AL TEATRO GRIMALDI, IN SCENA “BIANCA COME FINOCCHI IN INSALATA” E LA NON ACCETTAZIONE DEL PROPRIO CORPO

La negazione di sé e la non accettazione del proprio corpo: è questo il tema centrale di “Bianca come finocchi in insalata”, in programma il 22 febbraio, alle ore 21.00, al Teatro Grimaldi, presso il Saint Joseph Resort (ex colonia San Giuseppe). Terzo appuntamento della rassegna teatrale NEO, l’opera, un pluripremiato spettacolo scritto e diretto da Silvia Marchetti, sarà messa in scena dalla parmense Compagnia del Calzino con il patrocinio di Arcigay “Marcella Di Folco” Salerno.

Ideata e organizzata dalla compagnia teatrale Le Ombre con la direzione artistica di Gianni D’Amato, NEO porta a Salerno uno “spettacolo divertente, semplice, a tratti grottesco, ma profondamente tragico in quello che, con il sorriso sulle labbra, viene detto, vissuto, attraversato – spiega Silvia Marchetti – Un testo che a tratti denuncia l’abuso perpetrato dalla società e, in maniera ancora più pressante e sadica, da noi stessi sulla nostra stessa natura, rappresentato da rinunce, compromessi, inappagamenti che siamo bravissimi a infliggerci”.

“Bianca come finocchi in insalata” è un testo che strizza l’occhio a grandi autori del teatro contemporaneo: da Cocteau a Ruccello, da Athayde a Bennett. La storia è quella di Bianca, non più giovanissima, non bella, non ricca. E, probabilmente, mai particolarmente amata o capita. Oggi, però, si sente amata dal Signor Direttore, il suo Antonino, preside della scuola elementare in cui insegna. Grazie a lui Bianca, interpretata da Andrea Ramosi, vive una seconda giovinezza fatta di entusiasmi, farfalle nello stomaco, rinnovata passione per l’insegnamento. Ma fin dalle primissime battute si avverte che qualcosa non va: qualcosa di morboso aleggia nell’animo di Bianca e cresce di ora in ora. Il disagio aumenta e, con esso, un malessere fisico che la protagonista cerca di negare a se stessa ma che contribuirà al crollo nervoso che la sopraffarà. La vita di Bianca procede come i suoi dialoghi: lei annaspa sempre più nelle sue incertezze, affoga nella mancanza di risposte, sballottata tra sprazzi di lucida consapevolezza e totale negazione della realtà, tra deliri di onnipotenza e completo annichilimento, fino a non capire più neppure i segnali che il suo stesso corpo le invia. Si delinea un quadro tragicomico, esilarante e amarissimo, tratteggiato dalle innumerevoli, farneticanti sfaccettature del dolore, tanto varie da permettere a chiunque di riconoscersi in qualcuna di esse. “Bianca è la contraddizione dell’essere umano: strampalata e banale, confusa e dispotica, sottomessa e intransigente, materna e spietata, donna e… – continua Marchetti – Arrendevole nella vita, trova la sua apparente rivincita nell’insegnamento, dove riesce a diventare finalmente sopraffattrice. Saltuariamente docile e insignificante, ma capace di covare odio e risentimento che la corrodono dall’interno, è sempre sull’orlo dello sdoppiamento di personalità”.

“Abbiamo puntato su tematiche sociali e quanto più attuali – spiega il direttore artistico di NEO, Gianni D’Amato – Del resto, il teatro è politica perché parla alla gente, della gente e dei problemi della gente. Questo spettacolo, nello specifico, ci ha convinto subito. Bianca sembra parlare al pubblico di problemi e disagi di una persona qualunque. Non parla mai in maniera diretta dell’omosessualità e delle problematiche legate alla difficolta, spesso, di essere accettati. Tratta la tematica in maniera laterale e, forse, proprio per questo è più efficace. È uno spettacolo complesso nella sua straordinaria semplicità per testo, recitazione, scena e contenuto. È – conclude D’Amato – uno spettacolo di tutto rispetto che, tra premi e nomination, si è fatto notare anche oltreoceano”.

Diversi i riconoscimenti ricevuti dallo spettacolo: semifinalista Inbox 2018, vincitore Torino Fringe Festival 2018, finalista Stazioni d’Emergenza Teatro Galleria Toledo 2018. Non solo: lo spettacolo è stato selezionato per il Roma Fringe Festival 2019, per IN SCENA Italian Theater Festival NY 2019, per Il cielo su Torino 2019 al Teatro Stabile di Torino. A metterlo in scena è La Compagnia del Calzino, una compagine che inizia la propria attività a Parma nel 2000, portando in scena numerosi spettacoli e realizzando diversi laboratori teatrali anche nelle scuole dell’Emilia Romagna. Fondata ufficialmente come Associazione culturale nel febbraio 2012, la Compagnia del Calzino è costituita da attori diplomati presso la Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone” e presso la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova.

I prossimi appuntamenti della rassegna sono: 14 marzo, “Diviso due”, compagnia Teatranti Tra Tanti; 4 aprile, “Nun m’ piace ‘o presepe”, spettacolo diretto da Antonello Ronga; 9 maggio, “Negli occhi di Eva”, compagnia teatrale Le Ombre. Alla realizzazione della rassegna hanno lavorato, insieme al direttore artistico Gianni D’Amato, Mariapia Corrado, Chiara D’Amato, Alfredo Cartone e Maria Scognamiglio.

Consiglia

Più dei vecchi Scarface sono da temere i Tigre

Al Pacino è stato scaricato dalla sua giovanissima compagna. Ma il vero dramma per le donne non è il decadimento del proprio partner quanto il suo terrore di invecchiare. Un po' come Gassman nel film di Dino Risi.

Il ritratto forse più realistico e crudo dell’uomo anziano alle prese con una compagna molto più giovane, è quello interpretato da Anthony Hopkins nel film di Woody Allen Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni.

Cercando di sottrarsi dallo spettro della vecchiaia, il protagonista si mette con una bionda palestrata e sgallettata, conosciuta in veste di escort. Consapevole della propria sopravvenuta impotenza senile, tristemente vivificata con pillole di Viagra, copre la donna di regali costosi, pellicce e gioielli, anche se questo non eviterà che lei finisca rapidamente tra le braccia di un aitante personal trainer. 

SCARFACE? «VECCHIO E TIRCHIO»

Un problema – quello di trattenere una scalpitante femmina in età sessualmente attiva – che non si dev’essere posto Al Pacino, il divo hollywoodiano appena scaricato dalla fidanzata di 36 anni più giovane, alla quale avrebbe regalato, nel corso dei due anni di liaison, solamente «qualche mazzo di fiori», come ha dichiarato lei stessa in un’intervista alla rivista israeliana LaIsha, che ha subito fatto il giro del mondo. «È vecchio e pure tirchio», ha detto in sostanza la 43enne Meital Dohan, la cui assenza al fianco di Pacino era stata notata durante la notte degli Oscar. La 36enne ha ammesso che «la differenza di età si sente», con tutto ciò che questa frase può suggerire. Eppure, la fidanzata precedente, Lucila Solá, 36 anni meno dell’attore, era resistita accanto a lui per ben otto anni, chissà, forse qualche braccialetto a lei l’aveva comprato.

QUELL’INTERVISTA ALLA MOGLIE DI MICHELE PLACIDO

Stessa differenza di età anche per una coppia italiana dello spettacolo, che fece parlare di sé per lo stesso motivo e che pare sempre sull’orlo di scoppiare: quella tra Michele Placido e la compagna Federica Vincenti, una storia iniziata quando lui ne aveva 54 e lei 17. A lanciare il sasso fu Vincenti che senza alcun pudore raccontò nel 2017 la non proprio soddisfacente routine coniugale a Vanity Fair: la vecchiaia «si è allargata, piano piano. Fino a farsi voragine, non a distruggerci, ma a governare lei». E poi, nel dettaglio: «Cambia il corpo, cambiano i muscoli, le forze. Cambia la testa […] Cambiano i desideri. Le voglie non sono più comuni». Problemi che però possono insorgere anche quando il divario di età è inferiore, come nel caso della coppia Johnny Depp (55 anni) e Amber Heard (32 anni), una vicenda amorosa cominciata coi toni più romantici e finita nel peggiore dei modi, con accuse reciproche di violenza e una causa giudiziaria da milioni di dollari.

LE NOZZE MARTELLI-QUARTAPELLE

Tornando in Italia, il caso più recente di coppia sbilanciata per età (ma felice) e appena convolata a nozze (in Israele) è quella formata da Claudio Martelli, 76 anni, e la deputata 37enne del Pd, Lia Quartapelle, o Quartamoglie visti i tre matrimoni sulle spalle del socialista. I migliori auguri, naturalmente, e complimenti a entrambi per il coraggio. 

I TORMENTI DELLE MOGLI ORDINARIE

Ora, se sono i divi del cinema e i vip a fare notizia per questo tipo di avventure e disavventure amorose, ci sono però migliaia di mogli normali e non famose che assistono allo spettacolo di un marito terrorizzato di invecchiare, che si incartoccia con una ragazza dell’età della propria figlia, salvo scoprire che – a parte la favola del sesso, per il tempo che dura – l’abisso può spalancarsi in ogni momento, quando la conversazione fa emergere modi di pensare diversi, riferimenti culturali lontanissimi tra loro, lei non capisce di chi lui stia parlando, lui non sa chi sia il cantante o l’attore per il quale lei impazzisce. Un cliché, insomma, su cui il cinema lavora fin dagli Anni 60, come nel film Il tigre di Dino Risi, del 1967, in cui il 45enne Vittorio Gassman veste i panni di un dirigente d’azienda sposato e frustrato, che si innamora dell’amica 20enne della figlia, salvo tornarsene con la coda tra le gambe a casa, dove la moglie saggia e borghese finge di non sapere nulla e lo accoglie sorridente, circondata dai figli. Nel caso di Al Pacino, comunque, mi piace pensare che sia stato lui a farsi lasciare. A breve si fidanzerà infatti con la fioraia alla quale ordinava gli omaggi per l’insoddisfatta compagna.

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McGowan contro Portman tradisce ancora il senso del #MeToo

Una delle prime accusatrici di Weinstein ha attaccato la collega definendola ipocrita. Perché agli Oscar aveva indossato un mantello con i nomi delle registe escluse dalle candidature. Non basta un abito per essere femministe, ok. Ma anche i simboli contano. E la guerra tra donne non serve alla causa.

A tre anni dalla sua esplosione, il #MeToo, movimento che avrebbe voluto unire le donne di tutto il mondo in nome della sorellanza, si porta ancora dietro strascischi velenosi. Lo dimostrano gli attacchi nei confronti di Natalie Portman che alla cerimonia degli Oscar si è presentata con i nomi delle registe escluse (nessuna donna candidata) ricamati sul soprabito.

ROSE, UNA DELLE PRIME A PARLARE

Lo avevamo visto tante volte con il caso Weinstein: attrici che dopo aver ascoltato le testimonianze delle colleghe le incolpavano di non aver parlato prima. Tra quelle che al #MeToo hanno dato quasi i natali c’è l’americana Rose McGowan, una delle prime ad aver raccontato di aver subìto uno stupro dal magnate di Hollywood, una donna che ha sempre alzato la voce con coraggio, ma che sembra non aver mai afferrato del tutto il senso del movimento: unite in nome della stessa causa, non una contro l’altra.

