Olimpia Alvino è Anna Cappelli

di Rosa Pia Greco

Penultimo appuntamento, domani, domenica 24 ottobre, alle ore 19, con la rassegna “Qui fu Napoli… qui sarà Napoli” promossa dall’Associazione Consorzio “La Città Teatrale” di Salerno con il finanziamento della Regione Campania ed il patrocinio del Comune di Salerno. Per il settimo appuntamento, che ha già fatto registrare il sold out, il sipario si alzerà al Teatro Del Genovesi diretto da Enzo Tota. Di scena, la Compagnia Teatro Mio di Vico Equense che presenta Anna Cappelli che proporrà un lavoro di Annibale Ruccello “Anna Cappelli” con Olimpia Alvino, per la regia di Geppi Di Stasio. ‘Anna Cappelli’ è un crudo e implacabile spaccato dell’Italia di provincia dominata dalla sovrastruttura di una morale cattolica che Ruccello ha sempre stigmatizzato; è un testo che va all’essenza del sentire umano più recondito. Anna é un’anonima impiegata, non più giovanissima, che ha lasciato il paese per lavorare in città. Con l’impiego, aspira ad avere una casa sua, non vuole più sentirsi ospite mal tollerata di situazioni provvisorie. L’incontro e la convivenza con Tonino, collega d’ufficio e proprietario di un appartamento, sembra esaudire ogni desiderio di Anna, ma l’epilogo non é esattamente un lieto fine. Ruccello ha scritto Anna Cappelli poco prima della sua prematura scomparsa: sette dialoghi per attrice sola che parla con qualcuno fuori-scena: prima la padrona della stanza affittata da Anna, poi Tonino. Non si tratta dunque di monologhi interiori ma di colloqui di cui lo spettatore sente solo la parte di Anna. Nella nostra interpretazione la solitudine tragicomica di Anna verrà oggettivata da un alter-ego, un’ombra, una figura che svela il non detto o il censurato. La Trama Anni ’60. Anna Cappelli è una donna scialba e ingenua, che si è trasferita da poco a Latina per lavorare nella pubblica amministrazione. Anna si lascia alle spalle una famiglia oppressiva, che tende a umiliarla e vessarla in favore della sorella, ritenuta più meritevole; la donna sogna un futuro roseo e una vita agiata, ma è costretta a vivere nello squallido e puzzolente appartamento della signora Tavernini, dalla quale viene a sua volta maltrattata. La svolta sembra arrivare quando Anna incontra Tonino Scarpa, un ragioniere insipido ma benestante che inizia a corteggiarla. Dopo sei mesi di frequentazione l’uomo le propone di andare a convivere more uxorio, asserendo che il matrimonio sia un’inutile convenzione borghese. Anna si trasferisce nella ricca dimora del suo amato, non senza incontrare le resistenze della signora Tavernini e i pettegolezzi dei colleghi, che ritengono sconveniente che una donna e un uomo vivano insieme senza essere sposati. Tonino, inoltre, le imporrà di lasciare il lavoro e di non avere figli: pur di avere la vita che sognava, Anna accetta passivamente queste privazioni. Col passare del tempo Anna diventa sempre più possessiva e cerca di imporre le proprie scelte nella vita in comune con Tonino: ad esempio, col pretesto di non sentirsi accettata, lo spinge a licenziare l’anziana cameriera Maria che lo accudiva. Trascorrono due anni, durante i quali l’ossessione di Anna nel controllare la vita di Tonino porta a un vero e proprio rovesciamento dei ruoli: è lei a sottomettere lui, non più viceversa. A quel punto il ragioniere le annuncia di volersi trasferire in Sicilia senza di lei; a nulla valgono i suoi pianti: l’uomo le dice che lo scopo della convivenza era proprio non porre vincoli tra i due. Incapace di sottostare all’abbandono e vedendo la sua intera vita andare in pezzi, Anna compie un gesto estremo: uccide Tonino e ne fa a pezzi il corpo, con l’intenzione di mangiarselo. Nell’ultima scena Anna parla ai resti di Tonino, spiegandogli che dopo averne mangiato tutte le carni utilizzerà le ossa per fare delle candele con le quali dar fuoco alla casa, suicidandosi. Al momento di scegliere quale parte del corpo divorare per prima, tuttavia, Anna si rende conto di non essere in grado di prendere da sola questa decisione: accorgendosi dell’enormità del misfatto compiuto, la donna non può fare altro che invocare inutilmente il suo amato Tonino, urlando un doloroso “Aiutami!”. “Una pièce che mostra sentimenti veri o presunti così fisici da poter essere ingurgitati. Un testo con queste caratteristiche ha suggerito alle nostre corde di leggerlo in maniera ancor più essenziale, simbolica estraniata in un allestimento scarno e descrittivo al tempo stesso, cercando di far coincidere le suggestioni dello stesso Ruccello con l’epicità di Brecht”, scrive il regista Geppi Di Stasio.

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Il Teatro ritrova la voce, il pubblico riscopre l’ascolto al Ghirelli

Torna a far sentire la propria voce, il centro di produzione Casa del Contemporaneo, e lo fa insieme ad artisti, attori, registi, musicisti, autori, danzatori che, dopo il silenzio cui sono stati costretti dall’emergenza pandemica, finalmente riprendono fiato. Da sempre casa abitata da più artisti, espressione di sensibilità molteplici dei processi culturali della contemporaneità, CdC, riprende appieno la sua attività e riapre le sue sale con una programmazione ricca di “produzioni proprie” e ospitalità proponendo al pubblico un teatro di poesia, per tutti, dove si alternano prosa, musica, danza, formazione ed informazione, incontri critici, performance, grandi interpreti e nuovi talenti. Il programma del Teatro Ghirelli nella stagione 2021/22 comincia con una doppia anteprima: una in prosa e una in danza. Il 26 ottobre, sul palco del Lungoirno ci saranno Riccardo Barbera e Roberto D’Alessandro ovvero gli “Emigranti” di Mrożek una produzione Golden Show realizzata con il sostegno Ambasciata della Repubblica di Polonia in Roma con il patrocinio del Consolato Onorario della Repubblica di Polonia per la Regione Campania e la collaborazione dell’Associazione Italo Polacca di Salerno AIPSAP. Il 29 ottobre sarà la volta di “Giuda” parte del progetto Na-Sa, un progetto Regione Campania/Scabec; Teatro Pubblico Campano; Casa del contemporaneo; Comune di Salerno con la direzione artistica di Michele Mele – che mette al centro delle sue attenzioni la danza contemporanea e che quest’anno si concentra sul coreografo e performer \salernitano Michele Di Stefano – dove il pubblico, dotato di cuffie audio, fruisce individualmente un paesaggio sonoro composto da Lorenzo Bianchi Hoesch che sembra anticipare, sottolineare o irridere le azioni del performer, che agisce in realtà nel silenzio più assoluto. La proposta degli abbonamenti e delle card della stagione 2021/2022 del Teatro Ghirelli prende il via con lo spettacolo “Luparella” di e con Enzo Moscato, una produzione Casa del Contemporaneo, la prima delle produzioni e coproduzioni della casa, nella sua lingua “babelica” e informale, una vicenda che parla di amore, morte e di dignità. A seguire “Dov’è la vittoria”, in coproduzione con il Teatro di Napoli-Teatro Nazionale; “Gli amanti di Verona” testo tratto dalla novella di Matteo Bandello, scrittore italiano del Cinquecento che ispirò il capolavoro shakespeariano; “Migliore” di Mattia Torre; “La donna albero”, liberamente tratta da Camilleri; “Museo del popolo estinto”, l’ultimo dei capolavori corali di Enzo Moscato. “Luparella” racconta un episodio immaginario che potrebbe essere accaduto nel 1943, nella ricchezza del suo dialetto napoletano e nell’informalità del parlato, una vicenda che parla di amore, morte e di dignità. Secondo appuntamento, “Poetica” di Enzo Marangelo, ovvero un viaggio a ritroso nella poesia classica, dove, con l’ausilio di diversi linguaggi espressivi, dalla parola al canto, dal corpo alla musica, Piera De Piano rivive i ventuno mondi fabbricati da altrettante poesie. Il terzo appuntamento della stagione è l’8 dicembre con “Gli amanti di Verona” con Manuela Mandracchia e Fabio Cocifoglia e le musiche eseguite dal vivo dagli Agricantus. La formula racconto-concerto permette, attraverso l’utilizzo di generi e repertori musicali diversi e la fusione di parola e musica, di creare una partitura globale con intrecci contrappuntistici e concertazioni che diventano uno straordinario veicolo di fruizione da parte del pubblico della storia di Giulietta e Romeo, secondo la novella del Bandello che non ha nulla da invidiare all’opera shakespeariana per potenza emotiva, intreccio, alternanza di climi. “Dov’è la vittoria”, della giovanissima formazione BEstand: Agnese Ferro, Dario Postiglione e Giuseppe Maria Martino, attore capaccese che ne firma anche la regia, è l’ultimo appuntamento in programma nel 2021 e andrà in scena il 19 dicembre. Il 2022 si apre con “Migliore”, testo dell’indimenticato ed indimenticabile Mattia Torre, prodotto in collaborazione con Nest Napoli Est Teatro, dal 15 al 16 gennaio con Giovanni Ludeno e la regia di Giuseppe Miale di Mauro. Un testo comico che racconta una storia al limite del paradosso in cui viene fuori l’idea malsana della società contemporanea: per farcela bisogna essere cinici, spregiudicati, violenti. Un omaggio ad Andrea Camilleri è “La donna albero”, in scena il 29 e 30 gennaio, una produzione CdC, con Antonella Romano, Luca Iervolino e Rosario Sparno (anche regista). La pièce completa un dittico sulla metamorfosi cominciato con “La donna pesce”. “A ciascuno il duo”, al Ghirelli il 5 e 6 febbraio, racconta la storia dell’opera usando il tramite della risata. Ne sono protagonisti Luca De Lorenzo e Ivan Dalia (arrivato secondo in una delle passate edizioni di “Italia’s got talent”). Lo spettacolo è proposto anche nella rassegna Young per le scuole. Dal 23 al 24 febbraio sarà la volta di “Sorelle”, di Pascal Rambert, la storia di due donne fragili, interpretate da Sara Bertella e Anna Della Rosa, che si rinfacciano ogni tipo di violenza e tutti i possibili sensi di colpa, in una lotta all’ultimo sangue, parola contro parola, corpo contro corpo, in una sorta di duello emotivo combattuto su di un metaforico ring. Il 19 e 20 marzo, poi, a Salerno arriva “Museo del popolo estinto”, il nuovo progetto scenico di Enzo Moscato che ha debuttato il 29 e 30 giugno a Capodimonte per il Campania Teatro Festival. Composto da vari frammenti testuali, autonomi e nello stesso tempo interdipendenti tra di loro. “Il bacio della vedova” di Hisrael Horovitz, con Diletta Acquaviva, Alessandro Lussiana/Mario Cangiano e Michele Schiano di Cola e diretto da Teresa Ludovico racconterà agli spettatori, il 26 e 27 marzo, la fine di un’amicizia nata sui banchi di scuola, di una complicità fra uomini. Il sagace divertissement parodistico di Giuseppe Patroni Griffi, ispirato alla tragica fine della principessa Diana e alla reazione convulsa e aspra della Regina – che qui si esprime in un napoletano sguaiato – è “Una tragedia reale”, che andrà in scena il 2 e 3 aprile. A dirigerlo Francesco Saponaro, ad interpretarlo Lara Sansone, Andrea Renzi, Ingrid Sansone e Luciano Saltarelli, la produzione è di Teatri Uniti con il Teatro Sannazaro, Centro di Produzione. Spazio anche al pubblico di giovanissimi al Teatro Ghirelli con la rassegna Young: una selezione di cinque titoli, per i piccoli dai 3 anni e le loro famiglie, il sabato pomeriggio ore 17 e otto appuntamenti riservati alle scuole nelle matinée delle ore 9:30. Si inizia a dicembre con “Jack e il fagiolo magico”, produzione ‘Tra il dire e il fare’, ispirata a una fiaba della tradizione orale inglese interpretata da un’attrice, burattinaia e macchinista, che la restituisce al pubblico attraverso il gioco della narrazione (+3 anni). A gennaio spazio a “Il Grande Gioco”, di ATGTP di Jesi, che mette in scena la vicenda di due fratelli interpretati dalla coppia Silvano Fiordelmondo, storico attore del Teatro Pirata, e Fabio Spadoni, attore con sindrome di Down (+ 8 anni, solo per la scuola) e a “Semino”, un progetto di “La luna nel letto e Arti scena Scuola di danza” che nasce dalla ricerca di forme alternative di educazione ambientale che diventano ‘forme di educazione sentimentale’ (+3 anni). A febbraio, ancora per la scuola, è tempo di “A ciascuno il duo”, un dialogo tra canto e piano, con Luca De Lorenzo e Ivan Dalia, per raccontare con linguaggio comico le storie e la musica dei compositori del passato (+ 8 anni). Per tutti dai 3 anni è, sempre a febbraio, “Di segno in segno” di Giallo Mare Minimal Teatro, in cui la narrazione e il disegno dal vivo si incontrano per raccontare questo nostro strano mondo fin dalla sua nascita (+ 3 anni) Il teatro d’ombre, a marzo, porta sul palcoscenico del Ghirelli “Il cielo degli orsi” di Teatro Gioco Vita, sulle difficoltà delle relazioni umane e l’indifferenza che il mondo sembra riservare ai piccoli o grandi dolori degli uomini (+ 3 anni). Riservata alle scuole la produzione in lingua inglese di Casa del Contemporaneo, “The Strange Case of Hotel… Morgue. A Homage To Edgar Allan Poe” di The Play Group che prende ispirazione dai classici della letteratura gotica e dal genere poliziesco che si rifà a Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe e Agatha Christie (+ 8 anni) per fare luce su alcuni misteriosi omicidi. Infine, ad aprile, Accademia Perduta/Tanti Cosi Progetti chiude la rassegna con “Zuppa di Sasso”, una fiaba di parole ed oggetti sulla condivisione e la capacità di essere accoglienti (+3 anni). Si confermano inoltre gli incontri di aggiornamento per docenti (Ente accreditato MIUR) e il progetto speciale di teatro fatto in classe Teatro Scuola Vedere Fare in collaborazione con Agita e Casa dello Spettatore, già vincitore dell’Eolo Award 2020 come Miglior Progetto.

