Calvino e Tondelli: verso una lingua nuova

Penultimo appuntamento questa sera, a Cetara per Teatri in Blu che ospita il reading di Lodovico “Lodo” Guenzi e ad Alberto “Bebo” Guidetti

di Olga Chieffi

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone” (Le Città Invisibili, Italo Calvino). “Bando a isterismi, depressioni scoglionature e smaronamenti. Cercatevi il vostro odore eppoi ci saran fortune e buoni fulmini sulla strada” (Autobahn, Pier Vittorio Tondelli). Questa sera il penultimo appuntamento di Teatri in Blu è stato affidato da Vincenzo Albano a Lodovico “Lodo” Guenzi e ad Alberto “Bebo” Guidetti, voce e beatmaker dello Stato Sociale. Niente musica o canzoni o vecchie che ballano, ma stasera nella Piazzetta Grotta di Cetara, a partire dalle ore 21, si andrà alle radici dei cambiamenti della nostra lingua,  sulle tracce di Pier Vittorio Tondelli e Italo Calvino, con “Libertini invisibili”. Un reading in cui scopriremo o ricorderemo attraverso la voce di Bebo, il Calvino de’ “Le città invisibili”, il suo linguaggio complesso e visionario, di una contemporaneità disarmante, che verrà alternata con la lettura di piccoli esempi tratti dal quotidiano, da cui giungerà l’invito ideale a rileggere quel volume.  Le città calviniane possono essere intese come le parole, cioè i segni di una nuova lingua, elaborata per formare un discorso sul mondo, che in esso riacquista, appunto, visibilità. Per citare le parole usate in un diverso contesto da Barthes, “Le città invisibili” si chiude quindi con un “cercate la via di uscita”, e realizza a pieno, in questo modo, la propria funzione di segno, capace di rendere visibile la filigrana invisibile nascosta al di sotto delle cose, attraverso la quale l’uomo possa orientarsi nel labirinto del reale. Ribalta, quindi, per Lodo, il quale sarà assoluto protagonista della lettura di brani tratti dai racconti contenuti in “Altri libertini ”, uno degli autori di riferimento di una certa emilianità, un punto di riferimento di molti altri artisti, scrittori e musicisti. Tondelli parla del disagio della provincia, della voglia di scappare, ma anche di omosessualità, droga, bestemmie e lo fa con un linguaggio colorito e forte, inventando parole e descrivendo immagini. Tondelli resta scrittore-cardine di quella “letteratura emotiva” che ha segnato la generazione postmoderna. Gli scritti di Tondelli – da Altri libertini a Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ’80 – respirano allo stesso ritmo della musica rock e new wave degli anni ’70 e ’80, divenendo così uno status culturale e sociale della generazione figlia della “mutazione antropologica” di cui parlava Pasolini. Tondelli tiene il lettore in un continuo stato di choc derivante dall’amalgama di rime e assonanze, sincopi e flussi, gergo e tensione a “rubar matite a tutti” che mette sullo stesso piano autore, narratore e lettore, tutti coinvolti nello “scarabocchiare” e nel “mescolarsi nei mille rivoli di un parlato in creazione, costantemente relazionato con elementi colti, in un impasto che non perde mai la sua carica aggressiva, comica e ludica”, come il sentire de’ “Lo stato sociale”.

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Aspettando la Vedova Allegra…  Mario Cassi : l’eleganza del Conte Danilo

Il baritono aretino sarà il protagonista della Vedova Allegra che andrà in scena domani sera negli spazi antistanti il Teatro Ghirelli di Salerno
Di Luca Gaeta
Abbiamo avvicinato il baritono Mario Cassi nel corso della prova generale che lo vedrà indossare la marsina del Conte Danilo, nella ripresa della stagione lirica del teatro Verdi di Salerno.
Come si è avvicinato alla musica ed al canto in particolare e quali sono state le tappe e le figure significative del suo percorso di studi?
L’amore per il canto e per la lirica in particolare, nacque da giovanissimo, proprio vedendo al cinema il film di Rosi, la Carmen di Bizet, con Domingo fra gli interpreti e anche grazie agli ascolti che la professoressa di educazione musicale ci proponeva a scuola media. Poi nell’86 vidi in tv il Nabucco alla Scala, diretto da Riccardo Muti e da lì incominciò a farsi strada l’idea di voler studiare musica, dapprima privatamente con Slavska Taskova Paoletti, poi con Alessandra Rossi e Bruno de Simone. Fra le tappe più significative, legate al mio percorso di formazione, ci sono sicuramente le vittorie al Concorso Viotti di Vercelli e il “Toti Dal Monte” di Treviso (premio speciale Cesare Bardelli) nel 2002, in seguito al quale ho debuttato ne La Cenerentola di Gioacchino Rossini. Poi “Operalia” di Plácido Domingo nel 2003 (premio Zarzuela) e il concorso “Spiros Argiris” nel 2004.
Nella sua carriera ha avuto modo di incontrare diversi direttori d’orchestra. Che cosa le hanno trasmesso ed insegnato?
Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di incontrare direttori d’orchestra straordinari, che mi hanno scelto, valorizzato e mi hanno fatto conoscere nei più grandi teatri del mondo, insegnandomi tanto. Tra questi il primo è stato il maestro Riccardo Muti, al quale devo non solo alcuni dei più grandi successi, ma soprattutto  gli devo un metodo di lavoro e un approccio al testo musicale. Quello che, in definitiva, è il vero lavoro dell’interprete. Non posso dimenticare il lavoro svolto con il maestro Zedda, quando nel 2011  mi scelse per portare in scena Il barbiere di Siviglia al Rossini Opera Festival nella sua ultima edizione critica. Poi Cristophe Rousset, al quale devo tante belle incisioni discografiche e altrettante riscoperte di musiche bellissime del Seicento e Settecento, da Cavalli a Salieri fino a Mozart. Con lui ho imparato l’importanza dei colori e del fraseggio, della parola scolpita del testo perché siamo, sì, cantanti ma anche attori che devono raccontare una storia con la voce, modulandola in modo tale da saper emozionare il pubblico. Poi Bruno Campanella, col quale non ho avuto tantissime occasioni, ma il Barbiere e il Don Pasquale con lui rimangono nella mia memoria come momenti bellissimi della mia vita musicale. Parlando del belcanto diceva che uno dei requisiti essenziali era il cantare senza sforzo e quindi di come l’orchestra dovesse sempre essere regolata in base al cantante non viceversa. Poi, l’incontro con il maestro Daniel Oren, con la sua immensa musicalità, la sua forza espressiva, la sua profonda conoscenza del repertorio, estremamente rispettoso del segno scritto. Ha un controllo totale dell’orchestra e un amore incredibile per la voce.
Il 9 settembre andrà in scena a Salerno La Vedova allegra di Franz Lehár, primo titolo in programma, dopo la pausa estiva, della stagione lirica 2020 presso il Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno. Ci parla del suo personaggio, il Conte Danilo e di questa produzione ripensata presso il teatro Ghirelli, dove potranno essere garantite tutte le norme anti Covid.
Dopo Falstaff con Bruson e La Bohème, ritorno a Salerno, per La Vedova allegra, riscoprendo sempre il piacere di potersi esibire in questa città ricca di cultura. L’elemento che il Maestro Oren ha individuato come centrale per la lettura di questa partitura è l’eleganza. Un’eleganza che è possibile percepire in ogni singola frase musicale, che rimanda appieno il clima e la dimensione in cui quest’operetta è stata concepita. Alcuni stereotipi legati al mio personaggio, dalla vocalità per nulla semplice, sono stati ripensati, proprio nel rispetto di quanto detto e del fatto che Danilo sia un Conte. In rispetto delle norme anti Covid lo spettacolo è stato ripensato per uno spazio all’esterno, il Teatro Ghirelli, ed inoltre le grandi scene d’assieme saranno ovviamente ridimensionate, ma il clima che abbisogna quest’operetta non sarà tradito, anzi porrà una centralità alla musica ed ovviamente al canto.
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Daniel Oren “il puro folle”

