Accordo Mittal-governo, ma il destino dell’Ilva è sospeso nell’incertezza

Approvate le modifiche al contratto per la multinazionale in cambio di una rinuncia alla causa. I sindacati bocciano l'intesa: «Qual è la strategia su occupazione e investimenti?». Rischio stallo fino alla fine del 2020.

L’accordo è tratto. Per non finire in tribunale lo Stato italiano dopo aver tolto lo scudo penale ai dirigenti di Arcelor Mittal ha accordato la modifica al contratto per l’ex Ilva lasciando la possibilità alla multinazionale di andarsene. Ma la nuova intesa secondo i sindacati è un trionfo dell’incertezza.

MODIFICHE AL CONTRATTO IN CAMBIO DELLA RINUNCIA ALLA CAUSA

Nello studio notarile di Pier Gaetano Marchetti a Milano è stato firmato l’accordo tra ArcelorMittal e i commissari dell’ex Ilva, che prevede la modifica del contratto di affitto e acquisizione per rinnovare il polo siderurgico con base a Taranto e la cancellazione della causa civile avviata a Milano. Anzi, gli accordi. Uno infatti prevede la modifica al contratto, l’altro che riguarda le rinunce agli atti della causa civile in corso a Milano. A questo punto, la causa, per cui un’udienza era prevista questo venerdì 6 marzo, sarà dunque cancellata. A firmare le intese sono stati per ArcelorMittal l’ad Lucia Morselli, assieme ai commissari dell’ex Ilva e ai legali delle parti.

I SINDACATI DENUNCIANO LA TOTALE INDETERMINAZIONE

L’atto di citazione con cui la multinazionale voleva dare l’addio all’Ilva risale allo scorso 4 novembre. Ora con gli accordi la controversia giudiziaria si chiude e dovrebbe in teoria iniziare il rilancio del polo siderurgico con un nuovo piano industriale. Nella pratica i sindacati hanno subito bocciato l’intesa. L’accordo firmato sull’ex Ilva, sostengono Cgil, Cisl, Uil, Fiom, Fim e Uilm, «nello specifico ci sembra di totale indeterminazione: il periodo di tempo senza una governance chiara, il ruolo delle banche e dell’investitore pubblico, il mix produttivo tra ciclo integrale e forni elettrici, il ruolo conseguente delle due società, la possibilità con questo piano di occupare i 10.700 lavoratori più i 1.800 in amministrazione straordinaria e i lavoratori delle aziende di appalto, che l’accordo del 6 settembre 2018 assicurava».

Un’immagine d’archivio dell’Ilva di Taranto. ANSA/DONATO FASANO

QUALE È LA STRATEGIA DEL GOVERNO?

Il negoziato avvenuto da novembre 2019 non ha visto alcun coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, hanno sottolineato i sindacati in maniera unitaria. E l’accordo è peggiorativo su tutti i fronti, per i lavoratori, gli investimenti le prospettive di rilancio. «Alla luce dei contenuti appresi – proseguono infatti i sindacati, «riteniamo assolutamente non chiara la strategia del governo in merito al risanamento ambientale, alle prospettive industriali e occupazionali del gruppo. A questa incertezza si somma una totale incognita sulla volontà dei soggetti investitori, a partire da Arcelor Mittal, riguardo il loro impegno finanziario nella nuova compagine societaria che costituirà la nuova AMinvestco».

FASE DI STALLO FINO ALLA FINE DEL 2020

Secondo le organizzazioni dei lavoratori questo pre-accordo prevede «una fase di stallo da qui alla fine del 2020 per quanto riguarda le prospettive e l’esecuzione del piano industriale. Tutto questo arriva dopo due anni di ulteriore incertezza, particolarmente rischiosa per una realtà industriale che necessita invece di una gestione attenta e determinata». L’assetto complessivo del piano rischia, inoltre, di essere «insostenibile» a causa della «scarsa verticalizzazione produttiva (tubi, laminati, lamiere, treni nastri)» e di investimenti molto inferiori. Anche le note positive, come la ripartenza dell’Afo5 vengono messe in discussione per tempistiche «troppo dilatate nel tempo». I lavoratori sono arrivati a scrivere nero su bianco come la vecchia intesa fosse invece «la migliore garanzia di tutta l’occupazione, del risanamento ambientale e del rilancio produttivo». Gli ex commissari si sono limitati a un commento laconico: Abbiamo fatto», ha dichiarato Alessandro Danovi, «tutto quello che dovevamo, non è il momento di fare commenti. Molto lavoro è stato fatto e ce ne è molto da fare dopo».

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Ilva, per Morselli e i sindacati l’accordo preliminare è vicino

I sindacati dopo l'incontro con l'ad Morselli: «L'accordo preliminare è possibile e potrebbe arrivare entro domani».

Sembra vicina a una svolta la trattativa sul futuro dell’Ilva di Taranto. I sindacati, dopo aver incontrato l’amministratore delegato Lucia Morselli, hanno detto infatti che secondo la manager «un pre-accordo è possibile e non è escluso che possa arrivare tra oggi e domani. In seguito la trattativa proseguirà per i necessari approfondimenti». Il 7 febbraio è prevista al Tribunale di Milano la nuova udienza sul contenzioso che vede contrapposti i commissari straorinari dell’acciaieria e il colosso indo-francese ArcelorMittal.

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Perché il Cantiere Taranto stenta a partire

Il decreto per rilanciare la città è bloccato al Mef per mancanza di risorse. In gioco non ci sono solo le tutele per i lavoratori ex Ilva, ma anche bonifiche e sgravi fiscali. Qualcosa sembra muoversi, ma sono tante le promesse rimaste sulla carta. Mentre i dati su disoccupazione, Pil e formazione preoccupano. Una fotografia.

Il cantiere Taranto è fermo. Con il testo del decreto, annunciato a dicembre, ancora bloccato al ministero dell’Economia

Il motivo è lo stesso che aveva portato al primo congelamento: la mancanza di risorse.

Così, in attesa di una soluzione, il dossier è slittato di qualche settimana. Da Palazzo Chigi garantiscono a Lettera43.it che «il decreto è in dirittura d’arrivo, si sta lavorando sugli altri aspetti che compongono il cantiere Taranto», oltre a quelli già individuati con una copertura certa.

IN ATTESA DEL TAVOLO SUL CONTRATTO ISTITUZIONALE DI SVILUPPO

Il sindaco della città, Rinaldo Melucci, nelle ultime ore ha fatto sentire la sua voce. «Taranto vuole conoscere al più presto il proprio destino», ha dichiarato dopo il rinvio del tavolo con il ministero dello Sviluppo economico sul Contratto istituzionale di sviluppo (Cis), previsto il 17 gennaio. Il Cis, siglato nel 2015, è in questo senso una sorta di apripista del cantiere Taranto. Palazzo Chigi ha specificato che «la gestione del tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo è stata riportata sotto la presidenza del Consiglio. Domani (venerdì 17 gennaio, ndr) si terrà una riunione tecnica e a stretto giro sarà riconvocato il tavolo». 

Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto (Ansa).

La spia della tensione è comunque virata sul rosso e i tarantini attendono che le promesse vengano mantenute. Anche perché resta la questione ex Ilva che fa da ombra a tutto il resto. Pure sullo stabilimento, il governo professa ottimismo: «Il Green deal dell’Ue e il Just Transition Mechanism rappresentano una opportunità per incentivare la riconversione dello stabilimento siderurgico di Taranto nel passaggio verso la decarbonizzazione».

QUEI FONDI DA STANZIARE

Una prima iniezione potrebbe arrivare dal Fondo per lo sviluppo e la coesione che ha una dotazione di 5 miliardi di euro, a partire dal 2021. I soldi possono essere stanziati fin da subito, garantendo una copertura ai progetti, anche in vista dei Giochi del Mediterraneo del 2026 assegnati proprio a Taranto. Ma per farlo è necessaria la volontà politica. La decisione sulla spesa spetta principalmente al ministro del Sud, Giuseppe Provenzano.