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Eduardo, artefice magico: omaggio al genio teatrale

di Olga Chieffi

Il confronto centrale del “Qui fu Napoli…Qui sarà Napoli” promossa dall’Associazione Consorzio “La Città Teatrale” di Salerno, verrà vissuto, in questo week-end, da artisti e pubblico sul palcoscenico del Teatro Ridotto di Salerno, alle ore 21, dove la Compagnia Dell’Arte, diretta da Antonello Ronga, metterà in scena, “Eduardo Artefice magico”. A quasi quarant’anni dalla morte, non sembra che la figura alta, allampanata, rugosa, comica, amara, severa, dolcissima si sia sbiadita. Non ha mai rischiato di finire nel dimenticatoio, destino affidato a molti che in vita sono definiti “grandi” e poi da morti svaniscono poco alla volta, e così anche le loro opere. La grandezza di Eduardo, così tanto celebrata in vita, ha continuato ad ingigantirsi. Non c’è stato anno senza che venissero riproposte con grande successo Filumena Marturano, Napoli Milionaria o Natale in casa Cupiello, e tante tante altre. Opere – potenti, universali, senza tempo, senza mai logorarsi – rimaste in piedi anche dopo di lui, a dimostrazione che oltre ad essere un grande attore, un interprete attento e minuzioso, Eduardo è stato un grande drammaturgo del Novecento, che merita un giusto posto di fianco a Cechov, Pirandello, Beckett, Williams. Il titolo “Eduardo, Artefice magico” apre il mondo di Sik-Sik o del grande balletto andato in scena al Teatro San Carlo firmato da Michele Nappa. Crediamo, invece, che questo titolo possa svelare la vera natura di Eduardo: i critici hanno sempre creduto che Eduardo fosse un neorealista, invece lui era un metafisico, un surreale, sempre interessato al paradosso della realtà. Prendeva in mano delle storie, portandole “pericolosamente” (uno dei suoi atti unici) alle estreme conseguenze. Basta pensare a “Sabato, domenica e lunedì”: è una vicenda surreale, sembra un fatto comune, poi, ci si accorge che si passa a livelli paradossali, impossibili, quindi, di colpo si ritorna al normale e ci si rende conto che si rovescia tutto. Eduardo è artefice magico, per il suo linguaggio teatrale, per l’uso del silenzio, il valore delle pause, i ritmi, l’invenzione di una lingua teatrale. Molti pensano che Eduardo parli in dialetto, invece ha reinventato una lingua, con nuove soluzioni lessicali, un vero e proprio linguaggio grammelot, come diceva del genio napoletano Dario Fo. Anche per questo, per essere stato il magnifico inventore di una lingua teatrale l’artefice magico diventerà sempre più importante, nel tempo, perché ci si renderà conto che quel suo teatro esprime immancabilmente una realtà profonda, con notevoli varianti nella rappresentazione dell’assurdo e dell’impossibile. La Compagnia dell’Arte porta in scena uno spettacolo in cui cinque anime sono legate da un unico destino: trovare la salvezza. Salvezza che forse solo le parole possono dare. “Il viaggio universale dei corpi, sempre più umanamente profughi, in questa società di anime di ogni tempo”. Un viaggio nell’universo “eduardiano” quello intessuto dal regista Antonello Ronga che, ancora una volta rielabora un testo facendolo proprio, dando vita, così, ad uno spettacolo unico nel suo genere. In scena saliranno Valentina Tortora, Mauro Collina, Teresa Di Florio, Fortuna Capasso e Vincenzo Triggiano, le sue parole prendono vita in forma nuova, ancorate al futuro, scardinate dalla tradizione, e proiettate, verso un teatro che ascolta le parole di tutti.

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Un giovane in pensione di scena a Bracigliano

di Monica De Santis

La comicità di Paolo Caiazzo, conosciuto da molti come Tonino Cardamone, giovane in pensione, oppure come il prof che ha tenuto compagnia a molti studenti durante il periodo della dad, sarà protagonista sabato a Bracigliano. L’attore che quest’estate è stato in tour con il suo nuovo spettacolo che lo vedeva in coppia con Federico Salvatore, dunque sarà l’ospite d’onore all’Auditorium di Palazzo De Simone sabato, ina serata all’insegna non solo del cabaret ma anche della musica. L’ingresso, per assistere alla serata all’Auditorium è gratuito previa esclusiva esibizione del green pass e fino ad esaurimento posti nel rispetto delle normative per il contrasto all’emergenza sanitaria. Inizio fissato per le ore 2030 con la presentazione del Concorso Musicale 2022 e con lo spettacolo musicale de “I Filarmonici di Bracigliano”, che si esibiranno nella composizione di musiche sinfoniche. L’evento è stato organizzato dal Comune di Bracigliano. Subito dopo. alle ore 21.30, si terrà l’esilarante spettacolo che vedrà come protagonista proprio Paolo Caiazzo, che si è distinto e fatto conoscere sul piccolo schermo per le sue performances comiche tra le altre cose in molto programmi televisivi sia Rai che Mediaset che di La7. Nato a San Giorgio a Cremano, la stessa cittadina alle porte di Napoli che diede i natali all’attore Massimo Troisi. Paolo Caiazzo muove i suoi primi passi nel mondo del teatro a vent’anni, quando, nel 1987, inizia a frequentare la Bottega Teatrale del Mezzogiorno al Teatro Cilea. Qui, sotto la direzione di Antonio Casagrande e Maurizio Casagrande, intraprende la carriera di attore brillante. Grazie all’esperienza con i Casagrande, arrivano i primi riconoscimenti. Al Festival del Teatro Piccolo di Napoli, Caiazzo si aggiudica il premio come miglior attore protagonista e nel 2001 si classifica primo al Festival di comicità nazionale Charlot 2001 di Paestum. Nel frattempo comincia la sua esperienza televisiva e dopo un lungo training nelle televisioni private napoletane e campane, per Caiazzo si aprono le porte della televisione “generalista”. “Bracigliano – ha detto il Sindaco di Bracigliano, Antonio Rescigno – si rilancia partendo dalla cultura. Abbiamo attraversato momenti molto bui e tristi a causa dell’emergenza sanitaria. Tuttora stiamo vivendo una fase di transizione, nel corso della quale è richiesta, dalle autorità competenti, la massima attenzione per evitare ogni forma di pericolo. La situazione, sicuramente, è più sotto controllo rispetto al passato grazie alla campagna vaccinale che va avanti spedita con percentuali di vaccinati molto alta. Sulla base dei dati confortanti che emergono dai rapporti dei competenti organismi sanitari – ha poi dichiarato il Primo Cittadino – il nostro territorio ha pensato al rilancio proponendo temi di carattere culturale e di spettacolo. Quindi, quale migliore occasione per presentare il Concorso Musicale 2022? Concorso che, purtroppo, non si è tenuto negli anni 2020 e 2021 a causa della pandemia. Proprio qui a Bracigliano, città della Musica, che vanta tradizioni storiche di grandi successi in questo campo. Ringrazio sin da ora tutti coloro che hanno collaborato per la buona riuscita di questa serata”.

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Gaetano Troiano presenta “Pascariello e Don Felice”

di Rosa Pia Greco

Prosegue la rassegna teatrale di autori napoletani dall ‘800 ai contemporanei denominata “Qui fu Napoli… qui sarà Napoli”, organizzata dall’associazione consorzio “La Città Teatrale” di Salerno con il contributo della Regione Campania ed il patrocinio del Comune di Salerno. Per il quinto appuntamento del cartellone ecco il turno del Teatro Arbostella, che a causa dei lavori di ristrutturazione sarà ospitato al Teatro Nuovo di via Valerio Laspro sabato 16 e domenica 17 ottobre, dove, con la Compagnia All’Antica Italiana di Gaetano Troiano rispolvererà la comicità senza tempo di Antonio Petito con due atti unici rinominati “Pascariello e Don Felice”. Antonio Petito, scomparso nel 1876 a 54 anni nasce a Napoli figlio di un altro celebre Pulcinella, Salvatore Petito e di donna Peppa D’Errico, impresaria di un baraccone nel quale si rappresentavano spettacoli per il popolo, Antonio era soprannominato in famiglia Totonno ‘o pazzo per la sua estrema vitalità. Fu proprio il padre a dargli il battesimo teatrale, cedendogli la maschera nel corso di una rappresentazione teatrale al Teatro San Carlino di Napoli, dove in seguito si produsse più volte divenendo idolo del popolo. Proprio dietro le quinte di quel teatro, Petito ebbe, la sera del 24 marzo 1876, l’attacco cardiaco che gli fu fatale. Gaetano Troiano, poliedrico attore e regista teatrale, nel preparare la commedia che metterà in scena da sabato ha apprezzato l’autore partenopeo: “Riscoprire i tipi e le maschere di Petito rappresenta un momento di recupero culturale e tradizionale di indubbio valore– ha dichiarato Troiano. Dalla comicità di Petito hanno attinto tutti i teatranti napoletani e non solo. I meccanismi della sua farsa sono stati di insegnamento a tutti coloro che nei secoli si sono approcciati al teatro comico e brillante, meccanismi che pur essendo di matrice fortemente popolare hanno indotto al riso anche i puristi del teatro andando a stuzzicare la vena comica che fa parte dell’animo di tutto il genere umano. A distanza di quasi due secoli nel mettere in scena queste due farse di Petito, anche noi abbiamo provato sincero divertimento pur vivendo la comicità attuale che è fortemente cabarettistica” – ha aggiunto il regista. “In ‘Don Felice creduto criaturo ‘e n’anno’ presenteremo un Pulcinella inusuale: anziano ciabattino con il problema di dar da mangiare alla famiglia ma senza la solita baldanza che conosciamo, ma con una rabbia interiore che sfocia in un’amara ironia che induce al riso. In ‘Pascariello surdato cungerato’ si ritrova la guappesca anima di Pulcinella giovane fanfarone e pauroso. Pur temendo il temibile Zi’ Battista, non esita a raggiungere la sua amata Mariella e pur di restare accanto a lei accetta di…. Ma questo lo si potrà scoprire solo venendo a Teatro” – conclude lo stesso Troiano. Con lui in scena ci saranno Vittorio Avagliano, Gerry Bove, Carmela D’Arienzo, Maria Teresa D’Ursi, Giulia Esposito, Marco Monetta e Ida Santaniello. Prenotazione obbligatoria al 347/1869810 – ingresso gratuito (Sabato ore 21 – Domenica ore 19)

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Tornano le stelle del teatro al Delle Arti

di Olga Chieffi

Ha un titolo simbolico e forte il titolo dello spettacolo inaugurale della nuovo cartellone di prosa del Teatro delle Arti, presentata ieri mattina da Claudio Tortora e dal Sindaco Vincenzo Napoli. Si ritornerà in teatro il 20 novembre per lo spettacolo di “Resilienza 3.0” lo spettacolo di Massimiliano Gallo che è il sequel di Resilienza 2.0 scritto durante la quarantena. Il messaggio è chiaro: dai disastri si risorge con grande ironia e tanta positività. Quando siamo messi alle strette, noi italiani siamo capaci di fare cose straordinarie. Sarà una premiere per lui, che si presenterà in “quintetto” con i compagni di sempre: Shalana Santana, Arduino Speranza e Pina Giarmanà, accompagnati dal Maestro Mimmo Napolitano al pianoforte, da Davide Costagliola al contrabbasso e Peppe di Colandrea al sax e clarinetto e anche per noi, che siamo il pubblico, che ci rincontreremo in un luogo di cultura. Il mese successivo dicembre porta il sigillo di Elena Sofia Ricci, protagonista de’ “La dolce ala della giovinezza”, una ricombinazione dei temi cari a Tennessee Williams, particolarmente ispirato da tematiche come l’ipocrisia, le verità nascoste, la perdita dell’innocenza, sesso, erotismo esplicito, personaggi intrappolati nelle loro debolezze e nelle loro fragilità. Lui stesso pare temesse molto il passare del tempo e le sue conseguenze e in questa storia è centrale proprio la tematica della giovinezza che svanisce portandosi via sogni, speranze, possibilità. Il 2022 del teatro delle Arti che, verrà inaugurato il 15 gennaio con “Nati 80… amori e non” di Claudio Tortora, per la regia di Antonello Ronga, una riflessione su una fascia di età che per diversi motivi ha subito e subisce le tante evoluzioni in negativo che i nostri tempi hanno avuto che certamente sono state le conseguenze anche dei comportamenti della generazione che li ha preceduti e generati. Caduta di valori, insicurezza , depressioni, segnano passo dopo passo la trama di questa pièce teatrale. Si prosegue sabato 5 e domenica 6 febbraio con Isa Danieli e Giuliana De Sio che saranno le protagoniste di “Le signorine” di Gianni Clementi. Il testo molto semplice e legato ad un linguaggio, a volte deliberatamente caricato, è basato sul “contrappunto” alla mente delle due protagoniste Rosaria e Addolorata, due zitelle, poliomelitiche. La paralisi fisica ed esistenziale proietta le due sorelle nel passato, alla ricerca del momento magico, l’amore dei genitori, le filastrocche, la mela grattugiata con zucchero e limone, e l’odio verso di loro che non concessero la vaccinazione anti-polio, un “carnage” psicologico si colora, quindi, di disperata malinconia in una casa-prigione. Si continua sabato 19 e domenica 20 febbraio con Nancy Brilli e Chiara Noschese che proporranno “Manola” da un volume di Margaret Mazzantini per la regia di Leo Muscato. Manola è l’immagine di un’anima saggia che riesce ad ascoltare ogni nostra argomentazione senza di proposito intervenire, senza criticare per darci la sua opinione. Più probabilmente è uno specchio al quale ognuno di noi può dichiarare e confessare tutto, guardandoci, mentre parliamo, dritto negli occhi e senza temerne per questo il giudizio, poiché i nostri occhi si riflettono specularmente in se stessi. Penultimo appuntamento sabato 22 e domenica 23 febbraio si ride con Giacomo Rizzo e Caterina De Santis, protagonisti di “Un figlio in provetta” di e con Corrado Taranto per la regia di Giacomo Rizzo. Chiude la stagione teatrale sabato 26 e domenica 27 marzo Paolo Belli in “Pur di far commedia” di Paolo Belli e Alberto Di Riso. Paolo Belli torna in teatro con “Pur di far Commedia”, piece scritta ancora una volta con Alberto Di Risio, evoluzione naturale di “Pur di fare Musica”. La commedia è ambientata in una sala prove dove Paolo tenta tra mille difficoltà di allestire uno spettacolo, tra musicisti e attori ritardatari e personaggi surreali che cercano ogni occasione per guadagnare la ribalta. “Pur di far commedia” è l’occasione per raccontare in chiave comica episodi di vita, aneddoti e leggende di una carriera lunga 30 anni. Non manca ovviamente la musica, che fa da collante naturale a una serie di gag esilaranti, per un nuovo ed irresistibile mix di risate e canzoni. Il direttore artistico Claudio Tortora ha illustrato anche le altre rassegne ed iniziative collaterali che si svolgeranno al Delle Arti, come “C’era una volta”, rassegna per bambini e genitori giunta alla sua decima edizione, ed ancora la rassegna di matineé teatrali rivolti alle scuole di ogni ordine e grado ed, infine, gli stage di danza con maestri di rilievo internazionale.

