Doorway, ecco perché investire sulle start-up

Al via il terzo roadshow della piattaforma di equity investing on-line nata nel 2017. Intervista all'ad Antonella Grassigli.

Modena, Ravenna e poi Milano. Il terzo roadshow di Doorway è cominciato il 20 febbraio. Un piccolo giro d’Italia per far incontrare start-up, Pmi e nuovi potenziali investitori da avvicinare alla piattaforma di equity investing on-line nata nel 2017. Una operazione che secondo la co-founder e amministratore delegato Antonella Grassigli, non è solo un semplice investimento in denaro. «L’angel investing è condivisione di network e competenze da investitore a imprenditore investito», spiega a Lettera43.it, «una sorta di circolo virtuoso, di scambio di competenze, che è alla base della crescita del valore delle aziende. Un bring-back, un dare indietro alla società ciò che hai avuto nella tua carriera. In Italia siamo ancora un po’ indietro, in Paesi come l’America è all’ordine del giorno».

Questo è il vostro terzo roadshow. Come è strutturato?
Si tratta di un vero e proprio investor day. Parliamo di Doorway, della nostra modalità di selezione delle aziende e delle caratteristiche dei nostri investitori. Poi diamo la parola agli imprenditori e alle imprenditrici in funding e loro presentano le rispettive con un pitch. La platea può poi porre delle domande. Al termine della giornata facciamo le conclusioni per poi lasciare spazio ai momenti di networking.

Dove andate?
Siamo partiti il 20 febbraio da Modena, Ravenna il 26 e a Milano il 16 marzo, poi Bologna, Roma, Bolzano e altre due tappe aggiunte di recente a Padova e Torino. Tutto entro metà aprile.

Come mai avete scelto questo format?
Perché riteniamo che sia molto importante fare un’opera di educazione a questa nuova forma di investimento. Siamo una piattaforma on-line, è vero, ma è altrettanto importante che un potenziale investitore conosca e veda imprenditori e imprenditrici a cui intende dare fiducia.

Non è la vostra prima esperienza del genere.
No. Da quando la Consob ci ha autorizzati a novembre 2018, ci siamo mossi. Da dicembre di quell’anno abbiamo cercato le aziende che si presentassero in piattaforma. Il primo roadshow, con tre aziende, è stato da maggio a luglio del 2019, il secondo, con due, da settembre a dicembre.

Come sono andati i due precedenti?
Molto bene. Nel complesso hanno partecipato 400 persone e i primi due roadshow hanno raccolto 2 milioni di euro. Conferma dell’interesse da parte di soggetti che fino a ieri magari nemmeno conoscevano questa modalità di investimento. Quasi il 50% di chi è venuto e poi ha investito non aveva mai investito prima in start-up.

Com’è nata la partnership con Bper?
Il nostro partner era Unipol banca, che nel settembre dell’anno scorso si è fusa con Bper banca. Quindi Bper è subentrata nella partnership, ha creduto nel progetto, ha sposato questa nuova modalità di raccolta di capitale sia lato investitori sia lato azienda. E lo ha fatto in maniera non banale, ideando un conto corrente speciale per noi, per essere compliant con la normativa Consob.

Una banca non può sentirsi minacciata da questa forma di investimento e finanziamento?
Si tratta di una nuova modalità di investimento che non è in contrapposizione alla banca, ma spesso complementare. Le nostre aziende sono mediamente sotto-capitalizzate, avere uno strumento che le capitalizza è sinergico anche ai fini del mestiere che fa la banca.

Chi c’è dietro Doorway?
Siamo quattro co-founder con estrazioni professionali molto diverse. Io e Marco Michelini siamo entrambi dottori commercialisti, soci business angel da anni. Siamo basati nel territorio e il nostro background è di assistenza professionale alle imprese. Gli altri due co-founder sono invece due manager internazionali, Federica Lolli per il lato legale, Donato Montanari un ingegnere che ha girato il mondo fondando e vendendo start-up.