Un successo la Vedova Allegra del post lockdown, nonostante le infinite difficoltà di una location quale è lo spazio antistante il Teatro Ghirelli, il service, l’orchestra situata alle spalle dei cantanti, ma che il bel quartetto di voci protagoniste e lo spirito eclettico di Gennaro Cannavacciuolo hanno impreziosito.

Di Olga Chieffi

Coraggio, ci vuole coraggio, “La Vedova allegra” di mercoledì sera, voluta così fortemente in scena da Daniel Oren e dall’intero Teatro Verdi,  ci ha  invitato tutti  a porre in discussione la certezza, la verità, il luogo, per cercare di rimettersi sempre in gioco, per vivere nello spazio, senza misure, del mondo,  ad armarci e partire per la giusta causa, che, in questo caso, è stata quella di far ripartire comunque la stagione lirica del Teatro Verdi di Salerno, di tornare a “di-vertirci”. E’ termine particolare il divertirsi, proviene dal latino divertere, che sta per prendere altra direzione, volgere altrove, e mai come l’altra sera abbiamo toccato con mano il voler deviare da questo limbo, in cui ci ha trascinato la pandemia. E questa parola è risuonata anche sul palcoscenico di questa Vedova Allegra, racchiusa in una coppa di champagne dal fine e lascivio perlage, che sappiamo voleva essere assolutamente eliminato dal suo inventore il monaco benedettino Pierre Pèrignon, proprio perché foriero di depravazione del gusto e dei costumi. L’ha pronunciata il nostro  Njegus d’eccezione Gennaro Cannavacciuolo, il quale ha rivisto i dialoghi con il Barone Zeta Angelo Nardinocchi, dando sfoggio di estrema eleganza bloccando l’azione a suo piacimento per reinventarla in modo da riprogrammare gli eventi portandoli nel giusto verso, ed ecletticità trasformandosi anche in mirabile “puntacchiere”, nella sua aria “Stasera faccio il Parigin!”. Daniel Oren, al solito ha trovato perfetta identità di vedute con l’impostazione registica di Ermeneziano Lambiase, plasmando la sua direzione su tempi serratissimi e dinamiche guizzanti, ripulendo il suono da qualsiasi muffa languorosa e aprendo, tuttavia, ove necessario, a squarci lirici di grande suggestione, il tutto a rendere piena giustizia a quello che a tutti gli effetti è uno dei grandi capolavori del Novecento. L’Orchestra Filarmonica Salernitana smagliante nel suono, ha risposto con entusiasmo, nonostante qualche inevitabile inciampo, poichè Daniel Oren, posizionato dietro i cantanti ha diretto per il più delle volte di spalle all’orchestra per amalgamare le voci che, diverse volte non sono poche in palcoscenico. In altri casi, bisogna ammetterlo, l’elemento espressivo ha ceduto a un gusto più ingenuo e gioco, come nella Marcia moderato di Valencienne, col caratteristico colpo in contrattempo, un gioco che comunque corrisponde al personaggio della signora assolutamente per bene  e tuttavia appassionatamente dedita al f1irt. Un plauso ai protagonisti, che si sono mossi sulla balconata liberty creata da Alfredo Troisi, con Marily Santoro che canta e balla benissimo, e ha schizzato una Hanna Glawari a tutto tondo, ironica e appassionata, languida e volitiva, perfetto contraltare al Conte Danilo, il baritono Mario Cassi, ottimo cantante ma contenuto attore, mentre la Valancienne di Nina Solodovnikova, ha rubato l’occhio dell’intero pubblico presente, nella sua uscita finale in Baby Doll, cogliendo perfettamente anche il lato melanconico del personaggio e tenore sopra le righe certamente Giorgio Misseri, che ha dato vita ad un Camille de Rossillon dalla deliziosa ed assai educata voce. Eccessivo il divario tra i protagonisti e i comprimari, Antonio Palumbo, il visconte Cascada, Nazzareno Darzillo Raul di Saint Brioche, Maurizio Bove, Maria Teresa Petrosino, Sylviane, Christian d’Aquino, Kromov, Valeria Padovano, Olga, e Sara Vicinanza,  Praskovia, con Vittorio Di Pietro nel ruolo di Pritschitsch, validi certamente per la rappresentazione messa su dal nostro conservatorio, che pur abbiamo applaudito, ma non certo all’altezza di un cast di questo livello, così come anche il balletto offerto dal Liceo coreutico Alfano I, coreografo da Massimiliano Scardacchi, che ha presentato una fila di cancaneuse dall’altezza diseguale, su cui ha spiccato l’assoluto talento di Maurizio Paolantonio, che inanellando un buon numero di fouettes e salti mortali, ha impreziosito il gran finale dell’opera. Onori anche al coro che preparato da Tiziana Carlini, ha eseguito dignitosamente il suo compito grazie anche a due ghost-meister che nonostante ben mimetizzati in aigrette, abito lungo e frac, abbiamo intravisto tra gli scranni, Lucrezia Benevento e Maurizio Iaccarino. Service di palcoscenico in gravissima difficoltà nel II atto con il Conte Danilo che ha dovuto cantare e recitare praticamente senza microfono, forse un bando serio del comune di Salerno, in particolare in questi eventi importanti sarebbe necessario. Ma, nonostante tutto, il finale è stato veramente brillante e lunghissimo, con un coup de theatre, che ha salutato gli ottoni, guidati dalla tromba di Raffaele Alfano, da l’altra sera soprannominato “hot lips”, per la ripresa del Can Can di Offenbach, ripreso almeno sei volte, in palcoscenico e i ballerini tra il pubblico, in un ideale e prolungato, musicale, caloroso abbraccio. Dal palco ancora una volta l’invito a pervenire a quell’infinito eccesso che possa farci arridere all’impresa, per affermare ciò in cui crediamo, per opporsi alla distruzione di un sogno, un’illusione, risorgendo sempre, dopo ogni caduta.

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Cannavacciuolo riparte dalla vis comica del Njegus

Abbiamo incontrato l’attore napoletano dopo la “premier” della Vedova Allegra che segna la ripresa del cartellone lirico del teatro Verdi di Salerno

di Luca Gaeta

In questi giorni sta andando in scena, qui a Salerno, La Vedova allegra di Franz Lehár. Fra i protagonisti di questa produzione, lei darà voce al personaggio di Njegus, l’esilarante impiegato di cancelleria dell’armata pontevedrina, che grazie alle sue astuzie ed ad alla sua praticità riesce sempre a gestire gli eventi e prevenire gli “incidenti” diplomatici. Ci parla del suo personaggio e di questa messinscena?

