Sant’ Antonio Abate: il covid spegne i fuochi, non la tradizione

La festa in onore di Sant’Antonio Abate è un rito che si è sempre rinnovata ogni anno in questa giornata, e la cui origine, persa ormai nella notte dei tempi, affonda le sue radici tra il sacro e il profano. Anche a Vibonati, che ospita le sacre reliquie del Santo, annullata processione e celebrazioni in streaming, causa aumento dei contagi nel comune sia nella frazione marina di Villammare

 Di Olga Chieffi

Solo lo scorso gennaio, intorno ai fuochi benedetti in onore di Sant’Antonio Abate si celebrava il ritorno alla luce, tanta allegria, musica, vino e gastronomia per una tradizione che ha sempre infiammato letteralmente l’inverno. Il culto del santo egiziano, protettore degli animali, è molto legato alla tradizione contadina in questi piccoli borghi. Un rito religioso che presenta dei tratti pagani, legato a un periodo dell’anno dedicato da sempre al culto della famiglia e al riposo dal lavoro contadino, che prima si passava davanti al fuoco di un camino o di una stufetta, di quelle economiche e smaltate di bianco. Un atto di devozione con cui la popolazione affidava la custodia e la protezione di quanto avevano di più prezioso: la perdita di quegli animali, infatti, avrebbe potuto comportare per quelle economie fondate sulla sussistenza la rovina, il rischio concreto di andare incontro a lunghi periodi di stenti. Antonio era un eremita nato a Koma in Egitto nel 251 e morto in un convento nei pressi del Mar Rosso nel 356. Di lui si ha una biografia redatta da un monaco dello stesso Convento, Atanasio, nella quale Sant’Antonio tutto appare fuorché protettore degli animali domestici, considerati dal Santo eremita addirittura creature del demonio, che inducono in tentazione. Sant’Antonio diventa una specie di Signore degli animali in base ad un episodio agiografico. Alla fine dell’XI secolo le reliquie del Santo erano state trasferite in Francia nella diocesi di Vienne (e precisamente in una cittadina che ancora oggi si chiama Bourg Saint’Antoine) da un nobile pellegrino, Gastone. Nel 1297 nacque l’ordine questuante degli Antoniani, il quale richiamandosi alla regola di Sant’Agostino si diffuse in seguito per tutta l’Europa. Una singolare specializzazione terapeutica degli Antoniani era quella di curare l’ergotismo canceroso, detto “ignis sacer” o fuoco di Sant’Antonio, mediante il grasso di maiale misto ad alcune erbe. Questa terribile malattia, che “divorava come il fuoco” soprattutto gli arti inferiori, destinati perciò spesso all’amputazione, era causata da un fungo che si sviluppava nella farina di segale cornuta, largamente impiegata nel basso medioevo dai ceti rurali ed indigenti per confezionare il loro pane quotidiano. Sicché le comunità rurali provvedevano ad allevare i maiali, fornendo agli Antoniani il prezioso grasso con cui i frati curavano l’ergotismo, all’epoca epidemico, Cominciarono a diffondersi le prime immagini che raffigurano sant’Antonio con un porcellino ai suoi piedi e che, ancora nel XVII secolo, creavano non lieve imbarazzo ai teologi della chiesa di Roma, i quali non riuscivano a spiegarne i motivi. S.Antuono segna nel calendario popolare, anche il principio del Carnevale, ovvero di quel periodo rituale, circoscritto nel tempo, durante il quale si forma una comunità metastorica a carattere provvisorio, che vive un aspetto di ribellione alla propria condizione sociale, riflettendo aspetti rituali arcaici, legati nel passato a rituali agricoli di propiziazione del raccolto e di eliminazione del male. In Salerno, associando la presenza del maiale accosto al santo, si dice : “S’è ‘nnammurato d’’o porco”. Nella nostra città, Sant’Antuono si venera nella chiesetta di Santa Rita, oggi, San Pietro a Corte, tradizionalmente detto di Sant’Antuono, innanzi al vecchio municipio, chiamato Palazzo Sant’Antuono. Nella stessa piazzetta, ogni anno si procedeva alla benedizione degli animali, che oggi, purtroppo non verrà svolta.  S.Antuono è ritenuto anche il patrono del fuoco. Pare che egli sia disceso all’Inferno, dal quale ha tratto un po’ di fuoco di nascosto del diavolo, novello Prometeo, per cui, la notte del 17, in sua venerazione si accendono grossi falò, la lunga notte dei Vampalori, con spari di mortaretti e suoni attorno ai quali si danza intrecciando tarantelle e per essere fedeli all’antica tradizione campana, evocando versi animaleschi, gustando le specialità campane, il vino le salsicce e le patate sotto la cenere. Uno dei paesi in cui il culto di Sant’Antonio non ha perso il suo antico smalto è Vibonati, di cui Sant’Antonio Abate è il patrono, anche perché ne conserva le sacre reliquie. Il covid, che purtroppo ha colpito pesantemente il paese non ha permesso di svolgere con serenità tutta la santa Novena, né permetterà oggi la Benedizione degli animali. Il parroco Don Martino Romano non ha certo lasciato il suo gregge, aumentando le celebrazioni e aprendo la chiesa per dar modo di inginocchiarsi dinanzi al Santo Patrono per cinque minuti. Nella celebrazione di ieri infatti, il parroco dopo aver benedetto la popolazione esibendo le sacre reliquie, e arrampicandosi pericolosamente sul muretto dinanzi la chiesa, allargando lo sguardo per la valle, fino al mare ha richiamato tutti all’ordine e alla consapevolezza e che per la festa dovremo tutti attendere altri tempi. Intanto ognuno di noi potrà partecipare attivamente dalle proprie case accendendo un cero sui vostri davanzali insieme alla recita della preghiera a Sant’Antonio e di condividendo una foto sui social con l’hashtag #unalucepersantantonio.

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Muti e Cacciari vs Haydn e Masaccio

Riccardo Muti e l’Orchestra Luigi Cherubini hanno inciso nel teatro della reggia di Caserta Le ultime sette parole di Cristo sulla Croce di Franz Joseph Haydn. Si pensa ad una rassegna musicale per giovani talenti nel piccolo San Carlo costruito dal Vanvitelli

 

Di Olga Chieffi

 

