Assassinio nella cattedrale

Questa sera, alle ore 21, il quadriportico del Duomo di Salerno, ospiterà la “prima” di “Ho ucciso i Beatles” scritto da Stefano Valanzuolo, per il primo degli appuntamenti a Salerno del Napoli Festival

Di OLGA CHIEFFI

Ripercorrere la storia dei Beatles attraverso la voce allo stesso tempo potente e suadente di Sarah Jane Morris, ma secondo il punto di vista dell’assassino di John Lennon, è l’idea di fondo dell’atto unico di Stefano Valanzuolo: “Se qualcuno avesse chiesto a Mark David Chapman chi erano i Beatles, lui avrebbe certamente potuto parlarne per ore e ore, e forse avrebbe finito con il paragonare John al giovane Holden, il protagonista del suo romanzo di culto. Quando fu arrestato, la notte dell’8 dicembre 1980 a New York, davanti al Dakota Building, Chapman aveva ancora tra le mani il libro di Salinger. Poco distante da lui, a terra, il corpo di John Lennon. Con cinque colpi di pistola, l’ex bamboccione venuto da Honolulu aveva spezzato per sempre la vita di John, il sogno dei Beatles e, insieme a esso, quello di milioni di persone in tutto il mondo”. Stasera nel quadriportico, della cattedrale di Salerno, alle ore 21,  il Napoli Teatro Festival in trasferta, proporrà “Ho ucciso i Beatles”, un atto unico per cantante, attore e quartetto d’archi su testo di Stefano Valanzuolo, mentre Pierluigi Iorio ne firma la regia e il progetto scenico con Sarah Jane Morris e Solis String Quartet, mentre la voce recitante sarà quella di Paolo Cresta con colonna sonora le musiche dei Beatles trascritte e arrangiate da Antonio Di Franci. Consegnare i Beatles alla storia o forse, piuttosto, conferire gloria a se stesso per sentirsi importante, il motivo che ha armato la sua mano quell’otto dicembre 1980 fuori al Dakota Building di New York. Ex guardia giurata di Honolulu, per ciò che ha commesso ora è rinchiuso in carcere, le manette strette ai polsi e accanto una piccola radio gracchiante che trasmette brandelli di musica. L’infanzia di Mark non è stata felice: odio verso il padre, violenza, tanto dolore e rabbia accumulata sono i sentimenti che ne hanno accompagnato la crescita, forgiato i pensieri, la visione del mondo circostante. Solo la musica dei Fab Four, ieri come oggi, è riuscita a tenergli compagnia; a colmare quel baratro di solitudine sul cui precipizio si trovava e si trova ancora, come la sua mente labile, la sua anima angosciata. Eppure, neanche la musica è stata capace di salvarlo; neanche quelle canzoni tante volte ascoltate lo hanno riappacificato con se stesso e con gli altri. Probabilmente, anzi, sono state proprio loro a determinare l’inizio della fine. Cinque colpi di pistola, un rumore sordo, ed ecco che la vita del giovane Chapman e quella dei Beatles tutti è cambiata per sempre. Che l’appellativo “assassino” gli si è cucito addosso, così come le accuse e il disprezzo dei fan e del mondo intero privati, d’un tratto, del loro mito. Dei loro miti. Ma quanto in realtà – si domanda il venticinquenne omicida – egli è diverso dallo stesso Lennon, anche lui colpevole di aver “ammazzato” i Beatles molto prima di lui? E per quanto tempo ancora il perdono dovrà essere a lui negato, così come non è stato fatto, invece, per John, leader del gruppo rock inglese più noto al mondo, quando decise di abbandonare la band? Costretto nella sua piccola cella, domande senza risposta si affolleranno fino alla fine. Compito di Paolo Cresta sarà di  rendere con efficacia la schizofrenia del suo personaggio e le sue contraddizioni, mentre le note, quelle delle melodie beatlesiane, appunto, sono state affidate al Solis String Quartet, con Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla viola e Antonio Di Franci al cello, capolavori come Ticket to ride, Eleanor Rigby, Yesterday e ancora The Fool on the Hill («Un pezzo del ‘67 di Paul McCartney – spiega Valanzuolo – che, incredibile a dirsi, sembra profetizzare la follia di Chapman. Leggi il testo e guardi negli occhi quest’uomo che ucciderà l’altra metà dei Beatles, ponendo fine al sogno di una generazione»), Come togheter e molte altri esplodono, con tutta la loro forza, nell’universalità e versatilità che contraddistingue loro, grazie ai virtuosismi dei Solis. 

