Dopo il virus l’Ue rischia di essere demolita dalla rielezione di Trump

L'uomo che l'ex segretario di Stato Tillerson definì «un maledetto imbecille» può restare alla Casa Bianca fino al 2024. Mai da oltre 80 anni la posta in gioco per l'Europa era così alta: interscambio commerciale da record e credibilità difensiva sono in pericolo. L'unica speranza: che la pandemia distrugga a Donald l'arma elettorale dell'economia florida.

Non risulta che un altro segretario di Stato americano abbia mai definito il proprio presidente «un maledetto imbecille», ma lo faceva nel luglio del 2017 Rex Tillerson, l’amministratore delegato di ExxonMobil chiamato da Donald Trump sei mesi prima a dirigere la diplomazia americana.

COLUI CHE SI RITIENE A VERY STABLE GENIUS

Varie testimonianze, raccolte in un libro-ritratto su Trump intitolato A Very Stable Genius, autodefinizione coniata da Trump medesimo, e uscito nel gennaio 2020, confermano che Tillerson emise il suo verdetto subito dopo una lunga riunione al Pentagono, organizzata per dare al capo della Casa Bianca un quadro completo di che cos’era il sistema militare, di intelligence e diplomatico americano. A spiegarlo al presidente erano convenuti i massimi esponenti di quella che Ben Rhodes aveva definito con ironia the blob, la bolla, gente pensosa racchiusa in un mondo autoreferenziale e fasullo.

FORTE SPIRITO ANTI-EUROPEO

Rhodes, il principale consigliere diplomatico di Barack Obama assurto molto in fretta dal ruolo di speechwriter a quello di stratega, fu tra l’altro autore dell’illuso e illusorio discorso del Cairo sulle “Primavere arabe” (giugno 2009). E fu l’anima degli ondeggiamenti obamiani in politica estera, alla ricerca del nuovo che avanza, con scarso interesse per l’Europa ma neppure, va detto, lo spirito anti-europeo che anima Trump e i suoi più potenti e munifici sostenitori.

QUEL GIUDIZIO NETTO: «HE’S A FUCKING MORON»

«Io voglio vincere, e con gente come voi non andrò mai in guerra», diceva quel giorno del 2017 Trump a generali ammiragli diplomatici e grandi spioni, parole grosse per un renitente alla leva del Vietnam dette a una platea dove molti avevano combattuto davvero. «Siete degli ingenui e dei pupi». Gelo in sala. Tillerson fu l’unico a parlare. Da sempre fiero di avere un padre veterano del Pacifico e uno zio con tre turni in Vietnam, disse: «Non è vero. Signor presidente, lei sbaglia completamente». E alla fine, appena uscito Trump, il giudizio: «He’s a fucking moron», è un maledetto imbecille.

L’EUROPA SI GIOCA MOLTO, COME NEL 1952

Ma occorre essere realisti: a oggi, nonostante vari sondaggi, è possibile che sia lui ancora fino a tutto il 2024 il presidente degli Stati Uniti. Questo fucking moron si ripresenta fra 6 mesi per un rinnovo del mandato presidenziale e mai da oltre 80 anni l’Europa ha avuto una posta in gioco così alta in una elezione presidenziale americana. Ci fu qualcosa di simile nel 1952, non nel voto che oppose Dwight Eisenhower ad Adlai Stevenson per la successione ad Harry Truman, ma nella precedente scelta del candidato repubblicano, a lungo contesa a Eisenhower dall’isolazionista Robert A. Taft, contrario a suo tempo alla partecipazione americana nella Seconda guerra mondiale e – su questo la Storia lo ha in parte riabilitato – contrario a impegni americani in Vietnam. Aveva molti dubbi anche sulla Nato. Ed era, ma solo per questi aspetti e in un contesto e con motivazioni assai diverse, un precursore di Trump, al quale però non rassomigliava affatto quanto a stile e correttezza.

SISTEMA DI LEGAMI ECONOMICI SENZA PARI AL MONDO

L’Europa, tutta l’Europa compresi anche Svizzera e Norvegia che non fanno parte dell’Ue (i norvegesi sono però nella Nato) crea con gli Stati Uniti, e senza che il trumpismo sia riuscito a cambiarlo, un sistema di legami economici, interscambio di beni e servizi e investimenti incrociati assolutamente senza pari al mondo. L’interscambio dell’Ue con la Cina è nettamente inferiore a quello Ue-Usa e anche per gli Stati Uniti il primo mercato mondiale è in Europa, confermando così sul piano commerciale una realtà che dura da oltre un secolo. In più, è dal 1949 che la credibilità difensiva, in termini strategici, dei Paesi europei è affidata in toto o in parte all’ombrello Nato, cioè in modo rilevante agli Stati Uniti.

LA STRATEGIA DI DONALD: DEMOLIRE L’UE

L’importanza del voto presidenziale del 3 novembre 2020 sta nel fatto che Trump si muove come se questa realtà fosse solo un fastidio e andasse cancellata. Parte essenziale della sua strategia, se esiste oltre alle sue idiosincrasie e ai suoi istinti, è demolire l’Unione europea e questo fa parte di un disegno più ampio di demolire tutto quanto costruito dagli anni di Truman, e di Roosevelt se si fanno bene i conti, in poi. Ora, il mondo non resta fermo, gli Stati Uniti non sono più gli stessi, Mosca non ha più uno strumento ideologico come il comunismo per far avanzare la sua politica estera espansionistica, c’è la Cina di Pechino con le sue ambizioni e il suo potere. E soprattutto non c’è più da tempo negli Stati Uniti in politica estera quel consenso cosiddetto liberal che ha consentito a partire da Truman a 11 presidenti e mezzo (il mezzo è Obama che, pur essendo altra cosa da Trump, ne ha anticipato in politica estera alcune caratteristiche), di mantenere la “grande strategia” postbellica.

AZIONI ISPIRATE SOLO DALL’INTERESSE NAZIONALE

Molto è cambiato, ma non tutto. Il dibattito americano, vivacissimo anche in questi giorni, è fra chi dice che alcuni tratti vanno salvati a partire dal rapporto speciale con l’Europa e chi dice che il tutto va profondamente rivisto, senza più una “grande strategia” completa, solo azioni ad hoc ispirate dall’interesse nazionale, ma intese in senso lungimirante. Trump va ben oltre, e dice che sono tutte storie per “sciocchi e pupi”. Ancora il 22 aprile accusava gli europei, senza nominarli direttamente, di stare «a prendere in giro» gli Stati Uniti. Quanti americani sono con lui?

PENSIERO CHE DISCENDE DAL NAZIONALISMO PURO

Non si può certo liquidare l’uomo dicendo solo che è un imbecille e occorre ammettere che non viene dal nulla e rappresenta un filone di pensiero, o di istinto, ben presente da fine Ottocento, nazionalismo puro, e che si cristallizzò una prima volta subito dopo la guerra ’14-18. Allora i nazionalisti isolazionisti, che avevano combattuto contro l’ingresso in guerra del Paese nel 1917, riuscirono a far saltare per aria la diplomazia postbellica avviata da Woodrow Wilson e la sua Società delle Nazioni. Lo stesso filone isolazionista si arrese solo 20 anni dopo di fronte all’attacco giapponese di Pearl Harbour. E ha sempre contestato tutto o in parte l’edificio della politica estera bipartisan creato a partire dal 1947 sul piano strategico-diplomatico, e dal 1944 (Bretton Woods) su quello diplomatico-economico.