Questa sera Rai 5 proporrà l’esecuzione del “Die sieben letzten Worte unseres Erlösers am Kreuze” di Joseph Haydn, opera scritta e ispirata alle sette frasi, tratte dai Vangeli, pronunciate da Cristo morente, nella interpretazione di Riccardo Muti e della sua orchestra Luigi Cherubini. Una registrazione realizzata in dicembre che per il governatore Vincenzo De Luca è stata un’ennesima dimostrazione di affetto per la sua terra da parte del maestro Muti, riaprendo anche se solo a distanza il Teatro di Corte”, spazio da recuperare al massimo per la musica in una Reggia di Caserta che da cinque anni ospita in estate nel Cortile e nell’Aperia i grandi protagonisti della classica e della lirica con la rassegna “Un’estate da re” affidata all’esperienza del Maestro Antonio Marzullo, il quale insieme alla direttrice della Reggia, Tiziana Maffei, pensa ad una rassegna musicale dedicata ai giovani e più dotati talenti, grazie alla sua straordinaria acustica che ne fa un piccolo San Carlo, come d’altra parte della stessa mano è il nostro teatro Verdi. Avanti l’opera, sarà trasmesso un intervento di Massimo Cacciari che porrà in relazione la Crocifissione del Masaccio, ospite della reggia di Capodimonte e l’opera di Haydn, nata per il gran teatro della Passione, di estrazione spagnola, che noi campani abbiamo ereditato: “Circa quindici anni fa – scriveva Haydn – mi fu chiesto da un canonico di Cadice di comporre della musica per Le ultime sette Parole del Nostro Salvatore sulla croce. Nella cattedrale di Cadice era tradizione produrre ogni anno un oratorio per la Quaresima, in cui la musica doveva tener conto delle seguenti circostanze. I muri, le finestre, i pilastri della chiesa erano ricoperti di drappi neri e solo una grande lampada che pendeva dal centro del soffitto rompeva quella solenne oscurità. A mezzogiorno le porte venivano chiuse e aveva inizio la cerimonia. Dopo una breve funzione il vescovo saliva sul pulpito e pronunciava la prima delle sette parole (o frasi) tenendo un discorso su di essa. Dopo di che scendeva dal pulpito e si prosternava davanti all’altare. Questo intervallo di tempo era riempito dalla musica. Allo stesso modo il vescovo pronunciava poi la seconda parola, poi la terza e così via, e la musica seguiva al termine ogni discorso. La musica da me composta dovette adattarsi a queste circostanze e non fu facile scrivere sette Adagi di dieci minuti l’uno senza annoiare gli ascoltatori”. L’evento nasce dalla pubblicazione di Massimo Cacciari e Riccardo Muti pubblicata lo scorso autunno per le edizioni de’ Il Mulino, e si attaglia perfettamente ai tempi che stiamo vivendo. Se dobbiamo unire le due opere d’arte visiva e musicale, con Masaccio si sente, nella carne, l’urlo di dolore e di angoscia della Maddalena, raffigurata soltanto di spalle, con lo spettatore che viene travolto dalla disperazione e dal più grande urlo di dolore della storia dell’arte’. Il volume contiene l’analisi musicale di “Le sette parole di Cristo” di Haydn, tratte dai Vangeli di Luca e Giovanni, da “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” a “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”. Le parole cedono, successivamente, il posto alla musica che, dal maestoso iniziale, attraverso sette stazioni, arriva al vertiginoso “Terremoto” in Do minore, dove raggiunge vette sublimi, grazie anche a un linguaggio strumentale che riesce a penetrare, nel profondo, il dramma di una umanità intera. Muti spiega, da par suo, in che modo l’opera si sia ispirata alle sette frasi pronunziate da Cristo prima di morire. «Pater, dimitte illis quia nesciunt quid faciunt». Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. La parola-chiave, fa notare Muti, è la prima, «pater», evocata dai violini, con un tono contemplativo e malinconico in cui Cacciari coglie, oltre alla richiesta di perdono, il disincanto sulla natura di «quelli», di noi esseri umani. «Hodie mecum eris in paradiso». In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso. L’oggi, fa notare Cacciari, è l’oggi perfetto: un “Hodie” eterno, che indica quello che sta per accadere nel giro di poche ore e nello stesso tempo dà la misura dell’eternità. «E infatti — risponde Muti — le note sono: “do-mi-re-si-do”, Haydn parte dal do e torna al do, e poi “sol-do-si-la-sol”, si parte dal sol e torna al sol — quindi si formano come due cerchi”, appunto il simbolo dell’infinito: “Idea consapevole oppure mistero del genio?”. “Mulier, ecce filius tuus”; Donna, ecco tuo figlio. Qui la parola-chiave è “ecce”. La sonata ha inizio con due corni. Una scelta ardita, che gli autori leggono alla luce del grido muto del Cristo di Masaccio e del pianto non solo della Madonna e di San Giovanni ma anche e soprattutto della Maddalena. Particolarmente toccante è “Deus meus, Deus meus, ut quid derelequisti me?”; Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Per restituire la frase più drammatica, la musica deve esprimere un senso di trascinamento; il suono a un tratto si ferma, “come fossero singhiozzi”, chiosa il maestro. Mancano le parole riferite da Matteo riguardanti il “Terremoto”, in assenza della Resurrezione. È come se Masaccio fosse consapevole che nessuna immagine, per quanto geniale, possa raffigurare la solitudine della sofferenza. C’è qualche via d’uscita? Quando la parola rivela la sua impotenza, bisogna pensare per immagini. Se le immagini vacillano nel voler catturare il non raffigurabile, rimane la musica. Il grido non è più afono, riacquista la voce mediante la “tavolozza sonora” di un musicista come Franz Josef Haydn, che ha composto le sette suonate nel 1786 per le sette ultime parole del Cristo in croce. “I suoni”, sostiene Cacciari, “sono i mezzi più immateriali di cui disponiamo per comunicare. Dopo i pensieri. Ma è difficile comunicare da pensiero a pensiero”. Allora la musica ci viene in aiuto. Haydn crea una composizione dove realizza un perfetto equilibrio tra parole e musica, “senza perdere il senso della drammaticità della Crocifissione”. Così, nella quinta sonata che si fonda sulla richiesta del Cristo, Sitio, ho sete, “la musica ci trasporta in questo mondo dove la realtà irrompe con tutta la sua forza e implacabilità”, secondo l’interpretazione che fornisce Muti. Possiamo, nei tempi oscuri di quest’epoca, trasfigurare dolore e amore in musica? Muti e Cacciari lo credono fermamente, e sotto quell’icona il pensiero, il pensiero di entrambi infonde immagini e immaginazione. Il dolore si può esprimere attraverso il colore o attraverso la musica, c’è infatti chi sostiene che il colore lo si possa ascoltare, come il silenzio. Interpretare significa, per Cacciari, scoprire il suono, sia della parola che del colore, tanto che la “Crocifissione” riesce a conferire al silenzio una ispirazione mistica, un modo di trasfigurare il dramma in elemento musicale e di trasformare il mistero della Croce nel mistero della fede.

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Tommaso Fichele e Michela Chirico: il gesto e la musica

I due artisti sono stati ospiti del contenitore streaming di Le Cronache “In prima fila con…” per renderci partecipe del loro speciale progetto nella Lingua dei Segni “E io te credo”, nato sul palcoscenico di San Giorgio a Cremano

