A certe domande neanche i libri hanno risposte

Ospitiamo l’intervento dell’attrice Francesca Pica su questo “tempo sospeso” e che speriamo di applaudire in maggio a Salerno in “Mare” per festeggiare i cinque anni di MutaversoTeatro

Di Francesca Pica

“I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati.” Questo brano è tratto da uno dei libri che mi stanno accompagnando in questo periodo: La peste di Albert Camus. Una scelta dettata dalla curiosità, volta a trovare similitudini con la drammatica situazione che ci troviamo a vivere, e anche dalla speranza di riuscire a chiarificare il pensiero e la visione sul presente attraverso le parole di un grande scrittore e pensatore del novecento. Grande è il mio stupore trovandomi di fronte a pagine in cui non solo non riesco a trovare risposte ma, essendo specchio quasi fedele di quello che sta succedendo, non fanno altro che moltiplicare le mie domande e le mie angosce. Il risultato è quello di riuscire a leggere poche pagine al giorno, un po’ per paura di scoprire tra quelle righe un futuro che potrebbe non piacermi e un po’ perché diventa ancora più difficile accettare la realtà, così assurda, vedendola tracciata in un romanzo; non ci si raccapezza più, il vero scivola nell’invenzione e viceversa e questo non aiuta. Quando è cominciata l’emergenza ero a Torino in tournée con lo spettacolo “L’anima buona del Sezuan” de Le belle bandiere. Nei giorni in cui ci apprestavamo a terminare le repliche la situazione non era ancora chiara, si parlava del virus in Italia e dei contagi, di chiudere i musei e i teatri, e arrivati all’ultimo spettacolo eravamo certi che il Teatro Astra sarebbe stato mezzo vuoto a differenza delle altre sere. Non fu così, aperto il sipario ci rendemmo conto che il teatro era pieno e ricordo bene la sensazione di gratitudine, di vicinanza e di sollievo che provai. Il teatro è trasformazione: si trasformano gli attori, si trasformano gli spettatori, si trasformano i pensieri e di conseguenza la realtà e lo si fa assieme, riconoscendoci, grazie ad esso, come comunità che ritrova sé stessa e tutti in quelle ore di spettacolo annullammo la paura del momento, trasformandola. Sembra sia passata un’eternità da quei giorni e quanto sono cambiate le priorità di azione e di pensiero. In questa attesa che ci tiene col fiato sospeso, con la mente sempre proiettata a chi si è ammalato, a chi non c’è più, ai medici e agli infermieri e alle persone che stanno dando un aiuto concreto per superare la crisi, le nostre vite continuano ad andare avanti in una nuova strana forma. Alcuni continuano a lavorare altri sono completamente bloccati. Tra questi ci sono anche io, già abituata a tempi improvvisamente dilatati in cui si apre il baratro delle infinite incertezze sul futuro: la categoria dei lavoratori dello spettacolo dal vivo è una categoria con poche garanzie, la sopravvivenza è sempre incerta anche in periodi normali e l’attuale crisi ha solamente messo in evidenza un sistema già minato e fallimentare. Adesso che sono saltate tutte le date, le rassegne, le stagioni e recuperare le repliche cancellate sarà spesso impossibile non ci resta che fare tesoro di questo momento, viverlo per quello che è e fare in modo che quando ne saremo usciti si attuino dei veri cambiamenti. Il teatro adesso non c’è, non può esserci e più che soffermarmi sui suoi surrogati, che non fanno altro che aumentarne la nostalgia, mi ritrovo a pensare in quali altri modi potremmo fare teatro se le norme di sicurezza dovessero impedirci, a ragion veduta, di riprendere il nostro lavoro. Ritornando al libro che mi fa da guida in questo terribile periodo, confesso di essere andata a leggerne il finale: la peste degrada e la vita riprende a scorrere, il paese è in festa e tutti ballano. Anche l’epidemia del corona virus passerà, così non lasciamoci cogliere impreparati: utilizziamo questo tempo per ricostruirci e ricostruire, progettare e immaginare, anche le segrete speranze ci portano avanti e se dovessero essere disattese saranno state almeno ponte, traghetto di nuove energie. Il 13 maggio dovrei essere in scena a Salerno nella stagione di Mutaverso Teatro diretta da Vincenzo Albano con uno spettacolo a cui tengo moltissimo, Mare, e  accarezzo l’idea che presto, se non a maggio, quando tutto sarà finito, ci rialzeremo e cominceremo a godere della vita in un nuovo modo e anche del teatro che della vita è la più grande celebrazione.

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Quella Tosca delle meraviglie

Fiorenza Cedolins, Ambrogio Maestri e Daniel Oren firmano la Tosca che ascolteremo stasera alle ore 22,30 e domani alle 18 su Lira Tv. Renzo Giacchieri realizza la gabbia precostruita da Giacomo Puccini. Superba l’orchestra che sposa l’intenzione di Scarpia, barone molto charmant, nel cui volto, ai tempi d’oggi, qualcuno  potrebbe intuire anche il profilo del nostro governatore Vincenzo De Luca

 Di OLGA CHIEFFI

Era il tempo di Natale del 2016, quando andò in scena la Tosca che stasera, alle ore 22,30 e domani alle ore 18, Lira Tv riproporrà per questa stagione tutta televisiva, in attesa che si rialzi il sipario del Teatro Verdi di Salerno. Stellare il cast: la crudeltà e l’ansia di Scarpia, interpretato da Ambrogio Maestri, mostro corrotto ma sincero, uomo di mondo e fedele servitore dell’autorità, in cui qualcuno potrebbe intravvedere anche il profilo del nostro governatore, Vincenzo De Luca, proprio nel comando a Spoletta “Tre sbirri… Una carrozza…Presto! Seguila! Dovunque vada!… non visto!Provvedi!”,  la tenerezza di Tosca, avrà la voce e in particolare le qualità attoriali di Fiorenza Cedolins, al pittore Cavaradossi, darà vita Gustavo Porta attaccato alla vita e al piacere con ingenuità poetica, a completare il cast il basso Carlo Striuli, sarà Cesare Angelotti, e la abituale triade Nardinocchi, Pittari e Boisseau, ricoprirà i ruoli del sagrestano, Spoletta e Sciarrone. La cornice dei luoghi, mossa con estrema abilità fra una chiesa fastosa, una sala di palazzo con annessa stanza dei tormenti, e il carcere per i condannati a morte, schizzante una Roma tra fede e potere e il conflitto fra la voluttà e la carne martoriata, fra la sete vitale e l’oppressione, il tutto elevatesi a monumento sepolcrale, porterà la firma di Renzo Giacchieri, sotto un cielo stellato schizzato dalle luci di Jean Baptiste “Tittì” Warluzel. Tosca è una partitura che Daniel Oren ama e qui adatta l’orchestra a questi cantanti, procedendo ad un lavorio di cesello che non disarticola mai, andando, a cogliere infallibilmente la sintesi delle linee dinamiche, di una partitura che risulta, stavolta, tersa e aerea per il disegno drammaturgico e il disegno espressivo. La voce dei cantanti è andata ad esprimere segni di creature nude di ogni idealità, puro sussulto psicologico, schiavi di se stessi, della loro parte più oscura, annientati definitivamente dal corsivo della vita. In Tosca la disperazione si imbeve di politica, e di quell’intrecciarsi del potere laico con l’altare che è stata la linea difficile della nostra storia unitaria dal settembre del 1870 in poi. Ambrogio Maestri, l’eccellenza assoluta del baritono buffo, adorato Falstaff o Dulcamara, che rivedremo in ottobre, proprio nell’Elisir d’amore, porta il pubblico quasi a parteggiare per il subdolo charme del barone Scarpia, che non appare per intero mostro mefitico e corrotto, quale è, ma sincero uomo di mondo e fedele servitore dell’autorità, che in “Tre sbirri,  una carrozza”, che rivela il personaggio, addomestica anche l’orchestra, con il suo canto perfetto, rotondo e la sua recitazione elegante, mai malvagia, come si addice al sanguinario capo della polizia segreta. Fiorenza Cedolins è la Tosca italiana per eccellenza, splendida nella voce e nella recitazione ben definisce gli strappi vocali che costellano la sua parte, srotolando d’esperienza il velluto della sua voce, in quelle pause di disteso lirismo, e nell’ attesissima “Vissi d’arte” che fa testo a sé. A Gustavo Porta vanno riconosciuti i meriti di uno sforzo che, però, più di una volta, diverrà enfasi uniforme, in particolare nel primo atto, mentre, la più compiuta e appassionata confessione di Cavaradossi “E lucevan le stelle”, così come, “O dolci mani mansuete e pure” risolleverà la performance. Il coro è diretto da Tiziana Carlini e le voci bianche preparate da Silvana Noschese, mentre il pastorello avrà la voce di Aiscia Husanait. Finale firmato interamente dall’orchestra e dai nostri legni. Lo sfondo d’amore fra l’eroina e il suo Mario è la sontuosa evocazione del paesaggio romano. Daniel Oren ne offrirà la pantografia musicale, con gli improvvisi incendi convulsi, e le sfibratezze necessarie dei violini, che guidati da un’impeccabile Daniela Cammarano, sembrano lacerarsi nelle sete esotiche, unitamente ai legni, di Valeria Serangeli, Hernan Gareffa e Antonio Senatore.

