Calvino e Tondelli: verso una lingua nuova

Penultimo appuntamento questa sera, a Cetara per Teatri in Blu che ospita il reading di Lodovico “Lodo” Guenzi e ad Alberto “Bebo” Guidetti

di Olga Chieffi

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone” (Le Città Invisibili, Italo Calvino). “Bando a isterismi, depressioni scoglionature e smaronamenti. Cercatevi il vostro odore eppoi ci saran fortune e buoni fulmini sulla strada” (Autobahn, Pier Vittorio Tondelli). Questa sera il penultimo appuntamento di Teatri in Blu è stato affidato da Vincenzo Albano a Lodovico “Lodo” Guenzi e ad Alberto “Bebo” Guidetti, voce e beatmaker dello Stato Sociale. Niente musica o canzoni o vecchie che ballano, ma stasera nella Piazzetta Grotta di Cetara, a partire dalle ore 21, si andrà alle radici dei cambiamenti della nostra lingua,  sulle tracce di Pier Vittorio Tondelli e Italo Calvino, con “Libertini invisibili”. Un reading in cui scopriremo o ricorderemo attraverso la voce di Bebo, il Calvino de’ “Le città invisibili”, il suo linguaggio complesso e visionario, di una contemporaneità disarmante, che verrà alternata con la lettura di piccoli esempi tratti dal quotidiano, da cui giungerà l’invito ideale a rileggere quel volume.  Le città calviniane possono essere intese come le parole, cioè i segni di una nuova lingua, elaborata per formare un discorso sul mondo, che in esso riacquista, appunto, visibilità. Per citare le parole usate in un diverso contesto da Barthes, “Le città invisibili” si chiude quindi con un “cercate la via di uscita”, e realizza a pieno, in questo modo, la propria funzione di segno, capace di rendere visibile la filigrana invisibile nascosta al di sotto delle cose, attraverso la quale l’uomo possa orientarsi nel labirinto del reale. Ribalta, quindi, per Lodo, il quale sarà assoluto protagonista della lettura di brani tratti dai racconti contenuti in “Altri libertini ”, uno degli autori di riferimento di una certa emilianità, un punto di riferimento di molti altri artisti, scrittori e musicisti. Tondelli parla del disagio della provincia, della voglia di scappare, ma anche di omosessualità, droga, bestemmie e lo fa con un linguaggio colorito e forte, inventando parole e descrivendo immagini. Tondelli resta scrittore-cardine di quella “letteratura emotiva” che ha segnato la generazione postmoderna. Gli scritti di Tondelli – da Altri libertini a Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ’80 – respirano allo stesso ritmo della musica rock e new wave degli anni ’70 e ’80, divenendo così uno status culturale e sociale della generazione figlia della “mutazione antropologica” di cui parlava Pasolini. Tondelli tiene il lettore in un continuo stato di choc derivante dall’amalgama di rime e assonanze, sincopi e flussi, gergo e tensione a “rubar matite a tutti” che mette sullo stesso piano autore, narratore e lettore, tutti coinvolti nello “scarabocchiare” e nel “mescolarsi nei mille rivoli di un parlato in creazione, costantemente relazionato con elementi colti, in un impasto che non perde mai la sua carica aggressiva, comica e ludica”, come il sentire de’ “Lo stato sociale”.

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Gillo Dorfles, un maestro raro

Nella giornata di oggi il vernissage della mostra dedicata al suo dialogo con Paestum, nella torre n°28 della cinta muraria, che ci catapulterà nel suo mondo ironico, infinito.

 di Antonello Tolve

Il 2 marzo 2018, quando appresi della scomparsa di Gillo Dorfles, ero a Cluj-Napoca, in Transilvania, invitato da Ioan Sbarciu, presidente del senato accademico dell’UAD (Universitatea de Artă şi Design), a tenere la Laudatio per la Laurea Honoris Causa che conferimmo a Enzo Cucchi. La notizia di questa perdita, lo ricordo ancora come se fossero passati appena pochi giorni, mi lascio amareggiato e anche un po’ sorpreso: quasi incredulo. Sapevo, certo, che Gillo da tempo non stava molto bene, ma non avrei mai immaginato che questa figura ormai mitica – lui che non voleva assolutamente rientrare nella posizione irritante del mito contemporaneo che etichettava come una sorta di matusalemme o di fenomeno da baraccone – potesse spengersi da un momento all’altro, non essere più tra noi a darci un aiuto, un sostegno morale, a farci da guida con le sue brillanti dichiarazioni sul presente. Ero a tavola, e tra i commensali feci finta di niente, anche se ero forse visibilmente addolorato. Mantenevo una certa distanza: e con un intimo silenzio tradito dal telefono che di tanto in tanto squillava. Mi chiamavano ininterrottamente per chiedermi un articolo; ma non mi feci stringere dalle morse del coccodrillo di turno, fui alquanto categorico nel dire che ero molto occupato. Soltanto qualche tempo dopo, invitato da Matteo Bergamini a scrivere un pensiero su Exibart, rivista che Matteo dirige con grande puntualità, ebbi a ricordare alcuni miei incontri con un ragazzo della critica la cui curiosità è stata davvero ineguagliabile. Gillo non è stato per me soltanto uno dei più preziosi maestri che ho incontrato, ma anche un amico, in alcuni casi un confidente. Ricordo ancora quando mi invitò a Milano, in occasione della grande esposizione organizzata a Palazzo Reale per festeggiare i suoi primi cent’anni. Ci incontrammo in Piazza Duomo e appena entrati in mostra, ad attenderci, c’era una scolaresca, tanti piccoli curiosi bambini come lui che facevano domande e a cui Gillo rispondeva come un bambino tra i bambini. Una scena indimenticabile, davvero meravigliosa. Dopo circa un’ora, guardata e commentata insieme la mostra, decidemmo di andare a prendere un aperitivo, prima di recarci a casa sua, dove la governante ci attendeva per il pranzo. A metà strada, proprio di fronte al mastodontico Duomo, tra una stuola di turisti che disturbavano la nostra comunicazione, mi sentii dire, con un largo sorriso, «Antonello, senta, mi sembra sgradevole che noi ci si dia ancora del lei, diamoci del tu». La mia risposta fu soltanto, «va bene Gillo». Eravamo diventati «amichetti», diceva lui. Consumato un Crodino, ci dirigemmo di lì a poco verso la Metro e lì ancora una volta Gillo non smentì il suo essere ricordato per il suo passo veloce: si fiondò nel vagone come un lampo per prendere posto per sé e per me. Durante il pranzo si parlò tanto, di poesia in particolare. E di cucina. Come prima portata, tra l’altro, il piatto del giorno era stato creato da lui: penne con zafferano, piselli, cubetti di cipolla e prosciutto cotto. Lo ricordo ancora con il sorriso di quel giorno Gillo. Ricordo i nostri dialoghi, le nostre critiche – aspre, asprissime – nei confronti di mezze calzette e di presuntuosetti che gravitano e che cercano di galleggiare nella diarrea dell’arte d’oggi. La mostra di Paestum – Gillo Dorfles. La sua Paestum – che ho il piacere e l’onore di curare assieme a Nuvola Lista, rappresenta, dopo quella di Milano e dopo Essere nel tempo al Macro di Roma, la più completa analisi non solo del Dorfles pittore, e pittore non più clandestino da quando Cristina Di Geronimo lo invitò a realizzare un numero monografico per le edizioni Taide (siamo tra il 1985 e il 1986), ma anche di un pensiero che si è sempre contraddistinto per chiarezza e per una particolare linea estetica che ha privilegiato, sin dalle lezioni della Western Reserve University di Clevelant (1955), il disadorno, il disarmonico, l’asimmetrico, l’intuitivo, l’intervallare (non dimentichiamo il suo intervallo perduto del 1980 e non dimentichiamo che Il ritorno della pausa era il numero da lui curato nel 1982 della rivista Taide Materiali Minimi), il diastemico e tutto quel particolare materiale mio cinetico che ha definito e puntualizzato e precisato, proprio in occasione della nascita del MMMAC di Paestum (Museo Materiali Minimi d’Arte Contemporanea) a cui ha sempre creduto fermamente, come materiale minimo. «[…]. Tutte le scorie che lo scrittore strappa al suo poema […], tutti i minuti arabeschi che il pittore cancella con le sovrapposte stesure di colore; tutti i ripensamenti poetici, musicali, pittorici, che rimangono lettera morta destinata al cestino dell’immondizie, sono invece spesso le uniche germinali intuizioni da cui può prendere l’avvio l’opera autentica […]», aveva scritto nel 1982. Gillo era davvero una persona rara, un amico, un maestro che, assieme ad Angelo Trimarco, mi ha insegnato la giusta misura, l’obiettività di fronte a certi fenomeni che ci ruotano intorno, la lettura di chi si ha di fronte, il silenzio da mantenere, in certi casi in cui non vale la pena parlare ma anzi conservare la freddezza del distacco che pesa più delle parole. Quello che mi manca oggi di questo maestro (quanto avrei voluto averlo con noi a Paestum per questa mostra) è il suo humor, il suo essere Gillo. E del resto, lo sappiamo, la cosa più bella di Gillo era lui, era Gillo.

 

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Per le scommesse sportive online settembre è il mese della rinascita

Le scommesse sportive sono tornate a pieno regime e i palinsesti di questo mese ci
regalano tantissimi grandi eventi fra calcio, motori, basket, tennis e ciclismo. Il peggio per
le scommesse online sembra quindi passato dopo la chiusura dello sport che aveva
messo in ginocchio il settore per alcuni mesi. Ecco cosa ci aspettarsi dai prossimi mesi di
scommesse sportive.
Dal lockdown al successo delle scommesse sportive ad agosto
La luce in fondo al tunnel per le scommesse sportive è finalmente vicina. La pandemia da
covid ha messo in grande difficoltà i piccoli e medi operatori di scommesse online per la
mancanza di eventi nei mesi di marzo e aprile. Ma con la ripresa graduale dei principali
campionati e coppe che hanno potuto finire la stagione e la nuova annata alle porte ,
possiamo finalmente dire che il peggio è passato. Luglio e agosto sono stati i mesi del
ritorno delle principali scommesse sportive sugli eventi top con la Juventus che si è
laureata di nuovo campione d’Italia e con Bayern e Siviglia che hanno trionfato
rispettivamente in Champions League ed Europa League. Le scommesse online sul calcio
hanno riportato il fatturato dei principali siti di betting agli standard dei mesi pre lockdown.
Nonostante l’assenza delle scommesse sugli Europei di calcio e sulle Olimpiadi (con
entrambi gli eventi posticipati al 2021) il palinsesto di agosto dei bookmakers italiani è
stato ricchissimo. Come detto le scommesse sulla Champions League e sull’Europa
League l’hanno fatta da padrona. I match che hanno ottenuto maggior riscontro sulle
scommesse live sono state Atalanta-PSG, Juventus-Lione, Barcellona-Napoli e Inter-
Siviglia. Ma agosto è stato anche un mese all’insegna delle scommesse sugli altri sport
come il ritorno dei playoff NBA, la ripresa dei campionati di Formula 1 e MotoGP e quella
della stagione ATP e WTA di tennis ma non solo. Il palinsesto delle scommesse online è
tornato attivo per il 90%.
Palinsesto scommesse sportive online, il programma dei prossimi mesi
Ma saranno settembre e i mesi autunnali a dare l’ultimo slancio alle scommesse online. Il
calcio sarà il grande protagonista delle scommesse sportive con le nuove stagioni di
Serie A, Premier League, Liga, Bundesliga e Ligue1 ma anche con la Nations League con
impegnate le nazionali di calcio e ovviamente le coppe europee. Le scommesse sul basket
vedranno il culmine dei playoff NBA così come quelle di hockey vivranno la finale della
Stanley Cup di NHL. Il ciclismo offrirà le ultime battute del Tour de France prima di arrivare
alle scommesse sportive online su Giro d’Italia e Vuelta. Anche il grande tennis offrirà
grande scommesse sportive con il Roland Garros giocato in un periodo anomalo per la
storia del mitico torneo dello slam in terra francese.
Le scommesse sportive online vedranno ancora per diverso tempo eventi a porte chiuse o
con un ridotto numero di spettatori, ma questo non potrebbe essere altrimenti vista la
pandemia che a livello mondiale è ancora galoppante (soprattutto negli USA). Nello
specifico le scommesse sportive online sulla Serie A partiranno con gli stadi ancora vuoti
ma i presidenti stanno spingendo per riportare i tifosi sugli spalti con stadi aperti per il 30%
della capienza. La priorità per lo sport e ovviamente anche per le scommesse sportive
online è quella di evitare un nuovo lockdown, come lo auspicano anche altri settori
importanti dell’economia italiana come il turismo ad esempio, che a conti fatti sarebbe
devastante per le finanze delle federazioni e dei club e di conseguenza anche per i
bookmakers che senza eventi top non riuscirebbero a resistere ad una nuova crisi.