Di Olga Chieffi

Ieri sera, sui canali social di Le Cronache, gli artisti Tommaso Fichele e Michela Chirico, ospiti del contenitore “In prima fila con…”, hanno reso partecipe il pubblico virtuale del loro progetto Vividarte, un’ “Arte totale”, che ci ha ricordato la gesamtkunstwerk di wagneriana memoria. Si vivono tempi in cui si deve parlare di una nuova tipologia di artista e, quindi, di un suo nuovo rapporto con gli esseri viventi e le cose, con la scuola, la società, gli ascoltatori, i musicisti, gli artisti tutti, con la vita stessa. E si parla ad un tempo di un artista che deve aprirsi a tutto tondo alla conoscenza e, possibilmente, anche alla prassi, di tutti i linguaggi delle diverse muse, anche quelle cristallizzate in generi, di tutte le esperienze sonore e visive delle etnie dei popoli; quindi di artisti e di un pubblico che approcci la storia dell’arte, della musica del teatro, della danza, accanto alle storie delle arti, delle musiche dei teatri, delle danze. Tommaso e Michela, rispettivamente, canta-attore il primo, ballerina e coreografa la seconda, unitamente al chitarrista Fabio Notari, hanno inteso, insieme a Rosaria Sinforosa, far propria la “lingua dei segni”, la Lis, dando vita allo spettacolo “Voci pe’ ‘llaria”, fruibile anche dai non udenti. Dai due video proposti, “Dint’ ‘o viento_Lis”, realizzato nello splendido scenario della ex Chiesa della SS. Trinità di Polla, e “E io te credo_Lis”, girato nei luoghi d’elezione di Massimo Troisi, abbiamo toccato con mano il grande lavoro che sta dietro una proposta di questo genere. Nel non udente, infatti, la propensione per l’ambito sonoro/musicale si manifesta e si attua attraverso canali percettivi alternativi rispetto a quelli sfruttati dall’udente; per questo, l’approccio alla musica appare differente, e in un certo qual modo mediato ma, egualmente presente, come in qualunque altra cultura. La difficoltà maggiore nelle canzoni è unire i segni al ritmo delle canzoni, perché il pubblico deve percepire tutto, anche il suono della strumentazione e questo lo si dice con il movimento del corpo e, quando è possibile, con la danza. L’obiettivo è quello di dare a tutti la possibilità di “gustare” la musica attraverso “vibrazioni visive” e restituirle, non solo ad un pubblico di persone speciali, ma anche a tutti coloro che si vogliono avvicinare ad un mondo nuovo, la L.I.S., di vera integrazione umana e sociale. La lingua dei segni diventa un gioco applicato alla realtà musicale: tutto il corpo si trasforma in un palcoscenico su cui vengono rappresentati i contenuti dei brani musicali e con le mani, con le braccia, con il capo e con l’espressione del viso, risolte metafore, versi, anche il rap e la canzone in vernacolo. E’ questo uno spettacolo speciale che, come tutti, ha bisogno del palcoscenico per esistere. Sul palcoscenico, grazie alla presenza dell’imprevisto e della follia, si può intravvedere un barlume di saggezza incantata proprio perché disincantata; il palcoscenico attraverso le sue vibrazioni, “vere”, che arrivano sino in platea, sino alle balaustre dei palchi, diventa un luogo potenziale di condivisione di similarità e meraviglia, serbatoio di miti e fantasticazioni, ove avviene lo scarto dalla norma, mezzo per trascendere canone e logica, e per avvicinarsi di più all’uomo, che è materia variabile, un po’ sbilenca, indecisa, indecifrabile. Se il più grande sordo della storia è stato Ludwig Van Beethoven, che “forse”, dobbiamo pensare, non ha potuto ascoltare le sue ultime creazioni, è indelebile il ricordo della percussionista scozzese, Evelyn Glennie, sorda, inaugurare il Ravello festival 2008, dedicato appunto al tema della “Diversità” con la Prague Philarmonic, con la trascrizione per vibrafono del Concerto per flauto piccolo e orchestra in Do maggiore Rv 443 di Antonio Vivaldi. A piedi nudi per avvertire la musica, il ritmo le entrate, la Glennie coinvolse in una sublime magia comunicativa. Oggi, insieme ai nuovi amici Tommaso e Michela, faremo del nostro meglio per migliorare  ispirare, creare, impegnare e potenziare la comunicazione e, attraverso essa, la coesione sociale, incoraggiando, così, ognuno a scoprire nuovi modi di ascoltare, di “sentire” e di agire.

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Anno nuovo, sipario ancora calato

di Francesco La Monica

È cominciato un nuovo anno, eppure non sembra. A quasi un anno dalla “serrata” generale, il mondo del teatro versa in condizioni di grande difficoltà. Un mondo che cerca in tutti i modi di sopravvivere, tra un presente tragico e un futuro completamente ignoto. In buona sostanza, sembra di essere, volendo usare un’immagine teatrale, in mezzo ad un foyer lunghissimo che dovrebbe portare a una sala illuminata, ma l’entrata alla platea, ad ogni passo, si allontana sempre di più. E così, mentre in primavera si “festeggerà” l’anniversario di questo disastro, perché di disastro si tratta, tutti i lavoratori del mondo dello spettacolo sono ancora alla ricerca di risposte ai loro innumerevoli quesiti. Se si eccettuano i mesi estivi, in cui alcuni teatri o festival sono riusciti, tra mille difficoltà, ad aprire le proprie programmazioni al pubblico, per il resto la stagione teatrale è implosa bloccando il settore e tutta la filiera.

L’articolo completo sull’edizione digitale di oggi

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Attraversando il Mare Nostrum con Marco Vecchio

Dieci tracce per il progetto di debutto “Veliero” per seguire l’onda giusta dell’artista, che si propone come esecutore del grande cantautorato italiano, che fa parte del suo ispirato sentire

 Di Olga Chieffi

 L’emozione, a cui punta dritto Marco Vecchio, è per sua natura mutevole, cangiante, disordinata. In una parola, irrazionale. Essa non può essere raccontata con la sintassi misurata di chi scrive di musica. Ci vuole uno stile diverso, altrettanto illogico ed emozionale, in modo da far deflagrare la forma narrativa deflagra saltando a piè pari la ragione e le sue dinamiche di causa-effetto, ed è tutto un susseguirsi di ellissi, rotture, stranianti ebbrezze colorate. Sono dieci le tracce affidate da Marco Vecchio al progetto Veliero, suo debutto discografico, inciso con il chitarrista Pasquale Curcio, cui hanno collaborato Viviana Vecchio, autrice del testo “Lo straniero e le camelie”, musicato da Marco Palmieri, autore delle musiche anche di “Pierrot” e “Gli occhi dei bambini” su testo di Marco Vecchio, unitamente a Deborah Napolitano voce femminile che affianca Marco in “Vasame” di Enzo Gragnaniello. In questo suo particolare autoritratto musicale Marco preme fino in fondo sull’acceleratore di una ritrovata Nouvelle Vague, portandola a un esito estremo: quel contrasto fra cuore e cervello, l’eterna battaglia fra Emozione e Ragione, risulta in fin dei conti insanabile. L’unica cosa che resta da fare è dipingersi la faccia di blu e “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”. Un ruolo fondamentale nel progetto è assunto dal colore, che, similmente all’emozione, esplode in maniera irresistibile in queste dieci tracce. “Veliero” è un’opera solare come il Mediterraneo a cui è ispirata, un tripudio di colori saturi, vivaci, luminosi, che la mente e gli occhi ricordano indelebilmente. Il duo disegna, con il verso e la musica, mappe musicali che produrranno forme d’interferenza in grado di ridare voce a storie nascoste, rendendole così sonore e percepibili. L’importanza dei “suoni”, tutti, non sta unicamente nella forza narrativa, ma anche nella capacità di sollevare questioni critiche. I suoni ci attirano verso ciò che sopravvive e persiste come risorsa culturale e storica, capace di resistere, turbare, interrogare e scardinare la presunta unità del presente. Questo il merito di Marco, Pasquale e Deborah, di disegnare nuove cartografie sonore, una questione di avvenire, la domanda dell’avvenire stesso, la domanda di una risposta, di una promessa e di una responsabilità per il domani, per dirla con Derrida. Come il mare, che un tempo ha agevolato il passaggio della maggior parte delle culture, i processi sonori e poetici propongono un’economia affettiva, in cui ascoltiamo, l’eco del Mediterraneo di Mango, l’essenza di Anna Oxa, Mina, Pino Daniele, Lucio Dalla, destinata a scardinare le configurazioni fisse di tempo, spazio e appartenenza, in una continua ricerca. Tradizioni antiche e sonorità inusitate arriveranno filtrate da una sensibilità leggiadra, capace di evocare nel corso della stessa canzone il fumo e il mistero della foresta amazzonica, il volo metafisico, l’umorismo sperimentale e le più genuine risonanze etniche e latine, come in Tuyo di Rodrigo Amarante, mentre i brani originali raccolgono buona parte delle suggestioni marine, le sfumature, i cambi di passo, le intersezioni fra sentimento, memoria, dolore e sorriso tipici dell’arte della famiglia Vecchio. Un colore sonoro a volte surreale, immateriale, onirico, dalla tessitura figlia di un arabesco danzante dalla filigrana sottile e agrodolce, che sa concedersi ad un intimismo sobrio e mai svenevole, attraversa tutte le tracce. D’altra parte il nostro mare tocca le sponde di tre continenti, e il cd si chiude con “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla. Grazie alla sensualità dei suoni, alla memoria che i nostri musici custodiscono e alle appartenenze che mettono in gioco, ci rendiamo conto che l’importante non è tanto avere una casa nel mondo, bensì creare un mondo da attraversare e in cui sentirsi a casa.

