Sui tumori da cellulare la politica sta con la scienza

Dopo la sentenza della Corte d'Appello di Torino sul nesso tra telefonini e cancro, il ministro della Salute Speranza mette ordine: «Sono vincolanti i pareri di Organizzazione mondiale della sanità e Istituto superiore di sanità». Che smentiscono ogni legame.

Scontro con polemica tra giudici e scienziati: il cellulare può causare tumori alla testa? Secondo diversi studi no, eppure la magistratura non pare essere d’accordo. Ora sulla questione è intervenuta anche la politica.

LE SENTENZE SI RISPETTANO, MA…

Secondo il ministro della Salute, Roberto Speranza, «le sentenze si rispettano sempre e in ogni caso. Sulle materie di natura scientifica per quanto mi riguarda è vincolante quello che viene affermato dagli istituti internazionali di maggiore prestigio a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità e a partire, in Italia, dall’Istituto superiore di sanità». Un punto a favore della scienza, insomma.

IL CASO DEL DIPENDENTE TELECOM AMMALATO

La sentenza a cui Speranza ha fatto riferimento è quella della Corte d’Appello di Torino che il 14 gennaio 2020 ha confermato il giudizio di primo grado del tribunale di Ivrea, datato 2017, sul caso sollevato da un dipendente Telecom Italia colpito da neurinoma del nervo acustico. Sostenendo dunque che l’uso prolungato del telefonino è potenzioalmente dannoso.

LA SCIENZA AVEVA ESCLUSO CORRELAZIONI

Chi ha ragione allora? Il pronunciamento ha riaperto il dibattito, anche se nell’estate del 2019 un rapporto curato da Istituto superiore di sanità (Iss), Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea non aveva dato conferme all’aumento di neoplasie legato all’uso del cellulare.

L’ISS SICURO: «SOLIDE EVIDENZE SCIENTIFICHE»

Infatti Alessandro Vittorio Polichetti, primo ricercatore dell’Istituto superiore di sanità, ha confermato tutto all’Ansa: «L’ipotesi che l’uso prolungato del cellulare possa causare tumori alla testa non è fondata su una base scientifica. Finora, nessuna correlazione è stata provata tra i campi elettromagnetici dei cellulari e l’insorgenza di tumori. Ci sono solo dei sospetti di cancerogenicità ma non confermati».

LA CONDANNA ALL’INAIL: RENDITA VITALIZIA

Eppure dal canto suo Roberto Romeo, dipendente Telecom Italia affetto da un tumore al cervello, benigno ma invalidante, che l’ha colpito dopo un uso prolungato del telefonino, ha dichiarato dopo la sentenza che vorrebbe addirittura apporre sulle scatole dei cellulari la dicitura “Nuoce gravemente alla salute, a meno che non venga utilizzato correttamente”. I giudici hanno condannato l’Inail a corrispondergli una rendita vitalizia da malattia professionale.

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Corte d’Appello di Torino: l’uso prolungato del cellulare può causare tumori

La sentenza conferma la pronuncia del 2017 del tribunale di Ivrea. Si riapre il dibattito.

L’uso prolungato del telefono cellulare può causare tumori alla testa. Lo sostiene la Corte d’Appello di Torino che, martedì 14 gennaio, ha confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Ivrea, emessa nel 2017, sul caso sollevato da un dipendente Telecom Italia colpito da neurinoma del nervo acustico. L’uomo aveva usato per 15 anni il cellulare per tre ore al giorno senza protezioni, quindi in modo scorretto. L’Inail era stata costretta così condannata a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale.

IL RAPPORTO DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ

Il pronunciamento riapre il dibattito sulla pericolosità dei cellulari. Solo l’estate scorsa un rapporto curato da Istituto Superiore di Sanità, Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea non aveva confermato l’aumento di neoplasie legato all’uso del cellulare. Lo studio aveva certificato come l’uso prolungato dei telefoni cellulari, su un arco di 10 anni, non fosse associato all’incremento del rischio di tumori maligni (glioma) o benigni (meningiomaneuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari).

L’ALLARME IARC E LA CASSAZIONE

Tutto il contrario dall’allarme lanciato nel 2011 dallo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Onu, che aveva inserito i dispositivi nella categoria 2b (possibili cancerogeni). A livello giuridico invece nel 2012 fu la Cassazione a pronunciarsi su un «ruolo almeno concausale» del telefonino nella genesi di alcuni tumori dei nervi cranici.

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La cantante dei Roxette Marie Frediksson è morta

Ammalata di tumore al cervello dal 2002, la voce del duo svedese è scomparsa lunedì 9 dicembre.