Le scommesse sportive con l’arrivo del covid hanno sicuramente vissuto un cambiamento
epocale. Staremo a vedere nel prossimo futuro come reagirà il settore se dovessero
esserci nuove chiusure e le scommesse online dovesse tornare a concentrarsi solo sugli
esports e poco altro. Incrociamo le dite, per il bene dello sport e per la passione degli
italiani per le scommesse online.

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Brad Mehldau: quella continua ricerca della sfida

Successo di pubblico per il gran finale della LXVIII edizione del Ravello Festival, sigillato dall’  “inumano” pianista statunitense protagonista di una eterogenea e colta performance

Di Olga Chieffi

Chiunque abbia familiarità con il pianista americano Brad Mehldau potrebbe contestarlo. Da quando è emerso all’inizio degli anni ’90, ha lavorato in dozzine di ambienti diversi: oltre ad album jazz esplorativi con il suo trio ortodosso, ci sono stati recital solisti, colonne sonore di film, duetti con cantanti d’opera, addirittura un album con un virtuoso del mandolino, progetti di fusion con l’ elettronica, interpretazioni del repertorio classico e collaborazioni con numerose leggende del jazz, spaziando in un repertorio che comprende di tutto, dai lieder di Schumann, all’amato Bach, alle canzoni di Sufjan Stevens e Radiohead. Tutto questo ha preso vita nel concerto che domenica sera ha sigillato la stellare LXVIII edizione del Festival di Ravello, che per uno strano paradosso, per quanto segnata dal lockdown, in particolare nella logistica, non lo è stata certo riguardo i protagonisti di un cartellone, che quest’anno, grazie ai buoni offici e alla fiducia nel direttore artistico Alessio Vlad, ha salutato tre illustri debutti, quali quello di Riccardo Muti, Cecilia Bartoli e, appunto, Brad Mehldau. Il pianista statunitense si è presentato in pubblico in abiti da cowboy, per inaugurare un originale viaggio, in cui ha espresso per intero il suo background musicale. Nella prima parte abbiamo riconosciuto brani tratti dai suoi ultimi lavori “Seymour Reads the Constitution” con il Brad Mehldau Trio, e  “Finding Gabriel”, un progetto in cui nel quale Mehldau fonde diversi stili in dieci brani ispirati al Vecchio Testamento, un percorso narrativo mirato, con una logica priva di contraddizioni, di una cerebrale complessità strutturale, anche se in qualche scelta abbiamo attraversato e letto l’universo minimalista attraverso quel dialogo furioso tra le due mani, attraverso le quali è passata l’intera storia di questo genere. Mehldau ha proposto al pubblico ravellese composizioni originali e rielaborate, in un linguaggio che non ci ha fatto ritrovare in certa atonalità, né in manifestazioni sconnesse di virtuosismo, riuscendo così, a combinare quadri di estrema modernità con il linguaggio della tradizione, ma realizzato in modo da slegarlo dal periodo storico in cui è stato messo a punto per collocarlo come linguaggio dei nostri tempi, coerente e relativamente innovativo. Mehldau è sicuramente uno dei pianisti più importanti del jazz contemporaneo, con una profonda conoscenza dell’idioma jazzistico e la capacità di includere nella sua musica anche elementi estranei al jazz ricavandone nuovi stimoli. Il suo limite sta nell’approccio eccessivamente intellettuale, troppo ragionato e controllato, che gli impedisce di lasciarsi andare con la musica, mancando di provocare un vero coinvolgimento a livello emotivo. Mehldau dà la sensazione di pesare e calcolare ogni nota che suona evitando di caricarla di contenuti emozionali. Una sensazione che, naturalmente, non è stato così fortemente avvertito nella seconda parte della serata dedicata ai Beatles, ai Radiohead e David Bowie, cui ha dato grande importanza all’elemento narrativo, un raccontare, senza punti di attrazione, mai certezze di sintassi narrative, ma una logica quella del tertium, al di qua e al di là di ogni opposizione, simbolo di una ricerca che lui svolge senza sosta, in ogni suo brano in ogni concerto, una storia che ha sempre un inizio e una fine, e resta sempre un viaggio verso un luogo sconosciuto che in fondo è la sfida del jazz.

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Armando Cerzosimo: “In a sentimental Mood”

Presentata ieri mattina la mostra, presso la Galleria Camera Chiara, in serata l’opening per l’esposizione che sarà fruibile sino al 23 settembre, comprendente opere dello stesso Cerzosimo, unitamente a immagini di Corradino Pellecchia ed Edoardo Colace

di Giulia Iannone

Rubiamo il titolo ad uno dei più famosi song di Duke Ellington, per poter avvicinare la “connessione sentimentale”, che lasci spazio al silenzio, al dubbio, ma mai all’incoerenza o all’incertezza semantica, per descrivere le sfumature di un’emozione, che ha avuto bisogno di innescare Armando Cerzosimo per fotografare “Il panno ritrovato”, la cui riproduzione è oggetto della mostra presentata ieri mattina ed in essere presso la Galleria Camera Chiara, in via Giovanni da Procida, 9, sino al 23 settembre. “La fotografia è una parola che da sempre mi affascina e mi coinvolge, ha affermato Armando Cerzosimo, una parte importante della mia vita, una professione, una passione, un sacrificio, una liturgia, un continuo approfondire e studiare come la fotografia si evolve e si adatta al contemporaneo. Se devo trovare la parola giusta da affiancare alla mia  idea  di Fotografia forse è contemporanea. Da questa convinzione, di fare in modo che quest’arte venga considerata veicolo importante di documentazione ed informazione, ho accolto con grande piacere e senso di responsabilità l’invito da parte di Don Michele Pecoraro di fotografare “Il panno di San Matteo” dopo lo straordinario intervento di restauro. Poi, lo studio della luce per poter dare una plasticità alla immagine è stata la prima cosa che è stata affrontata. L’orario pensato, poiché l’intervento fotografico avevo deciso di effettuarlo in esterno, nell’incantevole cornice del quadriportico del duomo, è stato quello delle  9 del mattino del 21 agosto per avere la giusta luce che sposasse il dipinto. Restava un ultima scelta: quale delle mie amate macchine fotografiche utilizzare. Scelta obbligata la Hasselblad H4D. Ora bisognava fare un’ ultima operazione prima di scattare, la connessione sentimentale, che si istaura tra soggetto da fotografare e me. Innamorarsi e poi scrivere ( fotografare). A tutto questo va   aggiunto che all’interno del mio intervento, altri due valenti fotografi salernitani, hanno realizzato un interessante backstage, tra l’altro senza che nemmeno me ne accorgessi. Rivedendo le immagini sia della quinta teatrale e di me che lavoravo, ho creduto dare merito a Corradino Pellecchia ed Edoardo Colace, organizzando una piccola mostra all’interno della mia galleria di quanti hanno contribuito a questo bellissimo momento di ritrovamento, di bellezza di fede e di fotografia”. Conferenza stampa molto accorata ieri mattina che ha salutato la partecipazione di ben tre relatori Olga Chieffi, Enzo Todaro e Giovanni Guardia, unitamente a tutti gli “attori” di questa iniziativa, Don Michele Pecoraro, Antonia Willburger, Rosa Carafa, Rosanna Romano, Antonia Autori, Diana Sardone, Francesco Silvestri, Vassallo Antiques/Daniela Mellone, E.Fruscione e figli, Eliografia Caggiano Gianpaolo. La conferenza è cominciata con gli interventi del Presidente dei Giornalisti Salernitani dr. Enzo Todaro che ha acceso il confronto e il dialogo in sala sul ritrovamento e il restauro dell’antico panno, sulle azioni meritorie di Don Michele Pecoraro e della Prof.ssa Diana Sardone Di Lorenzo che guida il “Club Inner Wheel Salerno CARF”, nonché di Antonia Autori, presidente della Fondazione Comunità Salernitana, bacchettando la Soprintendenza alle belle Arti rappresentata da Rosa Carafa e Rosanna Romano, che hanno ribattuto circa le attuali casse vuote dell’ istituzione e la quasi totale impossibilità di agire in prima persona, nei restauri, in primo luogo, di beni mobili, ma il potere di controllarne la bontà del restauro. Tecnico l’intervento del professore Giovanni Guardia, già della soprintendenza, che ha sottolineato l’azione di restauro, nonché la necessità dell’azione fotografica, che consegna il panno in primo luogo alla più semplice fruibilità collettiva, nonché alla possibilità di un utilizzo e rielaborazione del file fissato dal fotografo. Anche l’amministrazione cittadina ha applaudito a questa importante operazione, per bocca di Antonia Willburger, la quale ha sottolineato come si fosse creata una bella e forte sinergia tra privato, chiesa e istituzioni pubbliche, per salvare l’arte, una via da continuare a percorrere. Una traccia che intende seguire anche Don Michele Pecoraro, fulminato dalla bellezza e dalla dolcezza del Panno ritrovato, un altro tipo di connessione sentimentale e di empatia, ritrovato nello sguardo di Matteo e di Sant’Anna, che allungano la loro protezione, sul golfo lunato, che ha ispirato al nostro caro parroco, un progetto speciale, il cammino di San Matteo, in 24 stazioni, da Casalvelino al duomo di Salerno. Di qui il discorso si è aperto ancora a tanti nuovi significati. Il tempo come chiave essenziale di una narrazione fotografica, capace di trasformare il significato di quell’attimo fermato nello scatto. Passato che cambia significato nel presente che si prepara ad accogliere nuovi concetti nel futuro. Ed entra in gioco la memoria. Ragionare in termini di fotografia di memoria ci mette nella condizione di ricercare tutti gli elementi capaci di generare un discorso nel presente che sia in grado di avere un valore nel futuro, fermare il tempo di spaccati di realtà che si arricchiscono con storie che devono ancora accadere. Storie che possono rafforzare il loro significato originale o addirittura stravolgerlo, ma che in ogni caso non lo lasciano mai nella stessa posizione storica ed emotiva in cui l’abbiamo trovato. Se poi quei singoli blocchi di passato si ripresentano, evocati da un’immagine o da una qualsiasi emozione di ritorno all’indietro con tutto il contorno delle passioni, delle speranze, dei timori e delle angosce di allora, ci si accorge che l’identificazione con essi non supera spesso l’emozione di un istante. Questi scatti al “Panno ritrovato” sono anche caratterizzazione della fotografia come testo, come fonte storico-documentaria per ricostruire in modo plastico ed evidente uno spaccato storico, culturale, ambientale, antropologico. Il vernissage, infatti, è stato impreziosito da un reading, affidato a Brunella Caputo, della rievocazione della festa dell’Alzata del Panno, da parte di Fernando Dentoni Litta, tratta dal suo volume dedicato alle Tradizioni Popolari Salernitane, appartenente al  mito della piccola Salerno di una volta, città ignara e serena, fiduciosa e gentile, civilmente ordinata, non insensibile alla cultura, sia letteraria che musicale, allo stesso tempo rispettosa delle proprie tradizioni e interessata al miglioramento e al progresso e da un’analisi critica di Cristina Tafuri. 