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Tornano le stelle del teatro al Delle Arti

di Olga Chieffi

Ha un titolo simbolico e forte il titolo dello spettacolo inaugurale della nuovo cartellone di prosa del Teatro delle Arti, presentata ieri mattina da Claudio Tortora e dal Sindaco Vincenzo Napoli. Si ritornerà in teatro il 20 novembre per lo spettacolo di “Resilienza 3.0” lo spettacolo di Massimiliano Gallo che è il sequel di Resilienza 2.0 scritto durante la quarantena. Il messaggio è chiaro: dai disastri si risorge con grande ironia e tanta positività. Quando siamo messi alle strette, noi italiani siamo capaci di fare cose straordinarie. Sarà una premiere per lui, che si presenterà in “quintetto” con i compagni di sempre: Shalana Santana, Arduino Speranza e Pina Giarmanà, accompagnati dal Maestro Mimmo Napolitano al pianoforte, da Davide Costagliola al contrabbasso e Peppe di Colandrea al sax e clarinetto e anche per noi, che siamo il pubblico, che ci rincontreremo in un luogo di cultura. Il mese successivo dicembre porta il sigillo di Elena Sofia Ricci, protagonista de’ “La dolce ala della giovinezza”, una ricombinazione dei temi cari a Tennessee Williams, particolarmente ispirato da tematiche come l’ipocrisia, le verità nascoste, la perdita dell’innocenza, sesso, erotismo esplicito, personaggi intrappolati nelle loro debolezze e nelle loro fragilità. Lui stesso pare temesse molto il passare del tempo e le sue conseguenze e in questa storia è centrale proprio la tematica della giovinezza che svanisce portandosi via sogni, speranze, possibilità. Il 2022 del teatro delle Arti che, verrà inaugurato il 15 gennaio con “Nati 80… amori e non” di Claudio Tortora, per la regia di Antonello Ronga, una riflessione su una fascia di età che per diversi motivi ha subito e subisce le tante evoluzioni in negativo che i nostri tempi hanno avuto che certamente sono state le conseguenze anche dei comportamenti della generazione che li ha preceduti e generati. Caduta di valori, insicurezza , depressioni, segnano passo dopo passo la trama di questa pièce teatrale. Si prosegue sabato 5 e domenica 6 febbraio con Isa Danieli e Giuliana De Sio che saranno le protagoniste di “Le signorine” di Gianni Clementi. Il testo molto semplice e legato ad un linguaggio, a volte deliberatamente caricato, è basato sul “contrappunto” alla mente delle due protagoniste Rosaria e Addolorata, due zitelle, poliomelitiche. La paralisi fisica ed esistenziale proietta le due sorelle nel passato, alla ricerca del momento magico, l’amore dei genitori, le filastrocche, la mela grattugiata con zucchero e limone, e l’odio verso di loro che non concessero la vaccinazione anti-polio, un “carnage” psicologico si colora, quindi, di disperata malinconia in una casa-prigione. Si continua sabato 19 e domenica 20 febbraio con Nancy Brilli e Chiara Noschese che proporranno “Manola” da un volume di Margaret Mazzantini per la regia di Leo Muscato. Manola è l’immagine di un’anima saggia che riesce ad ascoltare ogni nostra argomentazione senza di proposito intervenire, senza criticare per darci la sua opinione. Più probabilmente è uno specchio al quale ognuno di noi può dichiarare e confessare tutto, guardandoci, mentre parliamo, dritto negli occhi e senza temerne per questo il giudizio, poiché i nostri occhi si riflettono specularmente in se stessi. Penultimo appuntamento sabato 22 e domenica 23 febbraio si ride con Giacomo Rizzo e Caterina De Santis, protagonisti di “Un figlio in provetta” di e con Corrado Taranto per la regia di Giacomo Rizzo. Chiude la stagione teatrale sabato 26 e domenica 27 marzo Paolo Belli in “Pur di far commedia” di Paolo Belli e Alberto Di Riso. Paolo Belli torna in teatro con “Pur di far Commedia”, piece scritta ancora una volta con Alberto Di Risio, evoluzione naturale di “Pur di fare Musica”. La commedia è ambientata in una sala prove dove Paolo tenta tra mille difficoltà di allestire uno spettacolo, tra musicisti e attori ritardatari e personaggi surreali che cercano ogni occasione per guadagnare la ribalta. “Pur di far commedia” è l’occasione per raccontare in chiave comica episodi di vita, aneddoti e leggende di una carriera lunga 30 anni. Non manca ovviamente la musica, che fa da collante naturale a una serie di gag esilaranti, per un nuovo ed irresistibile mix di risate e canzoni. Il direttore artistico Claudio Tortora ha illustrato anche le altre rassegne ed iniziative collaterali che si svolgeranno al Delle Arti, come “C’era una volta”, rassegna per bambini e genitori giunta alla sua decima edizione, ed ancora la rassegna di matineé teatrali rivolti alle scuole di ogni ordine e grado ed, infine, gli stage di danza con maestri di rilievo internazionale.

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15 spettacoli per la ripartenza del Verdi e del Pasolini

di Monica De Santis

15 spettacoli per due teatri. Il Massimo Cittadino e la Sala Pasolini. 15 spettacoli che segnano l’ufficiale riapertura delle due strutture rimaste chiuse alla prosa da quel 28 febbraio del 2019, quando a causa dell’emergenza sanitaria che stava diffondendosi in Italia, l’allora Governo Conte decise di chiudere cinema e teatri. Così, ieri mattina, il Teatro Pubblico Campano, a Palazzo di Città ha presentato le stagioni 2021/2022. Due cartelloni che offrono, come ha spiegato il direttore Alfredo Balsamo, “spettacoli molto interessanti. Non avevamo una grande scelta, considerando che per molto tempo le compagnie non hanno potuto provare e di conseguenza sono pochi i lavori nuovi messi in scena”. Come anticipato qualche giorno fa, sulle pagine del nostro quotidiano, dei nove spettacoli in programmazione, due erano inseriti nella stagione 2019/2020 e furono sospesi causa lockdown, un terzo che andava recuperato, invece non è stato inserito in rassegna, ma sempre come ha spiegato Balsamo “vedremo se, quando e come poterlo recuperare”. Inserito nel cartellone del Verdi, anche un amico del nostro Massimo e del pubblico salernitano: Vincenzo Salemme (anche questo anticipato da noi). Ma andiamo con ordine. Il sipario si alzerà al Massimo giovedì 25 novembre con due simpaticissime donne Maria Amelia Monti e Marina Massironi che proporranno un’esilarante commedia sulla scomparsa della nostra vita di relazione: “Il Marito invisibile” scritto e diretto da Edoardo Erba. Secondo appuntamento da giovedì 2 dicembre con Vincenzo Salemme e il suo “Napoletano? E famme’ na pizza!”, tratto dall’omonimo libro scritto dallo stesso Salemme, che ripercorre brani tratti dai suoi spettacoli più celebri con l’aggiunta di alcune riflessioni su temi di attualità. Dal 6 gennaio si va a recuperare il primo dei due spettacoli annullati nel 2020: “I soliti ignoti” prima versione teatrale del mitico e ormai classico film di Monicelli. Protagonisti due attori partenopei Giuseppe Zeno e Fabio Troiano con la regia di Vinicio Marchioni. Si prosegue poi con Massimiliano Gallo, che affiancato da Stefania Rocca, dal 20 gennaio porterà in scena “Il silenzio grande”, commedia scritta da Maurizio De Giovanni e diretta da Alessandro Gassmann. Quinto appuntamento, dal 3 febbraio con “Io Sarah, io Tosca” di e con Laura Morante per la regia di Daniele Costantini. Si tratta del racconto, in tre quadri, di Sarah Bernhard nei giorni precedenti il suo debutto nella “Tosca”. “Ditegli sempre di si”, uno dei primi testi scritti da Eduardo De Filippo, è invece lo spettacolo che Gianfelice Imparato, Carolina Rosi, Nicola Di Pinto e Massimo De Matteo porteranno in scena dal 10 febbraio. Un’opera vivace, colorata il cui protagonista è un pazzo metodico con la mania della perfezione. Il settimo appuntamento è il secondo spettacolo da recuperare della stagione 2019/2020 ed è la commedia “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek. Penultimo appuntamento da giovedì 3 marzo con Renato Carpentieri, Imma Villa e Betti Pedrazzi che propongono il capolavoro di Thomas Bernhard “Piazza degli eroi” che in Italia non è stato mai messo in scena. Lo spettacolo porta la firma alla regia di Roberto Andò. Chiude la rassegna dal 17 marzo Stefano Accorsi che sarà protagonista di “Storia di 1” scritto da Lucia Calamaro e Daniele Finzi Pasca che ne firma anche la regia. Per quanto riguarda la Sala Pasolini, la stagione 2021/2022 si alzerà il 9 dicembre con Michele Serra che presenta “L’amaca di domani, considerazioni in pubblico alla presenza di una mucca” per la regia di Andrea Renzi. Secondo appuntamento, il 15 dicembre, con la spettacolo scritto da Paolo Coletta e Silvana Totaro “Mio figlio sa chi sono” e che vedrà protagonista Gea Martire. Il 25 maggio tocca a Peppe Servillo in “Il resto della settimana” spettacolo realizzato su testi di Maurizio De Giovanni, con musiche eseguite dal vivo da Natalio Mangalavite. Quarto appuntamento il 22 febbraio con Ascanio Celestini che presenterà un suo lavoro “Museo Pasolini”, ovvero un museo immaginato attraverso le testimonianze di uno storico, uno psicoanalista, uno scrittore, un lettore, un criminologo, un testimone che l’hanno conosciuto. Penultimo appuntamento il 15 marzo con l’insolita coppia, ma che sicuramente sarà capace di sorprendere il pubblico, composta da Moni Ovadia e Dario Vergassola che presenteranno “Un ebreo, un ligure e l’ebraismo”, scritto da entrambi che ne firmano anche la regia. Si tratta d un incontro tra due filosofie e tra due modi di fare teatro e comicità. Chiude la stagione il 21 marzo, giorno d’inizio primavera, la cantante, autrice e attrice Drusila Foer in un suo testo: “Eleganzissima, il recital” con al suo fianco Loris di Leo al pianoforte e Nigo Gori al Clarinetto e sax.

Consiglia

15 spettacoli per la ripartenza del Verdi e del Pasolini

di Monica De Santis

15 spettacoli per due teatri. Il Massimo Cittadino e la Sala Pasolini. 15 spettacoli che segnano l’ufficiale riapertura delle due strutture rimaste chiuse alla prosa da quel 28 febbraio del 2019, quando a causa dell’emergenza sanitaria che stava diffondendosi in Italia, l’allora Governo Conte decise di chiudere cinema e teatri. Così, ieri mattina, il Teatro Pubblico Campano, a Palazzo di Città ha presentato le stagioni 2021/2022. Due cartelloni che offrono, come ha spiegato il direttore Alfredo Balsamo, “spettacoli molto interessanti. Non avevamo una grande scelta, considerando che per molto tempo le compagnie non hanno potuto provare e di conseguenza sono pochi i lavori nuovi messi in scena”. Come anticipato qualche giorno fa, sulle pagine del nostro quotidiano, dei nove spettacoli in programmazione, due erano inseriti nella stagione 2019/2020 e furono sospesi causa lockdown, un terzo che andava recuperato, invece non è stato inserito in rassegna, ma sempre come ha spiegato Balsamo “vedremo se, quando e come poterlo recuperare”. Inserito nel cartellone del Verdi, anche un amico del nostro Massimo e del pubblico salernitano: Vincenzo Salemme (anche questo anticipato da noi). Ma andiamo con ordine. Il sipario si alzerà al Massimo giovedì 25 novembre con due simpaticissime donne Maria Amelia Monti e Marina Massironi che proporranno un’esilarante commedia sulla scomparsa della nostra vita di relazione: “Il Marito invisibile” scritto e diretto da Edoardo Erba. Secondo appuntamento da giovedì 2 dicembre con Vincenzo Salemme e il suo “Napoletano? E famme’ na pizza!”, tratto dall’omonimo libro scritto dallo stesso Salemme, che ripercorre brani tratti dai suoi spettacoli più celebri con l’aggiunta di alcune riflessioni su temi di attualità. Dal 6 gennaio si va a recuperare il primo dei due spettacoli annullati nel 2020: “I soliti ignoti” prima versione teatrale del mitico e ormai classico film di Monicelli. Protagonisti due attori partenopei Giuseppe Zeno e Fabio Troiano con la regia di Vinicio Marchioni. Si prosegue poi con Massimiliano Gallo, che affiancato da Stefania Rocca, dal 20 gennaio porterà in scena “Il silenzio grande”, commedia scritta da Maurizio De Giovanni e diretta da Alessandro Gassmann. Quinto appuntamento, dal 3 febbraio con “Io Sarah, io Tosca” di e con Laura Morante per la regia di Daniele Costantini. Si tratta del racconto, in tre quadri, di Sarah Bernhard nei giorni precedenti il suo debutto nella “Tosca”. “Ditegli sempre di si”, uno dei primi testi scritti da Eduardo De Filippo, è invece lo spettacolo che Gianfelice Imparato, Carolina Rosi, Nicola Di Pinto e Massimo De Matteo porteranno in scena dal 10 febbraio. Un’opera vivace, colorata il cui protagonista è un pazzo metodico con la mania della perfezione. Il settimo appuntamento è il secondo spettacolo da recuperare della stagione 2019/2020 ed è la commedia “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek. Penultimo appuntamento da giovedì 3 marzo con Renato Carpentieri, Imma Villa e Betti Pedrazzi che propongono il capolavoro di Thomas Bernhard “Piazza degli eroi” che in Italia non è stato mai messo in scena. Lo spettacolo porta la firma alla regia di Roberto Andò. Chiude la rassegna dal 17 marzo Stefano Accorsi che sarà protagonista di “Storia di 1” scritto da Lucia Calamaro e Daniele Finzi Pasca che ne firma anche la regia. Per quanto riguarda la Sala Pasolini, la stagione 2021/2022 si alzerà il 9 dicembre con Michele Serra che presenta “L’amaca di domani, considerazioni in pubblico alla presenza di una mucca” per la regia di Andrea Renzi. Secondo appuntamento, il 15 dicembre, con la spettacolo scritto da Paolo Coletta e Silvana Totaro “Mio figlio sa chi sono” e che vedrà protagonista Gea Martire. Il 25 maggio tocca a Peppe Servillo in “Il resto della settimana” spettacolo realizzato su testi di Maurizio De Giovanni, con musiche eseguite dal vivo da Natalio Mangalavite. Quarto appuntamento il 22 febbraio con Ascanio Celestini che presenterà un suo lavoro “Museo Pasolini”, ovvero un museo immaginato attraverso le testimonianze di uno storico, uno psicoanalista, uno scrittore, un lettore, un criminologo, un testimone che l’hanno conosciuto. Penultimo appuntamento il 15 marzo con l’insolita coppia, ma che sicuramente sarà capace di sorprendere il pubblico, composta da Moni Ovadia e Dario Vergassola che presenteranno “Un ebreo, un ligure e l’ebraismo”, scritto da entrambi che ne firmano anche la regia. Si tratta d un incontro tra due filosofie e tra due modi di fare teatro e comicità. Chiude la stagione il 21 marzo, giorno d’inizio primavera, la cantante, autrice e attrice Drusila Foer in un suo testo: “Eleganzissima, il recital” con al suo fianco Loris di Leo al pianoforte e Nigo Gori al Clarinetto e sax.