QUANDO SPARÒ A ZERO SU MERYL STREEP

Invece a McGowan, personaggio piuttosto tormentato ed ex amica di Asia Argento, la guerra tra donne piace eccome. Una delle sue nemiche fu Meryl Streep, accusata nel 2018 per aver preso parte alla protesta in nero delle donne dei Golden Globes. «Attrici come Meryl Streep», scrisse in un tweet poi rimosso, «che hanno felicemente lavorato per il Pig Monster (così veniva apostrofato Harvey Weinstein, “il mostro porco” ndr) vestiranno di nero in una protesta silenziosa. Il vostro silenzio è il problema. […] Disprezzo la vostra ipocrisia». Streep rispose tramite una lettera in cui assicurava di non essere mai stata a conoscenza, prima dello scandalo, degli abusi di Weinstein.

LE ACCUSE DI IPOCRISIA AL MANTELLO DI PORTMAN

Nel 2020 agli Oscar i candidati alla miglior regia erano tutti uomini, esattamente come nel 2019. Così domenica 9 febbraio, sul red carpet, Natalie Portman ha reso omaggio alle donne registe snobbate, indossando sopra l’abito da sera un mantello con i loro nomi ricamati, tra cui Greta Gerwig (Little Women), Lorene Scafaria (Hustlers) e Lulu Wang (The Farewell). «Volevo dare un riconoscimento, per quanto sottile, a queste donne il cui lavoro incredibile non è stato preso in considerazione». Un gesto che non è andato giù a Rose McGowan: l’attrice americana ha accusato la collega di essere «un’ipocrita» che non traduce con i fatti quel che predica sul tappeto rosso.

Il soprabito di Natalie Portman alla cerimonia degli Oscar il 9 febbraio 2020. Sulla destra si vedono i nomi delle registe.

«È proprio il tipo di protesta che attira recensioni estasiate sui media, mentre era solo un’attrice che recitava la parte di quella a cui queste cose importano», ha tuonato su Facebook: «Trovo questo tipo di attivismo profondamente offensivo per quante tra noi fanno il vero lavoro». Per poi sparare ancora più alto: «Smetti di fingere di essere una campionessa di altro che non è te stessa. Hai lavorato con due registe donne nella tua lunga carriera, e una eri tu».

LA DISPUTA SUL CONCETTO DI “CORAGGIO”

All’ira della McGowan, la Portman ha replicato in una intervista al Los Angeles Times, invitando il pubblico a non considerarla coraggiosa per i nomi ricamati sulla cappa: «Coraggio è un nome che associo alle donne che nelle ultime settimane hanno testimoniato contro Weinstein nonostante incredibili pressioni». E a Rose che l’ha accusata di aver fatto pochi film diretti da donne ha risposto osservando che «purtroppo i film non fatti che ho cercato di fare sono una storia di fantasmi. Ho cercato in passato di aiutare registe donne a entrare in progetti da cui poi sono state escluse. E anche quando riescono a essere realizzati, i film di registe donne hanno difficoltà a arrivare ai festival e ad essere distribuiti a causa di ostacoli che si frappongono in ogni momento. Voglio dire che ho provato e continuerò a provarci, sperando che stiamo entrando in una nuova era», ha spiegato l’attrice che anche nel 2018 aveva protestato pubblicamente per la quasi inesistente partecipazione delle registe donne agli Oscar.

Natalie Portman con il marito Benjamin Millepied sul red carpet degli Oscar 2020.

Il soprabito di Portman, Mc Gowan a parte, non è piaciuto a molti: l’editorialista australiana Rita Panahi ha scritto che «sia come attrice sia come produttrice, Natalie Portman ha sempre preferito lavorare con uomini» e parlato di «sfoggio di inutile virtuosismo da celebrity». Non ci sono dubbi sul fatto che non basti un abito per dirsi femministe, che contino più le azioni dei simboli, ma va detto che Portman è stata l’unica a portare, in un modo seppur discutibile, i riflettori sul gender gap agli Oscar 2020. E se le donne anziché spalleggiarsi in nome della stessa battaglia, ognuna con i propri tempi e le proprie modalità, continueranno a sputare veleno una sull’altra in stile McGowan, il rischio è che del #MeToo resterà ben poco.

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Le pagelle della quarta serata di Sanremo 2020

Il Festival è un trionfo di perbenismo. Amadeus senza ironia, Novello senza talenti. Meglio Fiorello e Clerici. E tra i cantanti in gara si salvano Tosca, Gualazzi, Anastasio e la veterana Pavone.

Vanitas vanitatum et omnia Festival. Sanremo schizoide non rinuncia a ciò che gli riesce meglio: predicare dal pulpito sbagliato. Non è più un Festival, è un catechismo, un oratorio, un convento, un confessionale, un eremo, un corso di educazione civica, una lezione di comportamento sociale, un trionfo del perbenismo borghese, un’orgia di politicamente corretto mascherato da trasgressione. Pipponi travestiti da monologhi anche sciatti, imprecisi, approssimativi ma da ascoltare in religiosa contrizione; e questa è per l’appunto la vanità del cardinale.

Vanità sono i 300 mila euro pretesi da Benigni per recitare un Cantico dei Cantici liofilizzato. Vanità è il vecchio istrione che si atteggia a “Diablo” ma si vergogna “di essere uomo”, tutti qui ostentano vergogna per quello che sono ma la vergogna è estroflessa, mi vergogno per come siete, per la categoria cui appartengo senza colpa, mi vergogno per voi e di voi. Vanità è la megalomania di Fiorello che dice: Tiziano Ferro mi manda l’odio, offesissimo da un tweet di Tiziano il quale si è superbamente offeso perché l’altro la tira in lungo e ci vuole la diplomazia di Amadeus per risolver tutto a tarallucci e baci, roba da asilo Mariuccia, con tanto di vanitose letterine di scuse vergate a mano e diffuse via social.

Vanità è la mamma di Diletta Leotta, autrice di un disastroso discorso sulla bellezza – la sua; vanità è la madre che difende la figlia, «attacchi sessisti e invidiosi proprio dalle donne», che è una squisita logica di cosca. Vanità sono le tre generazioni di Leotta ritoccate, si vede che hanno qualche chirurgo estetico in famiglia. Vanità è l’artista allo sfascio che pretende dirigere l’orchestra e alle critiche replica: siete degli stronzi, anche Mozart arrivava ultimo, io sono come i Beatles. Tutto è vanità, a partire da questa presunzione di avere la verità rivelata e di poterla imporre a 10 milioni di capri espiatori. E così, vanità per vanità, omelia dopo omelia, ogni serata dura più della precedente, ormai siamo a sei ore.

CONDUTTORI

AMADEUS: 5. Che emozione, sono ragazzi fortissimi, che evento, che meraviglia, che donna meravigliosa, sono particolarmente felice. A presentare così son buoni tutti, non serve neanche il gobbo. E poi: ironia, non pervenuta. Preciso, ma ti fa cascare il naso, il mento e anche più giù.

FIORELLO: 6+. Vestito da Bianconiglio (questa è sottiletta, la capiranno gli insider) torna ai tempi del Villaggio Vacanze. Un po’ impermalosito, a tratti imbolsito, ma ogni tanto il Walter Chiari che riposa in lui torna ad agitarsi.

ANTONELLA CLERICI: 6+. Ormai si porge a tutti come avessero da 10 anni in giù. Però è anche l’unica vera conduttrice vista quest’anno. E col pappagallo, che fa un passo indietro da Amadeus. Da donna vera e da vera donna, giustamente.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. File under: modella, ma soprattutto ex “ombrellina”, poi promossa fidanzata, di Valentino Rossi. Presentare no, manco le basi del mestiere, forse perché non l’ha fatto mai. Però strimpella il piano: pare il saggio di fine anno. Prova a dire che non sa far niente.

GIOVANI

TECLA (8 Marzo): 2. È in odore, pungente, di plagio – “Un senso” di Vasco Rossi, ma si sa come funziona qui: se sei predestinato, puoi clonare pure il Padreterno. Insulsa, del resto. «Ci vuole forza e coraggio» lo diceva sempre la prof di matematica, Iride Milza, chiamandoci a interrogazione. Poi ci ammazzava, però.

MARCO SENTIERI (Billy Blu): 6. A parte i capelli a casco da ciclista, il suo recitativo racconta una storia tragica di bullismo riscattata dalla Nemesi del bene. Molto orchestrata, un po’ alla Cristicchi. Non male, meritava di più. Ma non era un predestinato.

LEO GASSMAN (Vai Bene Così): 3. A proposito di predestinati. No ma il cognome mica c’entra, basta con questa storia, non perché è figlio e nipote di, è che è il nuovo Jim Morrison e mica ci ha colpa lui. C’ha un risucchio che tre minuti che lo senti e ti viene il reflusso gastrico. Bravo, hai vinto, chi l’avrebbe detto, l’anno prossimo tra i Big, Brancaleon, Brancaleon, Brancaleon.

FASMA (Per Sentirmi Vivo): 3/4. Cos’è, un nome d’arte o una crasi? La vedo bene al supermercato, mentre faccio la fila. Ma poi, se vuoi andar via da questa città, chi te lo impedisce? Gli archi vorrebbero essere drammatici, ma sono solo vecchi.

BIG

PAOLO JANNACCI (Voglio Parlarti Adesso): 5/6. Pianista, tanta esperienza, la musica la conosce e la canzone, grondante romanticismo, è ben costruita. Però non può cantare. Neanche Enzo, il padre, sapeva cantare. Però era un’altra cosa, ed erano altre canzoni.

RANCORE (Eden): 4. Se l’è, ‘sto tac tac tac? E poi, ‘ste infiorettature di piano tardoromantico non si usavano negli anni ’90? Dico la verità, non capisco niente di quello che dice, anzi che rappa, ma mi fido. Il flow, quella roba lì.

GIORDANA ANGI (A Mia Madre): 2. La piccola Angi parla festivalissimevolmente di mamma, cuore, amore, insicurezze. Sarò io una vecchia carogna, ma sui toni gravi mi ricorda Maria, pensa te; sugli acuti, pare il raglio di un somaro.

FRANCESCO GABBANI (Viceversa): 4. Ah, ma c’è di mezzo Pacifico, apposta mi pareva così brutta. Ma il problema è un altro, è “sciè dovesscimo schpiegare in pochisscime parole”, ma cos’ha in bocca? Una patata? p.s. Non so se l’ho già scritto, comunque è un bluff. Grosso. Bluffone.

RAFAEL GUALAZZI (Carioca): 6+. E Tropicana, jè. Punta, è chiaro all’estate pigliando la rincorsa, ma meglio l’estate delle menate. Viva il disimpegno, che poi disimpegno non è (ricordati di Carosone). Semel in Festival licet de bailar.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Ringo Starr): 5. Finisse così, amen, quando tornate a casa date una carezza ai ragazzi e ditegli che è la carezza Del Papa. Invece si nasce cazzari e si finisce coscienze civili. Tutto nel girone che va da un Festivalone a un Concertone. E questo mi indispone.

ANASTASIO (Rosso di Rabbia): 6+. Ve lo ricordate il film Anastasia, mio fratello, con Sordi? Duro, eh? Anche il nostro Anastasio è duro. Pure troppo. Sì, lui è bravo. Però, per qualche motivo, questo riffaccione hard lascia un po’ di amaro in bocca. Manca qualcosa, e c’è qualcosa di troppo.

ELODIE (Andromeda): 3. Scusate, eh: ma se io ho voglia di sentirmi Mahmood, sento Mahmood. Se sento Elodie e viene fuori Mahmood, è inutile che sento Elodie. Che è pure stonata.

RIKI (Lo Sappiamo Entrambi): 2. Oddio, ma è il “filosofo” Fusaro! No, è Riki. Vabbè è uguale. Facciamo Riki Riki insieme?

DIODATO (Fai Rumore): 5. Nuovo Indie? Autore? Ma dai: sanremese senza un domani. «Non lo so se mi conviene se il tuo rumore mi fa bene» è uno dei versi più insidiosi in 70 anni di nefandezze festivaliere; «Pem Pem», risponde Elettra Miura.

