Il difficile cammino di Anna Cappelli

Buon concorso di pubblico al Moa di Eboli per la rilettura dell’opera di Annibale Ruccello da parte di una magnetica Annamaria Troisi

Di Gaetano Del Gaiso

“Inizio dal cuore o dal cervello?”. A poco più di trent’anni dalla scomparsa dell’antropologo e drammaturgo napoletano Annibale Ruccello, deceduto tragicamente all’età di soli trentasei anni, la sua più fragile e migliore creatura, Anna Cappelli, torna a parlare e a far parlare di se attraverso il pregevole lavoro di adattamento dell’opera omonima dell’autore campano realizzato da un’ispiratissima e commovente Annamaria Troisi, ragionando su quella porzione di umanità la cui esistenza è governata e definita dalla violenza, dall’ignoranza e da quella patina di densa oscurità che viene a generarsi nella dissennatezza della superstizione e della precarietà mentale propri di una società che sembra non voler concedere emancipazione a una donna il cui unico desidero è proprio quello di affrancarsi del suo status di donna ipso facto, creatura dipendente e poco avvezza all’autosufficienza, alla costante ricerca di quella presunta stabilità emotiva che possa riunire i tasselli di un percorso esistenziale composto da rinunce, dinieghi, sacrifici e compromessi. Tutti conosciamo Anna. Tutti riscopriamo in Anna quella parte di noi che forse più detestiamo e cerchiamo di soffocare, quella più fragile, insicura, terrorizzata dal confronto a cui deve necessariamente sottoporsi con la sig.ra Tavernini di turno, rappresentazione allegorica degli occhi vigili ma al contempo distanti di una società che sentenzia e lascia soli, che accuratamente frolla e insaporisce la carni dei suoi individui più fragili e mansueti, cuocendone poi le fibre nel lento fuoco dell’ossessione e della depressione, alimentandone la fiamma con illusioni fugaci e relazioni unidirezionali e annichilenti, quale quella che Anna intrattiene con il ragioniere Tonino Scarpa. La perentoria troncatura di questa relazione, infine, altro non rappresenta che il nadir del declino psico-fisico della giovane donna, che si tramuta, a sua volta, in quella stessa bestia che è la società da cui ella stessa proviene ed è modellata, pronta a riservare il suo corpo a un ultimo, oscuro sacrificio di sangue che ne definirà, per un tempo non meglio specificato, il modo di vivere e reagire ai vapori tossici di un’esistenza asfissiante. La performance della Troisi si presenta in un momento della mia vita in cui l’instabilità e l’amorfismo rappresentano i principali pivot attorno a cui flette il mio divenire. L’ho sentita dentro, l’ho sentita mia, l’ho percepita nella sua nuda integralità, e non credo che vorrò sbrigarla in maniera veloce e distratta così come si fa con un caffè bevuto al bar prima di dare inizio a una giornata. La preziosa scelta di Luigi Nobile si è riconfermata quale meravigliosa arca di esperienze memorabili grazie anche allo staff del Museom of Operation Avalanche di Eboli.

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Il fascino della Napoli del Commissario Ricciardi

Sold out alla Sala Pasolini per Paolo Cresta e Maurizio De Giovanni, protagonisti dello spettacolo e del Talk Show che ci hanno fatto toccare con mano i personaggi del mondo di Ricciardi

Di ARISTIDE FIORE

 Paolo Cresta ha interpretato “Febbre per il commissario Ricciardi”, dall’omonimo racconto di Maurizio De Giovanni, nell’ambito della rassegna “Identità del Novecento. Tecnica/Religione/Giustizia”, un progetto a cura di Claudio Di Palma. A fine spettacolo si è tenuto un  incontro con l’autore. Più che monologo, interpretazione multipla. Attraverso il corpo e la voce di Cresta il famoso commissario, il fido Maione e tutti gli altri personaggi escono dalla pagina e animano davvero uno scorcio della Napoli degli anni Trenta. Se ne sente ribollire il ventre; prima nel via vai quotidiano, che per il protagonista, tormentato dalle sue visioni, comprende anche coloro che se ne sono appena distaccati, morendo; poi nelle tante febbri che animano quella società: il gioco, la politica, l’amore… Seguendo il commissario nei vicoli di Montecalvario si avverte un altro fermento, stavolta dovuto a un fatto eccezionale, l’assassinio di un celebre “assistito”, uno di coloro ai quali è normale attribuire la virtù di avere contatti con le anime del purgatorio, ovvero i morti, appunto. Niente di più vero, nel caso del commissario, costretto invece a tenersi dentro il segreto di quelle tetre apparizioni, lui, che non dà i numeri, e che quindi verrebbe irrimediabilmente preso per pazzo se solo si azzardasse a allentare la sua aura di scetticismo e pura razionalità, sia pure per sfogarsi con un confidente, con una delle persone a lui più vicine. Ed ecco quindi un altro pregio di questa interpretazione: trasmettere il senso di questo peso, di questa costrizione che il destino sembra irridere proprio attraverso il contatto col microcosmo del gioco del lotto, con tutte le credenze e le vane speranze che lo contraddistinguono. Altrettanto intensamente si avverte il disagio per la visione del morto, ancora sanguinante, che sussurra incessantemente l’ultimo pensiero: poche parole oscure, spiazzanti, che però alla fine,  come sempre,  forniranno la conferma delle intuizioni che avranno permesso l’individuazione dell’assassino. Bisogna saperlo rendere, questo disagio che, pur essendo provocato da un fenomeno ormai consueto nella vita del personaggio, si rinnova ogni volta con lo stesso carico emotivo. A Cresta, che non a caso è anche interprete degli audiolibri tratti dai romanzi e dai racconti del ciclo del commissario Ricciardi, riesce benissimo, così come passare in rapida successione tra i personaggi dialoganti, trasmettendone, oltre la voce, l’indole, lo stato d’animo, verrebbe da dire persino il retroterra culturale; in poche parole rendendoli vivi, più di quanto non possa fare il testo, ovviamente con l’apporto personale del lettore. Un testo, quello di De Giovanni, che già di per sé si dimostra efficace in questo senso, grazie al lungo lavoro di ricerca che impegna l’autore prima della stesura di ogni sua opera, tanto più difficile e necessario quando, come nel caso in questione, si tratta di ricostruire il contesto di un luogo preciso in un’epoca ormai lontana, facendo della vera e propria microstoria ovvero quella storia del quotidiano il cui alto valore si è consolidato nel secolo scorso grazie al fecondo cambio di prospettiva dovuto all’École des Annales. Trattandosi di gialli, un altro filone di ricerche coinvolge esperti del settore, ovvero coloro i quali a vario titolo si occupano nella vita reale di omicidi. Questo approccio, insieme alla profondità della resa psicologica dei personaggi, è uno dei fattori che danno spessore a storie ben costruite e ben scritte, sebbene l’autore, offertosi a fine serata alla curiosità del pubblico, abbia sostenuto che in fin dei conti siamo tutti capaci, consapevolmente o meno, di narrare, semmai anche solo nel dare spiegazioni o nel comunicare qualche accadimento. A se stesso De Giovanni attribuisce soprattutto il coraggio di proporsi, la “faccia tosta”, come unica discriminante tra il narratore spontaneo e il professionista, tenendo a precisare di riferirsi però alla capacità primaria del narrare, che compete allo scrittore di storie, al di sopra del quale si pone lo scrittore di parole. Citando il caso di Erri De Luca, De Giovanni descrive infatti quest’ultima categoria come quella di autori rarissimi, per i quali la finalità principale è nel linguaggio stesso, nel suono, nella capacità evocativa delle parole usate per narrare storie, che diventano pertanto quasi solo un pretesto per l’esercizio della scrittura e quindi per l’uso di espressioni già ricche di senso. In definitiva, a sentir lui, il nostro autore non farebbe altro che seguire il dettato ciceroniano: basta essere padroni della materia e le parole verranno da sé. Viene da pensare allora all’utilità di tutto quel lavoro preparatorio, al quale segue una stesura relativamente veloce e senza ripensamenti, una volta che lo schema della storia sia ben definito. Il risultato è noto a tutti. Tra le varie mediazioni che il racconto primario può attraversare, nelle forme in cui viene proposto, scrittura, cinema o TV, recitazione, quest’ultima potrebbe essere la forma che vi si avvicina di più in quanto si avvale sia del linguaggio verbale che di quello del corpo. Con queste considerazioni finali il plauso di De Giovanni si è unito a quello del pubblico per tributare il giusto riconoscimento a un interprete eccellente.

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Diversi… In versi: esegesi della diversità

Grande successo di critica e pubblico per la prima dello spettacolo svoltosi nella cornice della Sala Italia di Eboli con protagonisti gli allievi del Liceo Scientifico “A.Gallotta” 

Di Gaetano Del Gaiso

 E’ uno spettacolo che conquista il cuore “Diversi…in Versi”. Grande affluenza di pubblico, oltre quattrocento giovanissimi spettatori, la generazione di frequentatori del teatro cui dovremo rivolgerci ed emozionare, alla primissima svoltasi negli splendidi ambienti della ‘Sala Italia’ del ‘Cinema Teatro Italia’ di Eboli. Lo show, liberamente ispirato alla raccolta di racconti brevi “I diversi siamo noi” dello scrittore Angelo Nairod, si compone di diversi quadri che portano su un nuovo piano di consapevolezza ciò che lo scrittore ha avuto modo di raccogliere e posare su carta nei circa quattro anni di cui l’opera ha necessitato per giungere alla sua orma definitiva. “Ho scelto la formula del racconto breve per via di alcune parole proferitemi da una pendolare catalana”, aggiunge  il giovane autore, “la quale, raccontandomi della sua vita, mi ha rivelato che l’unico momento in cui avrebbe potuto dedicarsi alla lettura di un libro era proprio durante i viaggi che in treno compiva dalla stazione più prossima alla sua casa sino a quella più prossima al suo luogo di lavoro. A questo, aggiunse che, per via del fatto che il tragitto non fosse proprio lungo, questa non riuscisse mai a completare la lettura di un romanzo. Ed è proprio per questo motivo che ho scelto la formula del racconto breve”. Raccontare la diversità e degli scenari che da questa scaturiscono, talvolta, può rappresentare una sfida piuttosto scomoda per via del fatto che, la maggior parte di questi, siano in prevalenza popolati da ombre fitte e spaventose che, in un modo o nell’altro, trasformano il modo di essere, di fare e di vedere le cose di coloro i quali assistono in prima persona agli accadimenti che si svolgono al loro interno. Che sia la storia di Lily, la ragazza albina o, piuttosto, quella di Geremia, di Joe, di Ursula, di Bob, di Emily o di Annie ad essere raccontata, l’elemento che tutti questi canovacci condividono non è tanto il voler descrivere le diverse sfumature che la diversità può assumere, ma, piuttosto, è quell’involto emotivo che, fin troppo spesso, passa in secondo piano rispetto alle atrocità di cui questi, di cui abbiamo appena scritto, sono state le inermi vittime, o, piuttosto, gli spietati esecutori. Nella fragilità e nell’instabilità delle loro giovani esistenze, i ragazzi del Liceo Scientifico ‘Gallotta’, Valentina Bozza, Francesca Manna, Flavia Cupo, Sara Di Biase, Stefana Danila, Gabriella Gasparro, Raffaella Cappetta, Fiammetta D’Aniello, Vincenza Villano, Irene Biondi, Emanuele Riviello, Liberato Luongo, Cosimo Chiumiento, Gerardo Vitale, Salvatore Petrillo, Chiara Boffa, Simone Scaglione, Maira Castiglia, Alice Comite  e Serena Marmora, sotto la guida sapiente e attenta del direttore artistico dello spettacolo, Pasquale Auricchio, coadiuvato da Eleonora Santoro e dalla sua OltreDanza, in sinergia con le coordinatrici di progetto Dora Longobardi e Annamaria Petolicchio, hanno contribuito a dare vita a un’importante prova di empatia e coinvolgimento emotivo, realizzando uno spettacolo che, seppur tecnicamente vacillante, ha perfettamente assolto alla funzione precipua di dare voce a chi, molto spesso, è costretto o decide arbitrariamente di tacere, il più delle volte per paura del fatto che quello che ha da dire potrebbe non essere compreso o accettato. I preziosi interventi della dottoressa psicologa Barbara Giacobbe e della direttrice d’istituto, l’eccellente Anna Gina Mupo, hanno galvanizzato l’attenzione dell’uditorio su due concetti di fondamentale importanza quali la capacità di ascoltare, che ognuno di noi dovrebbe far propria, e la gentilezza, spesso barattata con omertà, alienazione e indifferenza. 