MA WALL STREET NON FU MAI ISOLAZIONISTA

In realtà Wall Street non fu mai isolazionista, e la finanza americana giocò da subito e pienamente le carte che la fine del dominio finanziario e monetario britannico le pose in mano a partire dal 1915, e fu in parte l’ispiratrice del grande disegno postbellico che, dal Piano Marshall (l’Europa di Bruxelles nasceva come iniziativa parallela al Piano) alla Nato a altro ha segnato i rapporti con l’Europa. Quell’Europa che molti esperti americani di politica estera continuano a definire “la perla” del sistema di alleanze americano, un sistema da valorizzare dicono, perché è quello che fa la differenza fra Washington da un lato e Pechino e Mosca dall’altro, queste ultime autocrazie senza particolari amici nel mondo.

PUÒ BATTERE BIDEN ANCORA CON I VOTI ELETTORALI

Trump potrebbe benissimo vincere come ha vinto nel 2016, tre anche quattro milioni di voti popolari in meno di Joe Biden, ma sufficienti voti elettorali che, nel sistema americano, sono come noto quello che conta. Ne 2016 furono sufficienti 80 mila voti popolari nei collegi giusti, con il Wisconsin come Stato-chiave seguito da Michigan e Pennsylvania. E ugualmente questi tre Stati saranno determinanti nel 2020. Trump ha alcuni punti di forza: la lealtà di molto voto repubblicano; l’appoggio della working class bianca, soprattutto gli uomini fra i 45 e i 65 anni; il fatto che Joe Biden, oltretutto quasi ottantenne, non è un trascinatore di folle; e infine i punti deboli di Biden in genere, tra cui la difficoltà per lui di raccogliere bene i voti della sinistra democratica, e le imprese manageriali azzardate di suo figlio Hunter, su cui Trump farà certo leva. Ha perso però l’asso nella manica di un’economia florida, e la pandemia evidenzia la debolezza della sua visione nazionalista.

RIPENSAMENTO DELLA STRUTTURA PRODUTTIVA AMERICANA

Biden, dicono vari esperti, dovrà puntare al voto della classe operaia, che è il suo ambiente familiare di origine, e puntare sulla pandemia per rovesciare il paradigma e convincere che solo i democratici possono avviare quel ripensamento della struttura produttiva americana che metta il Paese al riparo dagli eccessi di una globalizzazione di cui democratici e repubblicani insieme sono responsabili. Ci riuscirà? America first significa America alone.

EPPURE NEGLI ANNI 80 THE DONALD NON ERA AFFIDABILE

Prima di Tillerson, e senza usare parole esplicite come moron, molti altri sono arrivati alle stesse conclusioni su Donald Trump. Un episodio inedito risale ai primi Anni 80 e riguarda una delle storiche banche d’investimento di Wall Street, Brown Brothers Harriman&Co, sangue blu e a cavallo tra finanza e diplomazia. Un gruppo di giovani assunti da poco e freschi di business school stava lavorando alacremente al finanziamento di un’impresa immobiliare, quella di Donald Trump. Una mattina si trovarono sulla scrivania una lettera, firmata da alcuni partner, comproprietari cioè della Brown, in cui venivano ringraziati per l’impegno, ma anche avvertiti che la casa non gradiva fare affari con quel signore.

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Perché qui in Usa vivo con terrore la giornata per la consapevolezza sull’autismo

La discriminazione, soprattutto ora in emergenza coronavirus, fa paura. Per questo oggi 2 aprile accendete una luce blu per ricordare a tutti che i nostri figli hanno lo stesso diritto di vivere dei vostri.

Il 2 aprile è la giornata di sensibilizzazione all’autismo. Quest’anno, lo ammetto, è un po’più difficile da affrontare per noi famiglie autistiche, soprattutto negli Stati Uniti.

Il perché è quasi ovvio: la situazione disastrosa che stiamo vivendo a causa della pandemia da coronavirus è complessa per tutti e in tutto il mondo, ma addirittura catastrofica per le famiglie con persone disabili. Mi spiego.

LE FORME DI DISCRIMINAZIONE CON CUI PURTROPPO CONVIVIAMO

Storicamente, le società hanno convissuto con la discriminazione, anche in modo subdolo. La si può classificare in tre sfere: discriminazione di “razza”, di classe o di genere.

C’è chi pensa che le persone che hanno un colore diverso dal loro siano inferiori. Di esempi ce ne sono mille, ma quello più eclatante è il razzismo dei bianchi nei confronti dei neri.

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In questo Paese in particolare (ma non dimentichiamoci del Sudafrica, per dirne uno) si pensa ancora adesso che la vita di un bianco abbia più valore di quella di un nero. Lo dimostrano le vittime nere dei poliziotti bianchi, per esempio, ma non solo. Le scuole pubbliche in una zona nera sono molto meno attrezzate rispetto alle scuole delle zone a prevalenza bianca; a parità di lavoro, lo stipendio di una persona bianca è più alto.

UN RICCO È PIÙ TUTELATO DI UN POVERO, ANCHE DAL VIRUS

La stessa cosa succede per il genere. Le donne, si sa, non hanno gli stessi diritti degli uomini e neanche le stesse opportunità. Non c’è bisogno di avere una laurea in Sociologia per capire che la realtà in cui viviamo è questa. Le discriminazioni di classe, poi, sono le più ovvie: le si possono notare con evidenza in questi giorni di coronavirus, quando si va a fare la spesa. Nei supermercati più popolari, sono poche le regole da seguire per non beccarsi il virus. Nel supermercato dietro casa mia, invece, dove tutto è biologico e sei uova costano 10 dollari, i clienti vengono accolti con sostanze disinfettanti fin dalla fila in strada.

IL TERRORE DI NOI FAMIGLIE CON DISABILI

Tutti questi pregiudizi non hanno alcuna base scientifica. Sono stati creati dalla società in cui viviamo. Non ci sono studi che dimostrano che un’etnia è superiore a un’altra, o che i ricchi e i poveri hanno diritti diversi. Spiego queste ovvietà per dire che invece la discriminazione delle persone disabili ha una base scientifica, seppur ingiustificata: il quoziente intellettivo, per esempio. La capacità di gestire certe situazioni, la capacità di prendere decisioni. E la discriminazione nei loro confronti, altrettanto assurda malgrado i dati scientifici, diventa in questo periodo molto più pericolosa. Perché se si pensa ai danni causati dalle discriminazioni basate su presupposti non oggettivi, non riesco a immaginare cosa possa succedere quando le basi scientifiche ci sono. Perciò per noi genitori di figli disabili, che viviamo questo periodo con enorme terrore dopo che alcuni Stati americani hanno già scelto chi debba essere curato o meno in base anche alle disabilità, è un vero e proprio disastro. Un disastro che potrebbe essere evitato se si pensasse al valore umano, in modo migliore e certamente diverso.

