In Libia la parola resta alle armi, coronavirus o meno

La pandemia non ferma i combattimenti. Le forze inviate dalla Turchia in sostegno ad al Serraj infliggono una dura sconfitta a Haftar. E il leader di Tripoli chiude a ogni negoziato. Con buona pace della soluzione politica auspicata da Di Maio e da Bruxelles.

In questi giorni i libici continuano a massacrarsi col solito loro fragoroso impegno, del tutto indifferenti alle preoccupazioni planetarie per il coronavirus.

Il 13 aprile infatti le forze agli ordini del presidente di Tripoli Fayez al Serraj (Gna) hanno sferrato una massiccia offensiva a ovest della Capitale riconquistando con aspri combattimenti tutte le posizioni prese nei mesi scorsi dall’esercito di Khalifa Haftar (Lna).

I miliziani turcomanni e siriani, agli ordini di ufficiali turchi inviati da Tayyp Erdogan in aiuto del governo di al Serraj, hanno così conquistato le località strategiche di Sabratha, Surman, el Agelat, Ragdelin, Zelten, Aljmaile e al Assah.

DISTRUTTO IL QUARTIER GENERALE DI HAFTAR A SEBRATHA

È stata una battaglia impegnativa e massiccia, che ha coinvolto centinaia se non migliaia di combattenti, col risultato di distruggere il quartier generale di Haftar a Sebratha e infliggere una pesante sconfitta, come ha ammesso il suo comandante delle operazioni sul fronte occidentale, il generale Omar Abdel Jalil: «Abbiamo subito pesanti perdite e tra i nostri militari uccisi c’è anche il colonnello Mohammed al Marghani, colpito da un drone mentre si stava ritirando».  Le milizie fedeli ad al Serraj hanno inoltre conquistato un discreto bottino di guerra: due blindati degli Emirati Arabi Uniti, rampe di lancio per missili Grad,  10 carri armati e veicoli armati oltre a grandi quantità di munizioni, razzi, missili anticarro e proiettili di mortaio.

LA PRIMA VITTORIA DELLE FORZE INVIATE DALLA TURCHIA

Indubbiamente si tratta della prima, consistente vittoria conseguita dalle forze inviate dalla Turchia che combattono per al Serraj, perché di fatto hanno vanificato l’intera strategia di Haftar che puntava a stringere Tripoli in una morsa di strangolamento, attaccando contemporaneamente la Capitale nemica da ovest e da sud est. Morsa che ora semplicemente non esiste più, il che obbliga Haftar ad attaccare solo da un fronte, quello di sud est, che per di più si trova a sua volta preso in una morsa perché sotto la pressione militare delle milizie di Misurata che attaccano da oriente. Dunque, a cinque mesi dalla stipula dell’alleanza del novembre 2019 tra il governo di al Serraj e Tayyp Erdogan, si vedono ora sul terreno i risultati dello sforzo bellico turco in Libia, mentre Haftar, che alla vigilia di quella alleanza era sul punto di conquistare Tripoli, si trova ora in una grave impasse, alla quale risponde intensificando i bombardamenti su Tripoli, ma senza consistenti risultati. Di fatto, dopo un anno dall’inizio, il 4 aprile 2019, della sua roboante campagna per la conquista di Tripoli, Haftar continua a essere impantanato e ora deve temere una altra offensiva ad Est delle forze  inviate in Libia dalla Turchia.

SERRAJ CHIUDE A OGNI NEGOZIATO

Alla luce di una situazione sensibilmente mutata sul terreno militare, si devono quindi leggere le dichiarazioni del 14 aprile a Repubblica di al Serraj: «Non mi siederò al negoziato con Haftar dopo i disastri e crimini che ha commesso nei confronti di tutti i libici. Abbiamo sempre cercato di risolvere le nostre dispute attraverso un processo politico, ma ogni accordo è stato subito rinnegato da Haftar che ha approfittato della pandemia da coronavirus per violare la tregua e bombardare Tripoli. Ci aspettavamo che i pericoli della pandemia lo avrebbero trasformato in un uomo di parola, per una volta. Ma lui ha visto nella pandemia solo un’opportunità per attaccarci. E visto il fallimento, ora bersaglia con bombardamenti indiscriminati Tripoli, le zone residenziali, gli impianti e le istituzioni civili e addirittura l’ospedale pubblico Al Khadra nel centro di Tripoli».

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Dunque, nessuno spazio per la “soluzione politica” tanto retoricamente quanto vanamente auspicata da Luigi Di Maio e dall’Europa. In Libia, come sempre, la parola è sempre e solo alle armi. Coronavirus o non coronavirus.

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