Il labirinto e l’alta torre di Babele

 Rino Mele

La guerra e le epidemie c’inorridiscono, così i grandi sommovimenti naturali, alluvioni, inondazioni catastrofiche, terremoti, eruzioni vulcaniche, orrende desertificazioni e mortali siccità: ma solo quando ne siamo coinvolti, e il male sta per oltrepassare la soglia della nostra casa, e già sentiamo afferrare la nostra mano e tirarci verso un freddo pozzo di orrore. Allora ne comprendiamo la terrificante violenza, da spettatori rassicurati dalla distanza diventiamo attori e quello che prima ci appariva lontano ora appartiene al nostro respiro.   Prima vedevamo da lontano i disastri e potevamo esercitarci, con una certa sincerità, nella retorica della partecipazione. Ora, poveramente, ci siamo noi davanti al nostro sguardo. Non ci chiediamo nemmeno più cosa ne sia dei campi di concentramento in Libia per gli infelicissimi migranti chiusi nella trappola di un gioco feroce, Che ne sia dell’isola di Lesbo, dove Turchia e Grecia si fronteggiano sul muro verticale dei corpi delle vittime, che respingono verso il nulla. Che ne sia dei conflitti in Siria, in Afghanistan, in Iraq, della guerra civile in Somalia. Non riusciamo più nemmeno a provare, non dico pena e dolore per questi problemi, che prima seguivamo con interesse ma nemmeno a provare curiosità per quello che accade più in là della nostra paura.                                                   Ci siamo avvicinati a una verità più profonda e indicibile, piccoli animali resi impuri dal linguaggio, inseguiti dal bisogno di custodire la nostra vita: amiamo gli altri ma gli altri sono sempre lontani, fanno parte di un film che non sempre c’interessa di vedere per intero.                                                   Costretti in luoghi chiusi o tentiamo la via della stupidità, inviando agli amici vignette e figurine, o dobbiamo fare i conti con noi stessi.                                                                                 Quali sono i mitici luoghi chiusi da cui non si può uscire secondo il bisogno o il capriccio, una volta entrati? Per Dante gli spazi dell’al di là, l’inconoscibile altrove, subito l’Inferno (“lasciate ogni speranza” etc), per la mitologia classica il labirinto di Creta dal quale lo stesso autore, l’immaginifico architetto Dedalo, e suo figlio Icaro, poterono evadere solo tentando un impossibile volo (che costò la vita al più giovane, per lo stupore e la vertiginosa ebbrezza di sentirsi sospeso sempre più nel profondo abisso dell’aria), per la mitologia ebraica la torre di Babele e ce lo racconta l’undicesimo capitolo della “Genesi”.                                                                                     Pieter Bruegel la dipinse in due meravigliose opere (olio su tavola): nella seconda di esse (1563) la mostra in costruzione quasi guardandola dall’alto. In essa possiamo vedere una sequenza enigmatica di stanze disorientanti: i costruttori del superbo edificio non poterono sciogliersi dall’insidia dei loro nuovi aggressivi linguaggi, e finirono col disperdersi. Alla torre di Babele, Borges dedicò un breve saggio nel 1986, proprio l’anno in cui – il 14 giugno – morì: “La torre di Babele sarebbe un’altra forma dell’Albero della Scienza, vietata al primo uomo” scrisse con la sua cieca vista acutissima, cui niente sembrava precluso.                                                                                              Nel 1985-1986 Vincenzo Vitiello, inquieto e bravissimo filosofo (tra i suoi ultimi libri pregevoli libri, “Hegel in Italia” nel 2018 e dello stesso anno, insieme a Severino, “Dell’essere e del possibile”), Andrea Manzi del “Mattino”, alcuni professori dell’Università di Salerno e io prendemmo a riunirci in un’aula dell’Ateneo, per progettare un Convegno, un incontro internazionale: spinti dall’amore che Manzi aveva per il poeta di cui struggeva la sua giovinezza, Dino Campana. Avevamo pensato, insieme ad altre suggestive proposte, di coinvolgere Borges: c’era, tra noi, una professoressa che sapeva come mettersi in contatto con la collaboratrice più stretta dell’autore de “L’Aleph”. L’unico ordinario era Vitiello e lo faceva avvertire, ma eravamo tutti abbastanza autonomi, anche perché non del suo Istituto di Filosofia, e le discussioni duravano molto. Quando si pensò al nome da dare al Convegno ricordo d’aver subito proposto “La parola malata” sia pensando ai versi di Campana, per il quale c’eravamo inizialmente riuniti – e alla malattia irrimediabile dell’anima che la sua Chimera portava con sé – sia alla poesia in generale, così vicina al delirio dei folli e al felice balbettio dell’infanzia. Ma Vitiello immediatamente s’oppose senza proporre un altro titolo. Intanto, avevamo ormai il contatto con Borges e dovevamo scrivergli per comunicargli il nostro progetto. Quel giorno, Vitiello arrivò in ritardo e gli chiedemmo di ascoltare la lunga lettera che nel frattempo avevamo preparato, aggiungendo di portare tutte le correzioni e integrazioni che avesse voluto. Ma lui subito disse che non se ne parlava proprio di leggere quello che avevamo scritto e si mise a dettare la sua lettera. Così andammo avanti per molte sedute, parlando e riparlando, poi non c’incontrammo più. Dopo pochi mesi Borges morì. Il suo ultimo lavoro fu proprio un breve saggio dedicato alla torre, “L’ombra di Babele”.                                                                     Quella Babele che noi viviamo ogni giorno nella nostra esperienza e che potremmo racchiudere in una frase di Jacques Lacan (sembra un sintomo della nostra difficile e controversa maturità): “La confusione delle lingue in cui Ferenczi designa la legge del rapporto bambino-adulto”: lo scosceso disperderci che ci accompagna fino alla fine.

Consiglia

Le “Seduisantes emotions” di Armando Ghidoni

Otto brani per un progetto in cui il jazz classico incontra evocazioni di musica “seria” eseguiti da formazioni in cui s’incontrano giovani talenti e professionisti affermati

Di OLGA CHIEFFI

Un cartello di brand di strumenti e accessori, Zac Ligature Sequoia, Savut Trumpets e Goodwaverecordings, ha prodotto l’interessante progetto di Armando Ghidoni, “Seduisantes Emotions”, compositore e docente di sassofono trentino, ma di scuola francese. Le “seducenti emozioni” sono offerte dalla recherche su particolari formazioni strumentali, in cui s’incontrano essenze ed estetiche musicali diverse, a cominciare dalla scelta degli esecutori e della contaminazione dei brani, che fondono il feeling «jazzistico» con il classicismo europeo, la tradizione melodica italiana e l’impressionismo francese con il ritmo delle percussioni. La registrazione ha l’andamento di una garbata conversazione tra colti amici. Si entra e si esce da una sorta di metamusica che, nessuno meglio di Guidoni, sa strutturare, modellata volta per volta, sulle caratteristiche dei musicisti con i quali interagisce. Talvolta i toni si fanno più agitati, con il clarinetto di Gaetano Falzarano che sa spingere sull’acceleratore, virtuosisticamente, nella sua sortita “Alegre Marie”, per poi strizzare l’occhio al blues più classico, in duo con la pianista Simona Padula, a volte decisamente impressionisti, come l’intro pianistico dell’intensa Dominique Blanc nel brano che apre il progetto “Au Rythme des Souvenirs”, per poi passare il testimone al flicorno soprano di Daniele Grott, al sax baritono di Mattia Grott e alle percussioni di Gabriele Zandonati, in un crocevia di memorie e sorprese, che profuma di diverse esperienze. In generale, l’atmosfera non è mai turbata da eccessi e intemperanze: riassumono tutto la “Ballade d’une femme”, a specchio con “Quella storia”, due soli affidati al pianoforte della Blanc, in cui le trame si sfaldano e rigenerano,  attraverso l’eleganza del tocco e del fraseggio. Splendida amalgama tra legni ritroviamo in “Rhythmical Serenity”, una danza, che gioca tra incontri, scontri e ritorni, come in un haiku, in estatico equilibrio tra il singolo momento e l’insieme, tra il purissimo suono del flauto di Antonio Senatore, il clarinetto di Gaetano Falzarano e il caldo fagotto di Antonello Capone. Domique Blanc è pianista dal tocco nitido e asciutto, per niente incline al virtuosismo ma orientato, piuttosto, verso lo scavo del tessuto armonico e l’esplorazione di rarefatte cellule melodiche, che caratterizza “L’Ame d’un regard”.  Discorso pari per “Amour” in cui incontriamo ancora il clarinetto di Falzarano e il piano di Simona Padula, che sposano il suono del cello di Aurelio Bertucci. Esplorare è un verbo che ben si attaglia alla visione di Guidoni, il quale compie una profonda analisi timbrica su questi strumenti. Finale lussureggiante con il brano che ha dato il titolo al progetto, quelle “Seduisantes Emotions”, evocate dalla tromba di Daniele Grott, dal sax alto di Mattia Grott e dal pianoforte di Dominique Blanc, i cui suoni alonano il tutto di sinuosità e di un respiro assolutamente particolari, che strizzano l’occhio a Tin Pan Alley, semplice veicolo per una ricerca sonora che trascende dai significati, dalle sottigliezze semantiche, dallo scavo drammatico, attraverso un controllo del materiale, ottenuto con fluidità danzante e uno swing peculiarmente rilassato, con aperture sempre calibratissime e giocate con un senso vivo del ritmo.

Consiglia

La natura segreta di Hopper

Mai come ora la prigionia di quegli spazi chiusi, dipinti dal genio statunitense sembra raccontare la solitudine del nostro presente.

Di Marco Vecchio

Alcuni artisti hanno “rubato” un istante ai colori del cielo perché fossero eterni. La natura visibile ha sempre i suoi segreti, l’incedere della sera, il chiarore dell’alba sono istanti irripetibili come voci di un’orchestra. Tra questi artisti, Hopper e ‘ la voce delle ore ferme. “L’ ora squisita in cui un senso di riconciliazione sembra avvolgere tutte le cose” scriveva Verlaine. La natura ha sempre un aspetto invisibile che è lo spirito! Forse per questo mi hanno sempre stregato i suoi fari, le ombre lontane, le stazioni vuote, come fossero vinti dal sonno di un’attesa perenne! Mai come ora la prigionia di quegli spazi chiusi sembra raccontare la solitudine del nostro presente. Gli oggetti dipinti di Hopper hanno una vita nascosta e un sigillo impresso di eternità. In quegli alberghi vuoti e in quei viaggiatori malinconici c’è un frammento reale che è un perenne miraggio.

Consiglia

Quando la quarantena è sinonimo di binge watching

Quale migliore occasione di questa per qualche consiglio su cosa vedere o non vedere sulle principali piattaforme on demand del momento

Di Gaetano Del Gaiso

Stiamo attraversando un periodo davvero molto difficile sotto diversi punti di vista: il forzato e quanto mai necessario riassetto delle nostre abitudini e delle nostre routine ha costituito, per molti di noi – me compreso- una sfida il cui unico esito non poteva che essere che una trasformazione pro tempore del nostro modo di essere e del nostro modo di relazionarci con la vita di tutti i giorni. Molti si sono scoperti dei formidabili panificatori, altri ancora stand-up comedians, altri ancora artigiani del suono e della musica, altri ancora esperti in scienze politiche, scienze della formazione, scienze del turismo e in scienze economiche, e chissà mai che, da tutto questo, potremmo ritagliarci il nostro piccolo spazio in questo mare magnum di informazione che ogni giorno viene a riversarsi sul web. Tuttavia, non potendo impiegare la totalità delle nostre giornate a parlare di pane, musica, politica ed economia, potremmo trascorrere parte di queste nella lieta e corroborante beatitudine del binge watching, avendo, finalmente, del tempo a disposizione da poter investire nel recupero di film e serie televisive che, nel frattempo, avevamo messo da parte per tempi migliori. E quale migliore occasione di questa per poter offrire dei consigli su cosa vedere o non vedere sulle principali piattaforme on demand del momento. Iniziamo dal servizio Amazon Prime, che, nonostante la sua fresca gioventù, offre un parco titoli interessantissimo su cui lanciare ben più che un’occhiatina distratta. “Carnival Row” è una serie fantasy/steampunk dai toni dark creata da René Echevarria e Travis Beacham, con protagonisti Orlando Bloom nei panni del detective Rycroft Philostrate e Cara Delevigne nelle vesti della fata Vignette Stonemoss: le vicende si svolgono nella metropoli fittizia di Burgue, in cui esseri umani e fatati vivono in reciproca tolleranza, nonostante su di questi ultimi gravi un risentimento talmente elevato da esser stati ghettizzati un quartiere che porta il nome di Carnival Row, la ‘strada degli scherzi’. Una tragica serie di omicidi, consumatisi in circostanze e con modalità piuttosto desuete, faranno scontrare Philo con il mondo della superstizione dei fatati, in un dramma fantasy governato da una struttura narrativa non particolarmente articolata, ma che saprà comunque regalarvi deliziosi colpi di scena. “The boys” è una serie hero-based ideata da Eric Kripke e che si ispira all’omonimo fumetto creato da Garth Ennis e Darick Robertson, con protagonisti Karl Urban (il buon Eomer de ‘Il signore degli anelli’) nei panni di William ‘Billy’ Butcher e Jack Quaid nei panni di Hugh ‘Hughie’ Campbell. La serie, a differenza di quanto ci sia stato propinato dal Marvel Cinematic Universe e dal DC Extended Universe, ossia dei supereroi dagli atteggiamenti affettati e mossi dai più nobili intenti, si pone in atteggiamento di aspra critica nei confronti di questi stessi, non sempre al servizio dell’umanità e pronti a tutto pur di esercitare il proprio potere nella maniera che più si confà ai loro animi obnubilati dal delirio di onnipotenza.  Billy e Hughie dovranno sfidare forze che prevaricano di gran misura il loro essere dei comuni esseri umani, mossi dal desiderio di vendetta nei confronti di questi super-uomini che li hanno deprivati di ciò che hanno di più caro: l’amore. Passando, invece, alla piattaforma Netflix, una serie che ho trovato particolarmente interessante è “I’m not okay with this”, creata da Jonathan Entwistle, e con protagonisti i giovanissimi e collaudatissimi Sophia Lillis nei panni di Sydney Novak e Manuel Meli nei panni di Stanley Barber. La serie, che si muove nell’ambito delle teen series, affronta il dramma di essere dei giovani disadattati in una società che continua a progredire piuttosto al di fuori del controllo di questi ultimi, a cui è spesso relegato uno spazio marginale in cui esercitare la propria indole e vivere le proprie passioni in maniera sommessa e silenziosa. Se non fosse che Sydney inizia a sviluppare delle speciali abilità che si risvegliano soltanto aldilà di un accadimento che la coinvolge particolarmente dal punto di vista emotivo, e che costituiranno una lama a doppio taglio per le sue relazioni filiali e familiari.