UNA LUCE BLU IN PIÙ PER NON FARCI SENTIRE SOLI

Il problema è questo: le persone disabili come mio figlio, anche se scientificamente considerate meno ‘abili’ di altre, sono amate forse di più proprio per la loro vulnerabilità. L’idea che qualcosa possa succedere loro solo perché “sono come sono” ci tiene svegli la notte. E l’idea che qualcuno accampi una “scusa” scientifica per discriminarli ci terrorizza. Per cui, questo 2 aprile strano e disperato, accendete delle luci blu in più, per farci capire che non siamo soli nel pensare che i nostri figli hanno lo stesso diritto di vivere dei vostri, anche se c’è chi pensa che non scopriranno mai la cura del cancro. E poi, credetemi, molti di loro, se avessero accesso a un’istruzione adeguata, potrebbero. Ma questo è un tema da discutere in un altro momento.

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Quali sono i rischi che corrono gli Usa per il coronavirus

La pandemia si allarga anche negli Stati Uniti. Ma il sistema sanitario davanti a un incremento dei contagi rischia di implodere. Dai milioni di cittadini non assicurati alla carenza di posti letto: una radiografia che spaventa.

Alla fine anche negli Stati Uniti è stata superata la soglia psicologica dei mille contagiati. Secondo gli ultimi aggiornamenti i casi positivi al coronavirus sono 1.312, con focolai in California, a New York e Seattle. L’approdo del Covid-19 in America ha aperto nuove questioni sulla tenuta del sistema sanitario a stelle e strisce.

Il 10 marzo, arrivando a Capitol Hill per un incontro coi senatori repubblicani, Donald Trump ha continuato a minimizzare: «State calmi, il coronavirus se ne andrà», salvo poi disporre il blocco dei voli dall’Europa. Il riferimento del tycoon è ai milioni di americani preoccupati per la diffusione del contagio. Preoccupazione non del tutto infondata.

Mentre l’Italia, con Cina, Iran e Corea del Sud si trovano al centro della pandemia, gli Usa temono l’aumento repentino dei casi e dei decessi, arrivati già a 38, 30 dei quali nello stato di Washington. Il rischio è che il sistema sanitario Usa, vista la sua stessa struttura e l’organizzazione del lavoro, non riesca a reggere la pressione di una diffusione massiccia del Sars-CoV-2.

  • La mappa dei contagi aggiornata all’11 marzo (Fonte: Johns Hopkins university)

IL COMPLICATO RAPPORTO TRA AMERICANI E SISTEMA SANITARIO

Nel 2018 l’Università di Chicago e il West Health Institute hanno realizzato uno studio sul rapporto tra i cittadini americani e la salute. Fra le varie cose nel sondaggio emerse che nel corso dell’anno circa il 40% degli americani normalmente aveva saltato esami o trattamenti medici raccomandati e che il 44% non era mai andato dal medico se malato. La motivazione principale data dagli interpellati è stata sempre la stessa: paura dei costi. David Blumenthal, presidente del think tank Commonwealth Fund, ha spiegato al Guardian che le persone con malattie gravi di ogni tipo rimandano le cure se non hanno l’assicurazione o hanno franchigie elevate.

OGGI QUASI 28 MLN DI CITTADINI NON HANNO L’ASSICURAZIONE

Attualmente 27,9 milioni di americani sono sprovvisti di assicurazione, circa il 10,4% della popolazione sotto i 65 anni. Questo aspetto rappresenta uno dei primi fattori di rischio nel caso di un allargamento dell’epidemia. I cittadini senza assicurazione hanno maggiori possibilità di appoggiarsi al Pronto soccorso di fatto creando le condizioni per aumentare le infezioni. Ma il sistema delle assicurazioni non è il solo a mettere a rischio la tenuta complessiva. Uno studio del Commonwealth Fund del 2017 ha mostrato come gli Usa siano uno dei Paesi più inefficienti nella capacità di fornire assistenza primaria. Da un lato, si legge nel dossier del think tank, gli Stati Uniti sono ai primi posti per le misure che coinvolgono il rapporto medico-paziente sul piano della prevenzione e dei comportamenti, ma molto carenti quando si parla di coordinamento e gestione dei flussi di informazioni tra chi si occupa di fornire le cure, gli specialisti e gli operatori dei servizi sociali. Non solo. Gli Usa sono anche uno dei Paesi con il più alto tasso di ricoveri ospedalieri evitabili.

IL RISCHIO DI LAVORATORI MALATI

C’è però un altro aspetto molto importante da tenere presente. Secondo il Bureau of Labor Statistics circa un quarto degli americani non ha forme di congedo pagato per malattia. Una cifra che sale al 41% in alcuni settori come l’edilizia, l’agricoltura e la pesca. Secondo un rapporto dell‘Istitute for Women’s Policy Research, nel 2009 almeno tre lavoratori su 10 hanno continuato a lavorare pur avendo contratto l’influenza suina H1N1. Un fenomeno che potrebbe essere stato alla base di oltre 7 milioni di infezioni. Una situazione che potrebbe ripresentarsi con il Covid-19.

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Per tutti i lavoratori con il salario minimo a 10 dollari l’ora restare a casa per arginare il contagio non è un opzione praticabile. Secondo un rapporto del Center for American Progress del 2012 il 38% dei lavoratori nel settore privato non aveva giorni pagati di malattia, percentuale che supera il 70% per chi ha lavori part-time.

  • Impieghi nel settore privato senza giorni di malattia pagati.

A rendere tutto ancora più ingarbugliato è il fatto che questa massa di lavoratori include molte categorie a contatto con il pubblico: autisti, camerieri, persone che assistono gli anziani o impiegati nella gig economy. Tutti lavori scoperti dal telelavoro. Un dato su tutti: nel 2014 il Centers for Disease Control and Prevention ha rilevato che un lavoratore su cinque nel settore della ristorazione si è presentato a lavoro malato con sintomi che andavano dalla diarrea al vomito, spiegando di averlo fatto per paura di perdere il lavoro.

Non va però meglio per chi ha i permessi malattia. Secondo l’ufficio di statistica statunitense nel settore privato i giorni massimi che un lavoratore può chiedere per malattia, indipendentemente dall’anzianità, sono sette e salgono a otto per chi lavora in azienda da almeno 20 anni. Numeri ridottissimi che rappresentano solo la metà del tempo previsto per una quarantena.

LE FRAGILITÀ DEL SISTEMA OSPEDALIERO

Il mix tra sistema delle assicurazioni e cultura del lavoro si abbatte su un sistema ospedaliero che soffre di alcune carenze. In particolare per quanto riguarda la capacità di avere forze e posti di riserva in caso di crisi. Secondo i dati dell’Ocse nel 2016 il numero di ospedali ogni milione di abitanti era di 17,1, in calo di tre punti e mezzo dal 2000. In 16 anni sono state chiuse 276 strutture.

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Per l’Italia invece il tonfo è stato più forte: nel 2000 gli ospedali per milione di abitanti erano 23,2, oggi sono 17,56.

LA CARENZA DI POSTI LETTO

Il vero problema per gli americani è dato però dal numero dei posti letto. Secondo gli ultimi dati disponibili nel 2016 erano solo 2,77 ogni mille abitanti, mentre nel nostro Paese sono leggermente più alti a 3,18. Non solo. Gli ospedali americani hanno un altro problema che riguarda il tasso di occupazione dei letti disponibili. Secondo i dati del Centers for Disease Control and Prevention nel 2017 almeno il 65,9% dei posti era occupato. Questo significa che dei circa 894 mila posti letto quelli liberi sono poco meno di 305 mila. Ora tutto dipende da quanto l’epidemia si possa allargare. Secondo un report del Johns Hopkins University Center for Health Security pubblicato verso la fine di febbraio i dati non sono incoraggianti.