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Ravello Festival, la splendida anomalia

Ultimo concerto classico per la kermesse con l’Orchestra del Teatro San Carlo, condotta da Marco Armiliato, senza sbavature, fresco e coinvolgente con un pubblico entusiasta che ha purtroppo è stato mandato a casa senza bis

Di Lucia D’Agostino

Sta per concludersi il Ravello Festival e uno degli ultimi appuntamenti è stato il concerto con protagonista l’Orchestra del Teatro di San Carlo di Napoli, per la seconda volta quest’anno, diretta da Marco Armiliato. Il maltempo improvviso ha costretto orchestrali e pubblico a “riparare” all’Auditorium Oscar Niemeyer con un cambio di programma e inizio con mezz’ora di ritardo, gestito egregiamente da tutta l’organizzazione, che non ha tolto nulla al risultato finale della serata in gran parte dovuto alla conduzione moderna e grintosa del direttore d’orchestra. Di origini genovese, cresciuto in una famiglia dove la musica è di casa (suo fratello Fabio è un tenore), a suo agio soprattutto nella direzione della lirica dove si è procurato una fama a livello internazionale (di casa al MET di New York, all’Opéra de Paris e alla Wiener Staatsoper) Armiliato è un sostenitore appassionato della divulgazione della musica classica ad un pubblico trasversale che coinvolga giovani e chi da quella fruizione in genere si tiene fuori. Una passione che traspare da una carica energetica, libero sul palco senza leggìo e spartiti, trascinante per i 44 musicisti impeccabili nell’esecuzione del programma incentrato su Franz Schubert con l’Ouverture in re maggiore “im italienischen Stile”, D.590 e l’Ouverture in do maggiore “im italienischen Stile”, op.170, D.591 e Johannes Brahms con la Serenata n.1 in re maggiore per orchestra, op.11di Brahms. Concerto senza sbavature, fresco e coinvolgente con un pubblico entusiasta che ha purtroppo fatto a meno di un bis. A chiusura di questa edizione particolare, che ha dovuto fare i conti con la riduzione dei posti e il rispetto del distanziamento fisico, ci piacerebbe fare una considerazione a margine di una intervista rilasciata qualche giorno fa dal direttore artistico del festival Alessio Vlad. Premesso che almeno quest’anno si è avuto il buonsenso di fare marcia indietro rispetto al 2019 dove l’idea di rivoluzionare la rassegna coinvolgendo solo orchestre italiane, all’insegna del Made in Italy, è stata fallimentare, vogliamo tornare sul tema dell’interdisciplinarietà che aveva caratterizzato il Ravello Festival soprattutto negli ultimi anni seguendo una crescita ed evoluzione naturale e senza forzature. Vlad sostiene di voler tornare alle origini, focalizzandosi solo sulla musica classica in nome del nume tutelare di Richard Wagner da cui tutto è partito, con ospiti anche internazionali. Il jazz, almeno come quest’anno, se tutto va bene relegato, ad una sezione collaterale, e la danza, ad esempio, fuori. Per Vlad il faro diventano Salisburgo e Lucerna, e chi cerca qualcosa di diverso può andare a Spoleto e a Ravenna. Va ricordato non solo che numeri alla mano, diversamente da quanto sostiene, gli introiti della biglietteria fino al 2016 sono stati consistenti (una voce non proprio irrisoria nel bilancio) e si sono dimezzati nei tre anni successivi con il cambio di natura, il che significa che l’afflusso di pubblico si è modificato. Ma che Ravello è un’anomalia, bellissima anomalia, non solo in Campania, ma in tutto il Sud dove fino a qualche anno fa stranieri e non solo prenotavano appositamente in uno dei luoghi più belli al mondo per non perdersi uno spettacolo, un concerto, anche jazz, anche pop, proprio qui sul Belvedere di Villa Rufolo che è uno spettacolo nello spettacolo. Ravello è sì la Città della Musica ma è anche qualcosa di più, è la magia di un concerto, di una performance creativa che dal contesto riceve un valore aggiunto, dove il paesaggio, l’atmosfera sono protagonisti a pari merito dell’arte. Si eviti l’errore di volerla ridurre, per modo di dire, a sola rassegna di musica classica. Il Festival di Ravello è molto di più, un di più che va valorizzato con le dovute competenze, non mortificato.

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Ritornare al dialogo con la bellezza nella Casa dell’Angelo

Venerdì sera buon concorso di pubblico per il vernissage della mostra all’Eremo del Santo Spirito in Pellezzano , un omaggio all’Ugo Marano nascosto, alla sacralità della creazione, al confronto con cinque giovani artisti, Paolo Bini, Federica D’Ambrosio, Antonio Buonfiglio, Cristian Leperino e Ivano Troisi

Di OLGA CHIEFFI

La libertà, dopo questo periodo di clausura, è poter tornare a confrontarsi con la bellezza. Dovunque, si vada, ad un concerto, ad uno spettacolo, venerdì, sera all’ inaugurazione della mostra dedicata ad Ugo Marano, in dialogo con cinque giovani artisti, con la sua eredità artistica, le energie, l’entusiasmo, seppure con la costrizione del numero limitato e, quindi, del tempo di visita, che urta con l’istante infinito dell’arte, sembrano triplicate, e se ne può godere maggiormente la gioia, per aver realizzato  un sogno. Sì, un sogno che è stato condiviso da Andrea Marino, Assessore alla Cultura del comune di Pellezzano, che da tempo  desiderava omaggiare Ugo Marano, un figlio illustre di questa terra, il sogno del Sindaco Francesco Morra, che ha impreziosito con questa grande mostra il bicentenario del suo comune, riaprendo un sito caro all’intera popolazione, e pronto ad accogliere un turismo di alto profilo, il sogno della moglie di Ugo Marano, la signora Stefania Mazzola, nei suoi occhi, brillava una luce particolare, nell’annunciare che la casa dell’angelo è solo un punto di partenza, poichè di questi tempi il prossimo anno, si tenterà di riaprire la “fabbrica” di Ugo Marano, e l’impegno di Marco Alfano, il curatore, che ha impostato l’esposizione sul Marano nascosto, sull’Ugo disegnatore, designer, scultore, progettista, in dialogo con cinque giovani artisti di respiro internazionale, Paolo Bini, Antonio Buonfiglio, Federica D’Ambrosio, Christian Leperino e Ivano Troisi. Raccolti  sul primo terrazzamento interno dell’ Eremo, ci ha accolto un Ugo onirico che solleva la luna dal pozzo. E’ il  segno del sentire di Federica D’Ambrosio, in cui non possiamo non riconoscere quello del padre Gelsomino e quello di Federico Fellini de’ “La voce della Luna”. E’ La bellezza che viene trasmessa alle generazioni future che desta stupore e ammirazione di fronte alla sacralità della vita, della creazione artistica, da cui può scaturire quell’ entusiasmo di cui hanno bisogno gli uomini di oggi e di domani per affrontare e superare le sfide cruciali che si annunciano all’orizzonte. La bellezza è cifra del mistero, invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Tra i quattro elementi acqua, terra, fuoco, aria che Ugo Marano ha posto alla base della sua vita creativa, si sono fatte avanti le installazioni di Ivano Troisi, che ci porta nella la terra dei reverberi, tra gocce di rugiada, in cui il fruitore fa vivere l’opera, unitamente alla teoria musicale di Karlheinz  Stockhausen, il quale prende a soggetto di “Licht” il cosmo nel suo infinito spazio-temporale, ossia l’essere “sub specie aeternitatis”, onde non si può non avvertire una tensione ad abbracciare la realtà del mondo e trascenderla in una teoria archetipa di simboli, nella quale teoria dovrebbe risiedere il fondamento dell’ “Urgrund der Natur”, la “causa prima della natura”. L’esito di siffatto teatro è per un verso un flusso sonoro primordiale e magmatico che s’espande ininterrotto in tutte le direzioni per intriderle di sacrale ieracità, per altro verso è un altero equilibrio tra trascendenza ed irrealtà, tra misticismo e visionarietà, tra utopia e sospetto di lusinga. E’ di Ugo, l’invito al viaggio dei suoi animali fantastici, le escursioni nel regno degli elementi naturali e delle specie viventi nella prima stanza stanza dei monstra e delle meraviglie, capaci di trasportarci attraverso la geografia della storia e del mito, che abbiamo ritrovato alle pareti, nei disegni, e sugli inimitabili vasi, realizzati con la tecnica detta a “colombino”, anche attraverso la felice installazione multimediale di Licio Esposito. Tre inedite sculture di Ugo “La tavola per il Miliardario triste” opera ironica e amarissima, contro una società di svendita e ricarica inerti senza rispetto per il bene comune e l’emozione, “Il tavolo dell’uomo solitario” esoterico ed essoterico al tempo istesso, “La casa dell’Angelo” fatta di profumi, kèpos a lui stesso dedicato. Ancora l’ Ugo Marano il poeta, lo scultore, il ceramista, sempre in dialogo coi più giovani. Stefania nei suoi ringraziamenti ha ricordato come la prima poesia di un Omar Dalmjrò appena quattordicenne, Marco Amendolara, fosse stata appesa nel corso di una delle “Festa delle Idee” di Ugo, di lì un sodalizio, un gioco senza scopo, dove gioco ha il significato di pura avventura, un’affermazione di vita, il tentare progressi creativi, che portarono ai primi saggi estetici di Marco Amendolara, che rivivrà il 25 settembre nella parola di Rino Mele e Alfonso Amendola. Attraversando le celle dell’Eremo, c’imbattiamo nel’omaggio di Paolo Bini che ha deviato dal suo lavoro orizzontale per realizzare un’opera fatta di nastri adesivi colorati che potesse ricordare l’altezza di Ugo e ancora l’angelo Eros di Leperino, lo sguardo di Antonio Buonfiglio sulla valle, raccoglie l’eredità del panismo di Ugo. La natura – diceva Ugo Marano – in termini concettuali è di riferimento ai miei lavori.  Restituisco al legno la sua identità di albero, tratto i materiali pensando alla loro identità d’origine. Nelle mie opere c’è la natura fatta parlare”. 

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Brad Mehldau e il caos controllato

Il pianista statunitense chiuderà stasera, alle ore 20,30 sul Belvedere di Villa Rufolo, la LXVIII edizione del Ravello Festival, incarnandone attraverso la sua tastiera, le due anime, quella classica e quella jazz

Di OLGA CHIEFFI

Tra i caposcuola del jazz contemporaneo, Brad Mehldau, come Winton Marsalis o Enrico Pieranunzi, è uno dei pochi che, a buon diritto, può essere inserito in una programmazione di musica “seria”, per usare un termine caro a Wiesengrund Adorno, soprattutto se in piano solo. Non solo perché Mehldau ha più volte affrontato composizioni di autori classici, ha solo due anni, infatti, il progetto “After Bach”, ma, in particolare, per il fatto che è l’artefice di un pianismo a tutto campo, che possiede cioè un’ampiezza di sensibilità, di tocco e di riferimenti culturali, teso a trascendere pienamente il tipico e limitato approccio del pianismo jazzistico mainstream, rappresentante di un sincretismo culturale, che coniuga un’improvvisazione d’indubbia matrice jazzistica con l’elegante pronuncia classica, oltre al severo comportamento scenico, tipico della più canonica sala da concerto. Stasera, alle ore 20,30, sarà Brad Mehldau a sigillare la programmazione del Ravello Festival, sul Belvedere di Villa Rufolo, incarnandone così le sue due anime. Nella sua performance, potremo rintracciare di volta in volta la rilettura di temi del repertorio pop e jazz o classico, evocazioni, fantasmi, che verranno rielaborati, intrecciati con brani originali e citazioni di altre melodie, sviluppando, così, una personale improvvisazione tematica, una parafrasi degli stessi spunti melodici e, ancor più, dei diversi generi, dei modelli formali presi a riferimento. Cellule musicali note al pubblico, che forniranno il pretesto per un incedere costante e circolare, per godere del suo senso narrativo d’impronta neo-minimalista, dalle ipnotiche evocazioni. Immaginiamo che il programma possa contenere anche delle ballad dal seducente impianto melodico che verrà ritorto insistentemente su se stesso, una fuga, incrociata con uno swing incalzante, fondali sonori di coinvolgente omogeneità o l’esuberanza ritmica e timbrica di certa avanguardia. Apprezzeremo un pianismo frutto della concentrata ricerca di un equilibrio formale, la sapiente modulazione di un tocco raffinatissimo e di complessità armoniche, generante un decantato abbandono, un andamento narrativo avvolgente, magari sui temi di “After Bach”, ove alterna brani del genio di Lipsia, ad altri nati dalla personalità musicale del pianista statunitense. Mehldau rappresenta una dicotomia: è prima di tutto un improvvisatore, grandemente capace di nutrire la sorpresa e la meraviglia che possono derivare dall’espressione diretta di un’idea musicale spontanea in tempo reale; ma subisce anche un profondo fascino per l’architettura formale della musica. Nel suo modo di suonare più ispirato, la struttura presente nel suo pensiero musicale funge da dispositivo espressivo; mentre suona, ascolta come le idee si svolgono e l’ordine in cui si rivelano. Ogni melodia ha un arco narrativo profondamente interiorizzato, sia che si esprima in un inizio, in una conclusione, o in qualcosa lasciato intenzionalmente aperto. I due lati della personalità di Mehldau – l’improvvisatore e il formalista – giocano alternandosi a vicenda: l’effetto è qualcosa di simile al caos controllato, attraverso un’ampia gamma di espressioni, richiamante la giustapposizione degli estremi.

