Lo zenzero la spezia di Alessandro Magno

Le ricette del nutrizionista

Lo zenzero viene usato come antinfiammatorio naturale e digestivo ed è tra i più efficaci medicinali antinausea e antivertigine. Qui ne proponiamo l’uso negli spaghetti integrali accoppiati con la zucca

Di ANGELO PERSICO

Oggi parliamo dello zenzero, un rizoma fra i più conosciuti e apprezzati. La sua storia ha origini molto antiche. La radice è infatti una delle prime spezie esportate dall’Asia e si ritiene, secondo alcune fonti storiche, che sia stato proprio Alessandro Magno a introdurla in Occidente. Già apprezzato dai Greci e poi dai Romani, nel corso della storia fu lodato da molteplici figure di rilievo. Confucio lo riteneva in grado di eliminare le impurità e schiarire la mente, il medico Dioscoride lo consigliava per calmare lo stomaco in caso di disturbi, mentre Pitagora lo riteneva addirittura un antidoto contro il veleno del serpente. Nel Medioevo, conosciuto con il nome di “gengevo”, era una spezia molto ricercata, tra le più gradite e costose. Un aneddoto simpatico sembra essere quello per il quale durante il 13° secolo si poteva comprare una pecora pagando con un chilo di zenzero. Da sempre, visto il suo sapore deciso e piccante, gli sono state attribuite proprietà afrodisiache. Ma quali sono in realtà le sue proprietà? E quali le controindicazioni? Fra i benefici possiamo annoverare il suo effetto antiemetico: riduce la nausea e aiuta anche a contrastare il gonfiore e il meteorismo. Inoltre è’ da sempre considerato un bruciagrassi naturale, questo perché ha proprietà termogeniche: producendo più calore trasforma il cibo in energia. Varie recenti ricerche scientifiche suggeriscono che il gingerolo, contenuto nei fiori di zenzero, aiuterebbe sia a ridurre la glicemia e sia a ridurre il colesterolo cattivo. Mentre  secondo la medicina cinese aiuterebbe anche a contrastare i sintomi del raffreddore e ad alleviare la tosse, soprattutto se bevuto con una tisana calda. Come per tutti gli alimenti, tuttavia, si sconsiglia un uso eccessivo. Un uso smodato di zenzero potrebbe avere effetti opposti a quelli sperati, inducendo: nausea, vomito e diarrea. La dose giornaliera per un adulto non deve quindi superare 1-2 gr. Inoltre, è fortemente sconsigliato per chi soffre di calcoli biliari, di colon irritabile e gastrite. Come si sconsiglia il suo uso durante tutta la gravidanza e l’allattamento. Oggi vi propongo una ricetta gustosa, adatta anche a chi segue una dieta vegetariana: spaghetti integrali zenzero e zucca. Ricordiamo che la zucca è una miniera di caroteni e pro-vitamina A, che ci aiutano a combattere i radicali liberi. Non a caso viene inserita fra gli ipotetici alimenti in grado di prevenire i tumori. Di seguito la ricetta (ingredienti per 1 persona): 1) Una volta pulita e lavata la zucca (100g), tagliatela a pezzetti e ponetela in una pentola con uno spicchio d’aglio e un filo d’olio EVO. Ultimate la cottura coprendola con un coperchio.  2) Togliete lo spicchio d’aglio. Con un mixer frullate una metà del composto e riponetelo poi nella padella con l’altra metà non frullata. Quindi aggiungete dello zenzero fresco grattugiato (Q.B). 3) Cuocete gli spaghetti integrali (50g) e uniteli al composto, aggiungendo un cucchiaio di acqua di cottura, se serve. Aggiungete un cucchiaio di parmigiano – secondo i vostri gusti – e servite caldo. 

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Le freddure dei pupazzi dei Nano Egidio

Buona la “prima” di Mutaverso ospite nella nuova location, “A casa di Andrea”. Pungente l’intermezzo che stronca l’abitudine, diffusa nel mondo dello spettacolo e non solo, di attribuirsi una finta aura intellettuale e impegnata

Di ARISTIDE FIORE

La (non ancora?) tramontata epopea dell’Italia infondatamente ottimista e teledipendente si riverbera nelle scoppiettanti gag di “Luisa, uno sguardo oltralpe”. Soap Opera Moderna e Contemporanea, scritta da Marco Ceccotti, Simona Oppedisano, Francesco Picciotti del collettivo comico Nano Egidio, interpretata da Marco Ceccotti e Francesco Picciotti, che lo scorso 13 febbraio a Salerno ha raccolto il convinto riconoscimento del pubblico della rassegna teatrale Mutaverso, stavolta ospitata presso la sede dell’Associazione “A casa di Andrea Onlus”. La prima Teatro-Novela italiana con attori e pupazzi è concepita secondo una formula transmediale, che alla versione per il web affianca quella teatrale “da camera”, rappresentabile in qualunque contesto grazie all’armamentario essenziale (in primo luogo i pupazzi) e alle doti istrioniche degli interpreti, che si cimentano come attori-burattinai, affidandosi alla tecnologia per arricchire lo spettacolo di una colonna sonora o di inserti video, ma altrettanto capaci di accennare canzoni di Lucio Battisti accompagnandosi con una chitarrina suonata da Picciotti (cambiandone le parole col pretesto di renderle politicamente corrette, con inevitabile esito comico). Ben si adatta, quindi, anche alla confortevole sede dell’Associazione Onlus “A casa di Andrea – Los Varanos Hermanos” (www.acasadiandreaonlus.it) in Via Posidonia, dove anche chi vi si rechi per la prima volta avverte la sensazione di essere a casa di amici. Nato per scopi solidali perseguiti in Italia e all’estero, il sodalizio ha optato per una formula che collega alla tipica operatività di un’organizzazione benefica la capacità di aggregazione di un circolo ricreativo e culturale. L’attenta cura di quest’ultimo ambito la vede impegnata nel proporre concerti, eventi, workshop, ai quali si può prendere parte devolvendo il tutto in beneficenza, approdando infine al teatro e affiancando quindi alcuni storici palcoscenici cittadini nell’ospitare le proposte della quinta stagione di Mutaverso Teatro, la rassegna organizzata da Erre Teatro, ideata e diretta da Vincenzo Albano. Come altri lavori di questo gruppo ormai affermatosi attraverso una carriera decennale sempre aperta alla sperimentazione, anche questo spettacolo si basa sull’interazione tra performance attoriale, pupazzi, e oggetti che compaiono puntualmente a sproposito, ed è improntato sulla serialità, che, mentre in altre proposte del collettivo romano si concretizzava nell’ideazione di spettacoli a puntate, nel caso in questione raccoglie in un’unica serata gli episodi dell’originaria miniserie prodotta per il web. Il risultato è un’irriverente satira sociale veicolata da trovate surreali ricche di rimandi all’immaginario collettivo e alla cultura alta e bassa, il cui accostamento inatteso non manca mai di sortire l’effetto previsto. Attraverso la vicenda della nobildonna decaduta Luisa Winghfield, segretamente innamorata di Woody Baltimora, un povero contadino appartenente a una famiglia 《dedita a coltivare soprattutto illusioni》, e ostacolata in tutti i modi dal padre, Emidio Winghfied, che per motivi di interesse l’ha promessa al  perfido e potente cugino, il TAR del Lazio, si viene rapiti in una spirale di freddure, nonsense e giochi di parole che mette alla berlina difetti e ipocrisie della società contemporanea, rappresentati in termini caricaturali e ricorrendo a personaggi di pezza. Non si è forse come dei pupazzi, quando ci si lascia guidare da aspirazioni improbabili, indotte da modelli calati dall’alto o da preconcetti di ogni sorta? Ecco perciò, che anche la politica si riduce, almeno in certi ambienti, a una specie di gioco di società (anche Marx è un pupazzo gonfiabile), l’impossibilità di suggellare il proprio amore secondo una formula canonica induce a ricorrere a un’assurda “unione incivile” e l’impegno civico si esprime nel sostegno a cause improbabili, come la prevenzione della morte delle persone che somigliano a Padre Pio. Anche una certa abitudine, diffusa nel mondo dello spettacolo e non solo, di attribuirsi una finta aura intellettuale e impegnata è presa di mira nel gustoso intermezzo che vede Ceccotti impegnato in una strampalata dedica a Pier Paolo Pasolini.

 

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Mescolare le arti: Omicidi in Si Minore

E’ in libreria l’opera di Davide Bottiglieri edita dalle edizioni Les Flaneurs, di cui sono già pronte le tavole del fumetto da lanciare in estate

Di AMBRA DE CLEMENTE

Un giovane talento Davide Bottiglieri nel 2015 pubblica con Les Flaneurs Edizioni, una raccolta di racconti fantasy, per ragazzi dal titolo Le Cronache di Teseo. E’ vincitore del Premio Letteratura Italiana Contemporanea 2014 e del Premio Adriana Paulon 2016. Il suo romanzo d’esordio “Dio suona il pianoforte del Diavolo” si è qualificato come finalista del concorso Lampi di Giallo  2016. Lo stesso anno gli viene affidata la gestione della rubrica letteraria del web magazine “L’espressione”. “Omicidi in si minore”, è un libro dell’editore Les Fleneurs è una persona che a Parigi è un ricercatore di bellezze, di una casa editrice di Bari. Omicidi in si minore fa riferimento ad una sonata di Liszt, la sonata dedicata a Clara Schumann. Il libro è diviso in quattro parti quali movimenti di sonata: Lento assai, Notturno, Allegro energico e Lento assai. L’immagine di copertina è stata realizzata dalla figlia di Elena Di Majo. Il discorso sul giallo rappresenta la parte degli omicidi e il pugnale segna la sacralità del rosso cardinale. Il secondo libro è stato pubblicato nel 2019 Il secondo libro tra duemiladiciotto e duemiladiciannove. Davide sta organizzando alcuni eventi ed una sceneggiatura della grafic novel di questo libro. La grafica dell’edizione è stata scelta da lui.  La copertina è studiata, perché il libro ha un filtro. Si passa dal noir al thriller, e a fare da padrona è la suspace. Prove per un requiem fa riferimento all’opera classica: il famoso requiem di Mozart. Siamo nel cuore della Transilvania, alle fine del diciottesimo secolo. Cluj è una cittadina straziata da strani omicidi che non hanno nulla di consueto, che sembrano voler essere una sfida per il giovane ispettore Alecsandri, abile agente del Plotone, corpo scelto di polizia. Un’ombra nera, un fantasma che semina la morte lasciando indizi, beffeggiando chi lo insegue, preparandosi a colpire ancora. Un susseguirsi di eventi e di equivoci sembrano designare il Male in persona come l’artefice della scia di sangue che mette in subbuglio una città che pone le sue fondamenta fra occulto e religione. Personaggi dalle personalità forti, capaci di influenzare e districare i fili della matassa che ruotano intorno agli eventi, come la bella Helena o come Edward Gordon Wordswarth. “Non è forse la verità una bugia perfetta?”. Basterà il senso di giustizia dell’ispettore Alecsandri per tenere a bada la parte nera della sua stessa anima, la parte brutale che graffia per emergere e inseguire a sua volta il colpevole? E chi si cela dietro al terrore che danza intorno al male? Questo romanzo è stata una piacevole sorpresa, una lettura capace di catturare fin dalle prime pagine. Lo stile dell’autore è incalzante, mai pesante, sempre coinvolgente. La trama è ben architettata, non lascia scampo, ti prende e ti imbroglia per mostrarti alla fine lo spiraglio della verità, quando ormai è troppo tardi. Le pagine di questo libro sono il frutto di un lavoro certosino, di un’abilità di fotografare un’epoca lontana come se il lettore potesse davvero vedere tutto quanto. A tratti si ha l’impressione di contemplare un quadro dai colori cupi, dall’atmosfera sferzata dal vento gelido dell’inverno in cui avvengono i fatti. L’autore lascia indizi, illude chi legge di poter seguire la scia di elementi che il suo protagonista raccoglie pagina dopo pagina. Le Sacre Scritture infervorano il protagonista, la musica scandisce il ritmo della storia stessa, la sua evoluzione, il suo dispiego. Salvatore Parola ne ricaverà un fumetto per la prossima estate. Sarà un fumetto in bianco e nero in stile antonelliano. 

