Viaggio dentro l’intelligence italiana

di Monica De Santis

Sarà presentato questa mattina presso la sala stampa della Camera dei deputati, il libro “Intelligence collettiva – Appunti di un Ingegnere rapito dai Servizi Segreti”, scritto dal parlamentare salernitano ed ex sottosegretario di Stato alla Difesa, Angelo Tofalo. Il volume edito dalla Fondazione Margherita Hack svela in modo semplice ed intuitivo la storia, la struttura e i ruoli di un apparato che si occupa di fornire al decisore politico il più prezioso degli strumenti: l’informazione. Il testo raccoglie i contributi di professionisti che a diverso titolo si sono occupati di “Intelligence” e che possono descrivere, attraverso esperienze vissute, le dinamiche che si celano dietro le articolazioni dello Stato che compongono il Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica. Un mondo affascinante, conosciuto a tutti come “Servizi segreti”. Il libro vuole essere un aiuto per il lettore, con un approccio didattico, a comprendere l’importanza strategica di un potentissimo strumento che si è dovuto adattare nel tempo ad un contesto molto più complesso fatto di intricate relazioni globali. Difendere il Paese dalle minacce interne ed esterne vuol dire preservare i valori fondanti della nostra democrazia e difendere la sovranità politica dagli appetiti mondiali. “Questo libro è il frutto di relazioni, studi, convegni, tavole rotonde, interviste e dialoghi che hanno arricchito la mia esperienza politica ed istituzionale. – spiega Angelo Tofalo – Ho voluto creare un progetto editoriale per consentire a tutti, in particolar modo a chi non ha una solida cultura di settore, di comprendere rapidamente quanto per un Governo e per un Paese sia di vitale importanza poter disporre degli strumenti tipici del mondo dell’Intelligence. – prosegue ancora il parlamentare salernitano – Offrire ai cittadini delle letture semplificate di apparati complessi vuol dire aiutarli a comprendere meglio le azioni che possono destabilizzare o rafforzare le nostre istituzioni e renderli parte attiva di un processo di crescita collettiva. Intelligence Collettiva è un progetto divulgativo che ho creato con l’obiettivo di rafforzare il Sistema Paese nel suo insieme. Se vogliamo contribuire alla costruzione di un nuovo modello di sicurezza partecipata dobbiamo connettere maggiormente i tre nodi che rappresentano le principali dimensioni espressive dell’attività umana: il cittadino, lo Stato e l’azienda. Il primo libro, edito dalla Fondazione Margherita Hack, inaugura un progetto di più ampio respiro su un settore che ritrae temi di importanza strategica e che, a mio avviso, non ha mai trovato un adeguato spazio di espressione nella dimensione specifica della ricerca di un pubblico più ampio. – conclude Tofalo – Limitare nozioni così importanti agli addetti del settore sarebbe un peccato veniale che non possiamo permetterci se vogliamo costruire un Paese più consapevole sulle dinamiche che ne determinano gli interessi più profondi”. La Fondazione con i ricavi avvierà un progetto di catalogazione di 18.000 tra volumi, libri e appunti prodotti dall’altrofisica e accademica Margherita Hack e da suo marito Aldo De Rosa.” Aggiunge Marco Santarelli, direttore scientifico della Fondazione Margherita Hack.

Consiglia

Catello Maresca ospite degli studenti del Cacciopoli di Scafati

di Patrizia Polverino

“Pandemia & virus sociale” questo il tema dell’incontro in videoconferenza che si terrà nel pomeriggio di oggi alle ore 15.30 e che vedrà gli alunni del Liceo R. Caccioppoli di Scafati dialogare con il dottor Catello Maresca, sostituto procuratore generale di Napoli e la dottoressa Luisa D’Aniello, psicologa ed esperta in criminologa. Moderatrice dell’incontro sarà la dottoressa Federica Auricchio, referente territoriale dell’associazione Animus, che da qualche tempo si occupa di organizzare queste interessanti video conferenze, con gli studenti del liceo di Scafati. La scuola è istituzione e insieme comunità sociale di crescita umana e civile e, in quest’ottica, il Liceo R. Caccioppoli e l’associazione Animus di Scafati hanno ideato questo nuovo incontro-dibattito nell’ambito delle attività di arricchimento del curricolo di Educazione civica, curato dalle referenti professoresse Elena Battigaglia ed Emilia Vitale, per la costruzione armonica di cittadinanza attiva dei giovani cittadini affinché il contributo concreto di ciascuno possa diventare apporto integrante della crescita del territorio. Tanto si è detto della pandemia che da circa due anni dilaga in tutto il mondo e che ha messo in crisi la normalità di ogni sistema sociale ed economico, facendone emergere le fragilità e le incongruenze. Indagini e analisi previsionali condotte sui primi effetti della pandemia nei diversi paesi europei mostrano scenari allarmanti sull’ampliamento della povertà e l’esclusione sociale, terreno fertile per la criminalità organizzata. L’associazione Libera e Lavialibera nel rapporto “La tempesta perfetta. Le mani della criminalità organizzata sulla pandemia” hanno prospettato la crescita esponenziale dei profitti della criminalità e l’ultima Relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia (Dia) parla di seri rischi di infiltrazione e della crescita di riciclaggio e corruzione in vari settori dell’economia legale, soprattutto in aree territoriali già svantaggiate. Si percepisce, un po’ ovunque, il rischio concreto che la criminalità organizzata sfrutti l’aumento della povertà per insinuarsi nelle nostre piccole e grandi comunità locali. Il nesso causale tra povertà e illegalità è complesso, ma non sconosciuto o nuovo. Il filosofo settecentesco Antonio Genovesi In una delle sue Lettere accademiche, “È la povertà che crea i criminali” spiega come a criminalità non agisca sulla coscienza delle persone ma sul loro stomaco: chi non ha da mangiare o da coprirsi sarà sempre spinto dalla necessità a procurarsi il cibo e i vestiti anche attraverso il crimine. Di qui allora la necessità di istituzioni e comunità di intervenire all’unisono per impedire che le difficoltà economiche di famiglie e cittadini possano far gola al malaffare. La lotta alla legalità parte dal nostro piccolo: è una questione di cultura mentale. La scuola lo sa e non arretra nel suo impegno di formazione dei giovani cittadini di domani.

Consiglia

Antonella Iannone: la Danza guarda al futuro

di Olga Chieffi

Antonella Iannone, direttrice dell’omonima Scuola di Danza, ha già l’estate interamente programmata, per continuare la sua opera di divulgazione dell’amato segno coreutico. L’ha rivelato ieri sera, nel contenitore virtuale del sabato, del nostro quotidiano, “In palcoscenico con…”, a quasi due anni dalla riapertura ufficiale delle palestre, che avverrà il 1 giugno. “Siamo pronti a riaprire – ha affermato la Iannone – e a non richiudere, speriamo. Certamente, sarà difficile riportare i corsi inferiori in sala, ci proveremo con i corsi superiori, per montare qualche coreografia da presentare all’Arena del Mare, come la scorsa estate, quando con il gruppo Emergenza Danza, composto da tanti centri di danza, presenti sul territorio cittadino e della provincia, abbiamo messo in scena un intenso omaggio ad Ezio Bosso. Quest’anno la rete è giunta a ben 87 scuole e vedremo cosa proporre per il cartellone dell’Estate salernitana. Intanto, qualche data è già stata fissata. Proprio ieri, ho inviato al Mic la Rassegna “Incontri”, che ospita alcune delle più importanti compagnie del mezzogiorno, quali ResExtensa, Korper, Movimento Danza, Borderline, ARB Dance Company, ArtGarage, E.sperimenti ed altre. Affermatasi a livello internazionale, la Rassegna ospita compagnie straniere come Albanian Dance Theater Company e Bodiography Contemporary Ballet. Gli appuntamenti, saranno dislocati in diverse location nel salernitano, per esplorare le diverse declinazioni della danza contemporanea, e si comincerà a maggio nel convento Gioi Cilento, per poi trasferirci all’Arena Ghirelli e in autunno, al chiuso, tra la sala Pasolini e il Centro Sociale. Intanto, con i soci del Sistema Med, Musica e Danza in Campania, ci sono state messe a disposizione alcune splendide location nel napoletano, quali il Maschio Angioino, il Parco Del Poggio e la Chiesa di San Domenico Maggiore, e a Salerno, il Med sarà ospite dell’Arena dei Barbuti, con tre appuntamenti promossi da “Quelli che la Danza…” del Teatro Pubblico Campano e altri due di “ItinerArte”, mentre tre date sono state già fissate da me, sempre nello spazio gestito da Chiara Natella, che vedrà protagoniste tre compagnie di danza, una milanese, una pugliese e un’altra proveniente da Manchester”. “Il mio impegno, naturalmente, non termina qui, ma parteciperò con un mio progetto anche al Napoli Teatro Festival”. Una bella tirata, che saluterà Salerno centro della danza internazionale con il NID la New Italian Dance Platform, che avrà quale titolo Cohesion, e che porrà in contatto le compagnie italiane e gli operatori del settore italiani e internazionali, creando un dialogo tra produzione e distribuzione e dando visibilità alla qualità artistica della scena italiana, nel rispetto della pluralità di linguaggi e poetiche che essa esprime”. Buon concorso di pubblico, anche per lo spettacolo donatoci, “Danza in Versi”, girato in ottobre, nel parco del seminario di Salerno, proprio alla vigilia della ri-chiusura delle scuole di danza. Una performance capace di tirare i fili dell’invisibile, del tempo della profondità e dello spessore dell’essere, nato dall’incontro tra la penna della scrittrice Brunella Caputo e l’idea di danza di due coreografi e ballerini Antonello Apicella e Melania Nicastro, ai quali si è aggiunta la coreografa Ketty Lanzara e la ballerina Aurora Convertini, sulla voce di Felice Avella. Per rivedere la puntata cliccare sul link: https://youtu.be/f7ovqzBJDHM