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Diversi…In versi con i ragazzi del Liceo “A.Gallotta” di Eboli

Doppio spettacolo oggi al CineTeatro Italia per i partecipanti del laboratorio “Parole in gioco”, coordinato da Annamaria Petolicchio e Dora Longobardi, tra musica, recitazione e danza  

Di OLGA CHIEFFI

All’interno della società contemporanea, grande spazio è riservato alle differenze ed alle discriminazioni nei confronti di individui, gruppi di persone o intere popolazioni e culture considerate “diverse” rispetto a ciò che viene descritto come “normale”. La domanda che ci si pone, di conseguenza, è “che cos’è la normalità?”; perché alcune persone sono banalmente considerate diverse se hanno un colore della pelle che non è come il mio, se credono in una religione e in un Dio che non è il mio, se hanno idee ed opinioni differenti dalle mie, se sono nati in un Paese con usi e costumi diversi dai miei? Perché non sono io, allora, il “diverso”? Ma soprattutto, perché bisogna discriminare e deridere, anche in modo violento, ciò e chi non è uguale a noi? Perché c’è come la necessità di fomentare l’odio verso il diverso, sottolineando le differenze? Perché, al contrario, conoscendole ed approfondendole, non ci si apre alle diversità, arricchendo ed ampliando la nostra cultura, guardando oltre il nostro piccolo mondo, apprendendo a convivere in modo pacifico e sereno? Ma cos’è veramente il “diverso“? Con “diverso“, al giorno d’oggi, vengono considerati tutti coloro che non rispondono ai canoni della normalità da noi stabiliti e diffusi attraverso i mass-media, i governi ed il potere. La normalità che possiede la maggior parte delle persone non può diventare l’unico modello per tutti, quello corretto e giusto; ognuno di noi deve imparare a relazionarsi con la normalità altrui, anche se ai nostri occhi appare diversa dalla nostra. “Io penso che ciò che rende bello il nostro mondo è il fatto che siamo tutti diversi”. Da questo assunto nasce lo spettacolo che è l’atto conclusivo del progetto del Liceo Scientifico “A.Gallotta” di Eboli guidato da Anna Gina Mupo, “Parole in gioco”, coordinato da Annamaria Petolicchio e Dora Longobardi, le quali hanno “riletto” l’ultima opera di Angelo Nairod “Quando i diversi siamo noi”, affidando la direzione artistica a Pasquale Auricchio, il quale si è avvalso della collaborazione di Eleonora Santoro e della sua OltreDanza. In questa giornata gli allievi terranno un doppio spettacolo ospiti del CineTeatro Italia di Eboli, ove andranno in scena alle ore 10,30 e in serata alle 19,30 e in palcoscenico tra recitazione, musica e danza, si esibiranno Valentina Bozza, Francesca Manna, Flavia Cupo, Sara Di Biase, Stefana Danila, Gabriella Gasparro, Raffaella Cappetta, Fiammetta D’Aniello, Vincenza Villano, Irene Biondi, Emanuele Riviello, Liberato Luongo, Cosimo Chiumiento, Gerardo Vitale, Salvatore Petrillo, Chiara Boffa, Simone Scaglione, Maira Castiglia, Alice Comite  e Serena Marmora. Lo spettacolo nasce dalla voglia di comunicare da parte dei ragazzi, dopo un’analisi del testo, che afferma con grande forza la diversità è una ricchezza, che è in ognuno di noi, eppure non sempre siamo pronti ad incontrarla, a confrontarci con essa e ad abbracciarla. La diversità è la nostra vera forza di esseri umani, troppe volte spaventa perché significa mettere in discussione le nostre certezze, i nostri limiti, la nostra stabilità quotidiana. Ogni giorno la natura ci insegna che solo dalla diversità può nascere lo spettacolo della vita. Infatti, solo dalla diversità delle note nasce l’armonia di una musica, dalla diversità delle parole nasce la storia di un libro. La diversità è colore, cultura, ricchezza, scambio, crescita, necessità. Il primo passo per riuscire ad integrare davvero la diversità nella nostra vita è forse quello di cominciare a considerarla non solo come un elemento da tollerare, ma, quale bene da tutelare.Affrontare questo tema in questo momento storico è senza dubbio impegnativo oltre che doveroso. I ragazzi con estrema semplicità e la comunicabilità dell’arte convinceranno il pubblico che la diversità è la garanzia della nostra unicità e della nostra consapevolezza che ognuno può fare la differenza, in meglio.

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Le freddure dei pupazzi dei Nano Egidio

Buona la “prima” di Mutaverso ospite nella nuova location, “A casa di Andrea”. Pungente l’intermezzo che stronca l’abitudine, diffusa nel mondo dello spettacolo e non solo, di attribuirsi una finta aura intellettuale e impegnata

Di ARISTIDE FIORE

La (non ancora?) tramontata epopea dell’Italia infondatamente ottimista e teledipendente si riverbera nelle scoppiettanti gag di “Luisa, uno sguardo oltralpe”. Soap Opera Moderna e Contemporanea, scritta da Marco Ceccotti, Simona Oppedisano, Francesco Picciotti del collettivo comico Nano Egidio, interpretata da Marco Ceccotti e Francesco Picciotti, che lo scorso 13 febbraio a Salerno ha raccolto il convinto riconoscimento del pubblico della rassegna teatrale Mutaverso, stavolta ospitata presso la sede dell’Associazione “A casa di Andrea Onlus”. La prima Teatro-Novela italiana con attori e pupazzi è concepita secondo una formula transmediale, che alla versione per il web affianca quella teatrale “da camera”, rappresentabile in qualunque contesto grazie all’armamentario essenziale (in primo luogo i pupazzi) e alle doti istrioniche degli interpreti, che si cimentano come attori-burattinai, affidandosi alla tecnologia per arricchire lo spettacolo di una colonna sonora o di inserti video, ma altrettanto capaci di accennare canzoni di Lucio Battisti accompagnandosi con una chitarrina suonata da Picciotti (cambiandone le parole col pretesto di renderle politicamente corrette, con inevitabile esito comico). Ben si adatta, quindi, anche alla confortevole sede dell’Associazione Onlus “A casa di Andrea – Los Varanos Hermanos” (www.acasadiandreaonlus.it) in Via Posidonia, dove anche chi vi si rechi per la prima volta avverte la sensazione di essere a casa di amici. Nato per scopi solidali perseguiti in Italia e all’estero, il sodalizio ha optato per una formula che collega alla tipica operatività di un’organizzazione benefica la capacità di aggregazione di un circolo ricreativo e culturale. L’attenta cura di quest’ultimo ambito la vede impegnata nel proporre concerti, eventi, workshop, ai quali si può prendere parte devolvendo il tutto in beneficenza, approdando infine al teatro e affiancando quindi alcuni storici palcoscenici cittadini nell’ospitare le proposte della quinta stagione di Mutaverso Teatro, la rassegna organizzata da Erre Teatro, ideata e diretta da Vincenzo Albano. Come altri lavori di questo gruppo ormai affermatosi attraverso una carriera decennale sempre aperta alla sperimentazione, anche questo spettacolo si basa sull’interazione tra performance attoriale, pupazzi, e oggetti che compaiono puntualmente a sproposito, ed è improntato sulla serialità, che, mentre in altre proposte del collettivo romano si concretizzava nell’ideazione di spettacoli a puntate, nel caso in questione raccoglie in un’unica serata gli episodi dell’originaria miniserie prodotta per il web. Il risultato è un’irriverente satira sociale veicolata da trovate surreali ricche di rimandi all’immaginario collettivo e alla cultura alta e bassa, il cui accostamento inatteso non manca mai di sortire l’effetto previsto. Attraverso la vicenda della nobildonna decaduta Luisa Winghfield, segretamente innamorata di Woody Baltimora, un povero contadino appartenente a una famiglia 《dedita a coltivare soprattutto illusioni》, e ostacolata in tutti i modi dal padre, Emidio Winghfied, che per motivi di interesse l’ha promessa al  perfido e potente cugino, il TAR del Lazio, si viene rapiti in una spirale di freddure, nonsense e giochi di parole che mette alla berlina difetti e ipocrisie della società contemporanea, rappresentati in termini caricaturali e ricorrendo a personaggi di pezza. Non si è forse come dei pupazzi, quando ci si lascia guidare da aspirazioni improbabili, indotte da modelli calati dall’alto o da preconcetti di ogni sorta? Ecco perciò, che anche la politica si riduce, almeno in certi ambienti, a una specie di gioco di società (anche Marx è un pupazzo gonfiabile), l’impossibilità di suggellare il proprio amore secondo una formula canonica induce a ricorrere a un’assurda “unione incivile” e l’impegno civico si esprime nel sostegno a cause improbabili, come la prevenzione della morte delle persone che somigliano a Padre Pio. Anche una certa abitudine, diffusa nel mondo dello spettacolo e non solo, di attribuirsi una finta aura intellettuale e impegnata è presa di mira nel gustoso intermezzo che vede Ceccotti impegnato in una strampalata dedica a Pier Paolo Pasolini.