L’immagine della prova generale dello spettacolo è di Francesco Truono

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Riccardo Muti: la pietra racconta

 

Questa sera alle ore 21,30 tra i templi di Paestum risuoneranno le note della terza sinfonia di Ludwig Van Beethoven, un triplo omaggio  a Hevrin Khalaf,  Khaled Al-Asaad, e al genio tedesco, nell’anno del 250° anniversario della nascita

Di OLGA CHIEFFI

“La Musica è il destriero cavalcato dall’Anima per viaggiare nel Tempo”, scrive Antonio Scotto. Questa frase racchiude quattro parole che scolpiscono l’essenza e i luoghi del concerto “Le vie dell’Amicizia” che Riccardo Muti e l’Orchestra “L.Cherubini” terranno questa sera alle ore 21,30  nel Parco Archeologico di Paestum. Sarà un concerto eroico quello di stasera: eroico, poichè si viene fuori da un periodo oscuro, fatto d’ombre e d’attesa, in cui la Musica, tutta ci ha unito, il destriero è icona inarrivabile di fierezza e sicurezza, di fiducia e coraggio, di cuore da gettare oltre ogni ostacolo,  l’anima ci lega alla malinconia del ricordo di Hevrin Khalaf, giovane donna curda siriana, giornalista coraggiosa e libera, vittima di un barbaro agguato e dell’archeologo Khaled Al-Asaad, per decenni direttore dello straordinario sito di Palmira, vittima dell’Isis, a cui si era opposto a difesa della storia e dell’arte custodite in quel luogo, ora mutilato, e il tempo, rappresentato dalle pietre millenarie di Paestum e Palmira, che hanno resistito contro tutto e tutti e stasera saranno severe e serene protagoniste del racconto. Ieri sera, prove aperte, per poter offrire, anche a quanti non hanno potuto strappare un biglietto per il concerto di stasera, di godere del sogno che si dipana dalla Terza sinfonia in Mi Bemolle maggiore, op.55 di Ludwig Van Beethoven: eguaglianza, libertà, fraternità. Composta pensando alla figura di Napoleone Bonaparte, che per Beethoven, come per Hegel, incarnava lo spirito del tempo (uno spirito rivoluzionario, democratico), questa sinfonia è una celebrazione della storia come epos del presente. La narrazione avviene in modo non lineare, per flashback e fughe in avanti, e sembra concepita come un commento ad immagini invisibili, ma certo vivide nella mente degli ascoltatori. E infatti questa è forse la più “visuale” delle sinfonie di Beethoven: funziona quasi come una colonna sonora. È così dal primo movimento, quasi una sigla costruita intorno al motivo semplicissimo dell’attesa di qualcosa di grandioso, anche se, nello sviluppo, fa capolino – fuori dalla coppia di temi principali – un “tema” dolce, che sembra esprimere ciò che tutti in fondo ci si augura da una rivoluzione: quanto sarà felice, dopo, la vita, fino all’ultimo tempo, in cui al posto della forma-sonata  viene adottata la forma delle variazioni: una successione in alternanza di quadri molto diversi, che fa di questo movimento un tentativo di conciliare, anziché una coppia, una pluralità di opposti – le tensioni e le contraddizioni di un’intera stagione storica. Nella Marcia funebre è da segnalare l’impiego di materiali elementari tratti da musiche pubbliche (marce, inni) concepite in Francia nel periodo rivoluzionario; tali elementi sono assorbiti in un contesto “alto”, messi in relazione con stilemi della musica d’arte fra i quali l’esoterica tecnica del fugato, mobilitata non però al fine d’un’astrazione rarefatta, bensì per drammatizzare il discorso musicale e condurre alla climax emotiva del movimento nel successivo straziante episodio a terzine. Una mancata elaborazione del lutto trova infine voce nell’impressionante congedo, dove il tema della marcia funebre è letteralmente frantumato, ad esprimere una prostrazione annichilita, senza ricomposizione. I richiami a Virgilio e a Omero non sono casuali perché l’Eroica fu definita dal Rolland “l’Iliade dell’Impero”, con tutte le implicazioni al mito napoleonico colto al vertice dell’ascesa e nella decomposizione dell’epicedio funebre. Nel Finale (Allegro molto), edificato attraverso la variazione di un tema innocuo preso dal balletto Le creature di Prometeo, trova spazio anche un sublime intermezzo (Andante); poi, prima della ricapitolazione (Presto), torna la rimembranza della marcia funebre. “L’eroe costa molte lacrime – ricordava Berlioz – dopo questi ultimi rimpianti offerti alla sua memoria, il poeta lascia l’elegia per intonare con trasporto l’inno della gloria”.  