Olga Chieffi

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Annalisa D’Agosto “Voce sola”

Il soprano in duo con il pianista Vincenzo Zoppi ha proposto, nell’arena del Teatro dei Barbuti, un percorso nella canzone napoletana, “schizzato” da Enrico Siniscalchi, sulla traccia delle “periodiche”, i ricevimenti spettacolo che si tenevano nei salotti partenopei

Di Olga Chieffi

E’ da sempre inteso come un salotto all’aperto lo spazio del Teatro dei Barbuti, creato dall’indimenticato Peppe Natella, e il ritrovarsi lì con vecchi amici artisti, musicisti, il pubblico che sempre onora questo spazio, fa parte, oramai dell’ ozio creativo estivo di quel contatto con il sublime, attraverso diverse arti, suoni, immagini, parole, della nostra città. Qui, qualche giorno fa, ci hanno accolto Enrico Siniscalchi, il quale assieme al soprano Annalisa D’Agosto e al pianista Vincenzo Zoppi, ci ha fatto rivivere l’atmosfera delle serate musicali, nei salotti aristocratici e della borghesia nascente della Napoli del periodo d’oro della tradizione musicale partenopea e della sua canzone, attraverso la necessaria avvolgente affabulazione, e quell’ immenso amore nel dire le cose, nel dire il silenzio presente nei suoni delle cose, nel riaccendere la meraviglia. Meraviglia che non è solo incanto o superamento estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio – ossia della morte – e la gioia della parola nel suono delle cose. La canzone colta dei Passatempi musicali di Guglielmo Cottreau, i legami con l’opera canzoni celeberrime, ma come mai si erano ascoltate, frutto di una recherche, che da parte di Enrico Siniscalchi, non poco deve anche al Master in Musica Napoletana del nostro Conservatorio, che vanta un luminare in questo campo quale è Pasquale Scialò da “Te voglio bene assaie”, a “Santa Lucia”, passando da “Fenesta ca lucive”, a “Fenesta vascia”, anche nella rilettura virtuosistica e retorica che Franza Liszt ha inserito in Venezia e Napoli, accennata da Vincenzo Zoppi. E ancora il Gaetano Donizetti, di “Canzona Marenara”, la melodia di Saverio Mercadante e del suo librettista Marco d’Arienzo, omaggiata nella sua “La rosa”. Per continuare con le canzoni della Piedrigotta, l’ironica “E tre chiuove” “‘A luna”. La formazione, ha dimostrato che quel suo particolare Dna ricompare in ogni piega, anche di pagine diverse, distanti centinaia d’anni poiché figlie della stessa madre, l’ostinata armonia della lingua napoletana. Mattatrice della serata è stata la voce del soprano Annalisa D’Agosto, ideatrice, grazie alla sua versatilità di un originale gioco tra spontaneità “popolare” ed educata modulazione “lirica”, evocando gemme musicali attraverso cui ha  fatto apprezzare al caloroso pubblico la sua musicalità naturale ma sempre controllata e docilità d’interpretazione sempre vitale, in cui raggiunge l’autonomia drammaturgica e un tipo di seduzione che arrotonda e scalda il fraseggio. Brani in cui il duo ha saputo sottolineare il piacere del divertimento, della battuta musicale, piegando la pagina al lieve piacere dell’ascolto. Applausi calorosi per tutti  e un bis richiesto e dedicato una intensa serenata che lo stesso Enrico Siniscalchi ha inteso accompagnare con la chitarra, ad uso dei migliori salotti musicali, dove una chitarra è sempre a disposizione ben accordata, per chi la sappia suonare, “Uocchie che arraggiunate”.

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Aspettando la Vedova Allegra…  Mario Cassi : l’eleganza del Conte Danilo

Il baritono aretino sarà il protagonista della Vedova Allegra che andrà in scena domani sera negli spazi antistanti il Teatro Ghirelli di Salerno
Di Luca Gaeta
Abbiamo avvicinato il baritono Mario Cassi nel corso della prova generale che lo vedrà indossare la marsina del Conte Danilo, nella ripresa della stagione lirica del teatro Verdi di Salerno.
Come si è avvicinato alla musica ed al canto in particolare e quali sono state le tappe e le figure significative del suo percorso di studi?
L’amore per il canto e per la lirica in particolare, nacque da giovanissimo, proprio vedendo al cinema il film di Rosi, la Carmen di Bizet, con Domingo fra gli interpreti e anche grazie agli ascolti che la professoressa di educazione musicale ci proponeva a scuola media. Poi nell’86 vidi in tv il Nabucco alla Scala, diretto da Riccardo Muti e da lì incominciò a farsi strada l’idea di voler studiare musica, dapprima privatamente con Slavska Taskova Paoletti, poi con Alessandra Rossi e Bruno de Simone. Fra le tappe più significative, legate al mio percorso di formazione, ci sono sicuramente le vittorie al Concorso Viotti di Vercelli e il “Toti Dal Monte” di Treviso (premio speciale Cesare Bardelli) nel 2002, in seguito al quale ho debuttato ne La Cenerentola di Gioacchino Rossini. Poi “Operalia” di Plácido Domingo nel 2003 (premio Zarzuela) e il concorso “Spiros Argiris” nel 2004.
Nella sua carriera ha avuto modo di incontrare diversi direttori d’orchestra. Che cosa le hanno trasmesso ed insegnato?
Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di incontrare direttori d’orchestra straordinari, che mi hanno scelto, valorizzato e mi hanno fatto conoscere nei più grandi teatri del mondo, insegnandomi tanto. Tra questi il primo è stato il maestro Riccardo Muti, al quale devo non solo alcuni dei più grandi successi, ma soprattutto  gli devo un metodo di lavoro e un approccio al testo musicale. Quello che, in definitiva, è il vero lavoro dell’interprete. Non posso dimenticare il lavoro svolto con il maestro Zedda, quando nel 2011  mi scelse per portare in scena Il barbiere di Siviglia al Rossini Opera Festival nella sua ultima edizione critica. Poi Cristophe Rousset, al quale devo tante belle incisioni discografiche e altrettante riscoperte di musiche bellissime del Seicento e Settecento, da Cavalli a Salieri fino a Mozart. Con lui ho imparato l’importanza dei colori e del fraseggio, della parola scolpita del testo perché siamo, sì, cantanti ma anche attori che devono raccontare una storia con la voce, modulandola in modo tale da saper emozionare il pubblico. Poi Bruno Campanella, col quale non ho avuto tantissime occasioni, ma il Barbiere e il Don Pasquale con lui rimangono nella mia memoria come momenti bellissimi della mia vita musicale. Parlando del belcanto diceva che uno dei requisiti essenziali era il cantare senza sforzo e quindi di come l’orchestra dovesse sempre essere regolata in base al cantante non viceversa. Poi, l’incontro con il maestro Daniel Oren, con la sua immensa musicalità, la sua forza espressiva, la sua profonda conoscenza del repertorio, estremamente rispettoso del segno scritto. Ha un controllo totale dell’orchestra e un amore incredibile per la voce.
Il 9 settembre andrà in scena a Salerno La Vedova allegra di Franz Lehár, primo titolo in programma, dopo la pausa estiva, della stagione lirica 2020 presso il Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno. Ci parla del suo personaggio, il Conte Danilo e di questa produzione ripensata presso il teatro Ghirelli, dove potranno essere garantite tutte le norme anti Covid.
Dopo Falstaff con Bruson e La Bohème, ritorno a Salerno, per La Vedova allegra, riscoprendo sempre il piacere di potersi esibire in questa città ricca di cultura. L’elemento che il Maestro Oren ha individuato come centrale per la lettura di questa partitura è l’eleganza. Un’eleganza che è possibile percepire in ogni singola frase musicale, che rimanda appieno il clima e la dimensione in cui quest’operetta è stata concepita. Alcuni stereotipi legati al mio personaggio, dalla vocalità per nulla semplice, sono stati ripensati, proprio nel rispetto di quanto detto e del fatto che Danilo sia un Conte. In rispetto delle norme anti Covid lo spettacolo è stato ripensato per uno spazio all’esterno, il Teatro Ghirelli, ed inoltre le grandi scene d’assieme saranno ovviamente ridimensionate, ma il clima che abbisogna quest’operetta non sarà tradito, anzi porrà una centralità alla musica ed ovviamente al canto.
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Daniel Oren “il puro folle”

Un successo la Vedova Allegra del post lockdown, nonostante le infinite difficoltà di una location quale è lo spazio antistante il Teatro Ghirelli, il service, l’orchestra situata alle spalle dei cantanti, ma che il bel quartetto di voci protagoniste e lo spirito eclettico di Gennaro Cannavacciuolo hanno impreziosito.

Di Olga Chieffi

Coraggio, ci vuole coraggio, “La Vedova allegra” di mercoledì sera, voluta così fortemente in scena da Daniel Oren e dall’intero Teatro Verdi,  ci ha  invitato tutti  a porre in discussione la certezza, la verità, il luogo, per cercare di rimettersi sempre in gioco, per vivere nello spazio, senza misure, del mondo,  ad armarci e partire per la giusta causa, che, in questo caso, è stata quella di far ripartire comunque la stagione lirica del Teatro Verdi di Salerno, di tornare a “di-vertirci”. E’ termine particolare il divertirsi, proviene dal latino divertere, che sta per prendere altra direzione, volgere altrove, e mai come l’altra sera abbiamo toccato con mano il voler deviare da questo limbo, in cui ci ha trascinato la pandemia. E questa parola è risuonata anche sul palcoscenico di questa Vedova Allegra, racchiusa in una coppa di champagne dal fine e lascivio perlage, che sappiamo voleva essere assolutamente eliminato dal suo inventore il monaco benedettino Pierre Pèrignon, proprio perché foriero di depravazione del gusto e dei costumi. L’ha pronunciata il nostro  Njegus d’eccezione Gennaro Cannavacciuolo, il quale ha rivisto i dialoghi con il Barone Zeta Angelo Nardinocchi, dando sfoggio di estrema eleganza bloccando l’azione a suo piacimento per reinventarla in modo da riprogrammare gli eventi portandoli nel giusto verso, ed ecletticità trasformandosi anche in mirabile “puntacchiere”, nella sua aria “Stasera faccio il Parigin!”. Daniel Oren, al solito ha trovato perfetta identità di vedute con l’impostazione registica di Ermeneziano Lambiase, plasmando la sua direzione su tempi serratissimi e dinamiche guizzanti, ripulendo il suono da qualsiasi muffa languorosa e aprendo, tuttavia, ove necessario, a squarci lirici di grande suggestione, il tutto a rendere piena giustizia a quello che a tutti gli effetti è uno dei grandi capolavori del Novecento. L’Orchestra Filarmonica Salernitana smagliante nel suono, ha risposto con entusiasmo, nonostante qualche inevitabile inciampo, poichè Daniel Oren, posizionato dietro i cantanti ha diretto per il più delle volte di spalle all’orchestra per amalgamare le voci che, diverse volte non sono poche in palcoscenico. In altri casi, bisogna ammetterlo, l’elemento espressivo ha ceduto a un gusto più ingenuo e gioco, come nella Marcia moderato di Valencienne, col caratteristico colpo in contrattempo, un gioco che comunque corrisponde al personaggio della signora assolutamente per bene  e tuttavia appassionatamente dedita al f1irt. Un plauso ai protagonisti, che si sono mossi sulla balconata liberty creata da Alfredo Troisi, con Marily Santoro che canta e balla benissimo, e ha schizzato una Hanna Glawari a tutto tondo, ironica e appassionata, languida e volitiva, perfetto contraltare al Conte Danilo, il baritono Mario Cassi, ottimo cantante ma contenuto attore, mentre la Valancienne di Nina Solodovnikova, ha rubato l’occhio dell’intero pubblico presente, nella sua uscita finale in Baby Doll, cogliendo perfettamente anche il lato melanconico del personaggio e tenore sopra le righe certamente Giorgio Misseri, che ha dato vita ad un Camille de Rossillon dalla deliziosa ed assai educata voce. Eccessivo il divario tra i protagonisti e i comprimari, Antonio Palumbo, il visconte Cascada, Nazzareno Darzillo Raul di Saint Brioche, Maurizio Bove, Maria Teresa Petrosino, Sylviane, Christian d’Aquino, Kromov, Valeria Padovano, Olga, e Sara Vicinanza,  Praskovia, con Vittorio Di Pietro nel ruolo di Pritschitsch, validi certamente per la rappresentazione messa su dal nostro conservatorio, che pur abbiamo applaudito, ma non certo all’altezza di un cast di questo livello, così come anche il balletto offerto dal Liceo coreutico Alfano I, coreografo da Massimiliano Scardacchi, che ha presentato una fila di cancaneuse dall’altezza diseguale, su cui ha spiccato l’assoluto talento di Maurizio Paolantonio, che inanellando un buon numero di fouettes e salti mortali, ha impreziosito il gran finale dell’opera. Onori anche al coro che preparato da Tiziana Carlini, ha eseguito dignitosamente il suo compito grazie anche a due ghost-meister che nonostante ben mimetizzati in aigrette, abito lungo e frac, abbiamo intravisto tra gli scranni, Lucrezia Benevento e Maurizio Iaccarino. Service di palcoscenico in gravissima difficoltà nel II atto con il Conte Danilo che ha dovuto cantare e recitare praticamente senza microfono, forse un bando serio del comune di Salerno, in particolare in questi eventi importanti sarebbe necessario. Ma, nonostante tutto, il finale è stato veramente brillante e lunghissimo, con un coup de theatre, che ha salutato gli ottoni, guidati dalla tromba di Raffaele Alfano, da l’altra sera soprannominato “hot lips”, per la ripresa del Can Can di Offenbach, ripreso almeno sei volte, in palcoscenico e i ballerini tra il pubblico, in un ideale e prolungato, musicale, caloroso abbraccio. Dal palco ancora una volta l’invito a pervenire a quell’infinito eccesso che possa farci arridere all’impresa, per affermare ciò in cui crediamo, per opporsi alla distruzione di un sogno, un’illusione, risorgendo sempre, dopo ogni caduta.