Consiglia

Elio Pandolfi: l’ultimo Njegus

di Olga Chieffi

Con Elio Pandolfi scompare anche la compagna vera di tutta la sua carriera, ovvero, la voce, che parla, interpreta e soprattutto canta, perchè, come ripeteva lui stesso: “Chi canta spera sempre, anche se non sa in che cosa e anche a 90 anni, quando la testa funziona ma è il corpo che perde qualche colpo”. Per molti Elio Pandolfi è, infatti, soprattutto una voce, una incredibile voce, estremamente versatile, eppure riconoscibilissima, chiara, incisiva e suadente, amata e ascoltata in tante letture alla radio sin dagli anni ’50, quando rimodernò da attore il ruolo del fine dicitore, o quale straordinario doppiatore di innumerevoli star, come cantante passato dalla grande rivista all’operetta sino alla lirica, con “I racconti di Hoffmann” di Offenbach, con direttori quali Peter Maag o alla Vedova Allegra con Daniel Oren (Della sua interpretazione di Njegus, Francesco Colombo scrisse sul Corriere della Sera: “Bastano pochi gesti, un’inflessione dell’accento di Pandolfi a far capire cosa sia l’operetta: gentilezza, astutissima innocenza, assoluto rigore” (n.d.r.), oltre a impegnativi autori classici contemporanei quali Satie, Poulenc o Pennisi. La infausta notizia della scomparsa di Elio Pandolfi ha raggiunto anche Daniel Oren, a Monaco per Tosca con Anja Harteros, Najmiddin Mavlayanov e Luca Salsi, per la regia di Luc Bondy. “Elio Pandolfi – ha ricordato il Maestro – è stato un attore eccezionale ma, nel ruolo del Njegus è stato il più grande. Con classe, eleganza e il senso dello humor che lo contraddistingueva schizzava ogni sera un Njegus diverso, ad ogni recita addirittura. Ad ogni replica lui cambiava o aggiungeva qualcosa, riuscendo, così a creare non solo la grande aspettativa nel pubblico, ma anche in palcoscenico, in orchestra e in me, che ero sul podio, nella Vedova famosa del San Carlo, nel 1985, con Raina Kabaivanska e la rgia di Mauro Bolognini. Abbiamo fatto tantissime recite, non solo a Napoli. E la richiesta del pubblico saliva sempre. Mi pare che a Napoli ne fossero state fissate dodici, ma fuori del teatro c’era la rivoluzione e si cercava di aumentare sempre più per accontentare il pubblico. Fu così in ogni luogo ove si è andati in scena con Elio Pandolfi. Mi divertivo da morire con lui, poiché prima di iniziare, già pensavo a cos’altro avrebbe mai potuto inventarsi ancora, questo genio. Una grandissima perdita come artista e come uomo. Non sempre collimano l’eccellenza artistica con la bellezza e la generosità d’animo dell’uomo. La logica lo vorrebbe, ma è veramente difficile da trovare che eccelle sia in palcoscenico che fuori. Elio era perfetto, sorrideva ed era l’amico magico di tutti, poiché credo, sapeva che il suo talento fosse un dono assoluto, da porre a servizio di tutti. Mi ha voluto molto bene come io ho ricambiato il suo affetto e son questi i personaggi che vivranno per sempre nelle nostre parole, nel nostro ricordo, nelle nostre azioni. So che sto forse dicendo un’assurdità, l’emozione è forte, ma mi sento di dire che difficilmente nascerà un altro Njegus come lui, ci vorrà tanto tempo e un altro grande dono fatto di verve, comicità e infinita cultura e classe”. “Elio Pandolfi oltre ad essere un affermato attore, di scuola, un grandissimo imitatore e pari intrattenitore – ci rivela il regista Riccardo Canessa – era un collezionista di registrazioni d’opera rare e ricordo ne fece dono di alcune a mia madre Italia Carloni, con tanto di presentazione dell’opera con la sua voce inconfondibile e simpaticissima. Lui fu il Njegus in quella indimenticabile Vedova allegra del teatro San Carlo del 1985, con la regia di Mauro Bolognini e Daniel Oren sul podio, con un cast di assoluto livello in cui lui sguazzava assolutamente a suo agio, poiché non solo era l’attore che tutti conosciamo, ma si trovava in un mondo che lui amava, quello della lirica. Ricordo durante le prove un’ imitazione perfetta di Anna Magnani nei panni della fioraia del Pincio, in “Com’è bello fa l’amore quando è sera”. Elio Pandolfi è un attore che ha fatto anche tanta televisione, lo rivedo in coppia con Antonella Steni. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera.

Consiglia

Al Giullare di scena “Tu musica assassina”

di Rosa Pia Greco

Prosegue con grande successo la rassegna teatrale organizzata dal Consorzio “La Città Teatrale” di Salerno, con il contributo della Regione Campania e il patrocinio del Comune di Salerno. Dopo i primi tre appuntamenti che hanno tutti registrato sold out, si prosegue questa sera alle ore 20 e in replica domani sempre alle ore 20 con il quarto spettacolo in cartellone, (Ingresso gratuito con obbligo di prenotazione al 3347686331). Questa volta il sipario sulla rassegna dedicata agli autori napoletani dall’800 ai contemporanei, si alzerà al Piccolo Teatro del Giullare, che proporrà “Tu musica assassina”. Lo spettacolo firmato alla regia da Uto Zhali continua a dar voce e “colore” a quanto scritto da Manlio Santanelli. In scena Marco Villani, Flavia Palumbo, Davide Curzio, Antonio D’Amico e Concita De Luca. Luci e musiche di Virna Prescenzo. Scenografia di Francesco Maria Sommaripa; costumi di Paolo Vitale. “È una divertente e intelligente riflessione sulle manie di una società che si nutre di stereotipi e cliché ponendosi domande che affondano nel vacuo e nell’immaginifico dove i modelli di vita sono diventati i proverbi ovvero quello che dice la gente”, scrive il regista Uto Zhali nelle sue note. Santanelli, 82 anni l’11 febbraio prossimo, ha costruito un raffinato gioco sui rapporti tra musica classica e contemporanea che dà vita ai deliziosi dialoghi–litigi tra i due coniugi interessando il pubblico curioso di sapere se Alda ed Eufemio riusciranno ad ottenere – costi quel che costi – il tanto desiderato abbonamento agli “Amici della musica”. LA TRAMA. I coniugi Eufemio ed Alda Tiberi, direttore di banca lui ed insegnante lei, hanno una smodata e patologica passione per la musica. Pur tuttavia non sono riusciti ad ottenere un abbonamento all’Associazione “Amici della Musica” della loro città. Lo statuto dell’associazione prevede infatti il numero chiuso e loro sono i primi in lista d’attesa. Per potervi avvedere devono sperare solo in qualche dimissione o in un decesso. Ironia della sorte abitano in uno stabile dove vivono anche il cassiere della stessa banca e sua moglie i quali, per avere ereditato le tessere dell’associazione, possono liberamente assistere il giovedì a tutti i concerti. A complicare la vita dei Tiberi vi è poi il dottor Donati, medico degli orchestrali dell’associazione scelto unicamente per avere notizie sullo stato di salute degli abbonati. E così persone dall’apparenza tranquilla, pur di ottenere quell’abbonamento cominciano a nutrire intenti omicidi e a trasformarsi in aspiranti assassini alla maniera del dr Jekill e mister Hyde e la signora Tiberi in una spietata lady Macbeth.

Consiglia

Elio Pandolfi:  l’ultimo Njegus

Il ricordo di Daniel Oren e del regista Riccardo Canessa sull’onda del ricordo della celebre Vedova Allegra al Teatro San Carlo del 1985. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera.

 

Di Olga Chieffi

Con Elio Pandolfi scompare anche la compagna vera di tutta la sua carriera, ovvero, la voce, che parla, interpreta e soprattutto canta, perchè, come ripeteva lui stesso: “Chi canta spera sempre, anche se non sa in che cosa e anche a 90 anni, quando la testa funziona ma è il corpo che perde qualche colpo”. Per molti Elio Pandolfi è, infatti, soprattutto una voce, una incredibile voce, estremamente versatile, eppure riconoscibilissima, chiara, incisiva e suadente, amata e ascoltata in tante letture alla radio sin dagli anni ’50, quando rimodernò da attore il ruolo del fine dicitore, o quale straordinario doppiatore di innumerevoli star, come cantante passato dalla grande rivista all’operetta  sino alla lirica, con “I racconti di Hoffmann” di Offenbach, con direttori quali Peter Maag o alla Vedova Allegra con  Daniel Oren (Della sua interpretazione di Njegus, Francesco Colombo scrisse sul Corriere della Sera: “Bastano pochi gesti, un’inflessione dell’accento di Pandolfi a far capire cosa sia l’operetta: gentilezza, astutissima innocenza, assoluto rigore” (n.d.r.), oltre a impegnativi autori classici contemporanei quali Satie, Poulenc o Pennisi. La infausta notizia della scomparsa di Elio Pandolfi ha raggiunto anche Daniel Oren, a Monaco  per Tosca con Anja Harteros, Najmiddin Mavlayanov e Luca Salsi, per la regia di Luc Bondy. “Elio Pandolfi – ha ricordato il Maestro – è stato un attore eccezionale ma, nel ruolo del Njegus è stato il più grande. Con classe, eleganza e il senso dello humor che lo contraddistingueva schizzava ogni sera un Njegus diverso, ad ogni recita addirittura. Ad ogni replica lui cambiava o aggiungeva qualcosa, riuscendo, così a creare non solo la grande aspettativa nel pubblico, ma anche in palcoscenico, in orchestra e in me, che ero sul podio, nella Vedova famosa del San Carlo, nel 1985, con Raina Kabaivanska e la rgia di Mauro Bolognini. Abbiamo fatto tantissime recite, non solo a Napoli. E la richiesta del pubblico saliva sempre. Mi pare che a Napoli ne fossero state fissate dodici, ma fuori del teatro c’era la rivoluzione e si cercava di aumentare sempre più per accontentare il pubblico. Fu così in ogni luogo ove si è andati in scena con Elio Pandolfi. Mi divertivo da morire con lui, poiché prima di iniziare, già pensavo a cos’altro avrebbe mai potuto inventarsi ancora, questo genio. Una grandissima perdita come artista e come uomo. Non sempre collimano l’eccellenza artistica con la bellezza e la generosità d’animo dell’uomo. La logica lo vorrebbe, ma è veramente difficile da trovare che eccelle sia in palcoscenico che fuori. Elio era perfetto, sorrideva ed era l’amico magico di tutti, poiché credo, sapeva che il suo talento fosse un dono assoluto, da porre a servizio di tutti. Mi ha voluto molto bene come io ho ricambiato il suo affetto e son questi i personaggi che vivranno per sempre nelle nostre parole, nel nostro ricordo, nelle nostre azioni. So che sto forse dicendo un’assurdità, l’emozione è forte, ma mi sento di dire che difficilmente nascerà un altro Njegus come lui, ci vorrà tanto tempo e un altro grande dono fatto di verve, comicità e infinita cultura e classe”. “Elio Pandolfi oltre ad essere un affermato attore, di scuola, un grandissimo imitatore e pari intrattenitore – ci rivela il regista Riccardo Canessa – era un collezionista di registrazioni d’opera rare e ricordo ne fece dono di alcune a mia madre Italia Carloni, con tanto di presentazione dell’opera con la sua voce inconfondibile e simpaticissima. Lui fu il Njegus in quella indimenticabile Vedova allegra del teatro San Carlo del 1985, con la regia di Mauro Bolognini e Daniel Oren sul podio, con un cast di assoluto livello in cui lui sguazzava assolutamente a suo agio, poiché non solo era l’attore che tutti conosciamo, ma si trovava in un mondo che lui amava, quello della lirica. Ricordo durante le prove un’ imitazione  perfetta di Anna Magnani nei panni della fioraia del Pincio, in “Com’è bello fa l’amore quando è sera”. Elio Pandolfi è un attore che ha fatto anche tanta televisione, lo rivedo in coppia con Antonella Steni. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera”.

Consiglia

Elio Pandolfi:  l’ultimo Njegus

Il ricordo di Daniel Oren e del regista Riccardo Canessa sull’onda del ricordo della celebre Vedova Allegra al Teatro San Carlo del 1985. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera.