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Peppino Mazzotta a Fanpage.it: “Dopo l’emergenza andrò ad ammirare il Duomo di Cosenza”


La nuova rubrica di Fanpage.it si intitola "Il giorno dopo" ed è il racconto dei luoghi del cuore di alcuni personaggi del mondo dell'arte e dello spettacolo italiano. A inaugurarla l'attore Peppino Mazzotta, noto al grande pubblico per interpretare l'ispettore Fazio nel Commissario Montalbano, che dichiara: "Quando l'emergenza da coronavirus sarà passata, tornerò nella mia Calabria ad ammirare il Duomo di Cosenza".
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Coronavirus, l’Opera in streaming è un successo dalla Scala al San Carlo


Il cartellone in streaming dei teatri lirici italiani, dalla Scala di Milano al San Carlo di Napoli, passando per l'Opera di Roma, con il meglio dell'Opera, del balletto e dei concerti sinfonici a disposizione negli archivi, rappresenta un patrimonio inestimabile di cui, in queste settimane di emergenza coronavirus, gli appassionati possono fare incetta. Ecco il programma della settimana fino al 5 aprile.
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Vincenzo Albano: come MutareVerso dopo la pandemia?

Il Governo ha ignorato a oggi il Terzo Settore e la configurazione giuridica di Erre Teatro, così come di tanto associazionismo territoriale, che non rientra nella tutela delle politiche centrali. Siamo inesistenti, pur lavorando per rendere vivi i territori e le città che abitiamo.

Di VINCENZO ALBANO

In molti hanno sottovalutato, in un primo momento, la portata degli accadimenti e hanno fatto non poca fatica ad accettare il blocco delle attività. Mutaverso Teatro non ha fatto eccezione. Ho creduto di poter allontanare la paura dell’epidemia, o almeno, di poterle tener testa a quel metro di distanza senza mandare in fumo mesi di lavoro, già di per sé funambolici. Poi le consequenziali decisioni, gli inevitabili provvedimenti, le giuste restrizioni, che a quanto pare andranno ben oltre i tempi previsti. È un momento di incertezza terribile, per tutti, per la salute pubblica prima di ogni cosa. Per quanto il tempo della quarantena possa essere anche quello di un piacevole ozio, non nascondo una certa operosità del pensiero. Non posso negare come stia trascorrendo questo tempo lento e dilatato pensando ad arginare i danni subiti e immaginando altri modi per ricominiciare sotto ogni punto di vista, personale e professionale. Mi auguro si tratterà di questo e non di riprendere da una certa “normalità”, lo dico senza retorica. Detto ciò, il Governo ha ignorato a oggi il Terzo Settore e la configurazione giuridica di Erre Teatro, così come di tanto associazionismo territoriale, che non rientra nella tutela delle politiche centrali. Siamo inesistenti, pur lavorando per rendere vivi i territori e le città che abitiamo. Se dunque concordo con chi scrive di questo tempo come di un tempo “non finale”, anzi fa bene dirselo e crederci, è altrettanto vero che di non poco conto sarà la vicinanza delle amministrazioni locali, cui rivolgo un invito approfittando di questo spazio. Ne va della possibilità di tenere in piedi quanto finora costruito. In qualche occasione, ho rivendicato il diritto di veder crescere i frutti di un lavoro che ha dimostrato di avere solide basi a dispetto dei venti contrari, ma a questa bufera nessuno era preparato, me compreso. Ci sarà bisogno di dialogare più di quanto accaduto in precedenza e di rispettare intanto gli impegni presi. Sono fiducioso, almeno su questo. Ammetto di esserlo un po’ meno sulla capacità di fare cerchio da parte dei teatranti salernitani, o almeno alcuni di essi, più intenti a fare abuso delle tecnologie digitali per promuoversi come i primi della classe. Non trovo necessario parlare a tutti i costi e pur comprendendo la mobilitazione, onestamente mi disturba un certo protagonismo teatrale nell’emergenza, per non dire di certe apparizioni egoriferite e fuori luogo. Tutti leggono, recitano, cantano, ballano dal salotto della propria casa, dalla cucina e dal balcone. Non credo faccia male alla nostra passione rinnovare senza chiasso le nostre energie per ripartire tutti già in estate. Pensiamoci e lavoriamoci, nonostante le incertezze. Quanto a Mutaverso Teatro, ora è solo una pagina digitale, da leggere, in linea con gli obiettivi della Stagione interrotta. Al momento sono cinque gli spettacoli annullati e i quattro del mese di aprile avranno lo stesso destino, purtroppo, considerando le ultime ordinanze. Ne restano sei a maggio, ma attendiamo gli eventi e soprattutto rispettiamo le regole per risolvere questa emergenza. Ora la priorità è questa. Nel frattempo anche #iorestoacasa e provo a fare “dell’ozio una terapia”, citando le parole di un’amica. Sento la mancanza di molte cose e anche il teatro mi manca, ma sopperisco a questa mancanza attraverso le sue pagine scritte. Io e Stefania Tirone abbiamo ripreso sui nostri canali di comunicazione l’invito a un “teatro da leggere”, convinti che esso possa agire, se non sul palcoscenico, intanto nella nostra sensibilità di lettori. Parole, brevi stralci da testi e autori che amiamo, che abbiamo incontrato e proposto in questi ultimi anni. Li condividiamo guidati dal sentire del giorno e non secondo un calendario predeterminato. Le parole sono soglie, passerelle testarde capaci di tenere avvinti, aspettando il nuovo che sarà.

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Il mondo dello spettacolo live in ginocchio

Sta per nascere un’associazione che raccoglierà le aziende di service campane poichè, nel nostro paese vi sono pochissime tutele per i lavoratori di questo settore