Interpretare Njegus è estremamente stimolante. Questo personaggio, dall’apparente semplicità, legata alla sua verve, all’ironia, alla sua vitalità, abbisogna in realtà di un lavoro attento, capace di conferire i tratti di cui parlavamo in precedenza, ma di saperli miscelare in quel clima di eleganza che a mio parere contraddistingue questo titolo. Per ovvi motivi, legati all’emergenza che stiamo vivendo, lo spettacolo è stato ripensato per uno spazio all’aperto, il Teatro Ghirelli. Se da un lato proporre uno spettacolo di questo genere in uno spazio all’aperto pone delle difficoltà maggiori, per gli interpreti, per l’orchestra e le diverse maestranze, a discapito anche degli effetti sonori e scenici, che in teatro ritrovano la loro naturale collocazione, dall’altro lato rappresenta, in questo momento particolare, un segnale importante di ripartenza, di ritorno (se pur in modo parziale e con le giuste precauzioni) alla normalità. Proprio per questo ringrazio la direzione artistica del Teatro Municipale di Salerno, in particolar modo il Maestro Daniel Oren e il Maestro Antonio Marzullo. In questa produzione ritrovo con piacere anche diversi giovani interpreti che presero parte all’edizione del 2019, sempre al Teatro Verdi, de La Vedova allegra, in quell’occasione pensata per i talenti provenienti dal Conservatorio di Musica – Martucci di Salerno. 

Come ha vissuto la quarantena?   

Dopo la notizia della chiusura delle scuole, ho percepito subito la complessità e la gravità di quello stava succedendo e quasi in modo istintivo, con la mia famiglia, ho deciso immediatamente di spostarmi a Sabaudia, in una casa di famiglia. Qui ho trascorso tutti i mesi della quarantena, alternando interviste, a prove, realizzate grazie alla tecnologia con i diversi musicisti che collaborano ai miei spettacoli e poi  ho dato spazio alla creatività, pensando e cominciando a scrivere uno spettacolo, del quale non ne parlo ancora, legato alla biografia di un grande artista. Colgo l’occasione per ringraziare l’Istituto IMAIE, che nei mesi di chiusura ha garantito il sostegno per i suoi iscritti, oltre a tutelare i diritti degli artisti interpreti ed esecutori. 

Quali saranno i prossimi impegni?

La Vedova allegra qui a Salerno è il mio primo spettacolo post lockdown. Poi ci sarà la ripresa dello spettacolo Cyrano, il celebre musical di Riccardo Pazzaglia, con le musiche di Domenico Modugno, portato in scena dopo quarant’anni di assenza, che ha debuttato a Napoli, all’Augusteo l’anno scorso e poi la ripresa di alcuni mie spettacoli musicali. 

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Freschibuffi: la parola musicale e musicata

Questa sera, in piazzetta Grotta a Cetara, il secondo appuntamento del Festival Teatri In Blu, ideato da Vincenzo Albano, che ospiterà Ivan Talarico e Claudio Morici

 

Di Olga Chieffi

Uno scrive libri, ne ha già pubblicati cinque, è un narratore ed umorista e i suoi testi sono molto gettonati, l’altro è un cantautore in equilibrio tra giochi di parole e storie d’umore, specialista della chitarra onomatopeica, con cui riproduce i suoni più impensabili, oltre che un habitué del Premio Tenco. Saranno Ivan Talarico e Claudio Morici i protagonisti del secondo appuntamento del cartellone Teatri in Blu firmato da Vincenzo Albano, allestito apposta per Cetara, quest’anno con una decisa sterzata verso la parola musicale e musicata. La Piazzetta Grotta, ove tutto avrà inizio stasera, alle ore 21, è pronta ad essere conquistata dall’ironia dell’originale duo, come tanti altri palcoscenici di nicchia, fino, però ad arrivare alla sala Petrassi dell’Auditorium, possiamo già dire, “Ennio Morricone” di Roma, grazie all’ imprevedibilità delle canzoni e alla forza dei contenuti che entrano subito in contatto con il pubblico. In “Freschibuffi e altre trasmigrazioni dell’anima”, la coppia sulle tracce dei Maestri Giorgio Gaber, Remo Remotti, e del ridere amaro all’italiana, soprattutto nel modo di fare teatro sociale e nel modo di recitare poesie, legate all’attualità, racconta la sua storia incrociata, spaziando dalle prime collaborazioni sporadiche in una Roma caotica e spaesante, fino agli spettacoli comici a due, volti a sconfiggere apatie pubbliche e depressioni private. Esilaranti koan in forma di canzoni e brevissimi monologhi che narrano di amori, lavori e figli maschi attraverso pezzi come “Dio è uno stalker”, “Timo e timore”, racconti di stili di vita antibiotici e di abbracci che durano trentacinque minuti. L’umorismo che scaturisce è più che tagliente, a volte caricaturale, tra freddure e spietatezza. I temi affrontati sono svariati: dalla salute si passa all’illusione della felicità; dai meccanismi complicati delle coppie, giocando sull’ascolto di entrambi, si toccano poi anche i luoghi comuni. Entrano in gioco la violenza, il traffico cittadino e l’impresa di guidare per uscirne vivi, il cibo, i social, i quartieri di Roma, e così via, tirando fuori dal cassetto delle tesi assurde, il cui significato bisogna captare tra le righe. Un calderone di giochi di parole sotto forma di metafore che inebria il pubblico mediante melodie andanti e cadenzate, testi figurati, e tanto divertimento. Un percorso ironico e dissacrante per un unico scopo: mostrare come risate, riflessioni e sopravvivenza parlino la stessa strana lingua e quanto sia impossibile tenere l’anima ferma in un unico punto.

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Teatri in Blu: Omaggio a Piero Ciampi

Oggi alle ore 21, al via in piazzetta Grotta la quarta edizione della rassegna di teatro e musica ideata da Vincenzo Albano per il borgo marinaro di Cetara, con “E bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo” di Atir Teatro Ringhiera