 

Di Olga Chieffi

Con Elio Pandolfi scompare anche la compagna vera di tutta la sua carriera, ovvero, la voce, che parla, interpreta e soprattutto canta, perchè, come ripeteva lui stesso: “Chi canta spera sempre, anche se non sa in che cosa e anche a 90 anni, quando la testa funziona ma è il corpo che perde qualche colpo”. Per molti Elio Pandolfi è, infatti, soprattutto una voce, una incredibile voce, estremamente versatile, eppure riconoscibilissima, chiara, incisiva e suadente, amata e ascoltata in tante letture alla radio sin dagli anni ’50, quando rimodernò da attore il ruolo del fine dicitore, o quale straordinario doppiatore di innumerevoli star, come cantante passato dalla grande rivista all’operetta  sino alla lirica, con “I racconti di Hoffmann” di Offenbach, con direttori quali Peter Maag o alla Vedova Allegra con  Daniel Oren (Della sua interpretazione di Njegus, Francesco Colombo scrisse sul Corriere della Sera: “Bastano pochi gesti, un’inflessione dell’accento di Pandolfi a far capire cosa sia l’operetta: gentilezza, astutissima innocenza, assoluto rigore” (n.d.r.), oltre a impegnativi autori classici contemporanei quali Satie, Poulenc o Pennisi. La infausta notizia della scomparsa di Elio Pandolfi ha raggiunto anche Daniel Oren, a Monaco  per Tosca con Anja Harteros, Najmiddin Mavlayanov e Luca Salsi, per la regia di Luc Bondy. “Elio Pandolfi – ha ricordato il Maestro – è stato un attore eccezionale ma, nel ruolo del Njegus è stato il più grande. Con classe, eleganza e il senso dello humor che lo contraddistingueva schizzava ogni sera un Njegus diverso, ad ogni recita addirittura. Ad ogni replica lui cambiava o aggiungeva qualcosa, riuscendo, così a creare non solo la grande aspettativa nel pubblico, ma anche in palcoscenico, in orchestra e in me, che ero sul podio, nella Vedova famosa del San Carlo, nel 1985, con Raina Kabaivanska e la rgia di Mauro Bolognini. Abbiamo fatto tantissime recite, non solo a Napoli. E la richiesta del pubblico saliva sempre. Mi pare che a Napoli ne fossero state fissate dodici, ma fuori del teatro c’era la rivoluzione e si cercava di aumentare sempre più per accontentare il pubblico. Fu così in ogni luogo ove si è andati in scena con Elio Pandolfi. Mi divertivo da morire con lui, poiché prima di iniziare, già pensavo a cos’altro avrebbe mai potuto inventarsi ancora, questo genio. Una grandissima perdita come artista e come uomo. Non sempre collimano l’eccellenza artistica con la bellezza e la generosità d’animo dell’uomo. La logica lo vorrebbe, ma è veramente difficile da trovare che eccelle sia in palcoscenico che fuori. Elio era perfetto, sorrideva ed era l’amico magico di tutti, poiché credo, sapeva che il suo talento fosse un dono assoluto, da porre a servizio di tutti. Mi ha voluto molto bene come io ho ricambiato il suo affetto e son questi i personaggi che vivranno per sempre nelle nostre parole, nel nostro ricordo, nelle nostre azioni. So che sto forse dicendo un’assurdità, l’emozione è forte, ma mi sento di dire che difficilmente nascerà un altro Njegus come lui, ci vorrà tanto tempo e un altro grande dono fatto di verve, comicità e infinita cultura e classe”. “Elio Pandolfi oltre ad essere un affermato attore, di scuola, un grandissimo imitatore e pari intrattenitore – ci rivela il regista Riccardo Canessa – era un collezionista di registrazioni d’opera rare e ricordo ne fece dono di alcune a mia madre Italia Carloni, con tanto di presentazione dell’opera con la sua voce inconfondibile e simpaticissima. Lui fu il Njegus in quella indimenticabile Vedova allegra del teatro San Carlo del 1985, con la regia di Mauro Bolognini e Daniel Oren sul podio, con un cast di assoluto livello in cui lui sguazzava assolutamente a suo agio, poiché non solo era l’attore che tutti conosciamo, ma si trovava in un mondo che lui amava, quello della lirica. Ricordo durante le prove un’ imitazione  perfetta di Anna Magnani nei panni della fioraia del Pincio, in “Com’è bello fa l’amore quando è sera”. Elio Pandolfi è un attore che ha fatto anche tanta televisione, lo rivedo in coppia con Antonella Steni. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera”.

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Addio all’attore Elio Pandolfi, più volte fu ospite tra Salerno e la Costiera

di Monica De Santis

Elio Pandolfi, attore tra i più prolifici e longevi dello spettacolo italiano, è morto stanotte nella città in cui era nato nel 1926: Roma. Aveva 95 anni, quasi tutti spesi al servizio del cinema, della televisione e del teatro. Diplomatosi all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma, Pandolfi iniziò la sua carriera alla fine degli anni Quaranta, approdando prima in varietà radiofonici e poi entrando nella compagnia di Orazio Costa al Piccolo Teatro di Roma. Scelto da prima da Luchino Visconti, ha recitato e lavorato insieme a Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Lauretta Masiero, Febo Conti, Nino Manfredi, Carlo Giuffrè, Antonella Steni, Garinei e Giovannini, Giuseppe Patroni Griffi, Luciano Salce, Mauro Bolognini.  E’ stato la voce di Jacques Dufilho nei film della serie sul Colonnello Buttiglione, a Stanlio della coppia Laurel & Hardy, Paperino e Daffy Duck. Ha doppiato Le Tont in La bella e la bestia, Mickey Rooney (Una notte al museo) e tanti altri. Caratterista inconfondibile, ha partecipato a commedie come Altri tempi – Zibaldone n. 1 di Alessandro Blasetti (1952), Totò lascia o raddoppia? di Camillo Mastrocinque (1956), Rugantino di Pasquale Festa Campanile (1973), Ferdinando e Carolina di Lina Wertmüller (1999).  Nel salernitano era stato diverse volte al Ravello Festival per ben due volte nel 2008 con “L’operetta”, ed ancora il 27 Giugno 2010 a Giffoni, per “I Papagalli sull’Arno” di Tiziana Masucci, nello stesso anno a settembre fu ospite a Positano per il “Positano Myth Festival”, ed ancora a Salerno nel 2013 fu premiato alla carriera al Salerno Talent Festival, la manifestazione promossa e organizzata dalla Cidec.

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Lello Arena ed Enzo Avitabile, insieme sul palcoscenico del Teatro Cilea danno inizio al tour nazionale dello spettacolo “Fatti e Canzoni”

di Olga Chieffi

“Fatti e Canzoni” lo spettacolo di Lello Arena ed Enzo Avitabile è la proposta di una filosofia dell’emozione vissuta, di una patosofia come “sapere del senso” volta, contro l’evidente deprivazione emozionale che è riscontrabile negli atteggiamenti psicologici e morali contemporanei; deprivazione patica, insensibilità alla differenza, che ha il suo fondamento nell’illusione della ricerca di un senso della vita nelle cose in-differenti e non piuttosto nell’evento del sentire, nell’emozione vissuta. Evocati, a sipario chiuso, dai ragazzi della Cilea Academy, Esmeraldo Napodano, Carmine Bassolillo, Angelo Pepe e Elisabetta Romano, attraverso quelle parole e quei versi che sono nel vocabolario o nel sentire di tutti noi: “Vincenzo, io mi uccido. Meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora”. Con queste parole Lello Arena si rivolge all’amico Massimo Troisi, che gli risponde: “Fai cinquanta giorni da orsacchiotto, almeno stai in mezzo e non fai la figura di merda della pecora e nemmeno il leone, che però vive solo un giorno” o “Chillo n’aveva ragione, San Gennà, chillo pure è nu fastidio a ghì a ritirare i soldi tutt’ ‘e settimane… “Embè, allora?…Una sì e una no!” “Annunciazione, Annunciazione!” con relativo flauto e trombetta o “Don Salvato’ ll’àrberi chiàgnene /’E frutti se so’ ‘nfracetati/Veleno, fummo e cielo grigio/Quanno ‘a mana vosta nunn ‘è arrivata” e ancora “Pe’ mme ‘o dulor’ è normale È comme ‘o vient’ ‘A morte? ‘Na bella jurnata Niusciuno t’avvisa e all’intrasatta chiove”. Empatia tra Lello Arena ed Enzo Avitabile, empatia con chi non c’è più solo fisicamente, ma la presenza si avverte ancora più forte e il segno più incisivo, come quello di Massimo Troisi e Pino Daniele, poiché noi del Sud, abbiamo un rapporto privilegiato con il sotterraneo, con l’aldilà, che umanizziamo. L’unico mezzo di comunicazione tra i vivi e i morti è il sogno: non potendo aspettarsi il sostegno dei vivi, il popolo mediterraneo lo chiede ai morti, e questo eterno dialogo diventa insieme la concreta rappresentazione della memoria e la speranza di sottrarsi miracolosamente all’infelicità. Lo fa Enzo Avitabile in parole e musica, attraverso “Don Salvatò”, a “Mane Mane”, “Tutt’ egual song’ ‘e criature”, “Napoli Nord”, l’incursione nel R&B di James Brown e l’aneddoto, sugli stivaletti con la parola Soul e It’s a man’s world in napulegno. Lello Arena è il depositario del nostro cunto, parole antiche suoni, sciusce d’aria, per dirla con l’Enzo Moscato di “Trianon”, che ci attirano verso ciò che sopravvive e persiste come risorsa culturale e storica capace di resistere, turbare, interrogare e scardinare la presunta unità del presente. Suo il racconto del viaggio di Pulcinella, Pulcinellino e l’asino, che ci ha fatto comprendere come, qualsiasi cosa facciamo, purché consapevoli della scelta che si pone in essere, non deve spaventarci. Sarà comunque sottoposta a critiche. Suo il rito di rinascita un rap napoletano che sappiamo non lontano dal ridire infinito dell’autore del Guarracino che jeva per mare. Esperanto e Africano per Enzo Avitabile, il quale non si è esibito al sax tenore, ma ha imbracciato la pentarpa, una piccola arpa pentatonica a sei corde e il sopranino in Mi Bemolle, che lui chiama saxello, per avvicinarlo alla cennamella – ma si sa che i sax soprano e sopranino, suonati in un certo modo, e con ancia dura, vanno sempre vicini al suono della ciaramella – per andare a sottolineare la contaminazione greca e turca della nostra tradizione. Teatro al buio per Francesco e Sofia, bimbi ciechi che vedono col cuore, per l’esecuzione di “Duorme Stella”, insieme alla chitarra di Gianluigi di Fenza e alle percussioni di Emidio Ausiello, trovatori del terzo millennio, inseguendo destabilizzanti scie sonore di un archivio liquido e meticcio. Il Mare-Nostrum bagna le sponde di tre continenti, di tre grandi culture e le suggestioni di questa musica nascono dal racconto musicale di un’idea meno scontata di identità e di dimora. La sensualità dei suoni, la memoria millenaria che custodisce e le appartenenze poste in gioco ci convincono che l’importante non è tanto avere una casa nel mondo, bensì creare un mondo vivibile in cui sentirsi a casa. La prima grande virtù dell’uomo è la verità (secondo alcuni filologi deriva dalla radice iranica ver che significa fiducia realtà). Se noi riusciamo ad agire in modo da suscitare la fiducia degli altri, e al tempo stesso ad avere fiducia negli altri, forse potremo risollevarci dalla nostra condizione che sta cedendo all’ indifferenza. L’ invito è a rompere il guscio d’isolamento, che non è materiale, ma una volontaria reclusione dell’io. La passione non è la cecità di lasciarsi prendere da un’urgenza, ma patire, cioè vivere profondamente e dare spessore ad ogni piccola emozione, e allora Lellù, Enzù, Massimù, Pinù, nui vi vulimm’ bbene!

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“Binario morto”, quattro anime al bivio

di Gemma Criscuoli

“Vivere nei ritagli della vita degli altri” è davvero frustrante, ma nulla pesa quanto capire che non si sfugge mai alle proprie responsabilità. Riflessione sugli scherzi del destino (o comunque si voglia chiamare l’anagramma della vita), “Binario morto” di Lello Guida resterà in cartellone presso il Piccolo Teatro Porta Catena fino al 17 ottobre. Franco Alfano, che cura la scenografia con Aldo Arrigo, dirige con Elena Scardino lo spettacolo su musiche originali di Gabriele Guida. La locandina è a cura di Bruno Brindisi. Desideri repressi, e proprio per questo inaggirabili, accomunano i quattro protagonisti, costretti ad attendere l’alba in un treno che si trova sul binario a cui rimanda il titolo. Damiano, tratteggiato da Ciro Girardi con ironia, ma anche con dolente dignità, è un professore omosessuale che non sopporta l’ipocrita perbenismo del preside né la difficoltà di vivere un amore. Cosimo (nel cui ruolo Giacomo D’agostino è estremamente attento alla naturalezza e alla verosimiglianza), un ipocondriaco sempre pronto a rintracciare in rete tutte le informazioni su ogni genere di malanno, è legato al ricordo di una sconosciuta che lo ha stregato. Salvatore, a cui Antonio Grimaldi si consacra interamente, forte della sua costante attenzione a quel che vibra nella parte più profonda del sé, medita il suicidio dopo la morte della moglie. La donna “fuori di chiave” con cui le figure in scena devono fare i conti (una magnetica e appassionata Gabriella Landi) crede di essere la Madonna e di avere una missione vitale: soccorrere i peccatori, portandosi dietro bottiglie che contengono un’acqua miracolosa. Il merito del testo di Guida consiste nella complessità dei personaggi. Damiano, nel suo eccedere la norma, porta alla luce la violenza di un contesto sociale (il ricordo dell’uomo che lo picchia per la sua diversità), ma al tempo stesso si adegua al cupo egoismo che lo circonda: confessa infatti di non aver soccorso l’auto che ha mandato, tre mesi prima, fuori strada. Cosimo non sa venire a patti con le sue debolezze, che però gli danno occasione di atteggiarsi a giudice. L’ossessione di Salvatore capovolge ogni tentazione di romanticismo in una furia distruttiva che lo spinge a ferire a morte Damiano. La stessa Vergine, madre degli istinti prima che delle anime, si compiace del potere di colpire che il suo ruolo le da’. Essere ostaggio delle proprie pulsioni condanna a essere soli, ma non distanti: la donna morta per colpa del docente è la moglie dell’aspirante suicida e il sogno irrealizzato di Cosimo. Il redde rationem, simboleggiato dall’immobilita’ del treno, rivela la sacralità impura della vita, dove i frammenti delle esistenze si ricompongono in un mosaico che suscita empatia nello spettatore: da qui la scelta di un’interpretazione quasi sempre diretta verso il pubblico, che a sua volta si trova su quel binario più spesso di quanto pensi. Non è un caso che l’acqua della morte e quella della resurrezione, offerte dalla donna, siano indistinguibili: vita e nulla sono davvero la stessa cosa, quando non esiste altra legge che il desiderio. Dissoluzione e rinascita si insinuano con la stessa lentezza (l’ingresso di Salvatore e l’uscita della donna), per poi confondersi inesorabilmente. Il finale è dunque liberatorio non meno che tragico. Non è tanto l’espiazione di una colpa quella che prende a mano a mano corpo, ma un monito (laico e spirituale, terreno e trascendente) a portare, cristologicamente, il peso della fragilità.