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Per un nuovo anno in jazz

Le immagini del fotografo salernitano Francesco Truono punteggiano il calendario del Napoli Jazz Club, disponibile in librerie ed edicole, il cui ricavato servirà a realizzare una piattaforma digitale che possa permettere attraverso un portale internet di trasmettere concerti in streaming, per promuovere la musica

Di OLGA CHIEFFI

ll linguaggio dell’interplay nel jazz può essere tradotto, in fotografia? La fotografia, come la musica e tutte le arti, ha in comune un “punctum” ( e qui i fotografi penseranno al libro di estetica “La Camera chiara” di Roland Barthes, ma il musicista ci vedrà il contrappunto o il latinista il verso oraziano. E’, infatti, noto che le diverse arti, siano esse musicali, letterarie o figurative, intersechino i loro linguaggi, andando a creare quell’ unica lingua in grado di trasmettere l’incanto, la meraviglia, l’angoscia del silenzio e la gioia del “canto” delle cose) quale incubatore di creatività e improvvisazione, uno spazio libero di relazione, di scambio tra l’artista, lo spettatore e il fotografo. È in questo spazio di partecipazione che s’inserisce l’elemento empatico, il particolare, l’imprevedibile, racchiuso nelle dodici immagini che vanno a comporre il calendario del Napoli Jazz Club 2021, firmato da Francesco Truono. Uno “spazio”, quello in cui agisce il nostro fotografo, che non serve minimamente a se stesso, ma impone la sua costanza narrativa alla fusione di un apparato tematico inorganico, disperso. Un racconto questo, che ha convinto Michele Solipano a farne oggetto di un’iniziativa per testimoniare la voglia del mondo musicale partenopeo di andare avanti, di guardare al futuro con rinnovate speranze, nei confronti di questa pandemia che ha costretto a rinviare tutta una serie di eventi e progetti, accolto da partners istituzionali quali la Regione Campania e il Mibac, insieme ad una serie di partnership private. Il calendario stampato in qualche migliaio di copie è sugli scaffali di librerie ed edicole e il ricavato di tale iniziativa servirà a realizzare una piattaforma digitale, che possa permettere, attraverso un portale internet, di trasmettere concerti in streaming, promuovere la musica, attivare un servizio shop online, un canale youtube, una web radio, una newsletter su tutti gli eventi di musica jazz presenti sul nostro territorio. “Un modo – scrive Michele Solipano – per sentirci vicini per riunire la comunità del jazz campano intorno ad un’iniziativa editoriale e, in particolare, per non disperdere quel patrimonio di emozioni, passione e grande musica accumulati in questi anni”. Francesco Truono, nella sua più che ventennale attività di fotografo di palcoscenico, ha fissato l’istante del gioco scenico del jazz che viene costruito attorno ai fantasmi di musiche e gesti musicali esistiti: il gesto mimetico, il fraseggio, il modo di porgere, il suono complessivo, funzionanti di volta in volta allo scopo, al “rinvio” richiamato. L’artista cerca di sviluppare attraverso il suo attentissimo e libero obiettivo, un’interazione con i musicisti, per fissare il loro personale interplay, che diventa un compatto teatro, in una identità che nasce e si sviluppa in relazione a “point”, che a volte sono indicati dai titoli, a volte da aspetti percepibili solo dal vivo e che non possono comparire nelle registrazioni, come abiti, gesti, oggetti, strumenti, paesaggi, luci. Le immagini di Francesco Truono, nella classicità del bianco e nero, rivelano un jazz in tutti i suoi contrasti, in cui sembra voler considerare in ogni occasione la fremente realtà vitale di un’arte che, dello svanire nell’istante stesso, ha fatto una regola. La musica, infatti è la guida prima del nostro fotografo, che gli permette di realizzare scatti di scena e fuori scena, e gli ha concesso anche l’opportunità di fargli comprendere che il suo desiderio di cacciatore d’immagini, va ben oltre la semplice registrazione della realtà speculare. Una galleria di luoghi e solisti prestigiosi impreziosisce il lunario, dal palco a getto sul mare del Festival di Ravello che incantò Tomasz Stanko, ispirando la sua sonorità densa, lirica e nervosa, capace di drammatizzare il silenzio, ove si ritrovò con Enrico Rava, Giovanni Guidi, Dezron Douglas e Gerald Cleaver, all’ironia  di Paolo Conte al Teatro Gesualdo di Avellino, l’energia di Hiromi Uehara ad Umbria Jazz, la “scienza esatta” del pianismo di Keith Jarrett all’arena Flegrea di Napoli, e ancora gli hot mallets di Brian Blade al Modo, la voce iridescente di Sarah Jane Morris tra le colonne del quadriportico del duomo di Salerno, la leggenda Ornette Coleman, il musicista che rese “free” il jazz, al Teatro Augusteo di Napoli, ancora Ravello con la sperimentazione di Herbie Hancock, il suono dell’anima di Paolo Fresu, Omar Sosa e Triloku Gurtu per il Napoli Jazz Winter 2019, gli incroci sonori di Chick Corea a Umbria Jazz e la lezione di stile del carismatico Ron Carter ad Umbria Jazz Winter, quale talismano di piccole ebbrezze, nell’attesa di un immediato ritorno a quella sfida infinita tra artisti e pubblico, in quel luogo-non luogo che è il palcoscenico.

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Per un nuovo anno in jazz

Le immagini del fotografo salernitano Francesco Truono punteggiano il calendario del Napoli Jazz Club, disponibile in librerie ed edicole, il cui ricavato servirà a realizzare una piattaforma digitale che possa permettere attraverso un portale internet di trasmettere concerti in streaming, per promuovere la musica