 

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Le lungaggini di Lucia Calamaro

Trionfo di Silvio Orlando al Teatro Verdi di Salerno, protagonista di “Si nota all’imbrunire”, in cui  profonde le sue migliori qualità interpretative 

Di GEMMA CRISCUOLI

I consanguinei, gli affetti, la condivisione? Provate voi a convivere con l’ingombrante presenza di figli, che da adulti diventano suoceri, pretendendo dinamismo ed energia e scoprirete che solo da seduti si può capire la follia del mondo. Calorosamente accolto dal pubblico del Teatro Verdi, “Si nota all’imbrunire”, scritto e diretto da Lucia Calamaro, è una pièce in cui Silvio Orlando profonde le sue migliori qualità interpretative: il disincanto ironico, la fragilità che coglie immancabilmente il lato grottesco delle cose, l’estraneità a un contesto sottolineata da gesti minimi. Silvio è un uomo per cui parole e incontri sono divenute vicoli ciechi: la sua solitudine è spirituale e fisica, alzarsi dalla sedia gli costa una dolorosa fatica e non si tratta del capriccio di un vedovo in là negli anni. La sua stasi è una forma di resistenza e di presa d’atto del vacuo e nevrotico fluire di pensieri e rapporti irretiti da una nevrosi pervasiva: la sostanziale incapacità di comprendere e comprendersi. La frequente rottura della finzione scenica, chiamando a più riprese in causa la platea, allude appunto al carattere artificiale di ogni forma di comunicazione. Non ci si relaziona se non per riflettere nell’altro le proprie aspettative e velleità: le ambizioni poetiche della figlia Alice (Alice Redini), la severità autoimposta e pretesa dalla figlia Maria Laura (Maria Laura Rondanini), l’esortazione al contatto umano del figlio Vincenzo (Vincenzo Nemolato), nonché la delirante smania di imporsi nel dialogo, propria del fratello di Silvio (Roberto Nobile). L’azione si svolge non a caso alla vigilia della messa in onore di una moglie, che il  protagonista ricorderà per i suoi piedi, un dettaglio legato a una vicinanza autentica, che i corpi hanno ormai dimenticato. Oltre i battibecchi non di rado divertenti, in cui le parole di Silvio sono ripetute dagli astanti come se lui non le avesse mai dette, è la morte della relazione a essere commemorata e non è prevista alcuna resurrezione in un mondo che, secondo il padre di famiglia, non esiste, proprio perché non esistono coscienze alla ricerca le une delle altre, ma chimeriche pretese  di esistere. È dunque naturale la scelta registica di rivelare alla fine che i personaggi attorno al padre sono solo frutto della sua immaginazione. Non resta che cantare in una chiesa vuota una vecchia canzone, ricordo di un tempo che si è creduto felice. 

 

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Il linguaggio di Giorgio Montanini

L’attore marchigiano sarà ospite questa sera alla Sala Pasolini di Salerno, con la sua ultima creazione “Come Britney Spears”

Di OLGA CHIEFFI

Dopo il successo del precedente spettacolo Quando stavo da nessuna parte, il comedian più scomodo e corrosivo della scena italiana sbarca questa sera alle ore 21.00, alla Sala Pasolini di Salerno, Come Britney Spears nell’ambito della rassegna Stand Up Comedy 2020, del Teatro Pubblico Campano. Il comico e attore marchigiano,  Giorgio Montanini, con la sua stand up comedy, inserisce nel gioco gli spettatori, interrogati più volte e messi a dura prova dal cinismo pungente, fantasticamente colorito e senza filtri. Il pubblico per lui diventa “l’amico del bar”, cui raccontare tutto quello che non sa, per fargli aprire gli occhi e fargli fare qualche risata. Come Britney Spears, nono e inedito monologo di Giorgio Montanini, mette in discussione l’unico vero baluardo trasversale e condiviso da tutti, quello che tiene in piedi il genere umano: l’antropocentrismo. Montanini, reduce da una denuncia per blasfemia, si chiede insieme a noi “ti denunciano solo se bestemmi il Padre, il Figlio o lo Spirito Santo (ma poi chi è che bestemmia lo Spirito Santo?) ma la Madonna non fa testo lo sapete?”. Ritenuto da molti come arrogante e scurrile (scurrile per chi?) ciò che ci dice Montanini è tutto ciò che potremmo sentire dal meccanico sotto casa, o da un nostro zio che ne sa più di noi, con la preziosa differenza che l’analisi fatta qui in teatro ha sempre (e giustamente) una morale e ci fa porre numerose domande su cose giuste o sbagliate di noi stessi e della società, come ad esempio l’insensata elevazione mediatica di alcuni “simboli”, solo perché mossi come pedine da qualcuno che ci guadagna dietro. C’è qualcosa di lui che rimanda alla voce della nostra coscienza, che ci parla continuamente, che ci dice che per colpa del Capitalismo abbiamo perso non solo alcuni valori, ma siamo sempre più attanagliati da un finto buonismo e dall’immancabile “politicamente corretto”. Dalla politica alla religione, passando da alfabetizzazione fino ad arrivare alla teoria dell’evoluzione di Darwin (che specifica non è solo di Darwin ma anche di Wallace), lo spettacolo si chiude con un semplice paragone ai ratti: nascono, proliferano e si estinguono; qualcosa che è facilmente accostabile alla nostra specie. Presunzione, ipocrisia e politically correct, sono i veri nemici da combattere. Quando riusciremo a liberarci di questi ingombranti fardelli, potremo vederci finalmente per ciò che siamo: spauriti e insignificanti esseri che tentano di sopravvivere in territorio ostile.

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Luisa uno sguardo Oltralpe

Mutaverso teatro sarà ospite questa sera, alle ore 21, della Associazione “A casa di Andrea”, con i pupazzi di Nano Egidio

Di Olga Chieffi

Si susseguono con grande successo di critica e pubblico gli appuntamenti della quinta edizione di Mutaverso Teatro, che questa sera condurrà il proprio affezionatissimo pubblico alla scoperta di una nuova location, ove il contatto con gli artisti sarà veramente sensibile. Sarà, infatti, questa sera, alle ore 21, in programma la versione teatrale da camera di “Luisa, uno sguardo Oltralpe”, soap opera sperimentale, anarchica e surreale recitata da attori e pupazzi, presso la sede dell’Associazione “A Casa di Andrea – Lvh”, in via Posidonia 153 a Salerno. L’evento, organizzato da Erre Teatro, inaugura la sinergia con l’Associazione Onlus dedicata alla memoria di Andrea Cerbarano, prematuramente scomparso in seguito ad un incidente stradale nel gennaio del 2016. «Fare parte di un programma così importante affiancati a palcoscenici storici del teatro salernitano è motivo di orgoglio per una piccola e giovane Associazione quale è “A Casa di Andrea”, ma anche importante segnale di impegno, serietà e passione nel portare avanti progetti solidali in nome del nostro Andrea» commenta Dino Cerbarano, fondatore, insieme alla moglie Melina, dell’Associazione Onlus impegnata in progetti di solidarietà sul territorio nazionale ed internazionale, come Costa d’Avorio e Brasile. Tre gli appuntamenti, tra quelli della Stagione Mutaverso Teatro ideata e diretta da Vincenzo Albano, che verranno realizzati nel 2020 “A casa di Andrea” al fine di stimolare processi di partecipazione e innovazione collettiva attraverso gli strumenti propri del teatro in grado di favorire esperienze culturali nel più ampio senso dei linguaggi artistici e delle relazioni umane e creative. E’ questa, la prima Teatro-Novela italiana con attori e pupazzi, scritta, diretta ed interpretata dal camaleontico e sorprendente trio comico formato da Marco Ceccotti, Simona Oppedisano e Francesco Picciotti, che in quasi dieci anni di spettacoli ha conquistato il pubblico romano e non solo riscuotendo grande successo in tutte le piazze dello stivale. “Luisa, uno sguardo Oltralpe” è uno sceneggiato teatrale esilarante che con il giusto equilibrio di cattiveria e tenerezza riesce ad affrontare tematiche troppo spesso dimenticate come i difficili amori che possono nascere tra una donna e un pupazzo o tra un danese e un alce, i terroristi troppo timidi, l’assenza di negozi cinesi sotto casa  ad Orvieto e le unioni incivili. In effetti la telenovela originale andò in onda nei primi anni ’80 su televisioni private, private di tutto, anche dello schermo, per questo motivo nessuno riuscì a vederlo o a registrarlo e di Luisa, uno Sguardo Oltralpe si persero le tracce. Un capolavoro del genere però non poteva rimanere nel dimenticatoio, così noi, il Collettivo del Nano Egidio (talvolta abbreviato in “Misterioso Collettivo del Nano Egidio”)  ha deciso di realizzarne una versione teatrale rimanendo fedeli per quanto possibile alla trama dello sceneggiato originale che non abbiamo mai visto, però ci fidiamo.La vicenda narra la storia dei Whingfield e dei Baltimora, due famiglie rivali che vivono nel pericoloso confine che c’è nell’America Latina, come nei paesini del frusinate. I Whingfield sono una nobile famiglia decaduta per aver giocato in borsa senza la canottiera.I Baltimora sono una disgraziata famiglia di contadini che coltiva soprattutto illusioni. All’apparenza può sembrare uno spettacolo a sketch adatto a serate comiche belle, che può essere messo in scena pressapoco ovunque, in tutti quei luoghi dove c’è gente che si vuole divertire anche e soprattutto in questo periodo di crisi non solo economica ma soprattutto di valori. Se però ci si concentra meglio e lo si guarda con occhio attento, è possibile trovarci in un’immagine nitida di quella bella Italia che non c’è più, un’ Italia forse un po’ ingenua ma che ha ancora tanto da insegnarci. La nobildonna decaduta Luisa Winghfield è segretamente innamorata di Woody Baltimora, un povero pupazzo contadino. Un amore contrastato dalla differenza di classe e anche dal padre di lei, Emidio Winghfied, che tenta in tutti modi di scongiurare le nozze ricorrendo a subdoli avvocati, spietati assassini e a Fiorella Mannoia, perché Luisa è da tempo promessa sposa al suo perfido ma ricco cugino.

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Si nota all’imbrunire: occhio sulla solitudine

Silvio Orlando, ospite in questo week-end del cartellone del Teatro Verdi, dà voce ad un padre vedovo, malato di “solitudine estrema”, in una pièce di Lucia Calamaro, accendendo i riflettori sull’ isolamento, male oscuro e insidioso del nostro tempo.