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Cannavacciuolo riparte dalla vis comica del Njegus

Abbiamo incontrato l’attore napoletano dopo la “premier” della Vedova Allegra che segna la ripresa del cartellone lirico del teatro Verdi di Salerno

di Luca Gaeta

In questi giorni sta andando in scena, qui a Salerno, La Vedova allegra di Franz Lehár. Fra i protagonisti di questa produzione, lei darà voce al personaggio di Njegus, l’esilarante impiegato di cancelleria dell’armata pontevedrina, che grazie alle sue astuzie ed ad alla sua praticità riesce sempre a gestire gli eventi e prevenire gli “incidenti” diplomatici. Ci parla del suo personaggio e di questa messinscena?

Interpretare Njegus è estremamente stimolante. Questo personaggio, dall’apparente semplicità, legata alla sua verve, all’ironia, alla sua vitalità, abbisogna in realtà di un lavoro attento, capace di conferire i tratti di cui parlavamo in precedenza, ma di saperli miscelare in quel clima di eleganza che a mio parere contraddistingue questo titolo. Per ovvi motivi, legati all’emergenza che stiamo vivendo, lo spettacolo è stato ripensato per uno spazio all’aperto, il Teatro Ghirelli. Se da un lato proporre uno spettacolo di questo genere in uno spazio all’aperto pone delle difficoltà maggiori, per gli interpreti, per l’orchestra e le diverse maestranze, a discapito anche degli effetti sonori e scenici, che in teatro ritrovano la loro naturale collocazione, dall’altro lato rappresenta, in questo momento particolare, un segnale importante di ripartenza, di ritorno (se pur in modo parziale e con le giuste precauzioni) alla normalità. Proprio per questo ringrazio la direzione artistica del Teatro Municipale di Salerno, in particolar modo il Maestro Daniel Oren e il Maestro Antonio Marzullo. In questa produzione ritrovo con piacere anche diversi giovani interpreti che presero parte all’edizione del 2019, sempre al Teatro Verdi, de La Vedova allegra, in quell’occasione pensata per i talenti provenienti dal Conservatorio di Musica – Martucci di Salerno. 

Come ha vissuto la quarantena?   

Dopo la notizia della chiusura delle scuole, ho percepito subito la complessità e la gravità di quello stava succedendo e quasi in modo istintivo, con la mia famiglia, ho deciso immediatamente di spostarmi a Sabaudia, in una casa di famiglia. Qui ho trascorso tutti i mesi della quarantena, alternando interviste, a prove, realizzate grazie alla tecnologia con i diversi musicisti che collaborano ai miei spettacoli e poi  ho dato spazio alla creatività, pensando e cominciando a scrivere uno spettacolo, del quale non ne parlo ancora, legato alla biografia di un grande artista. Colgo l’occasione per ringraziare l’Istituto IMAIE, che nei mesi di chiusura ha garantito il sostegno per i suoi iscritti, oltre a tutelare i diritti degli artisti interpreti ed esecutori. 

Quali saranno i prossimi impegni?

La Vedova allegra qui a Salerno è il mio primo spettacolo post lockdown. Poi ci sarà la ripresa dello spettacolo Cyrano, il celebre musical di Riccardo Pazzaglia, con le musiche di Domenico Modugno, portato in scena dopo quarant’anni di assenza, che ha debuttato a Napoli, all’Augusteo l’anno scorso e poi la ripresa di alcuni mie spettacoli musicali. 

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Freschibuffi: la parola musicale e musicata

Questa sera, in piazzetta Grotta a Cetara, il secondo appuntamento del Festival Teatri In Blu, ideato da Vincenzo Albano, che ospiterà Ivan Talarico e Claudio Morici

 

Di Olga Chieffi

Uno scrive libri, ne ha già pubblicati cinque, è un narratore ed umorista e i suoi testi sono molto gettonati, l’altro è un cantautore in equilibrio tra giochi di parole e storie d’umore, specialista della chitarra onomatopeica, con cui riproduce i suoni più impensabili, oltre che un habitué del Premio Tenco. Saranno Ivan Talarico e Claudio Morici i protagonisti del secondo appuntamento del cartellone Teatri in Blu firmato da Vincenzo Albano, allestito apposta per Cetara, quest’anno con una decisa sterzata verso la parola musicale e musicata. La Piazzetta Grotta, ove tutto avrà inizio stasera, alle ore 21, è pronta ad essere conquistata dall’ironia dell’originale duo, come tanti altri palcoscenici di nicchia, fino, però ad arrivare alla sala Petrassi dell’Auditorium, possiamo già dire, “Ennio Morricone” di Roma, grazie all’ imprevedibilità delle canzoni e alla forza dei contenuti che entrano subito in contatto con il pubblico. In “Freschibuffi e altre trasmigrazioni dell’anima”, la coppia sulle tracce dei Maestri Giorgio Gaber, Remo Remotti, e del ridere amaro all’italiana, soprattutto nel modo di fare teatro sociale e nel modo di recitare poesie, legate all’attualità, racconta la sua storia incrociata, spaziando dalle prime collaborazioni sporadiche in una Roma caotica e spaesante, fino agli spettacoli comici a due, volti a sconfiggere apatie pubbliche e depressioni private. Esilaranti koan in forma di canzoni e brevissimi monologhi che narrano di amori, lavori e figli maschi attraverso pezzi come “Dio è uno stalker”, “Timo e timore”, racconti di stili di vita antibiotici e di abbracci che durano trentacinque minuti. L’umorismo che scaturisce è più che tagliente, a volte caricaturale, tra freddure e spietatezza. I temi affrontati sono svariati: dalla salute si passa all’illusione della felicità; dai meccanismi complicati delle coppie, giocando sull’ascolto di entrambi, si toccano poi anche i luoghi comuni. Entrano in gioco la violenza, il traffico cittadino e l’impresa di guidare per uscirne vivi, il cibo, i social, i quartieri di Roma, e così via, tirando fuori dal cassetto delle tesi assurde, il cui significato bisogna captare tra le righe. Un calderone di giochi di parole sotto forma di metafore che inebria il pubblico mediante melodie andanti e cadenzate, testi figurati, e tanto divertimento. Un percorso ironico e dissacrante per un unico scopo: mostrare come risate, riflessioni e sopravvivenza parlino la stessa strana lingua e quanto sia impossibile tenere l’anima ferma in un unico punto.

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Vadim Repin il siberiano dagli occhi di ghiaccio

Il violinista ha stregato ancora una volta il pubblico salernitano con il terzo concerto di Wolfgang Amadeus Mozart, in perfetta empatia con la bacchetta di Daniel Oren alla testa della Orchestra Filarmonica Salernitana

Di Olga Chieffi

Può sembrare un paradosso, ma la ripresa degli spettacoli post-lockdown, sta portando in Campania e a Salerno, diversi rappresentanti del gotha musicale internazionale. Una delle stelle più rilucenti è stato il violinista Vadim Repin, che ha elevato il suono del suo preziosissimo violino “Bonjour” del 1743 Guarneri del Gesù, nel duomo di Salerno, per il concerto in Sol maggiore, K. 216 di Wolfgang Amadeus Mozart, sostenuto dall’ Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, con alla testa Daniel Oren. “Ma come Repin viene per suonare solo il terzo di Mozart , peccato! – ha sottolineato qualcuno”. Il commento è comprensibile solo perché nell’immaginario comune Vadim Repin impersona il genio romantico, l’esecutore mitico, diabolico, che resa materia la musica scritta, la piega alla propria dimensione, appropriandosene, con il suo stile esecutivo che diviene sinonimo di perfezione violinistica, per la tecnica prodigiosa, la potenza e l’incisività del suono, la trasparenza cristallina dell’intonazione e quel colore scuro, a tratti sontuosamente ambrato che ci fa ricordare Ojstrach. Invece, applausi per un Mozart che ha vissuto dell’ integrazione e della varietà del vibrato, il rigore ritmico, a volte troppo spinto nei confronti della pulsazione naturale, specchio di una concezione virile dell’interprete, di estrema sobrietà, estranea all’esibizione virtuosistica fine a se stessa e ai suoi cascami a volte sentimentali, in cui qualche volta forse è caduta l’orchestra, non controllando un vibrato che è andato di qualche decennio oltre. Generosissimo Vadim Repin, che ha concesso ben due bis alla platea, intonando il canto d’amore per Olga di Lenskij “Kuda, kuda udalilis”, prima del duello con Onegin in cui troverà la morte, quindi, afrore di zolfo con le variazioni dal Carnevale di Venezia op. 10 di Niccolò Paganini. Applausi a scena aperta da parte di un pubblico letteralmente stregato da questo violinista dalla sonorità, dovuta non poco al violino e tecnica stupefacenti. Ma la serata ha preso il via con una sorpresa, due numeri dal Sogno di una Notte di mezz’estate di Felix Mendelssohn- Bartholdy, la famosa marcia nuziale, con trombe in piedi guidate da Raffaele Alfano e la danza dei contadini, in cui abbiamo apprezzato il lavoro sull’aspetto sonoriale, sulle sfumature e sulle rifrazioni di timbro, come grande attenzione è stata rivolta alla condotta della ritmica e dell’agogica, priva di qualsiasi rigidità e tuttavia coerente, se non addirittura rigorosa nella naturale flessibilità. L’omaggio mozartiano si è concluso con l’esecuzione della sinfonia n. 40 K. 550 in sol minore, in cui Daniel Oren ha staccato tempi agili e “giusti”, differenziando gli allegri, con fraseggi e dinamiche misurate frase per frase, sfuggendo alla genericità e all’imbellettamento della routine mozartiana.

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Riccardo Muti: da Cimarosa a Schubert sorprendenti anticonvenzionalità

Il “Maestro” fa lezione a pubblico e orchestra sulla grandezza incontrastata della scuola napoletana, da Cimarosa a Mercadante, affidando un mirabile Bellini alla voce di Rosa Feola e al corno di Paolo Reda, per poi eseguire una pensosa Incompiuta di Franz Schubert

 

di Olga Chieffi

Non poteva che essere un’evocazione dei quattro grandi collegi musicali operanti in Napoli e risalenti al ’500 , Santa Maria di Loreto, la Pietà dei Turchini, i Poveri di Gesù Cristo e Sant’Onofrio a Capuana, che nel 1808 confluiscono nel Conservatorio di San Pietro a Majella, dove operavano insegnanti come Durante e Porpora, in un fiorire di musicisti del calibro di Cimarosa, Paisiello, Traetta, Pergolesi, Piccinni e tanti altri fino a Mercadante, la “lezione” offerta da Riccardo Muti, ai suoi giovani strumentisti e alla platea, a corollario del suo debutto al Ravello Festival, con la formazione da lui stesso fondata, l’Orchestra “L. Cherubini”, un complesso che all’Auditorium Niemeyer, dalla non semplice acustica, a differenza del gran concerto di Paestum, si è presentata in ranghi ridotti, adatto al programma, e con qualche rincalzo. L’ago estetico di Riccardo Muti, si è spostato verso, il pensoso, ma la sottolineatura dell’architettura della pagina, con mirabile evidenza, se ha ottimamente funzionato per le tre grandi arie affidate alla voce di Rosa Feola, certo ha tradito la leggerezza dell’ouverture del “Matrimonio segreto” di Domenico Cimarosa, la cui arte, per dirla con Barilli, “porta così leggermente il segno della personalità e del genio sembra creata per abitare a lungo senza peso nell’anima tra profumo di baci….”. Poi l’intervento della Rosa Feola per l’ aria di Donna Anna, “Crudele!….Non mi dir, bell’idol mio” dal Don Giovanni mozartiano, ha rivelato una voce e un canto fra i più puri, semplici e limpidi, poiché rispettosissima dello spartito. Il gioiello è stato “Eccomi in lieta veste. Oh, quante volte!”, da “I Capuleti e i Montecchi” di Vincenzo Bellini, un eccellente manifesto della linea romantica, con il corno evocativo rotondo e morbido che è stato quello di Paolo Reda, arpeggi da poeta che intona sulla mandola, a Ravello sostituita dall’arpa, la linea del canto, che è scorsa indisturbata sulla leggerezza dell’emissione, in omaggio al più soave e pensieroso Vincenzo Bellini.  La Feola ha quindi vestito l’abito di Desdemona per l’ultima preghiera, che ha elevato con una voce e un’interpretazione, al servizio di un’affranta e immacolata tenerezza. La sinfonia n. 8, in si minore, D. 759 “Incompiuta” di Franz Schubert, penultimo brano in programma, ha colpito per la nettezza, talora tagliente dell’articolazione dei fiati, ai quali non hanno fatto perfettamente eco gli archi, lasciando spazio a morbidi aloni e ripensamenti tardoromantici, in tale prospettiva, il risultato espressivo, soprattutto per ciò che ha riguardato il fraseggio e gli impasti dei legni hanno sorpreso un po’ il pubblico in sala. Il fil rouge che lega Schubert alla scuola italiana, è stato l’apprendistato del giovane genio viennese alla scuola di Antonio Salieri, quindi disponibilità affettive di coinvolgente carica emozionale, senza tuttavia quella giuliva ingenuità associata alla più corriva immagine schubertiana, ha caratterizzato la lettura di Riccardo Muti. Finale con l’ Ouverture tratta da “I due Figaro” di Saverio Mercadante, in cui il “Maestro”, dopo aver lanciato il suo ulteriore, giustissimo, proclama agli amministratori dello Stato italiano, per far ritornare la musica italiana sugli scudi, come ai tempi dell’epoca d’oro della Napoli del ‘700, e la sua orchestra, si sono “sciolti” sui fascinosi ritmi di danze caratteristiche su cui è costruita la pagina, fandango, bolero, tirana, cachucha, mandando tutti a casa, dopo tre chiamate al proscenio, senza bis.