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Si rialzano i sipari del Verdi, Pasolini, Delle Arti e Giuffrè

di Monica De Santis

Da lunedì i teatri potranno finalmente riaprire al 100% della capienza ed ecco che quasi tutte le strutture rimaste chiuse dal 28 febbraio 2020, si preparano a presentare i loro cartelloni e a riprendere le loro attività. Abbiamo detto quasi tutte perchè in realtà alcune di queste, parliamo dei piccoli teatri cittadini, lo scorso anno, ad ottobre tentarono una riapertura al pubblico, anche se poi dopo meno di una settimana furono chiusi nuovamente a causa dell’aumento dei contagi. Oggi, che l’emergenza sanitaria sembra essere cosa passata, ecco che anche i grandi teatri, pubblici e privati, ci riprovano e sono pronti a presentare le loro stagioni teatrali. E così mentre a Battipaglia al teatro Aldo Giffrè la campagna abbonamenti è già iniziata ed il cartellone presentato al pubblico. Il Teatro Verdi, il Pasolini e il Delle Arti di Salerno presenteranno le loro stagioni rispettivamente martedì e mercoledì prossimi. Bisognerà attendere invece ancora tra i sette e i dieci giorni per la presentazione del cartellone del Teatro Nuovo di via Valerio Laspro, e lo stesso dovrebbe valere per il Teatro Ghirelli, per il teatro comunale di Mercato San Severino, per il Teatro Italia di Eboli, per il Teatro Charlot di Pellezzano e per il teatro di Vallo della Lucania. Ma andiamo con ordine, come abbiamo detto il Teatro Aldo Giuffre di Battipaglia diretto da Vito Cesaro ha già presentato la sua stagione teatrale. Nove in tutto gli spettacoli più quattro appuntamenti musicali. Il via il 28 novembre con Francesco Branchetti e Annalena Lombardi in “Non si sa come”, si prosegue il 5 dicembre con “Elisabetta I” portata in scena da Madallena Rizzi. Il 19 dicembre tocca al padrone di casa Vito Cesaro che porterà in scena “La zeza”. Quarto appuntamento il 23 gennaio con Francesco Procopio, Maria Bolignano, Enzo Casertano e Giuseppe Cantore che presentano “Non ci resta che… ridere”. Ed ancora il 6 marzo tocca ad Alessia Fabiani e Antonio Ricchiuti portare in scena “Lui e lei”. Si prosegue il 20 marzo con Milena Vukotic e Salvatore Marino in “A spasso con Daisy”. Penultimo appuntamento il 9 aprile con Marisa Laurito e Charlie Cannon con “Nuie Simme d’o’ sud”. Chiudono la rassegna l’otto maggio con “Re Lear” Luca Ferri e Luca Marchioro. Per quanto concerne invece i quattro appuntamenti musicali del Giuffrè di Battipaglia, il primo è in programma il 6 novembre con “Vivaldi e le 4 stagioni” voce recitante di Amedeo Colella, il secondo è in programma il 20 novembre e vede come protagonista Armando Rizzo. Terzo appuntamento con Francesca De Filippis in programma per l’11 dicembre, ultimo appuntamento il 23 dicembre con il concerto Hoffmann quartet. Top secret ancora la stagione del Teatro Delle Arti di Salerno, diretto da Claudio Tortora. Si sa solo che la stagione prenderà il via il 20 novembre e si concluderà il 27 marzo 2022 e che è già in corso il rinnovo degli abbonamenti per i vecchi clienti. Mentre da mercoledì, giorno in cui sarà presentata ufficialmente la stagione partirà la campagna di abbonamento anche per i nuovi clienti. Per quanto riguarda il Verdi e il Pasolini, la presentazione ufficiale dei cartelloni, si avrà martedì mattina alle ore 10,30 a Palazzo di Città alla presenza del sindaco, del presidente del Teatro Pubblico Campano Francesco Somma e del direttore Alfredo Balsano. Diei dovrebbero essere gli spettacoli inseriti nella stagione del Massimo cittadino, di questi tre dovrebbero essere quelli che non sono andati in scena nel 2020 a causa del primo lockdown. Nello specifico si tratta di “Mine vaganti” di Ferzan Özpetek, con Giorgio Marchesi, Francesco Pannofino, Arturo Muselli e Paola Minaccioni. Il secondo spettacolo sospeso nel 2020 e che dovrebbe essere recuperato in questa stagione è “Fronte del porto”, uno spettacolo della durata di due ore e dieci minuti, con protagonista Daniele Russo per la regia di Alessandro Gassmann. Ed infine il terzo spettacolo che chiudeva la stagione del 2020 e che quindi dovrebbe essere recuperato è quello che vede Vinicio Marchioni come regista e interpreta con Massimo De Santis de “I soliti ignoti”, la prima versione teatrale del mitico film di Monicelli, uscito nel 1958 e diventato con il tempo un classico imperdibile della cinematografia italiana e non solo. Tra gli altri spettacoli inseriti nel cartellone potrebbe esserci “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello con protagonista Gabriele Lavia, già in programmazione al Teatro Diana di Napoli, come potrebbe essersi anche Vincenzo Salemme con “Napoletano? E famm na pizza”. Ma per averne la certezza e soprattutto per scoprire l’intero cartellone non solo del Verdi, ma anche del Pasolini, bisognerà attendere fino a martedì

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La parola iridescente e musicale di Enzo Moscato al Nuovo di Salerno

di Olga Chieffi

La figura poetica, drammaturgica e d’attore di Enzo Moscato è, nella scena italiana, una tra le più vive e affascinanti ma resta ancora controversa, ribelle e in continua evoluzione; nonostante questo – anzi, forse proprio a causa di questo – resta un autore definito, dalla critica meno aperta e disponibile, con una imbarazzante facilità. Napoli, con le sue facce, ferite e stereotipi, si imprime nello sguardo di chi osserva l’opera di Moscato più che nella sostanza dell’opera stessa e stenta a staccarsene, anche quando – quasi subito, in effetti – si comprende che il suo lavoro porta in sé, in un’unica soluzione, l’antidoto a Napoli e il suo veleno. Di fronte ad un autore che per temi, lingua e provenienza si presta tanto facilmente ad essere tipizzato, è stata forte, negli anni, la tendenza a limitare a pochi termini, perennemente ritornanti, la portata del suo discorso, e costringerlo, nella valle della sua tradizione teatrale, dentro gli stretti argini della Nuova Drammaturgia. Moscato va certamente oltre questi confini e potremo toccare con mano la sua visione, in questo weekend, nel corso del terzo appuntamento della rassegna “Qui fu Napoli… qui sarà Napoli” organizzata dal Consorzio La Città Teatrale di Salerno, che vedrà rappresentata sul palcoscenico del teatro Nuovo, sabato alle ore 21 e domenica alle 18,30, “Trianon”. L’opera che è un ampliamento di Luparella, pensata per il volto e la voce di Isa Danieli, vedrà la regia di Gaetano Stella, con in scena Serena Stella, Annarita Villacaro, Gaia Vicinanza e Lucia Voccia, per un confronto con la tradizione, rappresentata dalla “memoria” scarpettiana impersonata da Raffale Milite e il contemporaneo, con la “voce” di oggi che è di Marco Bartiromo. Le espressioni di Moscato sono sempre quelle di un mondo discriminato e offeso ma ricco di intensità, di verità, di suoni veri. C’è Nanà una meretrice che più che altro è un transessuale e le tre donne che si chiamano tutte Lulù: insieme raccontano pezzi di esistenza, ricordi di mestiere. Danno la sensazione d’ essere in un ospedale, ma si scoprirà che condividono una cella. Sembrano nude ma non lo sono. C’è chi prima era uomo, chi è tisica, chi aggressiva, chi ragazzina. Le puttane hanno tutte rappresentato un punto fermo e privilegiato nel dare voce e corpo al concetto/prassi di una scena tesa a smascherare, con malinconia ma anche con tanta ilarità, la presunta insufficienza e marginalità di ciò che viene detto il femminile. Soprattutto quello ferito, venduto, comprato, mercificato, ingannato e mistificato da una storia gestita da millenni, in assoluto, dal maschile. Il linguaggio è napoletano stretto con squarci di cultura, mai volgare malgrado i toni forti. Parlano, cantano, soffrono, si divertono e sognano tutte le luci del Trianon, un locale leggendario. Corpi «frantumati, senza legami, decaduti e martoriati», che si scatenano in canzoni popolari e sceneggiate, esponendo col corpo, anima, sensazioni e sentimenti. Il regista ha trasposto dell’intero testo, solo alcune cupe suggestioni contaminandole con una rassicurante presenza di scarpettiana memoria e in più, da lontano, evocando moderne voci e suoni per commentare in contrappunto il racconto. “Trianon” era solo una parola che rimandava a immagini violente e tristi, ma era una parola fascinosa e per questo spaccato di umanità disperata era quella speranza agognata, perché: “…Loro so’ ‘nnammurate sule d’ ‘e parole, ‘e chilli sciuscie d’aria senza consistenza, ca so’ ‘e parole, meglio ancora si sonano furastiere…”.

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Torre Orsaia, incontro tra l’arte e i bambini

Il teatro come linguaggio che abbatte distanze artificiose e crea inclusione e bellezza. Era l’obiettivo del progetto “Includiamo tutti con il teatro” organizzato dalla cooperativa labor Limae di Caselle in Pittari, ed è stato centrato. Perché i bambini che, per alcune settimane, hanno partecipato ai laboratori hanno scoperto la magia del palcoscenico e dell’arte, che unisce e non escluse. Il progetto, finanziato dal Piano di Zona S9, si è svolto nel Comune di Torre Orsaia ed ha visto il coinvolgimento di bambini di Torre Orsaia e Caselle in Pittari di età dai 6 agli 11 anni. A realizzarlo sono state le attrici Alessia e Giovanna Pellegrino. «Inclusione vuol dire mettere insieme persone che vengono da luoghi diversi ed hanno abilità diverse. – ha spiegato Giovanna Pellegrino – Ognuno ha messo in campo le proprie abilità, dal canto al ballo, dalla voce al movimento. I laboratori che abbiamo realizzato con i bambini hanno migliorato le abilità di ognuno e tutti i diversi talenti sono stati amplificati dal teatro». Una fase laboratoriale che ha permesso di far emergere anche abilità sopite. «Durante i laboratori abbiamo spiegato i bambini cosa significhi avere un corpo, avere uno spazio, come si gestisce lo spazio, saperlo occupare. – ha proseguito Giovanna Pellegrino – Abbiamo lavorato molto sulla percezione di se e del proprio corpo, ma anche sullo spazio scenico. Hanno scoperto la magia che regala il palcoscenico e il teatro». Alla fine dei laboratori è stato realizzato uno spettacolo teatrale, andato in scena a Torre Orsaia, nell’anfiteatro Pietro De Luca, che la cooperativa Labor Limae ha poi reso itinerante anche nei comuni di Roccagloriosa, in piazza del Popolo, e Caselle in Pittari, sul piazzale della Chiesa Madre. “Il tamburino magico”, lo spettacolo realizzato con la collaborazione della regia di Ines Stella, è stato tratto dalla filastrocca di Gianni Rodari ed ha visto la partecipazione di Alessandro Lisanti, Andrea Lisanti, Teresa Pisano, Selene Ponzo, Alisia Torre e Rosa Torre. «Lo spettacolo ha un messaggio molto importante, è un inno alla pace che fa scoprire ai tamburini che tornano dalla guerra in che modo posso disarmare chi li attacca e fare la pace», ha aggiunto Pellegrino. Il territorio ha bisogno di progetti di inclusione attraverso l’arte e il teatro. «Il territorio è scarno di offerta ma allo stesso tempo è pieno di bambini, ragazzi e genitori che hanno invece voglia di fare qualcosa che gli permetta di crescere insieme. Solo attraverso l’arte si può creare bellezza, che è in ognuno di noi e bisogna saperla riconoscere».