Di OLGA CHIEFFI

ll linguaggio dell’interplay nel jazz può essere tradotto, in fotografia? La fotografia, come la musica e tutte le arti, ha in comune un “punctum” ( e qui i fotografi penseranno al libro di estetica “La Camera chiara” di Roland Barthes, ma il musicista ci vedrà il contrappunto o il latinista il verso oraziano. E’, infatti, noto che le diverse arti, siano esse musicali, letterarie o figurative, intersechino i loro linguaggi, andando a creare quell’ unica lingua in grado di trasmettere l’incanto, la meraviglia, l’angoscia del silenzio e la gioia del “canto” delle cose) quale incubatore di creatività e improvvisazione, uno spazio libero di relazione, di scambio tra l’artista, lo spettatore e il fotografo. È in questo spazio di partecipazione che s’inserisce l’elemento empatico, il particolare, l’imprevedibile, racchiuso nelle dodici immagini che vanno a comporre il calendario del Napoli Jazz Club 2021, firmato da Francesco Truono. Uno “spazio”, quello in cui agisce il nostro fotografo, che non serve minimamente a se stesso, ma impone la sua costanza narrativa alla fusione di un apparato tematico inorganico, disperso. Un racconto questo, che ha convinto Michele Solipano a farne oggetto di un’iniziativa per testimoniare la voglia del mondo musicale partenopeo di andare avanti, di guardare al futuro con rinnovate speranze, nei confronti di questa pandemia che ha costretto a rinviare tutta una serie di eventi e progetti, accolto da partners istituzionali quali la Regione Campania e il Mibac, insieme ad una serie di partnership private. Il calendario stampato in qualche migliaio di copie è sugli scaffali di librerie ed edicole e il ricavato di tale iniziativa servirà a realizzare una piattaforma digitale, che possa permettere, attraverso un portale internet, di trasmettere concerti in streaming, promuovere la musica, attivare un servizio shop online, un canale youtube, una web radio, una newsletter su tutti gli eventi di musica jazz presenti sul nostro territorio. “Un modo – scrive Michele Solipano – per sentirci vicini per riunire la comunità del jazz campano intorno ad un’iniziativa editoriale e, in particolare, per non disperdere quel patrimonio di emozioni, passione e grande musica accumulati in questi anni”. Francesco Truono, nella sua più che ventennale attività di fotografo di palcoscenico, ha fissato l’istante del gioco scenico del jazz che viene costruito attorno ai fantasmi di musiche e gesti musicali esistiti: il gesto mimetico, il fraseggio, il modo di porgere, il suono complessivo, funzionanti di volta in volta allo scopo, al “rinvio” richiamato. L’artista cerca di sviluppare attraverso il suo attentissimo e libero obiettivo, un’interazione con i musicisti, per fissare il loro personale interplay, che diventa un compatto teatro, in una identità che nasce e si sviluppa in relazione a “point”, che a volte sono indicati dai titoli, a volte da aspetti percepibili solo dal vivo e che non possono comparire nelle registrazioni, come abiti, gesti, oggetti, strumenti, paesaggi, luci. Le immagini di Francesco Truono, nella classicità del bianco e nero, rivelano un jazz in tutti i suoi contrasti, in cui sembra voler considerare in ogni occasione la fremente realtà vitale di un’arte che, dello svanire nell’istante stesso, ha fatto una regola. La musica, infatti è la guida prima del nostro fotografo, che gli permette di realizzare scatti di scena e fuori scena, e gli ha concesso anche l’opportunità di fargli comprendere che il suo desiderio di cacciatore d’immagini, va ben oltre la semplice registrazione della realtà speculare. Una galleria di luoghi e solisti prestigiosi impreziosisce il lunario, dal palco a getto sul mare del Festival di Ravello che incantò Tomasz Stanko, ispirando la sua sonorità densa, lirica e nervosa, capace di drammatizzare il silenzio, ove si ritrovò con Enrico Rava, Giovanni Guidi, Dezron Douglas e Gerald Cleaver, all’ironia  di Paolo Conte al Teatro Gesualdo di Avellino, l’energia di Hiromi Uehara ad Umbria Jazz, la “scienza esatta” del pianismo di Keith Jarrett all’arena Flegrea di Napoli, e ancora gli hot mallets di Brian Blade al Modo, la voce iridescente di Sarah Jane Morris tra le colonne del quadriportico del duomo di Salerno, la leggenda Ornette Coleman, il musicista che rese “free” il jazz, al Teatro Augusteo di Napoli, ancora Ravello con la sperimentazione di Herbie Hancock, il suono dell’anima di Paolo Fresu, Omar Sosa e Triloku Gurtu per il Napoli Jazz Winter 2019, gli incroci sonori di Chick Corea a Umbria Jazz e la lezione di stile del carismatico Ron Carter ad Umbria Jazz Winter, quale talismano di piccole ebbrezze, nell’attesa di un immediato ritorno a quella sfida infinita tra artisti e pubblico, in quel luogo-non luogo che è il palcoscenico.

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Ferraiolo: l’uomo che fa sognare grandi e piccini con i burattini

di Monica De Santis

La tradizione della Famiglia Ferraiolo, è la più antica al mondo, nasce nel 1860 quando il trisavolo Filippo inventò e creò all’interno di un piccolo luna park i primi burattini, fantocci meccanici, dando vita ad una affascinante realtà teatrale giunta oggi alla sua quinta generazione. Arrivando agli inizi del 900’ insieme al figlio Pasquale Senior, ottennero i primi grandi consensi di pubblico da Nord a Sud con la Commedia dell’Arte. Oggi a portare avanti la tradizione della famiglia c’è Adriano affiancato dai figli e dai nipoti. Adriano inizia la sua carriera da burattinaio all’età di 6 anni debuttando recitando e manovrando il suo primo burattino nel Teatro Nazionale, c r e a t o dal suo bisnonno.

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Un fumetto di Diabolik ambientato ad Amalfi

di Monica De Santis

L’ArcheoClub Italia compie 50 anni e per questo grande avvenimento il presidente e tutti i componenti del direttivo hanno deciso di festeggiare organizzando una serie di eventi che si terranno su tutto il territorio italiano. Eventi che si spera di poter tenere in presenza, ma che qualora la situazione epidemiologica non dovesse consentirlo si terranno on line. Alcuni degli eventi in programma si dovrebbero tenere (in presenza, ci auguriamo) anche in Costiera Amalfitana e in costiera Cilentana. Entro la fine del mese di marzo si dovrebbe tenere il primo di questi eventi. E la location individuata è Amalfi.

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L’ opera buffa risorge al teatro Verdi, ma per il 2021 si brancola ancora nel buio

Operine e concerti in streaming hanno salutato le feste natalizie, ora musicisti e pubblico attendono la nuova programmazione. Intanto, silenzio assoluto e ingombrante sui vari cartelloni di prosa

 Di Olga Chieffi

“Questo è un nodo avviluppato!” direbbe Gioacchino Rossini che si affaccia dal cielo del nostro Teatro Verdi. Terminate “Le feste al Massimo”, che hanno riscontrato un buon concorso di critica e pubblico, anche se ci teniamo a sottolineare una certa superficialità nella trasmissione e regia streaming, tutto tace per il prosieguo di stagione. Lo scenario generale è abbastanza scuro, di riaperture di teatri e sale da concerto, come di musei e gallerie non se ne parla, e pur pessimisticamente, crediamo che fino alla primavera inoltrata, siamo condannati ad un soporifero e deprimente “Ritorno all’eguale” – come ha sottolineato più volte l’artista Marco Vecchio. Musicisti e pubblico sono in attesa di una nuova programmazione del teatro Verdi di Salerno, magari anche in streaming, per questo non breve lasso di tempo che ci condurrà, si spera, ad una accorta liberazione. In un primo momento si era pensato di procedere fino a marzo prossimo, con il cartellone musicale, poi, tutto è stato “impacchettato” nella rassegna natalizia. Dal teatro di prosa, invece, alcun cenno di vita. Se “Casa del Contemporaneo”, che a Salerno anima il teatro Ghirelli, aveva iniziato, donando qualche spettacolo in diretta streaming, tutto si è concluso con i primi  appuntamenti, mentre il massimo e la Sala Pasolini non hanno creato alcun evento per non perdere quel particolare legame col proprio pubblico. Le regole stringenti del corona virus non hanno permesso l’uso del golfo mistico e di un’orchestra romantica, quindi largo al Settecento napoletano, da tempo invocato, che ha salutato l’ottimo debutto di Daniel Oren ne’ “La Serva Padrona” di GiovanBattista Pergolesi. “Il maestro di Cappella”, di Domenico Cimarosa, “La Furba e lo sciocco” di Domenico Sarro, e “La serva Padrona” di Pergolesi, i tre titoli che ci hanno condotto in un felice excursus nel mondo della nostra cultura musicale che, attenzione, ha sempre attinto ad una concezione trascendente, secondo cui il suono sarebbe dotato di qualità taumaturgiche, tali da lenire molti mali di natura psichica e spirituale, quindi adattissima al ferale momento Il regista Riccardo Canessa si è cimentato con il secondo e il terzo titolo, in cui si è rivelato anche consapevole attore, nei panni di Vespone, creando piani differenti di lettura che, in modi e misure diverse, hanno colpito l’anima di un pubblico, come non mai, eterogeneo e “allargato”. Il regista, unitamente al direttore Daniel Oren, ha conferito all’opera la qualità di uno strumento anche evocativo, in una direzione, se vogliamo “spirituale” e “spiritoso”, a voler citare lo stesso jesino del concerto in Sol maggiore per flauto e orchestra. Il Pergolesi, visto da Daniel Oren ha suscitato effetti profondamente emotivi, sottolineando quella concezione decisamente più sentimentale, in questa architettura sonora. Raffinati i due cantanti con Enkeleda Kamami, cadetta dell’Accademia del Teatro alla Scala, nel ruolo di Serpina, progenitrice di tutte le stagiste e segretarie-amanti, che non esita a definirsi “bella, graziosa, spiritosa”, creatura risoluta, decisa, sicura, quanto Uberto, l’esperto Carlo Lepore, che si pone da subito come il campione dell’indecisione. I due rappresentano due poli, puntualmente definiti nella loro individualità musicale, di una partitura che corre leggera, puntuale, aderentissima al testo, ai suoi giochi di parole, alla sua mutevolezza di caratteri e situazioni. Una trama esile, dunque, a cui fa da contraltare un libretto mirabilissimo (i raffinati giochi verbali di Federico, il librettista, sembrano davvero il miglior corrispettivo poetico della sensiblerie pergolesiana) e una partitura che inanella pagine di straordinaria forza espressiva all’insegna di un dinamismo teso, pregnante, reso puntualissimo da tutti gli attori. Tra i due intermezzi, la chicca strumentale “O Bemmenute, Signuri Mieie”, da “Il Flaminio” di Giovan Battista Pergolesi, con Riccardo Canessa che ha evocato la famosa mise en scène firmata da Roberto De Simone, dell’opera al teatro San Carlo nel 1985, riproducendo il carillon dei musici rustici, simbolo dell’eredità ricevuta di un teatro che è recitazione, canto, effetti scenici, che contiene tutte le lingue, che è generoso, vitale, scolpito dallo stupore e dalla potenza del sogno. Un teatro luminoso, semplice e complesso, permeato di magia e di energia, forgiato, nell’idea di una convivenza sensuale tra alto e basso, eternità e attimo, sopra e sotto, documento e invenzione, come la trama di una partitura

