Cosa sapere della spy story che coinvolge Conte, Trump e i servizi italiani

Incontri tra alti funzionari Usa e 007. Professori maltesi spariti nel nulla. Atenei nel mirino. Il Russiagate e il rapporto Mueller. I personaggi, i fatti, le ipotesi e le dichiarazioni intorno all'affaire.

«Non risulta alcuna informativa al Quirinale sul caso in argomento, anche perché il Quirinale non riceve abitualmente notizia di singole operazioni di collaborazione in corso tra Paesi alleati». Il Capo dello Stato non ci sta a essere tirato in mezzo nella spy story che sta mettendo in imbarazzo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E fa pervenire al Messaggero la secca smentita circa l’esistenza del presunto messaggio con cui Palazzo Chigi avrebbe avvertito il Colle delle richieste fatte pervenire dall’amministrazione Trump al governo italiano.

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GLI INCONTRI TRA BARR E I SERVIZI ITALIANI

Conte è infatti accusato di aver autorizzato incontri tra gli 007 italiani e il procuratore generale Usa William Barr arrivato in Italia per scoprire le prove di un altrettanto presunto complotto ai danni del presidente Usa. Ma cosa è avvenuto? E quale è la portata di questo potenziale scandalo? Per provare a capire non basta riordinare i fatti, ma anche i singoli personaggi al centro di un giallo che in più occasioni scivola nella farsa.

Il professore Joseph Mifsud.

CHE FINE HA FATTO JOSEPH MIFSUD?

Come nei migliori romanzi, tutto ruota attorno alla figura di un convitato di pietra, un personaggio oggi irreperibile: il professor Joseph Mifsud, docente maltese che, nel marzo 2016, avrebbe incontrato a Roma George Papadopoulos, consigliere della campagna elettorale di Donald Trump. Secondo le ricostruzioni della stampa, i due sarebbero vecchi conoscenti, un’amicizia che risalirebbe ai tempi di una comune collaborazione a Londra. Ma torniamo al 2016, a quando cioè Mifsud avrebbe avvisato l’amico di poter far da tramite con russi in possesso di migliaia di e-mail compromettenti della sfidante democratica Hillary Clinton da usare per mettere in moto una macchina del fango elettorale.

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Robert Mueller.

Un anno dopo, alla fine del mese di ottobre 2017, il procuratore speciale Robert Mueller, che indagava sul Russiagate, rende pubblico il nome di Mifsud e del professore si perde ogni traccia. Per gli statunitensi gli 007 italiani avrebbero un ruolo nella faccenda.

IL RUOLO DELLA LINK UNIVERSITY

C’è un particolare che merita attenzione: l’incontro del 2016 tra Joseph Mifsud e George Papadopoulos potrebbe essere avvenuto all’interno della Link University, ateneo presso il quale per la stampa il docente maltese presiedeva il corso di Relazioni internazionali. Non solo. Come ha scritto Luciano Capone su Il Foglio Mifsud è socio al 35% della Link International, società controllata da Link Campus (e per questo Scotti ha minacciato di querela per calunnia il giornalista). L’ateneo, che presenta diversi collegamenti con il Movimento 5 stelle (da lì provengono l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, l’attuale sottosegretaria agli Esteri Emanuela Del Re ed è stato frequentato da Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa) comparirebbe anche nel Rapporto Mueller. Sempre alla Link University, a fine ottobre 2017 Mifsud viene avvicinato dal giornalista de La Repubblica Paolo G. Brera che gli chiede conto delle indagini che lo hanno coinvolto e che stanno facendo tanto rumore negli Usa. «Quello che ha raccontato Papadopoulos non è vero», risponde seccamente Mifsud. Ma poi aggiunge: «Tutto ciò che ho fatto è favorire rapporti tra fonti non ufficiali e tra fonti ufficiali e non, per risolvere una crisi».

LA REPLICA DI SCOTTI

Per chi indaga oltreoceano, insomma, l’ateneo lo avrebbe nascosto dagli americani con il supporto dei nostri Servizi. Intervistato da Repubblica, Vincenzo Scotti, ex ministro democristiano, oggi 86enne, presidente e fondatore della Link University ha però respinto ogni presunto coinvolgimento dell’ateneo: «Mifsud qui da noi», ha dichiarato Scotti, «ha tenuto dei seminari. Non c’è un solo lavoro a sua firma nella nostra produzione accademica». Non solo: «Parlava troppo per essere una spia», continua Scotti secondo cui il docente è finito in questa storia «per superficialità e credo una certa dose di millanteria».