IRENE GRANDI (Finalmente Io): 4. Non sarà neanche colpa sua, che se le dai qualcosa di decente la regge: ma questa canzonettina qui la rende un po’ patetica. «Se vuoi fare sesso facciamo adesso oppure è lo stesso», è quanto di più imbarazzante. C’è chi dice no, Irene: la prossima volta, a Vasco digli di no.

ACHILLE LAURO (Me ne frego): 2. Ah, voi dite che copio Bowie? E io lo rifaccio o giù di lì. Ah, voi dite che copio Zero? E io lo ricalco pari pari (stagioni 1977, 1984, 2020). Ad libitum, Gary Glitter, Marc Bolan, Sweet, Slade, hai voglia. Lui dice che no, stasera ha la Marchesa (Casati). Bòn, ma tu, di tuo, cosa ci metti? Ullallà, oddio, per chi si accontenta dei succedanei, per chi non nutre memoria ma disperate nostalgie.

PIERO PELÙ (Gigante): 4. Lo sapete che vi dico? Che ‘sta tamarrata di mash up I was made for loving you dei Kiss/Furia cavallo del West di Mal è la canzone perfetta per Sanremo: gli starebbe proprio bene, a Pelù, di vincerlo il Festival. Proprio bene, capite a me.

TOSCA (Ho Amato Tutto): 6+. Piace agli artisti, piace all’orchestra, piace a chi mastica musica. Proposta classica o datata? Raffinata o stilizzata? Comunque al palco dovrebbe arrivarci, senza scandalizzare nessuno (anzi, sarebbe scandaloso il contrario).

MICHELE ZARRILLO (Nell’Estasi O Nel Fango): 5/6. Cerca di svecchiarsi, ma passando sempre di qua. Una sua storia ce l’ha: forse questo poppettino screziato di soul gli porta qualche pagina nuovamente fortunata.

JUNIOR CALLY (No Grazie): 3. Adesso che si è tolto la maschera abbiamo capito: non c’era da preoccuparsi, c’era da ridere. Dicono che, alla lunga, ricalchi il grande Ugolino (Ma che bella giornata, 1968); verissimo: lo insegue: ma mica lo raggiunge. Il titolo interpreta il sentimento comune, una volta che lo si è ascoltato.

LE VIBRAZIONI (Dov’è): 1. La canzone forse più insulsa, più vecchia, più fanfarona, più banale, più “lialosa” del Festival, rischia di vincere il Festival. Perché è puro Festival, puro Sanremo.

ALBERTO URSO (Il Sole Ad Est): 2. È l’1:34 del mattino, sto seguendo il maledetto Festival da 5 ore secche, mi tocca sentire Piero Mazzocchetti reincarnato in Scialpi. Odio il mondo, odio tutti e soprattutto odio chi mi dice di non odiare. Perché parlate bene, voi al caldo sotto le fottute coperte.

LEVANTE (Tikibombom): 6. Al secondo ascolto, quel minimo effetto sorpresa è già svanito: ti accorgi che la signorina “vissi d’arte” ha pensato al 90% alle radio e il resto al fatidico impegno. Però, siccome anche le paraculate bisogna saperle fare, considerato il livello medio, vai, Levante, ti do la sufficienza e sparisci prima che cambi idea.

BUGO E MORGAN (Sincero): S.V. Dicono Morgan sia andato di traverso agli orchestrali con la sua megalomania malata. Certo questa pagliacciata è stata la sua ultima: cambia le parole, forse alludendo al socio, Bugo, che la prende male e lo sfancula. L’unico momento vivo del Festival sta nel suicidio degli ultimi annunciati: l’importante è finire male.

RITA PAVONE (Niente – Resilienza 74): 6+. E non si può far cantare il Pel di Carota alle due di mattina, su! Ha 74 anni, è stata pure male, bisogna essere delle carogne. E invece, carica come una pila, spazza via tutto e tutti ed è l’unica vera esibizione rock della nottata. Altro che Pelouche. E pazienza se la canzone non è granché.

ENRICO NIGIOTTI (Baciami Adesso): 4. Una lagna petalosa da far cascare gli zuccheri, poi improvvisamente imbraccia la chitarra e spara un curioso assolo alla Guns and Roses. Rob de matt.

ELETTRA LAMBORGHINI (Musica – E Il Resto Scompare): 0. Elettra Miura mette il turbo: pem pem, e non ce n’è per nessuno. Il resto scompare. Soprattutto la musica, scompare.

MARCO MASINI (Il Confronto): 5/6. Ascolta, si fa giorno: ti parla padre Masini. Ormai la sua scelta è netta, è chiara: una eterna confessione, canzoni sempre più scoperte, dolenti e, in fondo, non brutte. Sempre snobbato dalla critica, Masini si è ricavato un suo ruolo d’autore, e merita rispetto. Sono le 2:20, la messa è finita, è durata sei ore, andate in pace a morire tutti ammazzati.

OSPITI

TIZIANO FERRO: 5-. Sì ma una settimana intera di Tiziano Ferro farebbe arrugginire anche il Padreterno.

DUA LIPA: 2. Ed è subito fashion concept. La youtuber è amica dei Ferragnez, quindi i contenuti forti sono assicurati. Un modello, un inno per le donne, così difese in questo Festival.

GHALI: 3. Un quarto d’ora di licenza, a mezzanotte suonata, manco fosse Sinatra. Poi ancora dal palco della Nutella: troppo Ghali nel pollaio. Qui Ghali ci cova.

GIANNA NANNINI: 6. Un buon disco, ma poco fortunato. A Sanremo ne propone l’estratto forse più debole, poi non si capisce che bisogno abbia di zavorrarsi con questo tipo che non vale un Coez. Lasciamola riscattarsi con qualche classicone in salsa orchestrale, che va bene così.

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Chi era Kirk Douglas, attore simbolo della Hollywood degli anni d’oro

Protagonista di oltre 80 film, raggiunse la notorietà grazie a due pellicole di Stanley Kubrick, "Orizzonti di gloria" e "Spartacus". Il 9 dicembre scorso aveva compiuto 103 anni.

È stato probabilmente l’ultimo dei ”duri’ della Hollywood degli anni d’oro e la leggenda vuole che si sia spaventato una volta sola quando è stato colpito da un ictus all’inizio del 1996 e arrivò in ospedale «letteralmente terrorizzato’» come si affrettarono a raccontare i medici ai cronisti. Ma poi è arrivato alla meravigliosa età di 103 anni, ictus a parte, Issur Danielovitch, vero nome di Kirk Douglas unico maschio di sette figli emigrati ebrei russi, che ha interpretato nella vita vita più o meno gli stessi personaggi nei circa 80 film che lo hanno visto protagonista in oltre 50 anni di carriera.

DAGLI INIZI IN POVERTÀ ALL’ACCADEMIA

Fisico roccioso, carattere spigoloso come ben sanno i registi che lo hanno diretto, Douglas ha affrontato con orgogliosa caparbietà la difficoltà che la vita gli ha posto davanti: dalla cronica povertà dell’infanzia ai rapporti difficile con il padre che pure lo incoraggiò nella sua carriera, alla non facile gestione dei quattro figli maschi Michael, Joel, Peter ed Eric dei quali fu padre-padrone egocentrico ed invadente. Ma il ruolo di ‘macho’ non è stato l’unico che amava ricordare in una lunga ed articolata carriera. Nato ad Amsterdam nello stato di New York il 9 dicembre 1916 da una famiglia di russi analfabeti (il padre, come ricorderà nella sua autobiografia era un “venditore di stracci”) si mantenne agli studi facendo il cameriere, poi il lottatore, poi finalmente il direttore dell’Accademia d’arte drammatica lo ammise gratuitamente per merito.

L’ESORDIO AL CINEMA GRAZE A LAUREN BACALL

Il suo esordio nel cinema dopo l’apprendistato a Broadway si deve a Lauren Bacall. Fu infatti la moglie di Bogart a segnalarlo al produttore de Lo strano amore di Marta Ivers, che segnò l’inizio della sua carriera nel 1946. Proprio ai suoi primi film faceva riferimento per parlare della versatilità della sua carriera, accanto alla Stanwyck era stato infatti un procuratore alcolizzato in Letterá a tre mogli, poi nel 1949 sarà nel film che gli darà la popolarità e una candidatura all’Oscar (Il grande campione), nei panni di un pugile egoista. Intanto due anni prima sul set de Le vie della città aveva incontrato Burt Lancaster, l’amico di una vita con cui girerà altri sedici film fino a Due tipi incorreggibili. Tutti film nei quali incarnava il classico duro. Fino alla consacrazione in film iconici come Spartacus, Orizzonti di Gloria, Il bello e il brutto.

OSCAR ALLA CARRIERA NEL 1996

Il giorno del suo compleanno da anni lo festeggiava donando agli altri: «Dare in beneficenza è un atto egoistico», diceva, «perchè mi fa stare bene». Nel 2015 insieme alla moglie Anne Buydens – anche lei centenaria -, con la quale aveva condiviso la vita per oltre 60 anni, ha donato 15 milioni di dollari ad una clinica di Los Angeles per ex attori e lavoratori di Hollywood colpiti dal morbo di Alzheimer. Nominato all’Oscar tre volte, Douglas ha ricevuto l’onorificenza più prestigiosa dell’Academy: l’Oscar alla carriera nel 1996.

IL RICORDO DEL FIGLIO MICHEAL

Dopo la morte del figlio Eric per overdose, altre tragedie colpirono l’attore negli anni Novanta: nel 1991 Douglas sopravvisse per miracolo ad un incidente di elicottero dove due dei suoi compagni di volo persero la vita. Nel 1996 un ictus gli tolse la parola. Ma tenace come sempre, con ore ed ore di terapie riabilitative, Kirk riprese almeno un po’ la capacità di comunicare fino a conquistare l’oscar e superare il secolo. Di lui, tra gli ultimi rappresentanti della Hollywood degli anni d’oro, rimane il fisico atletico, lo sguardo azzurrissimo e un inconfondibile fossettá in mezzo al mento. La notizia della morte della leggenda del cinema è stata data da suo figlio, l’attore Michael Douglas, con un post su facebook: «È con grandissima tristezza che io ed i miei fratelli annunciamo che Kirk Douglas ci ha lasciati, all’età di 103 anni. Per il mondo era una leggenda, un attore dell’epoca d’oro del cinema che ha vissuto a lungo nei suoi anni d’argento, un attivista umanitario la cui dedizione alla giustizia ha indicato uno standard al quale tutti noi possiamo aspirare. Ma per noi era solo un papà».

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Cosa è successo tra Brad Pitt e Jennifer Aniston ai Sag Awards

I due si sono incontrati durante la premiazione. Ma soprattutto sono stati attentissimi ai discorsi l'uno dell'altra. Scatenando così il gossip.

I Sag Awards hanno regalato qualcosa che il mondo del gossip non sognava nemmeno lontanamente che potesse accadere. Ovvero un gioco di sguardi tra Brad Pitt e l’ex Jennifer Aniston. Che si è poi trasformato in un bacio accidentale tra i due. E la cosa, ma era facile da immaginarsi, ha scatenato i fan della coppia di attori. Ma cosa è successo veramente tra i due? Proviamo a riassumerlo brevemente.