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Bei nomi, grandi ritorni per la stagione lirico-concertistica 2020

Il 10 aprile lo schiocco della frusta di Compà Alfio inaugurerà il cartellone, insieme all’aria di Lauretta del Gianni Schicchi, poi il ritorno del più raffinato dei basso-bariton, Ambrogio Maestri che sarà Nabucodonosor. In autunno si aggirerà in città il Pipistrello del Conservatorio Martucci, svolazzando tra gli alambicchi di Dulcamara. Chiusura d’anno nel segno della farfalla con Madama Butterfly

Di OLGA CHIEFFI

Sei titoli d’opera, due balletti e sette concerti per la stagione lirica che verrà inaugurata ad aprile, a poco più di un mese dalle elezioni regionali. E come d’abitudine in questi anni topici, il teatro Verdi si è messo in grande spolvero scritturando artisti e registi di riconosciuto “nome”. L’apertura del 10 aprile saluterà il ritorno di un direttore di “casa” che ha raggiunto il successo internazionale, Francesco Ivan Ciampa, a lui l’onore e l’onere di dirigere un’accoppiata particolare, Cavalleria Rusticana e Gianni Schicchi. Passionalità estroversa, languore sentimentale, cantabilità generosa e spontanea per Mascagni, economia e concentrazione dai forti riflessi sulla condotta musicale, miniaturizzata, con una scelta di tecniche molto avanzate che daranno vita al teatro moderno per Puccini. Il Nabucco è l’opera di Daniel Oren, lui ama Puccini, ma noi gli imputiamo la palma per questo primo Verdi. Debutto a Salerno in qualità di regista del conduttore del grande Fratello Vip, Alfonso Signorini, che negli anni scorsi ha firmato una Boheme, Turandot Simon Boccanegra e Aida tra il festival pucciniano e Tiblisi Opera House, un’avventura quella lirica iniziata da appena tre anni. Cast non ancora definito ma una sicurezza la voce assoluta di Ambrogio Maestri, che ricordiamo nel nostro teatro insuperabile Scarpia e simpaticissimo Dottor Dulcamara. La ripresa autunnale il 1 ottobre sarà affidata al Conservatorio “G.Martucci” che continuerà nel filone dell’operetta, mettendo in scena “Die Fledermaus” di Johann Strauss, assai difficile ascoltare nei teatri italiani soprattutto italiani, essendo una composizione che si muove tra opéra comìque, farsa con musica, melodramma con dialoghi, con un grande protagonista, lo champagne, confermando il binomio Nicola Samale per la direzione musicale ed Ermeneziano “Hermes” Lambiase alla regia. Dopo il trionfo del Don Pasquale e de’ La Fille du régiment,  Riccardo Canessa, continua il percorso donizettiano, offrendoci un bicchiere dell’ afrodisiaco Elisir, insieme a Daniel Oren. Per l’occasione si ricompone l’ interessante trio di voci maschili, applaudito in Bohème lo scorso dicembre, con il tenore Valentin Dyutuk, che abbiamo conosciuto a Salerno nei panni di Rodolfo, il quale darà voce stavolta, con massimo agio, a Nemorino, e i baritoni Massimo Cavalletti nel ruolo di Belcore e la riconferma del musico salernitano Biagio Pizzuti che, “Udite, udite o rustici!”, impersonerà il dottor Dulcamara. Finale ancora pucciniano con Madama Butterfly e una coppia di voci d’eccezione, Maria Josè Siri nel ruolo del titolo e ancora il giovane Dytiuk nei panni di Pinkerton, diretti da Daniel Oren, mentre per la regia rivedremo all’opera Michele Sorrentino Mangini. Il teatro di San Carlo raddoppia firmando entrambi i balletti, il primo Amadè, che chiuderà il 15 maggio la stagione invernale, dedicato al primo viaggio in Italia del genio salisburghese su coreografie di Juliano Nunes e Il lago dei cigni che vedrà il corpo di ballo e i solisti del massimo partenopeo danzare sulle note di Cajkovskij, eseguite dall’ Orchestra Filarmonica Salernitana. Molto eterogenea la stagione concertistica, che verrà inaugurata il 15 aprile da Vinicio Capossela e il suo “Bestiario d’Amore” una piccola opera composta di 4 brani di ambientazione trobadorica che ha visto il suo battesimo dal vivo proprio il giorno di San Valentino sotto le volte gotiche e gli animali in pietra della Union Chapel di Londra. Ritorna anche il “Festival Falaut” col concerto dei maestri previsto per il 3 maggio, ancora il violinista Ilya Grubert con l’orchestra Scuola d’archi italiana e il pianista Alessandro Taverna. Un felice ritorno il 30 maggio, del flautista Matthias Schulz con il quartetto d’archi della Wiener Staatsoper, che ricordiamo diverse volte protagonista dei concerti d’Estate di Villa Guariglia. Nella settimana di San Matteo riascolteremo il duo composto da Gino Paoli e Danilo Rea, mentre la rassegna concertistica si chiuderà il 19 ottobre con le celebrazioni beethoveniane, affidate a Elio, il quale sarà spedito da un incantesimo  nella Vienna del XIX secolo, ritrovandosi nel Teatro di Porta Carinzia, dove tutti parlano italiano: l’impresario Domenico Barbaja – che ha portato con sé Rossini, l’orchestra e il coro del Real Teatro di San Carlo di Napoli – e il vecchio Antonio Salieri, con i suoi due allievi, l’ormai celebre Ludwig van Beethoven e lo sconosciuto Franz Schubert, ma  dove su tutti aleggia, lo spirito scherzoso di Wolfgang Amadeus Mozart.

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Le lungaggini di Lucia Calamaro

Trionfo di Silvio Orlando al Teatro Verdi di Salerno, protagonista di “Si nota all’imbrunire”, in cui  profonde le sue migliori qualità interpretative 

Di GEMMA CRISCUOLI

I consanguinei, gli affetti, la condivisione? Provate voi a convivere con l’ingombrante presenza di figli, che da adulti diventano suoceri, pretendendo dinamismo ed energia e scoprirete che solo da seduti si può capire la follia del mondo. Calorosamente accolto dal pubblico del Teatro Verdi, “Si nota all’imbrunire”, scritto e diretto da Lucia Calamaro, è una pièce in cui Silvio Orlando profonde le sue migliori qualità interpretative: il disincanto ironico, la fragilità che coglie immancabilmente il lato grottesco delle cose, l’estraneità a un contesto sottolineata da gesti minimi. Silvio è un uomo per cui parole e incontri sono divenute vicoli ciechi: la sua solitudine è spirituale e fisica, alzarsi dalla sedia gli costa una dolorosa fatica e non si tratta del capriccio di un vedovo in là negli anni. La sua stasi è una forma di resistenza e di presa d’atto del vacuo e nevrotico fluire di pensieri e rapporti irretiti da una nevrosi pervasiva: la sostanziale incapacità di comprendere e comprendersi. La frequente rottura della finzione scenica, chiamando a più riprese in causa la platea, allude appunto al carattere artificiale di ogni forma di comunicazione. Non ci si relaziona se non per riflettere nell’altro le proprie aspettative e velleità: le ambizioni poetiche della figlia Alice (Alice Redini), la severità autoimposta e pretesa dalla figlia Maria Laura (Maria Laura Rondanini), l’esortazione al contatto umano del figlio Vincenzo (Vincenzo Nemolato), nonché la delirante smania di imporsi nel dialogo, propria del fratello di Silvio (Roberto Nobile). L’azione si svolge non a caso alla vigilia della messa in onore di una moglie, che il  protagonista ricorderà per i suoi piedi, un dettaglio legato a una vicinanza autentica, che i corpi hanno ormai dimenticato. Oltre i battibecchi non di rado divertenti, in cui le parole di Silvio sono ripetute dagli astanti come se lui non le avesse mai dette, è la morte della relazione a essere commemorata e non è prevista alcuna resurrezione in un mondo che, secondo il padre di famiglia, non esiste, proprio perché non esistono coscienze alla ricerca le une delle altre, ma chimeriche pretese  di esistere. È dunque naturale la scelta registica di rivelare alla fine che i personaggi attorno al padre sono solo frutto della sua immaginazione. Non resta che cantare in una chiesa vuota una vecchia canzone, ricordo di un tempo che si è creduto felice. 