Consiglia

Casa, casaredda, casedda, caserma, casuccia, casarsa

 Rino Mele

 Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) 9 marzo 2020. Bisogna starsene a casa.                                                                                                                             E chi non ha casa? E chi, invece, pur avendola, vive in essa- insieme ad altre consapevoli vittime – contraddizioni così atroci che solo un frequente allontanarsene riesce ad alleviarle?                                                                                                                     E c’è poi chi è già costretto in spazi-casa, i detenuti nelle carceri, negli ospedali gli ammalati: essi sanno che in quell’ostile stare chiusi, reclusi, in quel “dentro”, finiranno col costruirsi anche “l’esterno” che non hanno, in una condizione che oscilla tra proiezione immaginaria e compensazione: ad esempio, poter muoversi nel corridoio, in corsia (ospedale o carcere) è già in qualche modo uno stare fuori, assaporare una certa libertà rispetto a chi invece deve rimanere in cella, o nella stretta piccola stanza assegnategli.                                                                                       Nelle antiche esplosioni epidemiche, della peste ad esempio, il meccanismo d’intervento della comunità, era quello d’isolare con estrema e brutale violenza l’appestato, di escluderlo da ogni pur minima comunicazione sociale. Si è arrivati a murare in casa i suoi familiari. In modo speculare e contrario alla nostre attuali disposizioni sanitarie: mentre oggi consigliamo/ordiniamo di non uscire di casa per non subire il contagio, allora (ed è proprio il gioco della simmetria capovolta dello specchio) chiudevano in casa, fino a seppellirli in essa, i familiari dell’appestato perché non diffondessero il contagio. Scrivono William Naphy e Andrew Spicer (“La peste in Europa”, edizioni Il mulino 2004): “Oltre alla negazione di una normale sepoltura, un’altra devastante conseguenza in caso di accertamento dell’infezione era la messa in quarantena dell’intera famiglia. Nelle prime fasi di un’epidemia le famiglie infette potevano essere sigillate nelle loro case”. Oppure, ma fu un passo avanti ma non era meno oltraggioso, dopo che il malato era stato trasferito nel lazzaretto i familiari venivano trasferiti a forza in “edifici appositi o residenze temporanee al di fuori delle mura e vicine al lazzaretto”.                                                  Ma, torniamo alla domanda iniziale: e chi non ha una casa? Chi ha abitato solo la fredda povertà del suo corpo, in questi lunghi giorni, in che modo avrebbe potuto ottemperare al Decreto del Presidente? Secondo l’Istat, i senzatetto in Italia sono 50.000, la maggior parte nelle due principali città, a Milano e a Roma. In Europa, poi, i senzatetto (homeless) sono più di 700.000: se stessero vicini l’uno all’altro formerebbero una città di cartone grande come Firenze e Bologna messe insieme. In quelle grandi scatole da imballaggio diventano metafora della loro condizione, merce avariabile, in ogni caso scaduta: essi sono più miserevoli di quei poveri che hanno casa in un rudere con il fragile tetto di lamiere. Questi poveri senza casa sono così sottili che non puoi accorgerti che esistano somigliano all’imbastitura che, nel realizzarsi di un vestito, scompare: un filo che tiri e va via. Ci sono, ma non hanno peso, abitano ai margini dei nostri sensi di colpa, senza gridare, per non disturbare: a volte dicono qualcosa ma viene fuori solo un furioso squittire che si smorza, e noi pensiamo siano uccelli sugli alberi, sempre più radi. Come mai, negli infiniti, ossessivi numeri che ci sono stati quotidianamente dati (dalla Protezione civile, Ministero dell’Interno e altre istituzioni) nessuno ha mai detto quanti senzatetto abbiano trovato una sistemazione all’interno del vasto problema epidemico?          Cosa può fare chi non ha la casa, sognare la rivoluzione, o gridare la parola “Dio” fino a stancarsene, o tentare di trasformarsi in uno come noi, minuscoli impauriti borghesi che dormono al caldo e mangiano cibi ben cotti. Poi, un giorno, alla fine di un viale udrà una voce venir fuori da una grande scatola di cartone, la voce è gioiosa e come un pianto, gli dice “Fermati sono tuo padre”, lui si volta verso la grande scatola di cartone e la vede vuota.                                                                                       Con l’epidemia – ogni volta che, dopo essercene dimenticati, appare – il concetto di casa esce fuori dai modelli retorici, dell’enfasi, l’amoroso castello che ti protegge col suo munito fossato, e si mostra nella sua nuda realtà di luogo chiuso, a volte con piccolissime finestre che è inutile aprire. Abbiamo difficoltà a capire che i senzacasa esistono davvero e sono come noi, La differenza sta nell’esito del loro sonno, nelle notti gelide, per terra sotto un androne, sigillati nei propri panni, sognano forse di scaldarsi mentre, per riderne, un vigliacco dà ad essi fuoco.                                             Nel 1794 Xavier de Maistre pubblica “Viaggio intorno alla mia stanza” e, all’inizio, nello spiegare il gioco letterario del suo viaggio (che sarà tradotto da Paolina, sorella di Leopardi) da perfetto insensibile borghese si chiede: “Esiste un essere tanto sventurato, tanto derelitto da non avere un buco dove possa appartarsi e nascondersi da tutti? Tutto qui, quello che serve per il viaggio”. Lui quando scriveva i quarantadue capitoli del suo libro era in Savoia, a pochi chilometri dalla Francia, immersa nell’ estrema esaltazione della Ragione e nel parossismo del delirio etico della Rivoluzione Francese: l’anno prima a Parigi, a Place de la Concordie era stata staccata la testa dal corpo del re Luigi XVI, a gennaio e della regina, a ottobre.

 

Consiglia

Una quarantena nella Quaresima

Simboli e tradizioni di due periodi le cui essenze si intrecciano cavalcando i secoli nel numero 40

Di GIULIA IANNONE

“Da settimane sembra sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città. Si sono impadronite delle nostre vie, riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante”. Sono le intense parole, del discorso di Papa Francesco, le più adatte ad introdurre il tempo della quarantena che però stranamente, e forse, non senza un significato, stanno andando a coincidere, con il tempo della quaresima che conduce alla Pasqua, di morte e resurrezione di Cristo. Quarantena e Quaresima, due termini, di cui uno ha a che fare con la scienza e la medicina, ideato  per salvare la società dal male fisico, mentre la quaresima è una preparazione attraverso la mortificazione simbolica  e purificazione del corpo, per rinnovare e salvare lo spirito. Forse un percorso simbiotico, di forte sentimento salvifico e di rigenerazione nella forte sofferenza e desolazione ed isolamento dal e del mondo. La Quarantena (dal veneto quarantina)  o contumacia, si riferisce ad uno stato di isolamento forzato, in genere impiegato per limitare la diffusione di uno stato pericoloso ( spesso una malattia). Il termine indica 40 giorni, la durata temporale tipica dell’isolamento cui venivano posti gli equipaggi delle  navi provenienti da zone del mondo colpite da epidemie, come la peste del XIV secolo. Si trattava dunque di una misura di prevenzione, che fu usata in seguito anche per il dilagare di altre e nuove pandemie. Possiamo citare,   tutti i soggetti affetti da lebbra, storicamente già isolati dalla società; tutti i tentativi atti a contenere l’invasione della sifilide nell’Europa del Nord nel 1490 circa; l’avvento della febbre gialla in Spagna all’inizio del XIX secolo; l’insorgere del colera asiatico nel 1831; la spaventosa Spagnola del 1918-1920 che è dilagata in due ondate, una primaverile ed una autunnale, seguita forse in America da due altre ondate minori fino al 1925. Sono seguite l’influenza asiatica del 1956, nel 2003 la Sars, prima epidemia da coronavirus del ventunesimo secolo, molto contagiosa ma poco letale  ed ora la propagazione di questo maledetto COVID-19 , di cui siamo, purtroppo drammaticamente testimoni, partito dalla Cina, nel 2019. Venezia per prima emanò provvedimenti per bloccare la diffusione della peste, nominando tre tutori della salute pubblica nei primi anni della peste nera nel 1347, alla serenissima fece seguito Reggio Emilia nel 1374. Possiamo ancora dire che i primi astronauti che hanno visitato la Luna, furono poi messi in quarantena al momento del loro ritorno, in un Laboratorio di Ricezione Lunare, appositamente costruito, mentre alcuni periodi di quarantena, di breve durata, possono essere impiegati nel caso di un sospetto attacco di antrace, in cui però le persone sono autorizzate ad andare via, non appena tolti di dosso gli abiti, potenzialmente contaminati, e si sottopongono ad una doccia di decontaminazione. Ricordiamo Ellis Island come luogo di quarantena di immigrati, isolotto alle porte di New York, usata  tra la fine dell’800 e la prima  metà del mille e novecento. Erano intere famiglie in fuga dalla povertà, uscivano a migliaia dalle pance delle navi dalla terza classe, malsana e sovraffollata, per allinearsi verso i controlli sanitari ed anagrafici. Dotata di un ospedale interno, a Ellis Island, i malati rimanevano in quarantena, mentre gli abili rimanevano solo pochi giorni, prima di raggiungere le rispettive destinazioni per ferrovia. Molti di quegli immigrati erano italiani, irlandesi e africani.  La “Quaresima” indica una delle ricorrenze che, la Chiesa cattolica ed altre Chiese cristiane, celebrano lungo l’anno liturgico. Appunto designa un periodo di 40 giorni che precede la celebrazione della Pasqua. Secondo il rito romano, inizia il mercoledì delle Ceneri e si conclude il giovedì santo. E’ un periodo caratterizzato dall’invito alla conversione a Dio. Sono pratiche tipiche della quaresima: il digiuno ecclesiastico e altre forme di penitenza, la preghiera più intensa e la pratica della carità. E’ un cammino interiore, spirituale, di attesa alla celebrazione della Pasqua, che rappresenta il culmine delle festività cristiane. Nel determinare la Quaresima, ha un ruolo centrale il numero 40, che ricorre frequentemente nelle sacre scritture, come nella mitologia greca “divorata”, per usare un termine caro a Pearson dai Padri della Chiesa.  In particolare, nel nuovo testamento: i 40 giorni che Gesù passò digiunando nel deserto; i 40 giorni in cui Gesù ammaestrò i suoi discepoli tra la resurrezione e l’Ascensione. Numerosissimi, invece, i riferimenti, contenuti, nell’Antico Testamento: i 40 giorni del Diluvio Universale; i quaranta giorni passati da Mosè sul Monte Sinai; i 40 giorni che impiegarono gli esploratori ebrei per esplorare la terra in cui sarebbero entrati; i 40 giorni di cammino del profeta Elia, per giungere al Monte Oreb; i 40 giorni di tempo che durante la predicazione di Giona, Dio dà a Ninive prima di distruggerla; i 40 anni trascorsi da Israele nel deserto. Il senso pregnante originario di questo tempo religioso, fu riposta nella penitenza di tutta la comunità cristiana e dei singoli, protratta per 40 giorni. In Quaresima la liturgia propone alcuni segni che nella loro semplicità aiutano a comprendere meglio il significato di questo tempo. Come già accaduto nelle settimane che precedono il Natale, in Quaresima i paramenti liturgici del sacerdote diventano viola, colore che sollecita a un sincero cammino di conversione. Durante le celebrazioni, inoltre, non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l’“Alleluia”. Tuttavia la quarta domenica di Quaresima, quella chiamata del “Laetare”, vuole esprimere la gioia per la vicinanza della Pasqua: perciò nelle celebrazioni è permesso di utilizzare gli strumenti musicali, ornare l’altare con i fiori, le vesti liturgiche sono di colore rosa. Dal viola quaresimale anche la superstizione degli artisti musici e teatranti, infatti,  sin dal MedioEvo, tutte le rappresentazioni teatrali e ogni tipo di spettacolo pubblico erano vietati nel periodo quaresimale, quindi nei quaranta giorni precedenti alla Pasqua, e ovviamente la cosa era deleteria per gli attori e per tutti coloro che lavoravano in teatro, perché in quei giorni era difficile guadagnarsi da vivere, le compagnie teatrali non avevano guadagni e senza lavoro la pancia restava vuota, quindi, da allora è assolutamente vietato utilizzare abiti o oggetti di questo colore in teatro. E adesso, come spiegare che  la nostra quarantena si è inserita esattamente durante il tempo di quaresima? Personalmente, l’ho interpretato, sin da subito, come un segno divino, anche alla luce delle parole del discorso di Papa Francesco, in occasione della Benedizione urbi et orbi, di venerdì sera. “Siamo stati presi alla sprovvista” questo l’incipit del testo e continua”  da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca”.   La Primavera, la Pasqua, tornano annualmente e si ripetono da anni. In genere pensiamo ai segni esteriori, ai simboli ed al mondo commerciale ed ordinario, fatto di piacere, svago divertimento senza impegno e senza responsabilità. Ora una forza superiore ci richiama quasi all’ordine, ci mette di fronte alle priorità ed alla scelta, siamo in preda alla tempesta, ci siamo accorti che “da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle”. Ecco allora seguiamo il monito, affidiamoci alla forza spirituale di volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte.  Dio porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con lui la vita non muore mai. In questa pandemia, tragica, drammatica, gravissima, possiamo cogliere, tanti inviti, tante possibilità, tante occasioni, sia pur pesantissime e dolorosissime. Oggi non vediamo prospettive e la speranza viene meno, giorno dopo giorno, di poter uscire da questo tunnel di morte, desolazione e malattia. Lasciamoci ispirare dalla Pasqua e proviamo a viverla nel cuore, nell’intangibile, nel silenzio, nella solitudine, nel raccoglimento, nella lentezza di una vita senza agenda, senza fretta, senza frenesia. Credo che non appena questo virus avrà assolto il “suo” compito, non solo  Cristo si risveglierà e risorgerà, ma buona parte di noi, dei nostri cuori, delle nostre anime, delle nostre identità più profonde risorgeranno e tutto avrà un significato ed un sapore rinnovato e rinato: anche un semplice gesto, come un abbraccio od una stretta di mano, ci sembreranno non essere così formali ed insignificanti, come lo sono stati, fino a questo marzo 2020.

Consiglia

Goliardi: è online la versione rap di “Mad World”

E’  online la versione rap di “Mad World” dei Goliardi, nuovo progetto musicale a cura del rapper e produttore campano Emanuele De Vita.

Di LUCA GAETA

“Mad World” è una rilettura sia testuale che musicale del brano dei Tears for Fears. Il brano è molto più di una semplice cover, è un manifesto programmatico ed esistenziale ispirato alle vicende degli ultimi decenni che, mai come in questi giorni difficili, portano a galla dubbi, paure e rabbia soprattutto nelle classi più provate e troppo spesso vessate dal tritacarne sociale. “Una versione di questo brano – spiega il rapper – è nella colonna sonora di “Donnie Darko”, un film che da ragazzino mi ha particolarmente segnato perché esprime in maniera molto profonda e quasi mistica temi di denuncia sociale, in particolare contro il bigottismo reaganiano dell’epoca in cui è ambientato. Mi sono sentito vicino al protagonista, al suo sentirsi disadattato. Quel clima è rimasto, ci saranno sempre abusi e disparità. Ho scelto “Mad World” perché un brano tristemente bello, sublime. Anche nella consapevolezza di conoscere alcune cose tristi il semplice fatto di esserne coscienti è comunque meglio che restarne accecati. Ho iniziato a improvvisare degli accordi sulla chitarra acustica suonando in maniera istintiva, soltanto dopo ho messo le rime nero su bianco. Volevo iniziare a scrivere un testo personale ma sono finito a parlare di questioni umanitarie senza velleità politiche, la mia non è nient’altro che la rabbia verso alcune ingiustizie.  Le foto mostrate all’inizio della clip raccontano gli accadimenti che ci hanno segnato negli ultimi 20 anni: il G8 di Genova, il massacro della scuola “Diaz”, migranti morti naufraghi, i Mojito in spiaggia per distoglierci dalla negazione progressiva e costante dei diritti sociali e civili. Non avevo budget per realizzare il video, la fotografia, le luci, pagare attori, videomaker o un regista e allora ho realizzato tutto da solo, aggiungendo delle immagini dal mio archivio di riprese. Meglio sviluppare una buona idea ma semplice e farla uscire nel migliore dei modi. Non è stato arrangiato e suonato in sala prove ma i musicisti hanno registrato singolarmente, senza mai essersi incontrati e senza sapere cosa fare. Sono venuti in studio e ognuno di loro ha improvvisato. “Mad Word” è stato registrato nel mio vecchio studio, un piccolo garage di 17 metri quadri adibito a studio di registrazione a regola d’arte e con apparecchiature professionali”. Goliardi è il nuovo progetto di Emanuele De Vita, la voce femminile è di Enza Di Lascio. Al sax soprano c’è Valerio Vitolo, alle chitarre Giovanni La Ferrara, al basso Mario Sernicola, alla batteria Vincenzo Nanni. Il progetto è ispirato ai goliardici intellettuali vagabondi che nel Medioevo, per via delle loro condizioni economiche, vivevano ai margini dalle comunità universitarie affidando ai loro canti sentimenti anarchici oppositori delle caste sociali, sia quelle associate al potere ma anche di coloro chiusi nella loro grettezza. Molteplici le influenze musicali: le chitarre acustiche di Jonny Cash e il suo spirito ribelle, il rap americano della vecchia scuola, Eminem, i Putan Club, Vinnie Paz, XXX Tentacion per citarne solo alcuni. Fibra, Salmo e tutta la scuola napoletana da Clementino alla Famiglia, i 13 Bastardi, i Clash, lo spirito compositivo dei Pink Floyd. Classe ’89, Emanuele De Vita, oltre che rapper è un tecnico del suono; attualmente è allievo del Conservatorio “Giuseppe Martucci” di Salerno presso la classe di tecnologie musicali. Ha mosso i primi passi sulla scena campana come writer. Si è avvicinato al rap seguendo il movimento hip-hop della sua città che negli anni Zero ha avuto come quartier generale lo Skate Park di Battipaglia, nel salernitano. “Goliardi” è l’ultimo dei suoi progetti. In passato, ha pubblicato altri brani con lo pseudonimo di Sciottariello.