GLI INVESTIMENTI: DAL PORTO AL TECNOPOLO

«Dobbiamo mettere a punto il Cantiere Taranto, bisogna fare presto», dice a Lettera43.it la senatrice salentina del Movimento 5 stelle ed ex ministra per il Sud, Barbara Lezzi. «È importante proseguire con gli investimenti previsti. Penso alla questione porto, al restauro del centro storico, e alla necessità di procedere con il Tecnopolo. Sarebbe utile un incontro con imprese, artigiani e cittadini per dare una vocazione alla città. Così non si parlerebbe solo di ciminiere. Anche per i Giochi del Mediterraneo occorre progettare fin da ora la preparazione di un evento così importante», spiega Lezzi.

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L’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi, del M5s (Ansa).

E proprio sul Tecnopolo la presidenza del Consiglio annuncia passi in avanti: «Sta per divenire realtà. Venerdì in Consiglio dei ministri si approverà lo statuto della fondazione Istituto ricerche Tecnopolo Mediterraneo per lo sviluppo sostenibile».

LA PRIMA BOZZA DEL DECRETO

La bozza del decreto è circolata per la prima volta il 17 dicembre. Nei 21 articoli ci sono varie misure: dalla tutela dei lavoratori ex Ilva fino al sostegno ai settori ricerca e innovazione, passando per l’impegno su salute e ambiente. Tra le norme figura infatti il potenziamento dei presidi sanitari e il programma di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione dell’intera area di Taranto. Passando alla fiscalità, il governo vuole finanziare gli interventi per la demolizione delle strutture abusive nella città vecchia ed estendere la zona franca urbana che prevede esoneri contributivi per le piccole imprese che operano nell’area. 

Operai ex Ilva (Ansa).

PREOCCUPANO DISOCCUPAZIONE E BASSO REDDITO

Gli indicatori economici e sociali confermano un quadro complesso e quindi la necessità di un piano per il rilancio. I dati Istat del 2018 riportano di un tasso di disoccupazione pari al 16,7%, il secondo più alto della Puglia (dopo la provincia di Lecce che però vede una diminuzione costante del tasso): un balzo in avanti preoccupante rispetto al 9,6% del 2009. L’unica consolazione è che in confronto al 18,8% del 2015 il trend si è un po’ invertito. Ma non basta. E lo conferma un altro elemento: le altre province pugliesi hanno abbassato, di molto, il tasso di disoccupazione, superando e staccando Taranto. 

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Non va meglio per quanto riguarda i bilanci delle famiglie. Sul reddito lordo pro capite la città di Taranto è in sofferenza: stando ai dati elaborati dal centro studi Twig, nel 2017 era in media di 18.685 euro. Il progetto “Benessere equo e sostenibile (Bes) delle province”, pubblicato nel 2019, ha individuato ulteriori problemi: «Considerando gli indicatori di disagio economico, i provvedimenti di sfratto interessano nella provincia di Taranto 2,6 famiglie ogni mille nuclei, risultando più frequenti rispetto alla media di Puglia (2,4 per mille) e d’Italia (2,0 per mille). I prestiti bancari alle famiglie mostrano localmente un più marcato rischio di entrare in sofferenza (1,9%) nel confronto con il dato regionale e nazionale», si legge nella ricerca. 

IL GAP NELLA FORMAZIONE

E anche sul tema della formazione emergono dei limiti, per quanto condivisi con le città limitrofe: «I ragazzi della provincia che hanno terminato corsi universitari costituiscono il 18% del totale, una quota simile rispetto alla media di Puglia ma più bassa di quella d’Italia, che si attesta intorno al 24,4%». Occorre quindi una visione complessiva del problema, che sappia guardare il futuro. «Se 10 anni fa avessimo dragato il porto di Taranto, oggi l’hub cinese del Pireo starebbe in Italia. Stiamo sprecando una rendita di posizione», ha sentenziato nel corso di un incontro il presidente Svimez, Adriano Giannola

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I pm di Taranto favorevoli alla proroga per l’altoforno 2 dell’Ilva

L'impianto è stato sequestrato e dissequestrato più volte dopo la morte dell'operaio Alessandro Morricella. La sentenza del giudice entro il 13 dicembre.

I pm di Taranto sono favorevoli alla richiesta di proroga presentata dai commissari straordinari dell’Ilva sull’uso dell’altoforno 2, sequestrato e dissequestrato più volte nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella.

I commissari chiedono un anno di tempo per mettere a norma l’impianto, ottemperando alle prescrizioni che prevedono di automatizzare il campo di colata. La decisione spetta al giudice Francesco Maccagnano, dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte di Morricella, che si esprimerà tra l’11 e il 12 dicembre.

LEGGI ANCHE: ArcelorMittal chiede 4.700 teste per non mollare l’Ilva

Venerdì 13, se non dovesse essere autorizzata la proroga, scatterebbe lo spegnimento dell’altoforno 2, perché scadono i tre mesi concessi dal Tribunale del Riesame. La procura ha dato parere favorevole dopo aver letto la relazione depositata dal custode giudiziario del polo siderurgico, Barbara Valenzano.

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Francesco Caio consulente del governo con ArcelorMittal

L'ex numero uno di Poste scelto dai giallorossi per negoziare con i franco-indiani sul futuro dell'ex Ilva di Taranto. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli: «Manager di valore che può trattare nell'interesse dello Stato». Da Saipem a Lehman Brothers, passando per il suo super stipendio contestato: la carriera.

Un dirigente di esperienza per negoziare con ArcelorMittal sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. La scelta del governo è ricaduta su Francesco Caio, presidente del Consiglio di amministrazione di Saipem ed ex amministratore delegato di Poste italiane. A lui l’incarico di consultente dei giallorossi per trattare con franco-indiani.

«MANAGER ITALIANO DI COMPROVATO VALORE»

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha confermato a Radio 24: «È un manager italiano di comprovato valore. Ritengo abbia la capacità di trattare nel pieno interesse dello Stato» e questo «potrebbe essere utile al Paese» . In vista dell’incontro di mercoledì 4 dicembre al Mise Patuanelli ha poi spiegato che «ai sindacati illustreremo, insieme all’azienda, l’attuale situazione: stiamo cercando di capire se c’è una soluzione di continuità produttiva, che però non può restare ancorata alle modalità produttive di prima».

SCELTO ANCHE DA LETTA COME MISTER DIGITALE

Non è la prima volta che Caio lavora per il governo italiano. Nel 2013 fu scelto da Enrico Letta come responsabile dell’agenda digitale. Un’altra collaborazione è datata 2009. Caio ha lavorato per Omnitel, Olivetti, Indesit prima di trasferirsi all’estero con gli incarichi di Ceo di Cable & Wireless e di vice chairman di Nomura e Lehman Brothers. Nel 2014 il suo nome spuntò anche nella partita per Finmeccanica. Ma rimase un’ipotesi.

LA GUIDA DI POSTE E QUELLA CONTESTAZIONE SULLO STIPENDIO

In quell’anno andò a guidare invece Poste, e nel 2015 fu vittima di una dura contestazione dei suoi dipendenti, tra urla, proteste e insulti. Nel mirino c’era la politica industriale del manager. Quando alla domanda «quanto prende lei?» Caio rispose «guadagno 1 milione e 200 mila euro», si scatenò ulteriormente il parapiglia per quel salario da 100 mila euro al mese contro lo stipendio medio da 1.200 euro di un dipendente di Poste. Con i tarantini, dovesse capitare un confronto, forse è meglio parlare di altro.

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Le aziende dell’indotto minacciano ritiro operai dall’ArcelorMittal

Le ditte appaltatrici pronte a incrociare le braccia. Gli autotrasportatori invece hanno intenzione di bloccare le portinerie di ingresso e uscita delle merci. E Di Maio invita i vertici dell'ex Ilva al tavolo della trattativa.

Anche le aziende dell’indotto-appalto contro ArcelorMittal. Nel caso in cui il colosso siderurgico non dovesse pagare le fatture arretrate si potrebbe procedere a un ritiro degli operai dai cantieri. A Taranto è sempre più spinoso il caso dell’ex Ilva. Tanto che, oltre alle aziende dell’indotto, anche gli autotrasportatori tarantini a minacciare l’azienda di bloccare le portinerie d’ingresso ed uscita merci dello stabilimento siderurgico nel caso in cui ArcelorMittal non dovesse saldare a stretto giro di posta le fatture di trasporti effettuati da agosto a oggi. A lanciare il guanto di sfida sono stati i sindacati che hanno anche spiegato come le imprese abbiano maturato un credito complessivo intorno ai 60 milioni.