LA VERSIONE DI PAPADOPOULOS…

Sparito il professore, il solo che potrebbe saperne qualcosa è George Papadopoulos. Intervistato dal quotidiano La Verità, ha dichiarato che a metterlo in contatto con il docente maltese fu proprio Vincenzo Scotti, smentendo dunque qualsiasi rapporto pregresso fatto risalire ai tempi in cui entrambi vivevano a Londra. Eppure si fa sempre più largo l’ipotesi che i due si siano conosciuti lavorando per il London Centre of International Law Practice (Lcilp). Anche supportata dal fatto che, appena il nome del Lcilp (di cui Mifsud è stato direttore) ha iniziato a circolare, il sito internet della organizzazione (che ha sede al numero 8 di Lincoln’s Inn Fields, nel quartiere di Holborn), misteriosamente è sparito.

George Papadopoulos e la moglie Simona Mangiante.

…E DELLA MOGLIE ITALIANA

Nel frattempo, Repubblica intervista la moglie di Papadopoulos, la modella Simona Mangiante, casertana, ex avvocatessa, per sette anni fino al 2016 assistente legale nella Commissione Juri all’Europarlamento, che sul London Center dice: «Quel posto era un fake, una copertura». Mangiante descrive la sede del Lcilp come un’unica stanza con «un tavolo ovale al centro»: se suo marito e il professore hanno lavorato entrambi in quei pochi metri quadri, di sicuro si sono anche conosciuti. In più, Mangiante aggiunge un particolare: fu lei la prima a incontrare Joseph Mifsud. Le fu presentato, nel 2011, dal deputato europeo del Pd Gianni Pittella. Dal canto suo il dem all‘Adnkronos ha smentito ogni suo coinvolgimento nell’affaire. «Del presunto Russiagate, tranne quello che leggo sui giornali, non so nulla. Io non c’entro niente», ha assicurato confermando di aver conosciuto Mifsud e di avergli presentato Simona Mangiante. «Sono due anni che dicono sempre le stesse cose per quanto mi riguarda. Ovvero, che io conoscevo Mifsud e che nel corso di una conferenza tenuta a Bruxelles gli ho presentato la signora Mangiante, che allora lavorava al parlamento europeo. Dopodiché ho confermato che ho conosciuto Mifsud, il che non mi pare che sia un fatto rilevante, perché conosceva migliaia di persone».

PAPADOPOULOS TIRA IN BALLO RENZI

Ma, torniamo alle dichiarazioni che l’ex membro della campagna elettorale di Donald Trump ha rilasciato a La Verità, perché in quell’occasione Papadopoulos ha tirato in ballo Matteo Renzi che, a suo dire, sarebbe stato usato da Barack Obama per realizzare un complotto ai danni dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, il precedente governo di centrosinistra avrebbe fornito riparo a Mifsud che avrebbe a sua volta teso una trappola a chi lavorava per Trump.

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L’EX PREMIER ANNUNCIA QUERELE

Durissima la replica del senatore di Rignano: «Il signor George Papadopoulos ha rilasciato dichiarazioni false e gravemente lesive della mia reputazione sul giornale La Verità. Chi sbaglia, paga. Chi diffama, pure. Ci vediamo in tribunale». Renzi è poi passato al contrattacco: «Penso che se si vuole fare chiarezza, come Conte ha detto», ha subito attaccato il leader di Italia viva a Mezz’ora in più, su RaiTre, «è giusto che il presidente del Consiglio vada al Copasir e spieghi tutto. La domanda è: perché il ministro della Giustizia americano è venuto segretamente a incontrare il capo del Dis?». L’ex premier si riferisce all’esatto istante in cui la spy story statunitense sembra tramutarsi in un Italian Job. Quando, cioè ci sarebbero stati almeno due incontri autorizzati dal presidente del Consiglio, che ha la delega ai Servizi segreti, tra il procuratore generale William Barr, accompagnato dal procuratore John Durham, e i vertici della nostra intelligence.

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Donald Trump e Giuseppe Conte.

IL RUOLO DI «GIUSEPPI» E LA PAROLA AL COPASIR

Guai per «Giuseppi», come il presidente Usa definì Conte nel famoso tweet con cui, in modo irrituale, irrompeva nella politica italiana augurandosi che restasse premier. Dalle ricostruzioni sembra infatti che il presidente del Consiglio abbia messo a disposizione i nostri 007. Con tutto ciò che comporta a livello di rapporti internazionali, di rapporti europei sulla nostra affidabilità e – in particolar modo – di sicurezza nazionale. Quello che sta montando, dunque, è uno scandalo potenzialmente esplosivo. Su tutto ciò indagherà il Copasir, il comitato di controllo sui Servizi (che nel frattempo ha trovato un presidente, il leghista Raffaele Volpi), cui spetta il compito di accertare la legittimità dei contatti autorizzati da Palazzo Chigi.

