Le rivelazioni della Vedova

Il futuro della lirica italiana passa per il palcoscenico del Teatro Verdi di Salerno. Coraggiosa la scelta della produzione di affidarsi a due cast di debuttanti da seguire e guidare. Un plauso a tutti i maestri, al regista Ermeneziano Lambiase e all’ affettuoso “padrino” Gennaro Cannavacciuolo

Di OLGA CHIEFFI

E’ stata una gran “fatica d’amore” per tutti protagonisti, orchestra, coro, ballerini, scenografi, regista, e su tutti i maestri, i quali da luglio hanno dovuto tenere a bada ben due cast, per questa “Vedova allegra” dei giovani talenti, che ha inaugurato la ripresa autunnale del Teatro Verdi di Salerno. Nell’ultima tornata di letture musicali, a metà settembre, tra un San Matteo e la festa della Marina, la strizza ha cominciato ad attanagliare un po’ tutti, ma alla fine, con un sovrumano sforzo di volontà e un bel bagno di umiltà, si è riusciti a portare in porto un’opera certamente non semplice. Un progetto ambizioso e prezioso, questo che ha unito il Conservatorio Statale “G.Martucci” di Imma Battista, con i solisti, gli strumentisti e il coro, i danzatori del Liceo Musicale e coreutico “Alfano I” di Elisabetta Barone e i creativi artisti del liceo artistico “Sabatini-Menna” di Ester Andreola, che si sono esibiti per quattro matinée per i colleghi delle altre scuole superiori, prima del debutto serale in cui hanno incontrato i melomani salernitani. Le ebollizioni di umori belle époque, fatte di amori, adulteri repressi, finanze di stato in rovina e pettegolezzi, hanno sposato la matrice subdolamente classica della musica di Franz Lehàr. Il regista, Ermeneziano Lambiase ha inteso spingere, giustamente, sul fine perlage che racchiudeva questo pugno di giovani voci, optando per tagli tangibili, anche se il flute (la musica) è rigorosamente di cristallo al piombo pesante, profondamente connesso agli arredi di una cultura anteriore, capace di prefigurare situazioni musicali “serie” ed imprevedibili, in quell’apoteosi del frivolo. Abbiamo assistito alla prima serale, con protagonisti il soprano Maria Cenname, una indovinata Anna Glawari, straripante ricchezza di personalità, riserbo, compostezza e diligente tecnica vocale, unita a doti di grandi intensità, che le hanno permesso di ben confezionare l’aria di “Vilija, o Vilija, ninfa del bosco”. Una voce che ha incontrato un altro interessante talento, il tenore Salvatore Minopoli, il quale ha offerto ugola e corpo al Conte Danilo Danilowitsch,, inseguendo il senso della musica, scoprendo e applicando il modo migliore per farlo, attraverso la libertà tecnica e la cangiante bellezza del suo strumento, in particolare nella sua aria di sortita, nel valzer delle sirene e l’entrata con le urlanti grisettes. Pollice verso inaspettatamente, invece, per il waltz danzato, che ci ha fatto accostare il Minopoli ad un novello Burt Lancaster, vituperato da Luchino Visconti ne’ Il Gattopardo, proprio per quel suo fare goffo da cowboy, che non lo avrebbe mai potuto far assurgere all’essenza di quel “sentimento che si balla”. Felice scoperta è risultato Daniele Falcone, il quale ha vestito i panni dei Camillo De Rossillon, una voce ancora verde in qualche portamento, ma di eccezionali prospettive, che ha dovuto superare, come tutti i personaggi, la scelta di stacchi di tempo eccessivamente lenti del direttore Nicola Samale, il quale ha messo i debuttanti in seria difficoltà. Lettura strana quella dell’esperto Hansalik Samale, che ricordiamo per diversi anni alla testa della banda Città di Ailano e si sa che il repertorio lirico operistico è “portato” tutto più veloce, dalle formazioni di giro. Un plauso anche alla vietrese Francesca Siani, Valencienne, validissima nel ruolo della Baronessa, a fianco di Daniele Falcone. Compito dignitosamente svolto dall’orchestra, con i legni guidati dal docente dell’Alfano I, l’oboista Antonio Rufo, che è riuscito a creare una convincente amalgama, in buca. Non sono mancate le diacronie con i cantanti nei pezzi d’assieme, pur considerando l’enorme difficoltà nel tenere a bada solisti, coro e ballerini. Studiosa scioltezza per il coro e i ballerini con la star, Elena Renna, distintisi in particolare nelle danze pontevedrine del II atto, più che nell’affollato can-can, impreziosito dalla prima donna che si è generosamente concessa al pubblico in un voluttuoso baby doll. Gran compito di mediazione in scena ha svolto l’amatissimo attore napoletano Gennaro Cannavacciuolo, che ha posto a disposizione per intero la sua grande esperienza di palcoscenico, offrendo anche qualche aiuto e ripetizione, fuori orario. Suo il ruolo dell’attento Njegus, giocato con raffinata eleganza, tra i saloni di una Parigi, evocanti quelli del Salone Margherita e del Gambrinus, sicuramente la più affascinate marsina, svolazzante in scena. Per i caratteristi prova ampiamente e sorprendentemente superata, a partire da Giuseppe Toscano (Raul De Saint Brioche), Antonio Palumbo, Teresa Ranieri (Sylviane), Christian D’Aquino (Kromow), Camilla Carol Farias (Olga), Maurizio Bove (Bogdanowitsch), Vittorio Di Pietro (Pritsctsch), Clarissa Piazzolla (Praskovia), guidati dal Barone Zeta, Angelo Nardinocchi. Ovazioni anche per il secondo cast, che ha salutato una lettura dell’operetta, sicuramente più romantica, accorta e posata, adatta al carattere e al gusto vocale del tenore Achille Del Giudice e della sua Hanna Margherita Rispoli, fatto di corretta musicalità e di grande attenzione alla parte anche quando non si trova in registri propriamente comodi. Con loro Ciro Maddaluno (Visconte Cascada), Rosita Rendina (Valencienne), Mariarosaria Catalano (Olga), Gaetano Amore (Camillo De Rossillon), alla ribalta nel secondo cast. Applausi per tutti e attesa per il titolo dei giovani 2020.