Di OLGA CHIEFFI

Stasera alle ore 21, al via in piazzetta Grotta la quarta edizione di Teatri in Blu, rassegna di teatro e musica ideata da Vincenzo Albano per il borgo marinaro di Cetara. Ad inaugurare il cartellone, sarà “E bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo” di Atir Teatro Ringhiera vede in scena Arianna Scommegna, attrice premio Ubu 2014, e alla fisarmonica Giulia Bertasi, che firma anche arrangiamento e drammaturgia della pièce. Lo spettacolo diretto da Massimo Luconi, in prima in Campania, è un viaggio nell’universo poetico di Piero Ciampi, artista incompreso che reinventerà la nostra musica d’autore. E’ questo uno spettacolo che il lockdown totale ha fatto saltare dalla stagione Mutaverso di Erre Teatro, un cartellone che prevedeva ben 22 appuntamenti tra cui questo previsto al Teatro Ghirelli di Salerno il 20 maggio. Vincenzo Albano ha pensato bene di offrire la possibilità al Teatro di Ringhiera di esibirsi e recuperare l’applauso del pubblico al duo femminile. A Piero Ciampi la musica italiana non ha fatto in tempo a regalare lo stesso riscatto da vivo: il cantautore livornese è morto il 19 gennaio del 1980, quarant’anni fa, appena 46enne. Ancora dimenticato, ancora in guerra col Paese, ancora orgogliosamente per conto proprio. Solo poi – come da copione, insomma – sarebbe arrivata la fatidica riscoperta. E il parallelo con Hank (o coi poeti maledetti dell’Ottocento, volendo) non è assurdo: anche lui era un maudit, un alcolizzato che sputava su ogni possibilità di successo; poeta e cantante (nel senso: era entrambe le cose insieme), vagabondo con una sensibilità fuori dal comune, reietto tanto della società quanto dello spettacolo. E anche lui, dopo una carriera da cane sciolto, fatta di mitologia da live ubriachi finiti a scazzottate e litigate, è stato rivalutato ai limiti dell’idolatria, nell’ottica di come l’eccesso ne abbia segnato l’arte, così intima e inimitabile. Oggi, per dire, c’è un premio a lui dedicato (il Ciampi, appunto), e anche a Cetara verrà ricordato con questo spettacolo, a 40 anni dalla scomparsa, con le sue canzoni che puzzano di whisky continuano a essere adorate, citate, spiegate, reinterpretate. Roba impensabile rispetto a ciò che ha rappresentato da vivo: un poeta di strada, incazzato e malinconico, avulso dagli applausi e dai salotti, il randagio della bohème intravista nella Parigi di fine anni ‘50 (dove lo chiamano Piero “Litaliano”) e vissuta dal porto di Livorno che l’ha cresciuto alla Milano delle case discografiche. Fra i pionieri del nostro cantautorato all’inizio dei ’60, Ciampi è stato il più ‘francese’ della schiera, e su canzoni sgangherate versava testi a mo’ di spoken e recital, collimanti con le poesie che leggeva in giro, piene – come i pezzi che scriveva, e come la sua vita – di donne impossibili, romanticismo, emarginazione, periferie, il vino, fame. Cronache sincere di un’esistenza di eccessi, con tutte le conseguenze negative che poteva comportare. Non c’è trucco, non c’è inganno: era davvero la scheggia impazzita della scena, l’osceno, e i suoi pezzi ne rappresentavano lo specchio perfetto. Testi tipo il vaffanculo di Adius o la grottesca dichiarazione d’intenti di Te lo faccio vedere chi sono io restano, sì, oasi popolate da goliardia, arroganza e scorze di malinconia e romanticismo, ma prendono quota soprattutto in relazione ai suoi stessi trascorsi. Un po’ come le altre opere di Ciampi, del resto, in cui i difetti (le cadute di stile, gli arrangiamenti mai davvero curati, i testi non sempre ispirati) e i pregi compongono un unico pacchetto, sensibile e violento. Spigoloso, certo, ma comunque originalissimo. Insomma, Ciampi non è – e forse non è mai voluto essere – al livello dei giganti del cantautorato italiano, ma è forse l’artista più sincero e selvaggio che abbiamo avuto.

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Placido Domingo torna dopo il Covid e lo scandalo #metoo: “Mi manca l’amico Pavarotti”


Dopo le accuse di abusi sessuali e il Coronavirus da cui è guarito a marzo, Placido Domingo torna sulle scene. Il 22 agosto si esibirà alla Reggia di Caserta, poi Verona, Firenze e Milano a novembre. E sulle accuse che lo hanno travolto in un'intervista ad Ansa rivela: "Per il mio comportamento ho chiesto scusa, ma la mia coscienza è serena perché non ho abusato di nessuno".
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Chiara Francini: “L’arte è condivisione nella diversità, la mia Ofelia intima ed empatica”


Intervista a Chiara Francini protagonista a teatro de "L'amore segreto di Ofelia" di Steven Berkoff, in scena il 21 agosto al Teatro La Versiliana di Marina di Pietrasanta. Dall'amore per la poesia di Sandro Penna a questa "strana" estate trascorsa scrivendo, l'attrice, scrittrice e conduttrice televisiva ci parla del suo percorso: "Ho voglia di legarmi a progetti che mi nutrano".
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Isabella Ragonese con ‘Spiagge’: “Porto in scena l’Italia raccontata dai grandi scrittori”


Al MAXXI di Roma il 22 luglio va in scena "Spiagge" con Isabella Ragonese. L'attrice siciliana racconta a Fanpage.it la genesi dello spettacolo a partire dai grandi scrittori che hanno descritto il litorale italiano: da Pier Paolo Pasolini a Elsa Morante, passando da Goffredo Parise per arrivare a Pier Vittorio Tondelli e alla più recente Chiara Valerio: "L'estate è il momento in cui decidiamo di essere felici e, in effetti, lo siamo."
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Coronavirus: 10 cose da fare in quarantena fra arte, teatro e libri


In questi giorni di quarantena, con l’Italia che diviene di fatto interamente "zona rossa", sono tantissime le cose da poter fare per combattere la noia delle lunghe giornate che ci aspettano e per continuare a mantenere vivo il dibattito culturale: dalle iniziative “a distanza” di musei e librerie ai palinsesti TV e Radio, passando per le iniziative social, ecco 11 cose da fare restando a casa durante l'epidemia di Coronavirus.
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Coronavirus e teatri chiusi: a Napoli la prima stagione virtuale in diretta streaming


Dal Nest Napoli est Teatro arriva la prima stagione virtuale teatrale al tempo del Coronavirus. Stasera 9 marzo, ore 21, andrà in scena in diretta Facebook e Instagram lo spettacolo "Muhammad Alì" dedicato alla figura del grande campione di boxe. L'iniziativa è promossa dall'attore Francesco Di Leva del gruppo teatrale del quartiere di San Giovanni a Teduccio nel capoluogo partenopeo.
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Wagner fascista? Sciocchezze dal podio

L'accusa del direttore israeliano Wellber non sta in piedi. Il compositore tedesco fu sì un virulento antisemita, ma morì nel 1883. Ben prima dell'avvento delle dittature in Italia e Germania. E Hitler a 17 anni fu conquistato dal Tristan eseguito da Mahler a Vienna, non dalle idee dell'artista.

Beethoven ha la partenza lenta. Questo è il suo anno – 250 dalla nascita – ma almeno per ora la routine concertistica la fa da padrona, non certo scalfita dalle stucchevoli sortite giornalistiche di inizio gennaio, che i due maggiori quotidiani hanno di comune accordo relegato nei magazine.

Così, l’evento della scena musicale italiana – in questo scorcio dell’inverno 2020 – è la singolare fiammata wagneriana della programmazione operistica.

Due nuovi allestimenti debutteranno a distanza di due giorni uno dall’altro (il 24 e il 26 gennaio): Tristan und Isolde a Bologna, Parsifal a Palermo. Fuori dall’immensa mitologia del Ring, altezze vertiginose e indiscutibili, almeno musicalmente. Non male, per il Paese del melodramma, storica culla dell’opera, nel quale le uscite dal ristretto pantheon dei numi Rossini-Bellini-Donizetti-Verdi-Puccini (a diverso livello padri della patria) sembrano sempre un po’ casuali, quasi involontarie.