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Perché il tradimento di Trump ai curdi in Siria è un regalo per l’Isis

Nel Rojava attaccato dalla Turchia ci sono 10 mila combattenti del Califfato e altre migliaia di familiari. Pronti a disperdersi e riorganizzarsi. Così si rianimano i jihadisti. Ma anche la Russia e l’Iran sono complici.

Un conflitto in Siria tra le forze turche e quelle curde dell’Amministrazione autonoma del Rojava può trascinarsi a lungo e – come già in Iraq con il salto da al Qaeda all’Isis – far risorgere in un’organizzazione terroristica il Califfato appena distrutto. Le premesse ci sono tutte: un altro focolaio in Medio Oriente per un’altra carneficina tra etnie e religioni, se davvero il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrà mano libera a invadere la Siria dopo che Donald Trump lo ha sdoganato via tweet. Il Pentagono ha poi ridimensionato, ma la Casa bianca accelera per ritirare parte dei militari nella regione in vista delle Presidenziali 2020. Ma senza le centinaia di unità americane nel Nord della Siria cadrà l’argine ai turchi per rovesciare il Rojava curdo. Lo scrittore curdo-iracheno Shorsh Surme spiega a Lettera43.it: «Erdogan punta a Qamishli, Kobane, Serekaniye e Tal Abyad, dove si stimano due milioni e mezzo di abitanti. Senza contare le decine di migliaia di profughi».

LA BOMBA DEI COMBATTENTI ISIS

Nel governatorato meridionale del Rojava di al Hasakah, tra gli ultimi bastioni dell’Isis, stazionano circa 70 mila sfollati tra i quali migliaia tra familiari e parenti di membri dell’Isis e di altri gruppi jihadisti. Circa 10 mila sono i miliziani dell’Isis nelle carceri dei curdo-siriani, migliaia dei quali stranieri da Paesi occidentali come la Francia e la Gran Bretagna. Tra le ragioni rivendicate da Trump per il disimpegno c’è anche la refrattarietà degli alleati della Nato a rimpatriare i loro foreign fighter. Riportare la guerra in queste zone equivarrà a farli disperdere o a metterli in mano alla Turchia che in Siria era arrivata a foraggiare gruppi islamisti radicali come al Nusra (il ramo locale di al Qaeda). Mentre le forze del Rojava richiamate a Nord, lungo la frontiera turca degli avamposti da poco abbandonati agli Usa, dovranno allentare i controlli a Sud, a Raqqa e Deir Ezzor, l’ultimo centro riconquistato, dove sono sparse ancora molte cellule dell’Isis.

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Un funerale di caduti delle brigate curdi Ypg contro l’Isis, nel Rojava, in Siria. (Getty)

CURDI TRATTATI DA MERCENARI

Surme, che nel Rojava ha parenti e conoscenti, ci racconta che parte della popolazione si sta spostando verso Nord per rispondere all’offensiva. Circa 11 mila combattenti delle Syrian democratic forces (Sde), comandate dalle brigate curde Ypg nella guerra al Califfato e armate dagli Usa sotto l’ombrello della Nato, sono morti. Tra loro, nei combattimenti a Baghouz, è caduto nel marzo 2019 anche l’italiano Lorenzo Orsetti. «Le battaglie contro l’Isis si definiscono finite, nonostante ci siano ancora scontri e focolai. Il contributo maggiore a questa lotta è stato dei curdi: non c’è una nostra famiglia che non conti caduti. Affermare che siamo stati “pagati per farlo”, come ha sottolineato Trump, è l’oltraggio più grande perché ci equipara ai mercenari», chiosa Surme. Come ha raccontato a L43 anche l’ex arruolato italiano nelle Ypg Claudio Locatelli, che ha preso parte alla riconquista di Raqqa, «non sono mai esistiti contractor tra le forze curde-siriane, neanche stranieri. Solo il volo di ritorno è rimborsato».