Consiglia

Brio ed ironia partenopea per Njegus

Abbiamo incontrato l’attore Gennaro Cannavacciuolo eccezionale protagonista e maestro per i giovani della “Vedova allegra” andata in scena al Teatro Verdi di Salerno

 di Luca Gaeta

Una grande fortuna per i giovani del conservatorio “G.Martucci” avere avuto al loro fianco il grande Gennaro Cannavacciuolo, ritornato per questa Vedova Allegra sul palcoscenico del massimo cittadino. Lo abbiamo incontrato dopo la preziosa “fatica d’amore” che ha permesso a tutti di partecipare consapevolmente alla messa inscena del gioiello di Franz Lehàr.

 L.G. Come è nato il suo amore per il teatro?

G.C. Ho scoperto il teatro all’età di 8 anni. Stavamo preparando una recita scolastica ed io interpretavo Pinocchio. Poi, ho approfondito questa passione frequentando corsi teatrali parallelamente agli studi.

L.G. Cosa ha rappresentato per lei l’esperienza teatrale con Eduardo De Filippo?

G.C. Ho conosciuto personalmente Eduardo nel 1980. Lui aveva già dato “l’addio” alle scene, ma in quel periodo stava lavorando alla compagnia di Luca, il figlio. Venni preso in questa compagine e cominciai a collaborare, conoscendo oltre ad Eduardo, anche Pupella Maggio. Quello che mi ha trasmesso una tale esperienza sarebbe riduttivo condensarla in poche righe, ma il suo immenso valore è intuibile. Dopo quattro anni, purtroppo, il grande Eduardo ci lasciò ed io ho vissuto quella perdita con immenso dolore. La collaborazione con la compagnia di Luca De Filippo andò avanti per qualche anno, dove anche il rapporto con Pupella Maggio si consolidò.

L.G. Come si è avvicinato al teatro musicale ed all’Operetta?

G.C. Ho sempre amato il canto ed il ballo. La collaborazione con la Compagnia della Rancia, mi ha portato ad approfondire questo aspetto del mio mestiere. L’Operetta è arrivata nel ’96, dove ho interpretato il ruolo del “brillante” per il Teatro Lirico di Trieste, in Scugnizza. In seguito, tutta una serie di titoli, fra cui: La principessa della Czardas, Cin Ci La ed ovviamente La Vedova allegra. Nel 2002 ho anche ricevuto il premio Trieste Operetta.

L.G. Lo spettacolo che si è appena concluso presso il Teatro Verdi di Salerno, ha visto un giovanissimo cast interpretare i diversi ruoli de La Vedova allegra di Franz Lehár. Ci parla di questa esperienza?

G.C. L’esperienza è stata meravigliosa. Non è la prima volta che collaboro con il Teatro di Salerno, in una produzione lirica. Nel 2014 ho interpretato sempre Njegus, da La Vedova allegra, con la direzione del Maestro Daniel Oren e Fiorenza Cedolins, interprete di Hanna Glawari. Come dicevo, l’esperienza è stata meravigliosa, sotto molteplici aspetti. Aprire il Teatro ai giovani, non solo interpreti di questa produzione, nata dalla collaborazione con il Conservatorio di Salerno, ma anche il pubblico dei matinée, proveniente dai Licei musicali e scuole della provincia di Salerno. Credo che il futuro per il teatro lirico e non, passi proprio da operazioni di questo tipo, in cui i giovani vengono sensibilizzati e guidati alla scoperta di questo mondo meraviglioso. Colgo l’occasione per ringraziare e fare i complimenti al Maestro Oren e al Maestro Antonio Marzullo, per l’ideazione e la realizzazione di questo progetto.

L.G. Quali sono i tratti che caratterizzano il suo personaggio Njegus?  

G.C. La mia interpretazione del personaggio di Njegus, attinge molto al teatro eduardiano e scarpettiano. I tratti che lo caratterizzano sono sicuramente il brio ed il divertimento. Ormai Njegus è nelle mie corde!

L.G. La grande tradizione dell’avanspettacolo ispira la tua interpretazione?

G.C. Si! C’è un pezzo cantato, che ci riporta a quello stile ed io lo intendo esattamente così. Fra l’altro sono alla continua ricerca di pezzi di avanspettacolo di varieté. Ho portato in scena anche spettacoli dedicati al Varietà ed alla riscoperta di quel repertorio.

L.G. Quali saranno i prossimi impegni che la vedranno protagonista?

G.C. Comincerò a lavorare a breve alla produzione di Cyrano de Bergerac, che debutterà a dicembre presso il Teatro Augusteo con la regia di Bruno Garofalo, con il quale ho fatto già un grande musical Novecento Napoletano. Da gennaio porterò in scena le mie produzioni, Omaggio a Modugno, Omaggio a Yves Montand. Poi, c’è un progetto cinematografico di cui non posso ancora parlare in dettaglio. Il 13 ottobre andrò a ritirare un premio molto importante la Film Commission di Civitavecchia, che mi ha assegnato un premio alla carriera, soprattutto per la mia partecipazione ad un film Clash of Futures.