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Ravello, Natale in streaming: we imagine

Grandi numeri e alta qualità artistica e tecnica per i tre concerti che la fondazione ha offerto al suo pubblico, ospiti dell’Auditorium Oscar Niemeyer, che vedremmo come centro di produzione audio-visivo della Campania

Di Olga Chieffi

La notte dell’Epifania è straordinaria, segno di rinascita, di luce, di richieste, di giudizi, vi si tirano le somme e si sogna e programma il futuro. L’ultima festa che segna il ritorno al tempo reale è stata salutata in musica, dall’Auditorium Oscar Niemeyer di Ravello, con una serata mozartiana affidata alla bacchetta esperta di Fabio Biondi, il quale, insieme all’Orchestra Filarmonica di Benevento ha incontrato il pianismo di Beatrice Rana, tanto equilibrato nel dosaggio delle sonorità, quanto nella cura della cantabilità del fraseggio. I tre eventi che hanno visto sul palco dell’Auditorium Oscar Niemeyer, Peppe Barra con uno spettacolo in “duo” con Rosalia Porcaro, tratto dalla Cantata dei Pastori, l’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno diretta da Jordi  Bernàcer con solisti Rosa Feola e Saimir Pirgu, affiancati da Daniela Cappiello e da Sergio Vitale e l’Orchestra Filarmonica di Benevento diretta da Fabio Biondi e la pianista Beatrice Rana hanno registrato 286.000 visualizzazioni con un numero di impressions che ha raggiunto i 582.000 e i 88.900 visitatori unici. A questi dati della piattaforma Vimeo, già molto significativi vanno aggiunti i numeri registrati dalle pagine social del Ravello Festival: le persone raggiunte sono state circa 100.000 con le immagini trasmesse dal portale cultura.regione.campania.it che hanno raggiunto ogni angolo del mondo. L’innalzamento virtuale di un sipario in ogni casa da un luogo, quale è quello dell’Auditorium Niemeyer, che non ha mai conosciuto “incidenti di percorso”, defaillance di messe in onda e di suono che, purtroppo, abbiamo dovuto registrare in altre dirette dai diversi teatri e sale da concerto, e il gradimento del pubblico che guarda alla Ravello musicale e alla bellezza dei suoi luoghi, e che commentando in diretta, già guarda al festival estivo, ci ha fatto immaginare nuovi scenari. In primo luogo quello di mantenere il doppio binario, ovvero il pubblico in presenza, poiché senza il calore, il confronto, la sfida, non esiste l’agone artistico, sia sul belvedere che in auditorium, ma al contempo di offrire la possibilità, praticamente a tutto il mondo di collegarsi con gli amati luoghi, ritrovandosi magari nell’evento più amato del Festival, quello del Concerto all’alba, ove la musica sposa il sublime della natura e del paesaggio. Musica da “vedere”, ma aggiungiamo noi, da “sentire”, poiché i mezzi tecnici usati per questi tre eventi confermano l’alto valore ed esperienza sul campo di chi ha tenuto in mano le redini della produzione. Esiste un legame stretto tra il pensiero filosofico dell’esistenza e della ragione umane e il sapere del progettare-costruire, entrambe hanno un comune, e fondamentale riferimento, lo spazio. Noi uomini della fine ereditiamo il concetto di spazio come extensio, con esso Cartesio pensava lo spazio quale pienezza e continuità della materia e quindi quale medium del movimento, del tendere avanti a sé, quale sinonimo dell’amplificazione. E’ giusto questa l’essenza dello streaming che ha raggiunto un pubblico veramente eterogeneo e di ogni età che ha virtualmente affollato l’Auditorium Oscar Niemeyer. L’auditorium potrebbe diventare ora, una “casa”, la sua metafora è alla base della filosofia occidentale, quel tòpos, il dove, che, localizzando, determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza che consente la progettualità e l’attuazione, l’esistenza razionale, aprendo all’arte, e, quindi, assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”, mentre la familiarità del luogo ha già assunto il tratto di condizione necessaria di ogni progettualità, il segno, nel suo divenir parola, suono, teatro, gioco che diventa di-segno, archè, essenziale punto di dipartimento di ogni pensiero. Immaginiamo, allora, l’Auditorium come vero e proprio centro di produzione audio-video, non solo per gli ospiti prestigiosi che impreziosiscono le stagioni del Ravello Festival, ma anche quale sala di registrazione per le eccellenze della musica giovane campana, che ha rappresentanti in carriera in tutti i generi. Una proposta che oggi, noi che seguiamo le diverse produzioni da decenni, ci permettiamo di suggerire da queste colonne, immaginando mondi e scenari sonori futuri, ed una vera ed efficace  destagionalizzazione degli eventi e di certo turismo, che facciano diventare realmente Ravello Città della Musica.