 

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Il linguaggio di Giorgio Montanini

L’attore marchigiano sarà ospite questa sera alla Sala Pasolini di Salerno, con la sua ultima creazione “Come Britney Spears”

Di OLGA CHIEFFI

Dopo il successo del precedente spettacolo Quando stavo da nessuna parte, il comedian più scomodo e corrosivo della scena italiana sbarca questa sera alle ore 21.00, alla Sala Pasolini di Salerno, Come Britney Spears nell’ambito della rassegna Stand Up Comedy 2020, del Teatro Pubblico Campano. Il comico e attore marchigiano,  Giorgio Montanini, con la sua stand up comedy, inserisce nel gioco gli spettatori, interrogati più volte e messi a dura prova dal cinismo pungente, fantasticamente colorito e senza filtri. Il pubblico per lui diventa “l’amico del bar”, cui raccontare tutto quello che non sa, per fargli aprire gli occhi e fargli fare qualche risata. Come Britney Spears, nono e inedito monologo di Giorgio Montanini, mette in discussione l’unico vero baluardo trasversale e condiviso da tutti, quello che tiene in piedi il genere umano: l’antropocentrismo. Montanini, reduce da una denuncia per blasfemia, si chiede insieme a noi “ti denunciano solo se bestemmi il Padre, il Figlio o lo Spirito Santo (ma poi chi è che bestemmia lo Spirito Santo?) ma la Madonna non fa testo lo sapete?”. Ritenuto da molti come arrogante e scurrile (scurrile per chi?) ciò che ci dice Montanini è tutto ciò che potremmo sentire dal meccanico sotto casa, o da un nostro zio che ne sa più di noi, con la preziosa differenza che l’analisi fatta qui in teatro ha sempre (e giustamente) una morale e ci fa porre numerose domande su cose giuste o sbagliate di noi stessi e della società, come ad esempio l’insensata elevazione mediatica di alcuni “simboli”, solo perché mossi come pedine da qualcuno che ci guadagna dietro. C’è qualcosa di lui che rimanda alla voce della nostra coscienza, che ci parla continuamente, che ci dice che per colpa del Capitalismo abbiamo perso non solo alcuni valori, ma siamo sempre più attanagliati da un finto buonismo e dall’immancabile “politicamente corretto”. Dalla politica alla religione, passando da alfabetizzazione fino ad arrivare alla teoria dell’evoluzione di Darwin (che specifica non è solo di Darwin ma anche di Wallace), lo spettacolo si chiude con un semplice paragone ai ratti: nascono, proliferano e si estinguono; qualcosa che è facilmente accostabile alla nostra specie. Presunzione, ipocrisia e politically correct, sono i veri nemici da combattere. Quando riusciremo a liberarci di questi ingombranti fardelli, potremo vederci finalmente per ciò che siamo: spauriti e insignificanti esseri che tentano di sopravvivere in territorio ostile.

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Enrico Paulucci: una questione di “misura”

Domattina alle ore 11,30 il vernissage della personale che aprirà la stagione espositiva della Galleria Il Catalogo. Un omaggio al segno del grande artista genovese, oli, gouaches e pastelli realizzati tra gli Anni Sessanta e Ottanta. 

Di OLGA CHIEFFI

La galleria Il Catalogo di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta inaugura, domattina, alle ore 11,30, il suo 2020 con il segno di uno dei dioscuri dello storico spazio espositivo, un’ amicizia nata nel 1968, nel primo anno di fondazione, una fiamma tenuta sempre viva attraverso le oltre quindici personali dedicate, Enrico Paulucci. Un dialogo mai interrotto, che possiamo ritrovare nelle immagini, lettere, cimeli conservate gelosamente da Lelio e che ritroveremo, sino al 14 marzo in galleria racchiuso in un ritratto che il pittore donò al suo amico salernitano. Enrico Paulucci, fu un genio eclettico, attraversato da diversi fiumi di passione, infatti, nella stagione 1919-1920 era il “gatto” distratto della prima squadra della Juventus, critico con se stesso sul suo essere calciatore, lasciò la carriera sportiva nel momento in cui giunse Gianpiero Combi a fargli ombra. Dal pallone a Casorati, dalla indelebile amicizia col portierone bianconero a quella con Calvino e Montale, ed in contemporanea, con Chessa, Levi, Galante, Menzio e Boswell, con cui costituirà il “Gruppo dei Sei”, che ha segnato il cammino dell’arte italiana tra le due guerre per la ricerca di nuove strade tra segno e limpido cromatismo, oltre che pittore, Paulucci è stato anche designer di mobili e moda, ma anche scenografo per il cinema e il teatro. Ha allestito scene per la Fenice di Venezia, il Piccolo di Milano e ha collaborato con il regista Alessandro Blasetti per il film “La duchessa di Parma”. Il nome di Paulucci resta legato anche alla fondazione della rivista di architettura e design “Casabella”.Le sue opere hanno fatto il giro del mondo: Londra, Parigi, Linz, Praga, Il Cairo, San Paolo, Stoccolma, Barcellona, New York e i paesi scandinavi solo per citare alcuni dei luoghi che hanno avuto l’onore di ospitare i suoi quadri. Poi, l’incontro con un altro Gatto, stavolta poeta, che lo portò a Salerno e da allora le frequentazioni del luminoso studio di Via Cavour, da parte di Lelio Schiavone e le incursioni di Paulucci in Costiera, in cinquecento, grazie anche alla grande personale a Palazzo Murat, nel 1985, nell’ambito di Positano Top Parade, non si sono più interrotte, sino alla sua scomparsa avvenuta nel 1999. L’elemento di base dell’ispirazione del pittore rimase sempre lo spettacolo della Natura, interpretato con un mezzo d’evasione avuto in dono dalla nascita e che, ancora oggi, non ha bisogno di alcuna riga di critica, anche se le massime firme da Argan a Persico, ne hanno sempre elogiato il segno nuovo; bensì ha bisogno di essere visto per assaporare i rutilanti colori delle marine, dal segno antiretorico di un lirismo sommesso e pacato dei paesaggi liguri e piemontesi a lui familiari (alternava infatti la residenza a Torino a lunghi soggiorni estivi a Rapallo e presso la città materna di Montegrosso d’Asti, mete che gli rimasero care tutta la vita), affollati da personaggi-colore, per lasciarsi trascinare dalla profonda quanto elegante allegria di olii, pastelli, gouache. Da cattedratico di pittura all’Accademia Albertina, introdusse una nuova attenzione nei confronti degli sviluppi dell’arte più recente, mentre nei corsi da lui tenuti, oltre a fornire le basi tecniche agli allievi, si preoccupò di assecondarne le personali inclinazioni affinché la loro “personalità abbia a svilupparsi nel più naturale e libero dei modi”. Fu tuttavia nel secondo dopoguerra, alla luce dei dibattiti coevi tra astrattismo e realismo, che la sua pittura andò incontro a un nuovo mutamento. Questa ricerca si manifestò con la rinuncia alla tavolozza impastata, alla Cèzanne del decennio precedente e con un uso più sintetico del colore, steso a campiture quasi piatte, che nelle nature morte e nelle figure femminili ‘narrate’ in interni sfociava in esiti non immuni da neopicassismo. Parallelamente si mosse verso una sempre maggiore astrazione dal dato naturale nei paesaggi liguri e delle Langhe a lui tanto familiari riscontrabile sia nei dipinti e nella rinnovata pratica del guazzo, sia nelle acqueforti. Nel presentare la sala destinatagli dalla Biennale veneziana del 1954, Giuseppe Marchiori si riferiva efficacemente a queste opere di matura “sintesi pittorica”, come costruite attraverso il “metodo delle pezzature a intarsio”. Nelle opere presentate alla Quadriennale del 1959, nella monografia di Argan (1962) e nella sala personale alla Biennale del 1966 l’allusività all’ambiente naturale si era infine ridotta “al puro rapporto cromatico”, dove l’artista procedeva organizzando “topografie cromatiche sulle due dimensioni”. Un unicum mirato e fonte di ricordi piacevolissimi, specie per chi ha avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo, ma anche per chi avrà la possibilità di riandare alla sua eclettica personalità, proprio attraverso la scelta di opere che vedremo esposte al Catalogo.

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Luisa uno sguardo Oltralpe

Mutaverso teatro sarà ospite questa sera, alle ore 21, della Associazione “A casa di Andrea”, con i pupazzi di Nano Egidio

Di Olga Chieffi

Si susseguono con grande successo di critica e pubblico gli appuntamenti della quinta edizione di Mutaverso Teatro, che questa sera condurrà il proprio affezionatissimo pubblico alla scoperta di una nuova location, ove il contatto con gli artisti sarà veramente sensibile. Sarà, infatti, questa sera, alle ore 21, in programma la versione teatrale da camera di “Luisa, uno sguardo Oltralpe”, soap opera sperimentale, anarchica e surreale recitata da attori e pupazzi, presso la sede dell’Associazione “A Casa di Andrea – Lvh”, in via Posidonia 153 a Salerno. L’evento, organizzato da Erre Teatro, inaugura la sinergia con l’Associazione Onlus dedicata alla memoria di Andrea Cerbarano, prematuramente scomparso in seguito ad un incidente stradale nel gennaio del 2016. «Fare parte di un programma così importante affiancati a palcoscenici storici del teatro salernitano è motivo di orgoglio per una piccola e giovane Associazione quale è “A Casa di Andrea”, ma anche importante segnale di impegno, serietà e passione nel portare avanti progetti solidali in nome del nostro Andrea» commenta Dino Cerbarano, fondatore, insieme alla moglie Melina, dell’Associazione Onlus impegnata in progetti di solidarietà sul territorio nazionale ed internazionale, come Costa d’Avorio e Brasile. Tre gli appuntamenti, tra quelli della Stagione Mutaverso Teatro ideata e diretta da Vincenzo Albano, che verranno realizzati nel 2020 “A casa di Andrea” al fine di stimolare processi di partecipazione e innovazione collettiva attraverso gli strumenti propri del teatro in grado di favorire esperienze culturali nel più ampio senso dei linguaggi artistici e delle relazioni umane e creative. E’ questa, la prima Teatro-Novela italiana con attori e pupazzi, scritta, diretta ed interpretata dal camaleontico e sorprendente trio comico formato da Marco Ceccotti, Simona Oppedisano e Francesco Picciotti, che in quasi dieci anni di spettacoli ha conquistato il pubblico romano e non solo riscuotendo grande successo in tutte le piazze dello stivale. “Luisa, uno sguardo Oltralpe” è uno sceneggiato teatrale esilarante che con il giusto equilibrio di cattiveria e tenerezza riesce ad affrontare tematiche troppo spesso dimenticate come i difficili amori che possono nascere tra una donna e un pupazzo o tra un danese e un alce, i terroristi troppo timidi, l’assenza di negozi cinesi sotto casa  ad Orvieto e le unioni incivili. In effetti la telenovela originale andò in onda nei primi anni ’80 su televisioni private, private di tutto, anche dello schermo, per questo motivo nessuno riuscì a vederlo o a registrarlo e di Luisa, uno Sguardo Oltralpe si persero le tracce. Un capolavoro del genere però non poteva rimanere nel dimenticatoio, così noi, il Collettivo del Nano Egidio (talvolta abbreviato in “Misterioso Collettivo del Nano Egidio”)  ha deciso di realizzarne una versione teatrale rimanendo fedeli per quanto possibile alla trama dello sceneggiato originale che non abbiamo mai visto, però ci fidiamo.La vicenda narra la storia dei Whingfield e dei Baltimora, due famiglie rivali che vivono nel pericoloso confine che c’è nell’America Latina, come nei paesini del frusinate. I Whingfield sono una nobile famiglia decaduta per aver giocato in borsa senza la canottiera.I Baltimora sono una disgraziata famiglia di contadini che coltiva soprattutto illusioni. All’apparenza può sembrare uno spettacolo a sketch adatto a serate comiche belle, che può essere messo in scena pressapoco ovunque, in tutti quei luoghi dove c’è gente che si vuole divertire anche e soprattutto in questo periodo di crisi non solo economica ma soprattutto di valori. Se però ci si concentra meglio e lo si guarda con occhio attento, è possibile trovarci in un’immagine nitida di quella bella Italia che non c’è più, un’ Italia forse un po’ ingenua ma che ha ancora tanto da insegnarci. La nobildonna decaduta Luisa Winghfield è segretamente innamorata di Woody Baltimora, un povero pupazzo contadino. Un amore contrastato dalla differenza di classe e anche dal padre di lei, Emidio Winghfied, che tenta in tutti modi di scongiurare le nozze ricorrendo a subdoli avvocati, spietati assassini e a Fiorella Mannoia, perché Luisa è da tempo promessa sposa al suo perfido ma ricco cugino.