Di OLGA CHIEFFI

In questi giorni, in cui sembra che il mondo stia crollando davvero, perlomeno in gran parte del nord Italia, i “teatranti”, commedianti, musicanti, tecnici o più in generale lavoratori dello spettacolo, dalle bande da giro, ai grandi spettacoli di piazza con artisti nazionali e internazionali, sono stati messi al bando: da quando l’epidemia di Coronavirus ha colpito il Paese, i conseguenti provvedimenti cautelativi, hanno determinato la chiusura di teatri, cinema, nonché dei locali, con l’ovvio annullamento di spettacoli e concerti, in tutte le regioni colpite maggiormente dal virus. E se per molte categorie ciò ha significato lo smart working, la malattia, la riduzione delle ore di lavoro, non per tutte ovviamente, per i lavoratori dello spettacolo è significato perdita di lavoro e di danaro in toto.  Si è già scritto molto riguardo al possibile impatto negativo delle misure per contenere il Covid-19 sul turismo, l’industria, il commercio e i prodotti di esportazione. Tra i settori più colpiti però, c’è anche quello della cultura e degli spettacoli dal vivo. Finora, ne hanno sofferto i teatri, i cinema, le sale da concerto. Secondo le prime stime dall’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo), basate sui dati della Siae, in Italia nei giorni scorsi sono stati cancellati 7.400 spettacoli. Nel settore musicale è stata registrata una perdita di 10,5 milioni di euro. Assomusica, l’Associazione degli organizzatori e produttori di spettacoli di musica dal vivo, ha stimato che nel solo settore musicale è stata registrata una perdita di 10,5 milioni di euro e sulle città che avrebbero dovuto ospitare gli eventi cancellati c’è stata una ricaduta negativa di almeno 20 milioni di euro. Dietro i performer ci sono i services, ovvero professionisti altamente specializzati e invisibili, tecnici del suono, tecnici delle luci, attrezzisti, coloro i quali montano e smontano quei super palchi nelle piazze o negli stadi. Erano invisibili, usiamo l’imperfetto, perché tra breve non lo saranno più poiché: sta per nascere l’Associazione Service Campania, proprio per stilare un piano d’azione collettivo e condiviso per uscire dal dimenticatoio. “La crisi del Coronavirus – afferma Raffaele Vitale – ha portato allo scoperto ancora una volta la fragilità del nostro comparto lavorativo, fatto di troppe differenze contrattuali, troppo deboli e senza nessuna garanzia. Ancora una volta lo abbiamo constatato sulla nostra pelle a partire dal 24 febbraio scorso, quando è stata sospesa per decreto qualsiasi “manifestazione e iniziativa che comporti l’afflusso di pubblico”. Da quel giorno ci siamo ritrovati in migliaia senza reddito, senza la possibilità di far fronte alla quotidianità, senza nessuna prospettiva di attraversare dignitosamente questo momento di emergenza; un’emergenza per noi cronica che si è semplicemente acuita e che subito si è trasformata in profonda crisi. Questa proposta di associazione, con un valido statuto e un direttivo, nasce da un’idea mia, subito condivisa da aziende quali la Ruotolo Service, la Faraso Service, la Landi, e il cartello ora include ben 130 soci, coi quali c’impegneremo per superare questo momento nero e farci regolarizzare, quando riprenderemo a lavorare”. Infatti, la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori del settore hanno contratti a intermittenza, ferie non garantite, permessi, malattia ed infortunio. E’ questo un settore che patisce endemicamente la precarietà del lavoro, che non garantisce in alcun modo la continuità salariale e nessun accesso agli ammortizzatori sociali. La sfortunata contingenza di questa crisi deve essere il punto di non ritorno per immaginare, elaborare e costruire un nuovo modello per il comparto lavorativo del mondo dello spettacolo, dell’intrattenimento, dell’arte e della cultura. Un modello nuovo che abbia al centro la dignità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo è il momento giusto per imporre sull’agenda pubblica l’annosa problematica che, si deve trasformare in una proposta e in una piattaforma di rivendicazione, a cominciare dall’ accesso ai fondi di cassa integrazione in deroga emanati dal Governo per far fronte ai primissimi tempi di crisi da Coronavirus, all’introduzione di un reddito di quarantena immediato per tutte le lavoratrici ed i lavoratori colpiti dalla crisi, da articolare in forme di indennizzo, agevolazioni fiscali e contributive, sostegno al pagamento delle spese e delle scadenze come bollette e mutui.

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Una Stagione lirica particolare

Lira Tv apre i suoi archivi e offre cinque titoli andati in scena sul palcoscenico del teatro Verdi tra il 2008 e il 2015. Sabato alle ore 22,30 la Traviata firmata da Franco Zeffirelli con la coppia Massis e Bruson

Di OLGA CHIEFFI

Il mondo della musica classica non si arrende e non si ferma, nonostante il coronavirus. Teatri grandi e piccoli, in Italia e all’estero, stanno trasferendo i loro concerti online e invitando a partecipare, gratuitamente, un pubblico virtuale. Dalla Metropolitan Opera House di New York alla Filarmonica di Berlino fino alla Fenice di Venezia: tante le opere e gli spettacoli fruibili comodamente dal divano di casa. Un modo per combattere l’isolamento e sentirsi meno soli.  “Anche il teatro Verdi di Salerno – ha affermato il M° Antonio Marzullo – ha pensato di mettere in onda un florilegio delle più applaudite produzioni andate in scena sul palcoscenico del massimo cittadino tra il 2008 e il 2015. A pochi giorni dal 10 aprile, in cui si sarebbe risollevato il sipario del Morelli sulla grande musica, la decisione da parte della direzione artistica del Teatro Verdi di donare una stagione “televisiva” ai melomani salernitani, con la messa in onda di alcune opere liriche che l’emittente Lira Tv aveva ripreso ed ha disponibili nei propri archivi. Un augurio affinchè ci si possa riabbracciare al più presto nel salotto culturale di Salerno”. Il debutto è in programma domani alle ore 22.30 e replica domenica 29 marzo alle ore 18.00  con la indimenticabile edizione de’ “La Traviata” firmata dal binomio Zeffirelli-Oren, datata 2008. Riprendendo un’idea già sperimentata, Zeffirelli fa alzare il sipario sullo struggente preludio mostrandoci la morente Violetta che nel letto del dolore rivive in un lungo flashback la propria esistenza. Di qui il doppio binario su cui scorre visivamente l’opera: da un lato le scene festose, di massa, dall’altro quelle intime, dell’amore vero, tanto nude e spoglie quanto le altre sono rutilanti, gremite, movimentate e volutamente volgari, forse perché nel ricordo tutto si esalta e si ingigantisce. Ecco perciò l’eccesso di comparse, di figuranti, di luci, di cuscini, di candelabri, di tendaggi nella casa di Violetta al primo atto e, nel secondo, in quella di Flora, affollata sapientemente non soltanto da matadori e zingarelle, ma anche da maschere della Commedia dell’Arte, giocolieri, funamboli, spiantati nobiluomini, ricchi borghesi, donnine allegre e compiacenti in fantasiosi costumi, il tutto in una luce rossiccia diffusa da una fantasmagoria di globi rutilanti e caleidoscopici. Qui rivive la Violetta immersa “di voluttà nei vortici” mentre l’altra, la santa per amore, si purifica nella spoglia semplicità della casa di campagna, fino ad apparire, quasi estatica, vestita di una candida tunica ed immersa in una luce celestiale nel finale del secondo atto, dopo il violento insulto di Alfredo. Ma è ancora il letto del dolore ad accoglierla nell’ultimo atto dell’opera e della sua esistenza, con taglio oreniano secco sulla caduta in terra di Violetta sulla parola “oh gioia!”. La Violetta di Annick Massis ci riporterà vicino all’arte del prendere i fiati, di governarli più per segreta intelligenza che per tecnica, per il senso, l’espressione corporea della sua voce, per il suo gioco d’emissione, le difficili colorature. Non manca ad Alexey Dolgov, il quale indossa i panni di Alfredo, la baldanza tenorile, ma non la coloritura delle ombre, tristemente presaghe nelle dolorose riflessioni cromatiche sin dall’inizio. La Traviata vivrà il suo momento più alto certamente nel secondo atto, in cui troneggerà su tutto e tutti il Giorgio Germont di  Renato Bruson, che rinnoverà il sempre più raro piacere di sentir cantare sui fiati, facendo veleggiare la voce sul respiro, rendendola duttile e docile ad ogni sfumatura espressiva, che avrà il suo picco in “Piangi…..piangi!”. Daniel Oren ha l’ istinto e la razionalità dei giusti tempi sia in senso strettamente musicale sia sotto il profilo drammatico sia, infine, nel rapporto con la tradizione; la sua tendenza alla sobria o concitata serratezza si accompagna alla rara capacità di dar aria al canto, nel rallentare e impellere in ciò che è accompagnamento solo di nome. Il complesso salernitano ha acquisito sotto la sua guida e, con i dovuti rinforzi esterni, il rango di grande orchestra sinfonica; di rifinitissimo suono le prestazioni dell’ oboe e clarinetto soli, come dei flauti. Il cartellone di Lira Tv ci accompagnerà fino al 26 aprile con altri quattro titoli. Il 4 e il 5 aprile, si potrà assistere la Tosca del 2015, l’ 11 e il 12 aprile, Cavalleria e Pagliacci del 2011, il 18 e il 19 aprile il Barbiere di Siviglia 2010 e gran finale, il 25 e il 26 aprile con la  Carmen del 2010.