Di OLGA CHIEFFI

“Beata solitudo, sola beatitudo” sosteneva l’abate e teologo francese San Bernardo di Chiaravalle, fondatore dell’ordine cistercense. Nel Terzo Millennio dominato dai social media, affollati di “amici”, la solitudine è diventata una tale “piaga sociale” da indurre la Premier britannica Theresa May a prendere l’iniziativa di istituire un Ministero della Solitudine. “La solitudine – afferma il filosofo Salvatore Natoli – è divenuta una triste realtà della vita moderna per troppe persone: è venuta meno la comunità. I legami comunitari sono venuti meno, come la famiglia intesa in senso classico, cioè mononucleare. Il nucleo non è più stabile, spesso si frantuma e quindi si moltiplicano le solitudini. Si aggiunga inoltre, pensiamo all’Italia, una caduta della natalità, i sopravvenuti sono in numero ridotto rispetto ai sopravvissuti. L’idea dell’autosufficienza ha fatto sempre sentire il legame come una prigionia, ma alla fine l’assenza di legami lascia soli e questo è un grande problema sociale. Pensiamo agli anziani, che sono proprio quelli che più si trovano in questa condizione, in parte anche per colpa loro. Molti di loro non hanno generato figli, non hanno continuato legami, hanno creduto finché stavano bene di essere all’altezza della situazione e poi a un certo momento si sono trovati come unica compagnia la solitudine. Ecco perché nella nostra società attuale le solitudini sono tante. Bisognerebbe ritessere un sentimento comunitario. Nato da una riflessione su una patologia del nostro tempo cui la socio-psicologia ha dato un nome ben preciso, solitudine sociale, “Si nota all’imbrunire” di Lucia Calamaro affidato al sentire attoriale di Silvio Orlando, sarà di scena da domani (ore 21) a domenica 16 (in pomeridiana alle ore 18) al teatro Verdi di Salerno. Silvio Orlando interpreta un padre che da anni vive solo, rintanato in un villaggio di campagna. Vedovo di una moglie amatissima, attende nella sua casa lontana e sperduta la visita dei tre figli e del fratello, per la tradizionale commemorazione della defunta, oltre che per il suo compleanno, che cade il giorno prima. Sigillato in un esilio volontario, ha acquisito una serie di manie (la più grave: non vuole più camminare). Un isolamento che dovrebbe creare compassione e invece infastidisce la famiglia, un microcosmo che svela egoismi, meschinità, frustrazioni. È un tramonto amaro quello di Silvio, sempre più chiuso nel dolore, nel rancore, nell’apatia, in un’inconfessabile voglia di tenerezza. La socio-psicologia le ha dato un nome: “solitudine sociale”. Sembra che uccida di più dell’obesità.Tutti noi infatti, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno del contatto con gli altri, un bisogno che ci permette di sopravvivere. Forse, quando ci si avvicina al tramonto della propria esistenza alcune riflessioni e stati d’animo sono più frequenti ed evidenti, ma la forza di Si nota all’imbrunire sta nel mettere a tema una condizione che può abbracciare tutti, indipendentemente dall’età. Con Silvio Orlando in palcoscenico, Vincenzo Nemolato, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini.

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Le braci delle passioni

Questa sera, alle ore 21, i riflettori della Sala Pasolini illumineranno Renato Carpentieri e Stefano Jotti, interpreti del capolavoro di Sandor Màrai

Di OLGA CHIEFFI

 “A gyertyák csonkig égnekche” “Le candele si consumano lentamente”,  questa la traduzione letterale de’ “Le braci”, capolavoro di Sandor Márai, in cui lo scrittore affronta temi delicati e sempre attuali, che ruotano attorno ai valori dell’amicizia appena incrinata da una differenza di ceto sociale, all’amore per una stessa donna, il tutto immerso in un periodo storico, quello della finis Austriae, che sembra fatto apposta per fare da sfondo a una narrativa giocata sul rimpianto del tempo passato e sulla resa dei conti di vicende sentimentalmente ingarbugliate. Il fuoco della passione si spegne lentamente e diventa brace, una brace che allo stesso tempo può significare l’affievolimento delle antiche emozioni ma anche una pericolosa miccia che può innescare nuovamente le rivalità, come se ne perpetuassero la memoria. Il libro di Màrai è un libro sulla memoria. La memoria del fuoco di una passione che si è spenta trasformandosi in tiepide braci. Il calore di una passione che avvelena il sangue e acceca la mente, il sovrumano piacere di una rivincita attesa a lungo. La memoria come senso di sopravvivenza a se stessi e al mondo, che perde la memoria giorno per giorno e si affida inutilmente agli uomini per recuperarla. Sarà proprio il testo di Sandor Marai, nell’ adattamento di Fulvio Calise, per la regia di Laura Angiulli, presentato da Teatro Coop. Produzioni/Galleria Toledo. affidato a Renato Carpentieri e Stefano Jotti, a rivivere, questa sera, alle ore 21, sul palcoscenico del Teatro Pasolini di Salerno. Henrik e Konrad sono amici – di quelle amicizie che forse solo nei libri si riesce a trovare – e amano la stessa donna, Krisztina, che è moglie di Henrik. Opposti sentimenti, il tradimento, il desiderio, la tentazione dell’omicidio. Poi Konrad sceglie la fuga e i due amici/rivali si ritrovano a 41 anni di distanza. Il fuoco della passione è diventato brace, alimentata dall’alito dei ricordi di Henrik, che l’hanno tenuta viva con una cura e un’attenzione maniacali. Il tempo trascorso ha cambiato il mondo; i volti, i suoni, gli odori che hanno fatto da sfondo alla gioventù dei protagonisti non esistono più. Krisztina è morta. Henrik e Konrad sono superstiti di un’epoca ormai scomparsa: la Vienna splendida di fine impero, la Vienna di Francesco Giuseppe, degli Strauss, di Klimt. La grande cultura mitteleuropea, sepolta sotto le ceneri delle Grande Guerra. E si accorgono alle soglie di un nuovo sanguinoso conflitto con un senso di smarrimento e distacco che li rende inadatti, a tratti patetici e a tratti malinconici, ostinatamente abbarbicati ad una dignità che non hanno più ragione d’essere. Ha senso mantenere accese per tanti anni le braci delle passioni umane? Che valgono gli amori e i tradimenti di singoli uomini a fronte delle grandi tragedie dell’umanità intera? L’incontro/scontro tra Konrad e Heinrik si tramuta in un lungo monologo di quest’ultimo. Ci sono domande alle quali non è ancora riuscito a rispondere. Sono le domande che porrà a Konrad, l’unico che può scoprire l’ultimo velo. Poi, il tempo proseguirà per la sua strada, abbandonando i protagonisti alla loro solitudine. Al silenzio della morte. Sandor Marai, nella sua opera, non lascia niente ai luoghi comuni o all’immaginazione, tutto è detto minuziosamente in progressivi e incalzanti monologhi dei protagonisti. Non c’è spazio per l’amore in queste pagine; eppure l’amore è l’incontrastato dominatore dei sentimenti che, come linfa invisibile, alimenta passioni e solitudini esistenziali dell’ostinato e orgoglioso Generale e dell’amico traditore, in fuga dalle situazioni galeotte, dalla verità e da se stesso. Uno scontro tra due modi di intendere la vita che riflettono il contrasto tra il vecchio mondo aristocratico del Generale e l’incalzante mondo borghese che reclama la sua superiorità culturale.

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L’ addio in musica dei Piccoli Funerali

Oggi alle ore 21, il primo dei quattro appuntamenti di Mutaverso Teatro ospitati nella chiesa dei Morticelli, grazie alla sinergia con il collettivo Blam

 Di OLGA CHIEFFI

Un delicato atto d’amore è Piccoli funerali, composto di parole e di musica, che inaugurerà domani sera la collaborazione tra Erreteatro di Vincenzo Albano e il collettivo Blam, un tavolo di architetti che definisce strategie di rigenerazione urbana e innovazione sociale attuando processi collaborativi learning-by-doing, di stanza nella chiesa dei Morticelli di Salerno. Realizzata nel 1530, in stile tardo rinascimentale su progetto dell’architetto Antonio De Ogliara, la chiesa fu eretta dai cittadini salernitani in onore dei Santi Martiri Sebastiano, Cosma e Damiano, in seguito alla pestilenza di quell’anno, come voto per lo scampato pericolo. Molteplici gli interventi che modificarono il primo assetto del monumento. Nel 1615 divenne sede della Confraternita del Monte dei Morti,  a quel tempo i cristiani , allo scopo di far guadagnare il paradiso a tutti i defunti, compresi i poveri, si preoccupavano di far celebrare messe per “ le anime del purgatorio”, con le offerte e le donazioni dei fedeli  raccolte  proprio  dalla Confraternita. Nel 1859, fu restaurato su progetto dell’architetto Paolo D’ Ursi , in seguito ai danni subiti  dal terremoto dell’anno precedente, mentre, nel 1947 divenne sede della Confraternita di S. Bernardino fino al 1980, quando fu dichiarata inagibile per i danni subiti dal importante  terremoto di quell’anno. La Stagione Mutaverso Teatro ideata e diretta da Vincenzo Albano andrà a far scoprire al suo pubblico, domani alle ore 21, proprio questo spazio, con una performance a doc:  “Piccoli Funerali”, una originale rielaborazione che Maurizio Rippa compie attraverso due opere a carattere funebre: la classica Antologia di “Spoon River” di Edgar Lee Master e “Cartoline dai morti” di Franco Arminio; la musica è tratta dai maggiori capolavori di un dolce Novecento, che la voce di Rippa nobilita di un lineamento raffinato e lucente, come seta ondulata tra le pieghe della chitarra carezzata da Amedeo Monda. Lo spettacolo non contiene epitaffi, ma porta in scena piccoli funerali attraverso una partitura drammaturgica che alterna un piccolo rito funebre a un brano dedicato a chi se ne è andato, un regalo e un saluto, un momento intimo e personale e al tempo stesso catartico, che trova forza nella musica lieve e potente. Ogni brano è un gesto che riporta a una memoria. Ogni funerale è raccontato da chi se ne va a attraversa una vita appena vissuta. In una scenografia minimale, fatta di un tavolo e pochi oggetti al lato della scena, la musica che tiene per mano il filo lungo l’intera composizione si imperla alla drammaturgia con palpitante discrezione, celebra e allo stesso tempo delimita la circostanza funebre a qualcosa che non addolora ma coinvolge, vela, nel rispettoso momento del commiato. Elvis Presley, Nina Simone, Mercedes Sosa, Eva Cassidy, sono alcune delle voci che passano per le labbra di Maurizio Rippa,  dà voce a tante storie di uomini e donne passati a miglior vita, in cui è il defunto a parlare in prima persona, descrivendo la propria morte ora con sarcasmo, ora con dolore, ora con divertimento, con rassegnazione, ancora con rancore o rabbia. Tanti spaccati di vita alternati da canzoni che spaziano da “Love me tender” a “Moon river” fino all’ultima, accorata “Over the rainbow” che racchiude un momento di comune sentire.

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Urania D’Agosto: riappropriarsi della vita

Trionfo di Maria Sughi sul palcoscenico del Teatro Ghirelli protagonista del testo premio Ubu di Lucia Calamaro, ospite del cartellone di Casa del Contemporaneo

Di ARISTIDE FIORE

La profondità del cosmo come metafora della solitudine, della difficoltà di relazionarsi con gli altri è il tema della  pièce “Urania d’agosto”, una produzione Sardegna Teatro andata in scena al Teatro Ghirelli di Salerno, nell’adattamento di un testo del premio Ubu Lucia Calamaro curato da Davide Iodice, che firma anche la regia e la colonna sonora.