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Si nota all’imbrunire: occhio sulla solitudine

Silvio Orlando, ospite in questo week-end del cartellone del Teatro Verdi, dà voce ad un padre vedovo, malato di “solitudine estrema”, in una pièce di Lucia Calamaro, accendendo i riflettori sull’ isolamento, male oscuro e insidioso del nostro tempo.

Di OLGA CHIEFFI

“Beata solitudo, sola beatitudo” sosteneva l’abate e teologo francese San Bernardo di Chiaravalle, fondatore dell’ordine cistercense. Nel Terzo Millennio dominato dai social media, affollati di “amici”, la solitudine è diventata una tale “piaga sociale” da indurre la Premier britannica Theresa May a prendere l’iniziativa di istituire un Ministero della Solitudine. “La solitudine – afferma il filosofo Salvatore Natoli – è divenuta una triste realtà della vita moderna per troppe persone: è venuta meno la comunità. I legami comunitari sono venuti meno, come la famiglia intesa in senso classico, cioè mononucleare. Il nucleo non è più stabile, spesso si frantuma e quindi si moltiplicano le solitudini. Si aggiunga inoltre, pensiamo all’Italia, una caduta della natalità, i sopravvenuti sono in numero ridotto rispetto ai sopravvissuti. L’idea dell’autosufficienza ha fatto sempre sentire il legame come una prigionia, ma alla fine l’assenza di legami lascia soli e questo è un grande problema sociale. Pensiamo agli anziani, che sono proprio quelli che più si trovano in questa condizione, in parte anche per colpa loro. Molti di loro non hanno generato figli, non hanno continuato legami, hanno creduto finché stavano bene di essere all’altezza della situazione e poi a un certo momento si sono trovati come unica compagnia la solitudine. Ecco perché nella nostra società attuale le solitudini sono tante. Bisognerebbe ritessere un sentimento comunitario. Nato da una riflessione su una patologia del nostro tempo cui la socio-psicologia ha dato un nome ben preciso, solitudine sociale, “Si nota all’imbrunire” di Lucia Calamaro affidato al sentire attoriale di Silvio Orlando, sarà di scena da domani (ore 21) a domenica 16 (in pomeridiana alle ore 18) al teatro Verdi di Salerno. Silvio Orlando interpreta un padre che da anni vive solo, rintanato in un villaggio di campagna. Vedovo di una moglie amatissima, attende nella sua casa lontana e sperduta la visita dei tre figli e del fratello, per la tradizionale commemorazione della defunta, oltre che per il suo compleanno, che cade il giorno prima. Sigillato in un esilio volontario, ha acquisito una serie di manie (la più grave: non vuole più camminare). Un isolamento che dovrebbe creare compassione e invece infastidisce la famiglia, un microcosmo che svela egoismi, meschinità, frustrazioni. È un tramonto amaro quello di Silvio, sempre più chiuso nel dolore, nel rancore, nell’apatia, in un’inconfessabile voglia di tenerezza. La socio-psicologia le ha dato un nome: “solitudine sociale”. Sembra che uccida di più dell’obesità.Tutti noi infatti, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno del contatto con gli altri, un bisogno che ci permette di sopravvivere. Forse, quando ci si avvicina al tramonto della propria esistenza alcune riflessioni e stati d’animo sono più frequenti ed evidenti, ma la forza di Si nota all’imbrunire sta nel mettere a tema una condizione che può abbracciare tutti, indipendentemente dall’età. Con Silvio Orlando in palcoscenico, Vincenzo Nemolato, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini.

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Le braci delle passioni

Questa sera, alle ore 21, i riflettori della Sala Pasolini illumineranno Renato Carpentieri e Stefano Jotti, interpreti del capolavoro di Sandor Màrai

Di OLGA CHIEFFI

 “A gyertyák csonkig égnekche” “Le candele si consumano lentamente”,  questa la traduzione letterale de’ “Le braci”, capolavoro di Sandor Márai, in cui lo scrittore affronta temi delicati e sempre attuali, che ruotano attorno ai valori dell’amicizia appena incrinata da una differenza di ceto sociale, all’amore per una stessa donna, il tutto immerso in un periodo storico, quello della finis Austriae, che sembra fatto apposta per fare da sfondo a una narrativa giocata sul rimpianto del tempo passato e sulla resa dei conti di vicende sentimentalmente ingarbugliate. Il fuoco della passione si spegne lentamente e diventa brace, una brace che allo stesso tempo può significare l’affievolimento delle antiche emozioni ma anche una pericolosa miccia che può innescare nuovamente le rivalità, come se ne perpetuassero la memoria. Il libro di Màrai è un libro sulla memoria. La memoria del fuoco di una passione che si è spenta trasformandosi in tiepide braci. Il calore di una passione che avvelena il sangue e acceca la mente, il sovrumano piacere di una rivincita attesa a lungo. La memoria come senso di sopravvivenza a se stessi e al mondo, che perde la memoria giorno per giorno e si affida inutilmente agli uomini per recuperarla. Sarà proprio il testo di Sandor Marai, nell’ adattamento di Fulvio Calise, per la regia di Laura Angiulli, presentato da Teatro Coop. Produzioni/Galleria Toledo. affidato a Renato Carpentieri e Stefano Jotti, a rivivere, questa sera, alle ore 21, sul palcoscenico del Teatro Pasolini di Salerno. Henrik e Konrad sono amici – di quelle amicizie che forse solo nei libri si riesce a trovare – e amano la stessa donna, Krisztina, che è moglie di Henrik. Opposti sentimenti, il tradimento, il desiderio, la tentazione dell’omicidio. Poi Konrad sceglie la fuga e i due amici/rivali si ritrovano a 41 anni di distanza. Il fuoco della passione è diventato brace, alimentata dall’alito dei ricordi di Henrik, che l’hanno tenuta viva con una cura e un’attenzione maniacali. Il tempo trascorso ha cambiato il mondo; i volti, i suoni, gli odori che hanno fatto da sfondo alla gioventù dei protagonisti non esistono più. Krisztina è morta. Henrik e Konrad sono superstiti di un’epoca ormai scomparsa: la Vienna splendida di fine impero, la Vienna di Francesco Giuseppe, degli Strauss, di Klimt. La grande cultura mitteleuropea, sepolta sotto le ceneri delle Grande Guerra. E si accorgono alle soglie di un nuovo sanguinoso conflitto con un senso di smarrimento e distacco che li rende inadatti, a tratti patetici e a tratti malinconici, ostinatamente abbarbicati ad una dignità che non hanno più ragione d’essere. Ha senso mantenere accese per tanti anni le braci delle passioni umane? Che valgono gli amori e i tradimenti di singoli uomini a fronte delle grandi tragedie dell’umanità intera? L’incontro/scontro tra Konrad e Heinrik si tramuta in un lungo monologo di quest’ultimo. Ci sono domande alle quali non è ancora riuscito a rispondere. Sono le domande che porrà a Konrad, l’unico che può scoprire l’ultimo velo. Poi, il tempo proseguirà per la sua strada, abbandonando i protagonisti alla loro solitudine. Al silenzio della morte. Sandor Marai, nella sua opera, non lascia niente ai luoghi comuni o all’immaginazione, tutto è detto minuziosamente in progressivi e incalzanti monologhi dei protagonisti. Non c’è spazio per l’amore in queste pagine; eppure l’amore è l’incontrastato dominatore dei sentimenti che, come linfa invisibile, alimenta passioni e solitudini esistenziali dell’ostinato e orgoglioso Generale e dell’amico traditore, in fuga dalle situazioni galeotte, dalla verità e da se stesso. Uno scontro tra due modi di intendere la vita che riflettono il contrasto tra il vecchio mondo aristocratico del Generale e l’incalzante mondo borghese che reclama la sua superiorità culturale.

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L’ addio in musica dei Piccoli Funerali

Oggi alle ore 21, il primo dei quattro appuntamenti di Mutaverso Teatro ospitati nella chiesa dei Morticelli, grazie alla sinergia con il collettivo Blam