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L’eredità di Claudio Tortora e Renata Tafuri

Ai figli d’Arte Gianluca e Valentina il compito di schizzare gli eclettici genitori in punta di penna

Di Gianluca e Valentina Tortora

Claudio Tortora, l’eterno portatore di un linguaggio, quello del teatro, che è più ampio dei limiti del mondo, come deve essere l’ anima, lo sguardo di chi è sottomesso unicamente all’arte, che riesce soltanto ad intendere priva di ogni scopo, libera, universale, pura, che conosciamo quale patron del Teatro delle Arti e ideatore del Premio Charlot, con al suo fianco Renata Tafuri da ben quarantatrè anni, una coppia inscindibile, anche perché nata sulle tavole del palcoscenico, e assimila nel proprio percorso artistico elementi e sfumature mediate dal proprio vissuto, riappropriandosi delle proprie “ragioni native”, sono i soggetti di un particolare ritratto che oggi affidiamo alla penna dei figli d’arte Gianluca e Valentina, i quali ci porteranno a “fare parte della scena”, allestita dai loro genitori.   “Un periodo così non si dimentica – scrive Gianluca – è un momento che ti distrugge e fortifica allo stesso tempo. Nella mia vita, credo di non essere mai rimasto a casa per più di mezza giornata, il lavoro frenetico e tutta la routine che, tre settimane or sono, faceva parte della mia vita, non mi ha mai permesso di fermarmi un attimo. Oggi, sono a casa con la mia famiglia e i miei figli, il lavoro bloccato e i pensieri che si affollano nella mente, pensieri che, credo, appartengono a tutti noi. Non nascondo che, all’inizio, ho avuto un po’ di paura per tutto questo, ma voglio pensare positivo e credere che presto ne usciremo. Supereremo l’anno orribilis, sicuramente non indenni lavorativamente, ma ricchi di amore e affetti. Ringrazio, però, chi da sempre mi ha insegnato ad apprezzare tutto questo, ad apprezzare la famiglia e i figli, che mi hanno insegnato che soldi e lavoro sono solo una infinitesima parte della nostra vita, quella materiale e futile, che il valore aggiunto lo danno gli affetti che ti circondano. Il mio ringraziamento è diretto, quindi, a mia madre e mio padre, persone opposte ma uguali che, con i loro pregi e i loro difetti hanno reso di me l’uomo che sono oggi. Essere “figlio d’arte”, si sa, non è facile. Si ha la responsabilità incombente del cognome che porti e si è sempre preda del terrore di non essere all’altezza delle aspettative. Papà non mi ha mai reso la vita facile e “per fortuna”, quelli che potevano essere piccoli errori per gli altri, a me sono stati sempre aumentati del 50%. Ho iniziato a lavorare al Premio Charlot prestissimo come pony express: portavo i volantini per lidi e locali, oggi, ne sono parte integrante in direzione artistica e organizzazione. Mio padre mi ha insegnato che nella vita nessuno ti regala niente, quindi bisogna impegnarsi al massimo, studiare e solo allora potrai raggiungere i tuoi obbiettivi e vedere i tuoi sogni realizzati. Mamma, invece, è il mio grillo parlante, la persona saggia che con filosofia e dolcezza ti dice che stai facendo una sciocchezza e ti aiuta a capire la strada giusta da intraprendere. Non vedo i miei genitori dalla prima decade di marzo, quando con la mia famiglia abbiamo deciso di #restareacasa e di non muoverci, se non per la spesa. E’ dura non poterli vedere e abbracciare, ma abbiamo insegnato loro come utilizzare skype e, così, ci divertiamo a fare le videochiamate tutti insieme. Mi si stringe il cuore vederli tramite un computer, ma è per  il loro bene, dobbiamo solo  aspettare che tutto finisca. Continuo, così a far tesoro di ogni loro parola e insegnamento, sperando che un giorno i miei figli possano far lo stesso con me”. “Mamma… papà … i due grandi amori  della vita mia – rivela Valentina – pilastri fondamentali, rifugi sicuri e sereni, presso i quali poter scappare sempre, anche  a 40 anni, sposata, e con figli. Ho la fortuna di avere due genitori presenti, ma non ossessivi, attenti ma non invadenti, amorevoli ma sempre discreti e delicati, sono la mia ricchezza più grande, ovviamente insieme ai mie figli. Quando si diventa mamma si apprezzano ancora di più i genitori perchè riesci a comprendere e a valutare ragionamenti e atteggiamenti che, casomai, una ragazzina in fase adolescenziale non riesce a capire, oggi da mamma riesco a interpretarli, stando dall’altra parte e questo me li fa amare ancora di più. Mamma e papà hanno due caratteri completamente differenti, mamma, logica e matematica, razionale (razionalità che perde solo quando si tratta dei suoi quattro nipotini) sempre con i piedi per terra, precisa, selettiva, amorevole, ma solo con chi e quando dice lei, testarda, caparbia. Non è proprio semplice tenerle testa, amante della vita e delle gioie della vita, in coppia con mio padre sognatore, pasticcione, caotico, lunatico eterno sognatore con un animo da eterno bambino, ma nello stesso momento determinato, caparbio, ambizioso, desideroso sempre di progettare, creare. Insieme sono una miscela esplosiva e, a tratti, quasi ricordano gli amati Sandra e Raimondo, sempre lì pronti a battibeccarsi a punzecchiarsi, ma nella realtà dei fatti poi, si completano e sarebbero nulla l’uno senza l’altro. Una coppia, la loro, che dura da quarantatrè anni e che non può non essere, per noi figli, un valido esempio da seguire, giacchè oggi, più che mai, il concetto di famiglia, sta svanendo sempre più. Da mia madre ho ereditato, e ne vado fiera, proprio il senso della famiglia, la bellezza di poter condividere in famiglia le vicissitudini di ogni membro dal più piccolo al più grande, l’importanza di riunirsi a tavola durante i pasti per poter parlare e discutere, anche di semplici banalità, purchè si sia tutti  insieme. Oggi, più che mai, in questo momento scuro e buio della nostra vita, gli insegnamenti della mia famiglia tornano preziosi. Sono, ormai, circa quindici giorni che questo virus bastardo ci ha reclusi in casa privandoci del lavoro, degli amici, delle uscite, dei ristoranti, delle passeggiate, degli affetti più cari, (ormai sia io che mio fratello vediamo mamma e papà grazie a skype) insomma sopravviviamo. Eppure, da qualche parte, sto recuperando la forza, per andare avanti e trasmettere forza anche a loro e ai miei bambini, cosi trascorriamo le giornate riscoprendo la bellezza dello stare insieme, senza dover necessariamente correre travolti dalla frenesia della vita quotidiana, riscopriamo la bellezza di fare un dolce o una pizza insieme tutti e quattro, o il divertimento di fare una partita a carte senza barare. Oggi, se riesco a fare tutto questo, senza cadere nello sconforto e nella depressione, se riesco, con la mia determinazione, a tranquillizzare  gli sguardi intimoriti dei bimbi che, con i loro visini ingenui, vorrebbero capire il perchè di tante cose che restano, purtroppo, inspiegabili, è proprio grazie ai miei genitori e ai loro insegnamenti che mi hanno resa la donna che sono.

 

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Coronavirus: 10 cose da fare in quarantena fra arte, teatro e libri


In questi giorni di quarantena, con l’Italia che diviene di fatto interamente "zona rossa", sono tantissime le cose da poter fare per combattere la noia delle lunghe giornate che ci aspettano e per continuare a mantenere vivo il dibattito culturale: dalle iniziative “a distanza” di musei e librerie ai palinsesti TV e Radio, passando per le iniziative social, ecco 11 cose da fare restando a casa durante l'epidemia di Coronavirus.
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Coronavirus e teatri chiusi: a Napoli la prima stagione virtuale in diretta streaming


Dal Nest Napoli est Teatro arriva la prima stagione virtuale teatrale al tempo del Coronavirus. Stasera 9 marzo, ore 21, andrà in scena in diretta Facebook e Instagram lo spettacolo "Muhammad Alì" dedicato alla figura del grande campione di boxe. L'iniziativa è promossa dall'attore Francesco Di Leva del gruppo teatrale del quartiere di San Giovanni a Teduccio nel capoluogo partenopeo.
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Sull’ isola con Elio Germano

Non convince a pieno l’esperimento virtuale dell’ attore ospite della stagione Mutaverso di Vincenzo Albano, che ha proposto “Segnale d’allarme -La mia battaglia”