Come è nata l’idea?
Ci siamo trovati per un caso a Bologna, abbiamo cercato una modalità di sostegno delle Pmi che fosse efficace. Nel 2017 il regolamento Consob sull’equity crowdfunding ha consentito la raccolta di capitale on-line non solo per le start-up innovative ma anche per le Pmi. Abbiamo quindi pensato a una tecnologia che sfruttasse questo contesto normativo nuovo e favorevole.

Qual è la vostra mission?
Nella nostra filosofia, il momento di raccolta di capitali non è che il momento iniziale di un processo. Stiamo vicini all’azienda anche successivamente. Per dare rendiconto all’investitore ma anche per supportare la start-up nella sua crescita. L’innovazione va finanziata perché generi valore. Vogliamo fare sistema, non essere delle mosche bianche. Quello che ci caratterizza è cercare di coinvolgere quanti più attori credibili sulla nostra piattaforma. Abbiamo già più di 380 iscritti, tutti di profilo interessante. Oltre alle partnership con Italian Angels for Growth e Angels for Women.

E il vostro modello di business?
In questo momento prendiamo esclusivamente una commissione sul totale raccolto dalla start-up: l’8% di norma, il 6% se l’impresa ha tra le fondatrici o dirigenti una donna o si occupa di economia sostenibile. Non prendiamo fee dall’investitore, perché è importante convincerlo a investire. In futuro, se un investitore non dovesse investire per 12 mesi, possiamo ipotizzare di caricargli una fee o cancellarlo dalla piattaforma. Ma abbiamo anche altre idee di sviluppo che riguardano la consulenza post investimento. E noi stessi, per policy, investiamo nelle start-up che presentiamo.

Quali sono i target a cui vi rivolgete?
Non siamo tendenzialmente specializzati, non abbiamo uno o più settori privilegiati. Abbiamo però expertise su cui ci focalizziamo per via della specializzazione dei nostri advisor esterni. Siamo molto forti per questo sul medicale, sul Fashion e sul Fashion Tech.

Quante società avete in portafoglio?
Cinque appena chiuse, altre in funding. Quindi di fatto otto. Ma già lavoriamo per lo scouting di aprile.

Che cosa vi differenzia da altre piattaforme di Equitiy Investing?
Le differenze sono tante. La prima è l’essere una piattaforma chiusa: se tu sei un investitore non hai un libero accesso a tutti i dati che noi presentiamo, solo gli investitori accreditati possono vedere i dati economicamente sensibili. La seconda differenza è tecnica, perché noi creiamo un Spv che raccoglie degli investitori, così la società che raccoglie l’investimento non si trova nella sua cap table tanti soci investitori. Garantiamo una mediazione tra start-up e altri investitori. La terza differenza riguarda la selezione delle aziende, che facciamo sia internamente ma soprattutto con una validazione esterna.

Come funziona il processo di investimento on-line?
Una volta che l’investitore è accreditato sulla piattaforma, può caricare i documenti di identità e compilare il questionario on-line. Fatto questo, può fare un ordine di investimento che è tracciato e gli consente di ricevere una mail con tutti i dettagli da finalizzare con un bonifico bancario sul conto vincolato. Il ticket minimo è di 5 mila euro, anche se la media si è alzata a 15 mila.

Perché bisognerebbe investire in start-up e Pmi innovative?
Si tratta di un investimento ad alto rischio ma anche potenzialmente ad alto rendimento. Va fatto con le dovute cautele e sapendo con chi lo si fa. Il concetto è quello di crearsi un portafoglio diversificato, di una decina o ventina di start-up, per minimizzare i rischi e massimizzare la probabilità di rendimenti. Investire in Pmi, in imprenditore e imprenditrici, sull’economia reale, è un investimento concreto, vedi le persone su cui stai investendo. Poi ci sono i benefici fiscali da considerare, con una detrazione pari al 30% dell’investimento direttamente in dichiarazione dell’anno successivo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it