LA TENSIONE PRE RED CARPET

Era logico che la stampa scandalistica ne parlasse. Perché quando si tratta dell’ex coppia da sogno d’America i tabloid non lesinano inchiostro e carta. Ecco che la possibilità che i due si incontrassero sul red carpet era davvero alta. E questo provocava tensione, tanto nei protagonisti quanto tra il pubblico. Per fortuna ci aveva pensato Aniston a bloccare ogni possibile pettegolezzo con alcune battute

IL DISCORSO DI BRAD PITT

Ma a scatenare nuovamente il pettegolezzo è stato il discorso di Brad Pitt per ringraziare dopo il premio vinto per il suo lavoro in C’era una volta a… Hollywood. Jennifer Aniston è stata ripresa dalle telecamere mentre guardava ammirata l’ex. Quasi godendosi il suo successo e quello che stava raccontando sul palco. Il tutto mentre l’attrice lo guardava con il sorriso stampato in faccia.

IL DISCORSO DI JENNIFER ANISTON

Finito il suo discorso Brad Pitt sarebbe dovuto andare in conferenza stampa dove i giornalisti lo stavano aspettando. Peccato che l’attore abbia preferito fermarsi dietro le quinte. Per cosa? Semplice, guardare e ascoltare l’ex parlare sul palco come lei aveva fatto con lui. In barba a chi lo stava aspettando nelle sale accanto per poterlo intervistare e raccogliere le sue impressioni. Aniston era stata premiata come miglior attrice femminile per il ruolo avuto in The Morning Show.

DIETRO LE QUINTE

Poi i due si sono incontrati dietro le quinte dove si sono salutati fugacemente. Ma anche in quei pochi istanti si è vista ancora la grande sintonia tra i due con risate, un abbraccio e un bacio di commiato. Il tutto sotto gli obbiettivi delle telecamere e dei fotografi che hanno raccontato questo incontro che sta facendo sognare i fan di questa ex coppia di Hollywood.

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Il prequel di Game of Thrones è pronto a debuttare nel 2022

La nuova serie si intitola House of the Dragon ed è ambientata 300 anni prima dei fatti narrati da George R.R. Martin. Protagonista? La casata Targaryen.

Il prequel della fortunata serie Game of Thrones potrebbe essere pronto al debutto nel 2022. Ad annunciare il lancio di House of the Dragon al TCA Winter Tour di mercoledì 15 gennaio 2020 è stata la stessa HBO. Casey Bloy, presidente della programmazione della rete, ha accennato un laconico «suppongo che lo vedremo in onda nel ’22».

UN PREQUEL GIÀ PROGRAMMATO

Non è comunque una completa novità quella di House of the Dragon. Infatti mentre HBO stava registrando le ultime stagioni di Game of Thrones, aveva commissionato già cinque episodi pilota a diversi scrittori. La rete ha inoltre ordinato un pilota per un altro progetto, uno spin-off di Game of Thrones, attualmente ancora senza titolo, che dovrebbe essere ambientato 8000 anni prima degli eventi narrati nel libro di George R.R. Martin. A prevalere – almeno per ora – è stato House of the Dragon in attesa di capire se anche lo spin-off vedrà la luce o meno. Il via libera effettivo al prequel era arrivato a novembre del 2019, da qui la lunga attesa prima di vederlo sui piccoli schermi.

DI COSA PARLA HOUSE OF THE DRAGON

Il prequel di HBO, firmato da George R.R. Martin e Ryan Condal, parla dell’ascesa della casata dei Targaryen di cui Daenerys, la madre dei draghi, discende. Gli eventi qui raccontati sono ambientati circa 300 anni prima di quelli visti nelle otto stagioni di Game of Thrones.

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La lite tra Gabriele e Silvio Muccino è finita

Il regista ha ritirato la querela per diffamazione nei confronti di Silvio. Così il giudice ha dichiarato il procedimento chiuso.

I fratelli Muccino hanno fatto pace. Le vicende giudiziarie sono terminate il 14 gennaio 2020 nella prima prima udienza del processo nato dalla querela per diffamazione del regista Gabriele nei confronti di Silvio, imputato. Gli avvocati hanno comunicato al giudice che le parti sono arrivate a un accordo. La querela è stata quindi ritirata e il giudice ha dichiarato il procedimento chiuso.

LA STORIA DELLA LITE TRA GABRIELE E SILVIO MUCCINO

Al processo si era arrivati dopo le parole di Silvio, del 3 aprile 2016, che nel corso di una trasmissione televisiva accusò il fratello, che non era presente in studio, di avere aggredito la moglie Elena Majoni nel 2012. «Gabriele è una persona violenta – aveva sostanzialmente detto Muccino jr – ha colpito sua moglie con uno schiaffo perforandole il timpano». Parole che avevano portato il regista a presentare una querela per diffamazione. «Il mio assistito ha deciso di ritirare la querela – ha detto Longari, il legale del regista – Si è comportato da fratello maggiore chiudendo una vicenda che lo aveva molto ferito». Dal canto suo, il difensore di Silvio Muccino, l’avvocato Michele Montesoro ha affermato che «la lite tra fratelli è stata composta: adesso potranno continuare la loro professione senza dover comparire in tribunale».

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Tutte le nomination agli Oscar 2020

Joker è il film con maggiori candidature. A sorpresa escluso Robert De Niro anche se The Irishman conquista nove papabili piazzamenti.

Il 9 febbraio il Dolby Theatre di Hollywood si appresta a ospitare la cerimonia di premiazione degli Oscar edizione 2020. In vista di uno degli eventi più attesi del mondo, l’Academy ha reso note nella giornata di lunedì 13 gennaio le nomination per il conseguimento della prestigiosa statuetta. di film, registi e attori candidati a una statuetta. Joker, il film di Todd Phillips con Joaquin Phoenix nei panni del rivale di Batman, è stato candidato a 11 statuette. Segue con 10 C’era una volta Hollywood di Quentin Tarantino e The Irishman di Martin Scorsese con nove nomination. Ma non sono mancate nemmeno le sorprese. Come ad esempio l’assenza di Robert De Niro tra i papabili vincitori di una statuetta o le sei candidature per 1917.

LE NOMINATION AGLI OSCAR 2020

Miglior film
1917
The Irishman
Piccole donne
Jojo Rabbit
Joker
Storia di un matrimonio
C’era una volta… a Hollywood
Parasite
Le Mans 66 – La grande sfida

Miglior attore protagonista
Joaquin Phoenix – Joker
Adam Driver – Storia di un matrimonio
Leonardo DiCaprio – C’era una volta… a Hollywood
Jonathan Pryce – I due papi
Antonio Banderas – Dolor y Gloria

Miglior regia
Martin Scorsese – The Irishman
Sam Mendes – 1917
Quentin Tarantino –  C’era una volta… a Hollywood
Bon Joon Ho – Parasite
Todd Phillips – Joker

Miglior attrice protagonista
Scarlett Johansson – Storia di un matrimonio
Saorsie Ronan – Piccole donne
Charlize Theron – Bombshell
Renee Zellweger – Judy
Cynthia Erivo – Harriett

Miglior attore non protagonista
Tom Hanks – Un amico straordinario
Anthony Hopkins – I due papi
Al Pacino – The Irishman
Joe Pesci – The Irishman
Brad Pitt – C’era una volta… a Hollywood

Miglior attrice non protagonista
Laura Dern – Storia di un matrimonio
Scarlett Johansson – Jojo Rabbit
Margot Robbie – Bombshell
Kathy Bathes – Richard Jewell
Florence Pugh – Piccole donne

Miglior sceneggiatura originale
C’era una volta… a Hollywood
Storia di un matrimonio
Parasite
Cena con delitto – Knives Out
1917

Miglior sceneggiatura non originale
Jojo Rabbit
Joker
Piccole donne
The Irishman
I due papi

Miglior film di animazione
Dov’è il mio corpo?
Klaus
Dragon Trainer – Il mondo nascosto
Toy Story 4
Missing Link

Migliore film straniero
Les Misérables (Francia)
Honeyland (Macedonia del Nord)
Corpus Christi (Polonia)
Parasite (Corea del Sud)
Dolor y Gloria (Spagna)

Miglior documentario
American Factory
The Cave
The Edge of Democracy
For Sama
Honeyland

Miglior cortometraggio documentario
In the Absence
Learning to Skateboard in a Warzone (Id You’re a Girl)
Life Overtakes Me
St. Louis Superman
Walk Run Cha-Cha

Miglior cortometraggio
Brotherhood
Nefta Football Club
The Neighbor’s Widow
Saria
A Sister

Miglior cortometraggio animato
Dcera
Hair Love
Kitbull
Memorable
Sister

Migliore colonna sonora
Joker
Piccole Donne
Storia di un matrimonio
1917
Star Wars: L’ascesa di Skywalker

Migliore canzone originale
“I’m standing With You” da Atto di fede
“Into the Unknown” da Frozen II – Il segreto di Arendelle
“Stand Up” da Harriet
“(I’m Gonna) Love Me Again” da Rocketman
“I Can’t Let You Throw Yourself Away” da Toy Story 4

Miglior fotografia
1917
C’era una volta… a Hollywood
Joker
The Irishman
The Lighthouse

Miglior effetti speciali (“visual effects”)
Avengers: Endgame
The Irishman
Il re leone
1917
Star Wars: L’ascesa di Skywalker

Miglior trucco e acconciature
Bombshell
Joker
Judy
Maleficent – Signora del Male
1917

Migliore scenografia
The Irishman
1917
C’era una volta… a Hollywood
Parasite
Jojo Rabbit

Migliori costumi
Joker
Piccole donne
C’era una volta… a Hollywood
The Irishman
Jojo Rabbit

Miglior montaggio
Le Mans 66 – La grande sfida
The Irishman
Parasite
Jojo Rabbit
Joker

Miglior sonoro (“sound editing”)
1917
Le Mans 66 – La grande sfida
Joker
C’era una volta… a Hollywood
Star Wars: L’ascesa di Skywalker

Miglior montaggio sonoro (“sound mixing”)
1917
Le Mans 66 – La grande sfida
Joker
C’era una volta… a Hollywood
Ad Astra

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Il senso di Rula Jebreal al Festival di Sanremo

Il veto Rai alla presenza della giornalista ha scatenato le polemiche. Ma cosa ci faceva la Jebreal in una kermesse canora? Quale sarebbe stato il suo ruolo? E in quanti si sono chiesti «che ci azzecca»?

Quando ha cominciato a montare – sui giornali e sui social – la polemica sulla partecipazione di Rula Jebreal al prossimo Festival di Sanremo, in non pochi ci siamo chiesti «che ci azzecca?», Che ci azzecca la polemica (con tutto quel che sta succedendo nel mondo), ma anche che ci azzecca Rula con il Festival.

CANTANTE O VALLETTA?

Rula cantante? Rula valletta? Non sembrerebbe il ruolo adatto per questa giornalista ormai di profilo internazionale, cittadina del mondo, consulente del presidente Macron per il gender gap, stabilmente insediata nell’élite intellettuale ed ebraica newyorchese, ma spesso di ritorno in Italia per partecipare a talk show televisivi in cui non le manda certo a dire.

PERCHÉ ACCETTARE?

Cioè, ancora prima di chiedersi perché è stata invitata, ci si domanda perché lei avrebbe accettato, con quale intento e con quale scopo. Tanto più che il direttore artistico del Festival, Amadeus, ha precisato in un’intervista a Repubblica che quello di Jebreal «non sarà un intervento politico, chi viene a Sanremo non farà politica. Non mi interessa». E allora, che cosa farà? Sfilerà indossando preziose creazioni degli stilisti Made in Italy? Presenterà le canzoni? Reciterà un monologo teatrale? Danzerà? Nemmeno il tempo di approfondire la questione, che già erano partiti i razzi della polemica, dopo la decisione dei vertici Rai di sospendere la firma del contratto e non confermare i voli per la discussa ospite.