Consiglia

Gesù nella tempesta e il lago di Piazza San Pietro

RINO MELE

Linee rette, oblique, ripetute in una diagonale rabbia, sfuggenti alla prospettiva precedente per ricrearne continuamente di nuove, l’abbassarsi del muro d’onda mentre s’alza quello che segue e si frange, nel parossismo dell’urlo del vento che sembra torcersi e, in quella spirale, su se stesso s’avventa. L’oscurità scesa all’improvviso, i remi che mordono il vuoto mentre la grande barca solleva in alto la sua stessa paura.                                                                                                                   Tutto è iniziato con lo scolorire della luce e l’avvicinarsi del buio: “E in quel giorno, fattosi sera” dice Marco nel suo Vangelo, cum sero est factum, ed è il latino familiare di san Girolamo, solo per dire che “s’è fatto tardi”. Gesù aveva per un intero pomeriggio, fino al crepuscolo, parlato alla folla che gli faceva ressa intorno: e chi ascoltava, chi s’allontanava per subito tornare, chi non capiva quello che lui diceva ma era incantato nel vedere questo giovane alto – la barba sporca di sabbia – gridare la sua dolcezza. Lui spiegava per parabole. Marco ci dice che solo ai discepoli parlava direttamente, e in disparte, ma alla folla (come lì, su una sponda del lago di Tiberiade) comunicava attraverso quelle affascinanti forme visive delle parabole, similitudini che incantavano (sine parabola autem non loquebatur eis). Nel tramonto di quel giorno intorno al lago, tra gli alti arbusti di senape, Gesù che in quella ressa vociante riusciva a guardare tutti negli occhi, e a fermare il silenzio in ognuno, volendo spiegare l’enigma del regno di Dio, gridò: “È come un grano di senape (granum sinapis) che quando viene seminato nella terra è il più piccolo tra tutti i grani da seme. E, dopo che è stato seminato, cresce e diventa il maggiore di tutti i legumi e fa grandi rami e gli uccelli del cielo possono fare i nidi nella sua ombra”. Gesù aveva parlato in piedi sulla barca tirata a secco, per farsi udire da tutti. Ora che la sera scende, con la dolcezza di un ordine, dice Transeamus contra, “Andiamocene all’altra sponda”. Mettono la barca in mare e stanco s’addormenta. Ma ecco sopraggiungere un’inaspettata tempesta, Gesù era disteso a poppa e dormiva, le onde si scontravano col difficile avanzare del piccolo legno che nemmeno la perizia di esperti pescatori, com’erano gli apostoli, riusciva a far avanzare. In mezzo al lago, le onde inalberano la loro violenza, generando sconcerto e fredda paura. Gli apostoli ne rabbrividiscono, temono tanto da chiedere aiuto a Gesù che dormiva. Lo svegliano, lo chiamano “Maestro”, domandano perché non si prende cura del loro morire. È un istante (Marco, 4, 39) da fermare come un’impossibile fotografia. Gesù è in piedi sulla barca che sembra spezzarsi e genera disorientamento, guarda il mare e la sua violenza, le onde che s’inerpicano gonfie e senza pace. Gesù si rivolge con severità ai venti e dice al mare: “Taci, ammutisci”. Marco continua il suo racconto: “E la tempesta si placò e intorno si fece silenzio”.
Papa Francesco, tre giorni fa, venerdì 27, accompagnato solo dal cerimoniere è sceso nell’irriconoscibile piazza vuota di San Pietro, sei candelabri accesi, il crocifisso di San Marcello, del ‘500, e un’icona della Madonna. Un cielo piovoso su un deserto di pietra, come un’arena e, nella pioggia, un illimitato silenzio. È sera, la lettura del Vangelo ricorda al papa un’altra sera, quella del lago di Tiberiade, la parabola raccontata da Gesú sul grano di senape che cresce fino a diventare altissimo arbusto con i rami pieni di uccelli, la tempesta sulle acque. Nella piazza il vuoto domina sulle mirabili architetture che lo configurano. Solo col suo corpo esposto nel vento di piazza San Pietro alla sua solitudine, il Papa mostra la condizione di tutti, le contraddizioni, il nostro tragico non reggere la responsabilità di pensare la perfezione e sentircene esiliati. Ha ricordato il disastro ecologico, la devastazione del clima, la sconcertante estrema povertà d’infinite turbe e la morte alluvionale degli innocenti per violenza e per fame, l’irrefrenabile volgarissima deforestazione, il delirio dentro cui s’inscrive l’attuale pandemia. Parlava al vuoto della piazza, e a Dio: “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato”. Infine, quasi a sciogliere il nodo che tiene stretto l’egoismo del singolo, il suo non saper riconoscere nell’altro il suo stesso volto, ha concluso: “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

 

Consiglia

Vincenzo Albano: come MutareVerso dopo la pandemia?

Il Governo ha ignorato a oggi il Terzo Settore e la configurazione giuridica di Erre Teatro, così come di tanto associazionismo territoriale, che non rientra nella tutela delle politiche centrali. Siamo inesistenti, pur lavorando per rendere vivi i territori e le città che abitiamo.

Di VINCENZO ALBANO

In molti hanno sottovalutato, in un primo momento, la portata degli accadimenti e hanno fatto non poca fatica ad accettare il blocco delle attività. Mutaverso Teatro non ha fatto eccezione. Ho creduto di poter allontanare la paura dell’epidemia, o almeno, di poterle tener testa a quel metro di distanza senza mandare in fumo mesi di lavoro, già di per sé funambolici. Poi le consequenziali decisioni, gli inevitabili provvedimenti, le giuste restrizioni, che a quanto pare andranno ben oltre i tempi previsti. È un momento di incertezza terribile, per tutti, per la salute pubblica prima di ogni cosa. Per quanto il tempo della quarantena possa essere anche quello di un piacevole ozio, non nascondo una certa operosità del pensiero. Non posso negare come stia trascorrendo questo tempo lento e dilatato pensando ad arginare i danni subiti e immaginando altri modi per ricominiciare sotto ogni punto di vista, personale e professionale. Mi auguro si tratterà di questo e non di riprendere da una certa “normalità”, lo dico senza retorica. Detto ciò, il Governo ha ignorato a oggi il Terzo Settore e la configurazione giuridica di Erre Teatro, così come di tanto associazionismo territoriale, che non rientra nella tutela delle politiche centrali. Siamo inesistenti, pur lavorando per rendere vivi i territori e le città che abitiamo. Se dunque concordo con chi scrive di questo tempo come di un tempo “non finale”, anzi fa bene dirselo e crederci, è altrettanto vero che di non poco conto sarà la vicinanza delle amministrazioni locali, cui rivolgo un invito approfittando di questo spazio. Ne va della possibilità di tenere in piedi quanto finora costruito. In qualche occasione, ho rivendicato il diritto di veder crescere i frutti di un lavoro che ha dimostrato di avere solide basi a dispetto dei venti contrari, ma a questa bufera nessuno era preparato, me compreso. Ci sarà bisogno di dialogare più di quanto accaduto in precedenza e di rispettare intanto gli impegni presi. Sono fiducioso, almeno su questo. Ammetto di esserlo un po’ meno sulla capacità di fare cerchio da parte dei teatranti salernitani, o almeno alcuni di essi, più intenti a fare abuso delle tecnologie digitali per promuoversi come i primi della classe. Non trovo necessario parlare a tutti i costi e pur comprendendo la mobilitazione, onestamente mi disturba un certo protagonismo teatrale nell’emergenza, per non dire di certe apparizioni egoriferite e fuori luogo. Tutti leggono, recitano, cantano, ballano dal salotto della propria casa, dalla cucina e dal balcone. Non credo faccia male alla nostra passione rinnovare senza chiasso le nostre energie per ripartire tutti già in estate. Pensiamoci e lavoriamoci, nonostante le incertezze. Quanto a Mutaverso Teatro, ora è solo una pagina digitale, da leggere, in linea con gli obiettivi della Stagione interrotta. Al momento sono cinque gli spettacoli annullati e i quattro del mese di aprile avranno lo stesso destino, purtroppo, considerando le ultime ordinanze. Ne restano sei a maggio, ma attendiamo gli eventi e soprattutto rispettiamo le regole per risolvere questa emergenza. Ora la priorità è questa. Nel frattempo anche #iorestoacasa e provo a fare “dell’ozio una terapia”, citando le parole di un’amica. Sento la mancanza di molte cose e anche il teatro mi manca, ma sopperisco a questa mancanza attraverso le sue pagine scritte. Io e Stefania Tirone abbiamo ripreso sui nostri canali di comunicazione l’invito a un “teatro da leggere”, convinti che esso possa agire, se non sul palcoscenico, intanto nella nostra sensibilità di lettori. Parole, brevi stralci da testi e autori che amiamo, che abbiamo incontrato e proposto in questi ultimi anni. Li condividiamo guidati dal sentire del giorno e non secondo un calendario predeterminato. Le parole sono soglie, passerelle testarde capaci di tenere avvinti, aspettando il nuovo che sarà.

Consiglia

Il mondo dello spettacolo live in ginocchio

Sta per nascere un’associazione che raccoglierà le aziende di service campane poichè, nel nostro paese vi sono pochissime tutele per i lavoratori di questo settore

Di OLGA CHIEFFI

In questi giorni, in cui sembra che il mondo stia crollando davvero, perlomeno in gran parte del nord Italia, i “teatranti”, commedianti, musicanti, tecnici o più in generale lavoratori dello spettacolo, dalle bande da giro, ai grandi spettacoli di piazza con artisti nazionali e internazionali, sono stati messi al bando: da quando l’epidemia di Coronavirus ha colpito il Paese, i conseguenti provvedimenti cautelativi, hanno determinato la chiusura di teatri, cinema, nonché dei locali, con l’ovvio annullamento di spettacoli e concerti, in tutte le regioni colpite maggiormente dal virus. E se per molte categorie ciò ha significato lo smart working, la malattia, la riduzione delle ore di lavoro, non per tutte ovviamente, per i lavoratori dello spettacolo è significato perdita di lavoro e di danaro in toto.  Si è già scritto molto riguardo al possibile impatto negativo delle misure per contenere il Covid-19 sul turismo, l’industria, il commercio e i prodotti di esportazione. Tra i settori più colpiti però, c’è anche quello della cultura e degli spettacoli dal vivo. Finora, ne hanno sofferto i teatri, i cinema, le sale da concerto. Secondo le prime stime dall’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo), basate sui dati della Siae, in Italia nei giorni scorsi sono stati cancellati 7.400 spettacoli. Nel settore musicale è stata registrata una perdita di 10,5 milioni di euro. Assomusica, l’Associazione degli organizzatori e produttori di spettacoli di musica dal vivo, ha stimato che nel solo settore musicale è stata registrata una perdita di 10,5 milioni di euro e sulle città che avrebbero dovuto ospitare gli eventi cancellati c’è stata una ricaduta negativa di almeno 20 milioni di euro. Dietro i performer ci sono i services, ovvero professionisti altamente specializzati e invisibili, tecnici del suono, tecnici delle luci, attrezzisti, coloro i quali montano e smontano quei super palchi nelle piazze o negli stadi. Erano invisibili, usiamo l’imperfetto, perché tra breve non lo saranno più poiché: sta per nascere l’Associazione Service Campania, proprio per stilare un piano d’azione collettivo e condiviso per uscire dal dimenticatoio. “La crisi del Coronavirus – afferma Raffaele Vitale – ha portato allo scoperto ancora una volta la fragilità del nostro comparto lavorativo, fatto di troppe differenze contrattuali, troppo deboli e senza nessuna garanzia. Ancora una volta lo abbiamo constatato sulla nostra pelle a partire dal 24 febbraio scorso, quando è stata sospesa per decreto qualsiasi “manifestazione e iniziativa che comporti l’afflusso di pubblico”. Da quel giorno ci siamo ritrovati in migliaia senza reddito, senza la possibilità di far fronte alla quotidianità, senza nessuna prospettiva di attraversare dignitosamente questo momento di emergenza; un’emergenza per noi cronica che si è semplicemente acuita e che subito si è trasformata in profonda crisi. Questa proposta di associazione, con un valido statuto e un direttivo, nasce da un’idea mia, subito condivisa da aziende quali la Ruotolo Service, la Faraso Service, la Landi, e il cartello ora include ben 130 soci, coi quali c’impegneremo per superare questo momento nero e farci regolarizzare, quando riprenderemo a lavorare”. Infatti, la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori del settore hanno contratti a intermittenza, ferie non garantite, permessi, malattia ed infortunio. E’ questo un settore che patisce endemicamente la precarietà del lavoro, che non garantisce in alcun modo la continuità salariale e nessun accesso agli ammortizzatori sociali. La sfortunata contingenza di questa crisi deve essere il punto di non ritorno per immaginare, elaborare e costruire un nuovo modello per il comparto lavorativo del mondo dello spettacolo, dell’intrattenimento, dell’arte e della cultura. Un modello nuovo che abbia al centro la dignità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo è il momento giusto per imporre sull’agenda pubblica l’annosa problematica che, si deve trasformare in una proposta e in una piattaforma di rivendicazione, a cominciare dall’ accesso ai fondi di cassa integrazione in deroga emanati dal Governo per far fronte ai primissimi tempi di crisi da Coronavirus, all’introduzione di un reddito di quarantena immediato per tutte le lavoratrici ed i lavoratori colpiti dalla crisi, da articolare in forme di indennizzo, agevolazioni fiscali e contributive, sostegno al pagamento delle spese e delle scadenze come bollette e mutui.

Consiglia

In punta di bacchetta con Vincenzo Cammarano

Una famiglia musicale quella del clarinettista e direttore di Camerota, raccontata dai figli Leo, compositore e Daniela, violinista

Di Leo e Daniela Cammarano

Sono “impressioni incancellabili”, per usare le parole di Eugenio Montale, nella sua recensione del Boris di Rimskij Korsakov diretto da Gianandrea Gavazzeni, quelle che offre il M° Vincenzo “Enzo” Cammarano, sia che si ascolti una sua marcia sinfonica o che si lasci andare alla testa di un’orchestra o della sua amata banda, che lo vede sin da giovanissimo, evocare Carmen, Violette, Manon, Butterfly, Mimì, con gesto largo e calmo quasi a voler “cavare” il suono e l’impasto, strumento per strumento, attraverso le sue mani, o anche passeggiando per le storiche strade della sua Camerota. Una famiglia musicale come la maggior parte del territorio cilentano, che ha offerto al mondo musicale splendidi talenti, a cominciare proprio dai figli d’arte del M° Enzo Cammarano, Leo, compositore e direttore e Daniela, eccellente violinista, che oggi ci accompagneranno alla scoperta del mondo musicale e non solo del loro padre e mèntore.

“La mia esperienza con la musica inizia presto – racconta Leo -. Nella mia famiglia è così (e lo vedo tuttora con i miei nipoti), non c’è giornata che non preveda almeno “un ascolto”, una discussione o una riflessione su qualche aspetto musicale. Quest’aura, questo “senso del quotidiano” mi ha accompagnato sempre ed è grazie ad essa, che vivo con naturalezza la mia passione-lavoro, anche nell’insegnamento. Come in ogni percorso formativo che si rispetti, ho vissuto difficoltà, delusioni, piccole vittorie, battute d’arresto e, fortunatamente, anche soddisfazioni notevoli. Mio padre è stato il motore costante della mia passione per la musica, mi ha guidato passo dopo passo, severo, ma sempre presente, dotato di un senso musicale che pochi possono vantare. Quando avevo circa un paio di anni, mi permise di imparare le note ed i primi rudimenti della teoria musicale escogitando un sistema di colori e forme e, ancora oggi, è un riferimento imprescindibile nelle mie scelte musicali e non. Nel corso degli anni, come è naturale che sia, soprattutto nell’adolescenza, ci sono stati momenti di contrasto. Col tempo ho capito che le sue parole erano sempre motivate dal fatto che il suo “sguardo” copriva una distanza maggiore del mio. Si! lui guarda sempre lontano, pensa sempre a dieci possibili scenari. Ritengo che potrebbe essere un ottimo giocatore di scacchi. Nonostante un percorso di studi che mi ha condotto anche verso ambiti nuovi e sperimentali, il confronto e le riflessioni permangono. Come ogni buon maestro, ovviamente, mi ha sempre detto di “rubare da lui” quello che ritenevo più utile alla mia evoluzione musicale, non possono e non devono esistere dei cloni, ogni musicista è un’entità musicale autonoma, guai a ricalcare qualcun’altro, nella prassi esecutiva, nella composizione, piuttosto che nella direzione d’orchestra. Come insegnante cerco di trasmettere ai miei allievi l’importanza di questo concetto, guidandoli verso una continua riflessione sul perché delle cose, senza sterili nozioni e cercando di trasmettere loro la mia passione per la musica, perché se c’è passione, non esisterà sacrificio o noia nel dedicarsi al proprio compito (altro insegnamento di papà!).Un’altra figura di cui non posso tacere l’importanza nel mio percorso musicale è mia sorella Daniela. Per la sua devozione alla musica, per la sue straordinarie doti e per i consigli che ha saputo donarmi. Un ciclone di musicalità, non saprei definirla diversamente. Mio padre, mia sorella Daniela sono imprescindibili, ma, in maniera assolutamente straordinaria, tutta la nostra famiglia partecipa “in coro” alla nostra vita musicale sostenendoci e consigliandoci. Per quanto mi riguarda, la mia famiglia è come una commissione di consulenza nelle varie fasi redazionali delle mie composizioni. Ascoltano, commentano e danno suggerimenti persino nel caso di brani più sperimentali o acusmatici. Famiglia Cammarano, non potrei chiedere di meglio!”.

“Wow che compito descrivere il perché – rivela Daniela – del mio amare così profondamente ciò che faccio. Tutto comincia proprio da mio padre, da quest’uomo in cui ogni cellula del corpo, ogni respiro, ogni movimento è Musica, è amore per la vita e gratitudine per aver potuto vivere di ciò che più ha amato, trasmettendolo a noi, come una delle più grandi eredità che un genitore possa donare ai propri figli. Ricordo ogni attimo dei primi momenti di questo cammino affrontato insieme, i pomeriggi a “giocare” con la Musica, e a provare a conquistare il cuore di questo uomo che rappresentava e rappresenta tutt’oggi il mio punto di riferimento. Non è stato semplice capire quanto veramente mi appartenesse questo mondo, essere sempre lì esposti, però riusciva a farmi sentire sempre più forte, sempre più autentica ed ecco perché non ne ho potuto più fare a meno. Girare il mondo, emozionarmi sui più importanti palchi internazionali e portare nel mio cuore la mia famiglia, gli occhi severi e profondi di papà, il cuore dolcissimo di mia mamma, i sorrisi di mia sorella, la preziosa serietà di mio fratello e la bellezza e l’ingenuità splendida dei miei nipotini, mi hanno permesso di diventare ciò che oggi sono nella mia Musica. Papà è un direttore d’orchestra superbo, le sue braccia “suonano” da sole, e per me che sono spalla posso dire che raramente mi è accaduto di poter vedere ciò. Ricordo le sensazioni che provavo ogni volta che lo vedevo salire su quel palco, ricordo la mia fierezza ed il mio senso di appartenenza a lui che si acuiva volta per volta, donandomi una risorsa incredibile, dalla quale ho attinto le mie Energie nei momenti complessi della mia vita. Leo e papà sono davvero i due geni assoluti di casa, io un po’ colei che si rispecchia nella loro perfezione, rubandone appena possibile i segreti. Il difetto principale del mio papà è di essere severo, prima di tutto con se stesso e ciò spesso ci ha portato a discutere. Ma che dire, ora sono come lui, se non peggio, e capisco che è la sola strada per ottenere ciò che si desidera senza scendere a compromessi con nessuno. Amo il mio papà. Non avrei potuto chiedere di meglio”.