Consiglia

Armando Cerzosimo: dialoghi strettamente famigliari

Prestigioso premio, oggi, per il fotografo salernitano alla XII edizione del festival del cinema e della fotografia di Nicosia in svolgimento fino al 13 ottobre

Di Gaetano Del Gaiso

Si terrà in questo week-end, a Nicosia di Sicilia, la XII edizione del festival della fotografia “I Fotografi abbracciano Nicosia”. Una storica manifestazione che nasce nel 1996, ad opera dello studio fotografico NonSoloVideo, per promuovere la fotografia come mezzo fondamentale per condividere le emozioni, e che negli anni ha insignito del premio città di Nicosia personaggi del calibro di Enzo Sellerio, Maurizio Galimberti, Lanfranco Colombo, Peppino Leone, Riccardo Marcialis, Franco Turcati, Dino Cappelletti, Leonardo Maniscalchi e lo Spagnolo Ricardo Carrillo. Un festival che ispirandosi al valore costituzionale della sussidiarietà, attua politiche di difesa dei territori intesi sia in senso fisico, come l’ambiente, ma anche nel significato di difesa dei “territori immateriali”, e quindi dei diritti dei cittadini ai beni comuni, ai servizi, alla giustizia, e ovviamente alla cultura e alle tradizioni. Durante l’evento, che vedrà premiato il fotografo Alessandro Dobici, il fotografo salernitano Armando Cerzosimo riceverà il prestigioso premio alla carriera. Parteciperanno all’evento altri importanti nomi della fotografia, come Franco Turcati, Emilio Verde, Roberto Colacioppo, Francesco Ferla, Vittorio Lioce, Claudio Marino, Luciano Siviero, Umberto Astarita, Ruggero Battipaglia, Amerigo Leggero unitamente agli attori Mirko Frezza, Matteo Branciamore, Anna Ferraioli, Francesca Valtorta, e Luca Murri. La motivazione di questo importante riconoscimento ad Armando Cerzosimo, oltre che per il suo percorso alla eterna ricerca di uno stile puro ed incisivo, per essere riuscito a trasmettere ai propri figli Pietro e Nicola, che hanno intrapreso la sua carriera, la passione per la fotografia e il lavoro di fotografo, anche se già vi si stanno affacciando anche i più piccoli Luca e Vittoria. Lunga e densa la carriera del nostro fotografo che entra giovanissimo in studio fotografico, dove apprende ed assimila la tecnica della camera oscura, con la stampa in B/N ed a colori con ingranditore. Le prime tecniche di ripresa fotografica passano attraverso gli obbiettivi delle varie Rolleiflex, Leica, Hasselblad. Dopo vari anni d’apprendistato sente forte il desiderio di viaggiare: Africa, Asia, Medio Oriente, nord Europa, dove ha la possibilità di sperimentare ed approfondire il reportage, la fotografia di ricerca, la committenza sociale. Rientrando in Italia, apre a Bellizzi il suo primo studio Artfoto Camera Chiara, approfondisce sempre con più impegno il percorso della fotografia sociale. Percorso che lo porta ad essere uno dei relatori al terzo Congresso Mondiale dei Fotografi Professionisti in Orvieto edizione 2001. Diverse sue mostre, tra cui Sri Lanka, L’isola, presentata al Festival del Cinema in Giffoni Valle Piana dove é stato inoltre il fotografo personale del direttore del Giffoni Film Festival e, lavorando dietro le quinte, ha avuto il modo e la fortuna di conoscere, frequentare e fotografare attori e registi famosi quali Zeffirelli, Manfredi, Sordi. “Turchia, immagini e suggestioni” presentata a Montecorvino Rovella; “Romania, immagini di Libertà” con libro sulla rivoluzione in Romania, e la presentazione di Lanfranco Colombo, mostra presentata a Palazzo Isimbardi a Milano con volume edito dalla Campanotto Editore; “Terzavita”, mostra sulla Pia Casa di Ricovero in Salerno presentata a Palazzo Genovese. É stato ospite nella prestigiosa Villa Rufolo in Ravello con una sua personale fotografica per oltre un mese, inoltre, una sua immagine è stata esposta all’Accademia di Brera. Presente per vari anni alla sezione Cultura del Photo Roma Show dove ha presentato tra l’altro “Camera Work” e “Anime gemelle”, mostra sui momenti più significativi del suo percorso fotografico. Un suo stile personale lo porta ad essere pubblicato su diverse riviste, tra cui Sposa Magazine e Vogue Sposa. Attualmente dirige due studi fotografici, uno sempre a Bellizzi (Sa) studio con annessa sala posa e l’altro nello splendido centro storico di Salerno. Espone nella cappella di S. Antonio dei Nobili a Salerno intitolata “Opere libere” dove si rimarca il suo interesse per la fotografia sociale. Nel castello Svevo di Barletta le fotografie della mostra “Visita a Lisbona”. “Dialoghi sulla fotografia” dedicato alla figura di uno dei più importanti esponenti della fotografia nel 900 italiani: Enzo Sellerio. Nelle splendide sale della Pinacoteca Provinciale di Salerno 3 installazioni fotografiche dedicate a 3 influenti scrittori del panorama nazionale: Maurizio De Giovanni, Massimiliano Smeriglio e Ruggero Cappuccio, “Chiaroscuro”, allestimento fotografico e video presso Palazzo Coppola in Sessa Cilento durante il festival Segreti d’Autore. Nel 2002 insieme ad altri 18 colleghi ha dato vita all’associazione fotografica “Artesia”. É socio fondatore del Fondo Internazionale Orvieto Fotografia, ed è fondatore del “Circolo centrale Fotografi Italiani”. Nel 2014 riceve il Premio Della Critica alla prima Biennale d’Arte di Salerno. Ultimo allestimento presso il Museo Archeologico Nazionale di Paestum con la Mostra “Il Ritratto non vedente” visitata da oltre 30.000 persone. Nel 2006 – 2012 – 2014 in occasione dell’annuale incontro del FIOF (Fondo Internazionale Orvieto Fotografia) riceve le Qualificazioni Nazionali QIP (Qualifed Italian Photographer). Quest’anno ha ottenuto il premio fotografia “Ritratti del Territorio”.