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Muti: il futuro e la memoria

Questa sera, Riccardo Muti debutta alla testa della sua orchestra “L.Cherubini” al Ravello Festival, con un programma che spazia da Cimarosa a Schubert. Ospite del “Maestro” il soprano Rosa Feola, per un cameo lirico

Di Olga Chieffi

Sarà un programma che omaggerà la grande tradizione musicale italiana con un finale schubertiano, quello dell’atteso debutto di Riccardo Muti al Ravello Festival. Mancava la bacchetta del maestro pugliese al palmares di uno dei Festival più antichi d’Italia e stasera alle ore 20, 30 nell’Auditorium Niemeyer questa mancanza verrà finalmente colmata. Adatto ai giovani strumentisti, dell’ Orchestra Luigi Cherubini, il programma scelto, a cominciare dall’Ouverture de “Il Matrimonio Segreto” di Domenico Cimarosa, che presenta una compagine tipica dell’opera italiana di fine Settecento, con un uso assai parco degli strumenti a fiato che non vengono tanto valorizzati per le loro specificità e, dunque, per il loro colore, ma impiegati in quanto “gruppo”, finalizzato a produrre massa orchestrale. La sinfonia è introdotta da un Largo che occupa non più di tre misure: lo spazio sufficiente per marcare con tre lunghi accordi in battere l’accordo di tonica di cui vengono messe in rilievo le tre note fondamentali. La versione finale dell’Allegro è in forma di sonata con esposizione, sviluppo e ripresa. Quindi, la ribalta sarà per intero del soprano casertano Rosa Feola, la quale ha scelto di esordire con la grande aria di Donna Anna “Crudele!….Non mi dir, bell’idol mio” dal Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, una pagina di dolce lirismo nella quale la nobildonna cerca di riconquistare Don Ottavio. Come i personaggi metastasiani, Donna Anna non interagisce con gli altri personaggi, rimanendo sempre chiusa nel suo isolamento, quasi parlando a sé. Don Ottavio che la segue come un’ombra, ne è quasi infatti una controfigura, lamentosa e a tratti sospirosa, alla quale manca la pressione nervosa, ma non certo il coraggio. In questa grande aria conclusiva, tuttavia, ciò che conta è la scelta formale del compositore: si tratta infatti del Rondò, una forma di aria in due tempi (Adagio-Allegro), che nell’opera seria di fine ‘700 era sempre assegnato ai personaggi principali, sempre di alta levatura sociale, e sempre per le prime donne delle compagnie. Una splendida introduzione orchestrale, all’interno della quale emerge la voce del corno che intona una melodia tipicamente belliniana piena di pathos, condurrà poi, il pubblico negli appartamenti di Giulietta che, nel raffinato recitativo (Eccomi in lieta veste) caratterizzato da eterei interventi dell’arpa, mostra tutto il suo tormento per un matrimonio che le è imposto. Introdotta dal suono soave dell’arpa e dei legni, la sua cavatina “Oh! quante volte oh quante volte” nella quale Giulietta esprime in un tono elegiaco tutto il suo amore per Romeo, che pur traendo il materiale melodico dalla giovanile cavatina di Nelly (Dopo l’oscuro nembo) dell’Adelson e Salvini, resta una delle pagine più struggenti della partitura che sembra anticipare Ah non credea mirarti della Sonnambula. L’intervento di Rosa Feola sarà sigillato dalla “Ave Maria” dall’Otello di Giuseppe Verdi. Rimasta sola, Desdemona si avvicina all’inginocchiatoio che ha dinanzi una effige della Madonna e prega la sua accorata supplica: sarà l’ultima. Dal punto di vista propriamente musicale, il brano è un vero gioiellino: c’è tutta un’orchestra ad accompagnare le ultime disperate parole di Desdemona, che lo fa con una delicatissima tenerezza. I marcati accordi pianissimo, con rapidi colpi di grancassa, presagiscono la triste fine. I lenti e numerosi cromatismi aumentano il clima arcano; l’intonazione grave del canto tende ad esporre in suoni scuri il senso della preghiera, l’Amen finale, che sigilla il tutto riportando i cromatismi suddetti alla rigorosità di una tonalità ben precisa, chiude il canto e, con esso, l’esistenza terrena di un amore sventurato. Finale del set dedicato all’opera italiana con l’ouverture de’ “I due Figaro” opera perduta di Saverio Mercadante, della quale l’unica parte conosciuta ed eseguita è proprio la sinfonia che venne ridotta per pianoforte da Ricordi che la pubblicò con il titolo “Sinfonia Caratteristica Spagnola nell’opera buffa I due Figaro del Sig. Maestro Saverio Mercadante”, praticamente un sequel delle Nozze di Figaro, il cui titolo nasce da un momento all’interno dell’opera nel quale il Conte cerca di scoprire la verità su Cherubino, e lui si schermisce dicendo di essere Figaro. L’ultima parte della serata sarà interamente dedicata all’esecuzione della sinfonia n. 8, in si minore, D. 759 “Incompiuta” di Franz Schubert. Alla morte del genio viennese, risultavano completati solo i primi due movimenti, Allegro moderato e Andante con moto, mentre di un terzo movimento resta l’ abbozzo dello Scherzo e delle prime battute del Trio. Molti hanno teorizzato che Schubert potrebbe aver abbozzato un finale che invece è diventato il grande entr’acte in si minore dalle sue musiche di scena per Rosamunde, ma ciò è tutto da dimostrare. “Chi potrà fare qualcosa di più, dopo Beethoven?” annota Schubert in uno dei suoi carteggi, ma l’“Incompiuta” è un’opera del tutto originale, una gemma rimasta nascosta fino alla prima esecuzione solo nel 1865. La Sinfonia in si minore è un tentativo – assolutamente riuscito nonostante la sua incompiutezza – di dare una risposta a tale domanda. Mentre in Beethoven ogni elemento concorre a costruire una possente architettura e soltanto in quella assume il suo pieno valore, Schubert esalta il valore autonomo del potere ammaliante della melodia, degli espressivi coloriti dell’armonia e del fascino suggestivo del timbro, come incantato in una mesta meditazione senza via d’uscita.

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Into Parker’s Mood al Ravello Festival

Oggi ricorre il centenario della nascita di Charlie Parker: i riflettori della ribalta di Villa Rufolo si accenderanno sull’ alto sassofonista Stefano Di Battista, il trombettista Flavio Boltro, il pianista Julian Oliver Mazzariello, il contrabbassista Dario Deidda e il batterista Roberto Gatto, e l’orchestra Filarmonica Salernitana diretta da John Axelrod.

Di Olga Chieffi

“Bird era un tipo estremamente ricettivo. Trasformava in musica tutti i suoni che lo circondavano, un’auto sull’autostrada, il rumore del vento tra le foglie…..Tutto per lui aveva un messaggio musicale. Se sentiva abbaiare un cane, sosteneva che gli stesse dicendo qualcosa. Qualche volta, mentre suonava, le donne si mettevano a ballare solo per lui. I loro gesti, i loro visi provocavano in lui una scossa emotiva che subito esprimeva nei suoi assolo”. Il Ravello Festival quest’oggi festeggia il centenario della nascita di Charlie Parker con un progetto speciale dedicato ad uno dei maestri assoluti del sax alto. Stasera alle 21.30 sul Belvedere di Villa Rufolo saliranno Stefano Di Battista, Flavio Boltro, Julian Oliver Mazzariello, Dario Deidda e Roberto Gatto, per evocare lo stellare quintetto di Parker, che vedeva protagonisti accanto al leader, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Charles Mingus e Max Roach. Il concerto sarà incentrato sul lavoro discografico “Charlie Parker with Strings” e su alcuni dei brani della registrazione del leggendario concerto del 15 maggio del 1953, alla Massey Hall di Toronto, che vedrà i solisti sostenuti dall’Orchestra Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi diretta da John Axelrod. Una scommessa difficile, quella di Stefano Di Battista e compagni, navigare su alcune delle melodie dell’immenso talento naturale di Parker, nell’improvvisazione senza regole, a volte torrenziale, a volte immobile, un sound che brucia la pelle, una sfida affascinante, rischiosa, ma la grandezza di Stefano Di Battista è l’umiltà, il suo suono eclettico e cangiante, con cui calerà tutti nel Parker’s Mood, avendoci già più volte provato e con grande successo di critica. L’arte di Charlie Parker ha brillato di una luce che non può essere completamente spiegata e solo l’abusato epiteto di “genio” è davvero adeguato a descrivere le sue doti. E’ riuscito a compiere veri e propri salti di qualità nella comprensione, nell’ideazione e nell’esecuzione musicale: per lui non sembrava ci fosse un confine tra l’ideazione e la realizzazione. Il concerto di stasera sarà incentrato sul lavoro discografico “Charlie Parker with Strings” e su alcuni dei brani della registrazione del leggendario concerto del 15 maggio del 1953, alla Massey Hall di Toronto, che vedrà i solisti sostenuti dall’Orchestra Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi diretta da John Axelrod. In scaletta un mix tra pagine con l’orchestra e brani con il solo quintetto, con un finale in cui saranno eseguiti dei classici del percorso parkeriano, in cui l’organico orchestrale si amplia alle sezioni di trombe, tromboni e saxofoni. Dalle splendide ballades, tra cui “Summertime”, “Laura” e ancora, “They Can’t Take That Away from Me” di George Gershwin a “Easy to Love”, di Porter, pezzo quest’ultimo che avrebbe dovuto essere ripreso in un progetto incompiuto e che avrebbe visto Parker rileggere il song-book del grande compositore, passando per “Just Friends”, sicuramente la cosa migliore di “Charlie Parker with Strings”, capolavoro di improvvisazione collettiva, che inaugurerà il tributo ravellese. Anche se Parker voleva mostrare una certa modestia riguardo al suo talento, le soluzioni musicali suggerivano una sorta di incoscienza o distacco mentale durante l’atto creativo. Raccontava il violinista Anton Chaiferz che faceva parte appunto del gruppo d’archi con cui Parker andò dopo l’incisione in tour negli anni Cinquanta: “Mi ricordo che ero seduto ad ascoltarlo suonare “Laura” e nel bel mezzo del pezzo sento frammenti dell’”Uccello di fuoco” di Stravinsky. Dopo che ebbe finito gli dissi:” Charlie, ma lo sai quello che hai fatto?”. E lui non aveva…. non se ne era neppure reso conto. Era una cosa venuta fuori in maniera estemporanea”. Il secondo set, del tributo ravellese, avrà quale protagonista il quintetto, al quale si aggiungeranno gli ottoni, vedrà l’esecuzione di “Perdido”, di “Salt Peanuts! Salt Peanuts!” da cui derivò il verbo Be-Bop, e ancora “Cherokee”, “A Night in Tunisia”, “Temptation”, “Autumn in New York”. Parker ha sviluppato un nuovo linguaggio di improvvisazione complesso, articolato, virtuosistico e armonicamente ricco di soluzioni e sostituzioni, una assoluta rivoluzione rispetto al passato, anche strumentale, il sassofono nato circa settant’anni prima di lui, con la sua inarrivabile tecnica, che è ancora oggi sorprendente, prese il volo. Le caratteristiche del suo nuovo modo di intendere il jazz furono una tendenza ai tempi veloci “fast tempo”, temi ritmicamente molto complessi, quindi una musica non più ballabile, ma da ascolto, mentre nei brani lenti, Parker divenne drammatico e struggente. Fu l’emergere di una nuova sensibilità più moderna, complessa e nevrotica, quel cambio di rotta del jazz moderno, il suono nuovo, per il cambiamento della società americana. Quando scomparve, a soli 35 anni, era davanti al televisore nella suite dell’Hotel Stanhope sulla 5ª Avenue a New York, appartamento della baronessa Nica Rothschild de Koenigswarter che lo aveva ospitato negli ultimi mesi. La baronessa scrisse: “Al momento della sua partenza, ci fu un tremendo tuono. Non ci ho riflettuto in quel momento, ma da allora ci penso spesso. Un musicista ha ipotizzato che Parker si sia disintegrato in “suono puro”.