LA POLITICA CHE SI DIVIDE

Da un lato, coloro che inneggiano alla decisione della Rai, contestando la Jebreal soprattutto per la veemenza con cui esprime le sue critiche a un’Italia gretta, razzista e fascisteggiante; dall’altra i suoi difensori, che sbandierando l’hashtag #iostoconRula denunciano censura e discriminazione contro la giornalista, segno della sottomissione della Rai alle volontà sovraniste e leghiste. «La Jebreal potrebbe essere incaricata a Sanremo di spiegarci quanto le facciamo schifo» (Daniele Capezzone). «Sarebbe “discriminazione di Stato” non dare a Rula Jebreal il palco dell’Ariston con i soldi degli italiani. Gli stessi italiani accusati dalla signora di essere fascisti, razzisti, impresentabili» (Daniela Santanché). Sul fronte opposto, soprattutto esponenti di Italia Viva, come per esempio Gennaro Migliore («L’estromissione di #RulaJebreal dal festival di Sanremo puzza lontano un miglio di epurazione sovranista») e Davide Faraone («Vergognoso che la Rai, la tv pubblica si pieghi al diktat di Salvini. Porterò il caso in vigilanza Rai. Non possiamo stare zitti»).

LA SOLIDARIETÀ FEMMINISTA

E naturalmente non manca la solidarietà femminile e femminista: «Si esclude un’ottima giornalista per le proteste dei sovranisti. Dimenticando che la presenza di Rula al Festival avrebbe dimostrato che le persone non si scelgono per il genere o per il colore della pelle, ma solo per competenza e professionalità», (Teresa Bellanova); «Se è vero che sulla decisione hanno pesato le polemiche scatenate sui social dai sovranisti allora non ci siamo. Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta», (Laura Boldrini). Già, ma torniamo a bomba. Di quali competenze parliamo, nell’ambito del Festival di Sanremo?

UNA TOP TEN DI DONNE PER AMADEUS

Secondo le anticipazioni di Amadeus, Rula Jebreal avrebbe fatto parte di una top ten di donne che dovrebbero affiancarlo sul palco, donne speciali per meriti e talenti particolari, dunque rappresentative di un universo femminile positivo e vincente. Peccato che delle altre nove non si sia saputo nulla. Tranne di una, la co-conduttrice Diletta Leotta, indubbiamente una ragazza di successo. I cui meriti e talenti sono ben chiari nella mente e nelle fantasie di milioni di maschi italiani, che pur di accarezzarne le curve per tre o quattro serate, si beccherebbero pure le rampogne antirazziste della Jebreal, peraltro non meno bella e fascinosa della Leotta. Al limite, il sovranista toglierà l’audio, il democratico di sinistra posterà sui social #iostoconRula e qualcuno risponderà al volo «sì, ti piacerebbe».

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Film e serie tv premiati ai Golden Globe 2019

Sam Mendes e Quentin Tarantino conquistano i premi per i migliori film. Netflix esce ridimensionata dopo le 34 nomination.

Due grandi firme sui Golden Globe 2019. I premi più ambiti, quelli per il miglior film drammatico e la migliore commedia cinematografica, sono andati a Sam Mendes, con 1917 e Quentin Tarantino, con C’era una volta…a Hollywood. Mendes e Tarantino si sono portati a casa anche un altro premio a testa, il primo come miglior regista, il secondo per la sceneggiatura. C’era una volta… a Hollywood è poi valso a Brad Pitt il riconoscimento come migliore attore non protagonista. Beffata Netflix, che per la prima volta sembrava superfavorita della vigilia con le sue produzioni e che aveva messo insieme ben 34 candidature, e che invece è uscita ridimensionata dai premi.

LA SALA BATTE LO STREAMING

«Spero che significhi che la gente vada a vedere questi film sul grande schermo, nel modo che era inteso», ha detto Mendes inserendosi nella lunga e infinita diatriba tra sala e streaming. Solo due i premi per Netflix, quello a Laura Dern per Marriage Story e quello a Olivia Colman per The Crown, che però è una serie tv, quindi decisamente fuori dal perimetro della distribuzione cinematografica.

MENDES BATTE IL JOKER

Marriage Story e Due Papi, altre due produzioni Netflix, hanno subito la sconfitta da 1917, esattamente come Joker di Todd Phillips. Quattro premi su 15 candidature per Hbo, con Chernobyl e Succession, due per Amazon, grazie a Fleabag, che si è aggiudicata il globo come miglior serie comica e quello come migliore attrice per Phoebe Waller-Bridge. Successo di Parasite del sudcoreano Bong Joon-Ha nella categoria dei film stranieri, mentre Renée Zellweger e Joaquin Phoenix hanno vinto come migliori attori protagonisti.

LA POLITICA NEI DISCORSI DELLE STAR

Spizzichi di politica nella serata condotta dal britannico Ricky Gervais: Michelle Williams ha fatto appello per la difesa dei diritti di scelta delle donne in fatto di aborto accettando il premio come migliore attrice in una miniserie per Fosse/Verdon, mentre Joaquin Phoenix ha chiesto ai vip dell’entertainment di far di più per combattere il clima impazzito. Nicole Kidman è apparsa in lacrime sul red carpet per gli incendi che stanno devastando la sua Australia.

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La Rai verso l’esclusione di Rula Jebreal da Sanremo

Secondo Repubblica l'azienda di viale Mazzini avrebbe respinto la proposta di Amadeus di invitare la giornalista palestinese. E Iv prepara la battaglia in commissione vigilanza.

La Rai sembra intenzionata a tenere fuori da Sanremo Rula Jebreal. Secondo quanto scrive Repubblica, l’azienda di Viale Mazzini sarebbe intenzionata a respingere l’idea di Amadeus, direttore artistico del Festival, di avere la giornalista come ospite in una delle serate della kermesse. Stando a quanto scrive il quotidiano la decisione sarebbe maturata per le polemiche arrivate sopratutto dal fronte sovranista che si è scagliato contro la giornalista palestinese naturalizzata italiana nel timore che la gara canora venisse politicizzata.

VERSO LA BATTAGLIA IN COMMISSIONE VIGILANZA

Il caso però non è chiuso. Il presidente dei senatori di Italia Viva, Davide Faraone, ha già annunciato battaglia in commissione Vigilanza. «Dieci donne a Sanremo 2020 ma non Rula Jebreal. Nessuno spazio ad una nuova italiana di successo», ha attaccato, «Nella narrazione sovranista stona e anche parecchio. La Rai, la tv pubblica, si piega al diktat di Salvini. Credo sia semplicemente vergognoso. Ho deciso di portare il caso in vigilanza Rai ed intanto denuncio pubblicamente un’autentica discriminazione di Stato. Non possiamo stare zitti».

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Nessuno si salva da solo, nemmeno nella moda maschile

Ai piccoli nomi servono i grandi per crescere. E a questi ultimi serve un sistema compatto che garantisca loro un humus fertile per continuare a svilupparsi e anche a scippare talenti ed eccellenze, all’occorrenza.

L’unico vantaggio di avere 15670 messaggi nella memoria e 4446 mail ancora da leggere in uno solo degli account di posta elettronica di cui siamo disgraziatamente titolari è la possibilità di verificare fatti ormai remoti per la velocità e le capacità mnemoniche di oggi. Per esempio, che cosa ci venisse proposto come moda maschile di tendenza nel 2010 e 2011 attraverso i comunicati delle aziende espositrici di Pitti Uomo. La nuova edizione, la numero 97, aprirà ufficialmente domani sera, 6 gennaio, con una cena presso il Maggio Musicale Fiorentino (neanche il tempo di ammirare l’Arno, ed ecco il nuovo sovrintendente Alexander Pereira pronto a replicare la formula-Scala dell’evento sponsorizzato a go-go, nell’obiettivo di allontanare gli spettri del profondo rosso di bilancio prodotti dal mastodontico edificio): la data dimostra in via inequivocabile quanto il business conti davvero per questo settore e come i calendari internazionali se ne infischino delle “Befane”.

L’EVOLUZIONE DEL LINGUAGGIO

L’edizione di Pitti Uomo del 2010, la numero 77, venne inaugurata il 12 gennaio (si apre sempre il secondo martedì dell’anno nuovo, con cena di gala la sera precedente), prevedeva il nuovo allestimento di Patricia Urquiola nel Padiglione Centrale, concentrato sul tema dei Pop Up Store e delle “moderne combinazioni” dell’abbigliamento maschile fra i temi forti. Marina Yachting aveva allestito fra la ghiaia dell’antico forte militare un porto di derive d’epoca, e ricordiamo che accorremmo per vedere il primo Skiff inglese, (anno 1860), e il mitico Dinghy di George Cockshott, icona degli appassionati dal 1913. Il tutto era sintetizzato dalla società organizzatrice, Pitti Immagine, in un paio di pagine. Il lessico delle aziende espositrici ruotava attorno a concetti come “tradizione e innovazione”, “molteplici esigenze dell’uomo metropolitano”, “nuovo appeal in tagli classici”.

FENOMENOLOGIA DI UN GIGANTE

Essendo il linguaggio dell’edizione 97, cioè di un decennio dopo, perfino invecchiato, tanto da risultare incredibilmente ancorato agli Anni 80 (pesco a caso dalle decine di comunicati giunti in queste ore: “appeal pratico ma raffinato”, “innovazione e lusso in un unico tessuto”, “una collaborazione che stupisce e affascina”), ed essendo i giacconi impermeabili e high tech di dieci anni fa non proprio diversissimi, ecosostenibilità a parte, da quelli che ci verranno mostrati dopodomani e sui quali i più sgraneranno gli occhi come davanti a un’apparizione (la moda è business per tutti, bellezza), ci domandiamo dunque che cosa sia cambiato in un decennio di moda maschile per far sì che Pitti Uomo da Firenze sia diventato un gigante in grado di dettare legge all’intero sistema mondiale, che il suo comunicato abbia assunto le dimensioni di un saggio monografico, i suoi eventi muovano circa 20 mila persone e il presidente della Camera della Moda Carlo Capasa abbia dato fondo a tutte la propria vis diplomatica per riportare Gucci non solo a sfilare a Milano, cosa che farà il 14, ma a dividere nuovamente le presentazioni delle collezioni uomo e donna nel tentativo di difendere quella che appariva fino a ieri come la progressiva e ineluttabile estinzione del calendario milanese maschile.

LA CAPACITÀ DI FARE SPETTACOLO E CULTURA

Possiamo buttare a mare le nostre dissertazioni, più o meno competenti e dotte, sulle sfilate co-ed e sulle tante ragioni logistiche, ecologiche, industriali, commerciali, per cui le presentazioni congiunte della moda uomo e donna, lanciate cinque anni fa, avessero tanto senso (e continuiamo a pensarlo): i nostri articoli resteranno negli annali come prova, quelli sì, di un mondo che fu e di una stagione davvero finita di fronte alle esigenze di un business che, per sostenersi a moltiplicarsi in nome di quel bene superiore che è il made in Italy, deve continuare ad andare in scena il più spesso possibile e con il maggior sfarzo possibile. Le ragioni per le quali Pitti Uomo e in generale tutto il network di Pitti Immagine chiude bilanci in crescita ogni anno e sia abbastanza liquido da essersi potuto comprare a fine 2018 la Stazione Leopolda dove ogni anno Matteo Renzi organizza i propri stati generali, risiedono in questa capacità di fare spettacolo e cultura attorno alla banalità del giaccone impermeabile high tech, cioè dell’azienda che non può permettersi il geniale estensore delle cartelle stampa di Gucci e fa accorpare quattro luoghi comuni dalla nipote laureata in comunicazione, corso triennale.