Marie Fredriksson, la metà femminile del duo pop svedese Roxette, è morta all’età di 61 anni. Frederiksson formò i Roxette con Per Gessle nel 1986. I due pubblicarono il loro primo album lo stesso anno per poi raggiungere il successo internazionale alla fine degli anni ’80 e nei ’90. L’artista è morta lunedì «per le conseguenze di una lunga malattia». «È con grande dispiacere che dobbiamo informarvi della scomparsa di una delle più grandi e amate artiste», ha dichiarato la sua agenzia di management. Marie Fredriksson si ammalò nel 2002 e le fu diagnosticato un tumore cerebrale.

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Avere il cancro al tempo dei social network

Sono sempre di più le persone che, specialmente su Twitter, rivelano di avere un tumore cercando conforto nelle interazioni. Lo strazio di una verità che nessuno vorrebbe pronunciare ma un giorno si ritrova a urlare a una platea virtuale, sperando che diventi vera e curi almeno la solitudine.

Si parla tanto di tendenze in Rete, di insulti e controinsulti, di hate speech e free speech e c’è chi vuole metter dei sacchi di sabbia vicino alle finestre dei social, per dire il controllo anagrafico, capillare, maniacale che poi non serve a niente. Ecco, si parla sempre delle autostrade dell’odio che viaggiano tra Facebook e Twitter e non c’è dubbio, perché la pianta storta dell’umanità non può raddrizzarsi nel mondo virtuale, anzi si esalta nelle sue contorsioni, l’uomo storto nasce e storto muore.

Però, poi, c’è un però. Però non è solo questo, la Rete. Non sono solo questi, i social. Qui c’è tanta solitudine. Qui c’è paura, e disperato urlo muto di speranza, e sconcertata richiesta di qualcosa, qualcuno cui aggrapparsi anche per finta, anche senza conoscerlo. Qui c’è il grido: io sono vivo, io voglio restare vivo. Malgrado tutto, a dispetto della cattiveria degli umani, della loro distanza, di un domani che mi aspetta tremendo come un percorso di guerra.

Perché sui social, Twitter in particolare, sono sempre di più quelli che annunciano: ho un cancro, comincio la chiemioterapia, restatemi vicino. E li vedi, ci inciampi contro, e non sai come reagire, non sai cosa pensare: è giusto, dare in pasto il proprio male? È normale, chiedere aiuto in questo modo così drammatico e volatile? Serve a qualcosa, o è solo patetico? Ma poi, non siamo tutti patetici di fronte al nostro male, che minaccia di spegnerci? Che senso ha chiedere parole sconosciute, se siamo lastre di vetro dove parole scorrono?

QUELLE GRIDA DI AIUTO COSÌ DIVERSE E COSÌ UGUALI

Eppure, i social scoppiano di queste grida quiete, gentili, quasi titubanti, quasi esitanti. C’è la signora in età, i capelli bianchi, vaporosi, c’è la ragazzina che non penseresti mai, così fresca, così ragazzina. E c’è la donna fatta, coi suoi percorsi speciali, la fatica e il lavoro, donna madre con figli da rassicurare, mentre è lei a tremare. E c’è il signore che ti guarda fisso, vorrebbe dimostrarsi uomo, forte, sicuro anche in questa prova, ma cos’è un uomo senza la paura da sfidare?

Ho paura, non so chi sei, ma stammi vicino perché la vita mi sta mettendo alla prova più estrema e allora non c’è più spazio per l’odio, l’anonimato, il mondo virtuale, quello reale

Sono tanti, e sono sempre di più; anche a voler sospettare che qualcuno cerchi solo attenzione, o che, pure in buona fede, sia caduto nell’emulazione di quella spinosa tendenza tra i vip a raccontare proprio tutto, anche questo, anche la malattia, buona ultima Emma Marrone, la cantante di cui non si è mai capito del tutto il nemico, ma tutti abbiamo immaginato il peggiore, e finalmente, dopo un mese, eccola sulle pareti di tutte le stazioni della metropolitana col volto del suo nuovissimo disco; anche a calcolare la malizia degli uomini e donne che restano piante deboli e storte, la maggior parte di questi profili sono umani, troppo umani.

A questi non serve l’anonimato, non lo cercano. Vogliono solo che qualcuno, o tanti, tutti sconosciuti, che non incontreranno mai, che non li vedranno mai sulle loro poltrone di dolore, però si prendano cura di loro per un attimo: ho paura, non so chi sei, ma stammi vicino perché la vita mi sta mettendo alla prova più estrema e allora non c’è più spazio per l’odio, l’anonimato, il mondo virtuale, quello reale, le autostrade della follia.