Consiglia

Il Delle Arti il 26 riapre al cinema, Il Nuovo il 3 maggio al teatro

di Monica De Santis

Riparte il mondo della cultura. Nel nuovo Dpcm il governo Draghi ha infatti stabilito che dal 26 aprile teatri, cinema e spettacoli saranno consentiti all’aperto. Al chiuso dovrebbero essere consentiti con i limiti di capienza fissati per le sale dai protocolli anti contagio. La notizia è stata accolta in maniera positiva da parte degli operatori salernitani, anche se per tutti la decisione è stata un po’ tardiva. “I teatri a fine aprile di solito concludo la loro stagione, quindi la riapertura al chiuso diciamo che serve a poco, senza contare che le compagnie non sono pronte. - spiega Arturo Esposito del Teatro Arbostella – In questi mesi di chiusura nessuno ha potuto provare ne nuovi allestimenti e neanche spettacoli precedenti. Certo è un segnale positivo. Noi adesso cercheremo di accellerare i lavori interni così da poter essere pronti per settembre se non cambieranno le cose e potremmo continuare a stare aperti. Intanto ci prepariamo per l’estate. Stiamo valutando sia di ripristinare l’Arena Arbostella e sia di fare qualche spettacolo, se il Comune ci ridarà l’opportunità, all’Arena del Mare”. Positivo anche il commento di Claudio Tortora, direttore artistico del cinema – teatro Delle Arti… “Non possiamo far ripartire il teatro al chiuso perchè non vi sono spettacoli pronti, ma possiamo e sicuramente lo faremo far ripartire il cinema. Dal 26 aprile, se non cambierà nulla il Delle Arti è pronto a ripartire. Per il teatro speriamo di riuscire a lavorare in estate all’aperto e poi di ripartire da ottobre con gli spettacoli al chiuso. Nei prossimi giorni vedremo anche di ipotizzare una stagione teatrale per il prossimo inverno, ma per presentarla aspetteremo ancora un poco”. Guarda all’estate anche Ugo Piastrella, direttore artistico del Teatro Nuovo… “Sicuramente al chiuso non si potrà fare molto, come Teatro Nuovo abbiamo pensato di mettere in scena uno spettacolo il prossimo 3 maggio e presentare anche la prossima stagione teatrale. Ovviamente sempre se non vi saranno cambiamenti. Per il resto ci auguriamo di poter lavorare in estate, di far ripartire il settore già da giugno con spettacoli all’aperto, molto dipenderà ovviamente da cosa deciderà anche l’amministrazione comunale”.

Consiglia

La maitresse de ballet Antonella Iannone ospite stasera di “In palcoscenico con…”

di Olga Chieffi

Danza e poesia: due arti da sempre sorelle. Ritmo e parole. La riflessione sull’arte, diventerà, questa sera alle ore 19, protagonista del contenitore virtuale del sabato di “Le Cronache”, in diretta sui social del quotidiano, con la maitresse de Ballet Antonella Iannone, discorso d’amore e ricerca: ballare, così come fare poesia e come vivere, è interpretare, prendere posizione, conquistare una forma, cercare il segreto umano e divino del ritmo. Antonella Iannone, direttrice dell’omonima Scuola di Danza e presidente dell’Associazione Campania Danza, è da anni impegnata nella promozione dell’arte coreutica. Nella scuola da lei diretta si sono formati danzatori, danzatrici, insegnanti e coreografi che hanno intrapreso la carriera professionistica. Nel 1989 ha dato vita a due compagnie: una di danza contemporanea ed una di danze folkloriche. Entrambe le formazioni si sono esibite in Italia e all’estero (Monaco di Baviera, Amburgo e Goteborg). La Iannone ci ha donato il video “Danza in Versi”, che nasce dall’incontro tra la penna della scrittrice Brunella Caputo e la danza di giovani coreografi; un pretesto artistico che scaturisce dall’esigenza di restituire centralità alla scrittura pensata, scelta, costruita secondo regole ben precise. In un tempo in cui le parole sembrano svuotarsi in un susseguirsi di post lanciati in rete, sul palcoscenico ritrovano la loro genesi. Una coreografia nella quale i passi fanno da contrappunto alle parole poetiche e narrative di Brunella Caputo e che trovano nella voce dell’attore Felice Avella il loro corpo di parola. Parola scritta, parola pronunciata ed infine parola danzata, riannodano il filo del tempo, attraverso le note e ascoltando il silenzio di una poetica ancora viva. La parola che ispira il movimento e il movimento che dà corpo alla parola, in un susseguirsi di immagini e emozioni, che ha ispirato i coreografi Antonello Apicella e Melania Nicastro, che vedrete anche interpretare le loro coreografie, e Ketty Lanzara, mentre la terza ballerina in scena è Aurora Convertini, i quali avranno come colonna sonora sia le parole quali preziosi contenitori di suoni, sia il silenzio, sia autori quali l’Ilya Beschevli di Mistery e Deja vu, Ezio Bosso di Clouds The Mind on the Wind e Yann Tiersen di On the Wire. Destino, questa osmosi di segni e linguaggi, che è già insito nella stessa natura delle due arti, accomunate dal ritmo, nel corpo e nella parola, ma prima ancora, dal gesto. Gesto, il portare, la gestazione: due arti che sono gestazione di un dono. Ogni arte lo è, ma danza e poesia più di ogni altra: seguendo questo delicato percorso possiamo capire l’essenza di Danza in Versi, ove la danza diventa fatica, sacrificio, dolore, a volte non tanto scelta quanto bisogno imprescindibile, un richiamo che non si può ignorare, ma che costa tanto: tutta una vita. Un’arte che, in questo, diventa molto più “terrena” di quello che non sembri, la poesia che è ricerca e lavoro, non solo sogno e ispirazione, è costruzione, per dare vita a nuove sinergie. Pensare la danza come metafora della scrittura, se per un verso è conferire un corpo alla parola, per altro verso implica una visione della danzatrice oltre la sua fisicità, trasfigurata in pura qualità segnica. In “Crise de vers”, Mallarmè paragona le gambe della ballerina alla penna del poeta. Si tratta della semiotica di una carne esteriorizzata, che non concerne l’ontologia di un corpo proprio, bensì di un corpo impersonale, quello neutro della lettera, dove Mallarmé sembra collocare il fenomeno danzante sul limite della sua visibilità, quasi prossimo a una metamorfosi nell’invisibile, a un rituale che lo consegna al nulla.

Consiglia

Antonio, 12 anni, e il suo sogno di diventare un burattinaio

di Monica De Santis

Antonio Giardullo, è un simpatico ragazzino di 12 anni. Vive con la sua famiglia a Battipaglia. Frequenta la seconda alla scuola media Gatto. Ed ha una grande passione. Una passione per i burratini. Passione che è cresciuta con lui. Da piccolo andava sempre a vedere gli spettacoli del maestro Ferraiolo… “Mi sono sempre piaciuti – racconta Antonio – e i miei genitori ad ogni fine spettacolo mi compravano un burattino, così a casa potevo giocare” Crescendo, Antonio ha trovato un artigiano a Cava de’ Tirreni che ha iniziato a costruirgli i burattini… “Non sono grandi come quelli che usano i Ferraiolo ma sicuramente sono più grandi di quelli che vendono loro”. Tutti i burattini che si è fatto costruire così come il suo piccolo teatrino si trovano in un piccolo laboratorio che ha allestito a Capaccio. Durante la primavera e l’estate Antonio mette in scena in alcune piazze a Battipaglia ed Altavilla… “Alcuni spettacoli sono quelli di Ferraiolo, altri invece sono storie che ho scritto io”. Finite le scuole medie Antonio vuole frequentare il Liceo Artistico… “L’indirizzo teatrale così da poter proseguire con questa mia passione”. E intanto spera di poter conoscere quanto prima Adriano Ferraiolo… “Ad oggi ho conosciuto Simone e gli altri nipoti, ma mi piacerebbe poterlo incontrare e magari poter fare qualcosa insieme a lui”.