DI MAIO INVITA MITTAL A RISEDERSI AL TAVOLO DELLE TRATTATIVE

Intanto Luigi Di Maio ha invitato ArcelorMittal a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative. «Tutte le scelte che verranno fatte su Ilva derivano dal fatto che Mittal si risieda al tavolo. Qui stiamo parlando di una multinazionale che se ne va. Noi speriamo ci possa essere un incontro a Palazzo Chigi», ha spiegato il capo politico del M5s intervenuto a un incontro con gli attivisti di Acerra a Napoli. «La strada su cui stiamo puntando come governo è far desistere Mittal dall’andare via da Taranto per via giudiziarie. Abbiamo presentato un ricorso ed è su quello che in questo momento aspettiamo una risposta dai giudici», ha aggiunto. Sostenendo che l’esecutivo non possa «permettere a una multinazionale indiana di venire in Italia, firmare un contratto e un anno dopo dire che se ne va perché non gli sta più bene. Perché se lo permettiamo a questa multinazionale lo permettiamo a chiunque».

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Ilva, depositata la denuncia contro ArcerlorMittal: la procura apre un fascicolo

L'esposto è stato presentato daI commissari straordinari. Si ipotizzano danni all'economia nazionale.

La Procura di Taranto sabato 16 novembre ha aperto un fascicolo d’indagine contro ignoti (modello 44) dopo l’esposto denuncia presentato dai commissari straordinari dell’Ilva per «fatti e comportamenti inerenti al rapporto contrattuale con ArcelorMittal, lesivi dell’economia nazionale». Finora il procuratore Carlo Maria Capristo non ipotizza reati, ma è quasi certo che saranno quelli citati nell’esposto. La procura ritiene di essere competente «perché», si apprende, «eventuali reati sono stati commessi a Taranto». Nei prossimi giorni saranno programmate le audizioni di alcuni testimoni che saranno ascoltati o dai pm o dalla polizia giudiziaria.

IPOTIZZATA LA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 449 DEL CODICE PENALE

L’esposto denuncia ipotizzava nei confronti di Arcelor Mittal la violazione dell’articolo 499 del Codice penale che punisce con la reclusione da 3 a 12 anni o con una multa non inferiore circa 2.000 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale» e quindi all’economia del nostro Paese, «o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo». Per sostenere tale ipotesi di reato nella denuncia si fa riferimento al fatto che il processo messo in atto da parte del gruppo anglo-indiano di abbassamento della produzione degli impianti e di riduzione del loro calore li può danneggiare e si sottolinea che lo stabilimento di Taranto è strategico dal punto di vista nazionale “ex lege”.

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Cosa succede dopo il tavolo andato male con ArcelorMittal

Scontro tra azienda e governo. Per l'ad Morselli senza immunità penale «proseguire nel piano di risanamento dell'Ilva è un crimine». Conte: «Pagheranno». I lavoratori pronti all'insubordinazione contro lo spegnimento. E la procura di Milano indaga. Il punto sul futuro di Taranto.

L’Ilva è sempre più un intreccio di questioni giuridiche e politiche. Mentre la soluzione effettiva per il futuro di Taranto resta ancora un rebus. I protagonisti dello scontro sono sempre gli stessi e si sono incontrati a un tavolo al ministero dello Sviluppo economico. In quella sede Lucia Morselli, l’amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia, è stata lapidaria, gelando i sindacati: ha sottolineato la «coerenza» del percorso che porta alla rescissione del contratto e alla “restituire” dell’Ilva dal 4 dicembre 2019. L’argomento su cui fare leva è l’ormai “famigerato” stop allo scudo penale che ora impedirebbe di portare avanti il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria senza incappare in «un crimine».

PER I COMMISSARI LO SCUDO PENALE NON È NEL CONTRATTO

Il problema è che nel ricorso cautelare presentato al tribunale di Milano dai legali dei commissari del polo siderurgico si sostiene che non c’è alcuna garanzia della continuità dello “scudo penale” nel contratto di affitto ad ArcelorMittal.

I SINDACATI NON ESCLUDONO L’INSUBORDINAZIONE

I sindacati sono arrivati a non escludere «un’insubordinazione dei lavoratori» per non spegnere gli altiforni, come ha detto il leader della Uilm. Intanto il premier Giuseppe Conte ha attaccato: Mittal pagherà i danni. La procura di Milano, in contemporanea, ha acceso un faro aprendo un fascicolo esplorativo e scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva).

Violazione degli impegni contrattuali e grave danno all’economia nazionale: ne risponderanno in sede giudiziaria


Il premier Conte contro ArcelorMittal

Conte ha commentato così: «Ben venga anche l’iniziativa della procura, il governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni». E ancora: «ArcelorMittal si sta assumendo una grandissima responsabilità», perché lasciare l’ex Ilva «prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria», anche in termini di «risarcimento danni», ha avvertito il presidente del Consiglio.

MORSELLI AGGRAPPATA AL NODO DELL’IMMUNITÀ

ArcelorMittal ovviamente la pensa diversamente. Morselli sostiene che levando l’immunità «non sono stati rispettati i termini del contratto», come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: «Non era stato fatto niente» di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da «bacchetta magica», oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più.

ESUBERI E PRODUZIONE RESTANO IN SECONDO PIANO

Lasciando il tavolo il ministro Stefano Patuanelli ha sottolineato come la Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui «fin da settembre c’era una disponibilità del governo» ad accompagnare un percorso.

SINDACATI NON SODDISFATTI

I toni del dibattito politico restano accesi e i sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: «Per nulla soddisfatti» di un confronto «non andato bene» si sono detti i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan e della Uil Carmelo Barbagallo, che hanno lasciato il ministero chiedendo «l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni», ma anche al governo di uscire dall’impasse: deve «ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal».

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A Taranto ArcelorMittal chiude le porte in faccia agli ispettori

Il ministro Patuanelli denuncia che l'azienda ha impedito ai commissari di entrare nello stabilimento. Intanto ha confermato a prefetto e governo il piano di spegnimento della fabbrica. Attesa per l'incontro al Mise.

Gli ispettori non passano all’Ilva di Taranto. ArcelorMittal, secondo il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, l’azienda ha proibito ai commissari le ispezioni. E così la tensione sullo stabilimento di Taranto è destinata ad alzarsi ancora nel giorno in cui è fissato l’incontro tra l’azienda, il governo e i sindacati e in cui la multinazionale ha anche comunicato lo stop delle attività a prefetto ed esecutivo.

L’cciaio prodotto nello stabilimento dell’Ilva fermo in banchina del porto di Taranto, 15 novembre 2019. ANSA/DONATO FASANO

Il 15 novembre ArcelorMittal Italia e ArcelorMittal Energy hanno comunicato al Governo e alla prefettura di Taranto, il piano di “sospensione” dell’esercizio dello stabilimento di Taranto e delle centrali elettriche. La sospensione sarà fatta «con le modalità atte a preservare l’integrità degli impianti». La comunicazione inviata anche agli enti locali è firmata dal Gestore dello stabilimento Stefan Michel R. Van Campe. Il 14 novembre l’azienda aveva anticipato il piano ai sindacati, dettagliando le date di spegnimento degli altiforni. L’azienda è tecnicamente tenuta a partecipare all’incontro al Mise dove ci saranno anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo; per ArcelorMittal dovrebbe esserci l’amministratrice delegata Lucia Morselli. Lo stesso giorno ha riferito il ministro dello Sviluppo Patuanelli l’azienda ha vietato le ispezioni ai commissari, credo che sia un atto gravissimo che dovrà avere un’adeguata risposta.

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ArcelorMittal inizia a spegnere Taranto il 12 dicembre

A fine novembre si ferma un treno nastri per mancanza di ordini. I forni invece verranno chiusi tra metà dicembre e metà gennaio. Il piano della multinazionale per abbandonare Taranto.

