Agricoltori, tra Inps e Agea l’ennesima beffa della burocrazia

Il debito che le aziende contraggono con l'istituto di previdenza, spesso a causa di problemi economici, può essere decurtato dai fondi Ue a cui hanno diritto. Il tutto senza preavviso. E chi poi si mette in regola rischia di pagare due volte. A quel punto recuperare la somma è un'odissea.

Centinaia di aziende agricole finite ostaggio della burocrazia.

Rimpallate tra l’Inps e l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), con il rischio di dover pagare più volte i contributi arretrati, maturati talvolta per una condizione di difficoltà economica, dovuti all’Istituto di previdenza.

Le imprese agricole, infatti, possono richiedere e ottenere dei fondi dall’Unione europea, in base ai requisiti richiesti, come sostegno al reddito nell’ambito della Politica agricola comune (Pac). Tuttavia, queste cifre possono essere sottoposte a una decurtazione, senza alcun preavviso, in caso di morosità dell’imprenditore nei confronti dell’Inps, così come previsto dalla legge italiana.

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Solo che se l’impresa ha già provveduto a saldare il debito, finisce per “pagare” due volte la stessa quota. Una volta in maniera indiretta, attraverso il prelievo forzoso sui fondi Ue, e un’altra direttamente con il pagamento all’Inps.

COME FUNZIONANO I PRELIEVI AI FONDI UE

Il meccanismo è messo in moto da una legge entrata in vigore nel 2006, secondo cui l’Inps può fare ricorso agli «organismi pagatori», in questo caso l’Agea, per compensare gli aiuti dell’Ue «con i contributi previdenziali dovuti dall’impresa agricola beneficiaria, comunicati dall’Istituto previdenziale all’Agea in via informatica». Insomma, di fronte alla morosità di alcuni imprenditori, l’Istituto di previdenza si rivale sui fondi in arrivo dall’Ue: l’Agea è di fatto autorizzata, in automatico, a decurtare la somma corrispondente a versamenti previdenziali non pagati dall’impresa agricola. Opera una trattenuta a riparazione dei debiti insoluti, basandosi sulle informazioni a disposizione.

LA BEFFA DI PAGARE IL DEBITO DUE VOLTE

Si può verificare così la beffa per l’imprenditore agricolo che nemmeno è consapevole di aver pagato doppiamente il debito. Per scoprirlo bisognerebbe compiere delle ricerche a ritroso, chiamando a supporto un esperto del settore. E non sempre accade per una questione di praticità e di tempo. L’allarme è stato lanciato dal senatore del Gruppo Misto (eletto con il Movimento 5 stelle), Saverio De Bonis, con un’interrogazione depositata a Palazzo Madama, rivolta in particolare alla ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova.

LE CONTESTAZIONI ALLA PROCEDURA

De Bonis spiega a Lettera43.it: «Già ci sarebbe da ridire sulla legge che consente il prelievo dai fondi comunitari per sanare la situazione contributiva con l’Inps. Il sostegno al reddito dell’Ue serve a sviluppare politiche agricole, non a saldare arretrati con gli istituti di previdenza». Al di là di questo aspetto, all’agricoltore non arriva alcuna comunicazione né prima né dopo l’eventuale operazione “di taglio” dei contributi comunitari. Come notifica ufficiale è considerata sufficiente la registrazione del recupero nella piattaforma del Sistema informativo agricolo nazionale (Sian). 