 Di OLGA CHIEFFI

Un delicato atto d’amore è Piccoli funerali, composto di parole e di musica, che inaugurerà domani sera la collaborazione tra Erreteatro di Vincenzo Albano e il collettivo Blam, un tavolo di architetti che definisce strategie di rigenerazione urbana e innovazione sociale attuando processi collaborativi learning-by-doing, di stanza nella chiesa dei Morticelli di Salerno. Realizzata nel 1530, in stile tardo rinascimentale su progetto dell’architetto Antonio De Ogliara, la chiesa fu eretta dai cittadini salernitani in onore dei Santi Martiri Sebastiano, Cosma e Damiano, in seguito alla pestilenza di quell’anno, come voto per lo scampato pericolo. Molteplici gli interventi che modificarono il primo assetto del monumento. Nel 1615 divenne sede della Confraternita del Monte dei Morti,  a quel tempo i cristiani , allo scopo di far guadagnare il paradiso a tutti i defunti, compresi i poveri, si preoccupavano di far celebrare messe per “ le anime del purgatorio”, con le offerte e le donazioni dei fedeli  raccolte  proprio  dalla Confraternita. Nel 1859, fu restaurato su progetto dell’architetto Paolo D’ Ursi , in seguito ai danni subiti  dal terremoto dell’anno precedente, mentre, nel 1947 divenne sede della Confraternita di S. Bernardino fino al 1980, quando fu dichiarata inagibile per i danni subiti dal importante  terremoto di quell’anno. La Stagione Mutaverso Teatro ideata e diretta da Vincenzo Albano andrà a far scoprire al suo pubblico, domani alle ore 21, proprio questo spazio, con una performance a doc:  “Piccoli Funerali”, una originale rielaborazione che Maurizio Rippa compie attraverso due opere a carattere funebre: la classica Antologia di “Spoon River” di Edgar Lee Master e “Cartoline dai morti” di Franco Arminio; la musica è tratta dai maggiori capolavori di un dolce Novecento, che la voce di Rippa nobilita di un lineamento raffinato e lucente, come seta ondulata tra le pieghe della chitarra carezzata da Amedeo Monda. Lo spettacolo non contiene epitaffi, ma porta in scena piccoli funerali attraverso una partitura drammaturgica che alterna un piccolo rito funebre a un brano dedicato a chi se ne è andato, un regalo e un saluto, un momento intimo e personale e al tempo stesso catartico, che trova forza nella musica lieve e potente. Ogni brano è un gesto che riporta a una memoria. Ogni funerale è raccontato da chi se ne va a attraversa una vita appena vissuta. In una scenografia minimale, fatta di un tavolo e pochi oggetti al lato della scena, la musica che tiene per mano il filo lungo l’intera composizione si imperla alla drammaturgia con palpitante discrezione, celebra e allo stesso tempo delimita la circostanza funebre a qualcosa che non addolora ma coinvolge, vela, nel rispettoso momento del commiato. Elvis Presley, Nina Simone, Mercedes Sosa, Eva Cassidy, sono alcune delle voci che passano per le labbra di Maurizio Rippa,  dà voce a tante storie di uomini e donne passati a miglior vita, in cui è il defunto a parlare in prima persona, descrivendo la propria morte ora con sarcasmo, ora con dolore, ora con divertimento, con rassegnazione, ancora con rancore o rabbia. Tanti spaccati di vita alternati da canzoni che spaziano da “Love me tender” a “Moon river” fino all’ultima, accorata “Over the rainbow” che racchiude un momento di comune sentire.

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Urania D’Agosto: riappropriarsi della vita

Trionfo di Maria Sughi sul palcoscenico del Teatro Ghirelli protagonista del testo premio Ubu di Lucia Calamaro, ospite del cartellone di Casa del Contemporaneo

Di ARISTIDE FIORE

La profondità del cosmo come metafora della solitudine, della difficoltà di relazionarsi con gli altri è il tema della  pièce “Urania d’agosto”, una produzione Sardegna Teatro andata in scena al Teatro Ghirelli di Salerno, nell’adattamento di un testo del premio Ubu Lucia Calamaro curato da Davide Iodice, che firma anche la regia e la colonna sonora.

Attraverso le vibrazioni ricche di pathos della voce e gli improvvisi slanci dell’azione, in un’interpretazione intensa molto apprezzata dal pubblico, Maria Grazia Sughi trasmette tutto il disagio, l’insoddisfazione, il rimpianto ma anche l’anelito alla riappropriazione della propria vita di una donna anziana e sola, relegata nella camera di una casa di cura nel pieno dell’estate. Un flusso di parole esplicita la sua riflessione sul passato, sulle difficoltà e i fallimenti nella sfera relazionale, probabilmente accentuati dalla vecchiaia, e da una forma errata di compassione da parte degli altri che emargina, invece di accogliere, denunciata attraverso l’immagine di persone che a poco a poco si liquefanno, trasformandosi nel loro stesso pianto. Non è che l’unico indizio di un estraniamento progressivo dalla realtà. Quasi come un moderno Don Chisciotte in gonnella, attraverso la lettura compulsiva di romanzi di fantascienza, la donna scivola via via nell’alienazione, vagheggiando una vita nuova in una dimensione alternativa, in uno spazio siderale che possa ridarle infinite possibilità, identificate prima di tutto in immaginari viaggi interstellari in compagnia di alieni o astronauti: personaggi le cui vicende improbabili non sembrano poi così diverse da quelle di chi si senta sprofondare nel disagio, fino a distaccarsi anche da se stessa e attribuirsi un altro nome, quello di una famosa collana di libri tascabili di fantascienza, per l’appunto, a sua volta mutuato da quello della musa dell’astronomia. Il flusso di coscienza della protagonista si palesa ancora più efficacemente grazie all’azione parallela di Michela Atzeni, che con le sue delicate pantomime concorre a animare lo spazio scenico ideato da Tiziano Fario, nel quale prevalgono il colore del cielo e il senso del vuoto per ribadire il legame tra lo squallore della stanza spoglia e la dimensione cosmica, alludendo contemporaneamente all’impasse esistenziale e al desiderio di superarla. Trasformandosi grazie ai costumi di Daniela Salernitano, Atzeni incarna figure puramente simboliche o reminiscenze di persone con le quali la protagonista è ancora in contatto. Le infermiere della clinica si presentano come filtrate dalla lente dell’immaginario fantascientifico. I movimenti meccanici di un robot si addicono all’indifferenza di un’addetta al riassetto della stanza, intenta nella masticazione perenne di un chewing gum, mentre la dimensione umana sembra essere recuperata attraverso le amorevoli cure di una fisioterapista che ricorda tanto, nelle movenze aggraziate e nell’abbigliamento, le hostess dell’astronave in un celebre capolavoro di Kubrick, e che, di citazione in citazione, accompagna il movimento della paziente in un esercizio con una palla che sembra richiamare la celebre danza col mappamondo di Chaplin, proprio quando il discorso trasognato di Urania evoca altri mondi, pianeti lontani. Nei panni di una giovane donna con un abito vivacemente colorato allude invece a un passato felice, all’amore, alla gioventù, a gioie e speranze che tenta di afferrare come fiori rapiti da un vento impetuoso. Non a caso sarà questa la figura che accompagnerà le riflessioni della protagonista sull’amore, sul recupero degli affetti e del rapporto con un ipotetico Dio, dai quali trarrà la forza per lo slancio risolutivo. Una fuga immaginaria dalla clausura, lasciandosi alle spalle l’ultimo puntello, uno scimmiotto di pezza eletto allo stesso tempo come estremo oggetto dell’affettività e fonte di sicurezza, permette finalmente di apprezzare quelle piccole grandi cose nelle quali risiede il calore di una vera vita di relazione: le passeggiate con gli amici, le cene al ristorante cinese, il bisogno e il piacere di concedere a se stessi e agli altri tutto il tempo necessario a coltivare relazioni autentiche, a vincere la paura di essere incompresi e respinti, evitando di cercare scorciatoie. La salvezza arriva con un’intuizione, non importa se esatta, quella secondo cui l’universo, tutto ciò che esiste, sia solo il frutto dell’immaginazione di una mente superiore, nato dal bisogno di relazionarsi con qualcuno. La solitudine accomuna la protagonista alla condizione dell’astronauta. Avventurarsi in uno spazio immenso, infinito, pieno di mondi e fenomeni meravigliosi, è affascinante e ricco di possibilità, proprio come il mondo che ci circonda tutti i giorni, con le opportunità di incontri e relazioni che offre, ma che spesso, almeno in determinate condizioni, non si è in grado di cogliere. Non resta che ritrovare la propria capacità di riconoscerne e apprezzarne l’armonia, la musica celeste suonata dell’astronauta sullo sfondo, partendo dalla riscoperta di quella sua porzione che alberga in ognuno.

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La WindSchool Orchestra della VigorMusic in trasferta

Questa sera la formazione diretta dal clarinettista Salvatore Schembari si esibirà nella Chiesa di San Benedetto alle ore 19

Di OLGA CHIEFFI

Dopo il concerto inaugurale di ieri sera a Vallo della Lucania, la WindSchoolOrchestra, diretta dal clarinettista Salvatore Schembari, formatasi nel corso delle masterclass attivate dalla Vigormusic International Masterclass & Festivals, si esibirà questa sera nella Chiesa di San Benedetto, alle ore 19. E’ questo un appuntamento patrocinato dal Comune di Salerno, nella persona dell’assessore alla cultura Tonia Willburger, che ha inteso restituire al pubblico l’antica chiesa, che da sempre è stata sede di prestigiose rassegne musicali. La WindSchool Orchestra proporrà un programma composito con trascrizioni che spaziano tra il romanticismo e il verismo italiano. Ascolteremo il Preludio della Forza del Destino di Giuseppe Verdi simbolo della visione policentrica verdiana, affermata e riassunta dopo la sigla del tema fatale, lamentoso, tenero e feroce, al quale il compositore dà un bel giro di vite mescolando insieme le maledizioni, gli squarci lirici e fidenti, parafrasi di battaglie, cerimonie e rabbiosi assalti, seguita dalla “Sinfonia al Conventello” che Rossini quattordicenne compose per la compagnia musicofila radunata attorno alla famiglia Triossi, uno dei primi se non il primissimo cimento orchestrale vero e proprio di Gioachino, che richiama alcuni elementi dello “stile rossiniano” , unitamente a quel “crocevia di cambiamenti” che  definiranno in seguito i tratti tipici del Pesarese. Dopo un’introduzione lenta si delineano due temi la ripresa del primo dei quali sfocerà in una coda che è già un efficace schizzo dei futuri sviluppi del celebre crescendo. Operetta viennese con il Franz von Suppè l’Ouverture di “Dichter und Bauer”, con il celebre solo affidato al sax tenore che ha da sostituire il violoncello, per quindi passare all’Intermezzo dalla Fedora di Umberto Giordano un monocromo aperto da una sorta di moto perpetuo, indi stagnante in un’atmosfera ambigua, prima che lo sgorgo melodico sostituisca al senso di sospensione l’atteso effetto liberatorio. Seguirà una composizione sinfonica di rara esecuzione quale la Danza Esotica, composta da Pietro Mascagni nel 1891, un eloquente omaggio al gusto Kitsch della Belle Epoque, e ancora il Gioacchino Rossini della Danza, la famosa tarantella notturna che impazza in un infuocato blue-moon napoletano in riva al mare. A completare il programma tre pagine originali composte da Salvatore Schembari: “Tramonto sul Cilento”, una marcia sinfonica che rivela i colori vividi del tuffo e della scomparsa del sole nel mare del mare cilentano, che da sempre ha ispirato innumerevoli artisti, Michelangelo, un poema sinfonico specchio del segno del genio italiano, che concepisce, neoplatonicamente, l’arte come ispirazione interiore, furor dell’anima; storia della spiritualità umana, della lotta per la salvezza, l’agitazione, il turbamento e la sua espressione nel movimento, e un Intermezzo sinfonico dalla interessante costruzione. 