La data dello spegnimento degli altiforni di Taranto è già segnata nel calendario di ArcelorMittal. La mattina del 14 novembre, ha fatto sapere il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, «l’amministratore delegato della multinazionale franco-indiana, Lucia Morselli, ha incontrato le rsu di Taranto per smentire le notizie emerse dalla Regione Puglia al termine dell’incontro del 13 novembre. La Morselli ha invece comunicato il piano di fermate degli altiforni: Afo2 il 12 dicembre, Afo4 il 30 dicembre e Afo1 il 15 gennaio mentre verrà chiuso il treno nastri2 tra il 26 e il 28 novembre per mancanza di ordini».

«LA SITUAZIONE STA PRECIPITANDO»

«Se ancora non fosse chiaro la situazione sta precipitando in un quadro sempre più drammatico che non consente ulteriori tatticismi della politica», ha commentato Bentivogli. «Le RSU», ha aggiunto, «hanno chiesto in che prospettive ci si muove e se intendono fare dichiarazioni di esuberi, discussione che l’azienda ha rinviato al tavolo di domani. Il piano di fermate modifica le previsioni contenute nell’Aia, pertanto l’azienda si confronterà con il Ministero dell’Ambiente».

Maurizio Landini, segretario generale CGIL, al suo arrivo al Mise per il tavolo fra sindacati, governo e Arcelor Mittal, Roma, 9 luglio 2019. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

«LA DISCUSSIONE SUGLI ESUBERI NON È ACCETTABILE»

«Non voglio perdere neanche un posto di lavoro – ha detto – non è una discussione accettabile quella sugli esuberi. Lì si deve continuare a produrre acciaio, garantendo la salute di cittadini e lavoratori», ha detto a proposito il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ospite di Tagadà su La7. Il 15 novembre è fissato al Mise il «primo incontro con la presenza dell’azienda. La situazione è difficile e i tempi delle decisioni devono essere rapidi. Per noi non ci sono le condizioni per recedere dal contratto, per noi ArcelorMittal deve applicare tutte le parti del contratto», ha concluso.

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In questo Paese c’è troppo sovranismo e poca italianità

I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato un "italiano medio" indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici.

Comincio a pensare che questo Paese non ce la farà. Ne abbiamo viste e passate tante, ma alla fine l’Italia è stata sempre più forte di ogni sventura. Persino il terrorismo è riuscita a battere con l’energia delle sue forze di sicurezza e la saldezza democratica della sua gente. Anche l’attacco mafioso è stato contenuto e la Cosa nostra ha preso colpi mortali.

L’Italia è diventata una potenza industriale, ha visto una straordinaria e spesso dolorosa immigrazione interna, ha affrontato crisi economiche e soprattutto battagli politiche campali fra democristiani e comunisti. Ma sempre ce l’ha fatta. Sempre c’è stato un momento in cui gli italiani sono stati più forti delle sciagure provocate dalla natura o dall’attività colpevole degli uomini.

Da molti anni non è così. L’Italia si è spezzata, non ha più un suo popolo, le divisioni di classe che prima separavano per poter dare alla politica la possibilità di immaginare combinazioni fantasiose, oggi sono sostituite da clan, appartenenze territoriali e soprattutto da odi comuni. Dimmi chi è il tuo nemico e sarò tuo amico. Destra e sinistra hanno comune responsabilità. I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato questo mostro di “italiano medio” indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici. I giornali di oggi, come quelli dei giorni scorsi, sono la prova provata di quel che dico.

UN PAESE INDIFFERENTE AI DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

I casi di Taranto e di Venezia dimostrano che l’Italia non ha più lacrime, è indifferente a ciò che distrugge parti di sé, pensa solo a come un partito politico, con annessi giornalisti, possa lucrarne. Il caso Ilva è stato usato per contrapporre madri a operai, nessuno si è occupato, nel mondo politico, di una grande città che reagisce attonita alla minaccia finale che incombe. Un buon medico si preoccuperebbe se il suo paziente rivelasse reazioni flebili agli stimoli anche negativi della vita. A una parte di noi, invece, frega niente. Taranto? Al diavolo Taranto, è al Sud.

Non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità

Oggi accade con Venezia. Le foto per fortuna spiegano il dramma meglio delle parole perchè le parole sono generalmente infami. Questa volta sono i giornali di destra a prendere la bandiera della vergogna strumentalizzando il dramma che rischia di diventare finale della città più bella del mondo. Eppure non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità o insipienza o per cecità, e non voglio citare i casi di malaffare.

GLI ITALIANI NON ESISTONO PIÙ

Sono sicuramente più commossi fuori d’Italia che qui da noi. Qui da noi si ragiona su quanto può rendere elettoralmente questa disgrazia, se l’autonomia veneta sarà più vicina o lontana, se Matteo Salvini sarà in grado di cavalcare anche l’onda vera delle acque assassine per vincere a Bologna. E allora perché non alzare bandiera bianca? Dove si trova la volontà di reagire di fronte a una classe dirigente che non ha idee e forza morale, di fronte a un sistema della comunicazione che divide i buoni e i cattivi mentre Venezia affoga e Taranto finirà disperata.

Nessuno dei movimenti che fin qui hanno travolto il sistema politico si è rivelato, al pari dei partiti che sono stati abbattuti, in grado di costruire una nuova sensibilità nazionale. Tanto sovranismo, poca italianità. Dovrebbe essere questo il tempo della rivolta, contro tutte queste figurette dei talk show. Dovrebbe essere questo il tempo di ragazze e ragazzi che scendono in campo, cacciano i mercanti dal tempio e ricostruiscono l’Italia. L’Italia degli italiani veri, non dei sovranisti obbedienti a Vladimir Putin.

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Il governo costretto a prendere tempo sull’Ilva

ArcelorMittal non mostra segnali d'apertura. Conte rinvia al 18 novembre il Consiglio dei ministri. Il M5s conferma il no allo scudo penale. E i commissari non hanno ancora depositato il ricorso contro la ritirata della multinazionale. Intanto i primi 50 operai dell'indotto sono rimasti senza paga.

La soluzione della crisi dell’Ilva passa per ArcelorMittal, che rappresenta il piano «a, b, c e d».

O almeno, questa rimane la posizione ufficiale del governo.

Anche se l’azienda, per ora, non mostra alcun segnale di apertura e si prepara a dire addio a Taranto e agli altri stabilimenti italiani.

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Per l’esecutivo, tuttavia, gli estremi per il recesso dal contratto d’affitto con obbligo d’affitto non ci sono. A decidere saranno i giudici: la prima udienza al Tribunale di Milano è fissata per il 6 maggio. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha ribadito in conferenza stampa che la multinazionale «deve mantenere gli impegni presi» e «deve tornare a sedersi al tavolo». Anche passando per il potere giudiziario, se necessario, visto che i commissari straordinari dell’Ilva entro venerdì 15 novembre intendono depositare un ricorso d’urgenza con cui provare a fermare la ritirata di ArcelorMittal.

A TARANTO I PRIMI OPERAI DELL’INDOTTO SENZA PAGA

La situazione a Taranto, intanto, peggiora di ora in ora: in città si registra la prima cinquantina di operai dell’indotto rimasti senza paga. E otto consigli di fabbrica, riuniti a Genova, invocano uno sciopero europeo per la crisi della siderurgia. Nella maggioranza la tensione è altissima: gli emendamenti presentati da Italia viva al decreto fiscale per reintrodurre lo scudo penale sono stati giudicati inammissibili dalla presidente della commissione Finanze, la pentastellata Carla Ruocco. E nel M5s i senatori – soprattutto quelli pugliesi, a partire da Barbara Lezzi – non mollano.

IL MANDATO DI PATUANELLI E IL NO DI CINQUE SENATORI M5S

Tanto che Patuanelli, dopo la riunione fiume a Palazzo Madama, è costretto a presentarsi anche dai deputati per spuntare almeno quella che lui stesso definisce una «disponibilità a discuterne», se nel corso della trattativa o del processo dovesse riemergere la necessità dell’immunità. Cinque senatori, in ogni caso, hanno votato contro il documento proposto dal ministro dello Sviluppo, negandogli il mandato a tracciare la linea sull’Ilva. Patuanelli ha proposto di slegare il dossier dalla tenuta del governo, escludendo voti di fiducia. E ha tratteggiato un piano di medio periodo che punti alla decarbonizzazione dell’acciaieria, valutanto anche l’ipotesi di una legge speciale per Taranto per accelerare gli interventi sul territorio.