Consiglia

Una Stagione lirica particolare

Lira Tv apre i suoi archivi e offre cinque titoli andati in scena sul palcoscenico del teatro Verdi tra il 2008 e il 2015. Sabato alle ore 22,30 la Traviata firmata da Franco Zeffirelli con la coppia Massis e Bruson

Di OLGA CHIEFFI

Il mondo della musica classica non si arrende e non si ferma, nonostante il coronavirus. Teatri grandi e piccoli, in Italia e all’estero, stanno trasferendo i loro concerti online e invitando a partecipare, gratuitamente, un pubblico virtuale. Dalla Metropolitan Opera House di New York alla Filarmonica di Berlino fino alla Fenice di Venezia: tante le opere e gli spettacoli fruibili comodamente dal divano di casa. Un modo per combattere l’isolamento e sentirsi meno soli.  “Anche il teatro Verdi di Salerno – ha affermato il M° Antonio Marzullo – ha pensato di mettere in onda un florilegio delle più applaudite produzioni andate in scena sul palcoscenico del massimo cittadino tra il 2008 e il 2015. A pochi giorni dal 10 aprile, in cui si sarebbe risollevato il sipario del Morelli sulla grande musica, la decisione da parte della direzione artistica del Teatro Verdi di donare una stagione “televisiva” ai melomani salernitani, con la messa in onda di alcune opere liriche che l’emittente Lira Tv aveva ripreso ed ha disponibili nei propri archivi. Un augurio affinchè ci si possa riabbracciare al più presto nel salotto culturale di Salerno”. Il debutto è in programma domani alle ore 22.30 e replica domenica 29 marzo alle ore 18.00  con la indimenticabile edizione de’ “La Traviata” firmata dal binomio Zeffirelli-Oren, datata 2008. Riprendendo un’idea già sperimentata, Zeffirelli fa alzare il sipario sullo struggente preludio mostrandoci la morente Violetta che nel letto del dolore rivive in un lungo flashback la propria esistenza. Di qui il doppio binario su cui scorre visivamente l’opera: da un lato le scene festose, di massa, dall’altro quelle intime, dell’amore vero, tanto nude e spoglie quanto le altre sono rutilanti, gremite, movimentate e volutamente volgari, forse perché nel ricordo tutto si esalta e si ingigantisce. Ecco perciò l’eccesso di comparse, di figuranti, di luci, di cuscini, di candelabri, di tendaggi nella casa di Violetta al primo atto e, nel secondo, in quella di Flora, affollata sapientemente non soltanto da matadori e zingarelle, ma anche da maschere della Commedia dell’Arte, giocolieri, funamboli, spiantati nobiluomini, ricchi borghesi, donnine allegre e compiacenti in fantasiosi costumi, il tutto in una luce rossiccia diffusa da una fantasmagoria di globi rutilanti e caleidoscopici. Qui rivive la Violetta immersa “di voluttà nei vortici” mentre l’altra, la santa per amore, si purifica nella spoglia semplicità della casa di campagna, fino ad apparire, quasi estatica, vestita di una candida tunica ed immersa in una luce celestiale nel finale del secondo atto, dopo il violento insulto di Alfredo. Ma è ancora il letto del dolore ad accoglierla nell’ultimo atto dell’opera e della sua esistenza, con taglio oreniano secco sulla caduta in terra di Violetta sulla parola “oh gioia!”. La Violetta di Annick Massis ci riporterà vicino all’arte del prendere i fiati, di governarli più per segreta intelligenza che per tecnica, per il senso, l’espressione corporea della sua voce, per il suo gioco d’emissione, le difficili colorature. Non manca ad Alexey Dolgov, il quale indossa i panni di Alfredo, la baldanza tenorile, ma non la coloritura delle ombre, tristemente presaghe nelle dolorose riflessioni cromatiche sin dall’inizio. La Traviata vivrà il suo momento più alto certamente nel secondo atto, in cui troneggerà su tutto e tutti il Giorgio Germont di  Renato Bruson, che rinnoverà il sempre più raro piacere di sentir cantare sui fiati, facendo veleggiare la voce sul respiro, rendendola duttile e docile ad ogni sfumatura espressiva, che avrà il suo picco in “Piangi…..piangi!”. Daniel Oren ha l’ istinto e la razionalità dei giusti tempi sia in senso strettamente musicale sia sotto il profilo drammatico sia, infine, nel rapporto con la tradizione; la sua tendenza alla sobria o concitata serratezza si accompagna alla rara capacità di dar aria al canto, nel rallentare e impellere in ciò che è accompagnamento solo di nome. Il complesso salernitano ha acquisito sotto la sua guida e, con i dovuti rinforzi esterni, il rango di grande orchestra sinfonica; di rifinitissimo suono le prestazioni dell’ oboe e clarinetto soli, come dei flauti. Il cartellone di Lira Tv ci accompagnerà fino al 26 aprile con altri quattro titoli. Il 4 e il 5 aprile, si potrà assistere la Tosca del 2015, l’ 11 e il 12 aprile, Cavalleria e Pagliacci del 2011, il 18 e il 19 aprile il Barbiere di Siviglia 2010 e gran finale, il 25 e il 26 aprile con la  Carmen del 2010.

Consiglia

Mariangela Mandia: la quarantena nelle Dolomiti del Sud

Qui i sensi vengono trasportati verso un’incontrollabile realtà, cercando di pianificare di adattarci alle nostre giornate, tenendoci strette le nostre certezze con estrema attenzione, un limite sottile fra Uomo e Natura

Mariangela Mandia

Si scrive per diffondere un pensiero con l’intento di poter essere di supporto attraverso il proprio lavoro, nel mio caso, in maniera personalissima fra creatività e pragmatismo, contenuti e promozione, scegliendo di preservare l’aspetto legato all’ospitalità nella Tenuta Mandia “La Tavernola”. La quarantena nelle Dolomiti del Sud, Sicignano degli Alburni, il valico delle Nares Lucanae, sulla Popilia, via Romana, Ss.19 delle Calabria. Si ascolta ciò che si può e ciò che non si deve fare, poi, un po’ di musica ed eccoci tutti catapultati nei nostri spazi, chi fra visioni cubiche metropolitane in cui i suoni hanno un diverso ritmo, chi dove il luccichio ed i profumi mutano. Qui i sensi vengono trasportati verso un’incontrollabile realtà, cercando di pianificare di adattarci alle nostre giornate, tenendoci strette le nostre certezze con estrema attenzione, un limite sottile fra Uomo e Natura, attento alle evoluzioni contemporanee, fra sostenibilità, urban green, energie rinnovabili ed healthy life. No/Si…una data, poi un’altra ed eccoci la Quarantena ha inizio, si apre il sipario. Lo spazio open air diventa tutt’uno con me: la Natura è un metodo, mi ritengo privilegiata riuscendo a coglierne ogni sfumatura, proprio perché ho vissuto in luoghi diversi. Il mio stile è la sintesi sempre in evoluzione come la natura in cui si alternano le stagioni, dove tenacia, curiosità e risultati devono essere in assoluta armonia. Si prosegue in giorni in cui la melodia è un senso fra tagliatelle e spartiti, la rotella scorre ed io canto, “Ehi mambo, mambo italiano”, perché in cucina ci vuole passione, eros e stile. Come mettere in atto una scena a teatro, deve far bene a chi ascolta e chi recita/prepara/mangia. Le giornate sono intense, ricche di spunti, di adrenalina, di consapevolezza che tutto è relativo. Siamo su di una linea rossa ed è lì che ritengo risieda la vera risorsa. Continuo a comunicare con chi vuole trovare risposte e pianificare un nuovo inizio ma, soprattutto, ad amare ciò che mi fa sempre sentire a casa ovunque vada: la mia Madre Terra. Dai borghi come Sicignano degli Alburni, ho imparato a stare bene nelle metropoli è stata sempre ispirazione di nuovi progetti, ambizioni, le montagne mi hanno resa sognatrice con gli occhi aperti, fino a realizzare il connubio tra Vietri sul Mare e monti Alburni, valorizzando la ceramica e tanti altri importanti cambiamenti professionali condivisi anche con aspetti sociali, ma sempre con allegria. Qui abbiamo già chi impiega tanto tempo per lavarsi le mani, dove si sente  il profumo del pane e di chi continua a produrlo con la farina di grani antichi, di quanto coltivano e rendono solide delle radici come corde di pianoforte, capaci di creare accordi fra autenticità sana, pronta a rendere migliore uno stile di vita, composto da tanti spartiti, dove il lavoro e la salvaguardia del capitale umano possono essere innovatori di un territorio come questo, già ben collegato con la sua stazione ferroviaria, che ricorda il romanzo di Emile Zola “La Bète humaine”, ma carico di speranza, già invaso dal profumo di fragoline di bosco, pronte a diventare liquore ed i misteri di un Rosario mandato in filo diffusione, creatività e operosità, meravigliosa scienza in cui risiede utilità sociale ed umana. Questo ritengo possa essere al servizio di quello che oggi vuole l’umanità e l’economia: il vero benessere. Io ci sono.

Consiglia

Linda Ansalone: una poetessa salernitana a Milano

Al suo fianco, la prima viola del teatro alla Scala, Danilo Rossi. “Quando ti affacci al balcone e incroci gli sguardi dei vicini, ti senti di nuovo parte di qualcosa. Per questo è nata in Danilo l’idea della “Scala per le scale”, un concerto per i nostri condomini, sull’ uscio della porta di casa”

Di LINDA ANSALONE

I teatri a Milano sono stata i primi a chiudere con l’ordinanza del 23 febbraio.
A me che lavoro come Ufficio Stampa al Teatro Menotti e a Danilo, Prima viola Teatro alla Scala è stato subito chiaro che stava accadendo qualcosa di grave. Al resto dei milanesi meno. Le informazioni erano troppo poco coerenti, si continuava una vita normale anche se a pochi Km si iniziavano a contare i primi morti. Tuttavia, con l’ordinanza dell’8 Marzo, la situazione è cambiata radicalmente. I morti aumentavano vertiginosamente e le strade si svuotavano. Io abito in una zona centrale e il silenzio della città mi è apparso “cinematografico”. Sembrava di essere in un set, uno di quei film americani apocalittici. Invece no, era realtà. Dal ritmo frenetico di Milano si è passati alla mobilità assoluta. Una quiete artificiosa. Ci hanno chiesto di chiuderci in casa. Siamo fortunati. Non mi sento di chiamare questa “imposizione”, sacrificio. Possiamo prenderci del tempo per dedicarci alle nostre passioni.  Non ci è stato chiesto di imbracciare le armi. È importante continuare a studiare, aggiornarsi, scegliere chi e cosa leggere, filtrare le informazioni giuste. Dedicarci a tutte le attività che per mancanza di tempo, rimandiamo sempre. Io per esempio ho pile di libri che mi aspettano. Grazie alla tecnologia riusciamo a lavorare, anche se a me manca il sipario che ogni sera si apre per regalarci una magia nuova. Grazie ai mezzi di comunicazione riusciamo anche ad essere anche vicino ai familiari lontani. Fortunatamente io ho qui con me mia mamma, era salita a Milano a trovarmi e si è trovata poi nel pieno dell’emergenza. Abbiamo un gruppo WhatsApp familiare e tra il “serio e il faceto” cerchiamo di mantenere alto il morale. Spero di poter tornare presto a Salerno, ci manco dall’estate scorsa, ho bisogno di tornare nei miei luoghi, mai come adesso.  In questi giorni riesco a godermi le mie cagnoline Thelma e Louise, che non mi hanno mai vista tanto in casa. Per me sono una vera a propria terapia anti- stress, mi diverto a fotografarle e condividere gli scatti sui social con qualche frase divertente. Se riesco a strappare dei sorrisi sono contenta, ne abbiamo bisogno! Sul balconcino di casa abbiamo appeso uno striscione con su scritto “Non molliamo, ce la faremo”. È un po’ il nostro mantra. Bisogna rimanere uniti anche se a distanza. Rispettare le regole e avere fiducia nel personale sanitario, i veri eroi di questi giorni. Il loro sacrificio sarà la nostra salvezza. Quando tutto sarà finito nel teatro dove lavoro faremo una grande festa. Ci abbracceremo di più. Questa emergenza ci sta facendo capire che nulla può sostituire il calore di un abbraccio umano. La tecnologia è fondamentale, ci aiuta, ma le emozioni hanno bisogno di mani che si incrociano e spazi da condividere, occhi da guardare. Quando ti affacci al balcone e incroci gli sguardi dei vicini, ti senti di nuovo parte di qualcosa. Per questo poi è nata in Danilo l’idea della “Scala per le scale”, un concerto per i nostri condomini, sull’uscio della porta di casa, in diretta Facebook. Ci sembra davvero di abbracciarci tutti, di tenerci forti per mano, di condividere questa battaglia. Probabilmente, non ci siamo mai fermati a parlare tanto con le persone che abitano nel nostro palazzo, corriamo sempre dietro un orario da rispettare e un appuntamento da non perdere. Questo mi ha aiutato a capire che nessun rapporto va sacrificato, bisogna trovare il tempo per rallentare il tempo.

Consiglia

PINO GRIMALDI E LA FOTOGRAFIA COME INTERPRETAZIONE

Rino Mele

“Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi, e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita” scrive Gadda ne “La cognizione del dolore”. Ed è la distanza non misurabile che ormai, in giorni così aspri e difficili, abbiamo tra noi e gli altri, tra noi e il nostro passato e – cosa tremenda e mirabile – tra noi e noi stessi. Sono cadute e disperse le linee tracciate, in tanti anni, dal nostro affanno e dagli istanti di gioia, e che credevamo di conservare con attenta cura, ognuno il suo archivio, con bene ordinate le memorie dei nostri rapporti, quel continuo specchiarci negli altri e riceverne conforto, aiuto. Un mare di segni tenuto insieme anche dai sensi di colpa, il ricordo degli innumerevoli errori ma anche della comprensione che abbiamo ricevuto dal generoso dialogo dell’amicizia.                                                                                                                                                         Ora, alla tragedia collettiva s’aggiunge una non prevedibile ferita, la notizia appena ricevuta della morte di un amico. Non ci vedevamo da tempo ma questo è naturale nella condizione amicale (arcaica e sempre nuova): che puoi non vederti per anni e, incontrandoti, puoi continuare con gioiosa semplicità l’ultimo discorso lasciato sospeso, il dialogo – dolce nella memoria – che aspettava di essere concluso. Pochi minuti fa, mi è giunta una pressante telefonata da un paesino di neve dell’alto Molise: Olga Chieffi, musicologa e responsabile delle pagine di cultura di “Cronache”, mi ha chiesto una pagina per l’amico Pino Grimaldi morto ieri. Ero stanco, come molti sto trascorrendo l’attesa della fine del Diluvio, quasi un piccolo animale nell’arca, sempre a rileggere, a leggere, a scrivere ma non potevo dire di no al volto ridente e acutissimo che mi è apparso, di Pino, la visione degli affetti che annulla le distanze: aveva sempre quasi una razionale ansia di raggiungere un obiettivo, se fosse stato un arciere avrebbe sofferto di non poter precedere la freccia appena scoccata, per meglio orientarla. Questo suo particolare rapporto col tempo faceva di lui un uomo estremamente moderno, legato alla simultaneità, al confronto veloce, alla ricerca della difficile coincidenza tra critica e testo, tra il progetto e la sua realizzazione. È stato un bravissimo e sorprendente fotografo. Negli anni Settanta riuscì a portare in questa fondamentale arte della comunicazione visiva un vento travolgente e fresco di vitalità e impegno sociale. Furono gli anni in cui iniziò il sodalizio con un giovane scenografo di eccezionali virtù, Gelsominio D’Ambrosio: l’occasione fu la realizzazione, da parte loro, del primo manifesto della Rassegna di Teatro Sperimentale “Nuove Tendenze” a Salerno, curata da Giuseppe Bartolucci e Filiberto Menna. Era il 1973, e da allora la città è rimasta uguale, coi suoi morti e i suoi vivi che ancora dialogano tra loro e rimpiangono di non poter stare insieme, anche di notte, tra la Villa Comunale  e il Teatro Verdi a inseguire le favole crudeli del “Carrozzone di Firenze, l’iperreale forza espressionistica di Vasilicò, la compiutezza del recupero dei linguaggi dell’inconscio in Perlini. Il primo manifesto fu una fotografia di Pino Grimaldi, l’immagine del Teatro Verdi moltiplicata “in abisso, quasi a significare la violenza salvifica dell’arte e della sua rappresentazione. È stata la fotografia il  punto di partenza di Pino Grimaldi, e segna uno dei periodi più alti e felici della sua insonne attività, prima in Studio Segno con Gelsomino D’Ambrosio e poi, autonomamente, in Blur Design. Da quel lontano 1973 possiamo registrare un mezzo secolo di studi sulla comunicazione, del suo impegno, del suo lavoro, nei labirintici aspetti della comunicazione, nella nostra convulsa, esigente, distratta (e deformante) società.                                                                                                                                                                 Cos’è morire? Non ce lo chiediamo nemmeno più, per non spaventarci. Solo i bambini si fanno ancora questa domanda. Forse trovano una qualche risposta aspra, come un segreto, che comunicano tra di loro giocando a nascondino.