 

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Theatrum mundi. Shakespeare e Napoli

Il volume a cura di Antonella Piazza e Silvia Spera, Edizioni Scientifiche Italiane, sarà presentato sulla piattaforma Teams Microsoft domani alle 18. La discussione, alla presenza delle curatrici, degli autori e degli studenti di lingua inglese Davimus e Spe, sarà introdotta da Rosa Maria Grillo, Direttrice del Dipsum, e interverranno Laura Di Michele, Direttrice della collana Esi, Isabella Innamorati, Presidente del Consiglio Didattico di Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, Laura Angiulli, regista teatrali, moderati dalla giornalista Gemma Criscuoli

Se il mondo è un immenso teatro e il teatro racchiude in sé tutto il mondo, il legame tra il Bardo e il contesto partenopeo non può che essere profondo e vitale. “Theatrum mundi. Shakespeare e Napoli” è il volume a cura di Antonella Piazza e Silvia Spera, Edizioni Scientifiche Italiane, che sarà presentato sulla piattaforma Teams Microsoft domani alle 18. La discussione, alla presenza delle curatrici, degli autori e degli studenti di lingua inglese Davimus e Spe, sarà introdotta da Rosa Maria Grillo, Direttrice del Dipsum, e interverranno Laura Di Michele, Direttrice della collana Esi, Isabella Innamorati, Presidente del Consiglio Didattico di Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, Laura Angiulli, regista teatrale; moderera’ Gemma Criscuoli. Rivisitazioni, riscritture, deformazioni, destrutturazioni innervano il rapporto tra Shakespeare e Napoli. Nel testo, che accoglie contributi di studiosi e protagonisti del mondo artistico, Stefano de Matteis, ripercorrendo la vita teatrale napoletana tra Ottocento e Novecento, ricorda come l’effettiva diffusione in Italia delle opere del genio inglese sia dovuta a Ernesto Rossi, che impressiono’ con il suo Amleto lo stesso Garibaldi, e a Tommaso Salvini, senza dimenticare il peso del melodramma e delle compagnie amatoriali. Manfred Pfister narra come il sonetto 66, ingiustamente sottovalutato o ignorato in patria, sia stato per differenti ambiti culturali modello di rifiuto di ogni sopraffazione e Giovanni Lamagna lo ha musicato e trascritto in napoletano insieme ad altri sonetti shakespeariani. Antonia Lezza illustra il linguaggio immaginifico e suadente e le modalità compositive  di “Shakespea re di Napoli” di Ruggero Cappuccio, in cui prende corpo lo struggente bisogno dell’arte di sopravvivere a se stessa. Simonetta de Filippis punta la sua attenzione sulla drammaturgia contemporanea, esaminando “Per Amleto” di Michelangelo Dalisi, in cui la contaminazione espressiva restituisce al teatro il suo statuto di mezzo conoscitivo, le riduzioni di Laura Angiulli, particolarmente sensibile ai meccanismi del potere, “Skakescene” di Francesca Florio, in cui la commistione di copioni diversi rimanda alla capacità del teatro di rigenerarsi,  come del resto accade ne “La tempesta”, che Edoardo traduce nel napoletano del Seicento e che è al centro della riflessione di Nicola De Blasi, che mostra l’apertura eduardiana a nuovi linguaggi. È ancora “La tempesta” al centro della scomposizione e del montaggio drammaturgico di “Avviso ai naviganti” di Renato Carpentieri, che Grazia D’Arienzo esplora come campo di forze, in cui il senso del teatro è percezione mai esaustiva del proprio ruolo nella cosiddetta realtà. Il saggio di Annamaria Sapienza è dedicato all’allestimento “Mal’essere”, il cui percorso è enucleato anche dal regista Davide Iodice, dove, attraverso rapper e scelte registiche evocative, la vicenda di Amleto è attualizzata in un conflitto tra la crudeltà e l’innocenza di Ofelia, simbolo di una sempre viva ansia di rinascita.  La prospettiva metodologica in “Hamlet travestie” e “Una commedia di errori”, messinscene  della compagnia campana Punta Corsara, è al centro dell’analisi di Alfonso Amendola e Vincenzo del Gaudio, attenti alla natura ibrida e multiprospettica dell’immaginario contemporaneo. Antonella Piazza e Maria Izzo si volgono a esaminare l’una l’enfasi metateatrale di “Totò, principe di Danimarca”di Leo De Berardinis, l’altra il gusto farsesco e sovversivo del già citato “Hamlet travestie”. Se Salvatore Striano ricorda come l’amore per la libertà e il senso del perdono in Prospero e Ariel gli abbiano cambiato la vita, Silvia Spera dedica il suo intervento alla performance del 2017, diretta presso l’ateneo salernitano da Antonella Piazza, Silvia Toone e Bill Papaleo, che ha coinvolto gli studenti Davimus nell’allestimento di Cymbeline, all’interno di un progetto che fa dello spettacolo un’efficace via di apprendimento delle tematiche letterarie inglesi. “Fare del testo un banco di prova della propria creatività è fondamentale – afferma Antonella Piazza – quest’anno gli studenti si cimenteranno con una versione de “La tempesta” basata sull’uso dei cellulari. Non si dimentichi che la cultura teatrale napoletana e quella shakespeariana sono accomunate dal doppio registro della grande sapienza letteraria e della forte presa sul pubblico. Nonostante l’emergenza del tragico, mirano entrambe a salvare il senso della vita e ad aprirsi al futuro grazie alla forza evocativa della parola”. (g.c)