RINVIATO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Di sicuro la trattativa con ArcelorMittal per il momento non esiste. Si aspetta, probabilmente, l’esito del ricorso, non ancora depositato. E il premier Giuseppe Conte è costretto a prendere tempo, rinviando a lunedì 18 novembre il Consiglio dei ministri chiamato a mettere in fila le proposte per il cosiddetto Cantiere Taranto, cioè gli interventi a più ampio raggio per il rilancio della città, al di là delle vicende legate alla fabbrica.

IL NODO DEGLI ESUBERI

Il governo punta a ridurre al minimo, se non ad azzerare, la richiesta di 5 mila esuberi avanzata dall’azienda per rimanere in Italia. Duemila potrebbero essere gestibili attraverso la cassa integrazione, ma andrebbe riscritto il piano industriale di dieci mesi fa che, come sottolineato più volte da Patuanelli, «non è stato rispettato». L’esecutivo potrebbe mettere sul piatto anche un ingresso di Cassa depositi e prestiti, con l’8-10%, a puntellare l’operazione.

LA STRADA DELLA NAZIONALIZZAZIONE TEMPORANEA

Sempre Cdp potrebbe essere, d’altra parte, il perno attorno a cui ricreare una nuova cordata di privati. Per il subentro potrebbe rendersi necessario prima un passaggio dell’Ilva alla gestione commissariale, poi una nuova gara. Ma la legge Marzano potrebbe consentirebbe di saltare questo passaggio. Resta infine la strada della nazionalizzazione ‘a tempo’, coinvolgendo controllate di Cdp per superare i vincoli di statuto della Cassa: un’operazione che l’Unione europea potrebbe consentire, visto che gli aiuti di Stato interverrebbero in un’area economicamente “depressa”.

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Politici e tivù giocano con l’agonia di Taranto e dell’Ilva

Mentre la città sembra sbalordita e incapace di reagire, la classe dirigente non prende decisioni e i media nazionali si gingillano e conduttori spietati lucrano sul dolore della povera gente.

Il caso Ilva racconta il fallimento di una classe dirigente. Non solo questa, ma anche molte di quelle che hanno governato la città, la Puglia e l’Italia negli scorsi anni.

Non bisogna fare di tutta erba un fascio. Qualcuno si è comportato bene. Nessuno però fra quelli che da qualche anno governano. La destra, che ormai sfiora nei sondaggi il 50%, sull’Ilva dice poco come Matteo Salvini diceva poco sulla finanziaria che avrebbe dovuto fare se non si fosse scolato bicchieroni di moijto.

L’immagine che l’Italia dà di sé è quella di un Paese diviso in cui le parti averse non cercano mai, dico mai, un punto di raccordo e che lascia andare le cose al loro naturale (naturale?) destino perché a) nessuno si vuole “sporcare” le mani, 2) nessuno ha un’idea bucata in testa.

L’ILLEGALITÀ È STATA MADRINA DELLA SECONDA VITA DELL’ILVA

Il caso Ilva è in questo senso emblematico. Dal raddoppio in poi la grande fabbrica siderurgica italiana è stata un grande imbroglio. Il 12 novembre, in una affollatissima assemblea che mi ha ospitato in un circolo Arci per ricordare un compagno, Vito Consoli, morto tanti anni fa per un infarto dovuto al superlavoro (politico), i più anziani hanno ricordato che si fece il raddoppio senza chiedere, se non ex post, le autorizzazioni necessarie per costruire i nuovi impianti. L’illegalità, insomma, è stata madrina della seconda fase della vita dell’Ilva, quella che sta portando la fabbrica alla lenta chiusura.

Anche Taranto è entrata nello show business di conduttori spietati che lucrano sul dolore della povera gente

La città sembra sbalordita e incapace di reagire. Quello che sta succedendo è enorme. I media nazionali si gingillano, basta guardare qualunque talk show con la falsa e ignobile contrapposizione fra l’operaio che difende il suo lavoro e la mamma che teme per la salute del suo bambino. Anche Taranto è entrata nello show business di conduttori spietati che lucrano sul dolore della povera gente.

LA CLASSE POLITICA ITALIANA SEMBRA NON SAPERE COSA FARE

L’Ilva fu una scelta strategica seria. Serviva l’acciaio all’Italia che produceva e serviva ridare a Taranto il suo profilo industriale e operaio. Non fu una “cattedrale nel deserto”, né un azzardo. La cultura dell’epoca, come accade a tutti i Paesi di nuova industrializzazione, non aveva al centro, purtroppo, la tematica ambientale che poi poco per volta si è fatta strada. Oggi si fronteggiano quelli che vogliono salvare la fabbrica (anche perché è già stato costruito, dalla ditta che ha messo in sicurezza l’impianto atomico di Chernobyl, un capannone per i materiali nocivi e il secondo è in costruzione) e quelli che, molti con grande onestà, immaginano un grande giardino al posto delle ciminiere.

Una veduta aerea dello stabilimento dell’Ilva di Taranto.

Giuseppe Berta ha scritto e pubblicato in questi giorni uno splendido libretto (Detroit. Viaggio nella città degli estremi, Il Mulino editore) su Detroit e il suo presente post-industriale. Il libro contiene molte suggestioni ma spiega come si può sopravvivere in una città de-industrializzata. Io penso, però, che ciò che in America è possibile in Italia e nel Sud è impossibile.

Taranto non credo che accetterà a lungo questo tira e molla senza costrutto

Tuttavia… tuttavia la classe dirigente, tutta quanta, non sa che cosa fare con l’altoforno che si sta spegnendo e i materiali per alimentare la produzione fermi nel porto. Taranto ha ricevuto il premier Giuseppe Conte che ha fatto bene ad andare. La città aspetta con ansia che qualcuno dica: si fa così, anche se una metà dei tarantini sarà scontenta della decisione. Taranto non credo che accetterà a lungo questo tira e molla senza costrutto. È un luogo di grandi ribellioni. La attuale maggioranza non ha idee né forza politica. I futuri governanti hanno già dato prova di sé sotto lo stesso premier. Non ci resta che pregare. E sperare nella rivolta.

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Ilva, ArcelorMittal ha depositato in Tribunale l’atto di recesso: le prossime tappe

Ora la causa dovrà essere assegnata a una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

Altro che trattativa con il governo guidato da Giuseppe Conte. ArcelorMittal tira dritto sull’Ilva e tramite i suoi avvocati ha depositato al Tribunale di Milano l’atto con cui chiede ufficialmente il recesso dal contratto d’affitto con obbligo di acquisto degli stabilimenti italiani, a partire da quello di Taranto. L’atto è già sul tavolo del presidente del Tribunale, Roberto Bichi. La causa è stata iscritta a ruolo e ora il presidente dovrà assegnare il procedimento, in base a rigidi criteri tabellari, a una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

Gli stabilimenti di ArcelorMittal Italia sono a Taranto (8.277 persone), Genova (1.016), Novi Ligure (681), Milano (123), Racconigi (134), Paderno Dugnano (39), Legnaro (29) e Marghera (52), per un totale di 10.351 dipendenti. La gran parte degli operai è divisa tra Taranto (5.642), Genova (681) e Novi Ligure (469). Oltre ai 7.040 operai complessivi, sono coinvolti anche 72 dirigenti, 221 quadri, 2.233 impiegati, 1.007 lavoratori intermedi e 204 marittimi.

(notizia in aggiornamento)

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Conte ha chiesto ai suoi ministri di portare nuove idee per Taranto

Il premier ha scritto una lettera indirizzata ai vari dicasteri invitandoli a presentare progetti per la città. Attacchi da Forza Italia: «Supplica imbarazzante».