Consiglia

Enzo Moscato: Variazioni in “modo minore”

Doppia replica, questa sera e domani per lo spettacolo progettato da Pasquale Scialò, che inaugurerà la nuova stagione del Teatro Ghirelli

 Di OLGA CHIEFFI

 L’opera è un interrogativo critico, un’interruzione potenziale che riconfigura termini, temporalità e premesse. Questa sera, alle ore 20,30 e domani, alle 19, ci ritroveremo in un rinato Teatro Ghirelli con l’Enzo Moscato di “Modo minore”, un titolo che rende l’essenza della nostra tradizione, della nostra cultura. Il modo minore si sa è latore di diversi significati: da quelli squisitamente musicali in riferimento alla natura degli intervalli, alle scale o agli accordi, caratterizzante ‘ armonia partenopea, a quelli legati all’esperienza quotidiana per indicare qualcosa di ridotto, meno importante, più giovane. “Modo minore”, quindi, indica un viaggio obliquo nelle sonorità tra gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, una zona d’ombra che racconta gli aspetti meno conosciuti ma anche popolari, addirittura plebei e significativi della storia musicale e sociale di Napoli. Come il mare, che un tempo ha agevolato il passaggio della maggior parte delle culture, i processi sonori e poetici proporranno un’economia affettiva, destinata a scardinare le configurazioni fisse di tempo, spazio e appartenenza, in una continua ricerca. Tradizioni antiche e sonorità particolari arriveranno filtrate da una sensibilità leggiadra, capace di evocare nel corso della stessa canzone il fumo e il mistero della foresta amazzonica, il volo metafisico, l’ umorismo sperimentale e le più genuine risonanze etniche. Enzo Moscato con il sostegno di Paolo Cimmino, Antonio Colica, Antonio Pepe e Claudio Romano, disegneranno mappe musicali che produrranno forme d’interferenza in grado di ridare voce a storie nascoste, rendendole così sonore e percepibili. L’importanza dei “suoni”, tutti, non sta unicamente nella forza narrativa, ma anche nella capacità di sollevare questioni critiche. I suoni ci attirano verso ciò che sopravvive e persiste come risorsa culturale e storica, capace di resistere, turbare, interrogare e scardinare la presunta unità del presente. Al titolo, “Modo minore” si adegua anche la scelta delle canzoni in scaletta, che alternano classici come “Accarezzame”, “Giacca rossa ‘e russetto”, “Arrivederci”, “Cerutti Gino” e “Ciao amore ciao” a – di qui, soprattutto, il titolo – brani per l’appunto “minori”, specialmente in quanto semisconosciuti o dimenticati) come “‘O bar ‘e ll’Università”, “Nun t’aggio ‘a perdere” e “Mandolino d’ ‘o Texas”. Ritroveremo “Modo minore” anche nel cortometraggio che verrà proiettato, realizzato da Carlo Guitto, con Cristina Donadio, Ernesto Mahieaux, Enzo Moscato, Enzo Perna, Nunzia Schiano, ed i piccoli Maria Pia Affinito, Isabel e Oscar Guitto, Elisa e Dario Barletta, Michele e Francesca Fiorellino, per arricchire un percorso interamente dedicato alla memoria dell’amico Francesco Durante. Il preludio alla serata al Ghirelli, avverrà, infatti, alla Sala Pasolini, alle ore 18,30, con la presentazione di “Camillo & Son – Vita e morte di due grandi giornalisti tra Italia e America” (Carabba), opera postuma di Francesco Durante. Ne discuteranno lo storico Mauro Canali e il giornalista Mariano Ragusa. L’incontro sarà preceduto da un saluto del direttore del Festival Ines Mainieri e dell’assessore alla cultura del Comune di Salerno Tonia Willburger. Il testo, basato su una imponente documentazione d’archivio, racconta le vite di Camillo e Camille Maximilian Cianfarra, padre e figlio, giornalisti tra Italia e America. Due storie personali che incrociano la grande storia con tutti i suoi protagonisti. Unite da una comune passione e da un tragico destino. Nel nome della libertà. Ricordiamo inoltre che in questa occasione sarà presentato il video realizzato da Salerno Letteratura per ricordare il suo direttore artistico prematuramente scomparso. “Le infinite rive di Francesco Durante”, questo il titolo del docufilm, ha come filo conduttore il mare e l’idea che la riva è un approdo, ma anche un punto di partenza.