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Alfonso Bottone: “Oltre il muro”

Serata di premiazioni mercoledì sera a Maiori per la XIV edizione di “In costiera amalfitana”, con i riconoscimenti per l’alto impegno culturale a Daniela Rocca, Mariangela Fornaro, Nino Melito Petrosino, Lucia Lena Rosapepe, Olga Chieffi e Alfonso Ottomana

Di LUCA GAETA

Torna l’estate e tornano le serate all’insegna delle arti e della cultura, come quelle organizzate da Alfonso Bottone, che mercoledì sera, nei giardini di Palazzo Mezzacapo a Maiori, ha inaugurato la XIV edizione di “….in costiera amalfitana.it”, che ci accompagnerà in giro per le perle della divina sino al 2 ottobre, quando conosceremo i vincitori del premio “costadamalfilibri” sezioni “Romanzo/saggio”, “Giallo/Noir” e “Antologia”. La musica scelta dalla Radio Divina, che ha seguito la diretta, ha fatto da preludio alle parole di Alfonso Bottone: l’eleganza del quartetto di Riccardo Biseo con ospite il clarinetto del compianto Gianni Saint Just, col suo inimitabile suono creolo di uno strumento speciale un “vecchio” ministeriale, protagonista di “Torna a Surriento” e “The Wall” dei Pink Floyd, il tutto sotto la lapide che ricordava un ospite famoso dei marchesi, Enrico Caruso. “Il muro di Berlino fu abbattuto 31 anni fa e un muro è stato il simbolo di questa pandemia, che stasera cade e con questa festa della cultura si ritorna finalmente alla libertà”. Queste le parole di Alfonso Bottone che ha introdotto anche il sindaco della cittadina, Antonio Capone, prima di fare un’ampia carrellata sul lungo programma con i protagonisti delle ben ventitré serate, che si uniranno ai 22 appuntamenti per radio evocanti i salotti letterari, in cui verranno presentati i diversi volumi della kermesse libraria. Diversi gli ospiti che hanno anticipato la propria partecipazione, a cominciare dal critico d’arte Massimo Bignardi, Attilio Bonadies, Mino Remoli, Rita Sorrentino, Laura Bruno, le rappresentanti di Poesie Metropolitane. Quindi, ad omaggio e supporto del tema di questa edizione “Nessuno si senta sbagliato in questo mondo”, che è stato affidato al sentire dei bambini delle scuole primarie  per “Favolando in classe”, Brunella Caputo ha interpretato un monologo di Stefano Benni la Topastra, il racconto dell’umanità vista da un punto di vista d’eccezione, colmo di ironia, capace di mettere in luce l’ipocrisia del nostro mondo, la nostra incapacità di essere dalla parte dei topi, degli sconfitti, l’impossibilità di guardare alla vita con gli occhi di chi è meno fortunato e non può vivere alla luce del sole, in un’interpretazione davvero sapida e coinvolgente. Quindi la consegna dei premi, per