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Nicolantonio Napoli presenta la ripartenza dei laboratori di “Casa Babylon”

di Vincenzo Leone

“Casa Babylon Teatro”, apre le iscrizioni per l’anno accademico 2021 -2022, col patrocinio della regione Campania, della provincia di Salerno e del comune di Pagani. Nicolantonio Napoli di “casa babylon”, racconta e spiega l’importanza dell’arte per i ragazzi e non solo. “Questo progetto nasce nel 1995, per volere di un gruppo di ragazzi che avevano finito accademie importanti, fuori dal territorio campano. Fondamentalmente eravamo un gruppo di amici e cercavamo di organizzare un progetto che potesse essere innovativo, nel cuore di Pagani. Per molti anni lo è stato, e cerca di esserlo tuttora, nonostante le difficoltà. Casa babylon, lavora con la scuola, con il teatro ragazzi e con i laboratori, aperti a diverse fasce d’età. Il laboratorio che sta per cominciare, darà modo a diversi gruppi, di rivedersi in presenza dopo due anni. La presenza, gli occhi, il respiro e il sudore, sono alcune delle cose che rendono vivo e pulsante il teatro. Durante il lockdown, è stato possibile mantenersi in contatto grazie ai social e ai nuovi mezzi di comunicazione. La vera sfida, è stata quella di riuscire a bucare lo schermo e la quarta parete, nonostante la distanza. Siamo riusciti a fare del mezzo tecnico, una frontiera da superare per imparare nuove cose, avendo una grande opportunità. Questa tecnologia, potrebbe tornare utile in diverse circostanze, non legate per forza a motivi di restrizione. Il teatro è corpo, è relazione, sangue e sacro. La mia convinzione, è che questa sia una fase di passaggio, ma dobbiamo ancora mettere le mascherine. Nonostante le restrizioni e l’impossibilità di abbracciarci, continuiamo a fare teatro. Soprattutto con i bambini, per non fare dimenticare loro le cose fondamentali della vita, come il guardarsi negli occhi, risvegliare il corpo che siamo e lavorare insieme. Il teatro è incontro, e un laboratorio teatrale, pone a noi insegnanti occasioni uniche per poter ascoltare le persone, e allo stesso tempo ci mette di fronte a delle grandi responsabilità. In questo tempio, dove tutti hanno la possibilità di essere ascoltati e presi in considerazione, possiamo osservare le pregiate differenze dell’essere umano senza le condizioni sociali. Questo è il nascere di una fiducia reciproca che apre le porte ad una relazione sana e insegna tanto anche a noi. Oggi si dice che le nuove generazioni siano incomprensibili. Al contrario, credo che siano molto più in gamba di come lo eravamo noi. Ad ogni modo, un mezzo efficace per raggiungere i ragazzi, è proprio il teatro. Sono affascinato dai mondi che incontro e ne esco sempre arricchito. Da decenni sentiamo dire che il teatro è destinato a sparire. Questo un po’ mi spaventa, ma comunque sia, ho in mente una frase di Danio Manfredini, grande maestro e attore. Dice che se il teatro è destinato a sparire, ci tocca dare luce al tramonto. In questa fase discendente e buia per il teatro, a noi spetta dare luce. Dietro tutto questo c’è uno scopo, un messaggio. Le persone quando si alzano dalla poltrona, devono portare a casa qualcosa di costruttivo e importante. Il teatro è anche un gioco, soprattutto per i ragazzi, ma non dimentichiamo che come tutti giochi, ha delle regole ben precise. Chi crede che il teatro sia un gioco e basta, sbaglia.” Gli incontri si svolgeranno nel pieno rispetto delle disposizioni sanitarie. Si invitano i partecipanti a portare con loro un documento di identità e a indossare la mascherina personale. Per ulteriori informazioni, visitare il sito web: www.casababylom.it.

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Antonio Grimaldi riparte da “Binario Morto”

Di Olga Chieffi

Una strana e paradossale storia metropolitana, rappresentazione teatrale grottesca narrata con i canoni della tragedia greca. L’ambientazione è un residuo urbano: un vagone di treno/metropolitana fermo in una stazione dell’interland di Napoli su un binario morto, come su un “binario morto” sono le vite dei protagonisti. La vita, le relazioni sociali, gli amori, tutto sospeso in una liquida e avvolgente insoddisfazione, che li rende incapaci di determinare cambiamenti. Tutto scorre nell’indifferenza o addirittura nell’ostilità di un contesto sociale fatto di convenzioni e pregiudizi. E’ quanto andrà in scena per due week-end a cominciare da domani alle ore 21 al Piccolo Teatro PortaCatena che ricomincia da “Binario morto”, una pièce scritta da Lello Guida, affidata alla regia di Franco Alfano ed Elena Scardino, la scenografia dello stesso Alfano e Aldo Arrigo, le musiche di Gabriele Guida e la locandina disegnata da Bruno Brindisi.
La storia rispetta l’unità di tempo e luogo: si svolge in una notte, all’interno della carrozza di un treno. Non c’è un ulteriore sviluppo di quello che accade, non ci sono vicende accessorie. I destini di quattro persone cui daranno voce e corpo Giacomo D’Agostino, Ciro Girardi, Antonio Grimaldi e Gabriella Landi si incrociano e scivolano verso la catastrofe. Incombe la claustrofobica presenza del treno, ma il treno non c’entra, sono gli accadimenti a determinare l’azione e lo svolgersi della vicenda, “’o treno se ne fotte!”. Potrebbe anche esserci un modo, forse, ma “sti cazz’ ‘e buttigiell’ sono tutte uguali! “. Il presunto antidoto viene gettato via. Accettazione del fato o responsabilità del singolo, la risposta tarda ad arrivare. Quante probabilità esistono nella vita reale di far convergere i destini di Cosimo, Damiano e Salvatore in un unico tragico epilogo? Pochissime, quasi impossibile, forse una su un milione, quante sono le vite della metropoli. Quello che prende corpo è un mito, che nel moderno sentire diventa surreale. Tre vite che si intrecciano, tutto era già accaduto ma nessuno ne era cosciente, nessuno conosceva le relazioni. Tutto si compie e si svela nella sua paradossalità. Il fato condiziona paradossalmente, lo svolgersi delle azioni. I personaggi che incontrano sono al limite della follia, o forse sono solo persone che hanno un linguaggio diverso, che affrontano quello che hanno vissuto in maniera più dura e radicale. Si scivola lentamente, sfiorando il grottesco verso un epilogo ineluttabile. Il tutto oscilla tra la casualità che rivela la realtà e il desiderio di raggiungere un proprio ideale di vita. Una donna che vive in strada, ai limiti della società, che si ritiene “la Madonna in persona” che dispensa miracoli che aiutano a vivere o a morire. Salvatore, un improbabile ferroviere- aspirante sucida, che aspetta un treno che decida al suo posto. Tutto sembra già scritto, ma tutto accade in maniera imprevedibile. Cosimo e Damiano insieme ai personaggi che incontreranno, in una concitata notte , in un luogo improbabile, disegneranno la propria vita e i loro destini. La presenza “divina” o folle della sedicente “madonna” offre una possibilità, vera o falsa impossibile dirlo. “Morte o Resurrezione?”, due possibili strade, il dilemma parte dagli interrogativi sulle proprie vite, raccontate da Cosimo e Damiano nel prologo. Una domanda senza risposta, un interrogativo sulla vita, che si perde su un binario morto ai confini della metropoli. La sedicente “madonna”/deus ex machina conclude grottescamente che “comunque ridendo e scherzando la nottata è passata”. Epilogo tragico o possibile rinascita, nuova vita? Domanda conclusiva a cui il teatro non è tenuto a rispondere, il teatro invita a riflettere.

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Al via a Salerno l’“Art Academy”

di Vincenzo Leone

“Saremo alberi”, assieme ad “Incantastorie”, presentano: “Art Academy”, presso il centro pastorale S. Giuseppe, in via Guido Vestuti. L’idea è quella di un contenitore, dove rendere l’arte viva e pulsante in ogni sua vibrazione. Lucia Giunto di “Incantastorie”, spiega: “Il progetto è molto ampio e contiene tantissime discipline. Durante la pausa Covid, ho avuto modo di potermi concentrare sull’organizzazione. L’idea nasce da un sodalizio con i ragazzi di saremo alberi. Siamo amici d’infanzia e ritrovarsi a collaborare in questo contesto è emozionante perché la cultura ci accomuna. Insieme ci siamo sentiti forti. Grazie a Don Sabatino Naddeo, parroco della parrocchia di Santa Margherita a Pastena, è stato possibile trovare lo spazio necessario allo svolgimento dei corsi. Questo potrebbe essere un motore, un punto di forza anche per il quartiere, raccogliendo tanti giovani e dando loro un’alternativa. La struttura, nuova di zecca, inaugurata dal governatore De Luca e il Vescovo di Salerno, ospita un teatro di 300 posti. L’accademia sarà multidisciplinare, i corsi saranno di teatro, musical, danza, canto, scenografia, sceneggiatura, regia e teatro in lingua inglese. L’open day, sarà il 15 ottobre, con un grande artista, ancora in definizione, ospite della serata. Il 18 ottobre apre art academy con i corsi veri e propri.” La collaborazione con Saremo Alberi, è il connubio dell’esperienza ventennale coi ragazzi e l’amore per la cultura. Renato de rosa, uno dei fondatori, racconta la sua esperienza e il perché di “Art academy”. “Noi siamo nati come una piccola libreria per bambini e ragazzi. Il nostro è il coronarsi di un sogno ventennale di esperienze col volontariato. Rendere questo una professione è stato possibile. La libroteca, in principio, avrebbe dovuto rappresentare un luogo di sosta per l’intera famiglia. Un luogo dove bambini e ragazzi avrebbero avuto modo di vivere il libro in maniera diversa, vedendolo non esclusivamente come un mezzo di lettura, bensì un portale con la quale poter affrontare viaggi pieni di fantasia. Lentamente, abbiamo costruito questa avventura, diventando un punto di riferimento per tante famiglie salernitane, collaborando anche con diverse scuole e gestendo servizi di formazione nei confronti dei docenti e dei ragazzi. In relazione ad art academy, perlustrando varie arti, sia da protagonisti che da spettatori, abbiamo deciso, assieme a Lucia Giunto, di creare qualcosa di differente rispetto ad una tipica scuola di teatro. Abbiamo ideato un luogo, all’interno del quale le arti si susseguono. Le persone hanno la possibilità di formarsi in arti specifiche ma con la possibilità continua di intreccio fra esse, per poter vivere la bellezza della diversità attraverso più canali.” I corsi sono aperti a tutte le età. Per info e prenotazioni, chiamare: 3474946261 – 3202157333, o inviare una mail a info@saremoalberi.it.

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Il doppio volto di “’Na Santarella” alla Ribalta e una Pulcinellata al La Mennola

di Olga Chieffi

I teatri salernitani aprono le loro porte gratuitamente per l’intero mese di ottobre partecipando ad un progetto regionale che qui in città diviene una riflessione sulla tradizione partenopea “Qui fu Napoli…qui sarà Napoli”. Dove va il teatro napoletano? Sembra chiedersi il presidente de’ “La Città Teatrale” Ugo Piastrella che ha ideato e allestito questo cartellone. Spesso la domanda ritorna forte. Il pubblico considera Eduardo come l’ultimo esponente di una tradizione scenica dialettale che nata con Trinchera, Cerlone e Cammarano, ebbe il massimo splendore con Antonio Petito, Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani. In questa rassegna incontreremo i grandissimi, i più amati e conosciuti dal pubblico, ma andremo a conoscere insieme alle compagnie cittadine gli autori della nuova drammaturgia napoletana, da Annibale Ruccello a Manlio Santanelli sino alla noise e ai silenzi di Enzo Moscato. Questa sera saremo invitati ad un doppio appuntamento. Il sipario del teatro La Ribalta si leverà, alle ore 20,30, su uno dei capolavori di Eduardo Scarpetta “’Na Santarella”. Il 15 maggio 1889 al Teatro Sannazzaro di Napoli avveniva la prima rappresentazione di “’ Na santarella”, una delle più divertenti commedie di Eduardo Scarpetta. Con questo lavoro Eduardo Scarpetta stabilì un record di recite, circa mille. Lo spettacolo ebbe un successo strepitoso e costituì anche una grande fonte di guadagno, che determinò anche l’inizio di una nuova fase per la sua vita artistica. Fino ad allora Scarpetta era stato Don Felice Sciosciammocca, cristallizzazione d’arte, piacevole e gradita, ma forse ancora convenzionale nello svolgersi del carattere; nella Santarella il tipo di Don Felice, si può dire, quasi scompare: l’organista scarpettiano è della famiglia dei Tartufi, dei Don Abbondi. L’organista è ora un personaggio. Con lavoro metodico e capillare Scarpetta era riuscito a far diventare Don Felice un uomo comune, uno dei tanti, con i suoi difetti, con le sue piccolezze; l’aveva arricchito di quella umanità tanto necessaria alla comicità d’arte.Tutto questo grazie ad una indagine paziente e sagace delle figure napoletane di ogni giorno, della strada, grazie ad una conoscenza profonda del popolo napoletano. Eduardo Scarpetta modifica, trasforma, riscrive in napoletano la commedia francese M.lle Nitouche; tutto è napoletano in essa : i caratteri dei personaggi, l’ambiente, certe scene e certe trovate comiche aggiunte. Il nodo dell’azione rimane lo stesso, ma le risorse comiche nello svolgimento del lavoro sono schiettamente napoletane alla “ maniera “ di Scarpetta e così la vivacità meridionale viene fuori a lampi, a guizzi, sostenuta dall’organista, dall’educanda Nannina e da tutti gli altri divertenti personaggi della commedia. La trama è semplice : Don Felice Sciosciammocca è l’organista del convento delle rondinelle ma anche l’autore musicale delle operette del Teatro del Fondo.Una delle educande Nannina, detta Santarella, scopre questa seconda attività del Maestro. La sera del debutto della sua operina, la prima donna abbandona la recita. Lo salva dai guai proprio Nannina, che sogna il palcoscenico e con lui aveva provato di nascosto l’operetta. Nannina dovrebbe sposare un giovane tenete, ma lui non vuole sposare una ragazza che non conosce e per di più educanda. Ma la sera della recita vede Nannina e se ne innamora, non sapendo che è la sua promessa sposa. Tutto alla fine finisce bene: l’operetta ottiene il successo sperato e i due giovani sono felicemente sposi. Valentina Mustaro firma la regia per i dieci personaggi, Don Angelo Cannone – Fabrizio Carnevale, Don Felice Sciosciammocca – Antonio Carmando, Donna Rachele – Monica Peluso, Annina Fiorelli (Nannina) – Elena Pagano, Cesira Perrella – Valentina Mustaro, Eugenio Porretti – Dominique Barra, Celestino Sparice -Michele Cicchetti, Amelia – Antonella Caputo,Teresina – Marta Apicella, Michele (custode) – Massimiliano D’Amico. Il teatro La Mennola, farà invece uno storico passo indietro, con la rielaborazione di una interessante commedia di Pasquale Altavilla, autore sempre trascurato dalla critica, che scrisse per il glorioso teatro S.Carlino di Napoli, dove recitava ogni sera, tra il 1820 e 1848, oltre cento commedie di grande successo, alleviando con la sua comicità le tante difficoltà della vita dei napoletani e portando un interessante cambiamento nel teatro popolare. La figura del Pulcinella era sempre stata considerata quella di una maschera sciocca, di un servo senz’anima alla continua ricerca solo di grandi piatti di maccheroni. Altavilla propone un Pulcinella nuovo, più uomo che maschera, lavoratore onesto, laborioso e pieno di dignità. E’ interessante osservare che solo dopo questa innovazione apportata dall’Altavilla, che dà appunto il via alla dinastia di grandi interpreti di Pulcinella, come i Petito, Scarpetta, De Muto ed altri, fino a quella che ne diede Eduardo De Filippo, e la storia riprende.