Consiglia

Massimo Ranieri e la nascita del night all’italiana

Da questa sera il teatro Verdi ospiterà lo spettacolo “Malìa, notti splendenti”, in cui il cantante napoletano, proporrà le canzoni degli anni ’50-’60 che strizzavano l’occhio allo swing e ai ritmi latini, scrivendo la storia dei leggendari locali notturni del boom italiano

Di OLGA CHIEFFI

“Bimba dagli occhi pieni di malìa….” canta Pinkerton nel bluemoon giapponese, prima di far sua Butterfly e la malìa napoletana evocherà Massimo Ranieri sul palcoscenico del Teatro Verdi di Salerno da questa sera, con sipario alle ore 21, sino alla pomeridiana di domenica. Massimo Ranieri ha, infatti, dedicato due album a quella Malia, che sa di magia, di incanto, di particolari atmosfere, scegliendo il neapolitan song-book degli anni ’50-’60, ovvero quello delle incontrastate stelle dei locali notturni, da Mina, a Buongusto, dalla Bussola alla Capannina, non certo dimenticando Ugo Calise e Peppino di Capri, per rinverdire i fasti del famoso Rangio Fellone, con quei ballabili che strizzavano l’occhio allo swing, tra tempi di beguine e moderati slow, dolci melodie e parole sussurrate nel nostro musicale dialetto, adatte al ballo guancia a guancia, in una notte di luna. L’espressione artistica a Napoli è da sempre un risultato di mescolanza di culture diverse. Da contaminazioni a dominazioni, dal porto all’entroterra contadino, le influenze stilistiche sono svariate e si collocano in un’ancora viva di storia millenaria che solca la città. Questo processo storico ha determinato un’apertura culturale costante, anche se a volte settoriale o troppo spesso mascherata dietro precarie chiusure mentali. Molti che oggi approcciano a forme artistiche a Napoli guardano a culture straniere, studiandole e proponendole ai fruitori con la propria forma, spesso inconsciamente contaminata.  Ritroveremo Massimo Ranieri, sul palcoscenico del massimo cittadino sostenuto, questa volta, dagli esponenti del jazz classico italiano, ovvero Stefano Di Battista al sassofono contralto e soprano, Sebi Burgio al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso, Marco Brioschi alla tromba e al flicorno soprano, Stefano Bagnoli alla batteria, strumentisti che confermano quella loro inconfondibile capacità di lettura della melodia estremamente cantabile, sotto la quale si muovono sofisticazioni armoniche e salti cromatici, con quel modo disinvolto di spostarsi da un estremo all’altro del proprio registro strumentale, preservando però la voce suadente di un mainstream morbido e lussureggiante. E’ l’incontro tra Napoli e l’America, l’essenza dello spettacolo, sbocciato in quel settembre del 1943, con il vento del jazz che soffiò sull’Italia, nascendo sulle spiagge di Salerno. “Resta cu ‘mme”, “Luna Rossa”, “Torero”, “Tu si ‘na cosa grande”, “Tutta ‘nata storia” “Malafemmina”, “Dove sta Zazà”, passando per “Strada ‘nfosa” di Modugno, “Tu vuo’ fa l’Americano”, “Indifferentemente”, “Lazzarella” e “Vieneme ‘nzuonno”, omaggio al Maestro Sergio Bruni, che Calone accompagnò in una tournée negli USA a soli quattordici anni con il nome di Gianni Rock, “Ue ue e che femmena”, “Nun è peccato” e “ ‘o Sarracino”, le tappe di un viaggio nella malìa napoletana, in cui Massimo Ranieri rivelerà la sua innata capacità di trasporre con creatività il tessuto armonico e melodico della canzone italiana d’autore, un progetto musicale colto e raffinato, che ben riflette il mondo poetico della nostra tradizione canora, in cui Ranieri e in particolare la formazione d’appoggio, si rivelerà artigiano di toni e timbri, armonie e “disarmonie”. Il saper coniugare la propria eccelsa statura culturale con una capacità davvero rara di regalare profonde emozioni, la voglia di mettersi in gioco attraverso un processo di creazione straniante ed anticonvenzionale, che gioca in qualche caso a creare riusciti contrasti tra le atmosfere gioiose dei suoni e la sofferta drammaticità dei testi originali, saranno gli ingredienti del concerto salernitano.

Consiglia

Tartufo principe d’autunno

Al via la XXIII edizione della  Mostra Mercato Nazionale del Tartufo e dei Prodotti Tipici Locali di Colliano