l’Alto Impegno culturale, in cui i vincitori della scorsa edizione hanno proposto i nomi per la Kermesse 2020. Si è iniziato con Daniela Rocca, direttore di “Dodici” magazine, quindi Mariangela Fornaro, promotrice di cultura cinematografica, che ha forse unico in Campania un archivio di pellicole introvabili. Mattatore della serata sicuramente Nino Melito Petrosino, fondatore ella Casa museo “Joe Petrosino” a Padula, un dire teatrale il suo, che ha raccontato come il suo pro-zio avesse salvato proprio Enrico Caruso da un attentato all’uscita dal Met. Ancora Lucia Lena Rosapepe, erede delle famose terme Rosapepe di Contursi, la quale ha lasciato la sua cattedra di musicologia a New York, per ritornare tra le acque sulfuree e ricostruire l’albergo crollato col terremoto, ma allo stesso tempo continuare l’educazione dei bimbi attraverso libri di favole, come “Ino il gatto bambino”. “Ciascuno di noi ogni giorno dovrebbe farsi diffusore di cultura – scrive la giornalista Lucia D’Agostino “madrina” di Olga Chieffi per questo prestigioso premio – soprattutto chi esercita ruoli nell’ambito della divulgazione e dell’informazione. Cultura non è una parola elitaria, la cultura siamo noi, la nostra storia, le nostre radici, tutto quanto fa parte delle nostre tradizioni e che si esprime attraverso la musica, l’arte, la letteratura e qualunque linguaggio con cui l’uomo riesce ad esprimere la bellezza che c’è fuori e dentro di noi. Bisognerebbe parlarne più spesso, noi che viviamo in un Paese, su una costa che la esprime in modo sublime. Olga Chieffi quasi ogni giorno attraverso le sue “cronache musicali” ci ricorda che le note sono quanto di più bello l’uomo sia riuscito a creare, partendo dal suo mondo interiore e esprimendo quanto di meglio alberga in sé, a dispetto dei limiti della natura umana”. Olga Chieffi ha poi, ringraziato tutti, trovandosi in un paese musicale, quale è Maiori, dove appunto oggi parte il Maiori Music Festival di Salvatore Dell’Isola dagli quegli stessi giardini, e chi le ha dato gli strumenti per svolgere il suo ruolo di critico musicale, suo padre Berardino, i maestri, di tutte le sue attività, dalla scrittura allo sport, alla musica, e quanti credono nella sua visione non disdegnando di farsi a volte diversi nemici. Finale con la poesia del Presidente della Nazionale Italiana Poeti Alfonso Ottomana e con il dono del poeta Mario Senatore, due cartelle ispirate a Joe Petrosino, suo conterraneo ad Alfonso Bottone e al sindaco Capone. Oggi a Minori sono di scena le regine Carolina e Maria Antonietta viste da Paolo Sciortino e la danza con il premio MarediCosta.

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