Di OLGA CHIEFFI

Questa coda d’inverno ha visto Elio Germano assoluto protagonista. Cosa lega il trionfatore della 70ma Berlinale, premiato con l’Orso d’argento da miglior attore per la sua straordinaria perfomance in “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti, e Salerno la nostra città? “Segnale d’allarme -La mia battaglia”, monologo filmato a Riccione scritto da Elio Germano e Chiara Lagani, proposto in forma virtuale per la regia di Omar Rashid, da Vincenzo Albano, quale evento della V Stagione Mutaverso Teatro, all’Auditorium del Centro Sociale di Salerno. “Se il teatro fosse una nave alla deriva e gli spettatori si ritrovassero nella condizione di naufraghi su un’isola deserta cosa accadrebbe?”. Questo l’incipit dello spettacolo di Germano, racchiuso in una scena essenziale, ove il bianco domina i pochi oggetti sul palcoscenico: una bottiglia, un leggio ed uno sgabello. mentre il pubblico reale con cuffia e mascherina si sente quasi “galleggiare” a mezz’aria nel teatro di Riccione, cercando di inseguire faticosamente un Elio Germano che attraversa nervosamente il corridoio centrale della platea. Nel suo discorso parla, infatti, immaginando il teatro come una grossa nave che sta naufragando, dove i sopravvissuti – il pubblico – approdano in un’isola deserta. E lo fa sciorinando battute su battute, molti luoghi comuni, suscitando l’ilarità dello spettatore, coinvolgendolo in discorsi in cui spesso ci si avventura, naturalmente con grande tecnica comunicativa. Germano intende conquistare la fiducia dello spettatore, ed iniziando a compiacere sempre di più il pubblico, questo lo riconosce come vicino alla propria mentalità ed inizia ad applaudire ogni qualvolta l’attore affermi un nuovo luogo comune. Sottolinea le criticità del nostro tempo, in cui i rapporti sono codificati dalle regole dei social, in cui l’importante è piacere, essere apprezzati dalla maggioranza; così anche la politica non privilegia le persone competenti, ma quelle in grado di convincere la massa del loro valore. Si diletta a discorrere di cucina, di meritocrazia, di qualità della gente, del dissesto economico e politico che stiamo attraversando. Disserta delle figure politiche di oggi con rimandi impliciti, parla di scuole, di insegnamenti buoni e pacifici per costruire una società modello, che sia migliore per il futuro dei nostri ragazzi e dei nuovi giovani che verranno, delle fughe di cervelli all’estero, del gorgo della disperazione e della crisi in cui siamo precipitati. Sull’ isola nasce, così, una comune dove tutti devono assumersi le proprie responsabilità e mettere sul piatto le proprie vere competenze, per sopravvivere bisogna sconfiggere l’indifferenza che ci attanaglia. Dovrebbe nascere la vera democrazia, la realizzazione dell’utopia del comunismo. Ma non è così. In un crescendo che ci ha ricordato la Calunnia rossiniana, il “venticello” della parola distorta, del linguaggio malato, quello condannato da Antonio Gramsci in “Odio gli indifferenti”, “che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sottovoce, sibilando, va scorrendo, va ronzando; nelle orecchie della gente s’introduce destramente. E le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar”. Così è stato. Verso la fine della serata Germano inizia a farsi sempre più serio, lasciandosi sfuggire affermazioni fuori luogo su ebrei, musulmani e stranieri, inspiegabilmente approvate da una parte del pubblico per la maggior parte composto da claque preparata. Lentamente, risulta però chiaro il suo intento provocatorio di mettere in scena un comizio nazista. Il tono si fa più incalzante e le affermazioni più estremiste in un crescendo di angoscia e tensione che travolge gli spettatori fino al culmine della provocazione. Balenano tanti flash dinanzi ai nostri occhi. Uno è il film di Leni Riefenfstahl “Il Trionfo della volontà”, simbolo dell’idea hitleriana di “sangue e terra”, la fede intensa in ciò che egli chiama “natura”. Rivedere quel film come vedere lo spettacolo di Germano, anche se in questo esperimento virtuale, un po’ sfilacciato e con non poche forzature, nonostante l’eccellenza della performance attoriale, può far capire quali siano i mezzi usati per convincere, dare speranze, instillare sentimenti riuscire a gestire uomini provati dagli eventi. Dopo la Grande Guerra e tutto ciò che ne è conseguito, dalla Grande Depressione ai lunghi periodi di instabilità sociale, questo è quello che molti hanno voluto: la fine delle divisioni. La propaganda parla splendidamente allo stomaco, mai alla testa, non concedendo prove reali, ma chiedendo prove di fede. Conosciamo bene il prezzo che tale comunicazione ha fatto pagare ad altri e che oggi ancora scontiamo. Bisogna rendersi conto che la nostra cultura può essere svuotata del suo significato reale ed essere distorta, soprattutto ora, in un momento di difficoltà come questo, in una crisi economica che sembra non avere fine. Potremmo ricadere nella antica trappola di aver bisogno di qualcuno che risolva i nostri problemi, perché potremmo convincerci che noi non siamo in grado di farlo decidendo con la nostra testa, e qualche simbolo oscuro potrebbe ritornare. “Lo volete voi?” “No!”.

Consiglia

Wagner fascista? Sciocchezze dal podio

L'accusa del direttore israeliano Wellber non sta in piedi. Il compositore tedesco fu sì un virulento antisemita, ma morì nel 1883. Ben prima dell'avvento delle dittature in Italia e Germania. E Hitler a 17 anni fu conquistato dal Tristan eseguito da Mahler a Vienna, non dalle idee dell'artista.

Beethoven ha la partenza lenta. Questo è il suo anno – 250 dalla nascita – ma almeno per ora la routine concertistica la fa da padrona, non certo scalfita dalle stucchevoli sortite giornalistiche di inizio gennaio, che i due maggiori quotidiani hanno di comune accordo relegato nei magazine.

Così, l’evento della scena musicale italiana – in questo scorcio dell’inverno 2020 – è la singolare fiammata wagneriana della programmazione operistica.

Due nuovi allestimenti debutteranno a distanza di due giorni uno dall’altro (il 24 e il 26 gennaio): Tristan und Isolde a Bologna, Parsifal a Palermo. Fuori dall’immensa mitologia del Ring, altezze vertiginose e indiscutibili, almeno musicalmente. Non male, per il Paese del melodramma, storica culla dell’opera, nel quale le uscite dal ristretto pantheon dei numi Rossini-Bellini-Donizetti-Verdi-Puccini (a diverso livello padri della patria) sembrano sempre un po’ casuali, quasi involontarie.

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È un caso anche questa congiunzione wagneriana, naturalmente. Anche perché, per quanto si spulcino gli annuari, non si trova traccia di possibili anniversari legati a questi due drammi musicali. E si sa che gli anniversari, nell’eclisse della conoscenza, creatività e della fantasia, sono sempre più spesso la linea guida delle attività culturali in Italia.

BOLOGNA CAPITALE ITALIANA DEL WAGNERISMO

Le circostanze di queste due proposte sono peraltro assai differenti. Premesso che il rapporto di Wagner con l’Italia fu frequente, intenso e talvolta decisivo e che Venezia, da questo punto di vista, può addirittura osare definirsi una seconda patria del compositore (che vi soggiornò a più riprese e vi morì nel 1883), Bologna può vantare senza tema di smentite il titolo di capitale italiana del wagnerismo. Fu il suo teatro lirico, infatti, a tenere a battesimo in Italia numerose opere del musicista tedesco, dal Lohengrin al Tannhäuser, dal Tristan, appunto, che vi fu rappresentato nel 1888 (23 anni dopo la prima assoluta, direttore il compositore Giuseppe Martucci) per arrivare all’inizio del 1914, quando vi fu finalmente rappresentato anche Parsifal, a distanza di 32 anni dal suo debutto assoluto.

OMER MEIR WELLBER E LA SFIDA PALERMITANA

Il Comunale di Bologna, dunque, assolve a un dovere in qualche modo “storico”, prosegue una vocazione che del resto non ha mai davvero lasciato cadere. Diverso è il discorso per Palermo: qui la scelta del “dramma sacro” di Wagner per aprire la stagione del Teatro Massimo (Fondazione lirica in deciso rilancio) ha insieme il sapore di un recupero dopo 65 anni – l’ultima rappresentazione risale al 1955 – e di una sfida. Così ha sostenuto in un’ampia intervista pubblicata su La Repubblica il 18 gennaio il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber, non ancora 40enne, che inaugura così anche la sua esperienza di direttore musicale della scena operistica palermitana.

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E tanto per illuminare meglio una delle questioni più calde intorno non solo a quest’opera, ma a tutta la produzione di Wagner, a precisa e non eludibile domanda («Non è difficile il rapporto di un israeliano con Wagner?») Wellber ha risposto testualmente: «Lo è per qualsiasi antifascista, dato che Wagner fu in favore del fascismo, come testimoniano i suoi scritti filosofici, inesistenti dal punto di vista del pensiero politico e vuoti nei contenuti. Ma io mi concentro solo sulla qualità straordinaria del Wagner compositore».

LA VERITÀ È CHE WAGNER FU UN VIRULENTO ANTI-SEMITA

La sciocchezza (anzi, la serie di sciocchezze, esclusa l’ultima frase naturalmente) avrebbe meritato quanto meno una puntualizzazione o una contestazione di merito da parte dell’intervistatrice. Ma questo è un altro discorso, che riguarda le condizioni del giornalismo in questo Paese. Restando a Wellber, il direttore d’orchestra avrebbe potuto, ma non l’ha fatto, ribadire una verità documentalmente e storicamente accertata, e cioè che Richard Wagner fu un virulento antisemita, un vero e proprio “odiatore” degli ebrei come dimostrano chiaramente non solo il suo vergognoso pamphlet Il giudaismo in musica, pubblicato nel 1850, ma numerosi altri suoi testi di poetica ed estetica musicale.