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L’alto magistero del maestro Domenico Faliero

Il flautista della costiera amalfitana spentosi l’ultimo dell’anno, centenario, è stato il capostipite della scuola di flauto della prestigiosa scuola di flauto dell’Orfanotrofio Umberto I, che continua nei suoi allievi oggi, eccellenti solisti e maestri

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Si è spento centenario, nella giornata dell’ultimo dell’anno, il flautista Domenico Faliero, primo flauto dell’orchestra della Rai di Roma, già docente presso il Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. E’ lui il capostipite della schiatta di flautisti che Salerno, prima con il Liceo musicale “G.Martucci”, dell’Orfanotrofio Umberto I, poi con il conservatorio, ha immesso nel mondo della grande musica. Domenico Faliero, sguardo fiero degli uomini della Costiera Amalfitana, ha consacrato la sua vita allo studio di questo strumento, che domina la sezione dei legni. Ha insegnato all’istituto Umberto I dagli anni del secondo dopoguerra, creando una vera e propria scuola che giunge fino ai giorni nostri e il cui seme è stato gettato anche nelle leve più giovani. Abbiamo raccolto il ricordo di due suoi allievi, Elio Furciniti, il quale una volta ultimata la scuola di musica ha fatto tutt’altro, e Gaetano Schiavone, flauto dell’opera di Roma, che non ha mai interrotto i contatti con il suo maestro. Entrambi ci hanno rivelato l’estrema serietà e la continua richiesta di studio, per la ricerca della perfezione. Nell’ ora di stacco, il maestro Faliero non riposava mai, ma continuava la sua recherche, ispirata dalla scuola francese, lui perfezionatosi con Arrigo Tassinari, che ricordiamo primo esecutore in Italia della Sonatina di Darius Milhaud, della Sonata di Paul Hindemith e anche di Syrinx di Claude Debussy, del Concerto di Jacques Ibert con l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, nonché il Maestro di Severino Gazzelloni, divenne il sostituto proprio dell’icona del flautismo italiano. La scuola di Domenico Faliero è stata sempre una scuola generosissima, donata con il flauto tra le mani, in modo che i piccoli allievi potessero imitare il bellissimo suono del loro maestro e apprendere, così, più facilmente le gemme più preziose della letteratura flautistica. Verrebbe da disegnare quasi un albero genealogico, poiché dalla scuola di Domenico Faliero sono usciti Gaetano Schiavone, flauto dell’Opera di Roma, quindi docente del conservatorio romano e a sua volta maestro di Paolo Taballione  oggi Primo Flauto Solista della “Bayerische Staatsoper”, Antonio Minella I flauto della Sinfonica di Palermo, poi docente a Bari, e ancora Franco Battimelli, con il quale ha poi studiato Antonio Senatore, docente qui al Martucci, e primo flauto nell’orchestra del Teatro Verdi, spesso affiancato dai suoi allievi, e ancora Domenico Giordano, già docente del nostro Conservatorio, Domenico Alfano primo flauto del Comunale di Bologna, e una miriade di eccellenti strumentisti che portano nel mondo l’essenza del flautismo italiano e della scuola di fiati, intrisa di melodia e virtuosismo spinto. Memorabile il concerto, di cui vi è nota in una pubblicazione americana di un suo concerto al Casinò Sociale, nell’aprile del 1956, nel corso del quale spiccò l’esecuzione del quinto concerto Brandeburghese di Johann Sebastian Bach, che salutò al cembalo Raffaele Ronga e Giuseppe Prencipe al violino, con l’orchestra da camera del liceo, diretta dal maestro Domenico Stabile. Domenico Faliero, infatti, rivela Gaetano Schiavone,  faceva ascoltare spesso Bach agli allievi proprio perchè  gli elementi di quella musica, nell’unità di una configurazione ideale, in un sistema aperto, sono il supporto materiale di una memoria che non divide in modo meccanico l’antico dal moderno, ma agisce in modo più complesso, mettendo in crisi la visione lineare della sua epoca, confondendo volutamente i tempi, mescolando le cronologie, ponendo gli uni accanto agli altri, elementi di epoche e provenienze differenti. Il risultato è appunto quello di un “archivio” che consegna al presente la possibilità di riattivare continuamente il proprio rapporto con l’origine, che è alla radice stessa della sua nozione di bellezza. Gli aneddoti non mancano certo tra i ricordi degli allievi, nei confronti di un maestro così amato e rispettato. Elio Furciniti ci racconta che il Maestro Faliero si adattava a fare anche l’istitutore, per arrotondare la misera paga elargita dall’istituto, ma non era minimamente nelle sue corde far rispettare regole e norme quasi militari, con sanzioni e punizioni, e al momento di prendere una di queste decisioni, puntualmente spariva, e non era ben visto dalla direzione, in questo compito. Il liceo Musicale all’epoca riceveva spesso visite di eminenze della musica, che venivano a Salerno o per scegliere e seguire la crescita dei migliori allievi o per assoldarli nelle formazioni militari. “Un giorno – ricorda Gaetano Schiavone – in classe si presentò il secondo flauto dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano. Il Maestro Faliero, mi invitò ad eseguire qualcosa per ricevere un giudizio dal suo collega, ma i miei compagni mi avevano giocato un tiraccio: la boccoletta dello strumento era stata spalmata di peperoncino. Appoggiatevi le labbra sopra cominciò a bruciare tutto e cominciai a fermarmi ogni tre o quattro battute, rimediando una magra figura, ma non dissi niente, se non al maestro in camera caritatis. Uno scappellotto del maestro lo ricordo ancora – continua Gaetano Schiavone – Ero al secondo corso e avevo davanti uno dei famosi trenta studi di Raffaele Galli. Il maestro non ne voleva sapere di andare avanti e mi faceva sempre ripetere, evidentemente, io non riuscivo a capire l’andamento dell’articolazione, e lui voleva ci arrivassi a intenderlo da solo. All’ennesima richiesta di ripetere, sbruffai tra me: non alzai nemmeno gli occhi dal leggìo che lo schiaffo mi colpì sonoramente, giustamente dico oggi, poiché Domenico Faliero è stato sempre prima Maestro di vita, poi di Musica, due cose inscindibili”.

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In streaming i burattini di Adriano Ferraioli

di Monica De Santis

Durante questo periodo natalizio il teatro Trianon Viviani nel quartiere Forcella, a Napoli, sta trasmettendo on-line gratuitamente spettacoli teatrali, di vari generi dalle commedie al musical di canzoni napoletane atti unici di Raffaele Viviani. Il Direttore Artistico, Marisa Laurito, attrice e preentatrice molto nota al grande pubblico, ha voluto dedicare ampio spazio all’infanzia e l’adolescenza, con il mondo dei burattini chiamando a sé il maestro Adriano Ferraiolo erede con i suoi figli e nipoti, della famiglia di Burattinai più antica al mondo, portando in scena una commedia del grande Antonio Petito, Atto del 1853

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Le grandi voci per Le Feste al Massimo

Marcelo Alvarez e Anna Pirozzi prestigiosi ritorni al Teatro Verdi per la rassegna in streaming di fine d’anno. Il tenore e il soprano si esibiranno con la pianista Mzia Bachtouridze protagonisti di un programma improntato alla scuola verista

