato il mio amato paese, ho solo desiderato sicurezza, stabilità e sviluppo per il mio popolo… questo fa parte del mio impegno nazionale e della mia responsabilità di statista». «Sono pronto con tutto il cuore a fare del mio meglio per questo Paese che ho servito sinceramente per 50 anni. Ringrazio tutti i tunisini che mi hanno mandato messaggi di amore e rispetto, assicurandoli che tornerò nel mio Paese».

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Le Presidenziali anti establishment della Tunisia

Primo a sorpresa il giurista ultraconservatore Saied. Dietro il tycoon Karoui nei guai con la giustizia. L’elettorato islamista e dei socialisti ha punito i partiti tradizionali al governo. Riversandosi sugli outsider.

La disaffezione degli elettori era attesa, meno il risultato delle Presidenziali in Tunisia del 15 settembre che ha spazzato via al primo turno tutti i candidati convenzionali. Anticipare la chiamata alle urne, per influire sulle Legislative del 6 ottobre prossimo, ha accentuato la voglia di anti politica dei tunisini che per oltre il 55% hanno scelto di non votare alle elezioni democratiche. Il restante 45% (nel 2014 l’affluenza fu del 64%) ha fatto emergere a sorpresa l’outsider ultraconservatore Kais Saied (con il 19%), giurista indipendente tra i meno favoriti nelle intenzioni di voto. Al secondo turno dovrà sfidare il magnate della tivù Nabil Karoui (15%), dalle idee e dalla vita opposte alle sue. Il premier rottamatore Youssef Chahed è arrivato invece solo quinto con una manciata di voti (7%), dopo il ministro uscente della Difesa indicato come successore ideale del defunto presidente Beji Caid Essebsi, Abdelkarim Zbidi (10%). A sua volta dietro il leader degli islamisti di Ennahda Abdelfattah Mourou (13%).

Tunisia elezioni ballottaggio Saied Karoui
Il giurista indipendente Kais Saied, ultraconservatore, arrivato primo al primo turno delle Presidenziali in Tunisia. GETTY.

IL COSTITUZIONALISTA ULTRA-CONSERVATORE

Nessuno alla vigilia del voto avrebbe scommesso sul costituzionalista Saied, che senza strutture di partito ha condotto una campagna con mezzi minimi. Ma in linea di massima le idee degli oltre 7 milioni di aventi diritto al voto tunisini non sono cambiate: i due candidati anti-establishment riflettonono nella sostanza le visioni contrapposte dei partiti di massa al governo senza successo dalle Primavere arabe. Saied ha attinto dalla base del movimento degli islamisti della Fratellanza musulmana, puniti per il lustro trascorso nella grande coalizione (con vari rimpasti) con i laici progressisti. Accademico di lungo corso, 61 anni, il frontrunner delle Presidenziali del 2019 è contro la depenalizzazione del reato di omosessualità e per la pena di morte. Saied è anche un duro oppositore della legge per la parità tra uomini e donne in caso di eredità: una riforma voluta da Essebsi, morto il 25 luglio scorso a 93 anni, ma non ancora approvata in parlamento per l’aspro dibattito.

Forte dell’etere, per le Presidenziali del 2019 ha creato il movimento popolare Qalb Tounes, «cuore della Tunisia»

IL TYCOON SOCIALISTA BRACCATO DALLA GIUSTIZIA

Non avrebbe opposto resistenze al testo Karoui (che al ballottaggio dovrà vedersela con Saied), definito il Berlusconi tunisino. Le similitudini nell’ascesa e nelle vicissitudini politico-giudiziarie tra i due imprenditori sono impressionanti. Patron della tivù commerciale Nessma fondata nel 2007 grazie all’appoggio del regime laico socialista di Ben Ali, dopo le rivolte del 2011 Karoui si è riciclato appoggiando movimento socialdemocratico Nidaa Tounes, depurato da Essebsi dall’autoritarismo e antitetico all’islamismo. Ma è andata a finire che Nidaa Tounes ed Ennahda sono state costrette a governare insieme, come poi dal 2016 gli scissionisti di Nidaa Tounes del premier e leader del nuovo partito Tahya Tounes, Chahed. A destra ci ha guadagnato Saied. A sinistra invece il tycoon che, forte dell’etere, per le Presidenziali del 2019 ha creato il movimento popolare Qalb Tounes, il «cuore della Tunisia». Dicono i detrattori per salvarsi dai processi con l’immunità.

Tunisia elezioni ballottaggio Saied Karoui
Salwa Smaoui, moglie del magnate Nabil Karoui arrestato durante la campagna per le Presidenziali in Tunisia. GETTY.