I DATABASE DELL’INPS NON SONO AGGIORNATI

Il problema, stando sempre all’interrogazione, è legato all’aggiornamento del database dell’Inps. Agea consulta quei dati e interviene secondo l’accordo con l’Istituto di previdenza. A questo punto diventa onere del contribuente inviare la segnalazione alla competente sede Inps per comunicare l’eventuale pagamento già avvenuto a saldo di quel debito. Il titolare dell’impresa è poi costretto a chiedere lo storno della somma, con tempi non proprio rapidi e con una procedura da affrontare complessa, che richiede l’intervento di professionisti. Si concretizza inevitabilmente la necessità di sborsare altri soldi per cercare di recuperare quella cifra pagata più volte. Insomma, una storia di ordinaria burocrazia. Sul caso De Bonis ribadisce una precisa richiesta: «Vorrei sapere, e sarebbe giusto farlo sapere a tutti i cittadini, con quale frequenza l’Inps aggiorna i suoi database, perché questa tempestività incide, eccome, sul problema che ho denunciato. Ed è giusto che l’istituto ripaghi rapidamente l’imprenditore che per due volte ha versato la somma, invece di costringerlo ad avviare una farraginosa procedura dal commercialista». La soluzione potrebbe essere a portata di mano. «Tenuto conto che la tecnologia informatica è a uno stadio più che avanzato e non si comprendono le ragioni di tali disguidi che si verificano ormai da diversi anni, creando pregiudizi agli operatori agricoli», si legge alla fine dell’interrogazione. Con l’auspicio di uno scambio di informazioni più precise e celeri.  

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Il taglio al cuneo fiscale vale 2,9 miliardi

L'aumento in busta paga può arrivare per chi guadagni fino a 28 mila euro fino a un massimo di 600 euro in sei mesi a partire da luglio.

Un taglio del cuneo fiscale nel 2020 per i redditi fino a 40 mila euro, con un alleggerimento in busta paga che può arrivare per chi guadagni fino a 28 mila euro fino a un massimo di 600 euro in sei mesi a partire da luglio. E’ quanto prevede il decreto legge che dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri la sera. La bozza è composta da cinque articoli che disciplinano «in via sperimentale» la misura per i lavoratori dipendenti. Il costo stimato, dal primo luglio al 31 dicembre 2020, è di circa 2,9 miliardi.

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Che cos’è e come funziona la tassa sull’ombra

Il ministero del Tesoro smentisce la lettura della manovra secondo la quale il tributo tra i più odiati in Italia potrebbe riguardare anche i balconi e le verande a partire dal 2021.

Nell’Italia dei balzelli la tassa sull’ombra si è conquistata nel corso degli anni diverse posizioni nelle classifiche dei tributi più strani e odiati. E ora rischia di colpire un po’ tutti estendendosi anche all’ombra dei balconi. L’allarme arriva dallo studio Tremonti che ricorda come, in mancanza di modifiche alla manovra, si rischia che il nuovo prelievo scatti a partire dal 2021. Ma il ministero del Tesoro smentisce tale ipotesi.

PRIMA I BALCONI E LE VERANDE ERANO ESCLUSI ESPRESSAMENTE

«La legge di bilancio 2020, contiene tra le altre cose la revisione dei canoni locali relativi alla occupazione di suolo pubblico ed alla pubblicità. Dal 2021, tutto questo sarà sostituito da una nuova tassa, denominato Canone patrimoniale di concessione, autorizzazione o esposizione pubblicitaria che gli enti locali dovranno disciplinare tramite appositi regolamenti». Spiega all’Ansa l’avvocato Giuseppe Pizzonia. «Le regole di riferimento del nuovo tributo non si differenziano sostanzialmente da quelle ancora in vigore per tutto il 2020. Emerge però una differenza non di poco conto. La nuova tassa, come quella vecchia del resto, si applica anche alle cosiddette occupazioni del soprasuolo, cioè sull’ombra che i manufatti privati proiettano sul suolo pubblico. Se non che, ed è qui la novità, nelle nuove disposizioni non è stata riprodotta l’esclusione dal pagamento per l’ombra proiettata da balconi, verande e simili, fino ad oggi espressamente prevista dalla legge».

IL MINISTERO DEL TESORO SMENTISCE

Uno scenario che il ministero del Tesoro però esclude: «Il tema di una pseudo ‘tassa sull’ombra’ non esiste. Il nuovo canone previsto dalla Legge di Bilancio sostituisce i tributi locali Tosap e Cosap, derivando dagli stessi i presupposti impositivi. Per questa ragione, può colpire solo le fattispecie già gravate da Tosap e Cosap, tra le quali non è compresa l’occupazione tramite balconi e verande».