Consiglia

L’eredità di Claudio Tortora e Renata Tafuri

Ai figli d’Arte Gianluca e Valentina il compito di schizzare gli eclettici genitori in punta di penna

Di Gianluca e Valentina Tortora

Claudio Tortora, l’eterno portatore di un linguaggio, quello del teatro, che è più ampio dei limiti del mondo, come deve essere l’ anima, lo sguardo di chi è sottomesso unicamente all’arte, che riesce soltanto ad intendere priva di ogni scopo, libera, universale, pura, che conosciamo quale patron del Teatro delle Arti e ideatore del Premio Charlot, con al suo fianco Renata Tafuri da ben quarantatrè anni, una coppia inscindibile, anche perché nata sulle tavole del palcoscenico, e assimila nel proprio percorso artistico elementi e sfumature mediate dal proprio vissuto, riappropriandosi delle proprie “ragioni native”, sono i soggetti di un particolare ritratto che oggi affidiamo alla penna dei figli d’arte Gianluca e Valentina, i quali ci porteranno a “fare parte della scena”, allestita dai loro genitori.   “Un periodo così non si dimentica – scrive Gianluca – è un momento che ti distrugge e fortifica allo stesso tempo. Nella mia vita, credo di non essere mai rimasto a casa per più di mezza giornata, il lavoro frenetico e tutta la routine che, tre settimane or sono, faceva parte della mia vita, non mi ha mai permesso di fermarmi un attimo. Oggi, sono a casa con la mia famiglia e i miei figli, il lavoro bloccato e i pensieri che si affollano nella mente, pensieri che, credo, appartengono a tutti noi. Non nascondo che, all’inizio, ho avuto un po’ di paura per tutto questo, ma voglio pensare positivo e credere che presto ne usciremo. Supereremo l’anno orribilis, sicuramente non indenni lavorativamente, ma ricchi di amore e affetti. Ringrazio, però, chi da sempre mi ha insegnato ad apprezzare tutto questo, ad apprezzare la famiglia e i figli, che mi hanno insegnato che soldi e lavoro sono solo una infinitesima parte della nostra vita, quella materiale e futile, che il valore aggiunto lo danno gli affetti che ti circondano. Il mio ringraziamento è diretto, quindi, a mia madre e mio padre, persone opposte ma uguali che, con i loro pregi e i loro difetti hanno reso di me l’uomo che sono oggi. Essere “figlio d’arte”, si sa, non è facile. Si ha la responsabilità incombente del cognome che porti e si è sempre preda del terrore di non essere all’altezza delle aspettative. Papà non mi ha mai reso la vita facile e “per fortuna”, quelli che potevano essere piccoli errori per gli altri, a me sono stati sempre aumentati del 50%. Ho iniziato a lavorare al Premio Charlot prestissimo come pony express: portavo i volantini per lidi e locali, oggi, ne sono parte integrante in direzione artistica e organizzazione. Mio padre mi ha insegnato che nella vita nessuno ti regala niente, quindi bisogna impegnarsi al massimo, studiare e solo allora potrai raggiungere i tuoi obbiettivi e vedere i tuoi sogni realizzati. Mamma, invece, è il mio grillo parlante, la persona saggia che con filosofia e dolcezza ti dice che stai facendo una sciocchezza e ti aiuta a capire la strada giusta da intraprendere. Non vedo i miei genitori dalla prima decade di marzo, quando con la mia famiglia abbiamo deciso di #restareacasa e di non muoverci, se non per la spesa. E’ dura non poterli vedere e abbracciare, ma abbiamo insegnato loro come utilizzare skype e, così, ci divertiamo a fare le videochiamate tutti insieme. Mi si stringe il cuore vederli tramite un computer, ma è per  il loro bene, dobbiamo solo  aspettare che tutto finisca. Continuo, così a far tesoro di ogni loro parola e insegnamento, sperando che un giorno i miei figli possano far lo stesso con me”. “Mamma… papà … i due grandi amori  della vita mia – rivela Valentina – pilastri fondamentali, rifugi sicuri e sereni, presso i quali poter scappare sempre, anche  a 40 anni, sposata, e con figli. Ho la fortuna di avere due genitori presenti, ma non ossessivi, attenti ma non invadenti, amorevoli ma sempre discreti e delicati, sono la mia ricchezza più grande, ovviamente insieme ai mie figli. Quando si diventa mamma si apprezzano ancora di più i genitori perchè riesci a comprendere e a valutare ragionamenti e atteggiamenti che, casomai, una ragazzina in fase adolescenziale non riesce a capire, oggi da mamma riesco a interpretarli, stando dall’altra parte e questo me li fa amare ancora di più. Mamma e papà hanno due caratteri completamente differenti, mamma, logica e matematica, razionale (razionalità che perde solo quando si tratta dei suoi quattro nipotini) sempre con i piedi per terra, precisa, selettiva, amorevole, ma solo con chi e quando dice lei, testarda, caparbia. Non è proprio semplice tenerle testa, amante della vita e delle gioie della vita, in coppia con mio padre sognatore, pasticcione, caotico, lunatico eterno sognatore con un animo da eterno bambino, ma nello stesso momento determinato, caparbio, ambizioso, desideroso sempre di progettare, creare. Insieme sono una miscela esplosiva e, a tratti, quasi ricordano gli amati Sandra e Raimondo, sempre lì pronti a battibeccarsi a punzecchiarsi, ma nella realtà dei fatti poi, si completano e sarebbero nulla l’uno senza l’altro. Una coppia, la loro, che dura da quarantatrè anni e che non può non essere, per noi figli, un valido esempio da seguire, giacchè oggi, più che mai, il concetto di famiglia, sta svanendo sempre più. Da mia madre ho ereditato, e ne vado fiera, proprio il senso della famiglia, la bellezza di poter condividere in famiglia le vicissitudini di ogni membro dal più piccolo al più grande, l’importanza di riunirsi a tavola durante i pasti per poter parlare e discutere, anche di semplici banalità, purchè si sia tutti  insieme. Oggi, più che mai, in questo momento scuro e buio della nostra vita, gli insegnamenti della mia famiglia tornano preziosi. Sono, ormai, circa quindici giorni che questo virus bastardo ci ha reclusi in casa privandoci del lavoro, degli amici, delle uscite, dei ristoranti, delle passeggiate, degli affetti più cari, (ormai sia io che mio fratello vediamo mamma e papà grazie a skype) insomma sopravviviamo. Eppure, da qualche parte, sto recuperando la forza, per andare avanti e trasmettere forza anche a loro e ai miei bambini, cosi trascorriamo le giornate riscoprendo la bellezza dello stare insieme, senza dover necessariamente correre travolti dalla frenesia della vita quotidiana, riscopriamo la bellezza di fare un dolce o una pizza insieme tutti e quattro, o il divertimento di fare una partita a carte senza barare. Oggi, se riesco a fare tutto questo, senza cadere nello sconforto e nella depressione, se riesco, con la mia determinazione, a tranquillizzare  gli sguardi intimoriti dei bimbi che, con i loro visini ingenui, vorrebbero capire il perchè di tante cose che restano, purtroppo, inspiegabili, è proprio grazie ai miei genitori e ai loro insegnamenti che mi hanno resa la donna che sono.

 

Consiglia

la stagione Lirica del Verdi su LIRATV in attesa che si rialzi il sipario

Una stagione lirica in televisione, in attesa che si possa presto rialzare il sipario del Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno. Il Comune di Salerno e la Direzione Artistica del Teatro Municipale Giuseppe Verdi hanno richiesto ed ottenuto da LIRA TV la disponibilità a programmare, senza onere alcuno a carico del Comune e del Verdi, la messa in onda di alcune opere liriche che l’emittente negli anni passati aveva ripreso ed ha disponibili nei propri archivi.
L’intento del Sindaco di Salerno Vincenzo Napoli con l’Assessore alla Cultura Tonia Willburger, unitamente al direttore artistico Daniel Oren ed al Segretario Artistico Antonio Marzullo, è quello di poter offrire ai concittadini ed a tutti gli amanti dell’opera un’occasione di svago culturale ed artistico che possa contribuire ad affrontare meglio i disagi e le limitazioni necessarie per contenere e sconfiggere il Coronavirus.
Sarà così possibile rivedere e riascoltare alcune delle produzioni più belle andate in scena nel Massimo Cittadino.
Il debutto è in programma sabato 28 marzo alle ore 22.30 e replica domenica 29 marzo alle ore 18.00 con la storica edizione de La Traviata nel 2008. Uno spettacolo di grande bellezza con l’inimitabile regia di Franco Zeffirelli, diretta da Daniel Oren con un cast internazionali d’interpreti: Annik Massis (Violetta), Nicoletta Curiel (Flora), Stefana Kubalova (Annina), Alexey Dolgov (Alfredo), Renato Bruson (Giorgio Germont), Max Renè Cosotti (Gastone).
Questo il ciclo di programmazione sempre al Sabato alle ore 22.30 e replica la domenica alle ore 18.00
Sabato 28 e Domenica 29 Marzo   Traviata 2008
Sabato 4 e   Domenica 5 aprile      Tosca 2015
Sabato 11 e Domenica 12 aprile    Cavalleria e Pagliacci 2011
Sabato 18 e Domenica 19 aprile    Barbiere di Siviglia 2010
Sabato 25 e Domenica 26 aprile    Carmen   2010
Consiglia

Le ricette del nutrizionista Angelo Persico

Salmone e agrumi per alzare le difese immunitarie

Il rosa del delicatissimo trancio che predilige la cottura al vapore, sposa l’aranciato del succo di limone e arancia, per un piatto a prova di virus

Di ANGELO PERSICO

Con il termine salmone si indicano i vari generi appartenenti alla famiglia delle Salmonidae, a cui, fra gli altri, appartengono anche le trote. Tutte le specie oggi esistenti, discendono da un antenato comune che, circa 40 milioni di anni fa, popolava l’emisfero settentrionale. Non a caso, ancora oggi, i salmoni risiedono nella stessa zona che si estende fra l’Oceano Atlantico settentrionale e il Pacifico settentrionale. Il salmone atlantico è uno dei pesci più famosi al mondo, mangiato da oltre 2000 anni, affascina anche gli studiosi per via delle sue qualità nutrizionali e delle sue caratteristiche morfologiche: questa specie, infatti, può vivere fino a dieci anni, raggiungere la lunghezza massima di un metro e mezzo e arrivare a pesare fino a 20 kg. Dal punto di vista nutrizionale, la sua caratteristica più conosciuta, è la cospicua presenza di acidi grassi polinsaturi del gruppo omega 3acido docosaesaenoico ed eicosapentaenoico (DHA e EPA, circa 2 g / 100 g), ovvero quei grassi polinsaturi che proteggono il cervello ed il sistema cardiovascolare. Tuttavia, è utile precisare, che i grassi omega tre sono particolarmente sensibili al calore, e per questo motivo si richiede una certa accortezza in cucina. Sicuramente la cottura al vapore resta la migliore, ma non da meno sono quelle al forno, in tegame o al microonde. Interessante è anche quella al sale ma, senza esagerare, poiché una quota di sale comunque riesce a penetrare attraverso la pelle del pesce, soprattutto se non eseguita correttamente. Un’altra importantissima caratteristica nutrizionale del salmone è il suo alto contenuto proteico, proteine non solo ottime dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo: i peptidi sono ad alto valore biologico, ovvero contengono tutti gli amminoacidi essenziali per il nostro organismo. Anche dal punto di vista vitaminico il salmone risulta un ottimo alimento. In esso sono presenti vitamine del gruppo B (B1, B6, B12) ma anche la vitamina D, che è importante per la salute delle ossa, aiutando l’organismo ad assorbire il calcio per la costituzione ossea. Secondo le banche dati dei nutrienti il quantitativo di vitamina D in 100 grammi di salmone varia tra i 361 e i 685 IU. Secondo recenti studi, questa differenza così notevole nella quantità di vitamina D, sarebbe da attribuire al tipo di salmone: se selvatico o d’allevamento. Sembra, infatti, che il primo presenti circa 988 IU di vitamina D per 100 g, mentre il salmone d’allevamento ne contiene in media 250 UI. Oggi propongo Salmone agli Agrumi, una ricetta gustosa ma anche utile a migliorare le nostre difese immunitarie, considerando il delicato momento che stiamo vivendo. Di seguito la ricetta (Ingredienti per 2 persone): 1) Grattugiate la buccia di un’arancia e di un limone e tenetele da parte. Spremete il succo di entrambi. In una pirofila disponete il pesce (2 tranci di salmone fresco) e irroratelo con il succo. Aggiungete le bucce grattugiate e una spolverata di zenzero (Q.B). Unite mezza cipollina di Tropea finemente tritata. Coprite con la pellicola e lasciate marinare per circa due ore. 2) Accendete il forno a 160 gradi e lasciate cuocere per circa 20 minuti, aggiungendo il succo della marinatura. 3) Servitelo su un letto di misticanza e conditelo con il succo fresco di un limone.

Consiglia

La severa lezione di Madre Natura

Oggi primo giorno di Primavera, urge la promessa che archiviato questo periodo di pandemia, c’è davvero la necessità assoluta  di cambiare rotta per tutto il pianeta Terra.

Di ANNY PELLECCHIA

Piccolo uomo del 2020, ti sentivi forte, imbattibile sicuro, peccato che chi non conosce la storia è costretto a riviverla.  L’uomo domina gli altri esseri viventi, crede di essere Dio in terra, non sa che se altera i meccanismi del pianeta, ovvero attacca inconsapevolmente organismi infinitesimamente piccoli, microbi, bacilli e virus  ne diventa a sua volta vittima e preda. La malattia sonnecchia, per poi un giorno esplodere e propagarsi grazie a promiscuità sociali.   Dalle epidemie dell’antica Grecia, a quella di  Roma, alla peste raccontata dal Boccaccio, a quella del Manzoni fino a quella che stiamo vivendo oggi nulla cambia. Tutte le epidemie passano rapidamente da una massa umana all’altra.  Cosa  pensa il medico, lo scienziato del nostro tempo delle epidemie del passato e quella di oggi? La storia si ripete non c è una cura un vaccino immediato si procede per tentativi, e “secondo alcuni, luminari non esitano ad avanzare l’ipotesi, che ogni agente patogeno, abbia la propria storia, parallela a quella delle sue vittime, e che l’evoluzione delle malattie dipenda in larga misura dai cambianti, dalle mutazioni degli agenti stessi.” (Fernand Braudel ).  Oggi come allora  ci troviamo allo stesso punto. Quarantena! Dai documenti apprendiamo che il Doge di Venezia 1485, capì che  per arginare  il male bisognava creare un isolamento, le case pulite con zolfo e rimbiancate, letti e  suppellettili disinfettati e messi al sole, vestiti e panni sporchi bruciati. 2020 il pianeta si è trasformato in un immensa ampolla di Amuchina e vige la quarantena assoluta! Le fake news imperversano, “Prendete vitamina C, D, B..”. Nei tempi addietro si ricorse al Cardo benedetto ovvero Centaurea benedicta, una sorta di panacea di tutti i mali. I monaci Benedettini ne favorirono la coltivazione. Così come la Ruta, o l’acqua di rose. Ma, ahimè,  niente di tutto ciò fu di grande aiuto. Un vecchio proverbio cinese afferma che tutte le malattie umane entrano dalla bocca. Se è così anche le sostanze curative e i rimedi devono essere assunti nello stesso modo. Purtroppo, nonostante medici e scienziati di tutto il pianeta stanno cercando di trovare il farmaco giusto, la cura ancora non c’è. Ma come si sa cercando una cosa se ne trovano altre. Dall’analisi dell’Arpac vengono fuori importanti dati. L’inquinamento, soprattutto quello atmosferico, potrebbe aver preparato il terreno al coronavirus e alla sua diffusione. Dati evidenziano una relazione  tra superamenti dei limiti di legge e il numero dei casi infetti.  La Pianura Padana è guarda caso, purtroppo,  in codice rosso.  Alte percentuali di polveri significano più province con focolai di coronavirus. D’altro canto, con l’arrestarsi del mondo, l’inquinamento è diminuito drasticamente, i satelliti ce lo mostrano chiaramente. Quindi dovremmo avere meno malati di tumori nei prossimi mesi. Conclusione? Non ci vuole molto a tirare le somme.  Una volta finito questo periodo di pandemia, c’è davvero la necessità assoluta  di cambiare rotta per tutto il pianeta Terra. La Natura ancora una volta  ci ha dato una grande lezione di vita.