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È un caso anche questa congiunzione wagneriana, naturalmente. Anche perché, per quanto si spulcino gli annuari, non si trova traccia di possibili anniversari legati a questi due drammi musicali. E si sa che gli anniversari, nell’eclisse della conoscenza, creatività e della fantasia, sono sempre più spesso la linea guida delle attività culturali in Italia.

BOLOGNA CAPITALE ITALIANA DEL WAGNERISMO

Le circostanze di queste due proposte sono peraltro assai differenti. Premesso che il rapporto di Wagner con l’Italia fu frequente, intenso e talvolta decisivo e che Venezia, da questo punto di vista, può addirittura osare definirsi una seconda patria del compositore (che vi soggiornò a più riprese e vi morì nel 1883), Bologna può vantare senza tema di smentite il titolo di capitale italiana del wagnerismo. Fu il suo teatro lirico, infatti, a tenere a battesimo in Italia numerose opere del musicista tedesco, dal Lohengrin al Tannhäuser, dal Tristan, appunto, che vi fu rappresentato nel 1888 (23 anni dopo la prima assoluta, direttore il compositore Giuseppe Martucci) per arrivare all’inizio del 1914, quando vi fu finalmente rappresentato anche Parsifal, a distanza di 32 anni dal suo debutto assoluto.

OMER MEIR WELLBER E LA SFIDA PALERMITANA

Il Comunale di Bologna, dunque, assolve a un dovere in qualche modo “storico”, prosegue una vocazione che del resto non ha mai davvero lasciato cadere. Diverso è il discorso per Palermo: qui la scelta del “dramma sacro” di Wagner per aprire la stagione del Teatro Massimo (Fondazione lirica in deciso rilancio) ha insieme il sapore di un recupero dopo 65 anni – l’ultima rappresentazione risale al 1955 – e di una sfida. Così ha sostenuto in un’ampia intervista pubblicata su La Repubblica il 18 gennaio il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber, non ancora 40enne, che inaugura così anche la sua esperienza di direttore musicale della scena operistica palermitana.

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E tanto per illuminare meglio una delle questioni più calde intorno non solo a quest’opera, ma a tutta la produzione di Wagner, a precisa e non eludibile domanda («Non è difficile il rapporto di un israeliano con Wagner?») Wellber ha risposto testualmente: «Lo è per qualsiasi antifascista, dato che Wagner fu in favore del fascismo, come testimoniano i suoi scritti filosofici, inesistenti dal punto di vista del pensiero politico e vuoti nei contenuti. Ma io mi concentro solo sulla qualità straordinaria del Wagner compositore».

LA VERITÀ È CHE WAGNER FU UN VIRULENTO ANTI-SEMITA

La sciocchezza (anzi, la serie di sciocchezze, esclusa l’ultima frase naturalmente) avrebbe meritato quanto meno una puntualizzazione o una contestazione di merito da parte dell’intervistatrice. Ma questo è un altro discorso, che riguarda le condizioni del giornalismo in questo Paese. Restando a Wellber, il direttore d’orchestra avrebbe potuto, ma non l’ha fatto, ribadire una verità documentalmente e storicamente accertata, e cioè che Richard Wagner fu un virulento antisemita, un vero e proprio “odiatore” degli ebrei come dimostrano chiaramente non solo il suo vergognoso pamphlet Il giudaismo in musica, pubblicato nel 1850, ma numerosi altri suoi testi di poetica ed estetica musicale.

Che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico

Invece ha preferito parlare di un suo fantomatico «favore per il fascismo», anche se si parla di un artista morto nel 1883, cioè 40 anni prima dell’apparizione dei movimenti totalitari di destra in Italia e in Germania. Avrebbe potuto spiegare se e in che misura considera Parsifal un’opera nella quale Wagner trasferisce il suo antisemitismo sul piano musicale, controverso argomento di discussione e di contrasto fra gli specialisti da molto tempo. Con più equilibrio e in maniera molto più condivisibile avrebbe potuto esprimere il suo dissenso e il suo disgusto per l’incondizionato appoggio fin dalla prima ora (anno 1923) accordato dai discendenti di Wagner a Hitler, al nazismo e all’antisemitismo.

Winifred Wagner, nuora del compositore tedesco, con suo figlio Wieland (a destra) e Hitler nel giardino di Wahnfried, la casa Wagner a Bayreuth, nel 1938 (Getty Images).

LA FOLGORAZIONE DI HITLER PER IL TRISTAN DIRETTO DA MAHLER

In Israele, la musica di Wagner resta un argomento molto sensibile, anzi critico. E questo nonostante le più recenti ricognizioni sulle testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto tendano a non collegare con particolare frequenza la musica wagneriana con i campi di sterminio, segnalando come fossero molto utilizzate anche musiche “leggere” degli Strauss, arie d’operetta e molto altro. Naturalmente la sensibilità dei sopravvissuti alla Shoah dev’essere solo rispettata. Sono le vittime e i testimoni di un regime totalitario e di bestiale inumanità il cui futuro leader rimase “fulminato” all’età di 17 anni dall’ascolto del Tristan a Vienna. Era il 1906, dirigeva Gustav Mahler, un ebreo che si era cristianizzato per poter accedere alla guida del Teatro dell’Opera nella capitale dell’Impero (a proposito di antisemitismo…). 

La bibliografia è sterminata, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite

Ma che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico. La bibliografia sul rapporto fra i due personaggi è sterminata, in Europa e negli Usa, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite. E un accurato screening comparativo fra le pubblicazioni wagneriane e i discorsi di Hitler sembrerebbe dimostrare che mai quest’ultimo citò le posizioni del compositore sugli ebrei.

TRA IL DIO DI MALLARMÉ E «L’ASSOLUTA MERDA» DI AUDEN

La realtà è che 137 anni dopo la sua morte, Wagner non cessa di scatenare entusiasmo e repulsione in pari misura, oltre ogni convinzione politica, senza bisogno di pretestuosi agganci con il fascismo, il totalitarismo di destra, l’Olocausto. I poli – come ricordava ancora nel 1998 sul New Yorker il critico Alex Ross – sono «il dio Richard Wagner» di cui parlava Mallarmé e «l’assoluta merda» della definizione di W.H. Auden, successiva di qualche decennio. Wagner si ama o non si sopporta.

Il fondatore del sionismo Theodor Herzl scrisse Lo stato ebraico ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser

E fra quelli che lo amano, la stragrande maggioranza è costituita da persone che nell’opera del loro compositore preferito non vedono alcun “favore per il fascismo” – perché non può esserci – e non vedono neppure antisemitismo, al di là delle interminabili controversie. Di sicuro non lo vedeva, per fare solo un esempio (anche questo citato da Ross, grande esperto del tema, sul quale a settembre pubblicherà un nuovo libro intitolato Wagnerismo), il fondatore del sionismo Theodor Herzl, che scrisse Lo stato ebraico (pubblicato nel 1896) ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser. Del resto, la storia dell’interpretazione wagneriana dell’ultimo mezzo secolo vede brillare i nomi di direttori ebrei come James Levine o Daniel Barenboim, colui che in Israele ha osato sfidare la norma non scritta che ne vieta l’esecuzione in concerto (ma, curiosamente, non alla radio…). Solo le rappresentazioni palermitane di Parsifal diranno se Omer Meir Wellber può aspirare a far parte del gruppo. A prescindere dalla pregiudiziale antifascista.