Consiglia

Attendendo I Segni distintivi live. Boom di visualizzazioni per il duo di poliziotti cantautori

di Olga Chieffi

“Com’è lunga l’attesa…” pronuncia tra sé Tosca, attendendo la “falsa” fucilazione del suo Mario, un ultimo coup de théatre della primadonna che si fa maestra di recitazione, anche tra i merli di Castel Sant’Angelo, un “lasciapassare”, quell’ attesa, verso la vita, verso la libertà. Un’ attesa che si è palesata più volte, ieri sera, nel corso dell’appuntamento, ormai abituale, con il contenitore virtuale di Le Cronache, “In prima fila con…”, che ha salutato protagonisti I segni distintivi, ovvero i poliziotti Fabio Sgrò e Angelo Forni. L’attesa, un termine declinabile in innumerevoli modi, e Fabio ed Angelo ci hanno consegnato, le proprie originali e personali chiavi, per uscire da questo tempo fermo, che ha tolto agli artisti e a noi pubblico, quel tempo fermo, carico di tensione, di nascite, di pensieri, parole, sguardi, profumi condivisi, che cala in platea e palcoscenico, quando si apre il sipario, si rivela la scena, si accendono i riflettori, ci si guarda per cercare l’attacco di un pezzo. Fabio e Angelo, si sono raccontati passando dai loro primi passi insieme, il primo importante lancio con “La pagella”, track list dello loro debutto discografico “Verso un porto migliore”, dedicata al piccolo emigrante del Mali con la pagella cucita nella giacca a dimostrazione del suo voler far bene, in “attesa” di un nuovo inizio, nel segno del lavoro, dello studio e della giusta formazione, la scelta di musica e testo comunicativi perfetti per spazzare ogni barriera, a superare ogni diversità, sulle tracce di Jack Sparrow, che ha strambato, poi, allegramente verso il “Costa Rica”. Ed ecco Salerno calata in un’eterna attesa, nel video “Sogni ed incubi”, come la fortezza Bastiani, con tutti noi novelli Giovanni Drogo, in perenne aspettativa di un cambiamento. In questa snervante condizione, il tempo si consuma, tra baluginii di riflessi politici e sociali, volti a misurare giorni di crisi, ricercando quel silenzio interiore, in un continuo decifrare i confini di un deserto in cui ci muoviamo, tenendoci, purtroppo, ancora troppo lontani da un pragmatismo risolvente. L’incanto può essere definito l’attimo in cui avviene la trasformazione tra suono fisico udibile e la nascita di un nuovo sentimento, ovvero un movimento in cui il suono in noi diventa qualcosa di inudibile, messaggio ben inteso questo in “Un’altra volta noi”, una intensa canzone d’amore. Ancora un altro singolo con “Era la notte di Natale ”, in cui i due cantautori si sono riscoperti bambini e recuperato il tempo della meraviglia, con un’altra declinazione di attesa. Una canzone, questa divenuta colonna sonora del settimo concorso letterario nazionale “E adesso raccontami Natale”, promosso dall’associazione Costadamalfiper… nell’ambito della quindicesima edizione della fiera del libro in Mediterraneo Incostieraamalfitana.it diretta da Alfonso Bottone, e che sarà presentata live nel gala di premiazione. Ci siamo lasciati, con I segni distintivi, nell’attesa della venuta qui a Salerno di Fabio Sgrò, attualmente a Milano, per mettere a punto il nuovo progetto discografico, che comprenderà una dozzina di brani, e che segnerà la fine di una delle attese più lunghe e dure della nostra vita. Per rivedere la puntata clicca sul link: https://youtu.be/BtIn8vq6_9M

Consiglia

Giffoni e la felicità, 5000 ragazzi per l’edizione 2021

C’e’ grande fermento tra gli aspiranti giurati del Giffoni. Infatti, e’ in arrivo per 5mila ragazze e ragazzi di 90 citta’ italiane e 20 nazioni, la richiesta di confermare la loro partecipazione a #Giffoni50Plus, in programma a Giffoni Valle Piana (Salerno) dal 21 al 31 luglio. “#Giffoni50Plus – spiega il fondatore e direttore Claudio Gubitosi – avvia il suo percorso verso la normalita’, la ripresa delle attivita’ e della fiducia vicino, ancor di piu’, a chi ha subito enormi disagi affettivi e psicologici. Giffoni c’e’ e risponde con un’edizione meravigliosa, anche se ancora sotto tutela. Il mondo dei giffoner attendeva questa notizia dallo scorso anno. Ci siamo e siamo pronti per un programma pensato per promuovere ancor di piu’ valori, benessere e riconquista delle identita’”. Pur non potendo ancora condividere la loro partecipazione con le migliaia di famiglie che per anni li hanno adottati, Giffoni assicurera’ a molti l’ospitalita’ completa nei dodici giorni dell’evento. Saranno non meno di 50 gli hub in Italia e 20 in altrettante nazioni, per oltre 3000 juror a distanza. Il programma sara’ come sempre ricco e coinvolgente: 150 i film che verranno proposti nelle varie sezioni, 9 i grandi eventi dedicati alle anteprime. Non meno di 150 tra talenti e ospiti saranno protagonisti con i ragazzi nelle varie attivita’ di incontro, dibattito e performance. Le masterclass sono state tutte concentrate in una sola nuova sezione: Giffoni IMPACT!, riservata a 200 giovani italiani dai 18 ai 28 anni. Confermata una delle sezioni piu’ seguite dal pubblico di Giffoni e da tutti i juror: VivoGiffoni. La grande arena per la musica sara’ riproposta nell’ampio spazio della Piazza Fratelli Lumiere e vedra’ 25 tra i migliori artisti del momento. Dalle 22 alle 24, rispettando le regole sanitarie, si tornera’ ad ascoltare e condividere la musica dal vivo. Prima della data di inizio del festival, Giffoni si presentera’ al mondo dai parchi archeologici di Pompei e Paestum e con attivita’ previste nel Museo Archeologico di Pontecagnano. Sono partiti, intanto, i lavori per l’adeguamento e la ristrutturazione delle sale della Cittadella del Cinema e della Multimedia Valley, grazie ad un progetto speciale sostenuto dal Ministro della Cultura Dario Franceschini. E’ prevista l’11 giugno l’inaugurazione della storica sala dedicata a Francois Truffaut, adeguata a tutte le nuove tecnologie audio-video, nuove poltrone e migliorie strutturali. Iniziati anche i lavori in Multimedia Valley per la costruzione del Museo “Testimoni del Tempo”. Sempre nell’area della Multimedia Valley, prossimo anche l’avvio dei lavori per un’arena da 4300 posti destinata ai grandi eventi. Nel frattempo, in occasione delle celebrazioni di #Giffoni50Plus, il primo evento e’ in programma il 24 giugno. In 10 citta’ italiane, in contemporanea, studenti, autorita’ locali e famiglie potranno conoscere e vivere la storia di Giffoni con un docu-film prodotto e realizzato dalla Giffoni Video Factory. Dall’11 al 13 giugno, invece, 200 direttori di festival e rassegne cinematografiche italiane si incontreranno a Giffoni per avviare una nuova cooperazione e collaborazione. Altra attivita’ confermata per luglio e’ il campus dedicato a 130 ragazzi e ragazze del progetto “Sedici modi di dire ciao”.

Consiglia

Stadi aperti, teatri chiusi, a vincere è il danaro. Daniel Oren: “Dobbiamo sfruttare i mesi più caldi per tornare a fare musica”

di Olga Chieffi

Ci saranno sedicimila persone all’Olimpico, per la partita inaugurale degli Europei di calcio, in programma l’11 giugno a Roma. La decisione è stata oramai presa, altrimenti, l’evento sarebbe stato immediatamente affidato ad altra nazione. In primo luogo bisogna salvaguardare il giro di danaro che ruota attorno a questa manifestazione che una nazione come la nostra non può assolutamente perdere. “Le partite di Euro 2021 non saranno giocate davanti a tribune vuote e tutti i Paesi ospitanti dovranno garantire la presenza dei tifosi”. Il presidente dell’UEFA, Aleksander Ceferin è stato chiarissimo. L’edizione degli europei già rinviata di un anno, la prima che sarebbe dovuta essere itinerante e forse ancora potrà esserlo. Le 12 città coinvolte (Roma, Amsterdam, Baku, Bilbao, Bucarest, Budapest, Copenaghen, Dublino, Glasgow, Londra, Monaco e San Pietroburgo) hanno dovuto “presentare il loro scenario”, dagli stadi aperti a quelli chiusi passando per varie percentuali di presenza: il 19 aprile, nella riunione del comitato esecutivo Uefa, verrà presa una decisione. Se più città dovessero tenere chiusi gli stadi potrebbe addirittura cambiare la formula con un solo Paese ospitante: in pole c’è l’Inghilterra che riaprirà i suoi stadi in vista dell’ultima giornata di Premier League. C’è da scomodare Marx, ma è troppo semplice. Perché, nelle «Mille e una notte», i ricchi sono i mercanti e non i produttori o i banchieri, o la “peste nera” del Trecento, che spazzò via, fra atroci sofferenze, circa la metà della popolazione europea – ebbe, nel dopo-peste, conseguenze positive sull’economia? Sono le catastrofi e le rivoluzioni che cambiano i corsi della storia e affinano le leggi dell’economia. I legami fra storia, costumi ed economia seguono talvolta piste inattese e circuiti convoluti. Oggi si aprono gli stadi per un pubblico di “sportivi” seduti, proprio dove questa pandemia è esplosa, non dimentichiamo quell’Atalanta-Valencia del 19 febbraio dello scorso anno giocata a San Siro, ma lo sport di base, i “dilettanti” sono serrati da oltre quattordici mesi, si chiede da tutte le parti lo stesso impegno per riaprire palestre, sale per lo studio della danza, piscine, cinema, teatri, dopo che si è investito l’impossibile per porre tutto in sicurezza. Uno schiaffo in pieno volto anche al mondo dello spettacolo, del teatro, del cinema, della cultura tutta, per il quale si sta ancora a pensare e a studiare per una qualche stagione all’aperto e festival centenari, come quello dello Sferisterio di Macerata che ha spostato la nuova produzione del Barbiere di Siviglia al prossimo anno, ponendo le mani avanti anche per l’Aida del Centenario e lo spettacolo della Zacharova, devono barcamenarsi nella massima insicurezza di protocolli, pubblico e anche con gli artisti che hanno bisogno di spazi acusticamente adatti a performance di rilievo. La notizia degli stadi aperti ha fatto pensare anche qui a Salerno. Il mandato comunale per gli eventi estivi è stato firmato e le idee sono già su carta ma “Stiamo discutendo – sottolinea Daniel Oren – ancora sul luogo e i titoli da mettere in scena durante estate. Io ritengo che bisogna sfruttare i mesi più caldi e tornare finalmente a fare musica sinfonica e opera all’aperto per il momento. La speranza più forte è quella di tornare nei teatri. Ma questo è un discorso che si farà al livello nazionale quando ci sarà più gente e vaccinata in Italia e verrà raggiunta finalmente quell’unità di gregge che ci permetta di ritornare a vivere la nostra libertà”.