Di Gaetano Del Gaiso

Si prospetta essere una tre giorni intensa e sensazionale quella che interesserà la XXIII Mostra Mercato Nazionale del Tartufo e dei Prodotti Tipici Locali, che avrà luogo nelle suggestive Contrade della meravigliosa borgata di Colliano, una delle circoscrizioni più grandi e antiche dell’alta Valle del Sele, che da più vent’anni, ormai, fa del tartufo nero di Colliano ambasciatore della sua realtà storica, culturale ed enogastronomica. Siamo nell’Alta Valle del Sele, in un paesaggio dominato da distese di olmi, noccioli, faggi e querce, ed è proprio alle pendici di questi alberi, sottoterra, che cresce il tartufo nero, vanto e orgoglio di questa terra. Dalla forma piuttosto regolare con una fossetta centrale, rugoso, scurissimo e profumatissimo, che cela una parte interna brunastra con venature chiare, il tartufo di Colliano matura da ottobre ad aprile, periodo in cui avviene la caratteristica caccia al tartufo. Il tartufo di Colliano, che per bontà è paragonabile agli altri grandi tartufi italiani, non ha nulla da invidiare al tartufo di Alba (Piemonte), considerato il migliore del mondo. La scoperta della presenza in questa zona di questo pregiatissimo fungo è avvenuta negli anni ’60. Da allora Colliano attira ogni anno migliaia di appassionati che vanno a caccia del tartufo nero con i propri cani o si limitano a comprarlo o gustarlo nei ristoranti della zona. La kermesse si svolgerà dal giorno, in questo week-end per questo 2019 e presenta un programma ricco di eventi e di appuntamenti che andranno ad animare non soltanto le strade della cittadina, bardate e popolate delle più stravaganti bizzarrie ispirate a un medioevo giocondo e spumeggiante, ma anche le aule dei suoi istituti amministrativi e culturali, dove verranno affrontate, a mezzo di convegni informativi gratuiti, le problematiche pertinenti ad argomenti sensibili quali la difesa e la tutela degli imprenditori agricoli e non e la valorizzazione dei prodotti autoctoni in virtù della creazione di nuove possibilità economiche per il territorio.  «Alla Mostra esporranno stand provenienti da tutta la Regione Campania», come ci informa, nel corso della Conferenza Stampa svoltasi nell’Aula Consiliare del Municipio di Colliano, il presidente della ‘Pro Loco Colliano’ Mauro Iannarella, e il tartufo sarà l’ingrediente principe delle preparazioni culinarie che saranno presentate dalle varie Contrade della cittadina nel corso del tradizionale ‘Palio del Tartufo’, perfezionate in sinergia con gli allievi dell’Istituto Alberghiero “E. Corbino” di Contursi Terme . Lo scopo principale della manifestazione è quello di valorizzare e ottimizzare il territorio, il paesaggio e i prodotti tipici che rappresentano le principali risorse economiche del comune salernitano, attraverso l’azione sinergica della sua storica Pro Loco, organizzatrice dell’evento, dell’amministrazione comunale, nella persona del giovane sindaco Adriano Goffredo, e dell’istituto di credito ‘BCC Buccino Comuni Cilentani’, principale propulsore finanziario della Mostra, nella persona del suo presidente Lucio Alfieri, e il patrocinio e la collaborazione del Ministero delle Politiche Agricole, della Regione Campania, dell’EPT di Salerno, dell’UNPLI, del GAL I Sentieri del Buon Vivere e della Comunità Montana Tanagro – Alto Medio e Sele.

Consiglia

Margherita Rispoli, una vedova semplice e spontanea

Abbiamo incontrato il soprano alla vigilia della recita serale al teatro Verdi del capolavoro di Franz Lehàr

Di Luca Gaeta

 Andiamo con Margherita Rispoli a conoscere l’altra Hanna Glawari a completare i cast di questa settimana dedicata alla Vedova Allegra, che ha posto in luce tanti talenti sopra e sotto il palcoscenico.

 L.G. Come ti sei avvicinato al mondo del canto e quali sono ad oggi le tappe più significative del tuo percorso di studi e artistico?

M.R. Mi sono avvicinata alla musica quando frequentavo la scuola elementare, partecipando ad un coro. Poi ho intrapreso lo studio del pianoforte con il Maestro GiovanniCarlo Cuciniello e sono attualmente iscritta al corso di pianoforte in Conservatorio a Salerno. Poi, la passione per il canto si è tramutata in un desiderio di volerlo studiare in modo più approfondito e tecnico, quindi ho intrapreso il percorso in Conservatorio con la mia Maestra Irene Tortora, conseguendo la laurea specialistica in canto a luglio di quest’anno. Ad oggi fra le tappe più significative del mio percorso artistico, ci sono diversi concorsi vinti, fra cui il Concorso “Jacopo Napoli” di Cava de’ Tirreni e la prima edizione del concorso che si è tenuto a Sapri.

L.G. Che tipo di vocalità hai?

M.R. La via vocalità è quella del soprano lirico. Ho studiato e sto studiando anche un tipo di repertorio che prevede le “agilità”, come è giusto che sia per un soprano giovane, ma credo che la dimensione ottimale per la mia voce sia appunto quella del soprano lirico.

L.G. Quali sono i “miti” della lirica a cui tu ti ispiri?

M.R. Fra quelli del passato il soprano spagnolo Montserrat Caballé, rispetto soprattutto al suo modo di gestire le sonorità, il piano, i suoi filati. Le interpreti attuali, Diana Damrau, Anna Netrebko e sicuramente Maria Agresta, con la quale ho sostenuto una master.

L.G. Come hai saputo di questa produzione de La Vedova allegra in collaborazione con il Teatro Verdi e come ti sei preparata per affrontare l’audizione.

M.R. Ho saputo dell’audizione tramite il Conservatorio e colgo l’occasione per ringraziare il Direttore del Conservatorio, il Maestro Imma Battista, il Maestro Antonio Marzullo e tutti coloro che hanno ideato questo progetto. Ho sostenuto l’audizione il giorno del mio onomastico e questa coincidenza mi ha dato molta carica, oltre ad una bella soddisfazione. Il Maestro Daniel Oren ci ha ascoltati tutti con grande professionalità e comprensione, riuscendo a metterci a nostro agio nonostante la tensione legata all’esibizione.

L.G. Che tipo di studio hai fatto per interpretare il tuo personaggio e quali sono i tratti che lo caratterizzano?

M.R. Ho studiato vocalmente il mio personaggio con la mia insegnante. Poi, per quanto riguarda l’aspetto scenico, legato anche ai dialoghi, che per me hanno rappresentato una novità, devo un ringraziamento particolare al regista Ermeneziano Lambiase, che mi ha guidata con grandissima professionalità. I tratti che caratterizzano il mio personaggio, a mio parere, sono la semplicità e la spontaneità. Hanna è una ricca ereditiera, ma legata a certi valori, molto forti.

L.G. Quali saranno i tuoi prossimi impegni?