I GUAI CON LE LICENZE E L’INCHIESTA PER RICICLAGGIO

Nessma è compartecipata dal 2008 da Mediaset (25%) e da Quinta Communications di Tarak Ben Ammar (25%). In primavera l’Authority indipendente per la comunicazione audiovisiva (Haica) della Tunisia ha sequestrato le attrezzature della tv, con l’accusa di trasmettere senza licenza dal 2014. Nel giugno dopo Karoui è sceso in campo per le Presidenziali. Ma il 23 agosto è stato arrestato, per un’inchiesta sul «riciclaggio di denaro» aperta dalla magistratura sulla base delle accuse anche di appropriazione indebita di fondi all’estero, tramite società cinematografiche, mosse dalla Ong tunisina I Watch, partner di Transparency. Ed è scattato il blocco di Haica a Nessma a trasmettere la campagna elettorale di Karoui. Ma la sua corsa è andata avanti con successo, attraverso la moglie Salma Smaoui diventata star dei comizi. E attraverso la rete assistenziale creata, alla morte del figlio nel 2016 in un incidente stradale, per la beneficenza tra i ceti umili e disagiati.

IL POPULISMO GARANTISTA BATTE IL GIUSTIZIALISMO

Le Monde ha definito il risultato del primo turno in Tunisia «un’insurrezione elettorale contro il sistema dei partiti». Il ballottaggio potrebbe tenersi con le Legislative: un duello descritto tra «populismo e ultraconservatorismo». L’arresto di Karoui ha dato vigore alla sua corsa: il 56enne, ex venditore e pubblicitario, denuncia dal carcere la persecuzione giudiziaria. E sebbene la Cassazione abbia respinto un ricorso per la sua liberazione, anche i repubblicani liberali di Afek Tounes e la Lega tunisina per i diritti umani chiedono il rispetto dello stato di diritto e sospettano di giustizia a orologeria il premier uscente. Di certo Chahed, che i garantisti temono aver smosso i giudici, ha fatto approvare in parlamento un emendamento per vietare le candidature alle Presidenziali di soggetti finanziati da associazioni di beneficenza o dall’estero. Un testo poi mai firmato dal capo dello Stato. Chahed potrebbe, come il governo Renzi in Italia, durare una stagione. Se gli elettori islamisti e socialisti si coaguleranno, come è probabile, sugli outsider.

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I risultati del primo turno delle elezioni in Tunisia

Gli exit poll danno in testa l'indipendente Said e il "Berlusconi del Maghreb" Karoui, che andrebbero al ballottaggio. Crollano i partiti tradizionali.

In attesa dei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali in Tunisia, i primi exit poll della società Sigma Conseil danno in testa il giurista indipendente Kais Said con il 19,5% dei voti seguito dal magnate Nabil Karoui con il 15,5%, che andrebbero al ballottaggio. Al terzo posto il candidato del partito islamico Ennhadha, Abdelfattah Mourou con l’11,0%, seguito dal ministro della Difesa dimissionario, Abdelkarim Zbidi con il 9,4%, il premier uscente Youssef Chahed con il 7,5% e il giornalista e scrittore Safi Said con il 7,4%.

LA SCONFITTA DEI PARTITI TRADIZIONALI

Tutto questo significa, tradotto, la sconfitta dei partiti tradizionali e la vittoria degli indipendenti, del populismo, di coloro che sono riusciti ad intercettare il malcontento e a riempire il vuoto lasciato dalla famiglia centrista, dalla sinistra e anche dai partiti islamici, tutti incapaci di dare risposte dirette ai bisogni dei cittadini in un periodo di grave crisi economica. Di fronte ad un’offerta politica mai così varia (24 erano i candidati), scomparsa dal panorama politico tunisino la marcata contrapposizione tra campo islamista e progressista, in un clima di disincanto sociale ed economico, l’elettorato ha premiato dunque i movimenti populisti, i candidati che sono riusciti a creare un contatto diretto con la gente.

CROLLO DELL’AFFLUENZA

In quest’ottica va letto anche il crollo del tasso di partecipazione alle urne che, se da un lato pone la Tunisia al pari delle democrazie più evolute, dall’altro testimonia il rapido distacco dei cittadini dalla politica nell’arco di soli 8 anni dalla cacciata di Ben Alì. Il disincanto e le promesse non mantenute dalla rivoluzione del 2011 hanno fatto sì che gran parte dei giovani senza lavoro non si sia recata alle urne. Il numero esorbitante di candidati potrebbe inoltre aver contribuito al disorientamento degli elettori, dopo una campagna elettorale carente di contenuti, nella quale si è parlato poco di programmi e questioni pratiche.