Gli scenari delineati sono due: uno basato sull’epidemia di influenza del 1968, e l’altro sulla spagnola che colpì milioni di persone in tutto il mondo nel 1918. Nel primo caso almeno 38 milioni di americani avrebbero bisogno di cure mediche, 1 milione di essere ricoverati e 200 mila di andare in terapia intensiva. Nello scenario peggiore gli americani da ricoverare sarebbero 9,6 milioni mentre 2,9 potrebbero finire in terapia intensiva. Entrambe le evenienze rischiano però di mandare ko il sistema dato che i posti letto in terapia intensiva sono a malapena 46.500, numero che in caso di emergenza potrebbe al massimo raddoppiare.

Liz Specht, giornalista della rivista specializzata Stat News, ha provato a fare un calcolo dei tempi di saturazione degli ospedali tenendo conto, ad esempio, della differenza di età tra la popolazione americana e quella italiana. Con un tasso di ricovero intorno al 20% gli ospedali sarebbero pieni intorno al 4 maggio. Dimezzandolo, la saturazione si avrebbe intorno al 10 del mese. Se solo il 5% dei pazienti richiedesse l’ospedalizzazione il calendario scivolerebbe al 16 mentre con il 2,5% dei casi si arriverebbe al 22 maggio. La valutazione, ha però ribadito Specht, presuppone che non vi sia una domanda di letti per altre patologie, scenario molto difficile da prevedere.

  • Possibile proiezione di una saturazione degli ospedali a maggio 2020

LA CARENZA DI MEDICI E MASCHERINE

A preoccupare non sono solo le strutture ma anche il personale medico. Sempre secondo i dati dell’Ocse, nel 2017 il numero di medici disponibili per ogni paziente non superava i 2,6, anche se negli ultimi 15 anni i numeri sono andati aumentando. In Italia sono quasi il doppio: 3,99. Unico dato in controtendenza è l’età. Negli Usa il 17,2% dei medici ha meno di 35 anni, mentre in Italia la soglia non supera l’8,6%. L’altro grande problema che potrebbe presentarsi riguarda le mascherine. Attualmente le riserve sono di 12 milioni di maschere N95 e 30 milioni di maschere chirurgiche che servono a una forza lavoro sanitaria complessiva di 18 milioni di unità. Se, ha scritto ancora Specht, solo 6 milioni di medici e infermieri lavorassero un giorno e usassero una sola mascherina usa e getta, finirebbero per consumare le scorte in circa due giorni.

LA CORSA SU CINA E RUSSIA

Restando al piano medico e degli ospedali il confronto con gli altri Paesi lascia un po’ di amaro in bocca ai pazienti americani. Prendiamo ad esempio il numero di letti. Se in Usa siamo intorno i 2,77 ogni mille abitanti, in Cina quasi raddoppiano a 4,3, la media europea invece si attesta intorno a 4,9 (tra il picco della Germania a 8, e la Svezia a 2,2). Peggio ancora il confronto con la Russia che si attesta a circa 8 posti ogni mille abitanti.

Qualche segnale arriva invece dai medici. In Cina sono a malapena due ogni mille, mentre in Europa sono circa 3,5. Ancora avanti invece la la Russia a 4,04.

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La storia di Katherine Johnson, fisica della Nasa che portò l’uomo sulla Luna

Matematica e informatica afroamericana in un'epoca maschilista e razzista, con i suoi calcoli contribuì alla missione Apollo 11. A 101 anni è morta la pioniera protagonista del film "Il diritto di Contare".

La sua incredibile storia è stata raccontata nel nel 2016 grazie nel film Il diritto di contare, tratto dal’omonimo libro di Margot Lee Shetterly. Nel 2015 l’allora presidente degli Usa, Barack Obama, l’ha insignita della Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile negli Usa. È morta a 101 anni Katherine Johnson, matematica, informatica e fisica statunitense, afroamericana e originaria della Virginia, che ha contribuito con i suoi calcoli alla missione Apollo 11. «La famiglia della Nasa non dimenticherà mai il coraggio di Katherine Johnson e gli obiettivi che non avremmo mai potuto raggiungere senza di lei», ha scritto su Twitter la stessa agenzia spaziale americana.

In un’epoca di segregazione razziale e di discriminazione di genere, Johnson è stata come un’eroina, tenuta nei primi anni alla Nasa nell’ombra. Il suo enorme lavoro è arrivato all’attenzione del grande pubblico dopo l’uscita de Il Diritto di Contare (Hidden Figures), il film del 2016 diretto da Theodore Melfi candidato a tre Oscar e due Golden Globe.

DA “CALCOLATRICE” A INGEGNERE AEROSPAZIALE

Katherine Johnson nel 1966 (EPA/NASA).

Nata il 26 agosto 1918 in una cittadina della Virginia Occidentale, la Johnson rivelò sin dall’infanzia il suo talento per la matematica e fu un enfant prodige diplomandosi a soli 14 anni. Assunta dalla Nasa nel 1953, quando l’agenzia si chiamava ancora National Advisory Committee for Aeronautics (Naca), iniziò la sua carriera come “calcolatrice”, mentre dal 1958 fino al 1986, anno in cui andò in pensione, lavorò come ingegnere aerospaziale. Nel 1959 calcolò sia la traiettoria per il primo volo spaziale con equipaggio sia la finestra di lancio per la sua missione Mercury del 1961 con Alan Shepard.

Portatemi la ragazza. Se lei dice che i calcoli sono giusti sono pronto a partire

John Glenn, il primo astronauta americano mandato in orbita intorno alla Terra nel 1962, parlando di Katherine Johnson.

Nel 1962, quando la Nasa utilizzò per la prima volta i calcolatori elettronici per il calcolo del volo orbitale di John Glenn con la Mercury Friendship 7, le venne richiesto di verificare i dati forniti dello stesso computer. Ma Katherine è passata alla storia soprattutto per aver esattamente calcolato la traiettoria per la missione sulla Luna dell’Apollo 11 del 16 luglio 1969, un traguardo incredibile anche a livello personale. Nel 1970 continuò a lavorare alla missione Apollo 13 e le sue verifiche furono fondamentali per riportare a casa gli astronauti della missione, in difficoltà dopo l’esplosione di un serbatoio di ossigeno.

PIONIERA ANCHE IN QUANTO AFROAMERICANA

Va ricordato che Johnson non fu solo una pioniera in campo scientifico. Prima ancora della sua carriera alla Nasa, nel 1938 fu ammessa (prima donna afro-americana) alla scuola di specializzazione West Virginia University insieme ad altri due studenti afroamericani, in seguito a una sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti con cui fu stabilito che gli stati avrebbero dovuto soddisfare le necessità di istruzione anche degli studenti di colore. La sentenza fu un punto di svolta per la fine della segregazione.

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Primarie in New Hampshire, vince Sanders ma Buttigieg insegue

Bernie ha meno di due punti di vantaggio sull'ex sindaco di South Bend. Terza Klobuchar, Biden soltanto quinto: per lui e Warren nessun delegato. Si ritirano Bennet, Patrick e Yang.

«Abbiamo appena vinto le primarie del New Hampshire. Quello che abbiamo fatto insieme qui non è nulla di meno dell’inizio di una rivoluzione politica, Grazie a questa vittoria vinceremo anche le prossime», annuncia Bernie Sanders davanti a una folla di fan esultanti.