Non solo l’ex Ilva, Taranto versa in “una più generale situazione emergenziale”, di fronte a cui “reputo necessario aprire un ‘Cantiere Taranto’, all’interno del quale definire un piano strategico, che offra ristoro alla comunità ferita e che, per il rilancio del territorio, ponga in essere tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale”. E’ quanto scrive il premier Giuseppe Conte in una lettera ai ministri, il cui testo è riportato da Repubblica. “Il rilancio dell’intera area necessita di un approccio globale e di lungo periodo. La politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa, che coinvolge valori primari di rango costituzionale, quali il lavoro, la salute e l’ambiente, tutti meritevoli della massima tutela, senza che la difesa dell’uno possa sacrificare gli altri”, evidenzia Conte, che chiama i ministri a presentare subito proposte. “In vista del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre, ti invito, nell’ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee”, scrive il premier. La discussione – spiega – proseguirà poi “all’interno della cabina di regia che ho intenzione di istituire con l’obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili”. Conte aggiunge che già il ministro della Difesa Lorenzo Guerini “ha comunicato l’intenzione di promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale”, e il ministro per l’Innovazione Paola Pisano “ha rappresentato la volontà di realizzare un progetto di ampio respiro, affinché Taranto possa diventare la prima città italiana interamente digitalizzata”.

GLI ATTACCHI DI FORZA ITALIA

«Questo è sempre più un governo di #DilettantiAlloSbaraglio. La lettera di Conte ai ministri su Taranto è imbarazzante. Non hanno alcun piano B, sono nel panico e in balia degli eventi. Il mondo ci guarda incredulo davanti a tanta superficialità gettate la spugna e andiamo al voto», ha scritto Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia. “Come un bambino che si rivolge a Babbo Natale, così Giuseppe Conte ha preso carta e penna e ha scritto ai suoi ministri una lettera da vero ‘statista’: li ha invitati, pensate, a fare il loro lavoro. C’è stato però bisogno di una supplica, imbarazzante nei modi e nel contenuto per invitare i ministri a degnarsi di concentrarsi sul dramma di Taranto, innescato da un governo e una maggioranza incapaci di occuparsi degli italiani”. Lo afferma Giorgio Mulè di Fi.

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Incidente alla Mittal: caldaia bucata provoca fiamme altissime

Acciaio sversato in una fossa e tubature di gas a rischio. Il peggio evitato grazie ai pompieri. Ma i sindacati denunciano l'assenza di manutenzione sia ordinaria che straordinaria e chiedono vertice d'urgenza.

Alla Arcelor Mittal di Taranto, oltre l’emergenza industriale, finanziaria e occupazionale, c’è quella sicurezza. Nel reparto Acciaieria 2 dello stabilimento siderurgico di Taranto una ‘siviera‘ (una caldaia di colata che contiene metallo fuso) appena uscita dal ‘Convertitore 1’ si sarebbe bucata «sversando acciaio in fossa e procurando fiamme altissime che hanno raggiunto alcune tubazioni di gas». È quanto denunciano Fim, Fiom e Uilm, precisando che «solo l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco che hanno gestito l’emergenza in maniera professionale» ha evitato il peggio.

ACQUA NON DISTRIBUITA SULLA LINEA DI EMERGENZA

«Oltre al grave episodio – rilevano i sindacati – nell’intervento emerge una mancanza inaudita, la completa assenza della distribuzione d’acqua della linea d’emergenza che doveva essere utile al reintegro delle cisterne e di supporto a tutta l’acciaieria in caso di incendio».

LA DENUNCIA DEI SINDACATI: «NON C’È MANUTENZIONE»

Le Rsu di Fim, Fiom e Uilm ritengono «intollerabile l’intero accaduto a dimostrazione che l’Acciaieria 2 e tutti gli altri impianti necessitano di interventi immediati, e di una seria manutenzione ordinaria e straordinaria sino ad oggi solo annunciata senza nessun effettivo intervento». I sindacati chiedono «un incontro urgente per trovare una soluzione definitiva, atta ad evitare ulteriori episodi, attraverso l’impiego concreto di attività manutentiva».

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Taranto accende lo scontro Confindustria-Cgil sugli esuberi

Per Vincenzo Boccia sarebbe un errore tenerli e quindi finanziare la disoccupazione. Parole che secondo Maurizio Landini della Cgil sono senza senso.

Di fronte alla crisi dell’ex Ilva, che il colosso ArcelorMittal non vuole più gestire restituendola ai commissari, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto di agire con «buon senso e serietà» invitando a non pretendere che di fronte a «crisi congiunturali le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione. Così facciamo un errore madornale». Una dichiarazione a cui hanno risposto subito i sindacati. A infiammare la polemica è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che prima era stato a capo delle tute blu del sindacato di Corso d’Italia.

BOCCIA: «CI SONO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI»

Boccia ne ha parlato ad un convegno di Confindustria presso Ansaldo Energia a Genova commentando i cinquemila esuberi chiesti da ArcelorMittal per rimanere nell’ex Ilva. «Se c’è una crisi congiunturale legata all’acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di ‘costruire’, come accade in tutte le aziende del mondo», ha detto il numero uno degli industriali italiani. Ci sono gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione «che si attivano in momenti negativi delle imprese». Secondo Bocca la soluzione è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari.

LANDINI: «C’È UN ACCORDO DA FAR RISPETTARE»

Di tutt’altro avviso Landini che, durante un convegno a Firenze, ha definito «senza senso» le parole del presidente di Confindustria: «C’è un accordo da far rispettare, firmato nel 2018, che prevede degli impegni». Secondo il leader della Cgil, inoltre, «non sono cali temporanei di mercato che modificano piani strategici che prevedono quattro miliardi di investimenti. Quegli accordi lì vanno fatti rispettare: e anche lui dovrebbe chiedere alla multinazionale di rispettare il nostro Paese, e di rispettare gli accordi. Credo che l’affidabilità nel rispetto degli accordi sia una regola delle parti sociali».

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Conte sull’ex Ilva: «Troveremo una soluzione»

Dopo la visita a Taranto del presidente del Consiglio, il governo potrebbe trattare sugli esuberi secondo quanto riportato dall'HuffingtonPost.

È terminata dopo l’una della notte tra l’8 e il 9 novembre la visita a Taranto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il premier che ha incontrato prima cittadini e portavoce di comitati e movimenti, poi ha avuto un confronto con lavoratori e sindacati nel consiglio di fabbrica dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal, quindi si è recato in prefettura e dopo un punto stampa ha incontrato il procuratore, Carlo Maria Capristo, i sindaci dell’area tarantina e gli ambientalisti. Infine, si è recato al rione Tamburi, il più esposto alle emissioni del Siderurgico. Le associazioni hanno consegnato al premier copia del ‘Piano Taranto‘, una piattaforma di rivendicazioni che chiede la chiusura delle fonti inquinanti e la bonifica del territorio con il reimpiego degli stessi operai e lo sviluppo di una economia alternativa.

«Ho visto lavoratori che lavorano ma allo stesso tempo pensano di fare qualcosa di sbagliato e vivono con disagio nella comunità dei parenti che li attacca perché contribuiscono a tener vivo uno stabilimento che altri in famiglia vorrebbero chiudere. Si deve aprire un cantiere e tutti dobbiamo lavorare per portare contenuti», ha detto il presidente del Consiglio. Quando ha terminato la sua visita Conte ha scritto un post su Facebook precisando di aver deciso di incontrare lavoratori e cittadini per rendersi conto personalmente della situazione che vive la comunità tarantina.

Sono venuto a Taranto per rendermi conto personalmente e vedere con i miei occhi. Ho visitato lo stabilimento, ho ascoltato gli operai, i cittadini, gli esponenti di associazioni e di comitati, gli amministratori locali. Ho voluto questo confronto per capire meglio, per ascoltare le ragioni di tutti. Mi sono confrontato con il dolore di chi piange la perdita dei familiari, con l’angoscia di chi sente di vivere in un ambiente insalubre, con la sfiducia di chi ha perso un lavoro, con l’incertezza di chi ha il lavoro ma non è certo di conservarlo domani. Non sono venuto con una soluzione pronta in tasca, non ho la bacchetta magica, non sono un supereroe. Quello che posso dirvi è che il Governo c’è e con l’aiuto e la collaborazione di tutti, dell’intero “sistema-Paese”, farà di tutto per trovare una soluzione. Di tutto.Sto rientrando adesso a Roma. Ma tornerò presto a Taranto.