Consiglia

Francesco Maria Perrotta: rete e dinamismo per il Ravello Festival

Il nuovo Presidente della Fondazione è alla guida dell’Associazione Generale dello Spettacolo formato dai più prestigiosi Festival italiani. Con lui Vincenzo De Luca mette fine a ben due anni e mezzo di commissariamento

Di Olga Chieffi

E’ Francesco Maria Perrotta, da nove anni presidente di ItaliaFestival, organismo nato in seno all’Agis (Associazione Italiana Generale dello Spettacolo), formato da alcuni tra i più prestigiosi festival italiani: dal Rossini Opera Festival di Pesaro al Festival di Spoleto, dal Festival Verdi di Parma al Ravenna Festival, dal Napoli Teatro Festival al Macerata Opera Festival, dal MiTo al Festival pianistico di Brescia e Bergamo passando per il Mittelfest e il Plautus Festival, nonché del board della European Festival Associations, l’associazione dei festival europei, il nuovo Presidente della Fondazione Ravello. Francesco Maria Perrotta va a “liberare”, così, Almerina Bove, Vice Capo di Gabinetto del presidente, che torna a sussidio della Regione. Con lui, Vincenzo De Luca mette fine a ben due anni e mezzo di commissariamento e dovrebbe entrare in carica per fine aprile, quando scadrà il mandato del commissario, o ai primi di maggio, per progettare il Ravello Festival, per il quale il direttivo ha già qualche proposta di livello internazionale. Calabrese di Paola, manager e chitarrista, Francesco Maria Perrotta, nella sua carica di ItaliaFestival, rappresenta 30 Festival italiani e sei reti di Festival che operano nell’ambito musicale, teatrali, delle arti performative e della danza, della letteratura e di altre manifestazioni artistiche, una mission-rete che tuteli e promuova i festival nazionali, anche attraverso una corretta strategia di fundraising e di internazionalizzazione, oltre che di tutela degli interessi degli associati, e di cui crediamo farà parte anche il Ravello Festival. Artisticamente, Perrotta si è formato alla Sagra Musicale Umbra, al fianco dell’indimenticato Massimo Bogianckino e i due termini chiave del suo operato attuato fino ad oggi sono rete e dinamismo, che dovranno essere la mission anche del Consiglio Generale d’ Indirizzo dalla Regione Campania, che vedrà i rappresentanti del Comune di Ravello e della Provincia di Salerno. Sua la definizione di Festival che calza perfettamente per il belvedere di Villa Rufolo: “Ciò che si chiama Festival è una realtà che produce spettacoli che soltanto lì, in quel contesto, si possono vedere e ascoltare”, e Ravello è, sicuramente una delle cornici più attraenti del mondo. Sale di cinema, teatri e festival stimolano l’economia e, al pari di un’infrastruttura o di un investimento immobiliare, attivano processi virtuosi di incremento della domanda di beni e servizi. Gli effetti economici e occupazionali di un evento derivano in primo luogo dagli investimenti e dalle spese attivati da gestori e organizzatori, sia pubblici che privati, per la realizzazione della loro attività, è questo il Perrotta-pensiero, che continua a credere ai Festival non solo come a realtà che convogliano gente, ma che esaltano gli interi territori con contenitori all’aperto. Si tratta di un’utile perimetrazione di un fenomeno che, dal punto di vista dell’offerta turistica, si rende prodotto sia attivando una specifica filiera, quella che fa leva primaria proprio sulla “risorsa musicale”, come protagonista, sia integrando ed arricchendo altre proposte, come sottofondo. I luoghi della musica, gli itinerari, i paesaggi, le dimore legate ai musicisti, i teatri, i musei specializzati rappresentano un potenziale che se ben ri-attivato, riporterà il nostro territorio, dopo il buio del Covid, agli splendori del gran Tour.

Consiglia

In libreria per la casa editrice Marlin, il terzo romanzo di Simona Moraci, ambientato in un quartiere a rischio criminalità, in una periferia siciliana

di Olga Chieffi

“Prendere servizio dovrebbe essere uno dei momenti più emozionanti nella vita di un insegnante. Mi aggiravo, non senza perplessità, tra le vie costellate di baracche del quartiere di quella che sarebbe divenuta l’altra mia città di mare” E’ questo l’incipit dell’ ultimo lavoro di Simona Moraci, messinese, giornalista e insegnante, in libreria per la Marlin di Tommaso e Sante Avagliano. Un romanzo che nasce dalla sua esperienza maturata negli ultimi anni sulla “frontiera”, nelle scuole di quartieri a rischio, dove si vive un universo aa parte: tutti i sentimenti, le emozioni sono amplificati e occorre trovare un equilibrio “nuovo”. Rabbia e innocenza, di pianto e risate, di questi bambini straordinari e fuori da ogni schema, le emozioni sono l’essenza di “Duecento giorni di tempesta” In primo piano la storia della giovane insegnante Sonia, catapultata in un quartiere a rischio di una città di mare siciliana in mano alla criminalità. Una “terra straniera” ma anche una sfida per Sonia, in fuga dal passato. La scuola è fatta da classi “esplosive”, così chiamate dai professori per il livello disturbato e disfunzionale dei comportamenti degli alunni. Da qui una narrazione incalzante che lascia spazio alla capacità da parte dei docenti di entrare in relazione con i ragazzi e anche a un complicato triangolo amoroso che coinvolge la protagonista con due suoi colleghi: Stefano e Andrea. A portare conforto nella sua vita è il collega di Scienze Motorie, napoletano dal volto paterno, Giulio, e l’amica di sempre, Altea. Ma, ad accorrere in suo aiuto, c’è soprattutto Stefano, un uomo sfuggente che alterna silenzi e fughe. Sonia ne rimane immediatamente colpita, ma Stefano mostra nei suoi confronti un comportamento contraddittorio: corre in suo aiuto nei momenti di crisi, durante le risse in classe, e subito dopo tende a chiudersi in sé stesso, sicché i loro incontri si trasformano spesso in scontri, fughe e ritorni. Andrea invece riesce a stabilire una relazione con Sonia, fatta di passione e comprensione. Tuttavia, il suo temperamento aggressivo degenera in violenza quando Stefano decide di non scappare più da lei. Sarà la gravidanza della donna a rimettere tutto in gioco: Sonia, Stefano e Andrea troveranno la forza di andare avanti insieme?La Moraci fa immergere i lettori in un territorio nel quale le famiglie vivono situazioni difficili e l’istituzione scolastica cerca di arginare il malessere di alunni ribelli a ogni regola e disciplina. Il romanzo racconta le traversie interiori e amorose del personaggio principale e la lotta dei professori per strappare i ragazzi al degrado, in una “tempesta” romanzesca che coinvolge e fa riflettere. «Un Sud scontroso e una scuola a rischio: due frontiere, – si legge nel quarto di copertina redatto dallo scrittore Vladimiro Bottone – due sfide, un corpo a corpo fra studenti difficili e un’insegnante al vertice di un triangolo amoroso carico di passioni e chiaroscuri come la scrittura dell’autrice. Al seguito della sua protagonista e io narrante, Simona Moraci ci trascina nel suo anno di scuola che diventerà anche una sorta di educazione sentimentale. Un’avventura che, per il lettore, si trasformerà in una lezione memorabile».

Consiglia

Quattro salernitani nella Compagnia del Cigno

di Olga Chieffi

La Compagnia del Cigno, la serie firmata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta è tornata in Tv, due anni dopo il successo della prima stagione, lanciando un messaggio essenziale di questi tempi, quel “Solo, non sarai nessuno”. Abbiamo ritrovato i sette protagonisti cresciuti di due anni, alla soglia della maturità e dell’ingresso in un mondo fatto di responsabilità, doveri e sfide diverse, sicuramente più dure e probabilmente capaci di mettere in difficoltà il forte rapporto d’amicizia che li lega, stretto in onore di Giuseppe Verdi che era, appunto soprannominato il Cigno di Busseto.