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Concerto di Capodanno a Vienna, il 2020 inizia sulle note di Beethoven


Grande attesa per il Concerto di Capodanno 2020 di Vienna: il tradizionale appuntamento con la musica classica quest’anno sarà più seguito che mai, date le importanti novità che il direttore scelto, Andris Nelsons, ha introdotto nel programma musicale. Da Beethoven, scelto in occasione del 250° anniversario dalla nascita, alla Marcia di Radetzky, che potrebbe non essere la stessa di sempre.
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7 opere sulla strage di Piazza Fontana: libri, poesie, teatro, canzoni per non dimenticare


Il 12 dicembre ricorrono i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. Capire un pezzo così complesso del mosaico che compone la storia dell’Italia dell’ultimo secolo, non è cosa facile: ci abbiamo provato ricordando le opere letterarie e poetiche attraverso le quali è possibile rileggere quella storia in modo diverso. Da Pasolini a Dario Fo, passando per i fumetti della Bonelli e per le ricerche di Deaglio e Cucchiarelli, ecco 7 opere da leggere per capire piazza Fontana.
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La Tosca di Puccini per la prima della Scala: la storia dell’opera da guardare anche in TV


Il 7 dicembre il Teatro alla Scala di Milano aprirà al pubblico per la stagione 2019-2020, e lo farà con un’opera davvero particolare: si inizia, infatti, con la Tosca di Giacomo Puccini, portata sul palcoscenico scaligero da Riccardo Chailly e Davide Livermore. Una prima attesissima, visibile anche in diretta tv, che riporta all'attenzione del pubblico una delle opere più emblematiche del compositore lucchese: ecco l’origine e la storia nascosta dietro alla Tosca.
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La Genesi di Tosca, capolavoro di sangue e poesia

Dal dramma francese di Sardou al canovaccio di Illica e le liriche di Giacosa. La storia dell'opera di Puccini che apre la stagione della Scala. E che è una delle cinque più rappresentate al mondo.

È la prima volta che Tosca di Giacomo Puccini inaugura la stagione della Scala, il 7 dicembre. Sul podio Riccardo Chailly, regia di Davide Livermore, protagonisti il soprano Anna Netrebko (Floria Tosca), il tenore Francesco Meli (Cavaradossi) e il baritono Luca Salsi (Scarpia).

Il caso è singolare, perché si parla di una delle opere più applaudite di sempre, che infatti ha nel teatro del Piermarini una storia importante, scandita attraverso i grandi interpreti del XX secolo. E in fondo anche perché nelle intenzioni del compositore l’opera era destinata proprio alla Scala e al suo fido Arturo Toscanini che aveva allora poco più di 30 anni.

LA FORTUNA PLANETARIA DI UN’OPERA SENZA TEMPO

La prima assoluta si ebbe in realtà e non per caso al Teatro Costanzi di Roma (oggi Teatro dell’Opera), il 14 gennaio 1900: così volle l’editore Ricordi in considerazione della “romanità” del soggetto. E anche per ragioni promozionali. A Milano Tosca approdò due mesi più tardi, il 17 marzo, sull’onda di un grande successo. Nel giro di pochi anni sarebbe dilagata in Europa, quindi nelle Americhe e in Oriente. Era l’inizio di una fortuna planetaria, che non accenna a tramontare.

Negli ultimi 15 anni (dati di Operabase.com) è al quinto posto assoluto fra le opere più rappresentate, con 1.428 produzioni e 6.869 rappresentazioni. Vuol dire che dal 2004 in media è andata in scena un po’ più di una volta al giorno. E poi dicono che il melodramma è al tramonto. Dipende dal titolo, e dall’autore.

IL DRAMMA DI VICTORIEN SARDOU

L’idea di Tosca era venuta a Puccini nel 1889, dopo avere assistito a Milano alla rappresentazione dell’omonimo dramma di Victorien Sardou (scritto nel 1887) con la “mattatrice” Sarah Bernhardt nel ruolo principale. L’interesse del compositore fu immediato, la causa di questo interesse resta misteriosa, a meno di non voler fare ricorso a categorie poco estetiche e molto psicologiche (e spesso anche molto banalizzate) come l’intuito o l’istinto creativo.

Il compositore Giacomo Puccini (1858 – 1924) (Getty Images).

Lo spettacolo si teneva infatti in lingua originale francese e il musicista non capì granché del dialogo, anche se è vero che l’arte di Bernhardt era largamente affidata alle sfumature della voce e al gesto. Ma soprattutto, la pièce di Sardou era (ed è) un drammone di cornice storica, improntato dal gusto per il coup de théâtre sanguinoso, che si dipana per cinque lunghi atti fra innumerevoli divagazioni in molteplici ambientazioni sceniche, popolato da una folla di 23 personaggi. Qualcosa di sideralmente lontano dalla tagliente concentrazione drammatica che è carattere fondante dell’opera.

L’EFFICACE ADATTAMENTO DI ILLICA

Dato atto della rabdomantica capacità di Puccini di “sentire” le potenzialità melodrammatiche del testo di Sardou, bisogna aggiungere che all’iniziale clic scattato nella mente del compositore seguì una lunga fase di dubbi e d’incertezza, anch’essa del resto caratteristica dei suoi complessi percorsi creativi. Intanto, la Casa Ricordi – su richiesta del musicista – aveva acquisito i diritti del testo e Luigi Illica ne aveva realizzato rapidamente una straordinaria sintesi, una “tela” efficacissima (oggi potremmo dire un adattamento) che riduceva gli atti da cinque a tre, lasciando Tosca, Scarpia e Cavaradossi praticamente soli a delineare il plot, con solamente due altri personaggi di qualche significato nel contorno (il sagrestano e lo sbirro Spoletta). Il resto delle invenzioni di Sardou svaniva, salvo il grand-guignol (morti ammazzati o suicidi) e l’ambientazione romana che diventava però elemento ben diversamente caratteristico nella sua specificità anche topografica.

La chiesa di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo: tutto si svolge in un triangolo di poche centinaia di metri nel cuore della Capitale. In questi luoghi, uno per atto, la storia inizia all’ora dell’Angelus (mezzogiorno) per concludersi all’alba successiva, fra il 17 e il 18 giugno 1800. I papisti credono che Napoleone sia stato sconfitto a Marengo e invece è accaduto il contrario; il feroce capo della polizia va a caccia di prigionieri politici evasi e cerca intanto di soddisfare la sua “foia libertina” nei confronti di una cantatrice famosa, con il condimento sadico di torture a un pittore volterriano, che di lei è l’amante

L’AFFIDAMENTO DELL’OPERA A PUCCINI

Tornando alla genesi dell’opera, mentre Puccini si dedicava ad altro (e che altro: Manon Lescaut e Bohème), Tosca – soggetto che lo stesso Verdi apprezzava, avendolo conosciuto durante un incontro con Illica e Sardou a Parigi – fu affidata dall’editore Ricordi a un bravo compositore della sua scuderia, Alberto Franchetti. La prassi all’epoca non era infrequente. Semmai, era decisamente raro che poi un soggetto “tornasse a casa” come avvenne con Tosca, riaffidata dopo la spontanea (o forse “spintanea”) rinuncia di Franchetti a un Puccini stavolta entusiasta dell’impresa. Era l’estate del 1895, di lì a pochi mesi avrebbe debuttato La Bohème. A Illica venne affiancato Giuseppe Giacosa, per la rifinitura poetica di un libretto che è quasi tutto in versi. Il famoso letterato e drammaturgo doveva risultare uno dei più accesi critici del soggetto, ma i suoi tentativi di sfilarsi dall’impresa vennero sempre respinti, segno che la sua polemica collaborazione era ritenuta fondamentale.