M.R. Come dicevo in precedenza, ho terminato gli studi in Conservatorio. Ciononostante credo che la centralità per il momento debba essere sempre lo studio. Infatti, sto preparando diverse audizioni per alcune Accademie sia nazionali che internazionali, proprio per rafforzare la mia vocalità.

Consiglia

La stordente attualità di Fabrizio De Andrè

Successo di critica e pubblico al teatro Verdi per Neri Marcorè e lo Gnuquartet. Passaggio su “Il pescatore”, canzone che Matteo Salvini ha in più occasioni presentato come una delle sue preferite. “Gliela dedico- ha sottolineato Marcorè- anche se non l’ha capita”.

Di GEMMA CRISCUOLI

Cantare De Andrè non è un’impresa per chi è solo a caccia di riflettori. Richiede polso, una sensibilità non addomesticata, una continua messa in gioco di sé. È ciò che Neri Marcorè è riuscito a offrire al pubblico del Teatro Verdi in “Come una specie di sorriso”, il concerto tenuto con lo Gnuquartet. Sul palco si sono esibiti Stefano Cabrera (violoncello, arrangiamenti e orchestrazione), Roberto Izzo al violino, Raffaele Rebaudengo alla viola, Francesca Rapetti al flauto, Simone Talone alle percussioni, Domenico Mariorenzi alla chitarra, Flavia Barbacetto e Angelica Dettori (voci). “Riflettere sulle tematiche a cui Fabrizio ha dato forma poetica, come la libertà, l’amore per gli ultimi, il rifiuto delle convenzioni borghesi – ha detto l’attore marchigiano -è utile in questo tempo così difficile da interpretare. Ci si potrebbe chiedere quale sarebbe in merito la sua opinione, ma in realtà le sue canzoni ci hanno già dato una risposta”. Marcorè ha maturato un convincente dominio delle sue qualità vocali nella profondità del tono come in un registro più arioso, senza cedere alla tentazione di imitare il compianto cantautore e di proporre, in un’ottica sterilmente reverenziale, le sue composizioni. La serata è iniziata con “Fiume Sand Creek”, il racconto, in cupi toni fiabeschi, del massacro degli Indiani a opera delle giacche azzurre, per poi passare alla dolcezza penetrante di “Se ti tagliassero a pezzetti”, dove il lirismo induce a essere comunque se stessi e non manca un riferimento alle vittime della strage di Bologna. “Rimini”, canzone di vite interrotte e di promesse non mantenute, ha in qualche modo anticipato l’alienazione di “Princesa”, in cui l’equilibrio tra corpo e anima è conquista da scontare. Se il ritmo del dialetto genovese è giunto alle estreme conseguenze espressive in “Creuza de ma” e in “Megu megun”, il fascino della cultura rom, a cui è stato associato il discorso attribuito a Brecht, che inizia con “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari”, è stato rivissuto in “Khorakhanè”, dove il dolore della guerra e dell’esclusione trova nel continuo migrare un parziale esorcismo. L’autore amava tra l’altro ricordare come uno zingaro non avesse mai derubato attraverso una banca, a riprova dei pregiudizi duri a morire. La sublimazione delle ansie legate al rapimento in Sardegna in “Hotel Supramonte”, l’ondeggiare imprevedibile dei sentimenti in “Amore che vieni, amore che vai”, il gioco del tempo e delle illusioni in “Anime salve” e il desiderio dell’inafferrabile in “Le acciughe fanno il pallone” hanno scandito un itinerario emotivo all’insegna della ricerca e dell’empatia. Il diritto di opporsi a una maggioranza avida, che semina morte e solitudine, ha percorso “Smisurata preghiera”, mentre un amore, che è forse solo il sogno di un paranoico ma non per questo cessa di avvincere, si è stagliato sullo sfondo dell’alluvione del 1970 a Genova in “Dolcenera”. Tra riferimenti ironici all’attualità (il suonatore di viola che ama questo strumento, perché ha per i violinisti la stessa avversione di Greta Thumberg nei confronti di chi disprezza la natura; la finzione delle coriste straniere che possono finalmente giungere in Italia) non sono mancati i classici più noti agli spettatori, come “Andrea”, “Il giudice”, “Don Raffaè”. La conclusione non poteva non essere affidata a “Il pescatore”, canzone che Matteo Salvini ha in più occasioni presentato come una delle sue preferite. “Gliela dedico- ha sottolineato Marcorè- anche se non l’ha capita”.

Consiglia

In primis et ante omnia propiciani nuceola

Grande successo per il borgo di Prepezzano che ha ospitato la VII edizione della ‘Sagra della nocciola’