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Confermando i pronostici della vigilia, il senatore socialista si aggiudica il secondo turno delle primarie dem in New Hampshire con il 26%, staccando di meno di due punti Pete Buttigieg, ex sindaco di South Bend, che in Iowa lo aveva battuto di un soffio strappando due delegati in più.

Entrambi escono dalle urne rafforzati come i frontrunner della corsa e come i portabandiera delle due anime del partito, quella radicale e quella moderata. Vivendo nel vicino Vermont, Bernie aveva il vantaggio di giocare quasi in casa in questo piccolo stato bianco e progressista del New England, dove nel 2016 aveva trionfato col 60,40%, superando di 22 punti l’unica rivale, Hillary Clinton.

Oggi invece doveva fare i conti con un parterre di altri nove candidati che hanno disperso il voto, anche se due hanno già annunciato il ritiro: l’imprenditore di origine asiatica Andrew Yang e il senatore del Colorado Michael Bennet. A ore è atteso quello dell’ex governatore del Massachusetts Deval Patrick.

Può cantare vittoria anche Mayor Pete: «Avete scelto una nuova era di sfide con una nuova generazione di leader», afferma davanti ai suoi supporter, ringraziando il marito Chasten («l’amore della mia vita che mi tiene con i piedi per terra») e tutti i candidati, a partire da Sanders, «che ammiro sin da quando ero studente e rispetto». Poi è abile a fare appello anche agli indipendenti e ai «futuri ex repubblicani» per creare una coalizione «ampia, inclusiva». E ad attaccare Trump, «il presidente più divisivo della storia americana» che «ha compromesso la credibilità degli Usa nel mondo».

La sorpresa della serata è la senatrice centrista del Minnesota Amy Klobuchar, che si piazza terza quasi col 20% insidiando la leadership di Buttigieg e vincendo nettamente la sfida tutta femminile con la più blasonata collega Elizabeth Warren, precipitata dal podio sotto il 10%. L’ascesa della Klobuchar era stata preannunciata dai sondaggi, ma il suo è un vero e proprio exploit perché fa terra bruciata tra sé e Joe Biden.

«Hello America, sono Amy Klobuchar e batterò Donald Trump», si è presentata ai fan, orgogliosa di aver ridefinito la parola “grit” (fegato) e di aver smentito le Cassandre: «Sono tornata e ho messo a segno il risultato. L’America merita un presidente resiliente come il suo popolo». Debacle invece per la Warren, che non ha beneficiato neppure della vicinanza del suo Massachusetts e che ora dovrà riflettere se continuare il duello fratricida con Sanders per la guida dell’ala progressista.

Per ora tuttavia non getta la spugna, smentendo le previsioni di Trump che la dava di ritorno a casa per «bere una bella birra fredda col marito». La battaglia per «salvare la nostra democrazia è una battaglia in salita, ma la nostra campagna è costruita per una lunga distanza e abbiamo appena cominciato». La senatrice si è complimentata con Sanders, Buttigieg e Klobuchar, ma ha detto che «la battaglia tra fazioni nel nostro partito ha preso una svolta aspra nelle ultime settimane» e pensa di essere ancora la candidata migliore per unire i dem.

L’altro sconfitto (annunciato) della serata è il candidato moderato dell’establishment del partito, Joe Biden, che però è andato peggio del previsto, scivolando dal quarto posto in Iowa al quinto posto in New Hampshire con un imbarazzante 8,4%. L’ex vicepresidente, che partiva come favorito all’inizio della corsa, aveva messo le mani avanti preannunciando che dopo il colpo subito in Iowa ne avrebbe preso un altro in New Hampshire.

La batosta era così nell’aria che ha preferito ‘scappare’ ad urne aperte in South Carolina, che col Nevada è la sua ultime sue speranza di ‘backback’ grazie a neri e latinos. «La mia gara non è finita, siamo solo all’inizio, la comunità afroamericana e ispanica non si è ancora espressa», ha rilanciato. Ma il 3 marzo lo attende la prova del Super Tuesday, quando scenderà in campo anche il miliardario Michael Bloomberg, dato in decollo dai sondaggi sull’onda dei suoi spot milionari e già bersaglio dei tweet al veleno di Donald Trump.

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Trump parla al Congresso e Pelosi strappa il suo discorso

Il presidente trasforma in un comizio il suo intervento sullo stato dell'Unione. Nessun riferimento al processo di impeachment, dal quale verrà certamente assolto nelle prossime ore. E i democratici escono dall'Aula.

Donald Trump ha tenuto davanti al Congresso il suo terzo discorso sullo stato dell’Unione. E alle sue spalle la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha platealmente strappato la copia dell’intervento che il presidente le aveva appena consegnato. È la rappresentazione plastica della profonda spaccatura che negli Stati Uniti allontana repubblicani e democratici, mentre il Senato si prepara ad assolvere una volta per tutte il capo della Casa Bianca dal processo di impeachment.

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UN COMIZIO PER LA RIELEZIONE

«Il meglio deve ancora venire», ha promesso Trump, che ha approfittato dell’occasione istituzionale per lanciare la sfida per la sua rielezione, senza fare alcun riferimento alla messa in stato d’accusa. Il suo discorso si è rapidamente trasformato in un comizio che ha infiammato il clima: «Abbiamo fatto il nostro lavoro, abbiamo sconfitto il declino dell’America e ne abbiamo fatto di nuovo un Paese forte e rispettato nel mondo. E non lasceremo che l’America venga distrutta dal socialismo», ha scandito il presidente. Parlando nella stessa Aula in cui i democratici lo hanno “incriminato”.

APPLAUSI DEI REPUBBLICANI, I DEMOCRATICI ESCONO DALL’AULA

I repubblicani hanno applaudito ad ogni passaggio, mentre Trump ha snocciolato quelli che considera i grandi successi del suo primo mandato: dall’accordo commerciale con la Cina («abbiamo utilizzato la giusta strategia») al boom dell’economia, fino alla realizzazione del muro con il Messico. Promesse mantenute che hanno suscitato i cori dei repubblicani: «Usa! Usa!» e «Four more years!», altri quattro anni alla Casa Bianca. I membri democratici del Congresso prima sono rimasti immobili, poi hanno deciso di uscire dall’Aula: «Impossibile sopportare queste bugie».

SGARBI ISTITUZIONALI E GESTI PLATEALI

Il clima è lontano anni luce dall’essere bipartisan. A testimoniarlo anche la mancata stretta di mano, poco prima dell’inizio del discorso, con la speaker Pelosi, più volte inquadrata alle spalle del tycoon mentre scuoteva la testa o sembrava deridere le parole del presidente. Del resto, lei lo aveva accolto in Aula senza ricorrere alla consueta formula di rispetto: «È un mio onore e privilegio introdurre il presidente degli Stati Uniti». Poi quel gesto plateale, la copia del discorso strappata: «È stata la cosa più cortese, considerando quali potevano essere le alternative», ha spiegato ai cronisti al termine della serata, alimentando ulteriormente la tensione.   

GUAIDÒ OSPITE A SORPRESA

I momenti capaci di unire il Congresso sono stati soltanto due: il tributo al leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidò, a sorpresa sul palco degli ospiti non distante dalla first lady Melania, e il commovente conferimento della Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, a Rush Limbaugh, il popolare conduttore radiofonico e opinionista conservatore che ha annunciato di avere un tumore in stadio avanzato.