BRET EASTON ELLIS DIXIT

La forza risiede nel benchmark, nel marchio di garanzia, negli eventi speciali come saranno, per questa edizione, il ritorno di Sergio Tacchini, la sfilata di Jil Sandr, brand di culto nonostante un percorso societario e commerciale non sempre semplice, le celebrazioni per il 190esimo anniversario di Woolrich, il debutto di Chiara Boni nel maschile (e se mai le sue giacche “trailblazer” dovessero “fittare” come i suoi abitini femminili e non sgualcirsi mai, darà certamente del filo da torcere ai competitor), la presentazione di un raffinato “naso” come Sileno Cheloni. Lo spostamento e l’adeguamento progressivo dell’asse del potere nella moda maschile, unico fatto davvero rilevante del decennio in Italia, dimostra senza ombra di dubbio che ai piccoli nomi servono i grandi per crescere, e che a questi ultimi serve un sistema compatto che garantisca loro un humus fertile per continuare a svilupparsi e anche a scippare talenti ed eccellenze, all’occorrenza. Per usare una di quelle formule sentimentali che piacciono tanto in questi anni e che Bret Easton Ellis ha infilzato in quella meraviglia di saggio che è Bianco, nessuno si salva da solo.

I GRANDI MARCHI A RACCOLTA

Per questo, dopo aver visto la rilevanza della settimana della moda maschile milanese assottigliarsi sempre di più, Capasa ha chiamato a raccolta i grandi marchi, le aziende potenti, mettendo a disposizione tutte le risorse di cui dispone e che non sono pochissime, e per questo ha fatto molto bene: perché la moda, più di ogni altro settore, non può permettersi di non fare sistema. Ne va dell’indotto che genera (alberghi, ristoranti, shopping, anche per gli stessi turisti, attirati ed eccitati dalla speciale “fauna” del comparto) e della sua stessa esistenza. «Caro Carlo, grazie per il tuo invito: le sfilate di Milano incarnano la forza e la bellezza del Made In Italy, rappresentano un appuntamento fondamentale per il mondo della moda e riconfermano a ogni appuntamento stagionale il ruolo fondamentale, creativo e manifatturiero, dell’Italia», scriveva il ceo di Gucci Marco Bizzarri qualche mese fa a Capasa, e non faccia specie l’evidenza che nessuno più di lui, membro del consiglio di Camera Moda e figura di spicco nel sistema mondiale, dovrebbe saperlo. Dirlo era una riconferma e un riconoscimento, e pure una certa, vogliamo dire magnanima, acquiescenza al famoso bene superiore.

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I cantanti in gara a Sanremo 2020 svelati da Amadeus

Per la prima volta Piero Pelù. Ma c'è anche Bugo (in coppia con Morgan) e il ritorno di Francesco Gabbani.

Amadeus, conduttore e direttore artistico di Sanremo 2020, ha annunciato in un’intervista a Repubblica i nomi dei cantanti in gara al Festival.

I Big sono: Marco Masini, Michele Zarrillo, Alberto Urso (il tenore pop vincitore di Amici), Elettra Lamborghini, Achille Lauro, Anastasio (vincitore di X Factor), Bugo e Morgan, Diodato, Elodie, Enrico Nigiotti, Francesco Gabbani.

Ci sono anche Irene Grandi, Le Vibrazioni, Levante, Junior Cally, Paolo Jannacci, Piero Pelù e Giordana Angi (da Amici). Infine Pinguini Tattici Nucleari, Rancore, Raphael Gualazzi e Riki (anche lui da Amici).

Tutti gli artisti saranno ospiti il 6 gennaio nello speciale di Rai 1 de I Soliti ignoti dedicato alla Lotteria Italia, e annunceranno loro i titoli delle canzoni.

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Le polemiche per la possibile partecipazione di Rula Jebreal a Sanremo 2020

Bufera dopo l'indiscrezione di Dagospia sulla possibile partecipazione della giornalista palestinese alla kermesse musicale. Bordate da Capezzone a Gervasoni. Dubbi del consigliere Rai Rossi: «Sarebbe divisiva».

Con l’arrivo di Sanremo arrivano anche le immancabili polemiche. L’ultima in ordine di tempo è arrivata dopo un’indiscrezione uscita su Dagospia sulla possibile partecipazione alla kermesse canora della giornalista Rula Jebreal al fianco di Amadeus per condurre una delle serate. Secondo il sito online di Roberto D’Agostino, il conduttore Rai avrebbe incontrato Rula in un albergo milanese proponendole di affiancarlo per una sera sul palco dell’Ariston. E lei avrebbe dato la sua disponibilità. Subito dopo la pubblicazione della notizia, giornali e social dell’area sovranista sono insorti contro la reporter palestinese.

L’ATTACCO DELLA DESTRA SOVRANISTA

In prima linea Daniele Capezzone, cronista de La Verità, che ha attaccato a testa bassa su Twitter: «Mi par di capire che con i soldi del canone #Rai #RulaJebreal potrebbe essere incaricata a #Sanremo di spiegarci quanto le facciamo schifo. Se poi qualcuno si lamenterà sui social, seguiranno accuse di: -razzismo -sessismo – machismo. Pure nel 2020, ci avete già rotto….». Per gli haters, la eventuale presenza di Rula sul palco di Sanremo sarebbe «un insulto a tutti gli italiani». Durissima anche la presa di posizione di Marco Gervasoni docente dell’Università del Molise (noto alle cronache per aver pubblicato tweet offensivi nei confronti della senatrice a vita Liliana Segre) che sempre su Twitter ha commentato: «Mitica la definizione che ne diede in un talk show anni fa Sapelli “gnocca senza testa”. Aspettatevi un Sanremo pro clandestini, pro islam, pro lgbt, pro utero in affitto, pro sardine, pro investitori d’auto (purché con suv)». Nel frattempo sui social qualcuno ha lanciato l’hashtag #BoicottaSanremo.

I DUBBI DEL CONSIGLIERE RAI ROSSI: «RULA SAREBBE DIVISIVA»

Sentito dall’Adnkronos, il consigliere Rai in quota Fratelli d’Italia, Giampaolo Rossi, ha esconfermato i contatti «tra la direzione artistica del Festival di Sanremo e la signora Rula Jebreal», e si è detto «piuttosto stupito». «Sono note le sue posizioni ideologiche radicali, filoislamiste e dichiaratamente antisraeliane così come le fake news raccontate sulla guerra in Siria, ma ignoravo che Rula Jebreal fosse esperta di musica italiana», ha attaccato. «Credo», ha aggiunto, «che il Festival di Sanremo debba essere un momento di unione del nostro Paese e non lasciare spazio, quindi, a sentimenti divisivi e a persone che li alimentano».

LE VOCI IN DIFESA DI RULA

Tra Facebook e Twitter arrivano però anche dei messaggi di sostegno. «Io sono italiano, pago le tasse, e non mi sono mai sentito schifato da Rula Jebreal», ha scritto un utente. «Grazie #Amadeus per aver scelto #RulaJebreal, stai mandando in tilt i cervelli dei razzisti perché è una donna, straniera, che ha detto chiaramente che l’Italia è un paese fascista. Spero faccia qualche discorsetto durante il festival», ha attaccato un altro.

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Il governo britannico pubblica per errore gli indirizzi di alcuni vip

Online gli indirizzi di oltre mille destinatari dei New Year Honours: tra loro politici, star del calibro di Elton John.

Il governo britannico è in imbarazzo dopo la pubblicazione, per errore, degli indirizzi di oltre mille destinatari dei cosiddetti New Year Honours, le tradizionali onorificenze reali: tra loro politici, star del calibro di Elton John, ma anche decine di funzionari della difesa e dell’antiterrorismo, con evidenti implicazioni per la sicurezza. Una svista, ha ammesso l’ufficio del gabinetto che si è scusato per quanto accaduto, assicurando di aver rimediato in breve tempo.

ANCHE OLIVIA NETWON JOHN E BEN STROKES TRA LE VITTIME DELLA ‘SVISTA’

Tra i 1.097 destinatari delle onorificenze del 2020 ci sono anche il giocatore di cricket Ben Stokes, l’attrice Olivia Newton John, l’ex leader del Partito conservatore Iain Duncan Smith, la cuoca televisiva Nadiya Hussain e l’ex capo dell’Ofcom (l’authority per le comunicazioni) Sharon White. Tra gli altri, diversi funzionari di governo, accademici, leader religiosi, sopravvissuti all’Olocausto. Ma anche funzionari della Difesa e alte gerarchie della polizia, quindi personalità considerate sensibili dal punto di vista della sicurezza. C’è chi ha preso questa vicenda con filosofia, come Mete Coban, pioniere delle attività caritatevoli che ha ricevuto un’onorificenza per il suo lavoro con i giovani, che si è detto non troppo preoccupato per l’errore. Al contrario, Big Brother Watch, organizzazione britannica che si occupa di privacy e tutela delle libertà civili, ha definito «estremamente preoccupante che il governo non mantenga una solida stretta sulla protezione dei dati e che le persone che ricevono alcuni dei più alti onori siano messe a rischio per questo». Ed il ministro ombra per l’ufficio del gabinetto, Jon Trickett, ha evidentemente rincarato la dose: «Se il governo non è in grado di proteggere dati sensibili, come possiamo aspettarci che risolva le importanti questioni del nostro Paese?».

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Chi è Sofia Tornambene, la vincitrice di X Factor 2019

La cantante, della squadra under di Sfera Ebbasta ha avuto la meglio sui tre finalisti Davide Rossi, La Sierra e i Booda.

La tredicesima edizione di X Factor ha il suo vincitore. Dopo un’accesa sfida, dove non sono mancati come da tradizione i colpi di scena, a spuntarla è stata Sofia Tornambene. Fuori dai giochi quindi Davide Rossi, La Sierra e i Booda che completavano il quartetto arrivato alla finale del talent show musicale in onda su Sky Uno.

CHI È SOFIA TORNAMBENE

Sofia Tornambene, categoria under affidata a Sfera Ebbasta, era la più giovane dell’edizione 2019 di X Factor. La cantante, 16 anni, ha conquistato giudici e pubblico con la sua semplicità e l’inedito A domani per sempre scritto quando aveva appena 14 anni. La giovane viene da Civitanova Marche dove frequenta la terza all’Istituto Tecnico Grafico-Pubblicitario. Sofia però è una predestinata con la musica nel sangue. Il padre della ragazza, Giovanni, è un musicista e ha avvicinato la figlia a questo mondo già all’età di otto anni. Tanto che la 16enne è capace a suonare la chitarra, la batteria e il pianoforte. I suoi artisti preferiti sono mostri sacri della musica come i Bee Gees, i Queen e Michael Jackson. Ma Sofia non è nemmeno un volto del tutto nuovo al piccolo schermo. Proprio nel 2019 ha partecipato a Sanremo Young.

GLI ELIMINATI DELLA FINALE DI X FACTOR

Il quarto classificato della finale di X Factor è stato Davide Rossi. Il cantante era nella squadra di Malika Ayane, che è rimasta così senza concorrenti come Mara Maionchi, ed è stato anche il primo ad abbandonare la competizione. Terzi classificati i La Sierra di Samuel che aveva a disposizione per la finalissima a due contro Sofia anche i Booda. Proprio questi ultimi si sono posizionati sul secondo gradino del podio lasciando il primo posto a Sofia Tornambene.

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Le cose da sapere sulla finale di X Factor 2019

Dai concorrenti rimasti in gara a quelli esclusi, passando per gli ospiti e i contenuti extra. Ecco tutte le curiosità sull'ultima puntata del talent di Sky.

È giunto il momento. Giovedì 12 dicembre, in prima serata su Sky Uno, gli appassionati di X Factor 2019 conosceranno il vincitore del talent musicale. Tutto pronto quindi al Mediolanum Forum di Assago per la sfida finale dei quattro concorrenti rimasti.