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Il sogno di Don Chisciotte

Domani il sipario del Teatro Verdi si leverà su Alessio Boni e Serra Yilmaz interpreti della drammatizzazione del capolavoro di Miguel Cervantes. Sabato alle ore 18,30 l’incontro con gli artisti per Giù la Maschera condotto da Peppe Iannicelli

Di OLGA CHIEFFI

“Don Chisciotte  – un pensionato tutto acciacchi e malandato, che sognava le avventure dei suoi libri di letture – piano piano, lentamente, perde il senno della mente e un bel giorno, stai a vedere, vuol partire cavaliere. Don Chisciotte della Mancia, col fedele Sancio Pancia, al cantar del primo gallo parte in sella al suo cavallo, vecchio, stanco, dormiglione quasi quanto il suo padrone. Magro, asciutto, zoppicante, si chiamava Ronzinante…..” Ci piace salutare con il ricordo di questa infantile filastrocca il ritorno della figura di Don Chisciotte al teatro Verdi di Salerno, da domani sera, alle ore 21, al 9 febbraio in pomeridiana alle ore 18. Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer e Francesco Niccolini, ci propongono “El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha” di Miguel de Cervantes, nella produzione della Fondazione Teatro della Toscana e Teatro Nuovo, con Alessio Boni nei panni di Don Chisciotte, Serra Yilmaz, un Sancho Panza en travestì e con loro in scena Marcello Prayer, Francesco Meoni, Pietro Faiella, Liliana Massari, Elena Nico, oltre a Nicolò Diana, burattinaio del cavallo Ronzinante, artisti che saranno ospiti a “Giù La maschera”, condotto da Peppe Iannicelli, sabato alle ore 18,30 nel foyeur del massimo cittadino. La storia è più che nota e Don Chisciotte, ancora una volta, ci inviterà  a porre in discussione la certezza, la verità, la casa, le proprie radici per rimettersi sempre in gioco, per vivere nello spazio, senza misure, del mondo, ad armarci e partire per la giusta causa, anche se utopica. Chisciotte può dirsi un anarchico dell’esperienza, per lui la vita è come la ripetizione di un gioco. L’indefinitezza spaziale in cui si svolge il suo movimento del peregrinare, si risolve ogni volta nella totalità dell’istante. Dalla sua energia visionaria l’invito al venir-meno, a pervenire a quell’infinito eccesso che possa farci arridere all’impresa, ad uscire dalle nostri torri d’avorio “senza temere d’andar contro il torrente, poiché il volgo è in maggioranza” (Giordano Bruno), per affermare le idee in cui crediamo, per combattere chi vuol distruggere un sogno, un’illusione, risorgendo sempre, dopo ogni sconfitta. Invincibili sono gli innamorati, i suicidi, i “puri folli”, i poeti, i musici, chi riesce ancora ad incantarsi dinanzi ad una falce di luna, chi si dona agli altri senza secondi fini. L’istante di Chisciotte è infinito, il suo istante brucia il tempo, il suo destino umano resta sospeso all’aorgico, nessuna forza umana può comprenderlo in una definizione, e, per conseguenza, il confine tra gli opposti logici che delimitano in ogni momento la possibilità stessa di pensare ragionevolmente (possibile-impossibile, visibile-invisibile, vero-falso, male-bene, sapienza-insipienza, senso-non senso, si-no, verità-finzione), resta infinito, indecidibile e indeciso. Sulle tracce dell’anti-eroe Don Chisciotte potremo forse raggiungere la gloria, affrontando con lui la grande impresa, attraverso le antinomie in lotta, risultare vincente, in grado di guardare oltre la società reale che lo ha emarginato, magari insegnando all’uomo qualunque Sancio Panza, a ri-cominciare il romanzo, eterno invito a immaginare, verificare, scegliere, analizzare, inventare, ideare per conseguire folgorazioni e meraviglie inaudite e nuovi spegnimenti angosciosi in un avvicinarsi, tendere, aspirare continui, a qualcosa che sempre mancherà, che non si ottiene, anche se questo vorrà dire, forse, essere scambiati per pazzi, ma almeno non avremo rinunciato ad essere paladini dell’ideale, dei portabandiera di un sogno per il quale varrà la pena battersi, fino alla fine. 

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Un allenatore ad Auschwitz: Arpad Weisz

Successo al Moa per Sergio Mari e per la sua storia raccontata anche da ex-calciatore, di quell’ abominio umano che nulla ha risparmiato

Di GAETANO DEL GAISO

Ho iniziato a redigere questo articolo, nella mia mente, mentre ancora percorrevo il tragitto che dal MOA, il Museo dell’Operazione Avalanche, mi avrebbe riportato alla mia auto, raccogliendo e riunendo i frammenti di una delle esperienze teatrali più suggestive e peculiari che la mia fortunata carriera di lavoratore dell’arte mi abbia portato a conoscere. ‘Un pallone finito ad Auschwitz’ è la storia di Arpad Weisz, l’allenatore che bruciava le tappe, il più giovane ad aver portato una squadra di calcio ad aggiudicarsi lo scudetto, ed è la storia che Sergio Mari, anch’egli ex calciatore, ha voluto raccontare sul palco del MOA. Mentre ancora l‘oscurità impedisce agli ultimi spettatori di poter trovare agevolmente il proprio posto a sedere, il riconoscibilissimo riff di ‘Wish you were here’ dei Pink Floyd, dall’omonimo album del ’75, illumina una scenografia piuttosto esile, con due valigie ad occupare il proscenio, sulla destra, una donna seduta a una scrivania impegnata nella pratica di alcune scartoffie mentre, sulla sinistra, un piccolo blocco rivestito di erbetta sintetica con uno sgabello adagiatovi sopra. E’ proprio quella che sino a poco fa armeggiava nervosamente con la penna su un mucchio di fogli a introdurci al contesto drammaturgico della pièce, lasciandoci intendere che stesse presiedendo delle audizioni piuttosto deludenti, per via della poca preparazione e professionalità degli attori sino ad ora esaminati. Ma poi, un particolare candidato, Sergio Mari, nelle vesti di sé stesso, mediato dai suggerimenti di una eccellentissima Alessandra Ranucci, ci accompagna in un percorso didascalico che procede a ritroso negli annali della storia del calcio sino ad arrivare agli anni ’30 e a quell’Ambrosiana e a quel Bologna che, in quegli anni, condivisero ben più che un semplice successo ‘accademico’: condivisero il cuore, lo spirito, la forza, la premura, la genialità di un uomo che dimostrò d’essere ben più di un semplice commissario tecnico o di un veicolo trainante per i ‘suoi uomini’, o ancora di un padre eccellente e di un marito attento, ben più di quel nemico che il regime fascista individuò in lui e nella razza a cui questi apparteneva e che costrinse a fuggire prima in Francia, poi in Olanda, poi, infine, in Polonia, facendolo terminare e scomparire, ‘spegnendogli per sempre le stelle del cielo’ fra le mura del campo di Auschwitz. Applausi convinti per questo straordinario spettacolo, che fa del cortocircuito cognitivo il principale propulsore trainante e alienante, che mette a nudo i sogni, le ambizioni, le preoccupazioni di un uomo che sente la gola stringersi, soffocata dal dolore generato dalle tremende sferzate dell’indifferenza, il più grande male di cui il mondo si sia mai macchiato, e che ancora oggi piega al proprio volere l’uomo che decide di voltare il capo dall’altra parte dinanzi all’evidenza del dolore e della morte.

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“Maze”, le vertigini di una soggettiva

Buon riscontro di pubblico e critica all’ Auditorium del Centro Sociale di Salerno, per la performance di Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti e Giulia De Canio nell’ambito di Mutaverso, il progetto artistico di Vincenzo Albano

 

Di GEMMA CRISCUOLI

Divenire un personaggio, nutrirsi delle sue sensazioni, ricordando lo scopo essenziale del teatro: regalare alla vita nuove possibilità. Conduce il pubblico alle vertigini di una lunga soggettiva “Maze”, l’allestimento di Unterwasser che ha visto sul palco del centro sociale Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti e Giulia De Canio nell’ambito di Mutaverso, il progetto artistico di Vincenzo Albano. Matteo Rubagotti ha progettato le luci, mentre le musiche portano la firma di Posho. I “ferri del mestiere” delle tre artiste- acqua, cartone, legno, lucidi, modellini, piccole fonti luminose, plastica,volti in fil di ferro estremamente stilizzati e per questo universali- sono fin dall’inizio sotto gli occhi degli spettatori, orchestrati secondo un raffinato gioco di illuminazione per proiettare sullo schermo figure e situazioni colte dall’occhio della protagonista, che coincide con quello della platea. È inoltre significativo che solo alla fine si capisca che si tratta di una donna, perché chiunque può identificarsi con questo sguardo aperto su un mondo familiare ma non prevedibile, perché fonte e specchio di emozioni contrastanti. Fa parte della vocazione del palcoscenico mostrare la natura artificiale di ogni movimento e ampliarne le suggestioni. Sulla base di un immaginario legato a Tresoldi, Modigliani, Emily Dickinson, si seguono le vicende di una presenza femminile dal concepimento fino alla scoperta dell’amore tra passi falsi e sospensioni liriche. Si coglie un dissidio tra un’esistenza che obbedisca ai ritmi della propria interiorità e l’alienazione di un progresso che non sa essere davvero tale: la pace carezzevole degli alberi dalla finestra dell’infanzia cede il posto al frenetico andirivieni di ombre (perché non si è altro che questo in un mondo materiale) che soppianta senza pudore una giostra allegra di bambini. Il girotondo finale degli amanti compenserà almeno in parte il senso di prigionia di giorni che si svuotano come il bicchiere avidamente bevuto o che inseguono sensazioni forti e distruttive (l’affollarsi dei volti in una discoteca, uniti in un unico impulso di sopraffazione, fa da preludio a una flebo in un ambiente squallidamente privo di ogni cosa, chiara allusione a un coma etilico). Il tuffo in piscina si tramuterà in un movimento libero nel mare, perché solo perdendosi nella propria ansia di libertà, senza ceppi o categorie di nessun tipo, è possibile ritrovarsi e ridare senso al proprio respiro. Il cielo stellato che affonda pian piano nel buio nella conclusione è accorata speranza: spetta solo a noi decidere su cosa varrà la pena aprire gli occhi domani.