Una foto di scena di Tosca a La Scala con la direzione di Lorin Mazel e la regia di Luca Ronconi (2006).

I DUBBI DI GIUSEPPE GIACOSA

Giacosa imputava alla trama di contenere troppi fatti e pochi sentimenti e di essere per questo inadatta a diventare melodramma. Contestava non senza qualche motivo il fatto che il finale del primo atto e l’inizio del secondo fossero entrambi caratterizzati da un monologo di Scarpia. Pensava che la successione di duetti mettesse a rischio l’equilibrio del melodramma. Cercava luoghi dove fare poesia e stimolare la musa lirica pucciniana, com’era avvenuto con risultati memorabili in Bohème. Non capiva la diversità di Tosca, né poteva immaginare che Puccini stesse preparando una virata radicale rispetto allo stile e al clima dell’opera ambientata a Parigi, ma alla fine si adattò. E facendolo ha consegnato alla letteratura italiana alcuni dei più seducenti versi per musica scritti fra Otto e Novecento.

Luciano Pavarotti nella Tosca (1979-1980).

Il libretto di Tosca è infatti un capolavoro per il capolavoro: nitido e tagliente, lirico e brutale, funzionale come meglio non si potrebbe alla drammaturgia musicale pucciniana. Una miniera di versi memorabili fra i quali il musicologo Mario Bortolotto amava spesso citare quello di Cavaradossi nel primo atto, nel quale proclamava esserci la più brillante avversativa della letteratura italiana: «È buona la mia Tosca, MA credente». 

LA PASSIONE DI MONTALE PER TOSCA

Oltre la boutade colta, questo è però anche un libretto insospettabilmente denso proprio sul piano della poesia. Non a caso, è stato una sorta di riferimento non solo ideale ma molto pratico e preciso per uno dei maggiori poeti italiani del XX secolo, Eugenio Montale.

Il trionfo di Maria Callas nella Tosca al Covent Garden di Londra. Accanto a lei Tito Gobbi e Renato Cioni (LaPresse).

In numerosi passai dell’opera del Nobel per la Letteratura, soprattutto nella sua prima fase, gli studiosi hanno trovato agganci e vere e proprie citazioni del testo di Giacosa. Montale fu anche critico musicale, come è ben noto, e in gioventù aveva accarezzato l’idea di una carriera da cantante lirico. «Come baritono», raccontò una volta il poeta al suo biografo Giulio Nascimbeni, «mi attraeva la figura di Scarpia nella Tosca. Vedo che in genere lo fanno tutti male. Non gli danno il tono del gran signore, lo trasformano in una specie di sceriffo austriaco…». Ancora qualche giorno, e si potrà capire se questa Tosca sarebbe stata nelle corde di Eugenio Montale.

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Eugène Ionesco: 110 anni fa nasceva il padre del teatro dell’assurdo


Il 26 novembre del 1919 nasce, in una piccola cittadina rumena, uno degli autori più importanti e significativi dello scorso secolo. Eugène Ionesco viene riconosciuto come uno dei padri del teatro dell’assurdo, assieme a Beckett: ma il drammaturgo ci tenne sempre a prendere le distanze da un aggettivo troppo riduttivo per le sue opere. Insensatezza, nel linguaggio e nella vita: questi i veri protagonisti dei suoi drammi.
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Bach non brancola nel buio

Dall’amore per Sebastian, a cui si deve il linguaggio di tutta la musica che conosciamo, ai segreti dei suoi famosi dark concert. L’estroso maestro Cesare Picco si racconta a Roma InConTra.

La musica al buio. Quello vero, profondo, in cui neanche uno spiraglio di luce è concesso, dove le tenebre avvolgono tutto e tutti lasciando spazio solo al suono sprigionato dalle sapienti mani del maestro Cesare Picco.

È una dimensione affascinante quella che si vive nei Blind date – Concert in the Dark, che il compositore e improvvisatore classico porta in giro nei teatri di tutta Italia, valorizzando la melodia con il fascino imperscrutabile del buio. Tutto parte da regole precise, a cui il pubblico è conscio di doversi attenere: i primi minuti con una luce fioca che pian piano si spegne, fino a diventare per circa una mezz’ora buio assoluto, quello visibile – si fa per dire – solo nelle caverne o nelle profondità estreme del mare.

Ecco, è quello lo stadio in cui la musica viene espressa nella sua purezza, quasi viscerale, in cui lo spettatore viene calato in un’esperienza sensoriale autentica. Non per tutti, sia chiaro, sconsigliata agli apprensivi o chi soffre di attacchi di panico, ma adatta certamente a coloro che intendono affrontare attraverso il buio le proprie paure vivendo la musica per la musica, senza bisogno di altro.

CESARE PICCO, ARTISTA FUORI DAGLI SCHEMI

Una scelta originale, che rende Picco un artista fuori dagli schemi, oltre che un improvvisatore vero, con la barba da dandy, folta ma armonica, e la voce piena, corposa, forse modellata sulla qualità della musica che suona. A partire da quella di Joan Sebastian Bach, o solo Sebastian, come è intitolato il suo libro scritto per Rizzoli, presentato da Enrico Cisnetto a Roma InConTra. Bach per Picco è un riferimento imprescindibile, un genio, un supereroe, un’autentica rockstar, a cui l’intera musica, non solo quella classica, deve praticamente tutto.

Da sinistra, Enrico Cisnetto e Cesare Picco.

DOPO BACH TUTTA LA CONCEZIONE DELLA MUSICA È CAMBIATA

Bach, infatti, è il padre della codificazione del linguaggio del suono come lo conosciamo ora, su cui si basa la scrittura della musica. Un linguaggio quasi matematico, certamente frutto di uno sforzo sovraumano, realizzato in tempi in cui la musica veniva scritta per 18-20 ore al giorno, a orecchio, senza poter mettere le mani sullo strumento, senza l’ausilio di nessuna tecnologia e, nel caso di Bach, con la perdita graduale della vista, che lo rese cieco sin dalla giovane età. Eppure non esiste alcuna musica arrivata dopo Sebastian che non abbia fatto i conti con i codici da lui inventati, una sorta di dizionario di regole grammaticali che permettono di affrontare qualunque tipo di musica: dal blues al jazz, passando per il pop e per quella dei Beatles.

Cesare Picco.