A CHE ORA INIZIA LA FINALE DI X FACTOR 2019

Televisori sintonizzati quindi su Sky Uno già dalle ore 20.25. Prima della finale, infatti, è prevista una speciale edizione dell’Ante Factor condotta da Pilar Fogliati Achille Lauro. Una puntata in stile amarcord dove è possibile rivedere i protagonisti dell’Extra Factor e le loro performance tra l’esilarante e il grottesco. Il pre-show ha in scaletta anche diversi ospiti di punta. Tra i più attesi i tre giudici di MasterChef Italia Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri e Giorgio Locatelli. Ma anche il giudice di Italia’s Got Talent Frank Matano e la conduttrice Lodovica Comello. Ma c’è spazio anche per I delitti del Barlume con Lucia Mascino, Enrica Guidi e Michele Di Mauro. Alle 21.15 è invece prevista la finale vera e propria con Alessandro Cattelan nel ruolo di conduttore e traghettatore della lunga serata Sky.

CHI SONO I FINALISTI DI X FACTOR

Dicevamo dei finalisti. Quattro in tutto, due dei quali sono stati portati avanti da Samuel. Il frontman dei Subsonica è riuscito ad avere la meglio sugli altri giudici vincendo la sua personalissima scommessa con i La Sierra e i Booda. Al contrario Malika Ayane punta tutto su Davide Rossi, mentre Sfera Ebbasta è ancora in gara grazie a Sofia Tornambene. Fuori dai giochi invece Mara Maionchi che quest’anno non è riuscita a portare in finale nessuno dei suoi artisti. Potrebbe quindi essere lei l’ago della bilancia per la finalissima al Forum di Assago.

CHI SONO GLI OSPITI DELLA FINALE

La 13esima edizione di X Factor ha in serbo anche ospiti eccezionali. Su tutti Robbie Williams chiamato a calcare il palco insieme ai concorrenti cantando Time for change e Let it snow. Oltre alla star britannica anche Ultimo, l’atteso ospite italiano della finalissima. Per lui è previsto un medley delle sue canzoni più belle. The last but not the least, direbbero gli inglesi, è la stella nascente Lous and the Yakuza. La giovanissima artista belga autrice del singolo Dilemme è l’ultima degli artisti famosi chiamati a esibirsi sul palco del talent di Sky Uno.

GLI ESCLUSI ILLUSTRI

Tra i papabili vincitori dell’edizione 2019 di X Factor c’era Eugenio Campagna. Era lui l’ultimo over della squadra di Mara Maionchi che si è ritrovata così senza concorrenti in finale. Anche Lorenzo Rinaldi era stato indicato dai giudici come uno dei possibili finalisti. Il cammino del concorrente finito nella squadra under di Malika Ayane si è però interrotto un paio di puntate prima. Un altro lutto per i fan sono state le eliminazioni di Giordana e Mariam tra le più apprezzate della 13esima edizione del talent.

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La Rai curerà da sola la comunicazione di Sanremo

Dopo le polemiche legate all'ipotesi del conflitto di interessi di Giannotti con MN Italia, la tv di Stato decide di curarsi da sola la promozione del Festival.

Dopo le polemiche sui rapporti “incestuosi” con Mn Italia, alla fine Fabrizio Salini avrebbe deciso: niente appalto esterno per la comunicazione del Festival di Sanremo che sarà affidata in toto alla Direzione Comunicazione della Rai.

CONFLITTO DI INTERESSI

La decisione dell’amministratore delegato della tivù pubblica arriva dopo che Striscia la Notizia, Lettera43, e poi la Commissione parlamentare di vigilanza avevano sollevato l’ipotesi di un conflitto di interessi tra MN Italia – la societa’ che si sarebbe dovuta aggiudicare l’appalto (era già partita la richiesta, poi annullata) – e il Direttore della Comunicazione di viale Mazzini Marcello Giannotti – portato in azienda da Salini – e che fino a un anno fa lavorava proprio in MN.

SUL TAVOLO C’ERANO 40 MILA EURO

Un’inversione totale quella di Salini e di Giannotti, che quindi implicitamente conferma l’esistenza del conflitto di interessi tra Giannotti e MN e che contemporaneamente metterebbe in luce anche una gestione non trasparente delle risorse Rai: perché se l’ufficio stampa del festival “ora” può essere “fatto” internamente dalla Comunicazione Rai, una settimana fa l’azienda era pronta a sborsare fino a 40 mila euro per appaltarlo a un esterno?

LA PREOCCUPAZIONE DI GIANNOTTI

Fonti di corridoio vicine alla direzione comunicazione raccontano di un Giannotti chiuso nel suo ufficio a controllare e ricontrollare le mail inviate e ricevute sull’affaire MN, al centro di un altro appalto: quello per il nuovo programma di Fiorello su Raiplay. Un contratto arrivato in corsa per chiamata diretta, anche questo annullato dopo le polemiche.

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Gli Altri, storie di burqa, amore e rabbia nel secolo del Jihad

Quello di Nicastro e Mineo è uno spettacolo ibrido, tra teatro e giornalismo. Che attraverso storie mostra la paura per un guerrigliero che ti punta contro un’arma, la pietà per una famiglia di profughi, l’incredulità davanti a un aspirante kamikaze.

Settanta anni fa erano i kamikaze giapponesi a sacrificare la propria vita per l’imperatore e oggi sono gli shahid islamisti a farlo in nome di Allah. L’interrogativo, però, è molto difficile da affrontare per la nostra cultura illuminista, ed è sempre lo stesso: perché lo fanno? La risposta più semplice è quella che si sente a ogni tigì quando un uomo-bomba si fa esplodere. È la risposta più rassicurante, quella, in fondo, che ci auto-assolve: sono dei pazzi. Semplicemente dei pazzi. 

UNO SPETTACOLO IBRIDO TRA CRONACA E TEATRO

Per 80 minuti, invece, i due autori-interpreti dello spettacolo Gli Altri, storie di burqa, amore e rabbia nel secolo del Jihad, in scena al teatro Officina di Milano, fanno di tutto per contestualizzare, problematizzare, rendere la complessità del reale in tutte le sue sfaccettature. Uno zigzagare tra luoghi, date, guerre alla ricerca di una risposta più elaborata. Possiamo noi occidentali, con la nostra razionalità, ma anche con le nostre rimozioni collettive davanti a una storia che non ci rende orgogliosi, capire tale sacrificio? Così, nel corso dello spettacolo, le ragioni umane, ma anche storiche e politiche del terrorismo islamista, prendono forma una dopo l’altra, incarnate in storie di persone reali, incontrate in Cecenia, Egitto, Iraq, AfghanistanGli Altri è uno spettacolo “ibrido”, di fusione tra cronaca e drammaturgia, e prova a rispondere a quella scomoda domanda «perché lo fanno?», con tutte le modalità espressive del genere. Non sono poche le lacrime alla fine della rappresentazione. Dal Vajont di Marco Paolini in avanti, le “orazioni civili” sembrano essere diventate l’elemento di maggiore impatto della scena teatrale contemporanea. In genere è l’attore o il drammaturgo che si spingono nel terreno dell’informazione. Nel caso de Gli Altri, storie di burqa, amore e rabbia nel secolo del Jihad sono invece due giornalisti a fare il percorso dalla cronaca verso le scene. Con tutti i limiti, ma anche i pregi del caso.

IL VIAGGIO DI NICASTRO E MINEO

Andrea Nicastro è inviato del Corriere della Sera, Francesca Mineo la voce di tante Ong che lavorano per lo sviluppo dei Paesi più poveri. Assieme hanno scritto e ideato un viaggio (immobile, ma coinvolgente) nei luoghi e nelle situazioni dove vivono gli Altri. Il loro peso attoriale non regge il confronto con i professionisti della scena, ma l’esposizione non ne risente perché gode della forza della verità. Come dice Massimo De Vita, direttore artistico dell’Officina, «i bravi attori devono essere capaci di “ascoltare e osservare” i personaggi che vogliono riprodurre in scena. Il duo Mineo-Nicastro non ha bisogno di padroneggiare la tecnica perché “recitano” semplicemente loro stessi. La paura per un guerrigliero che ti punta contro un’arma, la pietà per una famiglia di profughi, l’incredulità davanti a un aspirante uomo-bomba, non sono recitate, sono solo rievocate rispetto a episodi provati in prima persona. Non c’è bisogno di interpretare, basta che raccontino». Il risultato è un effetto verità che nessun attore può raggiungere. Aiuta anche la presenza di un enorme schermo che inonda l’intera scena con piccole clip o anche solo foto che mostrano le persone e gli eventi che si vogliono evocare. Tutti i sensi vengono così coinvolti. La regia è di Fabio Bettonica, le foto, intense e commoventi, di sguardi e volti “Altri” sono di Romano Cagnoni, Lorenzo Merlo e Mauro Sioli. Un intervento in audio è del direttore di Radio Popolare Massimo Bacchetta. Tre serate, tre sold out. Se c’era bisogno di verificare la fame di informazione di qualità nel nostro Paese, questo Gli Altri lo ribadisce con forza.

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Perché la terza stagione di Mindhunter potrebbe uscire dopo il 2020

La serie Netflix ideata da David Fincher potrebbe prendersi una pausa. Parola del protagonista Groff. Il regista è infatti impegnato sul set del suo nuovo film.

Mindhunter è una serie che si prende i suoi tempi. Non solo per raccontare le ricerche degli agenti Fbi Holden Ford e Bill Tench, ma anche per la sua stessa realizzazione. Tra la prima e seconda stagione la gestazione è stata di almeno 2 anni, e adesso per la terza potrebbe passare anche più tempo.

FINCHER IMPEGNATO SUL SUO NUOVO FILM

La conferma arriva da un’intervista di Jonathan Groff, l’attore che interpreta l’agente Ford, all’Hollywood Reporter. Groff non ha fatto cenno a conferme o inizio delle riprese, ma ha spiegato che per riprendere i lavori bisognerà attendere che David Fincher, creatore della serie, finisca il suo prossimo film. Il regista di Fight Club e The Social Network, sta lavorando a Mank, un biopic su Herman J. Mankiewicz, sceneggiatore di Quarto Potere.

COSA DI DICE DI MANK

Il film, che nel cast annovera Gary Oldman, Amanda Seyfried e Lily Collins, è attualmente in lavorazione e le riprese dovrebbero terminare all’inizio del 2020, con possibile diffusione in autunno, in tempo per prendere parte alla corsa a Golden Globe e Oscar. Questo significa che difficilmente Mindhunter vedrà la luce prima del 2021, forse addirittura nel 2022.

GLI ALTRI LAVORI DI FINCHER CON NETFLIX

Su tutto questo ovviamente manca ancora il via libera di Netflix e dei produttori della serie, tra i quali Charlize Theron. Secondo John Douglas, l’autore del libro che ispirato la serie, ci sarebbero ancora molti crimini e serial killer da raccontare ed esplorare. Ma a preoccupare i fan della serie ci sono anche altri programmi di Fincher. Secondo il sito Deadline il cineasta di Denver potrebbe lavorare alla realizzazione come sceneggiatore e produttore esecutivo di una nuova serie Netflix ispirata Chinatown, film del 1974 di Roman Polanski.

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Quanto vale il mercato dei video in streaming dopo il lancio di Disney+

Secondo gli analisti entro il 2025 il settore supererà i 500 milioni di abbonati. Netflix in testa con 235, seguita da Amazon Video 135 e dalla nuova piattaforma a 101.

Con l’arrivo del servizio Disney+ riparte tra i big della tecnologia la sfida sullo streaming video, un settore in crescita per utenti e propensione alla spesa. Stando ad un’analisi di Digital Tv Research, il settore raddoppierà entro il 2025 e andrà ben oltre la cifra di 500 milioni di abbonati nel mondo.