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Paola Ambrosi, Pino Tierno e Juan Mayorca al Nuovo

“Spettacolo. In altre parole” è il titolo della prima rassegna sulla drammaturgia europea che si terrà a Salerno, presso gli spazi del Teatro Nuovo di via Laspro, fino al 3 ottobre. Le serate dedicate per questa edizione 2021 alla Spagna sono ad ingresso gratuito. Tra gli ospiti, scelti dai direttori artistici Pasquale De Cristofaro e Pino Tierno, alcuni tra i principali protagonisti della scena teatrale contemporanea. Oggi alle 18.30, si confronteranno Paola Ambrosi, Pino Tierno e Juan Mayorga. Seguirà la lettura di Reykjavik di Juan Mayorga per la traduzione di Pino Tierno, con Valentina Martino Ghiglia. Con Andrea De Goyzueta, Ernesto Lama e Francesco Rivieccio. Musiche originali di Aniello Palomba a cura di Ferdinando Ceriani. “Reykjavik – che rievoca la sfida del 1972 tra il russo Boris Spasskij e l’americano Bobby Fischer per il campionato del mondo di scacchi, è innanzitutto un’opera sugli scacchi, un gioco che, come la vita, è fatto di memoria, d’immaginazione, di crudeltà e d’imprevedibilità. È anche una commedia sulla Guerra Fredda, sul comunismo e sul capitalismo. Ma è soprattutto uno spettacolo sul teatro, sulle sue potenzialità incantatorie e su quegli uomini che trovano una loro identità solo interpretando la vita degli altri. Reykjavik è la storia, la scacchiera il palcoscenico, Bobby Fischer, Boris Spasskij, l’arbitro tedesco, la guardia del corpo islandese, la madre di Bobby, la seconda moglie di Boris, un centinaio di bambini che salutano Boris con il pugno alzato all’aeroporto di Mosca, Henry Kissinger, il fantasma di Stalin, il Soviet Supremo, i genitori assenti, il KGB, i campioni morti sono i personaggi a cui Waterloo e Bailén devono dare vita e anima… – scrive Ferdinando Ceriani – Non è la prima volta che recitano questa storia ma è la prima volta che lo fanno davanti a qualcuno: un ragazzo che si è perso nei vicoli di una città che riecheggia in lontananza, attirato in uno squallido retrobottega dalle note di un musicista di strada e rimasto affascinato da quella scacchiera posata lì, su un tavolaccio. E non l’hanno mai fatto con tanta passione. Perché oggi cercano non solo di capire cosa c’era davvero in gioco a Reykjavik ma, questa volta, Waterloo e Bailén cercano un erede”. Collaboratore assiduo di compagnie come Animalario, Jaun Mayorga è stato membro fondatore dell’Accademia delle arti sceniche in Spagna e dirige la cattedra di arti sceniche dell’Università Carlos III di Madrid. Fra i numerosi riconoscimenti, ha conseguito il premio nazionale di Teatro nel 2007 e il premio nazionale di Letteratura Drammatica nel 2013, mentre nel 2018 è stato eletto membro della Real Academia Espanola. La sua produzione comprende testi originali e adattamenti di opere classiche, rappresentanti in moltissimi Paesi e tradotti in altrettante lingue. Matematico, filosofo, traduttore e drammaturgo, ha incentrato parte del suo lavoro su temi di grande attualità, come la pedofilia, il male, la relazione tra arte e potere. La rassegna si chiude domani (18.30) con una conversazione che vedrà protagonisti Giuseppe Gentile, Pino Tierno e Guillem Clua a cui seguirà la lettura di Smiley – after love di Guillem Clua, adattamento e traduzione di Pino Tierno, con Andrea Palladino e Luca Trezza, a cura di Antonello De Rosa. Clua è considerato uno dei drammaturghi più innovativi ed eclettici nel panorama catalano e spagnolo. Laureato in giornalismo a Barcellona, ha iniziato la sua formazione di scrittore presso la London Guildhall University. Nel 2020 ha vinto il premio nazionale di Letteratura Drammatica con il suo testo Giustizia rappresentato al teatro nazionale di Catalogna. I suoi lavori sono stati tradotti in inglese, tedesco, italiano, francese, greco, bulgaro, polacco, russo e serbo-croato. Le sue opere, che puntano i riflettori su argomenti come i conflitti armati, i cambiamenti climatici, i nazionalismi, sono sempre state acclamate dalla critica. Clua ha anche una vasta e riconosciuta esperienza come sceneggiatore e insegnante di scrittura drammatica.

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“Qui fu Napoli… qui sarà Napoli”

di Erika Noschese

E’ stata presentata questa mattina nella sala interna del Bar Santa Lucia di via Roma a Salerno, la rassegna teatrale di autori napoletani dal ‘800 ai contemporanei denominata “Qui fu Napoli… qui sarà Napoli”, organizzata dall’associazione consorzio “La città teatrale” di Salerno con il contributo della Regione Campania ed il patrocinio del Comune di Salerno. Otto gli appuntamenti in cartellone, che vedranno impegnate le compagnie dei sette teatri componenti “La città teatrale”. Si inizia sabato 2 ottobre con un doppio appuntamento, al Teatro La Ribalta, infatti, andrà in scena “Na Santarella” di Eduardo Scarpetta, mentre al Teatro La Mennola di scena “Pulcinellata” tratto da Pasquale Altavilla. Si prosegue poi il 9 e 10 ottobre al Teatro Nuovo con “Trianon” di Enzo Moscato. Quarto appuntamento il 12 e 13 ottobre al Teatro Del Giullare con lo spettacolo “Tu musica assassina” di Manlio Santanelli. Il 16 e 17 ottobre la compagnia del Teatro Arbostella, (che a causa dei lavori di ristrutturazione sarà ospitato al Teatro Nuovo) porterà in scena “Pascariello e don Felice” di Antonio Petito. Sesto appuntamento il 22 e 23 ottobre al Teatro Ridotto con “Eduardo: artefice magico” tratto da Eduardo De Filippo. Il 24 ottobre tocca invece alla compagnia del Teatro del Genovesi che proporrà “Anna Cappelli” di Annibale Ruccello. Chiude la rassegna il 29, 30 e 31 ottobre la compagnia del Teatro Nuovo che proporrà “L’ultimo scugnizzo” di Raffaele Viviani. Tutti gli spettacoli sono ad ingresso gratuito, con obbligo di prenotazione da effettuare anche telefonicamente presso i rispettivi teatri a partire dalla giornata di oggi, per i primi tre appuntamenti ed a seguire per i successivi. L’ingresso in sala, come da disposizioni anti covid, sarà consentito solo previa presentazione del green pass o dell’esito negativo di un tampone effettuato al massimo 48 ore prima dello spettacolo. “Napoli è il centro della cultura campana, ma soprattutto Napoli ha avuto tra i più grandi autori teatrali della storia. Questo è un omaggio che vogliamo fare a quegli autori partenopei di fine Ottocento inizio Novecento, che sono stati un po’ maltrattati dalla critica italiana, che considerava questo un periodo buio per il teatro italiano, perché non teneva conto del teatro dialettale – spiega Ugo Piastrella, presidente de “La città teatrale” –Teatro invece, che si è dimostrato molto importante, anche per autori che poi hanno deciso, negli anni successivi, di riprenderlo. Quindi partendo da Pasquale Altavilla, Petito, Scarpetta, Viviani, Eduardo, fino ai contemporanei, Ruccello, Santanelli e Moscato, noi abbiamo deciso con questi otto spettacoli di rivolgere a loro il nostro personale omaggio, e ovviamente ci auguriamo che anche il pubblico apprezzi questa nostra iniziativa. Un’iniziativa questa che vuole anche essere un inizio di un lavoro di rete dei teatri salernitani, come Città teatrale anche in passato abbiamo fatto diverse iniziative ma non siamo mai riusciti a creare una rete che potesse essere utile a noi e soprattutto alla città, alla cultura e agli spettatori salernitani. Ora iniziano con questa prima iniziativa che è anche un segno di speranza, di ripresa e di ripartenza del comparto dopo i mesi di chiusura causa Covid”.

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Paola Quattrini protagonista di “Spettacolo. In altre parole”

“Spettacolo. In altre parole” è il titolo della prima rassegna sulla drammaturgia europea che si terrà a Salerno, presso gli spazi del Teatro Nuovo di via Laspro, fino al 3 ottobre. Le serate, dedicate per questa edizione 2021 alla Spagna, sono ad ingresso gratuito. Tra gli ospiti, scelti dai direttori artistici Pasquale De Cristofaro e Pino Tierno, alcuni tra i principali protagonisti della scena teatrale contemporanea. Il 1 ottobre (ore 18.30), il teatro Nuovo ospiterà una conversazione con Simone Trecca, Pino Tierno e Marta Barcelò. A seguire la lettura di Prima che arrivi il tedesco di Marta Barcelò per la traduzione di Pino Tierno a cura di Enrico Maria Lamanna con Iacopo Sorbini e Paola Quattrini. La straordinaria attrice teatrale italiana darà voce a una commedia molto particolare e ricca di spunti di riflessione. “E’ una lettura movimentata. Un testo di una poesia pazzesca che racconta di una donna di soli sessant’anni alla quale viene comunicata la certezza che avrà l’Alzheimer, senza tuttavia sapere quando. Nonostante il tema drammatico legato ad una delle malattie più terribili che ci ruba l’anima, è un inno alla vita, che Giulia, la protagonista, vuole assaporare, godere fino in fondo, facendo incetta e tesoro di quante più emozioni vitali riesca ad afferrare”, spiega Paola Quattrini. “Salgo molte volte a questo terrazzo con la scusa di stendere i panni, che sia estate o inverno c’è sempre il vento, mi piace il vento, mi rinfresca. Tutti abbiamo qualche cosa che ci fa sentire vivi. Nel mio caso è il vento. Seduta su questa sedia, oppure qui in piedi mi metto controvento, chiudo gli occhi e sento la sua carezza sulla faccia. Qui sopra sono tranquilla, non c’è nessuno che mi dica niente, che mi voglia consolare, che mi compatisca, che mi voglia tirare su”. (Cit. Testo) “Tutti temono che si voglia togliere la vita, ma lei al contrario, cerca di trattenerla. Lei ripete a sé stessa di voler restare con gli occhi ben aperti, per godere ogni attimo, domandandosi se qualcuna di queste emozioni che sta provando adesso, non possa rimanerle nascosta nel cuore. Io ho molta paura di questa malattia, non tanto per me ma per chi mi ama, per i miei nipoti in particolare – continua l’attrice – Questo è un modo per esorcizzarlo, lo vivo per allontanarlo da me. Giulia è una donna coraggiosa, credo e spero che ci possa essere un seguito dopo questo evento perché mi ha colpito moltissimo e non vedo l’ora di incontrare l’autrice, la maiorchina Marta Barcelò. Giulia cerca di restare con gli occhi bene aperti e mi piace moltissimo: sono felice di interpretarla con il mio carattere, cercando di metterci più gioia che dolore, perché non è struggente e non voglio che sia negativa, ma al contrario possa arrivare a tutti quel soffio di vento, che celebra la vita”. “La perfetta composizione della commedia Prima che arrivi il tedesco è stupefacente. L’autrice spagnola di ultima generazione propone la storia di una donna a cui viene diagnosticato l’Alzheimer… la nostra protagonista ha poco tempo per organizzare la vita prima che il tedesco ovvero Alzheimer pigli il sopravvento su di lei – racconta Enrico Maria Lamanna – Ed ecco che organizza 10 punti per andarsene poi in tranquillità e senza responsabilità e con una sottile vena di tristezza. Paola Quattrini interpreta il ruolo di Giulia, la protagonista con leggerezza, commozione, forza. Accanto a lei un giovane attore, Jacopo Sorbini che rappresenta tutti gli altri personaggi che Giulia incontrerà nell’andare avanti a risolvere questi 10 punti La mia messinscena è una mise en espace quasi più che una lettura. Anche perché le letture semplici con leggio mi hanno sempre annoiato. Lo spettacolo si avvale delle musiche di Paolo Buonvino grande musicista autore di parecchie colonne sonore come i film di Muccino e tanti altri. E a chiudere lo spettacolo nei ringraziamenti sarà la canzone Valzer di Teresa De Sio le cui parole ricalcano molto una sorta di testamento spirituale della nostra protagonista”.

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Andrea Camilleri nell’audio inedito, le ultime parole sull’amore diventeranno uno spettacolo


Michele Marco Rossi esegue un brano anonimo Rinascimentale mentre la voce di Andrea Camilleri, registrata due mesi prima della sua morte, prendendo spunto dal celebre Sonetto "Tanto gentile e tanto onesta pare" di Dante Alighieri parla dell'amore e della sua irrazionalità. Tutto questo è "Intelletto d’amore (e altre bugie)", spettacolo che andrà in scena, emergenza Covid permettendo, ad agosto 2021.
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L’inferno dei teatri nella pandemia tra coprifuoco, contagi e spettacoli annullati


Da Milano a Napoli, passando per la Capitale, i teatri sono costretti a riorganizzare il programma a causa degli effetti della pandemia. Tra spettacoli annullati, cast in quarantena e spostamenti di orari dovuti al coprifuoco, lo spettacolo dal vivo già martoriato dalla crisi economica è costretto a fare i conti con una giungla di provvedimenti diversi e spesso incoerenti tra loro.
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Placido Domingo torna dopo il Covid e lo scandalo #metoo: “Mi manca l’amico Pavarotti”


Dopo le accuse di abusi sessuali e il Coronavirus da cui è guarito a marzo, Placido Domingo torna sulle scene. Il 22 agosto si esibirà alla Reggia di Caserta, poi Verona, Firenze e Milano a novembre. E sulle accuse che lo hanno travolto in un'intervista ad Ansa rivela: "Per il mio comportamento ho chiesto scusa, ma la mia coscienza è serena perché non ho abusato di nessuno".
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Chiara Francini: “L’arte è condivisione nella diversità, la mia Ofelia intima ed empatica”


Intervista a Chiara Francini protagonista a teatro de "L'amore segreto di Ofelia" di Steven Berkoff, in scena il 21 agosto al Teatro La Versiliana di Marina di Pietrasanta. Dall'amore per la poesia di Sandro Penna a questa "strana" estate trascorsa scrivendo, l'attrice, scrittrice e conduttrice televisiva ci parla del suo percorso: "Ho voglia di legarmi a progetti che mi nutrano".
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