Di Olga Chieffi

Siamo al giro di boa della rassegna streaming del teatro Verdi, “Le Feste al Massimo”, e stasera, alle ore 20, in palcoscenico ritorneranno due grandi voci che già abbiamo avuto ospiti qui a Salerno, il tenore Marcelo Alvarez, che applaudimmo nel maggio del 2009 in un recital e il soprano Anna Pirozzi, che ricordiamo nel ruolo di Leonora, ne’ “La Forza del destino” di quattro anni fa. Con loro, la pianista Mzia Bachtouridze, con la quale si cimenteranno in un programma improntato alla scuola verista. Sarà Anna Pirozzi a rompere il ghiaccio con il pubblico virtuale, elevando la preghiera dalla Tosca, “Vissi d’arte”, prima di trasformarsi nell’Amelia di “Un Ballo in Maschera” di Giuseppe Verdi, per l’aria “Morrò, ma prima in grazia” dal III atto. Renato minaccia Amelia di morte, la donna implora pietà, con una vocalità carica del pathos materno: ha amato il governatore solo per un istante, le consenta almeno di abbracciare ancora una volta il figlioletto. Ritorno al verismo con l’ Alfredo Catalani, de’ “La Wally”. Pur essendo il suo capolavoro, in Wally il compositore, forse eccessivamente assorbito dalle esigenze di un progetto formale astratto, non sempre seppe avvalersi di un linguaggio unitario ed espressivamente omogeneo. Significativa eccezione è proprio l’aria “Ebben? Ne andrò lontana” , tratta dalla Chanson Groënlandaise, composta da Catalani nel 1878 su versi di Jules Verne, che rappresenta uno dei momenti più alti dell’intera partitura e che in effetti finisce per far cadere eccessivamente l’attenzione sul primo atto a scapito dei successivi, forse meno prodighi di idee e di novità, grazie alla sua avvolgente linea melodica. Si continuerà con l’Andrea Chenier di Umberto Giordano. La Pirozzi si calerà nel personaggio di Maddalena, una parte in cui l’elegia è la carta vincente per la bellezza senza doppi fondi, per grazia desolata della celebre aria del terzo atto, “La Mamma morta” e l’incisività, rara fra i compositori d’area verista. Tutti ricorderanno l’aria che ha inaugurato il 7 dicembre il gala del Teatro alla Scala. Omaggio al Verdi per Francesco Cilea, il quale, per la sua raccolta liricità e le sue sfumature elegiache si avvicina, in qualche modo, alla scuola francese, con “Io son l’umile ancella”. Il soprano  vestirà i panni di Adriana Lecouvreur, per evocare la sua aria caratterizzante, che espone un credo artistico in accordo con i canoni del verismo: l’attrice non si ritiene che uno strumento al servizio del poeta, ed attraverso di lui della verità stessa. Passaggio di testimone al tenore Marcelo Alvarez, il quale come aria di sortita ha scelto “La solita storia del pastore”, nota anche come Lamento di Federico, dal secondo atto dell’opera L’arlesiana di Francesco Cilea. La pagina viene cantata da Federico, che è perdutamente innamorato di una ragazza di Arles, l’Arlesiana del titolo, la quale, all’opposto delle apparenze si è rivelata una donna indegna e già impegnata con Metifio. Solo sul palcoscenico, Federico legge le lettere che l’Arlesiana ha inviato a Metifio, la prova del suo tradimento, col cuore infranto. Alvarez non avrà, poi, che da vestire i panni del Signor tenore per dar poi voce a quel Mario Cavaradossi attaccato alla vita e al piacere con ingenuità poetica. E’ il momento di “Lucevan le stelle”, la celebre confessione del cavaliere pittore, in cui la bellezza e gli amori celebrano un forzato trionfo davanti al plotone di esecuzione. Passaggio in Francia con il Jules Massenet, di El Cid con “O souverain, o juge o père”. Rodrigue innalza una fervente preghiera  a cui risponde l’immagine di Saint Jacques, che annuncia il suo trionfo. E’ questa una pagina incline all’introspezione,  in cui si scruta l’intimo dell’animo umano e la melodia fluisce morbida, delicata, sensuale. In Spagna si resta con il marinaio Leandro, direttamente dalla zarzuela, “La tabernera del puerto” di Pablo Sorozabal. Il giovane lamenta la sua disgrazia, affermando che Marola, la donna da lui amata è buona e non l’ha usato perché è corrisposto. Entra in scena Tosca. L’unica donna ammessa nell’opera, che ne occupa con prepotenza ogni spazio, in ogni momento, sempre da padrona assoluta, amante focosa ed imperiosa che non esita a smaniare in chiesa esibendosi in una violenta scena di gelosia, la stessa creatura che, come una pia fanciulla, s’inginocchia devotamente dinanzi alla Vergine e le offre dei fiori. Qui Anna Pirozzi ritroverà il suo Mario per il duetto del primo atto. Finale estatico con ancora l’Umberto Giordano dell’ Andrea Chenier, con il duetto finale, quel gioco formale volto a inondare di musica l’ascoltatore fino alla sazietà, un congedo meritato per Chénier e Maddalena, che vogliono gustarsi fino in fondo e prolungare all’infinito il loro ultimo momento di felicità terrena, il compimento del duetto è quello dell’intera vicenda amorosa di Andrea e Maddalena,  dato in questo a due conclusivo, a lungo differito e perciò tanto più desiderato.

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Alla ricerca della vera luce con Peppe Barra

Sarà l’artista napoletano a impreziosire il Natale in streaming del Ravello Festival, con uno spettacolo che evocherà la celeberrima “Cantata dei Pastori”

Di Olga Chieffi

Sarà una specie di Messa extra-liturgica lo spettacolo che Peppe Barra, insieme con la sua compagnia, ha pensato per il Natale in streaming del Ravello Festival, tratto da la “Cantata dei pastori”, che affonda le sue radici nell’immaginario barocco, misterioso forziere-groviglio di miti, di splendori, di fantasmi ricorrenti ciclicamente in un presente metastorico, in cui convivono le rassicuranti parole del passato e quelle contaminate dalle ansie di un presente precario e angoscioso. La Sacra rappresentazione del Natale e ancora tutti i suoi molteplici elementi magico religiosi, sono collegati alla figura di un bambino, figlio del sole e del fuoco. Il presepe di carattere colto, ovvero il Presepe cortese, ha raccontato tre secoli di storia napoletana, mentre il Presepe popolare nella sua apparente fissità, nelle sue statuette scolpite anche nei vestimenti, con colori semplici, ma ben precisi e determinati, racconta il non-tempo, ovvero la metastoria. Un duplice aspetto come la luce e l’ombra che potrebbero essere considerati i due aspetti emblematici della sacra rappresentazione natalizia per eccellenza, vale a dire “La Cantata dei pastori”. A questa duplice funzione di luce e ombra si può ricondurre la doppia figura dei due infanti, Gesù Bambino e Benino, o Benitiello, il pastorello dormiente, colui che prima di tutti riceve il divino annuncio in sogno, ed è emblematico che laddove un bambino dorme, un altro si sveglia, ciò apre il varco dell’onirico e del meraviglioso. Il Natale di Peppe Barra e sarà in diretta streaming domani alle ore 17.30. Nel grande spettacolo/concerto tratto dalla Cantata dei Pastori, ci sarà anche Rosalia Porcaro e, ad accompagnare Barra e la Porcaro, il soprano Angela Luglio, il controtenore Enrico Vicinanza con Paolo Del Vecchio alle chitarre, mandolino, Luca Urciolo al pianoforte e fisarmonica, Sasà Pelosi al basso, Ivan Lacagnina alle tammorre e percussioni, ed Alessandro De Carolis ai flauti etnici. Un lungo viaggio, seguendo la stella del teatro che ci porterà dalla cantata barocca alla grande tradizione di Raffaele Viviani e Salvatore Di Giacomo fino al palcoscenico contemporaneo con lo stesso Barra, Patrizio Trampetti, Paolo Del Vecchio e Luca Urciolo. Tutti impegnati a creare contrasti recitati, cantati e mimati, attraversando gloriosamente tutta la tradizione e gettando perle musicali e comiche, pezzi raffinati e cose più andanti dal sapore popolare. Una girandola di puro teatro che assomiglia ai fuochi d’artificio di un Natale napoletano, purtroppo d’altri tempi.

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Una cover natalizia realizzata da studenti salernitani

Ci sono canzoni che incarnano lo spirito natalizio da decenni e più. Non c’è spirito natalizio se in sottofondo non si ascoltano le melodie di Imagine, happy Xmas o Last Christmas. Forse quest’ultima melodia, portata al successo dagli Wham del compianto George Michael è quella che più si addice in questo momento particolare mondiale. Una pandemia che sta mettendo letteralmente in ginocchio il Globo terrestre con il pensiero che va allo scorso Natale, quando il covid era lontano, o quasi. Un po’ come nella canzone portata al successo dagli Wham, con George Michael a ripensare ad amori persi.

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