IL SUCCESSO DEL “BERLUSCONI TUNISINO”

Karoui, 56 anni, patron di Nessma Tv e da alcuni soprannominato il “Berlusconi tunisino”, ha costruito la sua popolarità percorrendo in lungo e in largo il Paese e distribuendo aiuti con la sua associazione caritativa Khalil Tounes, diventando una sorta di catalizzatore di solidarietà sociale. «Karoui ama il popolo, ama i poveri», diceva di lui oggi la gente fuori dai seggi. Per la classe popolare, osservano gli analisti, Karoui non estorce i voti ai poveri ma è uno che tenta di compensare le lacune dello Stato. Uno Stato che non è riuscito a dare a loro ciò che desideravano. La notizia insomma è che a passare al secondo turno sarà un candidato a tutt’oggi ancora in custodia cautelare preventiva, in sciopero della fame per protesta, che si è definito «prigioniero politico» e che ha accusato apertamente l’esecutivo per il suo arresto. Una situazione inedita che fa riflettere anche in Tunisia sui delicati rapporti tra magistratura e politica ma soprattutto sul fatto che proprio il suo arresto alla vigilia della campagna elettorale abbia rappresentato il volano nella sua corsa verso il Palazzo di Cartagine.

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Presidenziali in Tunisia: candidati e scenari

Il voto per il capo di Stato influirà sulle Legislative dl'autunno. Tra rottamatori, tycoon alla Berlusconi, ex ministri e nostalgici del regime, la partita è aperta. In corsa anche il primo candidato islamista.

Le Presidenziali in Tunisia del 15 settembre, le seconde dalla Rivoluzione dei gelsomini del 2011, costituiscono un passaggio cruciale per capire se continuerà o no l’evoluzione democratica nell’unico Paese dove, con qualche limitazione, è sopravvissuta la Primavera araba. Tra gli oltre 7 milioni di aventi diritto al voto non c’è forse mai stato, nella storia della Tunisia, tanto disorientamento. Il momento è così delicato perché il 25 luglio scorso – dopo anni di grave stallo politico e di crisi economica e sociale – è venuto a mancare il capo di Stato uscente Beji Caid Essebsi: leader 93enne e, per la fermezza istituzionale dimostrata, colonna della Tunisia che a fatica prende forma dalle macerie dopo quasi 25 anni di regime di Ben Ali. Dopo la sua morte, il voto per succedergli è stato anticipato dal 17 novembre.

IL VUOTO LASCIATO DA ESSEBSI

A dispetto dell’età, Essebsi sarebbe ricomparso sulle schede elettorali del 2019. Nidaa Tounes, la creatura politica da lui fondata nel 2012 per ricalcare la stagione laica e democratica dei primi anni della presidenza Bourghiba (1957-1987), non ha profili altrettanto spendibili, men che meno di rinnovamento. Con il vuoto, anche prevedibile, lasciato da Essebsi si è aperta un’autostrada per la corsa ad accaparrarsi i fulcri del potere da parte dei principali partiti politici. Ma anche delle nuove sigle createda chi si pone, come il premier Yussef al Shahed (scissionista di Nidaa Tounes) ma non è l’unico, come uomo del cambiamento.

presidente tunisia Essebsi morto
L’ex presidente Beji Caid Essebsi. GETTY.

I TUNISINI AL BIVIO

Il risultato può portare a un’era di rottamazione o di populismo. Può imporsi la restaurazione, come in Egitto e in Siria. O, al contrario, a dispetto del malcontento popolare, può proseguire la difficile transizione – ma inclusiva delle varie anime del Paese – attraverso un capo di Stato, e poi di un esecutivo, nel solco di Essebsi e dei governi di unità nazionale susseguitisi tra crisi e rimpasti dal 2014. Tra i 26 candidati ammessi, del centinaio che si erano presentati, ci sono nomi che vantano consensi significativi per ciascuna delle strade percorribili. Nessuno tra loro è maggioritario, solo un paio spiccheranno verso il ballottaggio del prossimo novembre, dopo le Legislative sulle quali tuttavia incideranno i candidati di peso. Non è facile capire chi la spunterà in una corsa carica di personalismi e colpi bassi. I tunisini per primi cercano di farsi un’idea su chi sia meglio eleggere nei duelli in tivù tra i candidati per la prima volta organizzati nel Paese. Almeno questo un segnale di democrazia.

Tunisia elezioni presidenziali 2019 scenari
Il ministro tunisino della Difesa Abdelkrim Zbidi, candidato alle Presidenziali 2019. GETTY.

