La Cina rivendica il possesso di Taiwan

L'isola, per Pechino, «è parte inalienabile» del proprio territorio. È la risposta alla sfida lanciata dalla presidente Tsai Ing-wen, che aveva chiesto il riconoscimento dell'indipendenza.

Taiwan «è parte inalienabile della Cina». Pechino risponde a muso duro alla sfida lanciata dalla presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, che in un’intervista alla Bbc ha chiesto alla Repubblica popolare di «affrontare la realtà» dell’indipendenza dell’isola, avvertendo che un’eventuale invasione «costerebbe molto caro» alle truppe del presidente Xi Jinping. «Non abbiamo bisogno di dichiararci Stato sovrano, siamo già un Paese indipendente e abbiamo un governo, un esercito e le elezioni», aveva aggiunto Tsai ing-wen. La risposta di Ma Xiaoguang, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo di Pechino, è stata altrettanto chiara.

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I risultati delle elezioni presidenziali a Taiwan

Staccato di oltre un milione di voti il rivale Han Kuo-yu, candidato dei Nazionalisti del Kuomintang.

Il risultato non è ancora ufficiale, ma lo spoglio iniziato subito dopo la chiusura dei seggi non lascia dubbi. L’anticinese Tsai Ing-wen ha vinto le elezioni presidenziali a Taiwan, ottenendo così un nuovo mandato. Tutti i conteggi dei principali media locali le danno un vantaggio di oltre un milione di voti sul suo rivale, Han Kuo-yu, candidato dei Nazionalisti del Kuomintang. Tsai è accreditata del 58% dei consensi, Han è fermo al 38%.

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Perché le elezioni a Taiwan preoccupano la Cina

L'isola ribelle al voto, con lo spettro di Hong Kong. Favorita la presidente uscente Tsai Ing-wen sfidata da Han Kuo-yu, leader del Kuomintang filo-Pechino, e dal terzo incomodo James Soong, appoggiato dal patron Foxconn. Le cose da sapere.

Sabato 11 gennaio, quella che per la Cina resta ancora oggi “l’isola ribelle” per antonomasia, Taiwan, andrà al voto per eleggere il presidente della Repubblica.

La Republic of China (ROC, in sigla) – come si auto denominò ai tempi della fuga del “generalissimo” Chang Chai Shek di fronte alle truppe comuniste di Mao Zedong, in contrapposizione all’allora nascente (e vittoriosa) People Republic of China (PRC) che prendeva vita a Pechino – resta ancora oggi la spina nel fianco più dolorosa per il regime cinese

TAIWAN, LA NAZIONE CHE NON C’È

Una nazione che in realtà assomiglia sempre di più, almeno dal punto di vista del diritto internazionale, a una “nazione che non c’è”, grazie al feroce ostracismo di Pechino che ha praticamente imposto con ogni mezzo ai governi del Pianeta di non riconoscerla ufficialmente, se si eccettuano poco più di una quindicina di Paesi, per lo più staterelli dei Caraibi e africani.

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Anche il Vaticano, che da sempre manteneva salde relazioni diplomatiche con Taipei e non con Pechino, ormai stregato anch’esso dal fascino ammaliante della nuova superpotenza globale, pare si appresti a cambiare presto barricata.

A Taipei, capitale di quella che, ai tempi del dominio spagnolo sull’isola, si chiamava Formosa (da hermosa, bella, in spagnolo appunto), non sembrano preoccuparsene più di tanto, mentre ormai la campagna elettorale è alle ultimissime battute.

I TRE CANDIDATI ALLA PRESIDENZA

I due partiti che ancora una volta si fronteggiano sono il vecchio, pluri-trasformista e ormai apertamente filocinese Kuomintang o Partito nazionalista (Kmt), fondato all’epoca proprio da Chang Chai Shek, con il suo candidato, Han Kuo-yu, e il Partito democratico progressista (Dpp) a vocazione fortemente indipendentista guidato della attuale presidente in carica e candidata, Tsai Ing-wen, data per favorita fino al silenzio pre-elettorale imposto ai sondaggi con l’arrivo del nuovo anno. Una donna combattiva e risoluta che ha sempre messo molta paura e procurato molti fastidi a Pechino nel corso del suo mandato. A fare da terzo incomodo, il piccolo ma agguerrito People First Party (Pfp), con candidato James Soong.

TSAI ING-WEN DATA PER FAVORITA

L’andamento del dibattito pre-elettorale in corso ha fatto emergere la differente situazione in cui si trovano Tsai e Han. La presidente, che fino alla sofferta designazione a candidata da parte del suo partito, il Dpp, era apparsa in serio svantaggio nei sondaggi, oggi viene considerata protagonista di una sensazionale rimonta.

La presidente uscente e candidata del Democratic Progressive Party, Tsai Ing-wen (Getty Images).

Secondo gli ultimi dati disponibili (ricordiamo che dal primo gennaio è scattato appunto il divieto di pubblicazione) Tsai sarebbe sopra in vantaggio su Han di circa 10 punti.

IL PATRON DI FOXCONN SOSTIENE SOONG

A scompigliare le carte di questa campagna elettorale taiwanese già di per sé agguerritissima, c’è poi il convitato di pietra, il potentissimo uomo d’affari Terry Gou, l’uomo più ricco di Taiwan, proprietario del colosso cinese Foxconn, prima azienda al mondo nella produzione di componentistica per apparecchiature elettroniche, che tempo fa ha annunciato il suo supporto al candidato presidente James Soong e al suo People First Party.