SALVINI: «UN APPLAUSO ALLA CREATIVITÀ»

Una polemica sulla quale si era subito espresso Matteo Salvini da Maranello invitando la platea «a fare un applauso alla creatività» e aggiungendo che «Renzi e Zingaretti se non ci fossero bisognerebbe inventarli».

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Lo spettro della crisi dietro la fumata nera nel governo sulla manovra

Niente accordo nel vertice di maggioranza. Italia viva punta i piedi: vuole la cancellazione delle tasse su zucchero, plastica e auto aziendali. Conte apre. Ma Renzi gela tutti: «L'esecutivo ha il 50% di possibilità di restare in piedi».

Fumata nera sulla manovra. Col solito spettro della crisi che aleggia. Nella maggioranza restano fibrillazioni, soprattutto quando si parla di tasse. Come se non bastasse la difficile partita sulla riforma della prescrizione e il monito dell’agenzia di rating Fitch sull’incertezza politica giallorossa che agita i mercati, anche sulla legge di bilancio non si trova la quadra.

MAGGIORANZA IN BILICO AL SENATO

Un altro vertice si è trasformato in un nulla di fatto. Nel giorno in cui la Camera ha votato la fiducia al decreto fiscale con 310 sì, i renziani di Italia viva sono tornati ad alzare la posta. Chiedendo di cancellare del tutto la plastic tax, la sugar tax e la tassa sulle auto aziendali. Il centrodestra ha minacciato di votare la proposta di Iv: in quel caso la maggioranza sarebbe battuta. Allarme rosso.

RENZI DÀ «IL 50% DI POSSIBILITÀ» AL GOVERNO

Confermato ancora di più dalle parole serali di Matteo Renzi: «Se si continua così, ci sta che si torna a votare. Litigano su tutto! Noi non stiamo litigando. All’incontro di domenica quando hanno litigato noi non c’eravamo», ha detto a Piazza Pulita prevedendo «il 50% di possibilità che il governo rimanga in piedi».

CONTE PROMETTE SFORZI PER ABBASSARE LE TASSE

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva convocato tutti nel pomeriggio a Palazzo Chigi, al ritorno del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dall’Ecofin. Dopo due ore di vertice molto tese il premier ha chiesto ai tecnici del ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato di fare «un ulteriore sforzo» per trovare le risorse per ridurre le imposte rimaste in quella che «già adesso è una legge di bilancio che non aumenta la tassazione».

LA LEGA PRONTA A VOTARE CON ITALIA VIVA

Intanto la Lega, sorniona, ha provato ad approfittarne, valutando di mettere la firma sotto le proposte di Iv. Già alla Camera i renziani hanno votato contro il carcere agli evasori del decreto fiscale: la differenza è che in Senato i numeri sono risicati e se Iv si dovesse smarcare mancherebbe la maggioranza.

Le tasse contro la plastica e lo zucchero sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone


Matteo Renzi

A ridosso del vertice a Palazzo Chigi Renzi aveva già fatto capire di non voler deporre le armi, con frecciatina implicita al Movimento 5 stelle: «Le tasse contro la plastica e lo zucchero “funzionano” mediaticamente per i populisti, ma sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone».

SI LAVORA A UNA MEDIAZIONE

All’incontro con Conte e Gualtieri la delegazione di Iv ha puntato i piedi: le urla si sono sentite anche fuori dalla stanza. Alla fine niente intesa: ci si rivede venerdì 6 dicembre e intanto si lavora a una mediazione. La tassa sulla plastica, prevista da aprile, potrebbe slittare almeno alla metà del 2020, anche se Iv cerca un rinvio al 2021.