Consiglia

Alberto Senatore: dal Verdi di Salerno al Verdi di Trieste

Il giovane violoncellista è il figlio d’arte di Antonio, flautista e Patrizia Coppolino mezzo-soprano. “Una grande emozione realizzare tutti e tre insieme una partitura”

Di ALBERTO SENATORE

Avevo nove anni quando mio padre Antonio Senatore solista e docente di flauto del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno e mia madre, Patrizia Coppolino, mi chiesero se volessi suonare il violoncello,  “lo sventurato”, Alberto rispose si, senza sapere cosa fosse e a quale mole di lavoro, reclusione e concentrazione, andasse incontro. A quell’età non avevo idea cosa potesse significare studiare la musica. Ancora ricordo il nonno paterno Vincenzo (eccellente sassofonista), che tentava di farmi studiare solfeggio, “E’ portato il ragazzo” ripeteva. Avevo un bravissimo insegnante da piccolo, Roberto Vecchio, peccato mi applicassi poco e niente, e più i miei genitori mi raccomandavano di impegnarmi, più disattendevo i loro consigli, fin quando non lasciai perdere tutto dopo un paio d’anni, giusto il tempo di rompere il mio primo strumento. Ho ricominciato solo a sedici anni, dopo aver visto, per puro caso, dei video dei violoncellisti più famosi su youtube. Se non fosse stato per i miei genitori, che mi proposero di ricominciare, forse non sarei qui a parlarne. La passione è cresciuta esponenzialmente, tanto da dedicarmi più alla musica che al liceo, suonavo nelle orchestre con altri ragazzi (alcuni di loro oggi sono concertisti in giro per il mondo) e mi sono appassionato all’ opera grazie alla frequentazione del Teatro Verdi di Salerno, nonostante  da piccolo mi addormentassi immediatamente dopo la sinfonia iniziale. Quell’ orchestra è come una seconda famiglia, alcuni di loro mi conoscono da quando ero in carrozzino. Col tempo, son cresciuto musicalmente e umanamente seguendo i consigli di mio padre. Antonio Senatore è un uomo molto metodico è sempre stato uno studioso dello strumento in ogni sua sfaccettatura, ancora oggi all’ età di 60 anni, studia tanto, sicuramente più di me, in un’affannosa, quasi ossessiva ricerca che è l’essenza poi dell’arte. Mia madre sa bene quali sono le difficoltà di uno strumento ad arco, avendo studiato il violino fino al quinto anno. Quando ero nel pancione, lei cantava l’ Elisir d’amore di Gaetano Donizetti al teatro romano di Benevento e,  indovinate quale è stata la prima opera che ho eseguito e dove? Strani segni del destino. Dopo anni ad osservare dal di fuori, ritrovarsi all’ interno di una compagine orchestrale e porsi al servizio di una partitura e di una produzione tutti e tre insieme fa un certo effetto, quanta emozione le prime volte, divenuta una bella abitudine, dopo qualche tempo. Certo, non siamo la famiglia felice del Mulino Bianco, ne abbiamo avute di discussioni: dal dover studiare di più (essendo io un sostenitore del “massimo risultato col minimo sforzo”) all’essere “puntuali se non in anticipo” al lavoro e, per ripicca mi divertivo a commentare in maniera non troppo entusiastica i passi solistici di papà durante l’ opera, anche se eseguiti alla perfezione, per   “animare” il post spettacolo. Al di là di questo, uscire di casa e passeggiare fino in teatro, per poi suonare, non ha prezzo, non uso il termine lavorare perché per noi la musica non è mai stata un lavoro, piuttosto una passione che ancora ci stupisce e ci riempie le giornate, specie in questi tempi di quarantena. Ma non è stato tutto rose e fiori. I primi anni di studio serio, sono stati difficili e molto impegnativi, riprendere solfeggio e pianoforte complementare (mia madre certamente ricorda bene quel periodo caratterizzato da un solo urlo: “studia una mano alla volta!”), iniziare il conservatorio a 17 anni quando c’erano ragazzi della stessa età che già si diplomavano, credevo di non farcela, sinceramente. La mia fortuna è stata conoscere Gianluca Giganti, il mio maestro, docente al Nicola Sala di Benevento, il quale ha creduto in me dalla prima lezione e mi ha fatto diventare ciò che sono oggi. Dopo la triennale, ho iniziato a vincere le prime audizioni e a lavorare in altre orchestre, fino ad arrivare all’ Arena di Verona, al Carlo Felice di Genova e, in questi ultimi anni, anche alla Scala di Milano. Ci aveva visto bene nonno Vincenzo. Oggi sono stabile al Teatro Verdi (sarà un caso?) di Trieste. Ho vinto questo concorso da poco, mi accompagnò papà in macchina da Milano, di notte, dopo aver terminato le recite di Tosca in Scala, che viaggio della speranza! Alla fine ho ottenuto il leggìo, ma ancora non abbiamo avuto tempo per festeggiare. Siamo dovuti tornare di corsa a Milano, lui è tornato in treno a Salerno il giorno stesso. Quanti sacrifici che fanno i genitori! Addirittura, un giorno, mia madre venne a Venezia solo per consegnarmi un violoncello da provare e prese subito il treno di ritorno. Non credo c’entri essere figlio d’arte, se i genitori tengono a ciò che fai e in cui credi. Se avessi intrapreso un’altra strada i sacrifici, sono sicuro li avrebbero fatti ugualmente per sostenermi. Spero di averli resi orgogliosi e continuerò a farlo ogni giorno, per loro e per me stesso. Si, ho vinto il concorso qui a Trieste, sono rimasto qui al Nord, nonostante il teatro sia chiuso, e voglio continuare a studiare, per migliorare ancora, magari un giorno vincere un concorso da primo violoncello, il sogno è in Scala. La strada è lunga ed è meglio avviarsi.

Consiglia

Petrarca e lo specchio rovesciato dell’amore

È l’immagine giocosa di una morte rovesciata: la primavera si mostra sulla scena come un’amorosa rimozione della coscienza della fine, del crepuscolo acuto che corre veloce nella direzione di un vortice assiduo

Di MARIO FRESA

«Zephiro torna, e ‘l bel tempo rimena / e i fiori et l’herbe, sua dolce famiglia, / et garrir Progne et pianger Philomena, / et primavera candida et vermiglia». In questo sonetto di Petrarca (CCCX, dai Rerum vulgarium fragmenta) la perfezione e l’inganno si rincorrono sulla superficie di uno specchio. È l’immagine giocosa di una morte rovesciata: la primavera si mostra sulla scena come un’amorosa rimozione della coscienza della fine, del crepuscolo acuto che corre veloce nella direzione di un vortice assiduo, di una vertigine circolare che non può mai fermarsi. Il segno costante del sonetto è la propensione a una mobile mutazione, a una infrenabile metamorfosi danzante, entro la quale i venti fuggono e tornano, i fiori scompaiono e riappaiono, Progne si tramuta in una rondine e Philomena in usignolo. Anche il racconto mitico, antico e rigermogliante sempre, s’introduce nel fiume lungo delle trasformazioni, così come gli echi lontani di non pochi poeti del mondo classico o cristiano, rievocati o nascostamente citati (da Lucrezio a Dante a Bernart de Ventadorn). Il secondo carattere peculiare del componimento è il contrasto, la lotta oppositiva e insanabile che traversa la rena inquieta dello sguardo di Petrarca: la risorta bellezza primaverile è bianca e policroma («candida» e «vermiglia»), dunque allegra e malinconiosa, infinita e fugace, breve ed eterna sempre. Poi «Ridono i prati, e ‘l ciel si rasserena; / Giove s’allegra di mirar sua figlia; / l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena; / ogni animal d’amar si riconsiglia».  La metamorfosi s’allontana dalla frammentazione e dalla divisione e sceglie, col sostegno della dolce violenza di Eros, la riunificazione dei corpi e dei nomi e dei desideri (che insieme si “riconsigliano”), ancor più uniti e stretti, questi ultimi, dall’insistenza accumulativa del polisindeto («e…, e…, et…, et…, e…, e…, et…»), presente in quasi tutte le strofe del sonetto. Il passaggio dalle prime due quartine alle due ultime terzine annuncia, però, un’inattesa modulazione. L’opposizione e il mutamento si specchiano a vicenda, si riuniscono, rendono estreme la dissonanza tra l’interno e l’esterno, la contesa tra la realtà e il pensiero, tra il tempo del presente e il tempo dell’eternità: nel momento in cui Petrarca scrive, Laura si è davvero trasformata in un’aurata parvenza, dunque in sogno e in ricordanza; la luce della rinata primavera diventa perciò dura, si oppone con maggiore decisione allo sguardo abbuiato dell’infelice amante: «Ma per me, lasso, tornano i più gravi / sospiri, che del cor profondo tragge / quella ch’al ciel se ne portò le chiavi». Tutto è diventato misterioso e incomprensibile, perché Laura ha portato con sé, con la sua dipartita, le chiavi del cuore del poeta. Com’è possibile, infatti, che al tempo stesso tutto risplenda e tutto sia in rovina? Perché la vita s’alza e poi precipita, improvvisa, come un angelo smarrito? Perché chi amiamo è distante, e noi amiamo la distanza, e la distanza stessa ci ferisce con una tenerezza smisurata? Perché l’amore (questo è il significato ultimo dell’affetto doloroso che attraversa il sonetto) è collegato, lo ha detto Fromm, all’azione sospesa, dolce-triste, di respicĕre, di “guardare indietro con rispetto”’: l’oggetto amato splende e vive da lontano. Solo lo sguardo tagliente di Orfeo, il tragico stupore del suo voltarsi indietro, dice in modo compiuto l’infinibile incanto della primavera caduca e immortale insieme, in cui riaffiora e si ricompone, ogni volta e sempre, la bellezza di un cosmo trasfigurato dal suo periodico mutare e divenire (e dal nostro guardarla con rispettosa distanza, con l’amore disperato di chi è inchiodato ad una vita miracolosamente effimera e lucente).

Consiglia

Il colore dei ricordi

Ospitiamo oggi Marco Vecchio, figlio d’arte di Sergio e Bruna Alfieri. “Mio padre era il silenzio della pittura, il rigore e insieme la purezza, mia madre l’estro, la creatività e la bellezza”

Di MARCO VECCHIO

Ogni alba è il preludio di una vita. Quel paradiso perduto che chiamiamo infanzia è un tempo in cui gli occhi incontrano visioni che un giorno chiameranno ricordi. Ho sempre pensato che le cose che vedi da piccolo ti restano dentro come foto istantanee, ti marchiano come segni sulla pelle o come compagni di viaggio. Per me quei ricordi sono tutti legati ai colori, ecco perché l’infanzia per me vuol dire destino. Era scritto già nelle stelle il mio futuro. Quei treni che sbuffavano nei blu di mio padre o i suoi templi trafitti dal rosso erano immagini talmente forti da sostituirsi a quelle reali. “La sua pittura, fissata in una dimensione di realismo onirico, non è una contraddizione, ma un particolare modo di vivere il silenzio.”, scrisse di lui Rino Mele. Da contraltare facevano i costumi di mia madre, gli spettacoli visionari e simbolisti, ancora negli occhi di chi li ha vissuti! Creature antropomorfe intrise di rami, gommapiuma e merletti, autentiche apparizioni dal mondo dei sogni. In casa ancora s’affacciano e sorprendono come costellazioni. Mio padre era il silenzio della pittura, il rigore e insieme la purezza, mia madre l’estro, la creatività e la bellezza. Fu così, che quando scelsi di frequentare il Liceo Artistico senza alcuna esitazione, mio padre disse ai suoi colleghi: “Ve lo consegno così com’è, non ho voluto insegnarli niente!”. Quello fu il dono più grande: lasciarmi libero di cercarmi, libero di sbagliare e di emanciparmi da un grande maestro. A volte penso che vedesse oltre, magari presagendo le strade che avrei intrapreso. Non mi sono mai pentito di quell’inizio e più in generale di aver scelto l’arte in tutte le sue forme, suoni e colori, perché sono convinto che ogni essere debba incontrare se stesso. La vita non vuole sprechi, io ho avuto la fortuna di capirlo molto presto.

Consiglia

Fortuna ed Elena: chi può tener Testa a Pina?

Le due figlie d’arte si raccontano schizzando la Signora della Danza, iperattiva, emotiva, metodica

Di Elena Renna e Fortuna Capasso

Descrivere nostra madre, Pina Testa, la Signora della Danza, non è cosa semplice. Ovviamente non è una madre come le altre, come quelle che ti chiamano 50 volte al giorno per sapere se hai mangiato; anzi lo fa, ma per ricordarti di non mangiare! Nostra madre ha un infinità di difetti, è testarda, è molto agitata, spesso per parlarti urla, e se fai una battuta in un momento secondo lei sbagliato, puoi stare certa che il litigio è assicurato, anche per giorni. La mattina non è concesso riposare, e ama svegliare tutta la casa con un bel concerto di pentole. L’iperattività che la contraddistingue, non le consente di tornare a casa la sera e riposarsi come le persone normali: la giornata si deve concludere con la programmazione della giornata che segue. Nostra madre si commuove spesso. Si commuove se vede una bambina con i capelli rossi, forse perché le ricorda sua figlia Fortuna, da piccola, o forse perché inconsciamente vuole diventare nonna; si commuove se le dicono “Elena è tale a quale a te mentre danza”; si commuove quando parla dell’incidente che le ha stravolto la vita. Insomma è una persona molto emotiva, anche se non le piace darlo a vedere. Pina Testa ha solo un unico grande amore, la danza.
Nonostante la sua età, diciamo che non è più una ragazzina, non riesce a stare ferma. Questa quarantena è un fulmine a ciel sereno per tutti noi, ma per lei è una punizione divina. Lei ha bisogno di ritmi serrati, di lezioni continue, di allievi che le girano intorno, la condanna domestica “a cucinare”, in realtà cucino io Fortuna, proprio non le va. Come potevamo crescere noi se non ambiziose e frenetiche? Mi presento sono Elena Renna ho 19 anni e sono una allieva dell’Accademia Nazionale di Danza, con l’aspirazione di ballare in una bella compagnia, perché no, anche all’estero. Le mie giornate si alternano tra lezioni di contemporaneo, lezioni di tecnica classica, anatomia e quant’altro. Come mia madre, per un periodo ho frequentato la scuola di ballo del “Teatro di San Carlo di Napoli”. Un momento importante di crescita. E’ bello pensare che mia madre, abbia trascorso i suoi anni più intensi tra quelle stesse prestigiose mura, ed è per questo che quando si entra in luoghi storici quali il San Carlo o il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dove da un lato c’è il pianoforte ove studiò Vincenzo Bellini, si è spronati ancor più a percorrere le orme di chi ti ha preceduto, per meritare di studiare in quegli stessi spazi. Per il diploma mi sono trasformata in Odette, il cigno bianco, immedesimazione trasfigurante di pathos e amore. La mia aspirazione più grande, è rendere fiera mia madre, sperando di diventare brava almeno la metà di lei. Io sono Fortuna, ho 28 anni, e non sono propriamente una ballerina. Amo la danza, mi nutro di essa, ma il mio fisico non mi ha consentito di fare una grande carriera. Da mia madre ho preso tante cose, come la caparbietà, l’iperattività, purtroppo, non il fisico. Mi considero una valida insegnante di danza. Amo le mie allieve e non si può immaginare quanto mi manchino in questo momento buio.
Ormai già da sei anni, sono coreografa delle produzioni di diverse compagnie: La Compagnia dell’Arte, Le compagnia “Animazione 90” e “Teatronovanta” e La Stabile del Teatro delle Arti. La danza, essendo una disciplina meravigliosa che affianca diverse arti, mi ha portato al teatro.
Mi sono riscoperta, già in tenera età, innamorata del palcoscenico ina qualsiasi sua espressione, su cui mi sento a mio agio. Mi piace ricoprire diversi ruoli: dalle dolci principesse, a brillanti personaggi di carattere, cabarettistici e comici, all’amante disinibita. Diciamo che mi sento una attrice poliedrica. Ci sono ruoli che ti appartengono, ti entrano nelle ossa; e altri alla quale ti affezioni dopo un po’. E’ sempre interessante però aprire un nuovo copione e scoprire chi diventerai. Un giorno mi piacerebbe interpretare “Filumena Marturano”, un personaggio di cui sono innamorata, per quel suo profilo di una donna e madre, che lotta con sacrificio per il valore sacro della famiglia, che è in grado di reggere lo sguardo degli uomini che la giudicano. La mia più grande aspirazione però, è il cinema. Incrociamo le dita e rimbocchiamoci le maniche. Intanto, un grande amore, conosciuto sulle note delle zingarelle del “La Traviata”, il tenore Salvatore Minopoli, mi ha avvicinato all’opera lirica. Per anni ho lavorato al Teatro Municipale Giuseppe Verdi, coreografata proprio da mia madre (dimostrazione che facciamo tutto insieme), ma non apprezzando mai l’opera, che fino a qualche tempo fa ritenevo pesante e noiosa (anche se confermo il mio giudizio su alcuni titoli).  Purtroppo il mio peggior allievo, è proprio Salvatore, che indossando il frac del suo amato conte Danilo, protagonista de’ “La vedova allegra”, ha tradito il “giro” del più famoso dei valzer. Anche se noi due nutriamo ambizioni disegnando progetti differenti, abbiamo un grande comune denominatore: l’amore per nostra madre. Siamo tre donne molto simili ma diverse, unite da un legame di sangue, e forse da uno più potente, la passione per la danza, nate sulle tavole di un palcoscenico e cresciute appoggiate alla sbarra di una magica sala.