LA RICERCA DI QUALCUNO NELLA SOLITUDINE DELLA MALATTIA

Adesso è solo assenzio, che brucia e, speriamo, guarisce, e pazienza, e dietro le vetrate quel sole che speriamo di poter riprendere in mano un giorno. Presto. Stammi vicino, ho un tumore, «domani inizio la chemioterapia, ma io sono forte, ce la farò». E, sotto, le centinaia le migliaia di cuori, di condivisioni, di auguri magari di circostanza, ma almeno ci sono: non sarebbe atroce se un urlo così cadesse in un imbuto di disattenzione? Forse, malgrado le storture, nella pianta umana qualcosa da salvare ancora c’è. C’è la fragilità di chi è colpito, la solidarietà automatica, distante, distratta, ma presente, di chi se ne accorge. «Aiutami», l’invocazione che rende umano un essere umano. «Ci sono», la risposta che rende umano un essere umano.

Nei social ci sono anche istanti di eternità, c’è lo strazio di una verità che nessuno vorrebbe pronunciare ma un giorno si ritrova ad urlare a una platea possibile, sperando che diventi vera

Magari, è solo un’illusione. Magari invece fa bene per davvero. Ma, ecco, è per dire che le autostrade dei social non sono solo piene di scontri di ego, carambole di meschinità, epocali cazzate senza speranza, finzioni di finzioni avvolte nella bugia. Ci sono anche istanti di eternità, c’è lo strazio di una verità che nessuno vorrebbe pronunciare ma un giorno si ritrova ad urlare a una platea possibile, sperando che diventi vera. L’incubo di tutti, ho un cancro, comincio una cura difficile, aleatoria, statemi vicino, vi cercherò inchiodato alla mia poltrona di dolore, mentre l’assenzio scorre in me insieme alla paura e alla speranza.

Non è un discorso d’odio e non lo è di libertà. È solo spavento, pietà. E sono così tanti, e poi sempre di più. Sì, probabilmente qualcuno ha pensato che se succede a un vip, se lo fa anche un vip, allora può farlo anche lui. E dopo di lui un altro, e un altro, e un altro. Tu ci inciampi e ti chiedi se sia giusto poi metterci un cuore, se sia giusto tirare via. In tutti i casi è strano, imbarazzante e ingrato. Ma, mentre vai via, più o meno leggero di un cuore distante, non puoi fare a meno di specchiarti. Perché un giorno quel grido muto su Twitter potresti lanciarlo tu.

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Dna modificato contro il cancro: i primi risultati sono positivi

L'esperimento fatto su tre pazienti affetti da mieloma e sarcoma sta dando i segnali sperati. Ecco in cosa consiste il trattamento ideato dai ricercatori dell'università della Pennsylvania.

Sembra funzionare l’editing del Dna contro il cancro. La tecnica, nota come Crispr, è volta a rafforzare il sistema immunitario, rendendone più efficace la risposta al tumore. Un primo esperimento, su tre pazienti, sta dando risultati positivi, che saranno presentati dai ricercatori dell’università della Pennsylvania al prossimo meeting della American Society of Hematology. Due dei tre pazienti, spiega il New York Times, avevano un mieloma multiplo, un tumore del sangue, mentre l’altro un sarcoma, tutti in stadio avanzato.

CELLULE MODIFICATE PER RAFFORZARE LA RISPOSTA AL TUMORE

I ricercatori hanno estratto le cellule T del sistema immunitario dai soggetti e le hanno trattate con il Crispr per ‘spegnere’ tre geni e rendere la risposta al tumore più aggressiva. Un’altra modifica del Dna, fatta invece in maniera tradizionale, ha indirizzato le cellule verso quelle tumorali. Ai tre pazienti sono state poi infuse 100 milioni di queste cellule modificate, e il follow up più lungo è arrivato a sei mesi.

Le cellule si stanno comportando come speriamo, e non abbiamo visto effetti collaterali significativi

Edward Stadtmauer, ricercatore

«La buona notizia», spiega Edward Stadtmauer, l’autore principale della ricerca, «è che i pazienti sono ancora vivi. Finora la migliore risposta che abbiamo visto è che le malattie si sono stabilizzate. Le cellule si stanno comportando come speriamo e non abbiamo visto effetti collaterali significativi».

È ancora molto presto, ma sono risultati estremamente incoraggianti

Aaron Gerds, Cleveland Clinic

Contattato dalla Associated Press, un esperto indipendente, Aaron Gerds della Cleveland Clinic, ha spiegato: «È ancora molto presto, ma sono risultati estremamente incoraggianti». Lo studio è sponsorizzato dall’Università della Pennsylvania, dal Parker Institute for Cancer Immunotherapy di San Francisco e da una società di biotecnologie, Tmunity Therapeutics. Numerosi leader dello studio e l’università hanno una partecipazione finanziaria nella società e possono beneficiare di brevetti e licenze sulla tecnologia.

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