Chi abita la regione autonoma curda è contro l’invasione turca e i ricollocamenti di migliaia di siriani in gran parte di aree

DI NUOVO GLI ERRORI DELL’IRAQ

Si è combattuto e si combatte per liberarsi. O per solidarietà verso i curdi e contro la piaga dell’Isis, minaccia anche per l’Occidente. Nel Rojava dove Erdogan intende aggredire il suo «problema curdo» e spedire, in prospettiva, parte degli oltre 3 milioni e mezzo di siriani riparati in Turchia dal 2011, vivono anche assiri, turkmeni, arabi, distinti anche tra minoranze religiose yazide e cristiane. Chi abita la regione autonoma è contro l’invasore turco e la violenza dei ricollocamenti di migliaia di siriani in gran parte originari di aree più meridionali. Creare questa miscela, nella Siria appena e solo precariamente pacificata, «è come ripetere l’errore del 2011 del disimpegno completo di Barack Obama dall’Iraq dove in questi mesi rimontano le proteste. «Anche per l’ex presidente del Kurdistan iracheno Massud Barzani la mossa di Trump è inaccettabile», ricorda lo scrittore. Il Pentagono e i repubblicani in massa tentano di limitare il ritiro del migliaio di unità americane in Siria a massimo un centinaio.

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Il presidente russo Vladimir Putin, con l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan e iraniano Hassan, a un incontro sulla Siria. (Getty)

I DOPPI INTERESSI DI PUTIN

Trump viene frenato anche dai falchi dal disastro annunciato di un altro vuoto politico e militare in Medio Oriente. Ma i rinforzi turchi sull’Eufrate, nelle zone da loro già controllate, fanno comodo a molti. Il regime di Bashar al Assad sopravvissuto a otto anni di guerra ripopola per esempio i suoi territori di strati della popolazione fedeli. Spostando gli islamisti in capo alle Primavere arabe nel Nord-Ovest della Siria assegnato ai turchi nella spartizione dei negoziati di Astana, organizzati e guidati dai russi. Con il placet degli Stati Uniti, il conflitto tra ribelli siriani e governativi è finito: Vladimir Putin, che ufficialmente si dissocia da Trump e da Erdogan, è il convitato di pietra del tradimento consumato verso i curdi. «Il presidente russo si spaccia per neutrale, anche per non scatenare la furia di Erdogan, quando invece Mosca tiene da sempre il piede in due staffe», commenta Surme. Mentre l’Europa, con la timida presa di distanza della Francia da Trump, rimane impotente.

A Erdogan sia la Russia sia gli Usa hanno concesso margine di invasione già nel 2016, sull’Eufrate, e nel 2018, del cantone curdo di Afrin

CURDI TRADITI DA TUTTI

Francesi e britannici hanno piccoli contingenti in Siria di rinforzo agli Usa, ma non rimpiazzeranno tutte le unità americane a presidio del Rojava. «Secondo l’articolo 5 del patto Nato, quando un membro viene aggredito tutti gli alleati devono sostenerlo militarmente», ricorda lo scrittore curdo, «invece potrebbero trovare a scontrarsi con la Turchia». Il paradosso dell’intreccio siriano è che la Russia arma Assad e fa affari (anche di missili) con la Turchia, per mantenere in piedi la sua unica base navale in Medio Oriente, a Tartus, in Siria. Non ultimo per monitorare la base Nato turca di Incirlik. Iran, Siria e Turchia si ricompattano poi contro un grande Stato curdo nei loro territori. A Erdogan, sia la Russia sia gli Usa hanno concesso margine di invasione già nel 2016, quando i primi carri armati turchi penetrarono fino all’Eufrate nelle zone dell’Isis, bloccando l’arrivo dei curdi. Nel 2018 scattò la seconda offensiva turca che sottrasse ai curdi il cantone più occidentale del Rojava, Afrin. Ai curdo-siriani erano rimaste le regioni a Nord-Est, in base a un accordo dell’agosto 2019 tra Stati Uniti e Turchia.

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Trump ordinò il blocco degli aiuti all’Ucraina

Oltre 391 mln di dollari sarebbero statti congelati prima della telefonata col leder di Kiev Zelensky, nella quale il presidente Usa avrebbe premuto perché fosse aperta un'indagine per corruzione contro il figlio di Joe Biden.

Donald Trump ordinò al capo di gabinetto della Casa Bianca di congelare oltre 391 milioni di dollari di aiuti all’Ucraina alcuni giorni prima della controversa telefonata col nuovo leder di Kiev Volodymyr Zelensky. Lo riporta il Washington Post, spiegando che l’ordine fu comunicato al Pentagono e al Dipartimento di Stato. Nella telefonata Trump, come ha ammesso, pressò il presidente ucraino perché fosse aperta un’indagine per corruzione contro il figlio di Joe Biden, suo avversario per la rielezione alla Casa Bianca.

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