LUPI PRONTO A RICORRERE ALLA CONSULTA

Conte dal canto suo ha respinto la narrazione di una manovra di tasse: «Siamo tutti d’accordo che va fatto un ulteriore sforzo per abbassare le imposte». Ma i giorni passano. Maurizio Lupi ha fatto già sapere che è pronto a ricorrere alla Consulta (come fece nel 2018 il Pd) se alla Camera non dovesse esserci il tempo adeguato per esaminare la legge di bilancio.

DALL’IMU ALLA CHIESA AI VIGILI: GLI EMENDAMENTI

E al Senato ancora si ragiona di emendamenti. Roberto Speranza lavora per aumentare di almeno mille le borse di studio per le specializzazioni in medicina. Dario Franceschini ha ipotizzato di estendere anche agli alberghi il “bonus facciate” al 90%. Il M5s ha proposto un emendamento per equiparare gli stipendi dei vigili del fuoco a quelli delle altre forze dell’ordine e rilanciato la proposta di un bonus fino a 250 euro per gli airbag delle moto. Elio Lannutti ha denunciato però il «veto del Pd sull’emendamento per far pagare 5 miliardi di Imu alla Chiesa». Tra grida, scontri e piedi puntati, l’alleanza giallorossa non trova mai un equilibrio.

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Cosa dicono i dati dell’Ocse sulla pressione fiscale in Italia nel 2018

Secondo il Revenue Statistics dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il nostro Paese è al 7 posto per il peso del fisco fissato al 42,1% del Pil. In testa alla classifica la Francia col 46%.

L’Italia è settima tra i 37 Paesi Osce per il peso del fisco. Nel 2018 la pressione fiscale si è attestata al 42,1% del Pil contro una media dell’aerea del 34,3%. Ad aprire la classifica è la Francia, che supera il 46%, mentre all’opposto si trova il Messico, ad appena il 16%. I dati sono contenuti nelle ultime Revenue Statistics dell’Ocse. Quattro Paesi, ha spiegato l’Ocse, hanno percentuali superiori al 43% ed altri quattro sono sopra il 40%. Cinque sono invece sotto il 25% del Pil.

IL RECORD DEI PAESI SCANDINAVI

In dettaglio, in seconda posizione dopo la Francia, con un peso del fisco pari al 44,9%, si piazza la Danimarca, paese dove storicamente la tassazione è al top delle graduatorie internazionali. Seguono il Belgio (44,8%), la Svezia (43,9%), la Finlandia (42,7%), e l’Austria (42,2%) che per un solo decimale sorpassa l’Italia rispetto al 2017. Il Lussemburgo è al 40%, la Norvegia al 39%, la Grecia e l’Olanda sono al 38,7%, davanti alla Germania con il 38,2%. Tra gli altri maggiori Paesi, la Spagna è al 34%, il Regno Unito al 33,5%, la Svizzera al 27,9% e gli Stati Uniti, dove la riforma voluta da Donald Trump, ha portato la pressione fiscale al 24,3% dal precedente 26,8%. All’opposto della classifica, si è piazzato appunto il Messico preceduto da Cile (21%) e Irlanda (22,3%).

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Cosa resta della plastic tax dopo gli emendamenti alla manovra

Il Pd annuncia: «Tassa completamente rivista, con una riduzione di gettito del 70%». Quella riciclata sarà esclusa dall'imposta, assieme a tutti i dispositivi medici.

La plastic tax che verrà sarà molto più leggera rispetto ai progetti iniziali del governo giallorosso, con un gettito ridotto del 70%.

Dario Stefano, vice capogruppo al Senato del Pd e relatore della manovra, ha infatti annunciato che gli emendamenti alla legge di bilancio hanno determinato «modifiche radicali» al provvedimento, consentendo al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri «un ulteriore affinamento».

La tassa «viene completamente rivista, con una riduzione di gettito del 70%. La plastica riciclata viene esclusa dall’imposta, come è sempre stato per quella biodegradabile e compostabile. Esclusi, oltre alle siringhe, anche tutti i dispositivi medici e gli imballaggi di medicinali».

