Conte: «Più donne nelle task force per battere il coronavirus»

Giorni di polemiche e il flashmob #DateciVoce. Alla fine il premier si è accorto che esistono anche esperte che possono contribuire all'uscita dalla crisi. Una fatica ogni volta.

Ci è voluto un flashmob per ricordare al premier Giuseppe Conte che esistono anche professioniste donne che possono supportare il governo nella gestione della crisi da Covid-19. Scatti in cui bisognava rigorosamente indossare una mascherina con scritto, anche a mano, lo slogan «Dateci voce», hanno invaso Twitter, Facebook e Instagram e fatto il miracolo. Perché il 4 maggio il presidente del Consiglio si è finalmente accorto che forse nei comitati di esperti c’erano solo esperti appunto. Esperte non pervenute. Oddio, non che sia una novità. È forse lo specchio di come vanno le cose in Italia in molti settori. Certo ci si aspetterebbe che dall’alto venissero esempi e modelli da replicare senza che le donne debbano alzare la voce per farsi sentire, come è successo questa volta dopo giorni di polemiche sui giornali e in tv.

L’INVITO DEL PREMIER AI COINVOLGERE LE DONNE IN TUTTE LE TASK FORCE

E sembra che così sarà: «Ho molto apprezzato le parole del gruppo di senatrici che oggi dalle pagine di un quotidiano hanno rivendicato un maggior protagonismo delle donne nelle commissioni tecniche nate per supportare il Governo nella gestione della crisi. Oggi stesso chiamerò Vittorio Colao per comunicargli l’intenzione di integrare il comitato di esperti che dirige attraverso il coinvolgimento di donne le cui professionalità – sono certo – saranno di decisivo aiuto al Paese», ha detto Conte in una nota. Invito che viene estero anche al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, per il Comitato tecnico-scientifico, e a tutti i ministri affinché «tengano conto dell’equilibrio di genere nella formazione delle rispettive task force e gruppi di lavoro».

IL COMITATO #DATECIVOCE CHIEDE UNA LEGGE PER LA RAPPRESENTANZA AL 50%

Una decisione accolta con entusiasmo dal comitato #Datecivoce che in una nota ha commentato: «Ora chiediamo alla politica e al Presidente Conte di fare un passo storico: approvare una legge affinché in ogni commissione, organo, tavolo tecnico di nomina istituzionale e pubblica ci sia reale parità. La Golfo-Mosca 120/2011 sulle quote antidiscriminatorie di genere è un punto di riferimento irrinunciabile, ma la rappresentanza va portata al 50% ed estesa ad ogni luogo dove lo Stato e le istituzioni decidono. Avere percentuali eque di uomini e donne vuol dire non solo cambiare la visione politica del Paese ma anche ridare fiducia a chi crede che solo nel rispetto reciproco, nel rispetto della Costituzione e nella ricchezza della differenza possa nascere un Paese migliore».

VALERIA VALENTE: «RISCRIVERE PARADIGMI E MODELLI DI SVILUPPO»

Soddisfatta anche la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio e prima firmataria della mozione delle 16 senatrici di maggioranza, sottoscritta anche da Emma Bonino, a Conte: «È arrivato il momento di riscrivere paradigmi e modelli di sviluppo è più che mai necessario che a questo cambiamento prenda piena parte il punto di vista femminile e femminista. Per superare la pandemia e tornare a crescere, e per farlo nel modo migliore, l’Italia ha bisogno che le donne non perdano il lavoro, che venga ridotto il gap di genere e che vengano superate le disuguaglianze tra uomini e donne, in tutti i settori, ma anche che si attuino nuovi modelli di sviluppo più sostenibili e virtuosi dal punto di vista economico, sociale e ambientale».

EMMA BONINO: «SERVE MERITOCRAZIA»

Più dirette Emma Bonino e Costanza Hermanin, rispettivamente leader e vicesegretaria di +Europa: «È una questione di meritocrazia: se in Italia ce ne fosse, una normale distribuzione statistica produrrebbe automaticamente una rappresentanza bilanciata negli organi collegiali. Se il Paese è tanto lontano dal concepire la parità da pensare task force tutte al maschile, significa che gli strumenti che abbiamo sono insufficienti. E non è solo questione di numeri, ma anche di scelte. Con più del 60% del personale sanitario di sesso femminile, includendo le donne si sarebbero forse fatte scelte più avvedute in tanti settori, non ultimi sulla scuola e il lavoro part time».

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