Attraverso le vibrazioni ricche di pathos della voce e gli improvvisi slanci dell’azione, in un’interpretazione intensa molto apprezzata dal pubblico, Maria Grazia Sughi trasmette tutto il disagio, l’insoddisfazione, il rimpianto ma anche l’anelito alla riappropriazione della propria vita di una donna anziana e sola, relegata nella camera di una casa di cura nel pieno dell’estate. Un flusso di parole esplicita la sua riflessione sul passato, sulle difficoltà e i fallimenti nella sfera relazionale, probabilmente accentuati dalla vecchiaia, e da una forma errata di compassione da parte degli altri che emargina, invece di accogliere, denunciata attraverso l’immagine di persone che a poco a poco si liquefanno, trasformandosi nel loro stesso pianto. Non è che l’unico indizio di un estraniamento progressivo dalla realtà. Quasi come un moderno Don Chisciotte in gonnella, attraverso la lettura compulsiva di romanzi di fantascienza, la donna scivola via via nell’alienazione, vagheggiando una vita nuova in una dimensione alternativa, in uno spazio siderale che possa ridarle infinite possibilità, identificate prima di tutto in immaginari viaggi interstellari in compagnia di alieni o astronauti: personaggi le cui vicende improbabili non sembrano poi così diverse da quelle di chi si senta sprofondare nel disagio, fino a distaccarsi anche da se stessa e attribuirsi un altro nome, quello di una famosa collana di libri tascabili di fantascienza, per l’appunto, a sua volta mutuato da quello della musa dell’astronomia. Il flusso di coscienza della protagonista si palesa ancora più efficacemente grazie all’azione parallela di Michela Atzeni, che con le sue delicate pantomime concorre a animare lo spazio scenico ideato da Tiziano Fario, nel quale prevalgono il colore del cielo e il senso del vuoto per ribadire il legame tra lo squallore della stanza spoglia e la dimensione cosmica, alludendo contemporaneamente all’impasse esistenziale e al desiderio di superarla. Trasformandosi grazie ai costumi di Daniela Salernitano, Atzeni incarna figure puramente simboliche o reminiscenze di persone con le quali la protagonista è ancora in contatto. Le infermiere della clinica si presentano come filtrate dalla lente dell’immaginario fantascientifico. I movimenti meccanici di un robot si addicono all’indifferenza di un’addetta al riassetto della stanza, intenta nella masticazione perenne di un chewing gum, mentre la dimensione umana sembra essere recuperata attraverso le amorevoli cure di una fisioterapista che ricorda tanto, nelle movenze aggraziate e nell’abbigliamento, le hostess dell’astronave in un celebre capolavoro di Kubrick, e che, di citazione in citazione, accompagna il movimento della paziente in un esercizio con una palla che sembra richiamare la celebre danza col mappamondo di Chaplin, proprio quando il discorso trasognato di Urania evoca altri mondi, pianeti lontani. Nei panni di una giovane donna con un abito vivacemente colorato allude invece a un passato felice, all’amore, alla gioventù, a gioie e speranze che tenta di afferrare come fiori rapiti da un vento impetuoso. Non a caso sarà questa la figura che accompagnerà le riflessioni della protagonista sull’amore, sul recupero degli affetti e del rapporto con un ipotetico Dio, dai quali trarrà la forza per lo slancio risolutivo. Una fuga immaginaria dalla clausura, lasciandosi alle spalle l’ultimo puntello, uno scimmiotto di pezza eletto allo stesso tempo come estremo oggetto dell’affettività e fonte di sicurezza, permette finalmente di apprezzare quelle piccole grandi cose nelle quali risiede il calore di una vera vita di relazione: le passeggiate con gli amici, le cene al ristorante cinese, il bisogno e il piacere di concedere a se stessi e agli altri tutto il tempo necessario a coltivare relazioni autentiche, a vincere la paura di essere incompresi e respinti, evitando di cercare scorciatoie. La salvezza arriva con un’intuizione, non importa se esatta, quella secondo cui l’universo, tutto ciò che esiste, sia solo il frutto dell’immaginazione di una mente superiore, nato dal bisogno di relazionarsi con qualcuno. La solitudine accomuna la protagonista alla condizione dell’astronauta. Avventurarsi in uno spazio immenso, infinito, pieno di mondi e fenomeni meravigliosi, è affascinante e ricco di possibilità, proprio come il mondo che ci circonda tutti i giorni, con le opportunità di incontri e relazioni che offre, ma che spesso, almeno in determinate condizioni, non si è in grado di cogliere. Non resta che ritrovare la propria capacità di riconoscerne e apprezzarne l’armonia, la musica celeste suonata dell’astronauta sullo sfondo, partendo dalla riscoperta di quella sua porzione che alberga in ognuno.

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Il sogno di Don Chisciotte

Domani il sipario del Teatro Verdi si leverà su Alessio Boni e Serra Yilmaz interpreti della drammatizzazione del capolavoro di Miguel Cervantes. Sabato alle ore 18,30 l’incontro con gli artisti per Giù la Maschera condotto da Peppe Iannicelli

Di OLGA CHIEFFI

“Don Chisciotte  – un pensionato tutto acciacchi e malandato, che sognava le avventure dei suoi libri di letture – piano piano, lentamente, perde il senno della mente e un bel giorno, stai a vedere, vuol partire cavaliere. Don Chisciotte della Mancia, col fedele Sancio Pancia, al cantar del primo gallo parte in sella al suo cavallo, vecchio, stanco, dormiglione quasi quanto il suo padrone. Magro, asciutto, zoppicante, si chiamava Ronzinante…..” Ci piace salutare con il ricordo di questa infantile filastrocca il ritorno della figura di Don Chisciotte al teatro Verdi di Salerno, da domani sera, alle ore 21, al 9 febbraio in pomeridiana alle ore 18. Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer e Francesco Niccolini, ci propongono “El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha” di Miguel de Cervantes, nella produzione della Fondazione Teatro della Toscana e Teatro Nuovo, con Alessio Boni nei panni di Don Chisciotte, Serra Yilmaz, un Sancho Panza en travestì e con loro in scena Marcello Prayer, Francesco Meoni, Pietro Faiella, Liliana Massari, Elena Nico, oltre a Nicolò Diana, burattinaio del cavallo Ronzinante, artisti che saranno ospiti a “Giù La maschera”, condotto da Peppe Iannicelli, sabato alle ore 18,30 nel foyeur del massimo cittadino. La storia è più che nota e Don Chisciotte, ancora una volta, ci inviterà  a porre in discussione la certezza, la verità, la casa, le proprie radici per rimettersi sempre in gioco, per vivere nello spazio, senza misure, del mondo, ad armarci e partire per la giusta causa, anche se utopica. Chisciotte può dirsi un anarchico dell’esperienza, per lui la vita è come la ripetizione di un gioco. L’indefinitezza spaziale in cui si svolge il suo movimento del peregrinare, si risolve ogni volta nella totalità dell’istante. Dalla sua energia visionaria l’invito al venir-meno, a pervenire a quell’infinito eccesso che possa farci arridere all’impresa, ad uscire dalle nostri torri d’avorio “senza temere d’andar contro il torrente, poiché il volgo è in maggioranza” (Giordano Bruno), per affermare le idee in cui crediamo, per combattere chi vuol distruggere un sogno, un’illusione, risorgendo sempre, dopo ogni sconfitta. Invincibili sono gli innamorati, i suicidi, i “puri folli”, i poeti, i musici, chi riesce ancora ad incantarsi dinanzi ad una falce di luna, chi si dona agli altri senza secondi fini. L’istante di Chisciotte è infinito, il suo istante brucia il tempo, il suo destino umano resta sospeso all’aorgico, nessuna forza umana può comprenderlo in una definizione, e, per conseguenza, il confine tra gli opposti logici che delimitano in ogni momento la possibilità stessa di pensare ragionevolmente (possibile-impossibile, visibile-invisibile, vero-falso, male-bene, sapienza-insipienza, senso-non senso, si-no, verità-finzione), resta infinito, indecidibile e indeciso. Sulle tracce dell’anti-eroe Don Chisciotte potremo forse raggiungere la gloria, affrontando con lui la grande impresa, attraverso le antinomie in lotta, risultare vincente, in grado di guardare oltre la società reale che lo ha emarginato, magari insegnando all’uomo qualunque Sancio Panza, a ri-cominciare il romanzo, eterno invito a immaginare, verificare, scegliere, analizzare, inventare, ideare per conseguire folgorazioni e meraviglie inaudite e nuovi spegnimenti angosciosi in un avvicinarsi, tendere, aspirare continui, a qualcosa che sempre mancherà, che non si ottiene, anche se questo vorrà dire, forse, essere scambiati per pazzi, ma almeno non avremo rinunciato ad essere paladini dell’ideale, dei portabandiera di un sogno per il quale varrà la pena battersi, fino alla fine. 

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Un allenatore ad Auschwitz: Arpad Weisz

Successo al Moa per Sergio Mari e per la sua storia raccontata anche da ex-calciatore, di quell’ abominio umano che nulla ha risparmiato

Di GAETANO DEL GAISO

Ho iniziato a redigere questo articolo, nella mia mente, mentre ancora percorrevo il tragitto che dal MOA, il Museo dell’Operazione Avalanche, mi avrebbe riportato alla mia auto, raccogliendo e riunendo i frammenti di una delle esperienze teatrali più suggestive e peculiari che la mia fortunata carriera di lavoratore dell’arte mi abbia portato a conoscere. ‘Un pallone finito ad Auschwitz’ è la storia di Arpad Weisz, l’allenatore che bruciava le tappe, il più giovane ad aver portato una squadra di calcio ad aggiudicarsi lo scudetto, ed è la storia che Sergio Mari, anch’egli ex calciatore, ha voluto raccontare sul palco del MOA. Mentre ancora l‘oscurità impedisce agli ultimi spettatori di poter trovare agevolmente il proprio posto a sedere, il riconoscibilissimo riff di ‘Wish you were here’ dei Pink Floyd, dall’omonimo album del ’75, illumina una scenografia piuttosto esile, con due valigie ad occupare il proscenio, sulla destra, una donna seduta a una scrivania impegnata nella pratica di alcune scartoffie mentre, sulla sinistra, un piccolo blocco rivestito di erbetta sintetica con uno sgabello adagiatovi sopra. E’ proprio quella che sino a poco fa armeggiava nervosamente con la penna su un mucchio di fogli a introdurci al contesto drammaturgico della pièce, lasciandoci intendere che stesse presiedendo delle audizioni piuttosto deludenti, per via della poca preparazione e professionalità degli attori sino ad ora esaminati. Ma poi, un particolare candidato, Sergio Mari, nelle vesti di sé stesso, mediato dai suggerimenti di una eccellentissima Alessandra Ranucci, ci accompagna in un percorso didascalico che procede a ritroso negli annali della storia del calcio sino ad arrivare agli anni ’30 e a quell’Ambrosiana e a quel Bologna che, in quegli anni, condivisero ben più che un semplice successo ‘accademico’: condivisero il cuore, lo spirito, la forza, la premura, la genialità di un uomo che dimostrò d’essere ben più di un semplice commissario tecnico o di un veicolo trainante per i ‘suoi uomini’, o ancora di un padre eccellente e di un marito attento, ben più di quel nemico che il regime fascista individuò in lui e nella razza a cui questi apparteneva e che costrinse a fuggire prima in Francia, poi in Olanda, poi, infine, in Polonia, facendolo terminare e scomparire, ‘spegnendogli per sempre le stelle del cielo’ fra le mura del campo di Auschwitz. Applausi convinti per questo straordinario spettacolo, che fa del cortocircuito cognitivo il principale propulsore trainante e alienante, che mette a nudo i sogni, le ambizioni, le preoccupazioni di un uomo che sente la gola stringersi, soffocata dal dolore generato dalle tremende sferzate dell’indifferenza, il più grande male di cui il mondo si sia mai macchiato, e che ancora oggi piega al proprio volere l’uomo che decide di voltare il capo dall’altra parte dinanzi all’evidenza del dolore e della morte.