Consiglia

Nicola e Pietro: Cerzosimo’ Style

I due fotografi figli d’arte schizzano gli insegnamenti del padre Armando, per loro super, rigido, tenace e metodico, tra convergenze e deviazioni dall’estetica dell’immagine di famiglia

Di NICOLA E PIETRO CERZOSIMO

Quando l’arte è trasmessa nella sollecitudine degli affetti filiali, per non dir quasi nei geni, non meno agitata ne è l’acquisizione, diversamente da quanto possa suggerire l’opinione comune; ma, ciò nonostante, quando l’arte ha il per nulla snaturante ingegno di farsi impresa, le prospettive di figli e le aspettative del padre, nel bene e nel male (ma ci è più grato sottolineare nel bene), non possono che essere totalizzanti, e tracciare un solco comune per muovere i primi passi, nel quale riesce con più didascalico accompagnamento e, dunque, più efficace riuscita. È questo il caso dei decenni di attività, ora tangibilmente concretizzati in ben due studi — di padre e figli: un marchio-nome icastico, che si è saputo adattare ai tempi riattualizzandosi nella linea ideativa e performativa e nelle diversità d’interessi, di propensioni e d’ispirazioni di due generazioni e talenti dei loro tempi e dei loro esponenti; ma che riceve invariabile imprimatur dall’esperienza e dalla comunanza d’abitazione nel luogo della mente. Vedersi tracciare o tracciata una via, percorre dapprima i contorni della partecipazione ludica, della curiosità tangibile per gli strumenti di artiere, per le estensioni altre del corpo del genitore, e che ancora non vengono percepite nella loro dimensione impiegatizia e vocazionale; è l’infanzia: il momento che ammira non ancora consapevolmente, ma che assorbe ulteriore talento. Può, e deve, seguire nella formazione del figlio d’arte il momento che nega, ribalta, giura di disattendere tutto, e che legge nelle conflittualità, la proverbiale mela che rotola lontana dall’albero; ma è fondamentale questo mosso, ma non troppo, per l’orecchio che deve ascoltare, ascoltarsi e intonare, prima di tornare allo spartito — questo accecarsi per sottrarre al bagliore il chiarore della camera dove tornare a imprimere le immagini di sempre e le immagini nuove. Di me, Pietro, si dice che sia il naturale seguito di Armando, meno pacato, ma più impulsivo. Un cambio repentino di persona con macchina fotografica e senza. Personalmente ho scelto l’estetica della fotografia spontanea, come se la posa fosse un tabù, in realtà questo è il rifugio di chi alcune cose non le ha studiate o non le sa padroneggiare. La mia fortuna è stata quella di aver “vissuto” papà Armando, che mi sento di definire con due termini Super e Rigido, nel periodo d’oro della fotografia del ritratto in posa, il quale ne ha fatto una bandiera, un marchio di fabbrica e l’apprendimento è stato naturale. Io, Nicola sono dello studio sicuramente l’elemento meno definito in mansioni, grazie ad un percorso di studi che mi ha, si poi ricondotto all’interno dello studio, aprendo canali lavorativi e possibilità che prima necessitavano di professionalità esterne. Non è accettazione, men che meno rassegnazione, ma ri-vocazione che, infine, conduce, certo, alla responsabilità e al misurarsi con la fortunata realtà dei fatti, ma anche alla collaborazione creativa e ricreativa, al riconoscere sé negli altri e gli altri in sé; restano le divergenze, da un Armando “Tenace” e “Metodico”, psicologiche, magari per determinismo generazionale, e attitudinali come dettate dalla pratica e dalle maturità — ma la trasfusione d’arte è avvenuta, e l’amore per il mestiere fa il resto. Ci si augura, si è, continuità, posterità; e quando l’attenzione e la passione hanno il cipiglio dell’essenza, non può né potrà esserci imitazione. Poi, ci sono gli ultimi arrivati: Luca e MariaVittoria 12 e 9 anni. Cercate la vostra strada e trovate la vostra felicità. Anche lontano dallo studio. Ma sappiate che qui le porte per voi sono spalancate. Il cognome è ingombrante? Certamente no: quando il genitore è collega, il nome non è un peso da scuotersi di dosso o dal quale sentirsi lavorativamente schiacciati, ma responsabilità comune.

Consiglia

“Chiusi qui, dentro queste mura…..”

Alcuni personaggi di Walt Disney possono ispirarci e darci forza in questi giorni di clausura. Aurora, Rapunzel, Bella, sono le principesse rinchiuse che abbattono le mura delle loro prigioni

 Di Giulia Iannone

 Delicate, gentili, fragili e sensibili, desiderose di libertà, di trovare il proprio ruolo nella vita, pronte al sacrificio, rispettose della famiglia, sono le eroine femminili della Walt Disney, che in questi giorni, difficili per tutti noi, possono ispirarci, ma in maniera leggera, dandoci forza attraverso  l’immaginazione e la fantasia, suggerirci come affrontare questo momento di sconforto, solitudine ed isolamento, paura di ammalarsi, incertezza del domani e della sopravvivenza. Il nostro “sortilegio malefico” è  un  virus sconosciuto,  tanto invisibile quanto aggressivo ed invasivo. Raccontare fiabe, è un metodo antico, sempre efficace, capace di trasmettere morale, valori e stimolare l’immaginazione, linfa vitale della creatività. La narrazione resta un grande regalo per l’anima, in quanto la fiaba rappresenta una palestra ed un allenamento per le emozioni: e’ un modo per conoscere gli stati emotivi dei vari personaggi, è come avere tra le mani uno “specchio” che favorisce il riconoscimento e la comprensione dei propri stati d’animo, e le conseguenze positive e negative che alcune emozioni potrebbero scatenare. Credo che, quando siamo impauriti e messi alla prova dalla vita, specie per circostanze catastrofiche che interessano tutta la collettività, diventiamo più fragili e forse, ritorniamo, di nuovo tutti più bambini, bisognosi di esempi e rassicurazioni e strategie, per trovare più forza e non lasciarci andare al vortice dello sconforto. I racconti, quasi sempre, si esprimono in modo simbolico, descrivono situazioni problematiche che spesso accadono nel quotidiano e successivamente, suggeriscono come possono essere risolte, puntando sulle risorse e sulle potenzialità dei personaggi. Ecco perché, trovo sempre utile fare appello alla fantasia ed all’immaginazione, come risorsa per ogni stagione della nostra vita. Ma le favole tradotte e reinterpretate dall’uomo dei sogni, Walt Disney sono speciali, sono più vere.  Questo disegnatore aveva avuto una infanzia tristissima quando si chiamava Elias, fatta più che di ricordi, di sogni, ed è così che era sopravvissuto al dolore, alla mancanza di spensieratezza ed era diventato grande. Stando in casa, in questi giorni, possiamo pensare ed immedesimarci nelle eroine della Disney, principesse che sono, ognuna per un motivo specifico, al riparo, o protette, o prigioniere in attesa, fuori dalla dimensione della propria esistenza , bloccate da un sortilegio, da un incantesimo, da un nemico preciso, in attesa di fuggire, di riscattarsi di trovare la propria strada, proprio come tutti noi in questo momento. Obbligata all’isolamento come tutti , ho pensato per prima ad Aurora, l’incantevole principessa ,  di altri tempi, de”la Bella Addormentata nel Bosco” cresciuta dalle tre fatine Flora, Fauna e Serenella, in una casetta di un boscaiolo, sotto le mentite spoglie di una contadina, in attesa di sventare e mitigare l’incantesimo terribile di Maleficent, la strega cattiva che vorrebbe farla morire, punta dal  fuso di un arcolaio. Sarà quindi il bosco ed una umile casetta, la dimora  della damigella in pericolo, che attenderà il compimento del 16°anno,  sotto il falso nome di Rosaspina. La fanciulla, tra la natura, in compagnia dei suoi animali, amici tipici della migliore tradizione Disney, un gufo, coniglietti e scoiattoli, uccellini, sogna, raccoglie bacche per la propria torta di compleanno, canta e danza, immaginando di incontrare il principe dei suoi sogni “Anche se nei sogni è tutta illusione e nulla più, il mio cuore sa che nella realtà, a me già verrai e che mi amerai ancora di più”. E così arriverà il principe Filippo, col suo cavallo simpatico, di nome Sansone, a scrivere la pagina del salvataggio della Bella Addormentata nel Bosco. Di altra pasta e di altro carattere, più moderno e rivoluzionario, è Belle, la protagonista della favola di animazione “La Bella e la Bestia”. Questa la definirei la favola del cambiamento introspettivo, della trasformazione, del guardare oltre il male ed il negativo, oltre le apparenze, la diversità, la “bestialità” che deturpa il nostro lato umano. Questo racconto pone l’accento su due elementi: il pregiudizio e l’apparenza.  La fanciulla gentile, a differenza delle sue sorelle egoiste e vanitose, desidera solo una rosa dal proprio padre, motivo per il quale, avrà inizio la storia. Sarà per amore dell’anziano e generoso genitore, che la fanciulla semplice,  scambierà la propria  vita e si farà imprigionare dalla Bestia nel castello. E’ la Bestia però, in preda ad un incantesimo malefico, il vero prigioniero della storia: costretto a vivere nel buio di se stesso, e del mondo. Insieme a lui riconosciamo intrappolati anche tutti noi, schiavi di abitudini e dipendenze sociali che ci costringono a mettere al primo posto bellezza esteriore, successo, ricchezza, per apparire affascinanti e forti agli occhi degli altri, a scapito della verità e quindi della libertà della nostra identità. “Se non si è davvero liberi, si può essere felici”? questo chiede Bella, alla Bestia. Qui la strega da sconfiggere è l’egoismo, la vanità, la superficialità, l’edonismo, la ricerca della bellezza esteriore e dei beni effimeri. Questa fiaba è speciale perché qui il principe è salvato dalla principessa, che rappresenta la speranza. Belle riesce ad innamorarsi del principe, imprigionato nel corpo di una bestia, solo dopo aver penetrato a fondo il suo animo ed il suo cuore, andando oltre i modi e le sembianze meschine di un animale. “Qualcosa in lui si trasformò, era sgarbato un po’ volgare ora no, è timido, piacevole, non mi ero accorta che ora è incantevole”. Il collegamento più facile ed ovvio, riguarda Rapunzel o Raperonzolo, protagonista de’  “L’intreccio della Torre”. Costei è una eroina in punizione, chiusa a vita in una torre. “Chiusa lì dentro quelle mura, tra utopie e curiosità, senza mai neanche un solo giorno di felicità”. La sua non è certo una vita dolce e beata, perché è a vita in punizione, simile ad un oggetto o ad un amuleto, per via dei suoi 20 metri di capelli biondi magici: hanno il potere di far restare per sempre giovani e di guarire. Donna Gothel, la rapitrice e strega cattiva, che finge di essere sua madre, ha rinchiuso la bambina in cima ad una torre raccontandole che il mondo fuor è pericoloso ed instaurando con lei un legame affettivo malsano e possessivo.  Quindi la ragazza trascorre la sua giornata a pulire, leggere, suonare, dipingere, cucinare, aspettare…sognare, sognare la libertà “Sono sempre rinchiusa qui ed allora aspetto quel che succederà. Ma domani c’è quella scia di luci che mi porta lassù, che cosa sia ancora non so. So che è  nel cuore e che presto la vedrò”, canta Rapunzel che ha un sogno: andare a vedere delle strane luci che ricorda vagamente, simili a stelle danzanti, che una volta l’anno brillano in cielo all’orizzonte. La svolta, con questa vita fittizia di attesa e senza affetti e legami, è rappresentata dall’arrivo di un furfante, un bandito ricercato di nome Flynn Rider. Il ladro dal cuore d’oro, userà la torre, in cui è segregata  la bionda principessa, come nascondiglio, e così due  mondi e modi di vivere si incontrano.  C’è chi è fuori dal mondo non per scelta e si prepara con ansia ad affrontare il mondo esterno, chi invece fugge, poiché nel mondo ha sempre vissuto di espedienti e scorciatoie. Dopo essersi messa alla prova, Rapunzel capisce che la vita fuori dalla torre non è  cosi difficile, e che lei è in grado di cavarsela da sola, conquistando la propria indipendenza emotiva da una madre troppo ossessiva,  e conoscerà il vero amore grazie a questo baldo fuorilegge cui salverà la vita, con una lacrima d’amore, nella quale è passata tutta  la magia salvifica, che porterà il lieto fine alla storia. “Anche nell’oscurità tutto è chiaro intorno a me, so cos’è la libertà. Ora per la prima volta. Tutto ormai è così diverso”.

 

Consiglia

L’ enigma della cattedrale sommersa

Fabrizio Santi nel volume edito dalle edizioni Newton Compton, descrive un universo complesso, in cui musica, botanica, astrologia e organologia danzano in una grottesca e seducente quadriglia di morte

Di GAETANO DEL GAISO

L’Italia che l’autore Fabrizio Santi racconta nel suo romanzo “L’enigma della cattedrale sommersa” è un calderone di credenze e suggestioni il cui liquido contenuto è sovente rimestato da uomini e donne pronti a tutto pur di rivelare ciò che risiede oltre quel velo di Maya che si interpone fra il mito e una realtà che si dimostra ben più che un edulcorato sottoprodotto della più spicciola aneddotica; un luogo in cui è difficile muoversi senza lasciarsi intiepidire lo spirito dal fascino dell’esotico e dell’esoterico, un luogo le cui tinte chiaroscurali rivelano una forte preponderanza del nero sul bianco; un luogo tenebroso, e, a tratti, persino raccapricciante.  E’ notte e al Museo di Palazzo Barberini accade un fatto piuttosto sconvolgente: una figura, vestita di nero, viene ripresa dalle telecamere mentre è impegnata ad eseguire una musica spettrale alla tastiera di un organo precedentemente appartenuto a Cristoforo Cominelli, un musicista vissuto nel XVIII secolo che, nel corso della sua vita, ha deciso di approfondire lo studio degli effetti che la musica produce sul creato, sinanche arrivando a teorizzare l’esistenza di un’armonia perfetta” che, se eseguita correttamente e in  luogo di precise congiunture astronomiche, produce effetti sconvolgenti su chi la suona e su ciò che gli si trova intorno. Giulio Salviati, brillante autore di romanzi gialli, è chiamato a indagare su questo misterioso accadimento dal direttore del Museo, nonché suo amico e confidente, Giovanni Argentieri, e questa sua indagine lo porterà alla scoperta di oscure e brutali verità che si riveleranno essere al di fuori di qualsiasi concezione del tempo fisico e dello spazio plastico in cui, del resto, tutti noi siamo abituati a sguazzare sin dalla più tenera età, per calarsi all’inseguimento di un interrogativo di fondo che sottende numerosi altri interrogativi, legati da un principio di conduzione melodica travisato e travisante. La scrittura di Santi è una scrittura agile, avulsa da qualsiasi superfetazione letteraria che potrebbe stancare, distrarre o, piuttosto, ostacolare il lettore nel suo percorso di immissione in questo straordinario universo letterario che ha, quale scopo principale, quello di interrogarsi sull’effettivo peso che leggende e suggestioni esercitano sul nostro cotidie vivere, modificandone gli aspetti e le dinamiche in maniera così inaspettata e risolutiva da modificare non soltanto l’essenza degli esseri che sono chiamati a popolarlo, questo universo, ma la nostra stessa essenza, in quanto esseri umani forgiati sulla base di precisi connotati sociali, culturali e tradizionali. Un universo complesso, ben strutturato, coordinato da una lucida e sfavillante conduzione drammaturgica, in cui musica, botanica, astrologia e organologia (la scienza che si occupa dello studio degli strumenti musicali e dei loro principi di costruzione e funzionamento) danzano una grottesca e seducente quadriglia di morte, sepoltura e riesumazione di antiche conoscenze in grado di plasmare la forma stessa delle cose e riportare in vita realtà che si pensava fossero state perdute per sempre. Nel frattempo, nell’oscurità, s’ode il rintocco lontano di una campana, che lento si ripete fedele nell’intonazione e nell’intensità, presagio che ciò che il tempo aveva lasciato venisse dimenticato, sarebbe presto riemerso dall’onda più alta e oscura per tornare ad abitare i nostri ricordi e ad animare le nostre ambizioni più nere.