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La plastic tax così come è non serve a nulla

Danneggia le nostre imprese e non è la strada giusta per limitare i consumi di plastica vergine. Serve un'iniziativa a livello europeo.

È molto difficile che la tassa sulla plastica possa raggiungere l’obiettivo di ridurne gli usi. Infatti una tassa nazionale sulla produzione ha effetti distorsivi sulle imprese italiane, ma non è efficace sui competitor europei che al contrario saranno favoriti dall’applicazione dell’imposta in Italia.

In altre parole la tassa avrà effetti sull’aumento dell’importazione di prodotti plastici piuttosto che sulla riduzione dei consumi. L’unica strada nazionale percorribile è quella di promuovere il riciclo, il recupero e il riuso della plastica. A tal proposito vengono spesso e giustamente ricordati i primati italiani nella raccolta differenziata ed il riciclaggio. Ma il riuso delle plastiche come materia prima seconda è molto scarso, e limitato solo ad alcune tipologie impiegate per la produzione di bottiglie e di contenitori alimentari.

La gran parte delle plastiche accumulate con la raccolta differenziata in Italia, le poliolefine miste (tra il 60 e 70% di tutti i rifiuti della plastica), non viene recuperata, se non in minima parte negli impianti di termovalorizzazione. E, come stiamo sperimentando da quando la Cina ha vietato l’importazione di rifiuti di plastica dall’Europa, i depositi “temporanei” sono stracolmi di questi rifiuti e spesso vanno a fuoco per strane “autocombustioni”.

DUE MOSSE PER MIGLIORARE L’UTOLIZZO DELLE PLASTICHE RICICLATE

Il riuso di queste plastiche è limitato da tre ordini di fattori:

• la loro classificazione come rifiuto, che ne limita fortemente la lavorazione e il riuso;
• la scarsa applicazione delle norme e degli obblighi per gli “acquisti verdi”, nonostante la legge del 2015, che tra l’altro impongono alle amministrazioni pubbliche di privilegiare la fornitura di manufatti prodotti con materie prime seconde;
• il basso prezzo della materia prima per la produzione della plastica “vergine”, ovvero la virgin nafta agganciata al prezzo del petrolio.

I prodotti di plastica colpiti ed esenti dal nuovo balzello in un’infografica ralizzata da Ansa-Centimetri.

Di conseguenza, due sono le azioni necessarie a livello nazionale ed europeo per ridurre la quantità di plastica vergine:

1) applicare l’articolo 3 della direttiva europea 2008/98 che prevede la cessazione della qualifica di rifiuto per i materiali selezionati con la raccolta differenziata e “lavorati”, che hanno un mercato come materie prime seconde a condizione che il loro impiego non comporti «impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana». Le poliolefine miste possono essere recuperate e riusate con evidenti vantaggi per l’ambiente. Ma in Italia il cosiddetto end of waste viene rimpallato da anni tra le amministrazioni, con vantaggi solo per chi specula legittimante o illegalmente sui rifiuti;

2) applicare rigorosamente la Legge 28 dicembre 2015 n.221, e le successive disposizioni dei decreti legislativi 50/2016 e 56/2017, in materia di “acquisti verdi” e “criteri ambientali minimi” per gli appalti pubblici, al fine di creare un mercato effettivo per i manufatti prodotti con plastica riciclata.

SERVE UNA CARBON TAX A LIVELLO EUROPEO

Per quanto riguarda la riduzione del costo della plastica riciclata rispetto alla plastica vergine, è evidente che è necessaria l’applicazione di una carbon tax, ma è altrettanto evidente che questa tassa deve avere un effetto “neutro” per i produttori nazionali, ovvero deve essere applicata uniformemente in tutto il mercato europeo. Per questo è auspicabile un’iniziativa italiana in sede europea. Se invece l’obiettivo della plastic tax è quello di fare cassa e danneggiare le imprese italiane del settore, siamo sulla strada giusta.