 

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 Irena Sendler l’angelo del ghetto di Varsavia

Domani dalle ore 9,30 la presentazione del volume di Roberto Giordano, nel Salone dei Marmi di Palazzo di Città, con la partecipazione degli istituti Teresa Confalonieri e Giovanni Palatucci di Campagna e N.Monterisi di Salerno

Di OLGA CHIEFFI

Il volume di Roberto Giordano “Irena Sendler la terza madre del ghetto di Varsavia” edito da Einaudi  rivisita e ripensa, il valoroso esempio dell’infermiera polacca e riporta la testimonianza dei componenti del circolo letterario del Ghetto di Varsavia tra cui il poeta Wladyslaw Szlengel e il pianista Wladyslaw Szpilman, che attraverso la parola e la musica cercarono di innalzare la giustizia, l’amore e la riconoscenza, gli unici con cui possiamo e dobbiamo sottrarci agli orrori della Storia sul cammino del nostro pericoloso oggi e l’incerto domani. Quell’atmosfera particolare fatta di cultura, di “dire” con il linguaggio dell’arte, sarà ricreata domattina, a partire dalle ore 9,30 nel salone dei Marmi di Palazzo di Città, nell’ambito delle celebrazioni della Giornata della Memoria. Roberto Giordano presenterà, coadiuvato dal Professore Francesco Fiume ed Eduardo Scotti, racconterà la storia di Irena Sendler, l’infermiera polacca che ha salvato 2500 bambini dal Ghetto di Varsavia. Con l’autore coloro che hanno voluto fortemente l’evento il Sindaco Enzo Napoli e il suo Assessore alla cultura Antonia Willburger che avranno quali prestigiosi ospiti Dario Dal Verme Console Onorario della Repubblica di Polonia per la Regione Campania ed Ewa Widak Presidente dell’Associazione Italo Polacca di Salerno e Provincia, che ha promosso questo importante appuntamento. Nel Ghetto di Varsavia, in un terreno di circa 4 chilometri quadrati, fu stipato tra la fine del 1940 e la primavera del 1943 quasi mezzo milione di Ebrei, tra cui uno stragrande numero di bambini nell’attesa di morirci di fame e di tifo prima di esserne deportati nei campi di sterminio, prevalentemente ad Auschwitz o a Treblinka. Queste le cifre della cronaca tetra della Shoah subita dagli Ebrei polacchi, che ebbe inizio il 1 settembre 1939 quando le truppe tedesche invasero la Polonia. Un ‘volto di alta umanità, generosità e bontà’, quale fu quello di Irena Sendler, infermiera cattolica ed assistente sociale polacca. Fu chiamata la terza madre perché salvò almeno 2500 bambini, che, avendo perso la madre naturale furono affidati, con falsi documenti e con nomi cristiani, alle cure di donne polacche dai buoni sentimenti (‘seconde madri’). La Sendler (‘terza madre’) salvò così la vita a numerosi bimbi, premurandosi anche di annotarne e custodirne, in segreto i veri nomi, accanto a quelli falsi, nella speranza, in molti casi esaudita, di poter un giorno fare ricongiungere i bambini con le loro famiglie. Torturata dai nazisti, che le fratturarono entrambe le gambe, rendendola invalida per tutta la vita, si rifiutò sempre di rivelare i nomi dei piccoli. Finita la guerra, il suo operato è caduto nell’oblio. Nel 1965 è stata proclamata Giusta tra le nazioni. Saranno le esecuzioni degli istituti musicali “Teresa Confalonieri” di Campagna, rappresentati dai Dirigenti scolastici prof. Giampiero Cerone, IIS Confalonieri, prof.ssa Rosaria Colantuono, IC Capoluogo e dal prof. Pietro Mandia, IC Palatucci e della “Nicola Monterisi” di Salerno a punteggiare la mattinata. Inno di Israele, Hatikvah, Gam Gam, la canzone scritta da Elie Botbol che riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23 e ancora la tormentata Hallelujah di Leonard Cohen, la pace Shalom, Shalom aleikhem, declinata in diversi canti, per riaffermare nel finale che “La vita è (sempre) bella” con la celebrata rumba di Nicola Piovani, brani affidati agli Ensemble Archi e pianoforte a cura dei violinisti Luca Gaeta e Daniele Gibboni formato da Nicolò Mauriello, Calenda Riccardo, Di Chiara Giorgio, Granito Naomi, Colicino Giuseppe, Cafaro Skye, D’Ambrosio Maria Rosaria, Palladino Antonio, Paradiso Maria Grazia, Ianni Alessia, Piccirillo Donato, Scannapieco Angelica, Rosa Lucia, Nigro Luigi, Carbone Dalila, Ricco Carmine al Coro preparato dalle Professoresse Tiziana Caputo e Marcella Solimeo composto da Fasano Marisa, Letteriello Valentina, Avallone Luca, Magliano Carla, Culicelli Giada, Trotta Ilaria, Bisogno Marica, Di Lucia Lorenzo, Stabile Valentina, Riviello Vincenza, Scannapieco Giulia, Marotta Antonietta, Scannapieco Rachele e all’ Ensemble di fiati guidato dai Professori Valeria Iannone, Luciano Marchetta, Angelo Cavadenti e Massimo Vangone costituito da De Vecchis Roberta, Cioffoletti Marzia, Giada Capaccio, Stabile Ilary, Grieco Valentina, Maggio Antonio, Naponiello Domenico, Panico Melissa, Cerrone Sara, Nuzzo Myriam, Palomba Francesco, Cioffoletti Filomena, Di Cosimo Orazio, Letteriello Francesco, Onnembo Lorenzo, Palomba Michele, Torsiello Fausto, Pierro Francesco, Casale Gerardo, Russo Valentino, Casale Franco, De Luna Angelo.

 

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Tra le onde del mito siciliano

Successo al Teatro Ghirelli per “La donna pesce” con in scena Antonella Romano e Rosario Sparno. una vicenda imperniata sui quei dualismi, che da sempre convivono nel nostro Sud

Di ARISTIDE FIORE

L’ incanto di una terra legata al mare da tradizioni arcaiche ha accolto il pubblico del Teatro Ghirelli di Salerno, con “La donna pesce. Un cunto di mare e ferro”, di Rosario Sparno, liberamente ispirato ad Andrea Camilleri e prodotto da Casa del Contemporaneo. Una storia fantastica che sfida il tempo come un ulivo plurimillenario, affondando le radici nei versi omerici e estendendo le sue fronde fino all’opera di Camilleri, che nel romanzo “Maruzza Musumeci” (Sellerio 2007) l’ha raccolta e tramandata nella forma del “cunto” siciliano. In questa riscrittura teatrale ne viene recuperata la dimensione originaria, quella orale, che dalla notte dei tempi anima le riunioni intorno a un fuoco o la monotonia del lavoro. Così, anche i due abili interpreti, Antonella Romano e lo stesso Sparno, dipanano il racconto al ritmo dell’intreccio di filo di ferro e della sua lucidatura con acqua di mare. Lo animano incarnando i vari personaggi e affidandosi a una mimica efficacissima per vivificare le scene di una vicenda sospesa tra la schiettezza di figure popolaresche della Sicilia rurale e rivierasca e il mistero di figure soprannaturali, sopravvissute attraverso i secoli mimetizzandosi tra i popolani. Il tutto è reso con la musicalità del dialetto siciliano e un ricco corredo di modi di dire, proverbi, canti, filastrocche e formule di brindisi nuziali. La leggiadria di quella lingua quasi cantata fa scivolare l’immaginazione tra eventi prodigiosi e delitti, con la grazia di una favola raccontata ai bambini. Sparno trasmette l’ingenuità e la meraviglia di ‘Gnazio Manisca, un contadino tornato dall’America per acquistare un fondo da coltivare e per trovare moglie: la sua caratterizzazione richiama alla mente certi personaggi popolareschi delle novelle pirandelliane, alcuni dei quali portati anche in scena nelle derivazioni teatrali di tali opere. Suoi sono anche i due improbabili ulissidi, padre e figlio, contadini taciturni, quasi afoni, vittime inconsapevoli di una macchinazione omicida solo a causa dell’assonanza di nome e aspetto con l’eroe omerico che osò resistere, con un sotterfugio, al richiamo sensuale delle sirene, traendo piacere dal loro canto senza conseguenze, se non fosse per quell’antico conto, regolato dopo molti secoli a spese di due poveri “Signor Nessuno”. Antonella Romano, alla quale sono affidati naturalmente i personaggi femminili, regge le fila della narrazione così come modella, nel frattempo, una coda di sirena col filo di ferro, unendo abilità manuali e linguistiche nel trasportare il pubblico dentro la storia, grazie anche all’atmosfera fantastica determinata da altre sue realizzazioni collocate sul palco e nei camminamenti che conducono alla platea. Dismettendo all’occorrenza il ruolo di narratrice, incarna ora Gnà Pina, maga e sensale, che coinvolge Gnazio nelle trame delle due sirene, finalizzate alla vendetta e alla riproduzione della loro specie, ora le due creature mitologiche: Maruzza Musumeci e la sua bisnonna Menìca. La prima sposerà l’ignaro protagonista, donandogli però in cambio l’affetto coniugale e due figli, un bimbo e una sirenetta, la cui vicenda si rimanda alle pagine, non meno affascinanti, di Camilleri. La seconda sparisce tra i flutti, cantando e ponendo in atto, quale ultimo prodigio, il proprio ringiovanimento. Si direbbe una vicenda imperniata su dualismi: terra e mare, umano e sovrumano, naturale e soprannaturale, amore e morte, il cui gioco eterno, che incarna il senso stesso dell’esistenza, si riverbera nella differenza di stile e nella complementarità dei due attori.

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Urania d’Agosto ritrovare l’umanità

La pièce di Lucia Calamaro, premio Ubu 2012 sarà ospite del cartellone del teatro Ghirelli il 4 e il 5 febbraio

 

Di OLGA CHIEFFI

Possiede tutti i quesiti dei grandi romanzi del Novecento lo spettacolo «Urania d’agosto», dal testo dell’acclamato Premio Ubu 2012 Lucia Calamaro, con adattamento e regìa di Davide Iodice, nuova tappa martedì sera alle 20.30 della stagione di prosa del Teatro Ghirelli di Salerno con replica il 5 febbraio, allo stesso orario. Sul palco, sono attese Maria Grazia Sughi e Michela Atzeni. Entrambe immerse in un flusso di pensieri in grado di parlare dell’umano nei suoi aspetti più delicati. La protagonista è Urania, donna anziana e sola, una grande lettrice di libri di fantascienza, appassionata delle cose celesti e sempre meno di quelle terrestri. Le pagine di fantasia la trasportano fuori dalla sua vita, come un balsamo lenitivo. La sua stanza, una casa di riposo o una clinica, è come una stazione. Il tema celeste domina la scena, fa da specchio al bagaglio di solitudine che Urania si porta dentro, mentre memorie, ricordi e voci tornano a farle visita. Il vuoto del cosmo si fa metafora, quesito che interroga la vita della protagonista. Fra le teorie che Urania legge, c’è quella che riflette sulla creazione e sulla nascita degli uomini come desiderio di compagnia. Anche il desiderio di essere trascinati via da un extraterrestre, come canta Eugenio Finardi, è desiderio di contatto con l’altro. La solitudine dell’astronauta si rispecchia nella condizione ovattata e sbiadita dell’anzianità, in cui i contorni dei ricordi si illanguidiscono e la domanda di senso rimbomba scottante e insieme distorta. “Lavorare sulla scrittura di Lucia – scrive il regista- fornisce un’esperienza intima, caotica e indocile come sono gli ingarbugli dei pensieri, il flusso irrisolto della psiche. Senza un filo narrativo, affiorano tratti densi di umanità e la riscrittura scenica verso la quale abbiamo proceduto si articola sulle modulazioni sentimentali di figure che abitano un universo di solitudine”. Sulla superficie di un pianeta sperduto si addentra una figura solitaria. È immersa in un silenzio che parla direttamente al suo intimo più profondo. Dentro uno spazio siderale fatto di vuoti e di buchi neri, come si può ritrovare la propria direzione, la propria identità? Rinchiusa in una stanza, o dispersa nel flusso dello spazio aperto, Urania ritroverà il filo che la riconduce a se stessa, ripensando alla sua esistenza, lottando nella sua interiorità per trasformare la propria vita, e ritrovare la condizione essenziale, quella dell’umanità.