Posted by Giuseppe Conte on Friday, November 8, 2019

«Ho visitato lo stabilimento, ho ascoltato gli operai, i cittadini, gli esponenti di associazioni e di comitati, gli amministratori locali. Ho voluto questo confronto per capire meglio, per ascoltare le ragioni di tutti. Mi sono confrontato con il dolore di chi piange la perdita dei familiari, con l’angoscia di chi sente di vivere in un ambiente insalubre, con la sfiducia di chi ha perso un lavoro, con l’incertezza di chi ha il lavoro ma non è certo di conservarlo domani. Non sono venuto con una soluzione pronta in tasca, non ho la bacchetta magica, non sono un supereroe», si legge nel post. «Quello che posso dirvi è che il Governo c’è e con l’aiuto e la collaborazione di tutti, dell’intero ‘sistema-Paese’, farà di tutto per trovare una soluzione. Di tutto». Per poi assicurare: «Tornerò presto a Taranto».

IL GOVERNO PRONTO A TRATTARE SUGLI ESUBERI

Qualche ora dopo, nella mattinata del 9 novembre, una fonte di governo di primo livello avrebbe detto all’HuffingtonPost: «Stiamo lavorando, non c’è ancora una proposta definitiva, ma è evidente che la strada che abbiamo deciso di intraprendere è quella di trattare anche sugli esuberi». Un segnale che potrebbe sbloccare la trattativa con ArcelorMittal dopo che l’ultimatum di 48 ore lanciato il 6 novembre da Giuseppe Conte al colosso franco-indiano dell’acciaio è caduto nel vuoto. 

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Conte fuori dall’Ilva a Taranto tra cori e contestazione

Ad accoglierlo una folla di operai, cittadini e ambientalisti: «Vogliamo la chiusura dell'impianto, qui ci sono più morti che nascite». Il premier: «Parlerò con tutti».

L’avvocato del popolo circondato dal popolo. A Taranto, fuori dallo stabilimento ex Ilva. Dove il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è presentato per parlare con gli operai, accompagnato da alcuni dirigenti del siderurgico. E nella folla sono partiti cori, richieste, anche qualche contestazione.

Il premier ha in programma anche di partecipare al consiglio di fabbrica permanente di Fim, Fiom e Uilm. È entrato dalla portineria D, quella riservata all’ingresso degli operai. Lì c’erano rappresentanti di comitati e movimenti con striscioni che hanno chiesto la riconversione economica del territorio.

Molti hanno scandito cori inneggianti alla chiusura dell’impianto. Conte, un po’ travolto dalla confusione in mezzo alla ressa, ha reagito promettendo: «Parlerò con tutti, ma con calma».

Un cittadino gli ha urlato: «Dovete conoscere la situazione». E lui ha risposto: «Sono qui per questo». Un altro ha detto: «Mi sento in colpa perché ogni volta che vado al lavoro sto facendo del male alla mia famiglia».

Molti erano cittadini del vicino quartiere Tamburi, nel quale si contano i maggiori ambientali e di salute. «Qui ci sono più morti che nascite», ha detto una madre. «Abbiamo fiducia nelle istituzioni, ma non fatela perdere a noi», ha aggiunto un altro. E ancora: «Questa città richiede altro, perché continuate a insistere su questa fabbrica?».

Il presidente del Consiglio ha dialogato con alcuni. Riportando il tema sul lavoro. «Tu lavori?», ha domandato a un cittadino. «Ora sono disoccupato», è stata la risposta. E quando gli è stato chiesto un giudizio sulla società che ora gestisce l’impianto, ha replicato al premier: «Mittal non si è comportata mica tanto bene».

Nella calca c’erano anche ambientalisti. Il premier a molti cittadini ha chiesto: «Cosa volete, la riconversione?». Ma il gruppo che lo ha assediato all’esterno prima che potesse entrare dagli operai ha avuto una parola d’ordine: chiusura. Solo qualcuno ha accennato alla possibilità di una riconversione, impiegando per questo gli operai per la bonifica. Conte ha rivendicato attenzione all’ambiente: «Stiamo lavorando tanto per l’energia pulita».

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Per Conte l’unico interlocutore sull’Ilva è ArcelorMittal

Il premier esclude il coinvolgimento di altri soggetti. E aggiunge: «Pretendiamo che siano rispettati gli impegni per quanto riguarda le bonifiche ambientali».

Il premier Giuseppe Conte ha escluso l’eventualità che nella partita dell’ex Ilva di Taranto possano entrare soggetti diversi da ArcelorMittal. «I nostri interlocutori sono quelli che ci sono ora e che devono rispettare gli impegni contrattuali», ha detto infatti il presidente del Consiglio, rispondendo alle indiscrezioni di stampa secondo cui Matteo Renzi starebbe lavorando per coinvolgere il gruppo Jindal, alla guida della cordata uscita sconfitta dalla gara per rilevare lo stabilimento nel 2017. «Pretendiamo che siano rispettati gli impegni per quanto riguarda le bonifiche ambientali, che sono un tassello fondamentale della complessa strategia industriale per la comunità e il polo industriale di Taranto», ha aggiunto il capo del governo.

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Emendamento di Renzi per ripristinare lo scudo penale all’ex Ilva

Il leader di Italia viva attacca ArcelorMittal: «Ritengo che se ne voglia andare e stia cercando pretesti». L'ex premier punterebbe su una cordata alternativa.

È «già pronto» l’emendamento di Italia viva per ripristinare lo scudo penale all’ex Ilva di Taranto, ovvero la scriminante che consente agli attuali amministratori dell’acciaieria di non essere imputabili durante la realizzazione del piano ambientale, messo a punto per porre rimedio ai gravissimi problemi di inquinamento che si trascinano fin dagli Anni 70.

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Ma il leader del partito, Matteo Renzi, attacca ArcelorMittal: «Ritengo che se ne voglia andare e stia cercando pretesti. Il problema è capire se qualcuno vuole chiudere Taranto per togliersi dai piedi un potenziale concorrente. È un rischio che molti hanno evocato fin dai tempi della gara, nel 2017. Ma proprio per questo credo che si possa agevolmente recuperare la questione dello scudo penale anche con un emendamento al decreto fiscale che sta per arrivare in parlamento. Lo ha già preparato la collega Lella Paita e lo firmeranno molti di noi».

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Come riportato da quotidiano la Repubblica, Renzi punterebbe su una cordata alternativa. Come scrive Annalisa Cuzzocrea, «una sorta di replica della cordata che, ai tempi del governo Gentiloni, aveva perso la gara contro ArcelorMittal. Con dentro Sajjan Jindal, già proprietario delle ex acciaierie Lucchini di Piombino (nel cda c’è l’amico fraterno del leader di Italia viva Marco Carrai), il gruppo Arvedi di Cremona e Cassa depositi e prestiti». L’ex premier, intanto, dice di essere «pronto a tutto pur di trovare una soluzione». E dichiara che a Italia viva «non interessa ottenere visibilità», bensì «salvare oltre 10 mila posti di lavoro».

Sul tema dello scudo penale è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa: «Finché tu rispetti il piano ambientale, non ti devi preoccupare di avere o non avere l’immunità penale. ArcelorMittal lo sta rispettando, quindi l’immunità penale per l’aspetto ambientale non ha ragion d’essere».

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Chi è Lucia Morselli, amministratore delegato di ArcelorMittal Italia

Laureata in matematica alla Normale con il massimo dei voti, ha iniziato la sua carriera alla Olivetti. All'ex Ilva ha portato lo stesso direttore del personale protagonista dei tagli all'Ast di Terni.

Poco dopo essersi insediata nel ruolo di amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli ha sostituito la direttrice del personale dell’ex Ilva di Taranto con un suo fedelissimo, Arturo Ferrucci, protagonista dei pesanti tagli di forza lavoro all’Ast di Terni. Quella vertenza fu durissima: nel 2014 gli operai delle acciaierie organizzarono uno sciopero di 36 giorni, ma lei non fece una piega. Alla fine si trovò un accordo per incentivare gli esodi, che portò fuori dall’azienda 290 dipendenti rispetto ai 400 chiesti inizialmente.