ZBIDI, IL VOLTO DELLA CONTINUITÀ

Dovesse tra loro prevalere il ministro uscente della Difesa Abdelkrim Zbidi, 69enne, medico e già ministro tecnico della Salute sotto Ben Ali, le politiche del neo presidente non si discosterebbero troppo dalle precedenti. Proprio da Essebsi, che per Costituzione come capo di Stato ha prerogative sulle agenzie nazionali di sicurezza e sull’esercito, Zbidi fu voluto a ricoprire l’incarico alla Difesa. La sua candidatura da indipendente alle Presidenziali è stata spinta da Nidaa Tounes e dai liberali di Afek Tounes, e sebbene una sua vittoria equivalga nei fatti alla conferma dello status quo (nel governo, di un’altra grande coalizione) l’ipotesi non è peregrina. Il suo nome è in ascesa, proprio perché il suo mandato sarebbe il prosieguo di quello rassicurante di Essebsi. Come il defunto presidente, anche Zbidi si è schierato per un blando presidenzialismo.

Tunisia elezioni presidenziali 2019 scenari
Il premier della Tunisia Yussef al Shahed, candidato anche alle Presidenziali. GETTY.

AL SHAHED, DA PREMIER A PRESIDENTE?

La nuova Costituzione del 2014 aveva reso il Capo dello Stato garante delle istituzioni e figura di raccordo tra di esse, con molti meno poteri di Ben Ali. Fatto salvo un mandato limitato in materia di Affari esteri, Difesa e Sicurezza nazionale che pur Essebsi durante l’ultima legislatura aveva ampiamente esercitato, senza sconfinare nella deriva autoritaria, proclamando lo stato di emergenza a causa degli attentati ma anche per reprimere le manifestazioni e gli scioperi nelle fabbriche. Tutto il resto, in mano al governo e al parlamento, si era in gran parte arenato. E ormai anche gran parte dell’opinione pubblica vuole che si sblocchi, cambiando la Costituzione e garantendo un presidente della Repubblica più forte. Zbidi, laico e già competente in materia di sicurezza, sarebbe anche un interlocutore affidabile per i governi occidentali come l’Italia. Ma dovesse avere la meglio su di lui al Shahed, il giovane premier che punta anche alla presidenza, non cambierebbe lo stesso molto in Tunisia.

Tunisia elezioni presidenziali 2019 scenari
Nabil Karoui, il Berlusconi della Tunisia, candidato alle Presidenziali del 2019. GETTY.

IN CORSA IL BERLUSCONI TUNISINO 

Dal 2016 al Shahed guida il governo bipartisan con gli islamisti di Ennahda. Classe 1975, agronomo, è stato rapido a passare in pochi mesi da neo-ministro del governo tra Nidaa Tounes ed Ennahda a premier, intercettando la voglia di cambiamento dei tunisini. Il suo nuovo partito à la Macron, Tahya Tounes, diventato seconda forza del Paese, si è reso poi complice di impopolari misure di austerity. Ma con la sua nuova crociata contro la corruzione al Shahed confida di attrarre ancora milioni di voti. Sua, a detta dell’opposizione, sarebbe la mano dietro all’arresto a fine agosto, con l’accusa di riciclaggio, del tycoon tunisino Nabil Karoui. Proprietario (con Tarak Ben Ammar e Silvio Berlusconi) della tivù commerciale Nessma, a maggio il 56enne era stato tra i primi a candidarsi alle Presidenziali, fondando il movimento Qalb Tounes (Al cuore della Tunisia) che, attraverso il canale e una rete caritatevole, fa presa tra le fasce popolari.

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La candidata alle Presidenziali Abir Moussi, nostalgica di Ben Ali. GETTY.

LA LAICA AUTORITARIA CONTRO L’ISLAMISTA MODERATO

I sospetti su società estere di copertura di Karoui circolavano da anni e dopo il blitz della cattura, fin troppo teatrale, adesso può passare da martire. Il magnate dei media, ex supporter dei socialisti di Nidaa Tounes, continua infatti a correre da dietro le sbarre. E si dichiara vittima di una giustizia a orologeria. A macchia di leopardo, trova consensi in Tunisia anche la nostalgica dell’autoritarismo Abir Moussi. La 44enne si spaccia come volto nuovo della politica, in realtà era molto attiva (poi mai pentita) nel partito di Ben Ali. A caccia di disillusi dalle Primavere arabe e di voti femminili, Moussi è per un presidenzialismo forte, è contro il velo tout court e considera tutto l’islam estremista. Per sgombrare il campo da equivoci, gli islamisti hanno invece rinunciato a ricandidare l’ideologo Rashid al Ghannushi, in favore del più moderato Abdelfattah Mourou, noto costruttore di ponti. Portavoce ad interim del parlamento, Mourou è anche il primo candidato nella storia di Ennahda alla presidenza della repubblica.

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