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Teatri in Blu: Omaggio a Piero Ciampi

Oggi alle ore 21, al via in piazzetta Grotta la quarta edizione della rassegna di teatro e musica ideata da Vincenzo Albano per il borgo marinaro di Cetara, con “E bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo” di Atir Teatro Ringhiera

Di OLGA CHIEFFI

Stasera alle ore 21, al via in piazzetta Grotta la quarta edizione di Teatri in Blu, rassegna di teatro e musica ideata da Vincenzo Albano per il borgo marinaro di Cetara. Ad inaugurare il cartellone, sarà “E bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo” di Atir Teatro Ringhiera vede in scena Arianna Scommegna, attrice premio Ubu 2014, e alla fisarmonica Giulia Bertasi, che firma anche arrangiamento e drammaturgia della pièce. Lo spettacolo diretto da Massimo Luconi, in prima in Campania, è un viaggio nell’universo poetico di Piero Ciampi, artista incompreso che reinventerà la nostra musica d’autore. E’ questo uno spettacolo che il lockdown totale ha fatto saltare dalla stagione Mutaverso di Erre Teatro, un cartellone che prevedeva ben 22 appuntamenti tra cui questo previsto al Teatro Ghirelli di Salerno il 20 maggio. Vincenzo Albano ha pensato bene di offrire la possibilità al Teatro di Ringhiera di esibirsi e recuperare l’applauso del pubblico al duo femminile. A Piero Ciampi la musica italiana non ha fatto in tempo a regalare lo stesso riscatto da vivo: il cantautore livornese è morto il 19 gennaio del 1980, quarant’anni fa, appena 46enne. Ancora dimenticato, ancora in guerra col Paese, ancora orgogliosamente per conto proprio. Solo poi – come da copione, insomma – sarebbe arrivata la fatidica riscoperta. E il parallelo con Hank (o coi poeti maledetti dell’Ottocento, volendo) non è assurdo: anche lui era un maudit, un alcolizzato che sputava su ogni possibilità di successo; poeta e cantante (nel senso: era entrambe le cose insieme), vagabondo con una sensibilità fuori dal comune, reietto tanto della società quanto dello spettacolo. E anche lui, dopo una carriera da cane sciolto, fatta di mitologia da live ubriachi finiti a scazzottate e litigate, è stato rivalutato ai limiti dell’idolatria, nell’ottica di come l’eccesso ne abbia segnato l’arte, così intima e inimitabile. Oggi, per dire, c’è un premio a lui dedicato (il Ciampi, appunto), e anche a Cetara verrà ricordato con questo spettacolo, a 40 anni dalla scomparsa, con le sue canzoni che puzzano di whisky continuano a essere adorate, citate, spiegate, reinterpretate. Roba impensabile rispetto a ciò che ha rappresentato da vivo: un poeta di strada, incazzato e malinconico, avulso dagli applausi e dai salotti, il randagio della bohème intravista nella Parigi di fine anni ‘50 (dove lo chiamano Piero “Litaliano”) e vissuta dal porto di Livorno che l’ha cresciuto alla Milano delle case discografiche. Fra i pionieri del nostro cantautorato all’inizio dei ’60, Ciampi è stato il più ‘francese’ della schiera, e su canzoni sgangherate versava testi a mo’ di spoken e recital, collimanti con le poesie che leggeva in giro, piene – come i pezzi che scriveva, e come la sua vita – di donne impossibili, romanticismo, emarginazione, periferie, il vino, fame. Cronache sincere di un’esistenza di eccessi, con tutte le conseguenze negative che poteva comportare. Non c’è trucco, non c’è inganno: era davvero la scheggia impazzita della scena, l’osceno, e i suoi pezzi ne rappresentavano lo specchio perfetto. Testi tipo il vaffanculo di Adius o la grottesca dichiarazione d’intenti di Te lo faccio vedere chi sono io restano, sì, oasi popolate da goliardia, arroganza e scorze di malinconia e romanticismo, ma prendono quota soprattutto in relazione ai suoi stessi trascorsi. Un po’ come le altre opere di Ciampi, del resto, in cui i difetti (le cadute di stile, gli arrangiamenti mai davvero curati, i testi non sempre ispirati) e i pregi compongono un unico pacchetto, sensibile e violento. Spigoloso, certo, ma comunque originalissimo. Insomma, Ciampi non è – e forse non è mai voluto essere – al livello dei giganti del cantautorato italiano, ma è forse l’artista più sincero e selvaggio che abbiamo avuto.

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Daniel Oren – Vadim Repin Mozart’ Tribute

Domani sera, alle ore 21, i riflettori del Duomo di Salerno si accenderanno sul violinista russo che incrocerà la bacchetta del nostro direttore per il concerto Concerto per violino in Sol maggiore,  K216

Di Olga Chieffi

Ritorna a Salerno il violinista Vadim Repin, dopo quello splendido concerto cameristico, che lo vide protagonista insieme al pianista Itamar Golan al Teatro Verdi, tredici anni fa. Il violinista russo sarà questa volta ospite dell’Orchestra Filarmonica “G.Verdi”, e del suo direttore Daniel Oren, per l’omaggio mozartiano, nel 250° anniversario del suo viaggio in Italia e del suo passaggio a Napoli, capitale europea della musica. Domani, alle ore 21, nel quadriportico della cattedrale, serata monografica, che verrà inaugurata dal Concerto per violino in Sol maggiore,  K216. Negli anni attorno al 1775, prima del viaggio a Mannheim e Parigi, Mozart è tutto preso dalla voglia di scrivere permil teatro musicale; non avendone l’occasione, nella Salisburgo senza teatri dell’Arcivescovo Colloredo, si adegua alle richieste della sua carica di “Konzertmeister” producendo molta musica da camera e da chiesa; appartengono a questo periodo, intorno ai 19 anni di età, i cinque Concerti per violino e orchestra, il terzo dei quali, quello che ascolteremo da Vadim Repin, reca sul manoscritto come data di completamento il 12 settembre 1775.Nei vari viaggi in Italia, ebbe modo di ascoltare o di leggere opere dei maestri del violinismo italiano, Corelli, Vivaldi, Geminiani, Locatelli, Tartini e Boccherini; Mozart non dà l’impressione di voler far meglio di loro, gli basta la gioia di padroneggiare la materia, dialogando magari con umoristiche allusioni con quei modelli che nella prima metà del Settecento avevano insegnato il “violino italiano” a tutta Europa; salvo naturalmente superarli con improvvisi colpi d’ala, quando il gusto galante dominante in queste opere si ritrae di fronte a una immaginazione e a uno stile superiori. Nell’Allegro d’apertura orchestra e solista si alternano secondo la struttura “a ritornello”: alle ardite entrate del violino l’orchestra risponde con un tono sornione, da opera teatrale (circola un tema che riprende l’aria di Aminta “Aer tranquillo e dì sereni” dal Re pastore); nella sezione centrale c’è un episodio in minore, nulla di tragico o drammatico, ma certo un tocco di severità, quella severità che non manca mai in Mozart. Il ruolo del solista, a differenza di quanto avverrà col pianoforte, qualche anno dopo, è di integrazione e di dialogo, non di antagonismo; qui un’ampia cadenza del violino solo conclude il movimento, e una più breve cadenza solistica si troverà anche alle fine del secondo movimento. L’Adagio centrale, senza oboi, vede gli archi attutiti dalla sordina e il solista affrontare lo slancio di un’aria sul pizzicato dei bassi; un suggerimento del flauto viene subito ripreso dal violino e integrato nella calma del suo canto. Il Concerto si conclude con un Rondeau (Allegro), aperto dall’orchestra su un arguto panorama che attira a sé il solo, leggero e snodato in rapide sequenze; nelle giravolte della forma rondeau, con i temi che si presentano per allontanarsi e poi ricomparire, attrae sopra tutti un episodio in minore, pieno di mistero per l’accompagnamento in pizzicato, alla serenata. Il programma sarà chiuso dalla Sinfonia n°40 K550 in Sol Minore, scritta nel 1788. E’ questa una pagina inafferrabile, una delle più celebri e studiate dalla critica. Impostata nella tonalità di Sol minore (tonalità dell’affanno, della disperazione, della passione, la K550 supera i confini dell’indistinta rivolta emotiva contro il sentimentalismo galante. Se nella giovanile sinfonia K183 (ritenuta il microcosmo annunciatore della K550, il messaggio cupo e inquieto era affermato con univoca determinazione, nel caso della n°40, la potenza immaginativa viene arginata da un’ineccepibile perfezione compositiva, che sottrae la creazione a ogni intemperanza espressiva. Senza turbare la forma, senza forzare le strutture, senza ricorrere a incisive novità di scrittura, questa sinfonia affronta l’intero panorama dello spirito, la lotta, la coscienza, la rassegnazione. Il primo tempo in forma sonata è caratterizzato dalla melodia ampia e cantabile del primo tema presto elaborato in un gioco di contrasti drammatici pieni d’inquietitudine e di tensione. Seguono un Andante su ritmo di siciliana (definito una “pura fantasticheria wagneriana”), un Minuetto rude e severo, ma illuminato dalla serenità del Trio in Sol maggiore e un Finale, denso anch’esso di contrasti, di deformazioni, di ardite modulazioni.

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La Ricetta del Nutrizionista: Quando la carota era viola

Il colore sarebbe stato cambiato in arancione dagli orticoltori olandesi, in onore dell’allora dinastia regnante: gli Orange. Una delle proprietà più conosciute e apprezzate sin dall’antichità è quella di proteggere la pelle dai raggi del sole, prevenire le scottature solari nei soggetti con pelli sensibili.

Di ANGELO PERSICO

La carota è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Apiaceae e il suo nome deriva dal greco karotòn. Questo ortaggio, oggi conosciuto e apprezzato per il suo caratteristico color arancione vivo, anticamente era viola! Il suo colore originale rosso-violaceo, di cui ancora esistono delle varietà locali e di cui si è attuato un recupero, sarebbe stato cambiato in arancione dagli orticoltori olandesi, in onore dell’allora dinastia regnante: gli Orange. La parte edibile di questa pianta è la sua radice, la cui lunghezza può variare da 3 a 20 cm, sebbene esistano varietà “giganti” che sfiorano i 90 cm.  Dal punto di vista nutrizionale la carota rappresenta una vera e propria miniera di proprietà e, per questo come nutrizionista, mi trovo, spesso e volentieri, a inserirla in dieta.  Essa contiene minerali preziosi come: ferro, magnesio, calcio, rame e zinco. Fra le vitamine spiccano: vitamina B e C, ma soprattutto carotenoidi (pro-vitamina A). È infatti fra tutti, il vegetale a detenere la più alta concentrazione di beta-carotene che poi verrà trasformato nella sua forma attiva (vitamina A) dal nostro organismo in caso di bisogno. Non a caso il beta-carotene, deve il suo nome allo scienziato Wackenroder che per primo la isolò, proprio dalla radice della carota.  Una delle proprietà più conosciute e apprezzate sin dall’antichità del beta-carotene è quella di proteggere la pelle dai raggi del sole e quindi previene le scottature solari nei soggetti con pelli sensibili. Il carotene è inoltre un pigmento naturale, responsabile del colore giallo-arancione della carota e viene utilizzato dopo estrazione come colorante naturale nell’industria agro-alimentare (E160). Oggi proponiamo un centrifugato di carote, ideale per fissare l’abbronzatura. (Di seguito la ricetta. Ingredienti per 2 persone). 1) Porre i seguenti ingredienti nella centrifuga: 3 carote (circa 250 g) 1 pesca (polpa pulita), 100 g di melone e 100 g di mango. Azionare la centrifuga. 2) Disporre il nostro centrifugato in un bicchiere con ghiaccio e servire fresco, preferibilmente come spuntino del mattino o del pomeriggio.