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UNA CORDATA TIRA L’ALTRA

Basterebbe questo dettaglio per spiegare di che pasta è fatta la donna che ha comunicato al governo l’intenzione di restituire l’ex Ilva allo Stato italiano. Prima di approdare in ArcelorMittal, Morselli era a capo di Acciaitalia, la cordata perdente. Nessuno scrupolo a passare dall’altra parte, come solo i veri professionisti sanno fare. Nata a Modena nel 1956, sposata, si è laureata in matematica alla Normale di Pisa con il massimo dei voti e la lode. Poi un dottorato in Fisica Matematica a Roma e due master: uno a Torino, l’altro a Milano.

UNA CARRIERA DI INCARICHI AD ALTO LIVELLO

La sua carriera lavorativa comincia nel 1982 alla Olivetti. Nel 1985 si sposta in Accenture e, dal 1990 al 1995, ricopre il ruolo di direttore finanziario della Aircraft Division in Finmeccanica. Poi la parentesi nella comunicazione. Morselli è amministratore delegato del gruppo Telepiù dal 1995 al 1998, dal 1998 al 2003 di News Corporation (gruppo Murdoch). Un intermezzo nella telefonia e arriva la volta del settore metalmeccanico, sempre come amministratore delegato: dal 2013 al 2014 al gruppo Berco, dal 2014 al 2016 alla Ast di Terni. Attualmente Morselli fa parte del cda di Telecom Italia, Sisal, ST Microelectronics ed EssilorLuxottica. Proprio la Delfin, “cassaforte” di Leonardo Delvecchio, assieme all’imprenditore siderurgico Giovanni Arvedi, Cdp e Jindal l’aveva scelta per guidare la cordata avversaria di ArcelorMittal nella gara per rilevare l’ex Ilva in amministrazione straordinaria.

A TARANTO LA «SFIDA INDUSTRIALE PIÙ GRANDE»

«Non esiste forse oggi in Italia una sfida industriale più grande e più complessa di quella degli impianti dell’ex Ilva», aveva dichiarato la lady d’acciaio una volta preso il timone dello schieramento opposto e vincente, «sono molto motivata dall’opportunità di poter guidare, farò del mio meglio per garantire il futuro dell’azienda e far sì che il suo contributo sia apprezzato da tutti gli stakeholder». Poco più di due settimane dopo, la lettera al governo con l’annuncio che «non è possibile gestire lo stabilimento» senza le protezioni legali «necessarie all’esecuzione del piano ambientale». Ma la battaglia è appena cominciata: il premier Giuseppe Conte ha convocato Morselli per il pomeriggio del 5 novembre, per verificare l’eventualità di un ripensamento. A quali condizioni?

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Vedo il dramma dell’ex Ilva di Taranto e odio questi politicanti

La città culla del movimento operaio pugliese ha conosciuto ben prima del fenomeno Salvini e 5 stelle l’irruenza selvatica di un populismo straccione che ha distrutto ogni connessione cittadina. E ora è in mano a incapaci locali e nazionali. Ecco perché da qui deve partire la riscossa di una vera e nuova sinistra.

Leggo le tragiche notizie sull’ex Ilva di Taranto e mi vengono tanti pensieri. Uno è per Alessandro Leogrande, giovane, straordinario intellettuale, morto due anni fa che tanto scrisse su Taranto con una lucidità e una passione incredibili. Non l’ho mai conosciuto, e solo da poco tempo sto leggendo tutto ciò che ha scritto. Sono testi fondamentali. Uno straordinario cronista che ha spiegato una crisi industriale, una città lasciata sola, la deriva di un popolo, la débâcle di una classe dirigente. Se ci fosse oggi, e tutti noi avremmo voluto che ci fosse, avrebbe scritto articoli da levare la pelle a tutti questi ciarlatani che affollano la politica italiana e pugliese.

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IL TIRA E MOLLA SULL’ACCIAIO HA STRONCATO TARANTO

L’altro pensiero che mi viene in mente è per la mia povera Puglia. Una regione straordinaria. Una eccentricità nel Mezzogiorno, la definì Antonio Gramsci. E tuttora lo è. Si fabbricano addirittura aerei, ci sono imprese in ogni settore, università importanti, è uno straordinario set cinematografico (merito di tanti e soprattutto di Nichi Vendola), è meta di vacanzieri generalmente soddisfatti. In Puglia, però, c’è la più grande crisi industriale italiana con questo tira e molla sull’acciaio che ha stroncato una città che non sa scegliere fra il lavoro e la salute (ma perché bisogna fare questa scelta?). 

IN PUGLIA LA SINISTRA È SPARITA

In Puglia la risorsa maggiore, l’oliveto, è stata distrutta, o quasi, in una gran parte del Salento per una malattia come la xylella che i governanti e qualche magistrato volevano curare con una specie di “modello Panzironi” applicato all’agricoltura. In Puglia la sinistra è sparita perché se l’è presa un uomo gigantesco, fisicamente, pieno di vita, disinvolto come Matteo Salvini, e cinico come Luigi Di Maio, che ha annichilito amici e avversari e ha ammorbato l’aria con alleanze politicamente torbide che sono il vero cancro della democrazia meridionale. Questo signore si chiama Michele Emiliano. Simpatico è simpatico, ma sotto il suo regno Italsider e xylella sono diventati un dramma inaccettabile. Sono convinto che almeno sull’Italsider vi siano colpe anche di Vendola che comunque ora è fuori dalla politica. Emiliano è invece lì, pronto a chiedere un altro mandato per finire di sfasciare quello che è rimasto in piedi.

La mia speranza è che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di fare e che dopo Leogrande, sulla strada tracciata da lui, ci siano tanti giovani che prendano la sua bandiera 

Quando ho chiesto a Nicola Zingaretti di sciogliere il suo partito  chiamando forze nuove per fondarne un altro, pensavo proprio a una azione che ci liberasse degli Emiliano, senza cacciarli ma solamente costringendoli a fare da soli. Il dramma pugliese è che a destra c’è addirittura peggio. È lo stesso dramma emiliano-romagnolo con quella improbabile candidata leghista contrapposta a un diligente funzionario del Pd.

IL DRAMMA DI UNA CITTÀ DIMENTICATA

Tutti questi pensieri però si fermano di fronte al tema che sanguina. Taranto è una città dimenticata, ma è stata una delle più belle e operose città del Paese. Per un lungo tratto è stata più importante di Bari, di Lecce, era una vera Capitale: ha avuto operai, classe media, eccellenze navali militari, addirittura ha due mari e infine ha creato anche un modo di cucinare il pesce che solo ora nel Salento copiano, appropriandosene. Taranto è una città che trova le tracce della sua esistenza talmente lontano nella storia che solo per questo andrebbe rispettata. Taranto ha conosciuto ben prima del fenomeno Salvini e 5 stelle l’irruenza selvatica di un populismo straccione che ha distrutto ogni connessione cittadina. Taranto era la città del movimento operaio pugliese, con i suoi dirigenti duri e spesso schematici ma vere rocce a tutela del popolo. Taranto oggi è nelle mani di un gruppo di incapaci, locali e nazionali, del movimento 5 stelle che vuole fare esperimenti su di lei. Ve lo ripeto: voi non sapete che cos’è Taranto per il Paese come vi siete dimenticati cos’era Genova per il Paese.

DAL SUD E DA TARANTO DEVE PARTIRE LA RISCOSSA

Noi abbiamo il dovere di difendere le nostre città industriali, dobbiamo metterle al centro dell’attenzione nazionale, dobbiamo curare quelle popolazioni come figli preferiti. Ma è dal Sud, da Taranto e da altri territori che deve partire la riscossa. Non bisogna spettarsi niente dal Nord per come è politicamente ora. Non bisogna aspettarsi niente da una classe dirigente indigena che non ha mantenuto un solo impegno. Non possiamo assistere a un voto meridionale che rischia di andare ai nemici del Mezzogiorno o in un non lontano futuro alle liste neo-borboniche. La mia speranza è che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di fare e che dopo Leogrande, sulla strada tracciata da lui, ci siano tanti giovani che prendano la sua bandiera

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