Di GAETANO DEL GAISO

Credo non ci siano parole sufficienti a poter descrivere quanto possa rendermi felice il poter parlare di un qualcosa di cui, ogni anno, da ben quattro anni, attendo impazientemente l’arrivo, trepidante ed emozionato quasi quanto il bambino che è in me attende ogni anno l’arrivo del Santo Natale. Sto parlando della ‘Sagra della nocciola’, una kermesse enogastronomica che da sette anni, ormai, rinfranca dai primi geli autunnali il borgo di Prepezzano, frazione di Giffoni Sei Casali, che sorge sulle spoglie del Casale di Capitignano e che ha fatto della ‘tonda di Giffoni’ gagliardo stendardo del suo messaggio di tradizione. L’evento, organizzato dall’Associazione Giovanile San Nicola, era solito svolgersi in uno spazio allestito all’uopo in prossimità dello stadio Gregorio Giannattasio, per poi frammentarsi e occupare l’intera superficie del centro storico della borgata per meglio ospitare la grande affluenza di pubblico che ogni anno morde i suoi sentieri alla ricerca dei gustosi manicaretti che non attendono altro che assolvere alla funzione per cui essi stessi sono stati creati: estinguere anche il più vorace degli appetiti. Il menù offerto dall’Associazione copre diverse portate e il fil rouge che unisce le deliziose preparazioni da questo stesso contemplate è lei, la regina fra le nocciole: la tonda di Giffoni, marchio IGP, particolarmente apprezzata non soltanto per il suo sapore, lievemente oleoso e con una coda affumicata, per la sua versatilità, adatta a preparazioni tanto salate quanto dolci, ma anche, e soprattutto, per le sue proprietà organolettiche, in quanto ricca di vitamine del gruppo E e del gruppo B (B6), acido oleico, manganese, magnesio,e fitosteroli. Qualora possa capitarvi di ritrovarvi a Prepezzano nel corso della sagra – e di questo sono più che certo – potrete gustare delle cremose cortecce con pesto di nocciola, dello spezzatino di vitello o di maiale con pesto di nocciola, l’intramontabile caciocavallo impiccato con pesto di nocciola, la pizza con crema di nocciola e filetti di acciughe, oltre che numerose preparazioni dolci a base di nocciola come brutti ma buoni, crostate, gallette, crespelle e il nocciociò, un dolce che è stato inventato appositamente per la sagra e che consiste in una pesca (il dolce, non il frutto) ripiena di una sontuosa crema a base di nocciola. E infine, perché non indulgere pure in un bel bicerìn alla nocciola, da sorseggiare rigorosamente al placido calore di uno dei bracieri disseminati lungo tutta la superficie del borgo.

Consiglia

Maria Cenname una romantica Hanna Glawari

Abbiamo incontrato il soprano che conclusi i matinée esordirà questa sera alle ore 21, nel primo spettacolo serale al Teatro Verdi, al fianco di Salvatore Minopoli

Di Luca Gaeta

Ed è giunto il momento degli spettacoli serali per i giovani de’ La Vedova Allegra importante produzione formativa voluta da Daniel Oren, e affidata al Conservatorio G.Martucci, al Liceo Alfano I e al Liceo Artistico “Sabatini-Menna”. L’assieme si fa sul palcoscenico e dopo i due matinèe per le scuole è giunto il momento per i numerosi interpreti di affrontare il pubblico e la critica, abituata a frequentare i diversi spettacoli che propone il Verdi e non solo. Abbiamo incontrato Maria Cenname, il soprano che darà voce alla protagonista, la Vedova, Hanna Glawari, questa sera, alle ore 21, sul palcoscenico del massimo cittadino, al fianco del tenore Salvatore Minopoli.

L.G. Come è nata la passione per la lirica e come ti sei approcciata al mondo del canto?

M.C. La passione per la lirica è nata ascoltando una registrazione della Callas, in cui interpretava “si, mi chiamano Mimì” da La Bohème di Giacomo Puccini. Da lì il desiderio di addentrarmi e conoscere questo mondo, dove ogni nuovo ascolto riusciva a suscitare in me un interesse tale da farmi scaturire il desiderio di voler studiare canto. Nel frattempo, come avviene spesso, frequentavo la corale della mia parrocchia, dove ho cominciato a muovere i primi passi come cantate. In seguito, ho conosciuto il Maestro Filippo Morace, entrando a far parte della sua classe presso il Conservatorio Martucci di Salerno. Dove attualmente sto completando il Biennio specialistico in Canto.

L.G. Cosa ha rappresentato per te la possibilità di poter debuttare il ruolo di Hanna Glawari?

 M.C. Ho accolto con grande emozione e gioia la notizia di poter sostenere l’audizione per questa produzione da La Vedova Allegra in collaborazione con il Teatro Verdi di Salerno. Infatti, ci tengo particolarmente a ringraziare in primis il Maestro Oren, che ci ha ascoltati attentamente durante le diverse audizioni, il Maestro Antonio Marzullo e il Direttore del Conservatorio, il Maestro Imma Battista, per questa opportunità che ci hanno dato. Poter debuttare e quindi essere stata scelta ad interpretare il ruolo di Hanna Glawari, ha rappresentato un’opportunità di crescita, con la possibilità di potermi esibire con l’orchestra, in un teatro di grande tradizione lirica.

L.G. Che tipo di lavoro vocale e scenico hai affrontato per interpretare il tuo personaggio e quali sono le sue caratteristiche a tuo parere?

M.C. La Vedova allegra è uno fra i titoli più celebri di questo genere musicale. Le sue difficoltà sono molteplici, dal canto, alla recitazione, ai dialoghi. Ho studiato il ruolo con il mio insegnate e con il Maestro Ernesto Pulignano, poi la regia con Ermeneziano Lambiase, che ci ha guidati sia scenicamente, che nella caratterizzazione dei diversi personaggi, per poi affrontare il lavoro con l’orchestra con il Maestro Samale.A mio parere il personaggio di Anna è caratterizzato dal suo essere romantico. Anche il suo essere frizzante, è sempre permeato di sentimento vero, verso Danilo, verso il suo paese e le sue origini.

L.G. Quali saranno i tuoi prossimi impegni?

M.C. Questa produzione de La Vedova allegra, ha fatto sì che si attivassero una serie di progetti, che mi vedranno partecipe e protagonista. Per il momento mi mantengo sul vago, ma non appena questi appuntamenti saranno confermati sarà mio piacere poterli raccontare al giornale Le Cronache, che ringrazio per l’opportunità di questa intervista.

Consiglia