Ivan Cotroneo riparte da loro, riportandoci nelle loro vite, ma mettendo subito in chiaro che la sua attenzione sarà rivolta anche al mondo degli adulti che si sviluppa attorno a loro. Ritroviamo, infatti, anche l’inflessibile maestro Luca Marioni, interpretato da Alessio Boni e sua moglie Irene (Anna Valle), mentre si aggiunge il nuovo maestro Teoman Kayà, ex allievo del conservatorio Verdi che sembra in grado di alterare gli equilibri consolidati tra i personaggi della serie. Il tutto sullo sfondo della musica, regina assoluta nelle vite dei sette ragazzi così come nella serie, con un’attenzione nella selezione dei brani di musica classica studiati dai ragazzi e della componente più pop che continua a essere presente, che vedrà i camei di Francesco Gabbani, Ornella Vanoni, Malika Ayake e Mika. In orchestra abbiamo riconosciuto tre giovani musicisti salernitani, i cornisti Michele Palomba di Serre e Fabrizio Cirillo di Torchiara, entrambi allievi del Conservatorio di Musica di Salerno, mentre le percussioni sono state affidate a Francesco D’Ambrosio di Torre Orsaia, diplomatosi al Liceo musicale di Sapri e laureando al Martucci. Tra gli archi, invece, c’è la violista Marta Cappetta, agropolese, ma fresca di studi presso l’Istituto Superiore di studi musicali G. Verdi di Ravenna. Siamo riusciti a raggiungere il cornista Michele Palomba, grazie ai buoni offici del M° Luciano Marchetta, poichè “E’ grazie a lui che ho imbracciato il corno francese – ha rivelato Michele- uno strumento particolare, di difficile intonazione, ero stato, infatti, ammesso a pianoforte al liceo Confalonieri di Campagna. Il maestro Marchetta per avere un ensemble di fiati completo, mi assegnò come secondo strumento il corno. Poi, notato un certo talento, mi affidò a Filippo Azzaretto, docente del Martucci, in contemporanea con gli studi al liceo con Christian Di Crescenzo. Ricordo felice di questo periodo è certamente il viaggio in Arizona dove suonai il corno con l’ensemble di fiati, e al Museo degli Strumenti Musicale tra i più grandi al mondo, invece, mi esibii al pianoforte”. Come ti sei ritrovato nell’Orchestra Giovanile di Roma che incide e partecipa in video alle riprese della seconda serie de’ “La Compagnia del Cigno”? “E’ una selezione che avviene attraverso le orchestre scolastiche, regionali, “verticali”. Abbiamo lavorato in tempo covid con le distanze, tamponi, mascherine dal 16 luglio al 19 agosto, per mettere su le dodici puntate che vedremo in sei giorni. Faccio l’appello di riaprire i teatri poiché sono luoghi sicuri, ordinati e controllati. Si sta seduti a distanza e non si può fare assembramento. E’ necessario riaprire i luoghi di cultura”. Che bagaglio di esperienza ti porti da un set così prestigioso? Alessio Boni, Anna Valle le star come si sono comportate nei vostri confronti? “I grandi sono umili. Sicuramente questa è la prima lezione appresa. Noi eravamo dei novellini e sono riusciti a metterci a nostro agio”. Che partiture avete inciso per la fiction? “ Abbiamo spaziato dalla lirica con La Bohéme di Puccini, l’Intermezzo di Cavalleria Rusticana, un po’ di Verdi con Rigoletto e Traviata, ma anche qualcosa di sinfonico, Beethoven”. La Compagnia del Cigno ci fa vivere i sogni musicali dei sette ragazzi, la preparazione ad un futuro in palcoscenico. Quale è il tuo sogno? “Il mio sogno è di riuscire sempre a migliorarmi, per riuscire a vincere un concorso in una grande orchestra internazionale, cercando di costruire la mia vita sul mio strumento”.

Consiglia

Giovanni Nutty Trapanig: “vi racconto il mio percorso artistico in un bosco”

di Erika Noschese

Una performance artistica con l’installazione permanente di pannelli di legno che presto saranno installati in un bosco del Tanagro. È la scommessa vincente di Giovanni Trapani, meglio conosciuto come Nutty Trapanig, la firma che chiude tutte le sue opere di Urbanart. Un percorso, quello dell’arte urbana, intrapreso proprio nel periodo pre Covid, con serate di propaganda: ogni domenica, Nuty Trapanig si dedicava all’arte, intesa a 360 gradi; la sua aspirazione era dipingere fabbriche abbandonate, per attirare l’attenzione dell’amministrazione comunale e, forse, anche per smuovere le coscienze dei tanti cittadini che vorrebbero una città viva, senza mostri in cemento finiti nel dimenticatoio. Giovanni, con la sua arte, ha girato tutta l’Italia ma, ha detto amareggiato, “il vero problema resta quello di far capire che questo è un lavoro, ragion per cui lavoro prettamente con i privati, su commissione”.

Vicino al circolo Marea, nel capoluogo, nel suo viaggio tutto italiano ha cercato – e si è avvicinato – a circoli simili, fondazioni dedite all’Urban art. “Con il Covid mi sono dovuto rimacinare, ho fatto un’operazione interessante: nel mio piccolo, ho messo in vendita un’opera da me realizzata per dare il ricavato alla Misericordia – ha raccontato l’artista salernitano – Il covid, per me, è stato un percorso molto interessante perché mi ha fatto riflettere su questioni che, generalmente, sfuggono e mi ha permesso di concentrarmi su cause essenziali”. Proprio nel periodo del primo lockdown si è dedicato alla ceramica, con la realizzazione di “Sticky”, “che significa in fissa per qualcosa”, ha spiegato ancora Nutty Trapanig che ha dato vita ad una vera e propria serie in ceramica. “Riflettevo su come noi stessimo diventando demoni, siamo noi i nostri demoni e ho pensato di associare la tradizione dei demoni giapponesi in rapporto alla mia cultura”, ha raccontato ancora il giovane artista urbano dedito all’arte urbana. Così, con l’Hyakume unisce il “Graffitismo occidentale” ed il “Giapponismo figurativo”; in sostanza, demoni in era moderna. Tra i lavori, la raffigurazione di Dio: “sono partito da questa riflessione, Dio è a nostra immagine e somiglianza e io l’ho immagino con una visione totalmente personale, la mia non è una forzatura”, ha raccontato l’artista. Ed è proprio da queste opere che nasce il progetto di Nutty Trapanig: una serie di installazioni, di circa 4 metri di altezza, che sarà collocata in un bosco nei pressi del Tanagro grazie ad un’azienda, Campo Base, che si occupa di trekking che ha intenzione di realizzare un percorso artistico proprio in un polmone verde del Tanagro. Nuty Trapanig, ad oggi ha attirato l’attenzione di molti esperti d’arte, come Alfonso Amendola è professore di Sociologia dei processi culturali e Internet Studies presso l’Ateneo di Salerno, si occupa principalmente di consumi di massa, culture d’avanguardie e innovazioni digitali che ha proposito dei suoi lavori li ha definiti “da sempre calibrato attraverso una militanza nello stratificato mondo dei graffiti sempre caratterizzato da una rigorosa componente esplorativa, narrativa ed in continua ricerca di nuove location. Infatti, è fortemente emblematico e significativo che questa mostra di Trapanig si svolga in uno spazio di progettazione architettonica. Perché oggi più che mai è proprio l’architettura (ed i suoi spazi di progettazione) ad intercettare frammenti, sedimenti, dispositivi, sommovimenti sperimentali della nostra contemporaneità. Una contemporaneità dai cento occhi e intimamente invasiva come Trapanig ci racconta”. Ora, l’azienda è alla ricerca della giusta collocazione e, a breve, il percorso artistico sarà realtà. Un progetto unico nel suo genere, tanto a livello locale quanto regionale e nazionale.

Consiglia

In uscita il prossimo 25 aprile il nuovo libro di Giordano Criscuolo

di Monica De Santis

Sarà in vendita dal prossimo 25 aprile l’ultimo lavoro di Giordano Criscuolo dal titolo “Fiabe sorprendenti per principesse e disobbedienti”. A presentare l’opera impreziosita dalle illustrazioni di Federica Di Tizio e Tiziana Ricci è lo stesso autore che spiega come “ ‘Ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino’ Terminata la stesura delle fiabe ho fatto mie queste parole di Picasso. Le storie sono nate sempre durante le lunghe giornate passate in casa con i miei bambini, Nicole e Pier Paolo. Alcune hanno preso vita un pezzo per volta, nel corso dei giorni; altre, come “Pier BrumBrum e Giorgia Boom!”, sono arrivate così, per intere, all’improvviso. Sono storie, dunque, nate prima dai desideri dei miei bimbi e poi dalla mia voce. Storie orali che stanno a loro agio nella voce di un genitore che rimbocca le coperte ai propri figli, fatti meravigliosi che trovano la loro dimensione ideale nei racconti attorno al fuoco. Ed è probabilmente per questo motivo che ho trovato difficile, difficilissimo, riportarle su carta. Mi ha aiutato nell’impresa una vecchia macchina da scrivere: a lei ho deciso di raccontare, con le stesse parole che usavo per i miei figli, queste fiabe. Con mio enorme stupore mi sono reso conto che è stato veramente un narrare, un discorrere, più che uno scribacchiare. Di fronte non avevo più la fredda luminescenza di un monitor sul quale potevo scrivere e cancellare la stessa frase anche per un’intera giornata. No: la prima frase, la prima parola, sulla macchina da scrivere, era quella giusta. Successivamente ho letto e riletto decine di volte quello che avevo scritto e decine di volte ho cercato di rendere sempre più semplici gli avvenimenti, le parole, la punteggiatura, la struttura dei racconti. Ritornando a Picasso, dunque, e parafrasandolo, io ho impiegato un anno per imparare a scrivere come un bambino. Spero di esserci riuscito. Le fiabe sono intervallate da diverse filastrocche, genere in cui mi sento decisamente più a mio agio. Le influenze sono tante, le scopiazzature anche (a chiamarle omaggi farei più bella figura ma la responsabilità sarebbe maggiore). In “Pier BrumBrum e Giorgia Boom!” c’è forte la mano di Rodolfo Cimino, storico sceneggiatore del fumetto Disney italiano che con le sue storie ha contribuito alla magia della mia infanzia. Nelle filastrocche c’è, ovviamente, lo zampino di Gianni Rodari ma, più in generale, c’è l’ascendente che su di me ha avuto da bambino il primo volume de I Quindici, storica enciclopedia del tempo che fu. Le fiabe di “Dolcemiele” e “Desideria e la Chiromante”, che è nata quando Nicole, dopo tante regine cattive, mi chiese una storia con due re buoni, sono figlie dei classici e di Walt Disney. “Acquamarina” venne alla luce tre anni fa su una spiaggia del Cilento e subito finì nel dimenticatoio fino a quando, tempo dopo, i bimbi – che memoria prodigiosa hanno, quando gli conviene, i bimbi – me la chiesero. Dovetti reinventarla daccapo (la prima versione, ho questo dubbio che proprio non vuole andare via, era molto più bella… ma non ricordo nulla). “Zafferana e Nonna Camomilla” è la fiaba che ha i colori più miei: profuma di orti, frutta essiccata, miele, cioccolato, formaggi, solidarietà, giustizia, uguaglianza, unione, tenerezza. Ogni volta che la racconto mi scappa una lacrimuccia. Ogni bimbo ha diritto a una fiaba e a una filastrocca. Mi auguro che le mie parole possano portare magia e leggerezza ovunque.