Consiglia

Anny Pellecchia e la magia dei fiori ereditata da Ugo

Inauguriamo oggi con la storica ditta la rubrica dedicata ai figli d’arte. In questi giorni extra-ordinari ci si ritrova a “ricordare” quanti ci hanno educato e spinto ad occupare un posto “fattivo” nella società

 

Di Anny Pellecchia

In tempi di quarantena, non potendosi più incontrare, andare per arte, rifiorisce il racconto. Olga Chieffi, come in un giardino boccaccesco virtuale, ci invita a narrarci, a raccontare storie che mai avremmo avuto tempo di scrivere nel nostro mondo fatto di corse e appuntamenti lavorativi. Oggi, a cinquant’anni, mi volto indietro, sorrido, io figlia d’arte, figlia di un uomo che scelse come “città del cuore” Salerno, lui che aveva nelle mani l’arte dei fiori (appresa a sua volta dal padre ) e il fuoco del Vesuvio in corpo, decise di iniziare a 19 anni la sua attività di fiorista. Essere figlia d’arte per me, significa aver dedicato tutta la mia vita a mio padre o meglio alla passione di mio padre. I figli d’arte iniziano sin da piccoli ad imparare il mestiere, semplicemente giocando. Ho giocato con le piante come se fossero giocattoli. Uno dei miei primi ricordi sono le mani di mio padre che staccava da un’ Agave americana variegata, i suoi piccoli. La mia mansione era di  piantarli in  vasi di terracotta. Capivo che erano bambini e quella era la mamma, mio padre me li stava affidando, se ben piantati saremmo cresciuti insieme, oppure tagliare le talee di Stenothaphrum (prato gramigna) e farne dei mazzetti da 30, per poi riporli in una  cassetta pronti per la creazione di nuovi giardini. La natura mi circondava in ogni cosa, i cani del giardino  che erano sempre accucciati vicino a me, le farfalle colorate danzavano insieme volteggiando nel cielo azzurro e, ogni volta che passava un rumoroso calabrone ronzante, che poi immancabilmente si  tuffava in un  fiore di acanto, mio padre ridendo mi diceva “Arrivano visite!”. Il suo entusiasmo per le piante era contagioso, ogni qual volta arrivava un esemplare era immancabile la foto. Ho più foto con piante che con le persone. Le piante erano i miei amici, con alcune saremmo cresciute insieme, altre erano di passaggio, altre sono morte e sono rimaste nel mio cuore, come l’Acero rosso giapponese a cui mio padre teneva tanto…quando morì, mio padre ne soffrì tanto e quella sofferenza diventò anche la mia. Ci furono piante adottate, come le tante Dracaene (Tronchetto della felicità) abbandonate sotto i portoni durante un delirio collettivo, causa una calunnia ignobile (si credeva che ospitasse un ragno velenoso) e altre salvate come una Cycas carbonizzata buttata nella spazzatura, o un Cereus sfregiato, torturato, anch’esso nella spazzatura, oggi vivono felici in giardino. Crescendo, le raccomandazioni non erano quelle classiche, tipo “Non fare tardi”, ma” Mi raccomando innaffia le lantane, controlla i limoni, spazza la serra”.Tutto questo mondo di immersione totale nella natura  si affiancava contemporaneamente a quello cittadino del negozio. Non avevo la chiacchiera, il savoir faire di mio padre. Era galante con le signore le omaggiava sempre di un fiore, simpatico con i mariti.  Presto tutti in città lo chiamarono, amichevolmente, semplicemente Ugo. Ricordo quel saluto a mezzo inchino così ossequioso e lui aggiungeva guardandomi divertito “Mio padre mi dava sempre uno scappellotto se non salutavo così i clienti”. Da lui ho ereditato la disciplina al lavoro. Bhè, sicuramente come tutti gli umani, Ugo aveva anche qualche difetto. Quelli che mi scuotevano erano due. Il primo era l’ossessione di dovermi alzare presto, mi faceva vergognare se osavo rimanere più del dovuto sotto le coperte. Così, prima che ne diventasse una cosa da spezzare la nostra intesa padre-figlia, comprai un libro dove si parlava della gioventù nel tempo del fascismo, ovvero gli anni in cui mio padre crebbe. Negazione ad ogni forma d’ozio ed esaltazione della velocità questo il credo educativo. In effetti mio padre non camminava, correva. Pur essendo mio nonno antifascista, dovette adattarsi al regime per continuare a vivere, essendo vedovo con 7 figli. Fu una lettura rivelatrice, la velocità del fare in mio padre era quasi una velocità futurista- Tagliava foglie enormi di Palma, fiori, erbe qualsiasi, trasformandole in composizioni uniche. Ancora oggi molti clienti mi dicono che guardarlo creare era fantastico. Riusciva a creare arte con qualsiasi elemento naturale in poco tempo, quasi una magia. Un altro difetto che mi faceva sprofondare dall’ansia erano le sue urla quando qualche cliente si voleva intromettere durante le sue creazioni, le urla arrivavano in cielo. Potete immaginare il mio imbarazzo, poi, però, con mio stupore alcuni ritornavano come nulla fosse successo. Mio padre conosceva profondamente il suo lavoro e le piante e i fiori erano il suo DNA. Un artista o chiunque si ritenga tale, non vuole che la sua opera venga cambiata. Le persone che si recano da un fiorista professionista, devono capire che stanno entrando in una bottega d’arte. Chi vuole spendere poco ha molte opportunità oggi, mercatini rionali, supermercati, centri commerciali. I costi di un negozio di fiori e i sacrifici sono tantissimi. I fiori sono esseri delicati che hanno bisogno di grande manutenzione, assemblare fiori foglie è un arte acquisita con studio e ricerca continua. Trovo patetico e di cattivo gusto la richiesta dello sconto da parte del cliente, il quale non capisce o non vuole capire che la piccola conquista di pochi euro è la chiusura delle nostre botteghe. Il mio impegno in questa attività non è solo continuare la tradizione che mi è stata lasciata, ma anche accontentare il cliente creando qualcosa che si adatti perfettamente al suo carattere, all’occasione, alla speranza che affida ai miei fiori per conquistare l’amata. Cerco di spiegare al cliente cosa sta comprando, la provenienza del fiore, la storia di ognuno di essi, o semplicemente allargare l’orizzonte visivo. Questo significa fargli osservare bene ogni fiore, la forma, il colore, il movimento di uno stelo. Perché ogni fiore come le persone ha un carattere. Ogni fiore ha una storia ed è per questo che collaboro con una rivista del settore florovivaistico nazionale “Il Floricultore”. Frequentando  serre,  mercati generali, fino al negozio riesco ad avere una visione completa del mondo fiori. Il mio impegno non è solo rendere gradevole gli ambienti del prossimo attraverso i miei lavori floreali, ma far capire che il fiore è un piacere, non si sta a contare i giorni di quanto dura, ma si gusta come un bicchiere di vino, o ascoltare una sinfonia o vedere un amico, bisogna entrare nell’ottica che amare i fiori è semplicemente uno stile di vita.

Consiglia

I consigli del nutrizionista Angelo Persico: occhio alla pizza

Pizza bruciata? Attenzione agli idrocarburi policiclici aromatici

 

Di ANGELO PERSICO

Come nutrizionista spesso e volentieri mi capita di concedere ai miei pazienti una pizza settimanale, come “premio” della loro buona condotta a tavola. C’è chi opta per una cena libera o un panino, ma la stragrande maggioranza preferisce la pizza: e come dargli torto? Il problema, però, è che non di rado ci ritroviamo una pizza con il fondo o col bordo bruciacchiato. Ci siamo così abituati a queste bruciacchiature, che  neppure ci facciamo caso e, per voracità, ma soprattutto ignoranza, continuiamo a mangiarla, ignari dei gravi rischi che corriamo per la nostra salute. Sorge quindi spontaneo chiedersi: ma la pizza bruciata fa davvero male alla salute? E se sì, per quale motivo? Rispondiamo subito alla prima domanda: sì, la pizza bruciata fa male e risulta cancerogena, così come fanno male tutti i cibi bruciati, in particolar modo la carne. Infatti è attraverso le parti bruciate delle carni che si sprigionano le amine, sostanze che, a lungo andare, possono aumentare il rischio di ammalarsi.Nel caso particolare della pizza si verifica che, quando la fiamma è troppo forte, l’impasto brucia e nel processo di combustione si formano gli idrocarburi policiclici aromatici, conosciuti con la sigla IPA. Gli IPA sono un gruppo di composti considerati contaminanti critici, in primo luogo dall’EFSA, ovvero l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare. Queste sostanze, attraverso sempre più studi, sono state collegate all’aumento del rischio di tumori, compresi quelli associati a squilibri ormonali, quali il tumore della mammella e della prostata.Inoltre è doveroso sapere che dagli alimenti ricchi di carboidrati si forma acrilamide, un composto chimico presente in un gran numero di cibi fritti o arrostiti (dal pane al caffè, ai cereali per la prima colazione). Questa sostanza tossica si forma con la contemporanea presenza di temperature elevate (superiori ai 120°), carboidrati, grassi e zuccheri e non vi è nessuna differenza fra l’utilizzo di un forno elettrico o a legna. Non a caso nel 2007 il progetto Europeo Heatox Project ha dichiarato che “l’acrilamide espone al rischio di cancro gli esseri umani”.Va precisato, tuttavia, che non è il singolo cornicione bruciato e mangiato una tantum a procurarci il cancro, ma la quantità e la frequenza con cui ingeriamo cibi bruciati. Non solo: anche lo stile di vita della persona può contribuire in tal senso. Se per esempio il soggetto è un fumatore, vive in un luogo in cui è presente un alto tasso di inquinamento ambientale o si ciba frequentemente di carne arrostita. Se sull’inquinamento possiamo agire solo in piccola misura, tanto possiamo fare sulle nostre abitudini di vita: abolendo il fumo, scegliendo cibi sani e cotti alle giuste temperature, privilegiando la cottura al vapore, ed evitando di mangiare cibi bruciati come la pizza, il pane o le carni. A questo punto è lecito domandarsi perché la pizza arriva bruciata alle nostre tavole. La risposta è una soltanto: a causa della scarsa professionalità o del menefreghismo del pizzaiolo. Un pizzaiolo che ha fretta aumenta la temperatura del forno e questo crea le classiche bruciature sul bordo e sul fondo della pizza. Per questo motivo il Disciplinare della Pizza Napoletana, presentato a Bruxelles con il fine di ottenere il marchio collettivo, dice quanto segue: “Il pizzaiolo deve controllare la cottura della pizza sollevandone un lembo, con l’aiuto di una pala metallica e ruotando la pizza verso il fuoco, utilizzando sempre la stessa zona di platea iniziale per evitare che la pizza possa bruciarsi a causa di due differenti temperature. È importante che la pizza venga cotta in maniera uniforme su tutta la sua circonferenza”. Concludiamo rispondendo ad un’ultima domanda. Cosa fare se ci arriva nel piatto una pizza bruciata? Anche in questo caso, la risposta è semplice: rimandarla indietro! È infatti un diritto del consumatore chiederne un’altra senza bruciature.

Consiglia

Voci dal Serraglio: Leandro Tolino scultore. Rubrica a cura di OLGA CHIEFFI

 

                                                                   Leandro Tolino e il sogno di suonare il sassofono

Di Leandro Tolino

  Sono stato ospite del “serraglio” dall’ottobre del 1968 all’estate del 1970. No, io il primo giorno non piansi, anzi le scuole erano già cominciate, fui portato in giro per le classi a mo’ di esempio, così giusto per tirarmi addosso le “simpatie” dei più grandi che, invece, piangevano e fui sistemato in una prima elementare differenziata. Questa classe era una specie di lager in cui c’erano bambini dai 6 ai 10 anni, alcuni con ritardi altri semplicemente con problemi di apprendimento, la prima e seconda elementare erano accorpate ed io riuscivo ad  imparare gli argomenti oggetto del programma di seconda, oltre a quelli di prima, dote che mi procurò altre “simpatie”, ed attenzioni da parte dei miei coetanei. ricordo ancora il ragazzo down che infilo la penna nel braccio di un coetaneo il secondo giorno di scuola, o quello che mi picchiò la domenica mattina prima della visita dei familiari, perché, a suo dire, non poteva capacitarsi che non piangessi, mi avevano chiuso ed io non piangevo. Allora, ci provò lui a farmi piangere, mi picchiò tanto, mi strappò la divisa nera, tipo beccamorto che ci facevano indossare la domenica per la visita parenti e ricordo ancora il sorvegliante che, quel giorno non mi diede il permesso di vedere i miei familiari per punizione. Allora si che piansi, piansi tanto forte che mia madre sentì dall’altra  ed incomincio a fare la “pazza” per vedermi, e ci riuscì. Ricordo le punizioni assurde dal barbiere se solo osavi parlare, ti sistemava poggiato al muro con le punte degli indici a braccia tese e tutto il peso del corpo sopra, le punizioni medievali in classe, la maestra di terza elementare che se eri bravo ti premiava facendosi tagliare le unghia o tirare i primi capelli bianchi (la cosa mi faceva talmente tanto schifo che non rispondevo alle interrogazione pur conoscendo le risposte). Il mio unico sogno era di poter accedere al conservatorio per poter imparare il sassofono. La classe di sassofono era l’unica in Italia ed era stata istituita lì dal M° Francesco Florio dopo inusitati sacrifici. Il suono di quello strumento mi ha sempre incantato. Era un suono particolare eclettico, dolcissimo e maschio allo stesso tempo, o somigliante al suono più bello degli archi. Fu solo un sogno quello, ma lì ho imparato a lavorare il metallo, il ferro ed ora magari, inseguo quel suono attraverso le mie sculture.

Consiglia

Mo’ magn’: la baguetteria di Andrea e Simone

Continua il nostro viaggio enogastronomico con la loro originale attività realizzata grazie ai fondi del progetto ‘Resto al Sud’ di ‘Invitalia’ , in quel di Bellizzi. che celebra l’italianità in salsa internazionale

Di Gaetano Del Gaiso

Nonostante sia accaduto appena qualche settimana fa, quindi in un torno di tempo non sufficientemente retrodatato da poter inquadrare questo avvenimento in quella lista di eventi o accadimenti per cui provare un profondo senso di agrodolce nostalgia, l’aver ricevuto la notizia secondo cui avrei avuto la possibilità di collaborare a una rubrica eno-gastronomica per questo giornale credo rientrerà, seppur non nelle più immediate tempistiche, proprio in quella lista di cui vi parlavo poc’anzi, fra le voci associate a quei ricordi a cui, molto più spesso di quanto non ci piaccia pensare, ci concediamo anche solo per poter, ancora una volta, respirare l’aria di un luogo che ci ha particolarmente colpiti o esperire nuovamente del sapore di una pietanza che ritorna a vezzeggiare le nostre papille gustative attraverso processi di ricostruzione mentale di cui, ancora oggi, non comprendiamo la sostanza nella sua globalità. E’ un po’ come un cane che si morde la coda, di un morso delicato ma presente. Di un morso di cui oggi, insieme ad Andrea Mauro e Simone Obbedio della burgeria e baguetteria ‘Mo’ Magn’, sita in Bellizzi, desidero parlarvi alla stessa maniera con cui questi due ragazzi mi hanno raccontato di questa loro deliziosa e godereccia avventura, con spirito di riservatezza e parole semplici, dietro le quali, però, si nascondono due cuori volenterosi e due anime sorprendentemente affini.

G.: Da dove nasce l’idea di voler aprire questo genere di locale?

A.: Avendo conseguito diverse esperienze nell’ambito di questo tipo di ristorazione, e coltivando io stesso una passione viscerale e irrefrenabile per il panino, ho maturato l’idea di voler offrire un qualcosa che qui, a Bellizzi, ancora non c’era. Un’idea, ancor prima di un pasto, che rispondesse, finalmente, a quelle che erano le mie aspettative quando, prima di introdurmi in questo particolare percorso imprenditoriale, mi recavo in un pub o, piuttosto, in una paninoteca e ordinavo un panino per poterne studiare la struttura, la forma, gli ingredienti, gli accostamenti, e, infine, il sapore. Un’idea a cui ho deciso di dare una giusta forma e il giusto compimento qui, nel paese che mi ha dato i natali, e che sono riuscito a realizzare anche grazie ai fondi stanziati per il progetto ‘Resto al Sud’ di ‘Invitalia’ a cui io e Simone abbiamo avuto accesso dopo aver vinto il relativo concorso. 

G.: Quale è l’offerta del vostro locale?

A.e S.: Il prodotto che offriamo è un prodotto che celebra l’italianità e la tradizione eno-gastronomica italiana pur concedendosi qualche breve escursione in territorio internazionale. Il pane che utilizziamo per i nostri panini, che siano essi burger o baguette, è un pane a lievitazione naturale di cui ci riforniamo presso il panificio ‘Cascone’ di Lettere, dal cuore morbido e dalla superficie croccante e fragrante, che risulta essere il perfetto elemento di contorno, ad esempio, per la svizzera di scottona polacca che i nostri burger accolgono al loro interno, che viene a riunirsi a numerosi altri ingredienti in questo solidale e delizioso abbraccio che conduce l’utente finale e in un’esperienza culinaria sì dal respiro internazionale, ma che sa di casa. Il nostro menù è un menù stagionale, ed è pere questo motivo che l’offerta non risulta mai uguale a sé stessa, pur rimanendo coerente con la qualità e la freschezza da cui il nostro prodotto non può prescindere. 

G.: Quanto mi state raccontando trova assoluta corrispondenza con quella che negli anni è risultata essere la mia idea di ristorazione: assimilazione della tradizione e rielaborazione e reinterpretazione della stessa pur mantenendone intatta la struttura formale e gli ingredienti principe. C’è un panino del cuore, nel vostro menù? Un panino in cui avete messo tutto l’impegno e la dedizione di cui eravate capaci per assemblarlo? 

A. e S.: Sicuramente il ‘Supremo’: bun a lievitazione naturale, svizzera di scottona polacca da 200 gr, pulled pork, bacon croccante, cipolla di tropea caramellata, formaggio cheddar e salsa barbecue; e il ‘Resto al Sud’: baguette a lievitazione naturale, parmigiana di melanzane, mozzarella di bufala del Caseificio Castelluccio, qualche foglia di basilico e un filo di olio a crudo. 

G.: state facendomi venire ben più che l’acquolina in bocca. Ma mi preme porvi un’ultima domanda. Siete davvero molto giovani (Andrea, 28 anni, e Simone, 24 anni): come è gestire una simile realtà che, a quanto mi avete raccontato, vi tiene impegnati tutti i giorni della settimana?

A. e S.: E’ sicuramente piuttosto impegnativo: le nostre vite sembrano essere state totalmente assorbite dal progetto. Tuttavia, essendo, noi, amici di vecchia data e lavorando in sinergia con le nostre rispettive fidanzate, questo ci aiuta molto nel processo di metabolizzazione dello stress, che, fortunatamente, però, non afferisce la nostra vita privata, garantendoci ancora quella serenità di cui abbiamo necessariamente bisogno quando le nostre porte sono chiuse. 

G.: Perfetto ragazzi! Io vi auguro sempre di possedere la forza necessaria a mantenere integra questa vostra idea e di fare in modo che questo vostro progetto navighi in acque placide sotto un cielo sereno.

Consiglia