Che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico

Invece ha preferito parlare di un suo fantomatico «favore per il fascismo», anche se si parla di un artista morto nel 1883, cioè 40 anni prima dell’apparizione dei movimenti totalitari di destra in Italia e in Germania. Avrebbe potuto spiegare se e in che misura considera Parsifal un’opera nella quale Wagner trasferisce il suo antisemitismo sul piano musicale, controverso argomento di discussione e di contrasto fra gli specialisti da molto tempo. Con più equilibrio e in maniera molto più condivisibile avrebbe potuto esprimere il suo dissenso e il suo disgusto per l’incondizionato appoggio fin dalla prima ora (anno 1923) accordato dai discendenti di Wagner a Hitler, al nazismo e all’antisemitismo.

Winifred Wagner, nuora del compositore tedesco, con suo figlio Wieland (a destra) e Hitler nel giardino di Wahnfried, la casa Wagner a Bayreuth, nel 1938 (Getty Images).

LA FOLGORAZIONE DI HITLER PER IL TRISTAN DIRETTO DA MAHLER

In Israele, la musica di Wagner resta un argomento molto sensibile, anzi critico. E questo nonostante le più recenti ricognizioni sulle testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto tendano a non collegare con particolare frequenza la musica wagneriana con i campi di sterminio, segnalando come fossero molto utilizzate anche musiche “leggere” degli Strauss, arie d’operetta e molto altro. Naturalmente la sensibilità dei sopravvissuti alla Shoah dev’essere solo rispettata. Sono le vittime e i testimoni di un regime totalitario e di bestiale inumanità il cui futuro leader rimase “fulminato” all’età di 17 anni dall’ascolto del Tristan a Vienna. Era il 1906, dirigeva Gustav Mahler, un ebreo che si era cristianizzato per poter accedere alla guida del Teatro dell’Opera nella capitale dell’Impero (a proposito di antisemitismo…). 

La bibliografia è sterminata, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite

Ma che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico. La bibliografia sul rapporto fra i due personaggi è sterminata, in Europa e negli Usa, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite. E un accurato screening comparativo fra le pubblicazioni wagneriane e i discorsi di Hitler sembrerebbe dimostrare che mai quest’ultimo citò le posizioni del compositore sugli ebrei.

TRA IL DIO DI MALLARMÉ E «L’ASSOLUTA MERDA» DI AUDEN

La realtà è che 137 anni dopo la sua morte, Wagner non cessa di scatenare entusiasmo e repulsione in pari misura, oltre ogni convinzione politica, senza bisogno di pretestuosi agganci con il fascismo, il totalitarismo di destra, l’Olocausto. I poli – come ricordava ancora nel 1998 sul New Yorker il critico Alex Ross – sono «il dio Richard Wagner» di cui parlava Mallarmé e «l’assoluta merda» della definizione di W.H. Auden, successiva di qualche decennio. Wagner si ama o non si sopporta.

Il fondatore del sionismo Theodor Herzl scrisse Lo stato ebraico ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser

E fra quelli che lo amano, la stragrande maggioranza è costituita da persone che nell’opera del loro compositore preferito non vedono alcun “favore per il fascismo” – perché non può esserci – e non vedono neppure antisemitismo, al di là delle interminabili controversie. Di sicuro non lo vedeva, per fare solo un esempio (anche questo citato da Ross, grande esperto del tema, sul quale a settembre pubblicherà un nuovo libro intitolato Wagnerismo), il fondatore del sionismo Theodor Herzl, che scrisse Lo stato ebraico (pubblicato nel 1896) ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser. Del resto, la storia dell’interpretazione wagneriana dell’ultimo mezzo secolo vede brillare i nomi di direttori ebrei come James Levine o Daniel Barenboim, colui che in Israele ha osato sfidare la norma non scritta che ne vieta l’esecuzione in concerto (ma, curiosamente, non alla radio…). Solo le rappresentazioni palermitane di Parsifal diranno se Omer Meir Wellber può aspirare a far parte del gruppo. A prescindere dalla pregiudiziale antifascista.

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Concerto di Capodanno a Vienna, il 2020 inizia sulle note di Beethoven


Grande attesa per il Concerto di Capodanno 2020 di Vienna: il tradizionale appuntamento con la musica classica quest’anno sarà più seguito che mai, date le importanti novità che il direttore scelto, Andris Nelsons, ha introdotto nel programma musicale. Da Beethoven, scelto in occasione del 250° anniversario dalla nascita, alla Marcia di Radetzky, che potrebbe non essere la stessa di sempre.
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7 opere sulla strage di Piazza Fontana: libri, poesie, teatro, canzoni per non dimenticare


Il 12 dicembre ricorrono i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. Capire un pezzo così complesso del mosaico che compone la storia dell’Italia dell’ultimo secolo, non è cosa facile: ci abbiamo provato ricordando le opere letterarie e poetiche attraverso le quali è possibile rileggere quella storia in modo diverso. Da Pasolini a Dario Fo, passando per i fumetti della Bonelli e per le ricerche di Deaglio e Cucchiarelli, ecco 7 opere da leggere per capire piazza Fontana.
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La Tosca di Puccini per la prima della Scala: la storia dell’opera da guardare anche in TV


Il 7 dicembre il Teatro alla Scala di Milano aprirà al pubblico per la stagione 2019-2020, e lo farà con un’opera davvero particolare: si inizia, infatti, con la Tosca di Giacomo Puccini, portata sul palcoscenico scaligero da Riccardo Chailly e Davide Livermore. Una prima attesissima, visibile anche in diretta tv, che riporta all'attenzione del pubblico una delle opere più emblematiche del compositore lucchese: ecco l’origine e la storia nascosta dietro alla Tosca.
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La Genesi di Tosca, capolavoro di sangue e poesia

Dal dramma francese di Sardou al canovaccio di Illica e le liriche di Giacosa. La storia dell'opera di Puccini che apre la stagione della Scala. E che è una delle cinque più rappresentate al mondo.

È la prima volta che Tosca di Giacomo Puccini inaugura la stagione della Scala, il 7 dicembre. Sul podio Riccardo Chailly, regia di Davide Livermore, protagonisti il soprano Anna Netrebko (Floria Tosca), il tenore Francesco Meli (Cavaradossi) e il baritono Luca Salsi (Scarpia).

Il caso è singolare, perché si parla di una delle opere più applaudite di sempre, che infatti ha nel teatro del Piermarini una storia importante, scandita attraverso i grandi interpreti del XX secolo. E in fondo anche perché nelle intenzioni del compositore l’opera era destinata proprio alla Scala e al suo fido Arturo Toscanini che aveva allora poco più di 30 anni.

LA FORTUNA PLANETARIA DI UN’OPERA SENZA TEMPO

La prima assoluta si ebbe in realtà e non per caso al Teatro Costanzi di Roma (oggi Teatro dell’Opera), il 14 gennaio 1900: così volle l’editore Ricordi in considerazione della “romanità” del soggetto. E anche per ragioni promozionali. A Milano Tosca approdò due mesi più tardi, il 17 marzo, sull’onda di un grande successo. Nel giro di pochi anni sarebbe dilagata in Europa, quindi nelle Americhe e in Oriente. Era l’inizio di una fortuna planetaria, che non accenna a tramontare.

Negli ultimi 15 anni (dati di Operabase.com) è al quinto posto assoluto fra le opere più rappresentate, con 1.428 produzioni e 6.869 rappresentazioni. Vuol dire che dal 2004 in media è andata in scena un po’ più di una volta al giorno. E poi dicono che il melodramma è al tramonto. Dipende dal titolo, e dall’autore.

IL DRAMMA DI VICTORIEN SARDOU

L’idea di Tosca era venuta a Puccini nel 1889, dopo avere assistito a Milano alla rappresentazione dell’omonimo dramma di Victorien Sardou (scritto nel 1887) con la “mattatrice” Sarah Bernhardt nel ruolo principale. L’interesse del compositore fu immediato, la causa di questo interesse resta misteriosa, a meno di non voler fare ricorso a categorie poco estetiche e molto psicologiche (e spesso anche molto banalizzate) come l’intuito o l’istinto creativo.