Consiglia

Un baritono farmacista: Biagio Pizzuti

di Olga Chieffi

L’opera lirica è stata servita in primissima serata, ieri sera, a “In prima fila con…” il contenitore virtuale di Le Cronache, con super-ospite il baritono Biagio Pizzuti. Charme e simpatia per il musicista salernitano che nasce pianista e, in una session di audizioni, in veste di accompagnatore, dopo la decima aria di Musetta, esplode e intona in maschera a piena voce, il battibecco tra Alcindoro e Marcello, fino alla stringa dello stivaletto. Di qui, su consiglio del direttore Yoram David, ha intrapreso gli studi di canto, che lo hanno portato a calcare da subito i maggiori palcoscenici internazionali. Il baritono ha ruoli seri, ma i più amati sono i buffi e il nutrito pubblico che si è interfacciato con noi, sui canali social del giornale, ha subissato di domande Biagio Pizzuti, il quale ha dovuto rispondere, circa i rapporti con la critica musicale, gli impegni che lo portano spesso lontano dalla famiglia, i ruoli che l’attendono alla riapertura dei teatri. Ma quali graditissimi ospiti a sorpresa, intervenuti a supporto del nostro Biagio, son comparsi il tenore Francesco Pittari e il regista Riccardo Canessa. Francesco e Biagio, oltre a dividere il palcoscenico in diverse occasioni, l’ultima proprio a Dresda, in occasione dell’incisione di Traviata, diretta da Daniel Oren, sono anche da sempre fratelli granata in curva Sud, al seguito della Salernitana, e hanno confessato di aver accettato il collegamento con Le Cronache, sperando di incontrare il granatissimo per eccellenza, Tommaso D’Angelo. Sono scorse, quindi, le immagini di opere e palcoscenici prestigiosi, come quelli del teatro veronese per “Il parlatore eterno”, di Amilcare Ponchielli, diretto proprio dal nostro Daniel Oren, e ancora l’aria del Conte d’Almaviva dalle Nozze di Figaro mozartiane, “Hai già vinta la causa – Vedrò mentr’io sospiro”, voce splendida nel suo caldo, velluto scuro, dalla “mano” morbida, e un’emissione che dona omogeneità ad un fraseggio di alta scuola, un video speciale girato per la pandemia, in cui oltre ad attraversare diversi ruoli femminili, lo si sente esplodere nell’entrata del barone Scarpia, cui un giorno darà voce sul serio, e Lord Enrico Ashton, ruolo con cui ha vinto il concorso Toti dal Monte, fino a chiudere con l’ultimo video con Gianni Schicchi e l’aria “Era uguale la voce”, dove abbiamo continuato ad apprezzare le doti vocali di Biagio, unitamente alla sua intraprendente recitazione. Ma il dialogo ha anche toccato argomenti seri, quali l’insegnamento della musica e in particolare del canto. Infatti, in questa pandemia si è visto veramente di tutto in rete, non ultimi pseudo-insegnati di canto, ma anche di quasi tutti gli strumenti, che senza alcuna renitenza mettono in pubblico, lezioni, gorgheggi e quant’altro, non rispettando quel filo sottile, fortissimo e invisibile che lega il maestro all’allievo, non prevedendo di poter finire entrambi, avviliti calpestati, sotto il pubblico flagello, per dirla con Don Basilio. E ancora, su certa critica e il web che ha trasformato tutti in giornalisti-musicali, ma che per Riccardo Canessa, Francesco Pittari e Biagio Pizzuti, lasciano il tempo che trovano, cedendo il passo a quanti sanno che, per redigere un articolo bisogna almeno sapere cosa si va ad ascoltare e soprattutto di cosa si va a scrivere. Grande fiducia nell’apertura dei teatri da parte di tutti :“Sono luoghi veramente sicuri – ha affermato Biagio Pizzuti in partenza per Mosca per un concerto dedicato ad Haendel, con il suo Oreste – a differenza di tanti altri e bisogna impegnarsi per riaprirli e ri-conquistare la fiducia del pubblico”. Omaggi ancora da Biagio e Riccardo Canessa due uomini di teatro e di musica che hanno sposato per intero l’arte con “Dicitencello vuie” e l’ evocazione, riuscitissima, del nostro Daniel Oren, che siamo certi, varcherà presto la soglia virtuale del nostro salotto musicale, e la speranza di vedere veramente Biagio svolgere il ruolo del farmacista, ma nei panni di Dulcamara. Per rivedere la puntata di ieri basta cliccare sul link: https://youtu.be/3vabWYH5p3w

Consiglia

A “In Prima Fila…” riflettori sul Baritono

di Olga Chieffi

George Bernard Shaw, scrittore e drammaturgo inglese: “L’Opera è quando un tenore e un soprano vogliono fare l’amore ma un baritono glielo impedisce”. Vero, ma è parziale. Essendo visto come character destinato ad ostacolare l’amore tra i due classici piccioncini gorgheggianti, nei vari triangoli amorosi non solo è quello che resta il più delle volte a becco asciutto, ma è anche colui che concretamente si mobilita per ottenere la donna desiderata, con metodi più o meno leciti a seconda delle epoche d’ambientazione. Tra i personaggi più famosi, Renato, il marito di Amelia de “Un ballo in maschera”, Riccardo de “I puritani”… Nabucco, si ricorda la perfidia luciferina di Jago, la viscida crudeltà di Scarpia, oppure Don Carlo, il fratello della sfortunata Leonora di Vargas ne’ “La forza del destino”. Ancora i padri, come Amonasro in “Aida”, il bigotto per eccellenza, Giorgio Germont de “La traviata” e Rigoletto, buffone spregevole a Corte e tenero genitore per l’unica prole, Gilda, uomini contraddittori e insidiosi, però sono una. il proconsole Sharpless, che cerca di destare Madama Butterfly dalla sua illusione d’amore per Pinkerton; Gianni Schicchi, abile di mente e di talento che ottiene parte dell’eredità dei Donati al fine di poter accasare la figlia con l’uomo che ama; Guglielmo Tell, eroe della patria. Ma il baritono è anche emblema della scaltrezza spassosa come Figaro, il barbiere di Siviglia, calcolatore, debole verso il denaro ma devoto verso il Conte d’Almaviva, irresistibile è anche Papageno, l’uccellatore de “Il flauto magico”: uomo semplice, si vede coinvolto in una missione più grande di lui quando il suo scopo è di vivere felice con cibo, vino, una mogliettina e tanti tanti… papageni e papagene, fa duo con Leporello nel Don Giovanni, che a sua volta, pure un baritono seducente è, e ancora Don Pasquale, Malatesta, il grande Dulcamara, Falstaff, Don Bartolo, Don Magnifico, Don Prudenzio, tutti i Don… Stasera, ospite del contenitore virtuale di Le Cronache “In prima fila con…”, alle ore 19, sui canali social di Le Cronache (https://www.facebook.com/events/288325299336548) e youtube (https://www.youtube.com/channel/UCJaOrPcGFKLxjQWMMDaiM4g) sarà il baritono salernitano Biagio Pizzuti, a delineare tutte le sfumature che riservano i personaggi che ha interpretato e questo timbro vocale, magnetico. Biagio di ritorno dall’incisione di una Traviata a Dresda e dall’esecuzione de’ “Il parlatore eterno” di Amilcare Ponchielli per la Fondazione Arena di Verona, si fermerà con noi per raccontarci cosa significa essere cantante lirico oggi. Biagio ha già molto da raccontare del suo percorso musicale, iniziato con gli studi musicali di pianoforte all’età di 8 anni e il diploma in pianoforte e canto lirico con menzione d’onore presso il Conservatorio G. Martucci di Salerno. Si è perfezionato con i nostri grandissimi baritoni, Rolando Panerai, Renato Bruson ed Alessandro Corbelli e ha frequentato l’Opera Studio dell’Accademia Santa Cecilia di Roma, sotto la guida di Renata Scotto. Il suo debutto ufficiale è stato al Carlo Felice di Genova con Gianni Schicchi e La Bohème di Puccini nei ruoli di Marcello e Schaunard e ha interpretato Gregorio al fianco di Andrea Bocelli nella produzione di Roméo et Juliette di Gounod, diretta da Fabio Luisi e registrata in Cd dalla Decca. Vincitore della LXIV edizione del prestigioso concorso As.Li.Co., aggiudicandosi il debutto nel ruolo di Dulcamara ne’ “L’Elisir d’Amore” di Donizetti, nei teatri del circuito l’anno successivo vince il Concorso internazionale “Comunità Europea” di Spoleto per il ruolo di Gianni Schicchi. È vincitore del 47° concorso Toti dal Monte di Treviso, per il ruolo di Enrico nella Lucia di Lammermoor, intraprendendo quindi una carriera che lo ha portato ad esibirsi in tutto il mondo Diverse le collaborazioni anche nell’ambito barocco, ha inciso, infatti, per la Deutsche Grammophon il Serse di Handel nel ruolo di Elviro, vincendo il prestigioso Premio Abbiati per la Discografia per l’anno 2018/2019, e per la Warner Classics & Erato l’Agrippina di Handel nel ruolo di Lesbo, vincendo l’Edison Klassiek 2020 e il prestigioso Gramophone Classical Award 2020 per la categoria opera.