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“Maze”, le vertigini di una soggettiva

Buon riscontro di pubblico e critica all’ Auditorium del Centro Sociale di Salerno, per la performance di Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti e Giulia De Canio nell’ambito di Mutaverso, il progetto artistico di Vincenzo Albano

 

Di GEMMA CRISCUOLI

Divenire un personaggio, nutrirsi delle sue sensazioni, ricordando lo scopo essenziale del teatro: regalare alla vita nuove possibilità. Conduce il pubblico alle vertigini di una lunga soggettiva “Maze”, l’allestimento di Unterwasser che ha visto sul palco del centro sociale Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti e Giulia De Canio nell’ambito di Mutaverso, il progetto artistico di Vincenzo Albano. Matteo Rubagotti ha progettato le luci, mentre le musiche portano la firma di Posho. I “ferri del mestiere” delle tre artiste- acqua, cartone, legno, lucidi, modellini, piccole fonti luminose, plastica,volti in fil di ferro estremamente stilizzati e per questo universali- sono fin dall’inizio sotto gli occhi degli spettatori, orchestrati secondo un raffinato gioco di illuminazione per proiettare sullo schermo figure e situazioni colte dall’occhio della protagonista, che coincide con quello della platea. È inoltre significativo che solo alla fine si capisca che si tratta di una donna, perché chiunque può identificarsi con questo sguardo aperto su un mondo familiare ma non prevedibile, perché fonte e specchio di emozioni contrastanti. Fa parte della vocazione del palcoscenico mostrare la natura artificiale di ogni movimento e ampliarne le suggestioni. Sulla base di un immaginario legato a Tresoldi, Modigliani, Emily Dickinson, si seguono le vicende di una presenza femminile dal concepimento fino alla scoperta dell’amore tra passi falsi e sospensioni liriche. Si coglie un dissidio tra un’esistenza che obbedisca ai ritmi della propria interiorità e l’alienazione di un progresso che non sa essere davvero tale: la pace carezzevole degli alberi dalla finestra dell’infanzia cede il posto al frenetico andirivieni di ombre (perché non si è altro che questo in un mondo materiale) che soppianta senza pudore una giostra allegra di bambini. Il girotondo finale degli amanti compenserà almeno in parte il senso di prigionia di giorni che si svuotano come il bicchiere avidamente bevuto o che inseguono sensazioni forti e distruttive (l’affollarsi dei volti in una discoteca, uniti in un unico impulso di sopraffazione, fa da preludio a una flebo in un ambiente squallidamente privo di ogni cosa, chiara allusione a un coma etilico). Il tuffo in piscina si tramuterà in un movimento libero nel mare, perché solo perdendosi nella propria ansia di libertà, senza ceppi o categorie di nessun tipo, è possibile ritrovarsi e ridare senso al proprio respiro. Il cielo stellato che affonda pian piano nel buio nella conclusione è accorata speranza: spetta solo a noi decidere su cosa varrà la pena aprire gli occhi domani.

 

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Tra le onde del mito siciliano

Successo al Teatro Ghirelli per “La donna pesce” con in scena Antonella Romano e Rosario Sparno. una vicenda imperniata sui quei dualismi, che da sempre convivono nel nostro Sud

Di ARISTIDE FIORE

L’ incanto di una terra legata al mare da tradizioni arcaiche ha accolto il pubblico del Teatro Ghirelli di Salerno, con “La donna pesce. Un cunto di mare e ferro”, di Rosario Sparno, liberamente ispirato ad Andrea Camilleri e prodotto da Casa del Contemporaneo. Una storia fantastica che sfida il tempo come un ulivo plurimillenario, affondando le radici nei versi omerici e estendendo le sue fronde fino all’opera di Camilleri, che nel romanzo “Maruzza Musumeci” (Sellerio 2007) l’ha raccolta e tramandata nella forma del “cunto” siciliano. In questa riscrittura teatrale ne viene recuperata la dimensione originaria, quella orale, che dalla notte dei tempi anima le riunioni intorno a un fuoco o la monotonia del lavoro. Così, anche i due abili interpreti, Antonella Romano e lo stesso Sparno, dipanano il racconto al ritmo dell’intreccio di filo di ferro e della sua lucidatura con acqua di mare. Lo animano incarnando i vari personaggi e affidandosi a una mimica efficacissima per vivificare le scene di una vicenda sospesa tra la schiettezza di figure popolaresche della Sicilia rurale e rivierasca e il mistero di figure soprannaturali, sopravvissute attraverso i secoli mimetizzandosi tra i popolani. Il tutto è reso con la musicalità del dialetto siciliano e un ricco corredo di modi di dire, proverbi, canti, filastrocche e formule di brindisi nuziali. La leggiadria di quella lingua quasi cantata fa scivolare l’immaginazione tra eventi prodigiosi e delitti, con la grazia di una favola raccontata ai bambini. Sparno trasmette l’ingenuità e la meraviglia di ‘Gnazio Manisca, un contadino tornato dall’America per acquistare un fondo da coltivare e per trovare moglie: la sua caratterizzazione richiama alla mente certi personaggi popolareschi delle novelle pirandelliane, alcuni dei quali portati anche in scena nelle derivazioni teatrali di tali opere. Suoi sono anche i due improbabili ulissidi, padre e figlio, contadini taciturni, quasi afoni, vittime inconsapevoli di una macchinazione omicida solo a causa dell’assonanza di nome e aspetto con l’eroe omerico che osò resistere, con un sotterfugio, al richiamo sensuale delle sirene, traendo piacere dal loro canto senza conseguenze, se non fosse per quell’antico conto, regolato dopo molti secoli a spese di due poveri “Signor Nessuno”. Antonella Romano, alla quale sono affidati naturalmente i personaggi femminili, regge le fila della narrazione così come modella, nel frattempo, una coda di sirena col filo di ferro, unendo abilità manuali e linguistiche nel trasportare il pubblico dentro la storia, grazie anche all’atmosfera fantastica determinata da altre sue realizzazioni collocate sul palco e nei camminamenti che conducono alla platea. Dismettendo all’occorrenza il ruolo di narratrice, incarna ora Gnà Pina, maga e sensale, che coinvolge Gnazio nelle trame delle due sirene, finalizzate alla vendetta e alla riproduzione della loro specie, ora le due creature mitologiche: Maruzza Musumeci e la sua bisnonna Menìca. La prima sposerà l’ignaro protagonista, donandogli però in cambio l’affetto coniugale e due figli, un bimbo e una sirenetta, la cui vicenda si rimanda alle pagine, non meno affascinanti, di Camilleri. La seconda sparisce tra i flutti, cantando e ponendo in atto, quale ultimo prodigio, il proprio ringiovanimento. Si direbbe una vicenda imperniata su dualismi: terra e mare, umano e sovrumano, naturale e soprannaturale, amore e morte, il cui gioco eterno, che incarna il senso stesso dell’esistenza, si riverbera nella differenza di stile e nella complementarità dei due attori.

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Urania d’Agosto ritrovare l’umanità

La pièce di Lucia Calamaro, premio Ubu 2012 sarà ospite del cartellone del teatro Ghirelli il 4 e il 5 febbraio

 

Di OLGA CHIEFFI

Possiede tutti i quesiti dei grandi romanzi del Novecento lo spettacolo «Urania d’agosto», dal testo dell’acclamato Premio Ubu 2012 Lucia Calamaro, con adattamento e regìa di Davide Iodice, nuova tappa martedì sera alle 20.30 della stagione di prosa del Teatro Ghirelli di Salerno con replica il 5 febbraio, allo stesso orario. Sul palco, sono attese Maria Grazia Sughi e Michela Atzeni. Entrambe immerse in un flusso di pensieri in grado di parlare dell’umano nei suoi aspetti più delicati. La protagonista è Urania, donna anziana e sola, una grande lettrice di libri di fantascienza, appassionata delle cose celesti e sempre meno di quelle terrestri. Le pagine di fantasia la trasportano fuori dalla sua vita, come un balsamo lenitivo. La sua stanza, una casa di riposo o una clinica, è come una stazione. Il tema celeste domina la scena, fa da specchio al bagaglio di solitudine che Urania si porta dentro, mentre memorie, ricordi e voci tornano a farle visita. Il vuoto del cosmo si fa metafora, quesito che interroga la vita della protagonista. Fra le teorie che Urania legge, c’è quella che riflette sulla creazione e sulla nascita degli uomini come desiderio di compagnia. Anche il desiderio di essere trascinati via da un extraterrestre, come canta Eugenio Finardi, è desiderio di contatto con l’altro. La solitudine dell’astronauta si rispecchia nella condizione ovattata e sbiadita dell’anzianità, in cui i contorni dei ricordi si illanguidiscono e la domanda di senso rimbomba scottante e insieme distorta. “Lavorare sulla scrittura di Lucia – scrive il regista- fornisce un’esperienza intima, caotica e indocile come sono gli ingarbugli dei pensieri, il flusso irrisolto della psiche. Senza un filo narrativo, affiorano tratti densi di umanità e la riscrittura scenica verso la quale abbiamo proceduto si articola sulle modulazioni sentimentali di figure che abitano un universo di solitudine”. Sulla superficie di un pianeta sperduto si addentra una figura solitaria. È immersa in un silenzio che parla direttamente al suo intimo più profondo. Dentro uno spazio siderale fatto di vuoti e di buchi neri, come si può ritrovare la propria direzione, la propria identità? Rinchiusa in una stanza, o dispersa nel flusso dello spazio aperto, Urania ritroverà il filo che la riconduce a se stessa, ripensando alla sua esistenza, lottando nella sua interiorità per trasformare la propria vita, e ritrovare la condizione essenziale, quella dell’umanità.