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La Cina e la guerra dei cervelli

All'aeroporto di Boston è stato arrestato un luminare di Harvard che aveva omesso di dichiarare i suoi rapporti con l'università di Wuhan. Poco prima era stata fermata una studentessa della Repubblica Popolare accusata di spionaggio. Ed era finito in manette un ricercatore suo connazionale che cercava di portare in patria fiale con materiale biologico nascoste in valigia. Fatti di cronaca che sembrano una Spy Story.

Un luminare statunitense, pioniere nelle bio e nano tecnologie dell’Università di Harvard che lavorava all’insaputa dell’ateneo presso la Wuhan University of Technology (Wut).

E due cittadini cinesi, un ricercatore e una ricercatrice in Fisica, chimica e ingegneria biomedica a Boston – almeno così dichiarava sul visto – che in realtà era in forze presso l’esercito della Repubblica popolare.

Sembra l’inizio di un film di spionaggio, ma non è così. Perché i tre sono finiti in questi giorni nel mirino della giustizia Usa per i loro rapporti con l’ex Celeste Impero.

IN MANETTE IL LUMINARE DELLE BIOTECNOLOGIE

Il professor Charles Lieber e il ricercatore Zaosong Zheng sono stati arrestati – il primo il 28 gennaio, il secondo il 9 – all’aeroporto della capitale del Massachusetts. Le accuse? Il primo avrebbe dichiarato il falso in merito all’entità dei finanziamenti ricevuti dal governo cinese e alla sua partecipazione al programma Mille talenti che ha l’obiettivo di portare scienziati e ricercatori stranieri in Cina; il secondo, operativo sempre a Harvard, è accusato di aver tentato di portare in Cina 21 fiale di materiale cellulare sottratte al Beth Israel Medical Center di Boston, un centro che si occupa di ricerca sul cancro.

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Gli agenti federali hanno scoperto le fiale nascoste in una calza all’interno di una delle borse di Zheng. L’ipotesi è che volesse dare slancio alla sua carriera pubblicando una ricerca americana in patria con il proprio nome. Quanto alla terza cittadina cinese, Yanqing Ye, è accusata di frode sui visti, false dichiarazioni, e soprattutto di cospirazione contro gli Stati Uniti come agente di un governo straniero.

LA STRETTA USA SUI RICERCATORI CHE LAVORANO CON O PER LA CINA

Tre arresti che per gli investigatori, come ha scritto il New York Times, rientrano nella stretta americana su ricercatori che lavorano con o per il governo cinese, “contrabbandando” scoperte scientifiche. «Nessun Paese rappresenta una minaccia maggiore, più grave o a lungo termine per la nostra sicurezza nazionale e la nostra prosperità economica della Cina», ha affermato al New York Times il responsabile Fbi di Boston. «L’obiettivo di Pechino, in poche parole, è quello di sostituire gli Stati Uniti come superpotenza mondiale e per realizzarlo è disposta a infrangere la legge». Non a caso i tre operavano a Boston, centro d’élite per le università e gli istituti di ricerca.

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COSÌ LA CINA RECLUTA TALENTI ALL’ESTERO

Lieber in particolare è finito nel mirino perché, avendo ricevuto ingenti finanziamenti pubblici dal governo Usa – oltre 15 milioni dollari dal National Institute of Health e dal dipartimento della Difesa – avrebbe dovuto dichiarare ogni possibile conflitto di interesse con Paesi o enti stranieri. Fatto sta che dal 2011, Lieber è diventato senza che Harvard ne fosse a conoscenza uno “scienziato strategico” presso la Wuhan University of Technology –  la città ora nota all’opinione pubblica città epicentro dell’epidemia del nuovo coronavirus – e ha partecipato al cosiddetto Piano dei Mille Talenti, dal 2012 al 2017. Si tratta di uno dei i più importanti piani del governo cinese di reclutamento di esperti e scienziati internazionali a sostegno dello sviluppo, della prosperità economica e della sicurezza nazionale della Repubblica popolare. Da tempo le autorità americane e non solo, hanno denunciato come in realtà esso punti, attraverso l’elargizione di grosse somme di denaro, a convincere esperti stranieri a portare le loro conoscenze ed esperienze in Cina. Secondo i termini del contratto triennale di Lieber, l’Università di Wuhan gli pagava un vero e proprio stipendio – mai dichiarato nella sua interezza alle autorità americane – pari a 50 mila dollari al mese, oltre alle spese di soggiorno. Non solo. L’ateneo gli aveva assegnato più di un milione mezzo di dollari americani per mettere in piedi e gestire un laboratorio di ricerca biotecnologica presso la Wut. “Dettagli” che Lieber avrebbe omesso di dichiarare, mentendo. Ma che dimostrano, una volta di più, come lo scontro tra Usa e Cina si muova non solo a livello di dazi.

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Un uomo ha ucciso due poliziotti in una sparatoria a Honolulu

Armato di coltello ha attaccato diverse persone nell'area di Waikiki. Poi ha aperto il fuoco sugli agenti.

Un uomo armato ha accoltellato dei passanti e aperto il fuoco sulla polizia, uccidendo almeno due agenti, a Honolulu, nello Stato americano delle Hawaii. Il Fbi è entrato in azione nella popolare area di Waikiki per fermarlo. I fatti sono riportati dalla Cnn. Prima di uccidere i poliziotti, l’uomo avrebbe dato fuoco anche ad almeno un’abitazione nell’area.

ARMATO DI COLTELLO

L’aggressore avrebbe un’arma da fuoco ma anche un coltello, con il quale avrebbe attaccato diverse persone. Proprio l’allarme causato dagli accoltellamenti avrebbe spinto la polizia a intervenire. Davanti agli agenti l’uomo avrebbe aperto il fuoco, uccidendone due. Sono le ricostruzioni iniziali dei media americani sull’incidente nell’area di Waikiki.

A FUOCO DIVERSE ABITAZIONI

Le fiamme divampate da una casa si sarebbero estese e avrebbero mandato a fuoco almeno altre quattro o cinque abitazioni. Lo hanno riportato i media americani, secondo i quali non è escluso che l’aggressore si trovasse nella prima casa divorata dalle fiamme. Gli agenti, infatti, al momento non sembrerebbero impegnati in una caccia all’uomo.

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Michael Bloomberg pronto a spendere 1 miliardo contro Trump

Il candidato democratico Michael Bloomberg deciso a innaffiare la campagna col suo denaro. Anche se dovesse uscire sconfitto dalle primarie. Finanzierebbe Sanders o Warren. Pur di sconfiggere il presidente.

Pronto a tutto pur di liberare gli Stati Uniti da Donald Trump. La corsa alla Casa Bianca è destinata a diventare una guerra tra miliardari, a prescindere da chi tra i democratici otterrà la nomination per le presidenziali. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg non ha infatti escluso di spendere un miliardo di dollari della sua fortuna anche se non dovesse essere lui a spuntarla nelle primarie dem. E ha assicurato che mobiliterà la sua ben finanziata campagna per aiutare anche i senatori Bernie Sanders o Elizabeth Warren a battere Donald Trump, nonostante le forti differenza politiche che li separano. Il nemico comune, quindi, finirebbe per appianare i dissidi interni e anche una sconfitta personale non fermerebbe la battaglia elettorale di Bloomberg. Lo ha scritto il New York Times citando lo stesso imprenditore.