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Manovra, la cedolare secca resta al 10%

Oggi un nuovo vertice per chiudere l'accordo nella maggioranza. Sugar tax sulle bevande analcoliche con aggiunta di zuccheri (10 euro per ettolitro) e plastic tax sugli imballaggi (1 euro al kg). La tassa sulla fortuna sale al 15% per vincite sopra i 500 euro.

Arriva un’intesa politica di massima sulla manovra economica 2020 e spunta la prima bozza completa della legge di bilancio. Servirà un nuovo vertice per chiudere l’accordo nella maggioranza, ma i 93 articoli del testo definiscono per la prima volta i dettagli della Finanziaria.

La novità principale emersa nella tarda serata del 29 ottobre è lo stop all’aumento della cedolare secca sugli affitti, ma nella bozza compare la versione vecchia con aliquota al 12,5%: dovrà essere corretta per mantenerla al 10%. Per il resto, vengono confermati i capisaldi già noti della manovra giallorossa.

Arrivano tre miliardi per incentivare chi paga con carte e bancomat: per i dettagli del cashback bisognerà aspettare, perché sarà un decreto del ministero dell’Economia da emanare entro aprile 2020, sentito il Garante della Privacy, a stabilire come e quando distribuire i rimborsi in denaro. Viene poi istituito un fondo da tre miliardi nel 2020 e 5 miliardi nel 2021 per tagliare le tasse ai lavoratori: anche in questo caso, sarà una legge collegata alla manovra a definire le modalità.

Da settembre viene abolito il superticket (185 milioni il costo). Mentre arrivano la sugar tax sulle bevande analcoliche con aggiunta di zuccheri (10 euro per ettolitro) e la tassa sulla plastica (1 euro al chilogrammo). La tassa sulla fortuna sale dal 12% al 15% per vincite sopra i 500 euro.

C’è poi il pacchetto famiglia. Raddoppia il bonus asili nido, da 1500 a 3000 euro, per le famiglie con Isee fino a 25mila euro: per chi guadagni fino a 40mila euro il voucher arriva a 2500 euro, per gli altri resta a 1500 euro. Il bonus bebè varrà anche per i nati del 2020 ma diventerà universale. Sarà composto da tre scaglioni, aumentati del 20% per il secondo figlio: 160 euro al mese per il primo anno di vita (o di adozione) fino a 7 mila euro di Isee, 120 euro al mese fino a 40 mila euro di Isee e 80 euro al mese per chi supera questa soglia. Il congedo per i papà sale da cinque a sette giorni.

Viene confermato lo stop al canone Rai per gli anziani a basso reddito.

Sulla casa vengono rinnovati i bonus per ristrutturazioni, per l’acquisto di mobili e arriva la detrazione al 90%, senza limiti di spesa, per rifare le facciate dei palazzi ( non c’è per ora il bonus verde). Viene finanziato il fondo di garanzia per la prima casa e nasce un nuovo fondo da 853 milioni fino al 2033 per la “Rinascita urbana”.

Spunta anche un pacchetto per l’editoria che fa slittare di un anno i tagli alla stampa previsti dall’ultima manovra e stanzia 8 milioni l’anno per tre anni a Radio radicale.

Nasce anche un nuovo bonus per le scuole che si abbonano a quotidiani e periodici, anche online: il contributo sarà fino all’80% della spesa.

L’ossatura resta quella approvata in Consiglio dei ministri il 15 ottobre: la legge di bilancio vale 30 miliardi e la parte del gigante la fanno i 23 miliardi che servono a bloccare l’aumento dell’Iva. Ci sono tre miliardi di tasse sul lavoro e il superbonus da tre miliardi, dal 2021, a chi paga con carta di credito. Ma spuntano anche novità, a partire dalla scelta di congelare, a garanzia della tenuta dei conti, un miliardo di spese dei ministeri.

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