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Ravello Festival: The Ellington Day

Questa sera alle ore 21,30  in piazzetta, il pianista Enrico Pieranunzi e il sassofonista Rosario Giuliani, presenteranno il loro progetto dedicato al genio del novecento, Duke’s Dream

Di OLGA CHIEFFI

Duke  Ellington ha inciso con diversi dei suoi solisti, in piccolo gruppo e in duo, a cominciare dal suo contrabbassista Jimmy Blanton, con la sua star Johnny  Hodges in Back to Back e Side By Side, con gli ospiti, Louis Armstrong,  Coleman Hawkins e John Coltrane. Questa sera alle ore 21,30, il Ravello Festival, in piazza, presenterà un duo d’eccezione, capace di realizzare il sogno del Duca, il pianista Enrico Pieranunzi e l’alto sassofonista Rosario Giuliani. E’ un omaggio quello di Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani, a colui il quale, andando a cercare i suoi archetipi, nella forza inventiva della musica colta di matrice europea, dalla quale ha ricavato ed elaborato quei frammenti della creatività e dell’immaginazione, ha offerto alla musica jazz un punto di riferimento capace di riscattare la primordialità creativa dell’Africa Nera, avviandola verso complesse e profonde possibilità di sviluppo: Duke Ellington. Sin dall’iniziale, sinuosa “Isfahan”, Pieranunzi e Giuliani dialogheranno , passando per “Satin Doll”, inizialmente frammentato, acquista una nuova, spiccata identità grazie al sapiente contrasto tra le voci dei due strumenti, che si alternano tra dimensioni di totale improvvisazione e spunti legati alla tradizione. E’ questo uno dei brani simbolo dell’ orchestra di Ellington, una compagine in cui s’intrecciano molteplici elementi psichici e musicali. E’ musica di Ellington, certo, ma al tempo stesso è la musica di ogni singolo membro dell’orchestra. E’ giusto questo il segreto del celebrato “Effetto Ellington”. Sulla front line dell’orchestra, gli insuperati sax ducali, regnava incontrastato il sax contralto di Johnny Hodges, detto The Rabbit, il coniglio, le cui improvvisazioni erano il pezzo forte dello spettacolo. Ritroveremo le sue morbide acciaccature, il suo sound incantevolmente terso, il fraseggio asciutto, nervoso e agilissimo, mantenuto entro arpeggi distanziati, i suoi glissandi da delirio, in “I got it Bad”, “Day Dream” e le diverse ballad affidate a Rosario Giuliani. Il tema, – diceva Johnny – l’ha scritto per me. Del resto, quasi tutti i suoi temi li ha scritti per me, ma quei passaggi li ho inventati io. Anzi no li ho brevettati”. Una possibile identificazione delle ragioni della scelta ellingtoniana va ricondotta al modello di Debussy e di Ravel in modo particolare. Il senso di libertà espressiva che la musica francese riesce a sprigionare da un contesto sonoro al cui interno le coloriture e i riflessi cangianti, operano in modo determinante. Del resto Duke in giovinezza avrebbe voluto fare il pittore, questo il suo sogno: scegliendo di essere musicista non vi ha rinunciato e ha dipinto con l’orchestra, e in scaletta ritroveremo anche brani principi delle suite, quali “Come Sunday”, dalla “Black, Brown & Beige”, una delle opere principe del secolo breve o “Sonnet for Caesar”, da “Such Sweet Thunder”, il progetto shakespeariano di Ellington. In programma, poi, troveranno posto anche brani originali, “Duke’s Dream”, una mini-suite di quasi dieci minuti che si sviluppa per quadri; “Duke’s Atmosphere” e “Trains”, una sorta di scherzo eseguito a tempo veloce con i due strumenti che si inseguono senza tregua. Immaginiamo non possa mancare uno dei brani più famosi del Duca, che si deve anche al genio di Billy Strayorn, l’arrangiatore e pianista, ombra di Ellington il quale, prendendo spunto da un modo di dire del band-Leader, per cui la stazione metropolitana di linea “A” sulla 155 esima strada era solo a 15 minuti di distanza dalla parte centrale di Manhattan, compose Take the “A” Train , un pezzo in tempo medio-veloce, divenuto la sigla dell’orchestra, attraverso cui Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani, ci condurranno naturalmente nella loro personale “Ellingtonia”, sulle tracce del Duca, nella coscienza della sua specificità.

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Daniel Oren meets Kian Soltani

Nel quadriportico del duomo di Salerno, questa sera, alle ore 21, l’orchestra filarmonica Giuseppe Verdi eseguirà con il solista iraniano il Concerto n° 1 in Do Maggiore di Joseph Haydn

Di OLGA CHIEFFI

Daniel Oren direttore d’orchestra, ma anche violoncellista e baritono, si ritroverà stasera, sotto le stelle, alle ore 21, nel quadriportico del Duomo di Salerno, alla testa dell’Orchestra Filarmonica “G.Verdi”, ad ospitare il violoncellista iraniano Kian Soltani. Oren e Soltani, si incontreranno sulle note del Concerto n.1 Hob. VIIb, in Do maggiore per violoncello e orchestra di Joseph Haydn. I concerti solistici di Franz Joseph Haydn vengono in genere considerati lavori minori, vuoi per il carattere disimpegnato, vuoi per le strutture meccanicistiche che, legate ancora alla logica del concerto barocco, condizionano il rapporto tra solista e «tutti». Nondimeno, pur non toccando i livelli vertiginosi raggiunti da Mozart, anche in questo campo Haydn realizza pagine di indubbia qualità e degne di attenzione. È il caso di questo concerto del quale non si conosce la data precisa di composizione, collocabile comunque tra il 1761 e il 1765, nei primi anni in cui il musicista è al servizio degli Esterházy. Scritto per Joseph Weigl, il concerto si contraddistingue per l’abilità della scrittura riservata al violoncello. Il virtuosismo è acceso, non ostentato; i contrasti drammatici tra solista e orchestra sono equilibrati. Per quanto non manchino momenti di tensione, prevalgono le sonorità brillanti e l’atmosfera è nell’insieme serena. Nel primo tempo, Moderato, l’orchestra presenta senza introduzioni un tema principale che, con il suo andamento maestoso su ritmi puntati, sembra quasi una fanfara di vittoria. A questo si contrappone un motivo più pacato che conferisce al brano dinamica emozionale. L’Adagio successivo costituisce una parentesi di intimo lirismo e pacatezza che, malgrado qualche lieve increspatura drammatica, non arriva a intaccare la dimensione serena e ottimistica complessiva del concerto. Il solista, accompagnato dai soli archi, ha modo di esibire tutte le sue doti di cantabilità ed espressività. L’Allegro molto finale è un movimento di grande brillantezza e vitalità che fa pensare a una specie di moto perpetuo di note veloci e staccate, e vede il violoncello cimentarsi in passaggi di agilità molto impegnativi. L’arguzia e l’inventiva più tipiche di Haydn emergono a tutto tondo, conferendo al discorso musicale un carattere estroverso e privo di ombre. Fra le sinfonie composte anch’esse per editori e società francesi nel 1787/89, sicuramente la Sinfonia n°88 in Sol Maggiore che andrà a concludere questo concerto monografico dedicato al genio di Rohrau, vede succedersi nel corso dei diversi movimenti le varie tappe di un’organica vicenda espressiva, che lascia intuire che siamo ormai nell’ambito di quello stupendo equilibrio orchestrale tipico delle «londinesi» e della piena maturità artistica ed espressiva di Haydn. Ecco perché è stato giustamente detto che Haydn arriva qui a toccare il culmine della sua creazione sinfonica in una sorta di esuberante gioia di vivere; un’opera scritta di getto con l’ardore dell’ispirazione — come lo stesso musicista annotò nella partitura autografa. L’opera esordisce con brio all’insegna della gioia, per confermare questa pienezza di sentimento in un Largo di toccante lirismo consolatorio; ma tale positiva crescita dell’animo viene all’improvviso smentita dal clima sardonico e straniante del Minuetto, lacerato da insolite modulazioni e ardite dissonanze che solo nel Trio si arrestano di fronte ad una splendida evocazione del mondo popolare, intrisa di futura mahleriana poesia. La crisi aperta da questa pagina ottiene una risposta dall’ultimo tempo, attraverso il gioco lucido, vivo ed essenziale di una danza burattinesca la cui effervescente ironia corre sui binari di un’abile sapienza compositiva.

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Il “cavalier” Placido Domingo: il baritono eroe

Trionfo indiscusso del cantante madrileno alla reggia di Caserta, che ha spaziato tra l’opera italiana, la Zarzuela e le immancabili canzoni napoletane, in duo con il brillante soprano Saioa Hernandez

Di OLGA CHIEFFI

“Il timbro del baritono è quello più difficile da trovare ed educare – soleva ripetere mia nonna Olga, nel corso delle riunioni serali in salotto, durante le quali si suonava, si poetava, si organizzavano stagioni musicali, mostre, cercando di arricchire la vita culturale di quella piccola città fatta a misura d’uomo, la Salerno dei primi anni del secolo scorso -, la voce di baritono ha un fascino tutto particolare poiché si pone tra il registro del tenore, all’ eterna ricerca dell’acuto e quello scuro e profondo del basso”. La nonna aveva avuto la fortuna di ascoltare i grandissimi Gino Bechi, Ettore Bastianini, Tito Gobbi, Titta Ruffo, Giuseppe Taddei, non aveva che l’imbarazzo della scelta, come non rimanere affascinati dal carisma  di Taddei, così versatile da essere un punto di riferimento sia nei ruoli comici che in quelli più marcatamente drammatici, o l’istrionismo di Paolo Montarsolo e di Enzo Dara, o l’arte finissima di Sesto Bruscantini e di Renato Capecchi fino al maestro Renato Bruson o il basso-baritono Ruggero Raimondi. Cosa avrebbe detto del Placido Domingo che sabato sera ha incendiato la Reggia di Caserta? Che Placido Domingo nonostante azzardi la corda da baritono, resta tenore nell’animo, l’eroe, il “cavaliere”. Domingo affiancato dalla voce splendida di Saioa Hernandez, tecnicamente impeccabile, ha esordito nei panni di Macbeth, uno dei ruoli verdiani più ardui interpretativamente, lambendo soltanto la fragilità dubbiosa e feroce, le cupe screziature in fa minore («Fatal mia donna, un murmure»), e quella disperazione senza pentimento: nell’accorato re bemolle maggiore dell’aria “Pietà, rispetto, amore”. Quindi, dopo il “Vissi d’arte” della Hernandez, il Gérard, di “Nemico della Patria”. Gèrard è mosso dalla gelosia, non dall’ideale politico, deve restare un servo, e anche qui è mancata l’idea della sentina, del tramare nell’ombra, quel fabbricare, pur provando ribrezzo di se stesso, le accuse ad un innocente per trasformarlo in traditore, straniero, “poeta”, nemico della patria. Quindi “La mamma morta” applaudita prova vocale, grazie alla voce duttile, omogenea in tutti i registri e ben timbrata anche nelle parti più gravi. Chiusura della prima parte del concerto, con il duetto del Trovatore “ Udiste? Mira d’acerbe lagrime”, tra il Conte di Luna, che deve macerarsi tra le incertezze che lo condannano ad una solitudine predestinata e la sincera Leonora, che non attende spiegazioni per sacrificarsi nella sublimazione di un affetto reso dalla vocalità della Hernandez, in ogni fibra.  Confessiamolo: siamo tutti andati a Caserta per omaggiare Placido Domingo, ma abbiamo incontrato uno splendido soprano e un pari direttore, Jordi Bernacer, alla testa della Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi, il quale è riuscito a coniugare partiture michelangiolesche come Macbeth e Trovatore, non abbandonando mai i cantanti, alla ricerca di un suono cangiante, che ha spaziato dall’ouverture de’ “La Forza del Destino”, con il clarinettista casertano Luigi Pettrone, che, finalmente, ha “giocato” in casa all’ombra della Reggia, con suono rotondo e omogeneo di straordinaria trasparenza e colore, al Notturno di Martucci, in cui si è respirato fascinazione da cima a fondo, alla luce di un nitore di segno fonte della modernità del tempo, sino all’Intermedio de’ La Boda di Luis Alonso, che ha introdotto una piccola antologia di Zarzuelas. L’ ‘excursus’ di Domingo e della Hernandez, attraverso quella che è la musica della loro tradizione popolare, è scorso fluido. La voce di Domingo ferma, il timbro morbido e teatrale che ne ha contraddistinto la carriera, la parola nella sua lingua, scolpita ed una ‘verve’ inossidabile che, quando occorre, cedeva il passo ad una straziante malinconia, ha confermato ciò che già ben sapevamo, ovvero, che, a prescindere dalle sue discutibili scelte di repertorio a cominciare da quel Rigoletto in Rai, che Placido Domingo resta una stella incontrastata del panorama musicale, poiché è vero musicista. Domingo resta un eroe, anche nell’indossare il frac senza “variazioni”, all’età di circa ottant’ anni, con cambi d’abito, il braccio che non è mai mancato a Saioa Hernandez, il tutto in una notte caldissima, conclusasi con ciò che attendeva certo pubblico, le canzoni napoletane, in ricordo dei tre tenori, sicuramente l’episodio più commerciale di una indimenticabile carriera. “Dicitencello vuje” e “Core ‘ngrato”, che ha salutato l’intenso solo della “spalla” Daniela Cammarano, chiudendo in duetto con la Hernandez “ ‘O sole mio”. Applausi per tutti e per il direttore artistico Antonio Marzullo che ha seguito emozionato, il concerto al fianco della direttrice della reggia, Tiziana Maffei.

Nell’ immagine di Nicola Cerzosimo, Placido Domingo

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