UNA FORTUNA DI OLTRE 50 MILIARDI

«Dipende se il candidato ha bisogno di aiuto: se sta facendo molto bene necessiterà di meno aiuto, altrimenti ne avrà più bisogno», ha detto Bloomberg durante una tappa della sua campagna in Texas. Chi conquisterà la nomination, quindi, potrà contare non solo sul suo appoggio finanziario ma anche sulla sua ramificata rete organizzativa. L’ex sindaco di New York, che conta su una fortuna di oltre 50 miliardi di dollari, ha già speso più di 200 milioni in spot pubblicitari, con un ritmo che entro marzo sarà uguale alla somma investita da Barack Obama nel corso dell’intera campagna del 2012. Un enorme investimento pur di sfrattare dalla Casa Bianca un inquilino scomodo e inviso a buona parte della popolazione.

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In Iraq lanci di razzi nella zona delle ambasciate

Sono caduti nella Green zone della capitale Baghdad, l'area dove si trovano le ambasciate straniere tra cui quella americana.

Due razzi sono caduti sulla Green Zone di Baghdad, dove hanno sede diverse ambasciate tra cui quella americana. Lo rendono noto fonti della sicurezza. L’attacco è avvenuto quasi 24 ore dopo che Teheran ha lanciato missili nelle basi irachene che ospitano forze di coalizione americane, in risposta all’uccisione da parte degli Stati Uniti di Qasem Soleimani. Sono razzi Katyusha quelli caduti nella Zona Verde a Baghdad e, secondo quanto riferito dal Washington Post che cita le forze di sicurezza irachene, non ci sarebbero vittime. Secondo alcune fonti sarebbero tre i razzi che hanno colpito la capitale irachena.

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Centinaia di manifestanti contro l’ambasciata americana di Baghdad

Hanno tentato di assaltare l'edificio dopo i raid che hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall'Iran.

Centinaia di iracheni hanno tentato di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad, per protestare contro i raid Usa che hanno ucciso 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall’Iran.

Secondo il New York Times i partecipanti al funerale, una volta terminata la cerimonia, hanno deciso di marciare verso la Zona Verde dove ha sede l’ambasciata. La folla ha uralto: «Down, down Usa!».

Le guardie di sicurezza si sono ritirate all’interno del palazzo, mentre i manifestanti hanno lanciato bottiglie e distrutto le telecamere di sicurezza all’esterno dell’edificio. I manifestanti hanno anche appeso fuori dalle mura dell’ambasciata le bandiere gialle della milizia Kataeb Hezbollah.

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Il caso del Navy Seal che divide gli Stati Uniti

Edward Gallagher è accusato di crimini di guerra. Il segretario della Marina era pronto a espellerlo. Ma è stato messo all'angolo dal Pentagono, schieratosi (con Trump) a fianco del militare.

Il capo del Pentagono Mark Esper ha chiesto le dimissioni del segretario della Marina Richard Spencer per come ha gestito con la Casa Bianca il caso del Navy Seal accusato di crimini di guerra. Al centro della questione c’è il procedimento disciplinare che potrebbe far perdere lo status di Navy Seal a Edward Gallagher, condannato da una corte marziale per aver posato con il cadavere di un militante dell’Isis, anche se è stato assolto dall’accusa di averlo ucciso e di aver sparato deliberatamente su civili disarmati. Dopo la condanna è stato degradato e gli è stato decurtato lo stipendio. Rischiava anche di essere espulso dalla prestigiosa unità delle forze speciali ma ora il capo del Pentagono ha cancellato la commissione disciplinare che doveva esaminare la vicenda il 2 dicembre e ha autorizzato Gallagher ad andare in pensione come Navy Seal conservando il suo grado.

TRUMP DALLA PARTE DEL NAVY SEAL

Trump si è sempre schierato dalla parte di Gallagher. Nei giorni scorsi aveva ammonito su Twitter i vertici militari a non cacciarlo. Una mossa che aveva irritato il segretario della Marina, secondo cui «il processo conta per il buon ordine e la disciplina». Far finta di nulla, insomma, rischia di dare un messaggio sbagliato a tutti gli altri militari, legittimando azioni come quella di Gallagher. Per questo Spencer sembrava aver minacciato le dimissioni nel caso Trump avesse bloccato il procedimento, salvo poi negarle, forse dopo aver subito pressioni.

Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti

Richard Spencer, segretario della Marina

«Un tweet del presidente non è un ordine ma se arriva un ordine formale obbedisco», si era corretto. «Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti», aveva aggiunto, completando il dietrofront. Sembrava tutto risolto, tanto che la Casa Bianca aveva comunicato alla Marina che non sarebbe intervenuta per bloccare il procedimento disciplinare. Ma evidentemente al commander in chief non è andato giù l’iniziale ammutinamento di Spencer e ora ha chiesto la sua testa.

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L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa 2020

Il magnate, che piace a Wall Street ed elettorato moderato, è pronto a candidarsi. Un terremoto per gli altri sfidanti dem. A partire da Biden.

Michael Bloomberg è pronto a sfidare Donald Trump. Secondo quanto riportato dal New York Times, il magnate dovrebbe presentare già nelle prossime ore la documentazione per candidarsi. E dovrebbe farlo nello Stato dell’Alabama, accedendo poi alle primarie. Anche se Bloomberg non ha ancora deciso al 100% se scendere in campo o meno, il deposito dei documenti gli consente di lasciarsi la porta aperta per lanciare il guanto di sfida a Trump, l’altro miliardario di New York, attualmente inquilino della Casa Bianca. Trump che ha così commentato l’ipotesi: «Little Michael non farà bene» ai dem, ha detto The Donald, dicendo che finirà col danneggiare Joe Biden.

BLOOMBERG SNOBBA I CANDIDATI DEMOCRATICI

A spingere Bloomberg a considerare seriamente la candidatura è il parterre dei democratici. A suo avviso – secondo indiscrezioni riportare dal New York Post – Biden è «debole», mentre Bernie Sanders ed Elizabeth Warren «non possono vincere». Alcuni stretti collaboratori di Bloomberg riferiscono che l’ex sindaco di New York è convinto che Trump sarà rieletto se Warren dovesse incassare la nomination democratica. Una discesa in campo di Bloomberg sarebbe un terremoto per la corsa dei democratici alla Casa Bianca, già segnata pesantemente dalle indagini per un possibile impeachment del presidente americano. Bloomberg a differenza degli altri dem in corsa non ha bisogno di raccogliere fondi: la sua fortuna gli consente di decidere anche all’ultimo momento se candidarsi senza doversi preoccupare di come finanziare la campagna.

L’EX SINDACO VEDE TRUMP COME «UNA MINACCIA SENZA PRECEDENTI»

Come pronosticato da Trump, a pagare il prezzo maggiore di un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe Biden, il più moderato in corsa. Ma sarebbero tutti i candidati a risentirne, anche Warren: l’ex sindaco di New York è sicuramente visto più di buon occhio da Wall Street, dalla Silicon Valley e anche da molti elettori democratici contrari a una svolta eccessivamente a sinistra del partito. Bloomberg, afferma il suo consigliere Howard Wolfson, vede Trump come una «minaccia senza precedenti per il Paese» come dimostrano le sue donazioni alle elezioni di metà mandato. «Mike è sempre più preoccupato sul fatto che gli attuali candidati non sono ben posizionati» per battere Trump, aggiunge Wolfson. E proprio la platea di candidati non convincenti ha spinto Bloomberg a ripensare al passo in avanti, dopo che in marzo aveva annunciato di non voler scendere in campo.