Il compositore Giacomo Puccini (1858 – 1924) (Getty Images).

Lo spettacolo si teneva infatti in lingua originale francese e il musicista non capì granché del dialogo, anche se è vero che l’arte di Bernhardt era largamente affidata alle sfumature della voce e al gesto. Ma soprattutto, la pièce di Sardou era (ed è) un drammone di cornice storica, improntato dal gusto per il coup de théâtre sanguinoso, che si dipana per cinque lunghi atti fra innumerevoli divagazioni in molteplici ambientazioni sceniche, popolato da una folla di 23 personaggi. Qualcosa di sideralmente lontano dalla tagliente concentrazione drammatica che è carattere fondante dell’opera.

L’EFFICACE ADATTAMENTO DI ILLICA

Dato atto della rabdomantica capacità di Puccini di “sentire” le potenzialità melodrammatiche del testo di Sardou, bisogna aggiungere che all’iniziale clic scattato nella mente del compositore seguì una lunga fase di dubbi e d’incertezza, anch’essa del resto caratteristica dei suoi complessi percorsi creativi. Intanto, la Casa Ricordi – su richiesta del musicista – aveva acquisito i diritti del testo e Luigi Illica ne aveva realizzato rapidamente una straordinaria sintesi, una “tela” efficacissima (oggi potremmo dire un adattamento) che riduceva gli atti da cinque a tre, lasciando Tosca, Scarpia e Cavaradossi praticamente soli a delineare il plot, con solamente due altri personaggi di qualche significato nel contorno (il sagrestano e lo sbirro Spoletta). Il resto delle invenzioni di Sardou svaniva, salvo il grand-guignol (morti ammazzati o suicidi) e l’ambientazione romana che diventava però elemento ben diversamente caratteristico nella sua specificità anche topografica.

La chiesa di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo: tutto si svolge in un triangolo di poche centinaia di metri nel cuore della Capitale. In questi luoghi, uno per atto, la storia inizia all’ora dell’Angelus (mezzogiorno) per concludersi all’alba successiva, fra il 17 e il 18 giugno 1800. I papisti credono che Napoleone sia stato sconfitto a Marengo e invece è accaduto il contrario; il feroce capo della polizia va a caccia di prigionieri politici evasi e cerca intanto di soddisfare la sua “foia libertina” nei confronti di una cantatrice famosa, con il condimento sadico di torture a un pittore volterriano, che di lei è l’amante

L’AFFIDAMENTO DELL’OPERA A PUCCINI

Tornando alla genesi dell’opera, mentre Puccini si dedicava ad altro (e che altro: Manon Lescaut e Bohème), Tosca – soggetto che lo stesso Verdi apprezzava, avendolo conosciuto durante un incontro con Illica e Sardou a Parigi – fu affidata dall’editore Ricordi a un bravo compositore della sua scuderia, Alberto Franchetti. La prassi all’epoca non era infrequente. Semmai, era decisamente raro che poi un soggetto “tornasse a casa” come avvenne con Tosca, riaffidata dopo la spontanea (o forse “spintanea”) rinuncia di Franchetti a un Puccini stavolta entusiasta dell’impresa. Era l’estate del 1895, di lì a pochi mesi avrebbe debuttato La Bohème. A Illica venne affiancato Giuseppe Giacosa, per la rifinitura poetica di un libretto che è quasi tutto in versi. Il famoso letterato e drammaturgo doveva risultare uno dei più accesi critici del soggetto, ma i suoi tentativi di sfilarsi dall’impresa vennero sempre respinti, segno che la sua polemica collaborazione era ritenuta fondamentale.

Una foto di scena di Tosca a La Scala con la direzione di Lorin Mazel e la regia di Luca Ronconi (2006).

I DUBBI DI GIUSEPPE GIACOSA

Giacosa imputava alla trama di contenere troppi fatti e pochi sentimenti e di essere per questo inadatta a diventare melodramma. Contestava non senza qualche motivo il fatto che il finale del primo atto e l’inizio del secondo fossero entrambi caratterizzati da un monologo di Scarpia. Pensava che la successione di duetti mettesse a rischio l’equilibrio del melodramma. Cercava luoghi dove fare poesia e stimolare la musa lirica pucciniana, com’era avvenuto con risultati memorabili in Bohème. Non capiva la diversità di Tosca, né poteva immaginare che Puccini stesse preparando una virata radicale rispetto allo stile e al clima dell’opera ambientata a Parigi, ma alla fine si adattò. E facendolo ha consegnato alla letteratura italiana alcuni dei più seducenti versi per musica scritti fra Otto e Novecento.

Luciano Pavarotti nella Tosca (1979-1980).

Il libretto di Tosca è infatti un capolavoro per il capolavoro: nitido e tagliente, lirico e brutale, funzionale come meglio non si potrebbe alla drammaturgia musicale pucciniana. Una miniera di versi memorabili fra i quali il musicologo Mario Bortolotto amava spesso citare quello di Cavaradossi nel primo atto, nel quale proclamava esserci la più brillante avversativa della letteratura italiana: «È buona la mia Tosca, MA credente». 

LA PASSIONE DI MONTALE PER TOSCA

Oltre la boutade colta, questo è però anche un libretto insospettabilmente denso proprio sul piano della poesia. Non a caso, è stato una sorta di riferimento non solo ideale ma molto pratico e preciso per uno dei maggiori poeti italiani del XX secolo, Eugenio Montale.

Il trionfo di Maria Callas nella Tosca al Covent Garden di Londra. Accanto a lei Tito Gobbi e Renato Cioni (LaPresse).

In numerosi passai dell’opera del Nobel per la Letteratura, soprattutto nella sua prima fase, gli studiosi hanno trovato agganci e vere e proprie citazioni del testo di Giacosa. Montale fu anche critico musicale, come è ben noto, e in gioventù aveva accarezzato l’idea di una carriera da cantante lirico. «Come baritono», raccontò una volta il poeta al suo biografo Giulio Nascimbeni, «mi attraeva la figura di Scarpia nella Tosca. Vedo che in genere lo fanno tutti male. Non gli danno il tono del gran signore, lo trasformano in una specie di sceriffo austriaco…». Ancora qualche giorno, e si potrà capire se questa Tosca sarebbe stata nelle corde di Eugenio Montale.

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Eugène Ionesco: 110 anni fa nasceva il padre del teatro dell’assurdo


Il 26 novembre del 1919 nasce, in una piccola cittadina rumena, uno degli autori più importanti e significativi dello scorso secolo. Eugène Ionesco viene riconosciuto come uno dei padri del teatro dell’assurdo, assieme a Beckett: ma il drammaturgo ci tenne sempre a prendere le distanze da un aggettivo troppo riduttivo per le sue opere. Insensatezza, nel linguaggio e nella vita: questi i veri protagonisti dei suoi drammi.
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Bach non brancola nel buio

Dall’amore per Sebastian, a cui si deve il linguaggio di tutta la musica che conosciamo, ai segreti dei suoi famosi dark concert. L’estroso maestro Cesare Picco si racconta a Roma InConTra.

La musica al buio. Quello vero, profondo, in cui neanche uno spiraglio di luce è concesso, dove le tenebre avvolgono tutto e tutti lasciando spazio solo al suono sprigionato dalle sapienti mani del maestro Cesare Picco.

È una dimensione affascinante quella che si vive nei Blind date – Concert in the Dark, che il compositore e improvvisatore classico porta in giro nei teatri di tutta Italia, valorizzando la melodia con il fascino imperscrutabile del buio. Tutto parte da regole precise, a cui il pubblico è conscio di doversi attenere: i primi minuti con una luce fioca che pian piano si spegne, fino a diventare per circa una mezz’ora buio assoluto, quello visibile – si fa per dire – solo nelle caverne o nelle profondità estreme del mare.

Ecco, è quello lo stadio in cui la musica viene espressa nella sua purezza, quasi viscerale, in cui lo spettatore viene calato in un’esperienza sensoriale autentica. Non per tutti, sia chiaro, sconsigliata agli apprensivi o chi soffre di attacchi di panico, ma adatta certamente a coloro che intendono affrontare attraverso il buio le proprie paure vivendo la musica per la musica, senza bisogno di altro.