Il leader del People First Party, James Soon (Getty).

Una presa di posizione davvero ingombrante, che ha pesato molto nel dibattito elettorale e che Gou ha motivato facendo riferimento alla corruzione e all’incapacità di garantire la sicurezza di Taiwan dei due maggiori partiti in lizza, il Dpp e il Kmt.

L’OMBRA DI HONG KONG E IL PESO GEOPOLITICO DEL VOTO

Queste elezioni a Taipei rivestono un ruolo per nulla marginale sugli equilibri geopolitici del triangolo Taiwan-Pechino-Washington, considerando che, oltre al nuovo presidente, verranno eletti anche i componenti del nuovo parlamento.

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Si delineerà insomma l’assetto politico di Taiwan per i prossimi quattro anni: un periodo che si prevede cruciale per l’area asiatica, e non solo. Molte cose che avvengono a Taiwan, infatti, disturbano e irritano apertamente la leadership di Pechino, proprio a partire dalla possibilità di svolgere libere elezioni. Il richiamo alla ribelle Hong Kong, che ormai da oltre sei mesi protesta riempendo le strade, proprio per richiedere altrettanta autonomia elettorale e di governo, è fin troppo esplicito, e urticante per Pechino.

Han Kuo-yu, il candidato del filocinese Kuomintang (Getty Images).

INVESTIMENTI ESTERI E LAVORO: LA DOTE DI TSAI

Tra i due candidati principali in lizza, la signora Tsai ha puntato su una situazione economica nel complesso positiva e in crescita, attribuendosene il merito. Gli investimenti esteri a Taiwan sono in forte aumento: i dati forniti dal ministero per gli Affari economici parlano di un +20% su base annua nel periodo gennaio-novembre. Il programma di incentivi per il rientro in patria di aziende che avevano delocalizzato in Cina viene presentato da Tsai come un successo personale: oltre 150 aziende hanno aderito, contribuendo così alla creazione di molti nuovi posti di lavoro. A livello politico, nonostante la perdita di ulteriori alleati diplomatici passati dalla parte della Cina, Taiwan ha visto addirittura rafforzato il sostegno degli Usa a livello politico e militare.

HAN COSTRETTO A DIFENDERE LA SOVRANITÀ DELL’ISOLA

Han, un leader dotato senz’altro di altrettanto – se non persino maggiore, per certi versi – carisma della Tsai, ha assistito invece allo spegnersi inesorabile dei primitivi exploit nei sondaggi della scorsa primavera. A fronte dei successi politici ed economici rivendicati dall’attuale presidente e candidata, nelle ultime settimane si è dovuto piuttosto preoccupare di ribadire come, se eletto, non sarebbe un presidente arrendevole nei confronti della Cina. Nel corso del dibattito elettorale infatti, si è visto più volte costretto ad affermare pubblicamente che la sua priorità sarà quella di difendere la sovranità di Taiwan. La crisi di Hong Kong infatti lo ha messo in seria difficoltà, consentendo a Tsai di ergersi a difensore dell’integrità taiwanese nei confronti della Cina.

PECHINO PER ORA “TOLLERA” LE INTEMPERANZE

In questo scenario il ruolo della potente Cina sembra essere quello, in qualche modo paternalistico, del gigante buono che tollera pazientemente le intemperanze di una provincia ribelle, aspettando il momento in cui le cose – inevitabilmente, secondo i burocrati di Pechino – ritorneranno “al loro stato naturale” e la ribelle Taiwan tornerà nell’abbraccio della madrepatria. Solo il futuro dirà se questa loro convinzione uscirà rafforzata o indebolita dal risultato elettorale a Taipei.

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Cade elicottero a Taiwan, morto il capo di stato maggiore

Un velivolo dell'esercito è precipitato poco dopo il decollo. Tra le vittime diversi ufficiali. Ancora ignote le cause dello schianto.

Brutto incidente aereo a Taiwan. Un elicottero militare con a bordo di 13 persone è precipitato nei pressi delle montagne del distretto di Wulai di New Taipei. Le vittime finora accertate sono otto, tra di loro anche il capo dello stato maggiore, il generale Shen Yi-ming. Lo riferisce il ministero della Difesa taiwanese. Secondo i media locali, delle persone a bordo dell’UH-60M Black Hawk solo cinque si sono salvate. L’incidente, le cui cause sono ancora da chiarire, è avvenuto a pochi giorni dalle elezioni presidenziali dell’11 gennaio.

FALLITO OGNI TENTATIVO DI ATTERRAGGIO

Il Black Hawk, in dotazione all’Air Force Rescue Team, è partito nella mattinata del 2 gennaio dalla base aerea di Songshan, alle porte di Taipei, intorno alle 7:54 locali (00:54 in Italia) diretto alla base militare Dong’ao di Yilan per un’ispezione ordinaria prima della lunga festività del Capodanno lunare. Il velivolo è scomparso tuttavia è dai radar meno di 15 minuti dopo il decollo, fallendo il tentativo di atterraggio d’emergenza tra le montagne. Il ministero della Difesa ha istituito una task force per indagare sull’incidente.

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