Netflix guiderà la lista, seguita a distanza da Amazon Prime Video. Per la neonata Disney+ si prevede un exploit. Nello specifico, gli analisti prevedono, entro sei anni, che Netflix raggiungerà 235,6 milioni di abbonati (un incremento di 70 milioni, solo 6 milioni negli Stati Uniti); Amazon Prime Video raggiungerà quota 135,9 milioni di utenti paganti; Disney+ 101,2 milioni; HBO Max 30,1 milioni e Apple TV+ 27,1 milioni. Per un totale di 529,9 milioni di abbonati nel mondo ai servizi video in streaming e a pagamento.

Gli Stati Uniti, sottolinea Digital Tv Research, sono «di gran lunga il paese più importante per queste piattaforme», ma anche «il più maturo» con «i mercati internazionali che stanno diventando sempre più significativi». «La concorrenza è intensa con una guerra dei prezzi in atto e offerte di distribuzione esclusive», ha spiegato Simon Murray, analista della società.

AMERICANI DISPOSTI A SPENDERE 44 DOLLARI AL MESE

Per i big della tecnologia statunitensi, quindi, il resto del mondo sarà sempre più importante e dovranno lottare per ogni abbonamento con un occhio ai prezzi. Basti pensare ad Apple, entrata di recente nel settore della tv in streaming con una politica commerciale aggressiva, proponendo abbonamenti a 5 dollari al mese. Secondo il Wall Street Journal, gli americani sono disposti a spendere 44 dollari al mese già da ora, prima che tutte le piattaforme decollino. Un aumento di 14 dollari rispetto all’attuale spesa media.

LA CRESCITA DELLO STRAMING IN ITALIA

I fruitori dello streaming video sono in forte aumento anche in Italia. Nel 2018 – secondo l’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano – il 19% della popolazione Internet italiana ha utilizzato servizi di ‘Subscription video on demand’ rispetto all’8% dell’anno precedente, per un valore di mercato pari a 177 milioni di euro, in crescita del 46%. Si stima che già nel 2019 il numero di sottoscrizioni possa superare quello degli abbonamenti alla PayTv. Nei prossimi anni, inoltre, la banda ultralarga e la diffusione del 5G potrebbero migliorare la fruizione e incrementare ulteriormente il numero di abbonati.

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È morto Fred Bongusto

Il cantante, malato da tempo, si è spento all'età di 84 anni. La sua canzone più famosa era "Una rotonda sul mare".

È morto la notte scorsa, nella sua abitazione a Roma, Fred Buongusto. Il cantante, che aveva 84 anni, era malato da tempo. A renderlo noto il suo ufficio stampa. La sua canzone più famosa era Una rotonda sul mare.

In una nota l’ufficio stampa del cantante scrive che «la notte scorsa, alle 3,30 circa, ha cessato di battere il cuore di Fred Bongusto». Il celebre artista, nato a Campobasso, e il cui nome all’anagrafe era Alfredo Antonio Carlo Buongusto.

I funerali saranno celebrati a Roma, lunedì 11 novembre, alle 15, nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, la Chiesa degli artisti in piazza del Popolo. Bongusto fu molto popolare negli anni Sessanta e Settanta come il classico cantante confidenziale che spopolava in quegli anni.

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Fiorello con VivaRaiPlay! ha fatto 6,5 milioni di telespettatori

Il primo appuntamento su RaiUno ha totalizzato il 25,1% di share. Tra musica e satira sul Pd. Altre quattro puntate fino all'8 novembre, poi lo show passa sulla piattaforma online.

Fiorello è partito col 25,1% di share. Sono stati 6 milioni 532 mila i telespettatori che hanno seguito il suo primo appuntamento di Viva RaiPlay!, collegandosi con il Tg1.

CON RAFFAELLA CARRÀ E ACHILLE LAURO

È stata una puntata con tanta musica e qualche sprazzo di satira per lo showman: Fiorello è arrivato agli studi di via Asiago, storica sede di Radio Rai, accompagnato in auto da Raffaella Carrà, che dopo averlo fatto scendere si è allontanata sgommando, e Achille Lauro.

ANTEPRIMA DELLO SHOW DI 50 MINUTI

La striscia quotidiana di 15 minuti va in onda su RaiUno e RaiPlay per cinque giorni, fino all’8 novembre, in un’anteprima dello show di 50 minuti che dal 13 novembre si può vedere in esclusiva sulla rinnovata piattaforma RaiPlay ogni mercoledì, giovedì e venerdì, sempre alle 20.30.

Lo so avevo detto che mi sarei ritirato, ma sono ancora qua, sono il Matteo Renzi della Rai


Fiorello

Prima del via è stato Pippo Baudo, «monarca della Rai», a dare il lasciapassare a Fiorello. Poi microfono a Giorgia che ha introdotto lo showman. Fiorello ha detto: «Lo so avevo detto che mi sarei ritirato, ma sono ancora qua, sono il Matteo Renzi della Rai». Dopo ha letto un finto titolo di giornale che recitava “Fiorello: tutto qua?” e un articolo fortemente critico con il programma. In seguito un duetto con la voce fuori campo che lo invitava a un intermezzo di satira. «Satira io? Non voglio rovinarmi la mia immagine di comico qualunquista», ha replicato Fiorello.

«FARE BATTUTE SUL PD È COME SPARARE SULLA CROCE ROSSA»

Una frecciatina per la politica: «Fare battute sul Partito democratico è come sparare sulla Croce rossa. Lo sai che quelli della Croce rossa dicono: è come sparare sul Pd?». Fiorello ha anche intonato Rose rosse di Massimo Ranieri, ma un direttore di RaiPlay ragazzo lo ha invitato a suonare con l’auto-tune prima che la trap vada fuori moda. Ed ecco che è partita una versione trap di Rose rosse.

OSPITI MOLLICA, CALCUTTA, MENGONI E AMADEUS

Nel finale è arrivato Vincenzo Mollica in versione Muppet, ancora musica con Anna e Marco di Lucio Dalla cantata con Calcutta e Marco Mengoni. Conclusione in compagnia di Amadeus: Fiorello si è vestito esattamente come il conduttore di Tale e quale show e del Festival di Sanremo 2020, che lo vede tra gli ospiti.

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È morto Robert Evans, produttore de Il Padrino

Per decenni rappresentò il volto glamour di Hollywood. Nel '66 l'ingresso alla Paramount e negli anni 70 il successo con Coppola e Polanski.

Il produttore di Hollywood, Robert Evans è morto. Lo riporta i media americani. Aveva 89 anni. Ha prodotto Il Padrino e Chinatown. Con le sue sette mogli, Robert Evans incarnava il glamour di Hollywood. nessuno dei suoi matrimoni è durato più di tre anni e uno è stato annullato dopo soli nove giorni. Nel 1966 a soli 36 anni è stato nominato alla guida della produzione dello studio Paramount, che con lui è tornato a splendere con i film di Francis Ford Coppola e Roman Polanski.

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La polemica contro Philippe Daverio per il finale de Il borgo dei borghi

Neoborbonici sul piede di guerra contro il conflitto di interessi dello storico dell'arte cittadino onorario di Bobbio, il centro che ha vinto l'edizione 2019. Ma lui attacca: «La Sicilia non mi piace, mi hanno minacciato».

Chiusura con violente polemiche per l’edizione 2019 de Il borgo dei borghi, trasmissione di Rai3 che premia il paese più bello d’Italia. In finale la vittoria è andata a Bobbio, paesino in provincia di Piacenza, che ha battuto la concorrenza della siracusana Palazzolo Acreide. In particolare i siciliani hanno puntato il dito contro quello che definiscono un conflitto di interessi. Un anno fa, infatti, Philippe Daverio, è stato infatti nominato cittadino onorario di Bobbio. Nell’ultima puntata Palazzolo Acreide aveva conquistato il televoto superando il centro emiliano per 42% a 27%, giudizio poi ribaltato dalla giuria tecnica presieduta da Daverio con un secco 66% a 0% per Bobbio.

LA POLEMICA COI SICILIANI

Nella trasmissione del 27 ottobre Le Iene hanno provato a chiederne conto a Daverio che anziché minimizzare ha rincarato la dose: «Il siciliano», ha detto ai microfoni della trasmissione di Mediaset, «è convinto di essere al centro del mondo, è una patologia locale che nei secoli non ci si è mai riusciti a curare. Si chiama onfalite, è l’infiammazione dell’ombelico. Per loro tutto ciò che non è Sicilia è molto lontano, è quasi intollerabile», ha attaccato aggiungendo anche: «Non amo la Sicilia, non mi interessa l’arancina e i cannoli, mi piace il foie gras e bevo champagne. E mi piace Bobbio. È un mio diritto. Mi hanno spaventato, il tono è di minaccia e fa parte della tradizione siciliana… Io ho paura di tornare in Sicilia». Parole di fuoco che hanno causato una contro-risposta del movimento Neoborbonico.

Le votazioni finali dell’edizione 2019.

I NEO-BORBONICI: «LA RAI CACCI DAVERIO»

«Daverio in questi giorni è stato al centro di accese polemiche» si legge in una nota del movimento su Il Mattino, «Una interrogazione del senatore Michele Anzaldi aveva avanzato dubbi sulla correttezza di quel voto visto che Daverio era stato nominato pochi mesi fa cittadino onorario proprio di Bobbio e proprio per la sua valorizzazione». «Daverio non è nuovo a uscite antimeridionali», hanno scritto ancora i neoborbonici, «recentemente aveva sostenuto che le proteste contro la Tav a Torino erano guidate dai camionisti meridionali legati alla camorra e che la Tav andava fatta perché serve a chi lavora e produce: gli altri sono nel Regno delle Due Sicilie che sta bene nei libri, non mi interessa oggi». Daverio, ha concluso la nota «è libero di adottare questi atteggiamenti carichi di luoghi comuni e di disprezzo ma il Movimento Neoborbonico ha chiesto alla Commissione Vigilanza della Rai di valutare se sono conciliabili con il servizio pubblico e se è opportuno o meno continuare eventuali collaborazioni tra Daverio e la Rai».

LA RAI SCARICA DAVERIO MA DIFENDE IL PROGRAMMA

Il 28 ottobre è arrivato anche il commento ufficiale della Rai, con un lungo comunicato. Nella nota si legge che «Rai3 prende le distanze dalle dichiarazioni di Philippe Daverio sulla Sicilia e sui siciliani rese a titolo esclusivamente personale. Battute e allusioni intollerabili, in contrasto con lo spirito stesso del programma al quale Daverio ha collaborato». Nonostante questo l’emittente ha difeso a spada tratta il voto finale. «A proposito delle polemiche sull’esito della gara», si legge ancora, «si ribadisce che nella serata finale le votazioni si sono svolte con assoluta regolarità e trasparenza sotto il controllo di un notaio».

L’Home Page del sito dedicato alla trasmissione.

«Dal primo settembre al 17 ottobre», continua l’azienda di viale Mazzini, «si sono svolte le votazioni sul sito del programma che hanno decretato i 20 finalisti, uno per ciascuna regione, che hanno partecipato alla serata finale», si scrive ancora. «I voti delle fasi a gironi e quelli della sessione unica finale sono stati resi pubblici sul sito della trasmissione e lo sono tutt’ora. Dai numeri pubblicati si evince che Bobbio, il borgo risultato vincitore, si era già qualificato alla fase finale risultando tra l’altro il più votato al televoto. Nessuno dei componenti della giuria poteva quindi sapere che Bobbio avrebbe concorso per il titolo nella fase finale delle votazioni. Si segnala inoltre che Bobbio – come dichiarato in diretta e come pubblicato sul sito – è stato votato da tutti e tre i giudici come prima scelta per la vittoria finale ma sarebbero stati sufficienti anche i voti di due giudici soltanto. In altre parole, anche senza contare il voto del presidente della giuria Philippe Daverio, la classifica sarebbe rimasta invariata».

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