 

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Maze: nel labirinto dell’umano

Questa sera, alle ore 21, il cartellone di Mutaverso Teatro ospiterà alle ore 21, presso l’Auditorium del Centro Sociale la live performance delle UnterWasser

Di OLGA CHIEFFI

La Stagione diretta da Vincenzo Albano ospiterà oggi alle ore 21, presso l’Auditorium del Centro Sociale di Salerno, il gruppo di ricerca UnterWasser che porterà in scena “Maze”, live performance di ombre ideata e creata dalle performers Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti, Giulia De Canio, con la consulenza tecnica di Matteo Rubagotti e le musiche originali di Posho. Utilizzando le fonti luminose come telecamere, saranno animati a vista e proiettati su un grande schermo corpi tridimensionali e sculture, creando l’illusione di assistere a una pellicola cinematografica grazie al movimento di luci e oggetti. A guardare il mondo sono gli occhi di una donna, e a susseguirsi in una narrazione frammentata e lirica gli istanti salienti della sua vita. “Maze” è una riflessione sull’esistenza, che si nutre dei versi e delle immagini di poetesse come Mariangela Gualtieri, Emily Dickinson, Etty Hillesum, Wislawa Szymborska, Laurie Anderson, e si accompagna a una colonna sonora originale ed evocativa. Le ispirazioni estetiche sono tratte dal disegno a linea continua di Steinberg, dalla permeabilità e leggerezza delle architetture in rete metallica di Tresoldi, dalla morbidezza del tratto di Modigliani, dalla delicatezza dei disegni cuciti di Maria Lai. Le sculture che raffigurano i volti sono state realizzate con riferimento esplicito all’opera di Calder, in particolare alla sua produzione di ritratti in fil di ferro. Il teatro di UnterWasser è un’installazione mobile da fruire nell’evolversi delle scene e nella trasformazione della materia davanti allo spettatore. L’animo delle UnterWasser è intriso di una sensibilità disinteressata, innocente e incontaminata come la fantasia di un bambino, una ricerca della libertà espressiva senza la razionale logica maturità dell’Uomo, quasi come volessero, attraverso mezzi primari, educare l’Uomo a fare uso della propria fantasia oltre qualsiasi limite ragionevole. Le ossessioni quotidiane della vita, un’epoca pronta solo ad inventare macchine di morte, devono distaccare infatti l’arte per liberare l’umanità dalle realtà con un equilibrio e purezza che non turbi. Le immagini sono tratte dal mondo dell’onirico, pozzo da cui attingere suggestioni dell’universo interiore, con riferimenti estetici ispirati all’arte figurativa. L’estetica del lavoro scenografico si caratterizza per la leggerezza e permeabilità delle architetture in rete metallica e, al contempo, la morbidezza e delicatezza del tratto e dei disegni. Le sculture che raffigurano i volti sono realizzate con fil di ferro al fine di creare effetti grafici che richiamino disegni animati, schizzi, tratteggi dinamici. Il teatro visuale senza parole di “Maze” rappresenta il un punto di forza: in scena un’indagine sull’umano e le sue sfaccettature raccontata con un linguaggio universale, attraverso quel ferro lieve, leggero, quel ferro che forse un giorno arrugginirà, e per intanto brilla, ipnotico, di poetiche e infinite illusioni, in palcoscenico.

Consiglia

Wagner fascista? Sciocchezze dal podio

L'accusa del direttore israeliano Wellber non sta in piedi. Il compositore tedesco fu sì un virulento antisemita, ma morì nel 1883. Ben prima dell'avvento delle dittature in Italia e Germania. E Hitler a 17 anni fu conquistato dal Tristan eseguito da Mahler a Vienna, non dalle idee dell'artista.

Beethoven ha la partenza lenta. Questo è il suo anno – 250 dalla nascita – ma almeno per ora la routine concertistica la fa da padrona, non certo scalfita dalle stucchevoli sortite giornalistiche di inizio gennaio, che i due maggiori quotidiani hanno di comune accordo relegato nei magazine.

Così, l’evento della scena musicale italiana – in questo scorcio dell’inverno 2020 – è la singolare fiammata wagneriana della programmazione operistica.

Due nuovi allestimenti debutteranno a distanza di due giorni uno dall’altro (il 24 e il 26 gennaio): Tristan und Isolde a Bologna, Parsifal a Palermo. Fuori dall’immensa mitologia del Ring, altezze vertiginose e indiscutibili, almeno musicalmente. Non male, per il Paese del melodramma, storica culla dell’opera, nel quale le uscite dal ristretto pantheon dei numi Rossini-Bellini-Donizetti-Verdi-Puccini (a diverso livello padri della patria) sembrano sempre un po’ casuali, quasi involontarie.

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È un caso anche questa congiunzione wagneriana, naturalmente. Anche perché, per quanto si spulcino gli annuari, non si trova traccia di possibili anniversari legati a questi due drammi musicali. E si sa che gli anniversari, nell’eclisse della conoscenza, creatività e della fantasia, sono sempre più spesso la linea guida delle attività culturali in Italia.

BOLOGNA CAPITALE ITALIANA DEL WAGNERISMO

Le circostanze di queste due proposte sono peraltro assai differenti. Premesso che il rapporto di Wagner con l’Italia fu frequente, intenso e talvolta decisivo e che Venezia, da questo punto di vista, può addirittura osare definirsi una seconda patria del compositore (che vi soggiornò a più riprese e vi morì nel 1883), Bologna può vantare senza tema di smentite il titolo di capitale italiana del wagnerismo. Fu il suo teatro lirico, infatti, a tenere a battesimo in Italia numerose opere del musicista tedesco, dal Lohengrin al Tannhäuser, dal Tristan, appunto, che vi fu rappresentato nel 1888 (23 anni dopo la prima assoluta, direttore il compositore Giuseppe Martucci) per arrivare all’inizio del 1914, quando vi fu finalmente rappresentato anche Parsifal, a distanza di 32 anni dal suo debutto assoluto.

OMER MEIR WELLBER E LA SFIDA PALERMITANA

Il Comunale di Bologna, dunque, assolve a un dovere in qualche modo “storico”, prosegue una vocazione che del resto non ha mai davvero lasciato cadere. Diverso è il discorso per Palermo: qui la scelta del “dramma sacro” di Wagner per aprire la stagione del Teatro Massimo (Fondazione lirica in deciso rilancio) ha insieme il sapore di un recupero dopo 65 anni – l’ultima rappresentazione risale al 1955 – e di una sfida. Così ha sostenuto in un’ampia intervista pubblicata su La Repubblica il 18 gennaio il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber, non ancora 40enne, che inaugura così anche la sua esperienza di direttore musicale della scena operistica palermitana.

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E tanto per illuminare meglio una delle questioni più calde intorno non solo a quest’opera, ma a tutta la produzione di Wagner, a precisa e non eludibile domanda («Non è difficile il rapporto di un israeliano con Wagner?») Wellber ha risposto testualmente: «Lo è per qualsiasi antifascista, dato che Wagner fu in favore del fascismo, come testimoniano i suoi scritti filosofici, inesistenti dal punto di vista del pensiero politico e vuoti nei contenuti. Ma io mi concentro solo sulla qualità straordinaria del Wagner compositore».

LA VERITÀ È CHE WAGNER FU UN VIRULENTO ANTI-SEMITA

La sciocchezza (anzi, la serie di sciocchezze, esclusa l’ultima frase naturalmente) avrebbe meritato quanto meno una puntualizzazione o una contestazione di merito da parte dell’intervistatrice. Ma questo è un altro discorso, che riguarda le condizioni del giornalismo in questo Paese. Restando a Wellber, il direttore d’orchestra avrebbe potuto, ma non l’ha fatto, ribadire una verità documentalmente e storicamente accertata, e cioè che Richard Wagner fu un virulento antisemita, un vero e proprio “odiatore” degli ebrei come dimostrano chiaramente non solo il suo vergognoso pamphlet Il giudaismo in musica, pubblicato nel 1850, ma numerosi altri suoi testi di poetica ed estetica musicale.

Che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico

Invece ha preferito parlare di un suo fantomatico «favore per il fascismo», anche se si parla di un artista morto nel 1883, cioè 40 anni prima dell’apparizione dei movimenti totalitari di destra in Italia e in Germania. Avrebbe potuto spiegare se e in che misura considera Parsifal un’opera nella quale Wagner trasferisce il suo antisemitismo sul piano musicale, controverso argomento di discussione e di contrasto fra gli specialisti da molto tempo. Con più equilibrio e in maniera molto più condivisibile avrebbe potuto esprimere il suo dissenso e il suo disgusto per l’incondizionato appoggio fin dalla prima ora (anno 1923) accordato dai discendenti di Wagner a Hitler, al nazismo e all’antisemitismo.

Winifred Wagner, nuora del compositore tedesco, con suo figlio Wieland (a destra) e Hitler nel giardino di Wahnfried, la casa Wagner a Bayreuth, nel 1938 (Getty Images).

LA FOLGORAZIONE DI HITLER PER IL TRISTAN DIRETTO DA MAHLER

In Israele, la musica di Wagner resta un argomento molto sensibile, anzi critico. E questo nonostante le più recenti ricognizioni sulle testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto tendano a non collegare con particolare frequenza la musica wagneriana con i campi di sterminio, segnalando come fossero molto utilizzate anche musiche “leggere” degli Strauss, arie d’operetta e molto altro. Naturalmente la sensibilità dei sopravvissuti alla Shoah dev’essere solo rispettata. Sono le vittime e i testimoni di un regime totalitario e di bestiale inumanità il cui futuro leader rimase “fulminato” all’età di 17 anni dall’ascolto del Tristan a Vienna. Era il 1906, dirigeva Gustav Mahler, un ebreo che si era cristianizzato per poter accedere alla guida del Teatro dell’Opera nella capitale dell’Impero (a proposito di antisemitismo…). 

La bibliografia è sterminata, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite

Ma che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico. La bibliografia sul rapporto fra i due personaggi è sterminata, in Europa e negli Usa, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite. E un accurato screening comparativo fra le pubblicazioni wagneriane e i discorsi di Hitler sembrerebbe dimostrare che mai quest’ultimo citò le posizioni del compositore sugli ebrei.

TRA IL DIO DI MALLARMÉ E «L’ASSOLUTA MERDA» DI AUDEN

La realtà è che 137 anni dopo la sua morte, Wagner non cessa di scatenare entusiasmo e repulsione in pari misura, oltre ogni convinzione politica, senza bisogno di pretestuosi agganci con il fascismo, il totalitarismo di destra, l’Olocausto. I poli – come ricordava ancora nel 1998 sul New Yorker il critico Alex Ross – sono «il dio Richard Wagner» di cui parlava Mallarmé e «l’assoluta merda» della definizione di W.H. Auden, successiva di qualche decennio. Wagner si ama o non si sopporta.

Il fondatore del sionismo Theodor Herzl scrisse Lo stato ebraico ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser

E fra quelli che lo amano, la stragrande maggioranza è costituita da persone che nell’opera del loro compositore preferito non vedono alcun “favore per il fascismo” – perché non può esserci – e non vedono neppure antisemitismo, al di là delle interminabili controversie. Di sicuro non lo vedeva, per fare solo un esempio (anche questo citato da Ross, grande esperto del tema, sul quale a settembre pubblicherà un nuovo libro intitolato Wagnerismo), il fondatore del sionismo Theodor Herzl, che scrisse Lo stato ebraico (pubblicato nel 1896) ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser. Del resto, la storia dell’interpretazione wagneriana dell’ultimo mezzo secolo vede brillare i nomi di direttori ebrei come James Levine o Daniel Barenboim, colui che in Israele ha osato sfidare la norma non scritta che ne vieta l’esecuzione in concerto (ma, curiosamente, non alla radio…). Solo le rappresentazioni palermitane di Parsifal diranno se Omer Meir Wellber può aspirare a far parte del gruppo. A prescindere dalla pregiudiziale antifascista.