UN CONCERTO AL BUIO CHE FA VIAGGIARE AD OCCHI APERTI

Ma l’omaggio che Picco rende al genio tedesco non è affatto la solita biografia tecnico-celebrativa, bensì un vero romanzo, che conduce il lettore, non per forza musicista, alla scoperta del giovane Bach, negli anni della scintilla che lo porterà a diventare uno dei riferimenti della storia della musica classica. Un viaggio a occhi aperti, questo sì, magari da alternare con le melodie che lo stesso Picco consiglia. Musica scritta, messa nero su bianco, da eseguire con minuziosa precisione, tutt’altra cosa rispetto al flusso imprevedibile generato sul momento nei suoi dark concert. Quello è pura creazione di suono in tempo reale, ogni sera diversa, espressa in un percorso che dalla luce va verso il buio, per poi ritornare alla luce. Un’esperienza coinvolgente. Persino illuminante.

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Teatro alla Scala di Milano, svolta “green”: le luci della prima da fonti rinnovabili


Il prossimo 7 dicembre al Teatro alla Scala di Milano andrà in scena la "Tosca", capolavoro di Giacomo Puccini. L'evento, andato sold out nonostante i prezzi non proprio popolari, si caratterizza per essere il più "green" nella storia della lirica. Dalle luci dello spettacolo fino alla raccolta differenziata al Piermarini la parola d'ordine è sostenibilità.
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Una mostra celebra i palchi della Scala di Milano

Al museo del Teatro un'esposizione racconta le storie dei proprietari di quei piccoli salotti che hanno accolto anche la regina Elisabetta e Lady D.

«Piove, nevica fuori dalla Scala? Che importa/Tutta la buona compagnia è riunita in centottanta palchi del teatro», scrive Henri Beyle, Stendhal, in quel 1816 del suo viaggio più glorioso e felice in Italia, ricco di soste e ritorni nella città che preferiva a Parigi, e cioè Milano. Ogni sera, correva al Teatro alla Scala, il palcoscenico nel palcoscenico in cui vedeva rappresentata non solo tutta la buona società locale, ma la messa in scena quotidiana della vita della città, dei suoi amori e dei suoi affari. La storia dell’industriale Ziliani che si innamora della bella dama Gina, fedifraga patentata, è da leggere; un romanzo in nuce, se mai avrete tempo di scorrere quelle note, ma il motivo per cui ne scriviamo oggi è che questo breve aforisma inaugura, come un viatico, anche la mostra Nei palchi della Scala. Storie milanesi aperta l’8 novembre 2019 nel Ridotto della Scala curata da Pier Luigi Pizzi con l’intima grandeur che gli è propria (e non sembri un ossimoro, perché non lo è).

PREVISTO ANCHE UN DATABASE ONLINE

L’esposizione si inserisce in un lungo progetto di ricerca che ha unito il Teatro al Conservatorio G.Verdi e alla Biblioteca Braidense nella realizzazione di uno studio sui palchi e i palchettisti dal 1778, anno di apertura della sala che sostituiva il Regio bruciato poche stagioni prima fino al 1920, ultimo anno in cui quelle salette affacciate sul palcoscenico conservarono la proprietà privata (l’affitto non era uso, l’esproprio si rese necessario per dare nuovo ossigeno finanziario). Disponibili a chiunque sia interessato in un database online a partire dal 7 dicembre, i risultati della ricerca sono già ora visibili all’interno della mostra, ed è straordinario vedere come tutti, ma proprio tutti, cerchino nomi noti, documenti. E in un certo senso è come se stessimo insieme con i Trivulzio, i Litta, i Belgiojoso (straordinario il numero delle donne proprietarie di palchi: 308 su 1223 nomi finora censiti) i Visconti, le cui narrazioni personali si intrecciano con quelle dei patrioti italiani. E attenzione al palco numero 5, I ordine settore destro, più vicino al proscenio, detto appunto “il palco dei patrioti”: di proprietà di Vitaliano Bigli, uno dei tre cavalieri delegati a trattare a nome della Società dei Palchettisti con l’arciduca Ferdinando, il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini per la costruzione della Scala e della Cannobbiana, venne occupato dal pronipote Federico Confalonieri, patriota del partito degli “Italici puri” coinvolto nei moti del 1820-21 e fondatore del “Conciliatore” con Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Luigi Porro Lambertenghi). 

OMAGGI A CURIEL, MONTALE, FRACCI E TOSCANINI

Una mostra costruita per suggestioni che al primo piano si apre con la doppia rappresentazione fotografica dello spettacolare (è proprio il caso di dirlo) abito da sera dedicato qualche stagione fa da Raffaella Curiel alla Prima del 7 dicembre di cui la sua famiglia veste buona parte delle ospiti dagli Anni ’50. L’esposizione avvolge poi il visitatore con le molte “quinte fotografiche” bellissime di Giovanni Hanninen, vere catapulte visive ad effetto tridimensionale nell’atmosfera del teatro, spettacolo della vita prima della sua rappresentazione. Lo scopo è proprio questo: avvolgere. Proteggere. Rafforzare il senso di sicurezza e di orgoglio di chi ne varca le porte di ispirazione neoclassica con le pigne beneauguranti sui maniglioni: «Un forte legame di identificazione culturale e civile», come lo definisce il sindaco Giuseppe Sala. In un montaggio fotografico ideale e fantastico dei quattro ordini, curatori e fotografo hanno inserito i volti di Eugenio Montale, grande baritono mancato (Indro Montanelli ha lasciato traccia della prima esibizione a cui assistette, nella redazione del Corriere della Sera), di Carla Fracci e Valentina Cortese, Wally e Arturo Toscanini, Anna Crespi, Vittoria Crespi Morbio e Nandi Ostali, il Quartetto Cetra del “vecchio palco della Scala”. E c’è anche Liliana Segre, tesoro protetto dalla città e forse non abbastanza dal Paese. Nella mattina di pioggia in cui la direttrice del Museo Teatrale alla Scala, Donatella Brunazzi, ha evocato Stendhal con il senso di protezione e di ristoro, di oasi, che il teatro milanese offre ai suoi visitatori, era seduta in prima fila e le era appena stato assegnata la scorta per proteggerla, lei sopravvissuta ad Auschwitz, dagli insulti e dalle minacce di morte della feccia che, sarà pure minoritaria come dice qualcuno ma in questa Italia, in questo momento, ha trovato l’humus per crescere e l’atmosfera per spandere il proprio olezzo di marciume. La senatrice era serena e garbata come sempre. Ma noi ci siamo sentiti immensamente grati di trovarci lì, in quella mattina di pioggia, asciutti e al sicuro, in mezzo alla compagnia dove tornava sempre anche Stendhal, in attesa che Napoleone, il suo generale che non gli piaceva più da tempo, scomparisse per sempre.

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Catania, crisi Teatro Bellini. Alessandro Gassmann: “Incapaci ignoranti al comando”


La crisi al Teatro Bellini di Catania continua. In corso una riunione tra i sindacati e il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci per risolvere la questione e scongiurare la chiusura. Alessandro Gasmann interviene su Twitter con un messaggio: "Un paese, una amministrazione pubblica che lascia morire meraviglie come il Teatro Bellini di Catania, non può considerarsi civile."
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