Consiglia

Compilation di musica italiana. Tra gli artisti ermergenti anche la salernitana Rosalba Senatore che parteciperà con il suo brano “Ipocrisia”

Esce il 26 aprile la compilation “Una Canzone Italiana”, una grande idea di Silvio Pacicca e Lino Sansone che ha riscosso, fin da subito molta curiosità ed interesse, tanto che ad oggi, si è reso necessario realizzare due volumi. Il format è tanto semplice quanto geniale, in particolare, la mossa vincente, è stata quella di unire, sotto il grande e intramontabile sogno della “Canzone Italiana”, conosciuta ed amata nel mondo intero, con i grandi Big e i giovani emergenti, così come i cantanti di professione segnalati dalle etichette discografiche e dai produttori musicali. “Una Canzone Italiana” (Spc Sound e Lino Management Berlin), Testimonial dell’iniziativa è la mitica Iskra Menarini che, tante emozioni ha regalato a tutti noi, lavorando con il grande compianto Lucio Dalla. I Big che hanno aderito al progetto discografico, sia da solisti che in featuring, oltre alla stessa Iskra Menarini e a Valerio Zelli degli Oro che realizza un doppio featuring con gli artisti Ester Del Popolo e Arya, sono: i Matia Bazar, Jalisse, Bobby Solo in featuring con EasyPop, Tony Riggi in featuring con Tony Esposito, Nik Luciani in featuring con Calibro 40, Attilio Fontana, Tony Liotta in featuring nuovamente con Tony Riggi, Viola Valentino in featuring con Calibro 40, Carmine Faraco e Dado, ed altri ancora per un probabile terzo volume. Seguono i Guest dei due volumi che sono gli artisti: Zaira Shine e Angela Clemente feat. Benedetta, Stefania Conte e il noto tenore, Matteo Tiraboschi. Tra i tanti Artisti Emergenti anche Rosalba Senatore è stata scelta per partecipare alla compilation con il brano “ipocrisia”. Brano stimato del panorama italiano Cantato in passato dalla grande Angela Luce. Ricantato dalla Senatore dove la sua casa Discografica Gecosound Italia ci ha ricamato i dettagli. Ringraziamenti per Il mio manager Raffaele La Rocca sempre presente in ogni mia scelta artistica e in ogni mio passo I Big che hanno aderito al progetto discografico, sia da solisti che in featuring, oltre alla stessa Iskra Menarini e a Valerio Zelli degli ORO che realizza un doppio featuring con gli artisti Ester Del Popolo e Arya, sono: i Matia Bazar, Jalisse, Bobby Solo in featuring con EasyPop , Tony Riggi in featuring con Tony Esposito, Nik Luciani in featuring con Calibro 40, Attilio Fontana, Tony Liotta in featuring nuovamente con Tony Riggi, Viola Valentino in featuring con Calibro 40, Carmine Faraco e Dado. Guest dei due volumi che sono gli artisti: Zaira Shine e Angela Clemente feat. Benedetta, Stefania Conte e il noto tenore, Matteo Tiraboschi (SPC Sound & Lino Management Berlin).

Consiglia

Antonello Ronga, la sua arte, la sua compagnia

Antonello Ronga, è da 9 anni, direttore artistico della Compagnia dell’Arte, nata nel 2012 dalla passione per il teatro di un gruppo di giovani talenti salernitani. Oltre a Romnga del gruppo fanno parte anche Federica Buonomo, Mauro Collina, Martina Iacovazzo e Valentina Tortora. La Compagnia dell’Arte si propone l’ambizioso obiettivo di avvicinare i più giovani (ma non solo) al mondo del teatro, realtà oggi troppo spesso soppiantata da televisione, computer e videogiochi. Ma come è iniziata questa avventura e cosa ha spinto Antonello Ronga e questi quattro spiriti a intraprenderla? A raccontarlo è lo stesso attore e regista che spiega… “Innanzitutto io nasco non regista, non direttore artistico, bensì attore. Iniziai a frequentare la scuola del Teatro San Genesio quando ancora ragazzo – avevo 17 anni -, per poi passare, diciannovenne, all’Accademia dell’Arte Drammatica del Teatro Bellini, perfezionandomi, infine, sotto la guida sapiente di Annabella Cerreani, ex direttrice artistica della fucina artistica di Gigi Proietti. Da lì in poi, ho iniziato la mia carriera da attore, costellata da avvenimenti anche piuttosto importanti, come, ad esempio, la mia partecipazione al Festival Pergolesi Spontini, ad alcuni allestimenti per il Teatro dell’Opera di Roma diretti da Chiara Muti, ad alcuni lavori dell’attore Michele La Ginestra. Nel frattempo, però, riuscivo comunque a prestare le mie qualità di attore anche ai palcoscenici salernitani, in particolar modo a quello del Teatro delle Arti, che, all’epoca, si vedeva animato dalle produzioni artistiche di Claudio Tortora, con il ho lavorato davvero innumerevoli volte. A un certo punto della mia carriera, però, mi accorsi di quanto casa mia mi mancasse, per cui decisi di stabilirmi definitivamente a Salerno, dove, nel frattempo, mi ero costruito degli affetti e una famiglia. Ora, dal momento in cui accanto alla carriera di attore ero comunqueriuscito ad apporre anche alcuni interventi in qualità di regista e direttore artistico di alcune piccole produzioni, nel 2012 decisi di metter su la Compagnia dell’Arte, insieme a quei quattro ‘pazzi scatenati’ che hai già provveduto a menzionare prima e di utilizzare lo spazio del Teatro delle Arti come spazio organizzativo per le nostre attività. Ci fu subito chiaro quale fosse il percorso da intraprendere. Di fatti, di lì a pochi mesi, riuscimmo a metter su un format dedicato alle famiglie, una sorta di ‘family show’, se vogliamo, che replicavamo ogni domenica mattina proprio negli spazi del Teatro delle Arti e che riuscì rapidamente a conquistare i cuori delle famiglie salernitane, al punto tale da spingerci ad aumentare il numero edelle repliche domenicali da una a ben tre: una al mattino e due nel pomeriggio. Fu un successo strepitoso, con diverse centinaia di abbonati che, ogni Domenica, accorrevano ai nostri spettacoli: nel torno di tempo di nove anni siamo divenuti uno degli appuntamenti di punta delle domeniche salernitane. E questo anche grazie anche, e soprattutto, alle collaborazioni con figure professionali che ricoprivano – e ricoprono – un certo qual grado di autorevolezza nel mondo del teatro che ci ha permesso, comunque, di confezionare degli spettacoli qualitativamente superiori alla media degli spettacoli proposti all’epoca, adatti tanto ai bambini, quanto agli adulti, in grado di emozionare tanto i primi, quanto i secondi”. Accanto a rassegne di successo, come ‘C’era una volta – per la quale vi siete addirittura fregiati della professionalità della coreografa Pina Testa -, e a numerose partecipazioni a kermesse prestigiose e ampiamente riconosciute a livello nazionale, come, il Premio Charlot, vi occupate anche di un interessantissimo progetto dedicato alle scuole che ben si inserisce fra le pagine del breviario dei vostri intenti primordiali, ossia quelli di avvicinare i giovani al teatro… “Beh, sì, “C’era una volta in tour” non è altro che una delle naturali declinazione che la rassegna “C’era una volta” avrebbe potuto manifestare una voltà raggiunta la maturità necessaria a sfondare le porte del ‘Teatro delle Arti e proporsi a un pubblico più vasto ed eterogeneo. Quando il prodotto è preparato e confezionato in un certo modo, non dei poi neanche faticare più di tanto perché qualcuno che non lo conosca lo accetti così per come gli viene presentato. Anche perché, dovete sapere che, quello del teatro-scuola è stato, fin dall’inizio, un ambito progettuale piuttosto inflazionato, infarcito di produzioni confezionate alla bell’e meglio che alle volte producono esattamente l’effetto opposto a quello che il teatro dovrebbe auspicare per sè stesso: quello di attirare sempre più pubblico”. Poi c’è il progetto ‘Teatrinsieme’, ce n’è vuole parlare? “ Assolutamente sì. In merito a quanto asserivamo prima per “C’era una volta in tour”, il nostro approccio con le scuole ci ha convinti del fatto che quello teatrale fosse un percorso formativo che potesse essere tranquillamente affiancato a quello più tradizionale e ‘istituzionale’ offerto dalla scuola. I viaggi che si compiono con i laboratori teatrali – che siano essi viaggi che contemplino noi alla loro testa o chiunque altro decida di organizzarli – forniscono ai ragazzi degli strumenti che torneranno loro utili, poi, per il resto della loro vita: per abbattere barriere, per sconfiggere la timidezza, per imparare a essere coscienti di ciò che dicono quando aprono la bocca, per imparare a respirare bene quando vengono sottoposti a un’interrogazione, a non esitare, a stabilire la propria identità. E’ una vittoria, questa che, a mio modesto parere, vale più di un teatro pieno”. Come Compagnia dell’Arte cone state vivendo questo periodo di pandemia? “ Davvero molto, molto male. Sulla base di quanto ti ho detto sino ad ora, eravamo risuciti ad ottenere numeri da capogiro per una compagnia teatrale di provincia, seguiti dalla promessa che questi, grazie al nostro impegno e al nostro lavoro, sarebbero continuati a crescere a dismisura. Purtroppo, però, ci si è imposto dinanzi un ostacolo piuttosto ostico da fronteggiare o anche solo aggirare. Per cui, ci limitiamo ad approfittare di uqel poco tempo che ci viene concesso per orgnaizzare al meglio il nsotro lavoro al fine di proporre, quando tutto sarà finito, delle attività che manifestino quegli stessi standard qualitativi a cui avevamo così faticosametne abituato il nostro pubblico; faticosamente certo, ma non senza un certo qual grado di soddisfazione”.