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Concerto di Capodanno a Vienna, il 2020 inizia sulle note di Beethoven


Grande attesa per il Concerto di Capodanno 2020 di Vienna: il tradizionale appuntamento con la musica classica quest’anno sarà più seguito che mai, date le importanti novità che il direttore scelto, Andris Nelsons, ha introdotto nel programma musicale. Da Beethoven, scelto in occasione del 250° anniversario dalla nascita, alla Marcia di Radetzky, che potrebbe non essere la stessa di sempre.
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7 opere sulla strage di Piazza Fontana: libri, poesie, teatro, canzoni per non dimenticare


Il 12 dicembre ricorrono i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. Capire un pezzo così complesso del mosaico che compone la storia dell’Italia dell’ultimo secolo, non è cosa facile: ci abbiamo provato ricordando le opere letterarie e poetiche attraverso le quali è possibile rileggere quella storia in modo diverso. Da Pasolini a Dario Fo, passando per i fumetti della Bonelli e per le ricerche di Deaglio e Cucchiarelli, ecco 7 opere da leggere per capire piazza Fontana.
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La Tosca di Puccini per la prima della Scala: la storia dell’opera da guardare anche in TV


Il 7 dicembre il Teatro alla Scala di Milano aprirà al pubblico per la stagione 2019-2020, e lo farà con un’opera davvero particolare: si inizia, infatti, con la Tosca di Giacomo Puccini, portata sul palcoscenico scaligero da Riccardo Chailly e Davide Livermore. Una prima attesissima, visibile anche in diretta tv, che riporta all'attenzione del pubblico una delle opere più emblematiche del compositore lucchese: ecco l’origine e la storia nascosta dietro alla Tosca.
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La Genesi di Tosca, capolavoro di sangue e poesia

Dal dramma francese di Sardou al canovaccio di Illica e le liriche di Giacosa. La storia dell'opera di Puccini che apre la stagione della Scala. E che è una delle cinque più rappresentate al mondo.

È la prima volta che Tosca di Giacomo Puccini inaugura la stagione della Scala, il 7 dicembre. Sul podio Riccardo Chailly, regia di Davide Livermore, protagonisti il soprano Anna Netrebko (Floria Tosca), il tenore Francesco Meli (Cavaradossi) e il baritono Luca Salsi (Scarpia).

Il caso è singolare, perché si parla di una delle opere più applaudite di sempre, che infatti ha nel teatro del Piermarini una storia importante, scandita attraverso i grandi interpreti del XX secolo. E in fondo anche perché nelle intenzioni del compositore l’opera era destinata proprio alla Scala e al suo fido Arturo Toscanini che aveva allora poco più di 30 anni.

LA FORTUNA PLANETARIA DI UN’OPERA SENZA TEMPO

La prima assoluta si ebbe in realtà e non per caso al Teatro Costanzi di Roma (oggi Teatro dell’Opera), il 14 gennaio 1900: così volle l’editore Ricordi in considerazione della “romanità” del soggetto. E anche per ragioni promozionali. A Milano Tosca approdò due mesi più tardi, il 17 marzo, sull’onda di un grande successo. Nel giro di pochi anni sarebbe dilagata in Europa, quindi nelle Americhe e in Oriente. Era l’inizio di una fortuna planetaria, che non accenna a tramontare.

Negli ultimi 15 anni (dati di Operabase.com) è al quinto posto assoluto fra le opere più rappresentate, con 1.428 produzioni e 6.869 rappresentazioni. Vuol dire che dal 2004 in media è andata in scena un po’ più di una volta al giorno. E poi dicono che il melodramma è al tramonto. Dipende dal titolo, e dall’autore.

IL DRAMMA DI VICTORIEN SARDOU

L’idea di Tosca era venuta a Puccini nel 1889, dopo avere assistito a Milano alla rappresentazione dell’omonimo dramma di Victorien Sardou (scritto nel 1887) con la “mattatrice” Sarah Bernhardt nel ruolo principale. L’interesse del compositore fu immediato, la causa di questo interesse resta misteriosa, a meno di non voler fare ricorso a categorie poco estetiche e molto psicologiche (e spesso anche molto banalizzate) come l’intuito o l’istinto creativo.

Il compositore Giacomo Puccini (1858 – 1924) (Getty Images).

Lo spettacolo si teneva infatti in lingua originale francese e il musicista non capì granché del dialogo, anche se è vero che l’arte di Bernhardt era largamente affidata alle sfumature della voce e al gesto. Ma soprattutto, la pièce di Sardou era (ed è) un drammone di cornice storica, improntato dal gusto per il coup de théâtre sanguinoso, che si dipana per cinque lunghi atti fra innumerevoli divagazioni in molteplici ambientazioni sceniche, popolato da una folla di 23 personaggi. Qualcosa di sideralmente lontano dalla tagliente concentrazione drammatica che è carattere fondante dell’opera.

L’EFFICACE ADATTAMENTO DI ILLICA

Dato atto della rabdomantica capacità di Puccini di “sentire” le potenzialità melodrammatiche del testo di Sardou, bisogna aggiungere che all’iniziale clic scattato nella mente del compositore seguì una lunga fase di dubbi e d’incertezza, anch’essa del resto caratteristica dei suoi complessi percorsi creativi. Intanto, la Casa Ricordi – su richiesta del musicista – aveva acquisito i diritti del testo e Luigi Illica ne aveva realizzato rapidamente una straordinaria sintesi, una “tela” efficacissima (oggi potremmo dire un adattamento) che riduceva gli atti da cinque a tre, lasciando Tosca, Scarpia e Cavaradossi praticamente soli a delineare il plot, con solamente due altri personaggi di qualche significato nel contorno (il sagrestano e lo sbirro Spoletta). Il resto delle invenzioni di Sardou svaniva, salvo il grand-guignol (morti ammazzati o suicidi) e l’ambientazione romana che diventava però elemento ben diversamente caratteristico nella sua specificità anche topografica.

La chiesa di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo: tutto si svolge in un triangolo di poche centinaia di metri nel cuore della Capitale. In questi luoghi, uno per atto, la storia inizia all’ora dell’Angelus (mezzogiorno) per concludersi all’alba successiva, fra il 17 e il 18 giugno 1800. I papisti credono che Napoleone sia stato sconfitto a Marengo e invece è accaduto il contrario; il feroce capo della polizia va a caccia di prigionieri politici evasi e cerca intanto di soddisfare la sua “foia libertina” nei confronti di una cantatrice famosa, con il condimento sadico di torture a un pittore volterriano, che di lei è l’amante

L’AFFIDAMENTO DELL’OPERA A PUCCINI

Tornando alla genesi dell’opera, mentre Puccini si dedicava ad altro (e che altro: Manon Lescaut e Bohème), Tosca – soggetto che lo stesso Verdi apprezzava, avendolo conosciuto durante un incontro con Illica e Sardou a Parigi – fu affidata dall’editore Ricordi a un bravo compositore della sua scuderia, Alberto Franchetti. La prassi all’epoca non era infrequente. Semmai, era decisamente raro che poi un soggetto “tornasse a casa” come avvenne con Tosca, riaffidata dopo la spontanea (o forse “spintanea”) rinuncia di Franchetti a un Puccini stavolta entusiasta dell’impresa. Era l’estate del 1895, di lì a pochi mesi avrebbe debuttato La Bohème. A Illica venne affiancato Giuseppe Giacosa, per la rifinitura poetica di un libretto che è quasi tutto in versi. Il famoso letterato e drammaturgo doveva risultare uno dei più accesi critici del soggetto, ma i suoi tentativi di sfilarsi dall’impresa vennero sempre respinti, segno che la sua polemica collaborazione era ritenuta fondamentale.

Una foto di scena di Tosca a La Scala con la direzione di Lorin Mazel e la regia di Luca Ronconi (2006).

I DUBBI DI GIUSEPPE GIACOSA

Giacosa imputava alla trama di contenere troppi fatti e pochi sentimenti e di essere per questo inadatta a diventare melodramma. Contestava non senza qualche motivo il fatto che il finale del primo atto e l’inizio del secondo fossero entrambi caratterizzati da un monologo di Scarpia. Pensava che la successione di duetti mettesse a rischio l’equilibrio del melodramma. Cercava luoghi dove fare poesia e stimolare la musa lirica pucciniana, com’era avvenuto con risultati memorabili in Bohème. Non capiva la diversità di Tosca, né poteva immaginare che Puccini stesse preparando una virata radicale rispetto allo stile e al clima dell’opera ambientata a Parigi, ma alla fine si adattò. E facendolo ha consegnato alla letteratura italiana alcuni dei più seducenti versi per musica scritti fra Otto e Novecento.

Luciano Pavarotti nella Tosca (1979-1980).

Il libretto di Tosca è infatti un capolavoro per il capolavoro: nitido e tagliente, lirico e brutale, funzionale come meglio non si potrebbe alla drammaturgia musicale pucciniana. Una miniera di versi memorabili fra i quali il musicologo Mario Bortolotto amava spesso citare quello di Cavaradossi nel primo atto, nel quale proclamava esserci la più brillante avversativa della letteratura italiana: «È buona la mia Tosca, MA credente». 

LA PASSIONE DI MONTALE PER TOSCA

Oltre la boutade colta, questo è però anche un libretto insospettabilmente denso proprio sul piano della poesia. Non a caso, è stato una sorta di riferimento non solo ideale ma molto pratico e preciso per uno dei maggiori poeti italiani del XX secolo, Eugenio Montale.

Il trionfo di Maria Callas nella Tosca al Covent Garden di Londra. Accanto a lei Tito Gobbi e Renato Cioni (LaPresse).

In numerosi passai dell’opera del Nobel per la Letteratura, soprattutto nella sua prima fase, gli studiosi hanno trovato agganci e vere e proprie citazioni del testo di Giacosa. Montale fu anche critico musicale, come è ben noto, e in gioventù aveva accarezzato l’idea di una carriera da cantante lirico. «Come baritono», raccontò una volta il poeta al suo biografo Giulio Nascimbeni, «mi attraeva la figura di Scarpia nella Tosca. Vedo che in genere lo fanno tutti male. Non gli danno il tono del gran signore, lo trasformano in una specie di sceriffo austriaco…». Ancora qualche giorno, e si potrà capire se questa Tosca sarebbe stata nelle corde di Eugenio Montale.

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Eugène Ionesco: 110 anni fa nasceva il padre del teatro dell’assurdo


Il 26 novembre del 1919 nasce, in una piccola cittadina rumena, uno degli autori più importanti e significativi dello scorso secolo. Eugène Ionesco viene riconosciuto come uno dei padri del teatro dell’assurdo, assieme a Beckett: ma il drammaturgo ci tenne sempre a prendere le distanze da un aggettivo troppo riduttivo per le sue opere. Insensatezza, nel linguaggio e nella vita: questi i veri protagonisti dei suoi drammi.
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