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Il video del raid che ha portato all’uccisione di al-Baghdadi

Le immagini condivise su Twitter dall' Us Central Command mostrano le forze americane avvicinarsi al compound.

Il Pentagono pubblica le prime immagini del raid che ha portato all’uccisione del leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi. Il video condiviso su Twitter dall’ Us Central Command mostra le forze americane avvicinarsi al compound.

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Nove cose da sapere su Giovedì nero e grande Depressione del 1929

Il 24 ottobre 1929 Wall Street crollò. Fu l'inizio di una delle più gravi crisi finanziare ed economiche dell'Occidente.

Il 24 ottobre del 1929 passò alla storia come giovedì nero, il giorno in cui comparvero i primi sintomi della cosiddetta Grande Depressione Usa, una crisi finanziaria che sconvolse per circa un decennio l’economia internazionale. Tutto cominciò a Wall Street: dopo alcune avvisaglie, il 24 ottobre si registrò un crollo vertiginoso dei titoli. Crollo che nei giorni successivi divenne incontenibile. Ecco 10 cose da sapere. 

1. L’ESPLOSIONE DELLA BOLLA SPECULATIVA E IL CROLLO DI WALL STREET

Dopo la Prima guerra mondiale l’economia Usa crebbe a ritmi enormi, trainata soprattutto dall’automotive. Grazie a una politica monetaria espansiva della Fed, banche e privati ebbero a disposizione una grande liquidità che fu investita in azioni. La speculazione innescò un rialzo dei prezzi in un clima di entusiasmo e fiducia. Non a caso gli Anni 20 vengono definiti ruggenti (roaming twenties). Un dato è particolarmente indicativo: dal 1922 al 1929 l’indice azionario era cresciuto del 500%. Il valore delle azioni però corrispondeva sempre meno all’aumento della produzione reale e ai fatturati. Così, come in ogni bolla, dopo essere cresciuto enormemente, subì una vistosa frenata. Questo portò a una vendita incontrollata delle azioni che causò il crollo della Borsa.

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2. HERBERT HOOVER, IL PRESIDENTE DELLA CRISI

Il presidente Herbert Hoover, repubblicano, si trovò ad affrontare la fase più dura della crisi. Eletto nel 1929, una manciata di mesi prima del crollo di Wall Street, il suo nome fu così associato in modo indelebile alla povertà in cui sprofondarono milioni di americani, anche perché invece di aumentare i sussidi rivolti alle classi disagiate la sua risposta fu quella di sostenere e supportare l’alta finanza. Così la zuppa acquosa entrata forzatamente nella dieta dei disoccupati venne soprannominata “Hoover Stew“, mentre le baraccopoli costruite con cartone e fogli di metallo “Hoovervilles“.

3. I NUMERI DEL CROLLO

La Grande Depressione raggiunse il suo l’apice tra il 1932 e il 1933. Proprio all’inizio del 1933 migliaia di banche e 70 mila fabbriche chiusero i battenti, facendo arrivare il numero dei disoccupati alla cifra vertiginosa di 12 milioni, il 25% della popolazione.

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4. LE CONSEGUENZE DEL PROTEZIONISMO

Gli economisti oggi sono concordi nel ritenere le politiche protezionistiche uno dei motivi per i quali la Grande depressione si protrasse per almeno un decennio. Con la tariffa Smoot-Hawley, per esempio, firmata il 17 giugno del 1930, vennero aumentati i dazi su oltre 20 mila prodotti importati. In seguito alla sua entrata in vigore, i Paesi europei finirono per non acquistare più beni americani, contribuendo ulteriormente alla crisi economica.

5. IL FLAGELLO DEL DUST BOWL

Come se non bastasse, negli Anni 30 a mettere in ginocchio gli agricoltori delle praterie americane e canadesi ci pensò il Dust Bowl: un periodo caratterizzato da forti tempeste di polvere accompagnate da disastri ecologici che decimarono i raccolti già provati dalla siccità. Questa “piaga”, tra l’altro, venne raccontata da John Steinbeck in Furore.

6. L’AUMENTO DELLA CRIMINALITÀ

La crisi economica causò milioni di disoccupati. L’assenza di opportunità di lavoro e un welfare inesistente portarono a un aumento della criminalità comune: dai furti alle attività illegali di ogni tipo.

7. ROOSEVELT E IL NEW DEAL

Appena eletto alla presidenza nel 1932, il presidente democratico Franklin D. Roosevelt mise in pratica il suo piano per stabilizzare la produzione industriale e agricola statunitense, creare posti di lavoro e stimolare l’economia attraverso grandi opere: il cosiddetto “New Deal”. Introdusse anche misure per regolamentare il mercato azionario.

8. GLI IMPATTI GLOBALI DELLA GRANDE DEPRESSIONE

Fuori dai confini nazionali, la Depressione colpì soprattutto i Paesi che dopo la Prima Guerra mondiale avevano contatto sull’aiuto economico degli States. Su tutti Regno Unito, Austria e Germania (favorendo la scalata di Adolf Hitler e del nazionalsocialismo) e, a cascata, Francia e Italia.

9. LA CRISI FINÌ CON LA SECONDA GUERRA MONDIALE

La grande Depressione finì definitivamente con la Seconda Guerra mondiale, quando le politiche di riarmo e la mobilitazione della forza lavoro ridussero notevolmente la disoccupazione: dopo che gli Stati Uniti entrarono in guerra nel 1941, infatti, il tasso di disoccupazione scese rapidamente al di sotto del 10%.

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Mistero sulla protezione alla talpa delle rivelazioni Trump – Biden

L'avvocato del whistleblower dice che la Cbs ha mal interpretato la missiva in cui la difesa della gola profonda ringraziava la National intelligence. Non è chiaro dunque se la fonte sia sotto tutela dell'agenzia federale.

È giallo sulle misure di protezione attivate per proteggere la gola profonda del caso che ha portato il Congresso americano ad annunciare l’apertura della procedura di impeachment su Donald Trump. Il caso è quello delle richieste di Trump ai dirigenti ucraini per ostacolare la campagna elettorale di Joe Biden. Uno degli avvocati della talpa che ha denunciato la telefonata di Trump al presidente ucraino per far indagare i Biden ha criticato la Cbs per aver «completamente mal interpretato» i contenuti di una lettera del team difensivo riportando che l’informatore è sotto protezione federale. La Cbs ha però confermato le sue rivelazioni affermando di avere un’altra fonte.

QUELLA LETTERA CHE RINGRAZIA LA NATIONAL INTELLIGENCE

La lettera, firmata da Andrew Bakaj e indirizzata al capo della National Intelligence, esprime preoccupazioni per la sicurezza della talpa – un agente della Cia – dopo le dichiarazioni minacciose del tycoon e la taglia di 50 mila dollari offerta da alcune persone per identificarla. Nella lettera si apprezza anche il sostegno per «attivare le appropriate risorse» per garantire la sicurezza del ‘whistleblower‘ ma non si indica quale sostegno o risorse siano state offerte.

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