CESARE PICCO, ARTISTA FUORI DAGLI SCHEMI

Una scelta originale, che rende Picco un artista fuori dagli schemi, oltre che un improvvisatore vero, con la barba da dandy, folta ma armonica, e la voce piena, corposa, forse modellata sulla qualità della musica che suona. A partire da quella di Joan Sebastian Bach, o solo Sebastian, come è intitolato il suo libro scritto per Rizzoli, presentato da Enrico Cisnetto a Roma InConTra. Bach per Picco è un riferimento imprescindibile, un genio, un supereroe, un’autentica rockstar, a cui l’intera musica, non solo quella classica, deve praticamente tutto.

Da sinistra, Enrico Cisnetto e Cesare Picco.

DOPO BACH TUTTA LA CONCEZIONE DELLA MUSICA È CAMBIATA

Bach, infatti, è il padre della codificazione del linguaggio del suono come lo conosciamo ora, su cui si basa la scrittura della musica. Un linguaggio quasi matematico, certamente frutto di uno sforzo sovraumano, realizzato in tempi in cui la musica veniva scritta per 18-20 ore al giorno, a orecchio, senza poter mettere le mani sullo strumento, senza l’ausilio di nessuna tecnologia e, nel caso di Bach, con la perdita graduale della vista, che lo rese cieco sin dalla giovane età. Eppure non esiste alcuna musica arrivata dopo Sebastian che non abbia fatto i conti con i codici da lui inventati, una sorta di dizionario di regole grammaticali che permettono di affrontare qualunque tipo di musica: dal blues al jazz, passando per il pop e per quella dei Beatles.

Cesare Picco.

UN CONCERTO AL BUIO CHE FA VIAGGIARE AD OCCHI APERTI

Ma l’omaggio che Picco rende al genio tedesco non è affatto la solita biografia tecnico-celebrativa, bensì un vero romanzo, che conduce il lettore, non per forza musicista, alla scoperta del giovane Bach, negli anni della scintilla che lo porterà a diventare uno dei riferimenti della storia della musica classica. Un viaggio a occhi aperti, questo sì, magari da alternare con le melodie che lo stesso Picco consiglia. Musica scritta, messa nero su bianco, da eseguire con minuziosa precisione, tutt’altra cosa rispetto al flusso imprevedibile generato sul momento nei suoi dark concert. Quello è pura creazione di suono in tempo reale, ogni sera diversa, espressa in un percorso che dalla luce va verso il buio, per poi ritornare alla luce. Un’esperienza coinvolgente. Persino illuminante.

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Teatro alla Scala di Milano, svolta “green”: le luci della prima da fonti rinnovabili


Il prossimo 7 dicembre al Teatro alla Scala di Milano andrà in scena la "Tosca", capolavoro di Giacomo Puccini. L'evento, andato sold out nonostante i prezzi non proprio popolari, si caratterizza per essere il più "green" nella storia della lirica. Dalle luci dello spettacolo fino alla raccolta differenziata al Piermarini la parola d'ordine è sostenibilità.
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Una mostra celebra i palchi della Scala di Milano

Al museo del Teatro un'esposizione racconta le storie dei proprietari di quei piccoli salotti che hanno accolto anche la regina Elisabetta e Lady D.

«Piove, nevica fuori dalla Scala? Che importa/Tutta la buona compagnia è riunita in centottanta palchi del teatro», scrive Henri Beyle, Stendhal, in quel 1816 del suo viaggio più glorioso e felice in Italia, ricco di soste e ritorni nella città che preferiva a Parigi, e cioè Milano. Ogni sera, correva al Teatro alla Scala, il palcoscenico nel palcoscenico in cui vedeva rappresentata non solo tutta la buona società locale, ma la messa in scena quotidiana della vita della città, dei suoi amori e dei suoi affari. La storia dell’industriale Ziliani che si innamora della bella dama Gina, fedifraga patentata, è da leggere; un romanzo in nuce, se mai avrete tempo di scorrere quelle note, ma il motivo per cui ne scriviamo oggi è che questo breve aforisma inaugura, come un viatico, anche la mostra Nei palchi della Scala. Storie milanesi aperta l’8 novembre 2019 nel Ridotto della Scala curata da Pier Luigi Pizzi con l’intima grandeur che gli è propria (e non sembri un ossimoro, perché non lo è).

PREVISTO ANCHE UN DATABASE ONLINE

L’esposizione si inserisce in un lungo progetto di ricerca che ha unito il Teatro al Conservatorio G.Verdi e alla Biblioteca Braidense nella realizzazione di uno studio sui palchi e i palchettisti dal 1778, anno di apertura della sala che sostituiva il Regio bruciato poche stagioni prima fino al 1920, ultimo anno in cui quelle salette affacciate sul palcoscenico conservarono la proprietà privata (l’affitto non era uso, l’esproprio si rese necessario per dare nuovo ossigeno finanziario). Disponibili a chiunque sia interessato in un database online a partire dal 7 dicembre, i risultati della ricerca sono già ora visibili all’interno della mostra, ed è straordinario vedere come tutti, ma proprio tutti, cerchino nomi noti, documenti. E in un certo senso è come se stessimo insieme con i Trivulzio, i Litta, i Belgiojoso (straordinario il numero delle donne proprietarie di palchi: 308 su 1223 nomi finora censiti) i Visconti, le cui narrazioni personali si intrecciano con quelle dei patrioti italiani. E attenzione al palco numero 5, I ordine settore destro, più vicino al proscenio, detto appunto “il palco dei patrioti”: di proprietà di Vitaliano Bigli, uno dei tre cavalieri delegati a trattare a nome della Società dei Palchettisti con l’arciduca Ferdinando, il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini per la costruzione della Scala e della Cannobbiana, venne occupato dal pronipote Federico Confalonieri, patriota del partito degli “Italici puri” coinvolto nei moti del 1820-21 e fondatore del “Conciliatore” con Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Luigi Porro Lambertenghi). 

OMAGGI A CURIEL, MONTALE, FRACCI E TOSCANINI

Una mostra costruita per suggestioni che al primo piano si apre con la doppia rappresentazione fotografica dello spettacolare (è proprio il caso di dirlo) abito da sera dedicato qualche stagione fa da Raffaella Curiel alla Prima del 7 dicembre di cui la sua famiglia veste buona parte delle ospiti dagli Anni ’50. L’esposizione avvolge poi il visitatore con le molte “quinte fotografiche” bellissime di Giovanni Hanninen, vere catapulte visive ad effetto tridimensionale nell’atmosfera del teatro, spettacolo della vita prima della sua rappresentazione. Lo scopo è proprio questo: avvolgere. Proteggere. Rafforzare il senso di sicurezza e di orgoglio di chi ne varca le porte di ispirazione neoclassica con le pigne beneauguranti sui maniglioni: «Un forte legame di identificazione culturale e civile», come lo definisce il sindaco Giuseppe Sala. In un montaggio fotografico ideale e fantastico dei quattro ordini, curatori e fotografo hanno inserito i volti di Eugenio Montale, grande baritono mancato (Indro Montanelli ha lasciato traccia della prima esibizione a cui assistette, nella redazione del Corriere della Sera), di Carla Fracci e Valentina Cortese, Wally e Arturo Toscanini, Anna Crespi, Vittoria Crespi Morbio e Nandi Ostali, il Quartetto Cetra del “vecchio palco della Scala”. E c’è anche Liliana Segre, tesoro protetto dalla città e forse non abbastanza dal Paese. Nella mattina di pioggia in cui la direttrice del Museo Teatrale alla Scala, Donatella Brunazzi, ha evocato Stendhal con il senso di protezione e di ristoro, di oasi, che il teatro milanese offre ai suoi visitatori, era seduta in prima fila e le era appena stato assegnata la scorta per proteggerla, lei sopravvissuta ad Auschwitz, dagli insulti e dalle minacce di morte della feccia che, sarà pure minoritaria come dice qualcuno ma in questa Italia, in questo momento, ha trovato l’humus per crescere e l’atmosfera per spandere il proprio olezzo di marciume. La senatrice era serena e garbata come sempre. Ma noi ci siamo sentiti immensamente grati di trovarci lì, in quella mattina di pioggia, asciutti e al sicuro, in mezzo alla compagnia dove tornava sempre anche Stendhal, in attesa che Napoleone, il suo generale che non gli piaceva più da tempo, scomparisse per sempre.

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Catania, crisi Teatro Bellini. Alessandro Gassmann: “Incapaci ignoranti al comando”


La crisi al Teatro Bellini di Catania continua. In corso una riunione tra i sindacati e il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci per risolvere la questione e scongiurare la chiusura. Alessandro Gasmann interviene su Twitter con un messaggio: "Un paese, una amministrazione pubblica che lascia morire meraviglie come il Teatro Bellini di Catania, non può considerarsi civile."
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