 

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Maze: nel labirinto dell’umano

Questa sera, alle ore 21, il cartellone di Mutaverso Teatro ospiterà alle ore 21, presso l’Auditorium del Centro Sociale la live performance delle UnterWasser

Di OLGA CHIEFFI

La Stagione diretta da Vincenzo Albano ospiterà oggi alle ore 21, presso l’Auditorium del Centro Sociale di Salerno, il gruppo di ricerca UnterWasser che porterà in scena “Maze”, live performance di ombre ideata e creata dalle performers Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti, Giulia De Canio, con la consulenza tecnica di Matteo Rubagotti e le musiche originali di Posho. Utilizzando le fonti luminose come telecamere, saranno animati a vista e proiettati su un grande schermo corpi tridimensionali e sculture, creando l’illusione di assistere a una pellicola cinematografica grazie al movimento di luci e oggetti. A guardare il mondo sono gli occhi di una donna, e a susseguirsi in una narrazione frammentata e lirica gli istanti salienti della sua vita. “Maze” è una riflessione sull’esistenza, che si nutre dei versi e delle immagini di poetesse come Mariangela Gualtieri, Emily Dickinson, Etty Hillesum, Wislawa Szymborska, Laurie Anderson, e si accompagna a una colonna sonora originale ed evocativa. Le ispirazioni estetiche sono tratte dal disegno a linea continua di Steinberg, dalla permeabilità e leggerezza delle architetture in rete metallica di Tresoldi, dalla morbidezza del tratto di Modigliani, dalla delicatezza dei disegni cuciti di Maria Lai. Le sculture che raffigurano i volti sono state realizzate con riferimento esplicito all’opera di Calder, in particolare alla sua produzione di ritratti in fil di ferro. Il teatro di UnterWasser è un’installazione mobile da fruire nell’evolversi delle scene e nella trasformazione della materia davanti allo spettatore. L’animo delle UnterWasser è intriso di una sensibilità disinteressata, innocente e incontaminata come la fantasia di un bambino, una ricerca della libertà espressiva senza la razionale logica maturità dell’Uomo, quasi come volessero, attraverso mezzi primari, educare l’Uomo a fare uso della propria fantasia oltre qualsiasi limite ragionevole. Le ossessioni quotidiane della vita, un’epoca pronta solo ad inventare macchine di morte, devono distaccare infatti l’arte per liberare l’umanità dalle realtà con un equilibrio e purezza che non turbi. Le immagini sono tratte dal mondo dell’onirico, pozzo da cui attingere suggestioni dell’universo interiore, con riferimenti estetici ispirati all’arte figurativa. L’estetica del lavoro scenografico si caratterizza per la leggerezza e permeabilità delle architetture in rete metallica e, al contempo, la morbidezza e delicatezza del tratto e dei disegni. Le sculture che raffigurano i volti sono realizzate con fil di ferro al fine di creare effetti grafici che richiamino disegni animati, schizzi, tratteggi dinamici. Il teatro visuale senza parole di “Maze” rappresenta il un punto di forza: in scena un’indagine sull’umano e le sue sfaccettature raccontata con un linguaggio universale, attraverso quel ferro lieve, leggero, quel ferro che forse un giorno arrugginirà, e per intanto brilla, ipnotico, di poetiche e infinite illusioni, in palcoscenico.

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Segni distintivi di un “Porto migliore”

Grande festa in musica della Bit&Sound di Tino Coppola per festeggiare l’esordio discografico di Angelo Forni e Fabio Sgrò poliziotti con la passione per la musica, autori ed interpreti de’ “La Pagella” track list del loro progetto, dedicato al ragazzino migrante morto in mare con la pagella cucita in tasca, 
Di OLGA CHIEFFI
“Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore”. E’ il verso di Umberto Saba che ci sovviene nel vedere il video che ha inaugurato lo spettacolo di beneficenza “Verso un porto migliore”, una grande festa musicale, che ha salutato sul palcoscenico del teatro Augusteo, l’intera Bit&Sound di Tino Coppola, una bella cornice per il debutto discografico dei “Segni distintivi”, al secolo il bassista Fabio Sgrò e il cantante e chitarrista Angelo Forni, poliziotti con la passione per la musica. Incroci sonori sulle tavole del palcoscenico, che non sono dissimili dal cassero del ponte del bel veliero la Perla nera di Jack Sparrow, personaggio ospite de’ “La Pagella”, tracklist del progetto, che ha ospitato diverse generazioni di musicisti professionisti e in erba che hanno offerto il proprio contributo al progetto di solidarietà per iniziative di solidarietà sul territorio di Salerno promosse dall’Arci e dalla Tenda. C’è chi già immagina un festival sull’accoglienza che faccia partire da Salerno il grido forte di “IoAccolgo”, ed è l’Assessore Antonia Willburger, la quale ha fatto suo l’evento, sempre sensibile a quest’ invocazione di aiuto che tante volte cade nell’indifferenza, se non nel dispregio e di Raffaele Battista capo gabinetto della questura di Salerno il quale è venuto a “benedire” i due poliziotti musici, nonché “La pagella in tour… nelle scuole”, progetto coordinato da Gabriele Bojano, che ha lo scopo di promuovere l’approfondimento di un tema attuale come quello delle rotte migratorie e in particolare della presenza di rifugiati, richiedenti asilo e transitanti sul territorio italiano, con il logo disegnato dal giovanissimo, Simone Spacagna, alunno del Liceo Artistico Sabatini-Menna, stessa età del piccolo migrante del Mali, con il sogno di una nuova vita di studi e lavoro cucito nella tasca. E’ già un bel coro quello diretto da Argentina Napoli, maestro della formazione “Dream and Sing” dell’Istituto Comprensivo Don Alfonso De Caro di Fisciano Lancusi, che ha splendidamente aperto il concerto con “True Colors” un intenso inno alla diversità. Quindi, sono sfilati i campioni della scuderia Bit&Sound: da Enrico Marino, in coppia col tenore Antonio Palumbo, sulla scia dei duetti Pavarotti & friends, al cantautore saprese Emanuele Montesano, in duo con Domenico Anastasio alla chitarra il quale ha dedicato a noi e al pianeta terra “Mettiamoci d’accordo”, poi Francesca Maresca, con la sua voce fatta di miele e di fumo, che ha interpretato “Io ce credo”, una delle più amate canzoni del musical “C’era una volta…..Scugnizzi” e la fiamma, in questo caso, quella olimpica, del song “One moment in time”, sulle tracce di Whitney Houston scritta per le Olimpiadi di Seoul, fuoco che è simbolo delle arti e della cultura tutta. Ed entra dalla platea la marching band “Nomadic Gambian Ensemble”, nove ragazzi tra trombe sax tenore, un trombone e percussioni, autodidatti del Gambia, arrivati in Italia alcuni anni fa come minori non accompagnati. Omar Baldeh che li ha riuniti, è il loro “Sindaco”, suonava in una banda e studia al conservatorio di Cagliari, gli altri si arrangiano da soli, con loro il sassofonista Daniele Sepe, il quale, in due ore ha provato una marcetta adatta alle loro possibilità. Il trombonista e un trombettista sono di Salerno e in una città che aveva una delle sue eccellenze nella Scuola di musica dell’Orfanotrofio Umberto I non è ammissibile che non si trovi il modo di avviare consapevolmente allo studio della musica i due ragazzi, d’altra parte c’era anche un trombettista in guanti bianchi e ci ha ricordato gli inizi di Louis Armstrong “Satchmo”, al quale misero la cornetta in mano in riformatorio, il resto è leggenda. E, ancora Don Patrizio Coppola, “Padre Joystick”, il suo sogno, che, ci vede fortemente contrari, è il catechismo in videogioco, ma accoglierà quanti desiderino prendere una laurea in creazione di videogiochi. Tirata finale con la vincitrice di “The Voice” Carmen Pierri e Antonia Criscuolo vocalist dei Black&Soul Project, con Davide Cantarella alla batteria, Guglielmo Santimone una giovanissima e ottima risorsa del piano jazz e Silvio Ariotta al basso, rappresentanti di un genere in cui ancora non riusciamo proprio ad immaginare, ad oggi, la voce della sedicenne in carriera. E’ il momento di Alfina Scorza, che si è presentata con un trio di estrema eleganza composto da Pasquale Curcio alla chitarra e Ivano Cantarella alla batteria, per qualche brano del nuovo progetto nel solco della nostra canzone popolare come “Così sia”, l’omaggio a Napoli con “Vasame”, e “Capelli Sciolti”, un latin che diventa mappa musicale capace di produrre forme d’interferenza in grado di ridare voce a storie nascoste, rendendole così sonore e percepibili. E’ ciò che hanno tentato di fare anche i Segni Distintivi, Angelo e Fabio, sostenuti da Davide Cantarella batteria, Angelo Carpentieri chitarra, Pasquale Faggiano piano tastiere, unitamente ai coristi Emma Simeoni e Giovanni Brancaccio, che hanno proposto le canzoni del cd, 19 rose, l’allegra Costa Rica, Davvero, Come noi e, naturalmente, la Pagella. Schemi e arrangiamenti semplici, affidati unicamente all’estro dei musicisti, poiché l’importanza dei “suoni”, tutti, non sta unicamente nella forza narrativa, ma anche nella capacità di sollevare questioni critiche. I suoni ci attirano verso ciò che sopravvive e persiste come risorsa culturale e storica, capace di resistere, turbare, interrogare e scardinare la presunta unità del presente.
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