Gaetano Del Gaiso

Consiglia

Scelta la terna di Salerno libro d’Europa

In attesa della nuova edizione di Salerno Letteratura, in programma dal 19 al 26 giugno 2021, si rimette in moto la macchina del Premio Salerno Libro d’Europa, che fin dalla prima edizione accompagna il festival. La terna del Premio, che sarà sottoposta alla lettura della giuria popolare, è composta da: Il mare è rotondo (Rizzoli) di Elvis Malaj, Tempi eccitanti (Atlantide) di Naoise Dolan, Chi ha ucciso mio padre (Bompiani) di Édouard Louis. La richiesta di iscrizione alla giuria, alla quale possono partecipare tutti i lettori che ne faranno richiesta, va inviata all’indirizzo mail giuriapremio@gmail.com entro il 20 aprile. I componenti della giuria riceveranno una scheda per la votazione sulla quale potranno esprimere una sola preferenza seguita da una valutazione del testo scelto. Sarà cura dell’organizzazione del festival comunicare successivamente il vincitore e la data della premiazione. “Sono anni molto vitali per la letteratura europea. Abbiamo scelto tre giovani autori molto diversi tra loro, un francese, una irlandese e un italo-albanese, tutti, seppur giovanissimi, sono già riconosciuti oltre i confini nazionali – spiega il team dei direttori artistici formato da Gennaro Carillo, Matteo Cavezzali e Paolo Di Paolo – – Nuove voci che si distinguono per l’originalità delle tematiche affrontate e lo stile, segno che le nuove generazioni di scrittori sono più vive che mai. Siamo felici che Salerno si riconfermi la casa delle nuove voci europee”. LA TERNA Il mare è rotondo (Rizzoli) di Elvis Malaj nato a Malësi e Madhe (Albania) nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. È stato finalista al concorso 8×8, e ha pubblicato racconti su effe e nella rassegna stampa di Oblique. Dal tuo terrazzo si vede casa mia, il suo esordio e Il mare rotondo è il suo primo romanzo. Tempi eccitanti (Atlantide) di Naoise Dolan nata a Dublino dove ha studiato Letteratura Inglese al Trinity College e ha conseguito poi un master in Letteratura dell’età vittoriana a Oxford. Suoi testi sono stati pubblicati dalla The Dublin Review e da The Stinging Fly. Exciting Times è il suo primo romanzo. Chi ha ucciso mio padre (Bompiani) di Édouard Louis uno scrittore francese, frequenta la Scuola normale superiore di Parigi. Ha curato il volume Pierre Bordieu: l’insoumission en héritage (2013). Il caso Eddy Bellegueule (Bompiani 2014) è il suo romanzo d’esordio, diventato subito un caso editoriale in Francia, cui è seguito Storia della violenza (Bompiani 2016).

Consiglia

Espedito De Marino in concerto a Le Cronache

di Olga Chieffi

La serata speciale di ieri sera, un Giovedì Santo sui generis, è iniziata, sugli accordi iniziali della Leichte kavallerie di Franz Von Suppé, sottofondo della elegante sigla, firmata dall’eclettico Nicola Cerzosimo, di “In Prima Fila con…”, che ha ospitato un vero e proprio concerto del Maestro Espedito De Marino. La prima volta che il maestro ha animato il nostro contenitore virtuale, non è riuscito ad esaudire tutti i desideri musicali dei suoi fans, dai quali ci congedammo con una promessa di presto ritorno. Ieri, una puntata spensierata, in cui Espedito, ha cantato in primo luogo Napoli, e direi alla Gegè Di Giacomo, a questo punto “Canta Napoli….Napoli internazionale!” poiché, non solo abbiamo avuto un collegamento con l’Albania, grazie al direttore di Apollon TV, Ferruccio Iaccarino, ma è stato omaggiato proprio Renato Carosone, con due intramontabili successi, “Maruzzella” e “Torero”, pezzi di musica ben assemblati, gocce d’America, di flamenco, di tango, di bajon e di cultura musicale nostra, ripulita da memorie imbalsamate. Espedito ha iniziato con due gemme di assoluto splendore della canzone classica napoletana, “Fenesta Vascia”, che conosciamo grazie alla trascrizione di Guglielmo Cottrau nei suoi “Passatempi musicali” e “Funtana all’ombra” della coppia E.A. Mario-Bideri, un ricordo di quelle “fronne” così musicali e amorevoli con tutti gli innamorati. La nostra musica fa ritrovare in una storia mutevole delle forme e delle innovazioni musicali, tracciate nel contempo attraverso memorie, temporalità, affettività diverse. Un po’ di malinconia mediterranea, un po’ di blues partenopeo, in particolare in una canzone quale “Munasterio ‘e Santa Chiara” di Galdieri e Barberis, datata 1945, e dedicata al consiglio direttivo dell’Alfano I, guidato da Elisabetta Barone. L’estetica del night all’italiana degli anni ’60, fatto di glamour, tacchi a spillo, brillantina, smoking, luci soffuse, parole “azzeccose” e buona musica, con le stelle incontrastate dell’ epoca, fa decollare “Anema e Core”, proprio dall’isola dell’amore, nonostante fosse stata cantata per la prima volta da Tito Schipa, con essa attraverso Ugo Calise e Peppino di Capri, i fasti del famoso Rancio Fellone, ed Espedito ci ha cullato sull’onda dei ritmi dei ballabili propri di quegli anni, che strizzavano l’occhio allo swing, tra tempi di beguine e moderati slow, dolci melodie e parole sussurrate nel nostro musicale dialetto, adatte al ballo guancia a guancia, in una notte di luna, chiudendo l’incursione musicale con “Tu si na’ cosa grande” di Gigli e Domenico Modugno, vincitrice del festival della Canzone napoletana nel 1964. Siamo scesi poi, nel mare di Roberto Murolo e Mia Martini, con “Cu’ ‘mme” di Enzo Gragnaniello, scritto in napoletano ma capace di rompere subito ogni barriera geografica per la sua grande forza e per la passione espressa nel cantarla da due grandi artisti della musica italiana. Il testo della canzone fa riferimento all’anima che si tormenta tra le difficoltà del quotidiano ed invita a trovare la propria identità e la serenità innalzandosi verso la quiete attraverso un viaggio interiore nel profondo del nostro essere, nell’assoluto rappresentato dal mare. A seguire, tra le numerosissime richieste ricevute da Espedito, la celebre Ninna Nanna di Francesco De Gregori, “Buona Notte Fiorellino”, simbolo di leggerezza e semplicità e “Serenata a Chi Dorme”, scritta a quattro mani proprio con Roberto Murolo nel 1991, dedicata a chi vuol fare sempre sogni belli (“Quando ero ragazzo mi facevo un sacco di sogni… Ma sogni belli… Certi sogni che mi facevano svegliare così contento, che mi veniva la voglia di uscire, di lavorare. Ma allora la vita era un’altra cosa”. Eduardo De Filippo “Le voci di dentro”). Chiusura con “Il cuore è uno zingaro” un tributo a Nicola di Bari, con il quale Espedito ha condiviso il palcoscenico, in diverse occasioni. Oggi, invece, andrà in onda, alle ore 15 e domani doppio appuntamento, alle ore 11 e in pomeriggio, alle 16, sui canali di Telediocesi, il Miserere nobis, di Espedito De Marino e Roberto Murolo, una Via Crucis in musica, con riflessioni sul momento odierno, attraverso i testi e le note di autori quali Tarrega, De Andrè, Guccini e, naturalmente, brani originali degli stessi autori. L’augurio è di rincontrarci tutti, non più in un salotto virtuale, ma veramente seduti “In prima fila” dopo un altro anno di lontananza, di schermi, di microfoni, di sedie e video, che purtroppo, non sono affatto lo spettacolo, che vive di scambio osmotico ed empatico di emozioni. Giovedì 8 aprile, alle ore 19, ci ritroveremo in un palco all’opera, con il baritono salernitano Biagio Pizzuti, che ci farà ascoltare la bellezza e l’iridescenza della sua corda, e una riflessione sul periodo buio che il mondo della musica sta vivendo.

Consiglia

Il giovedì Santo l’olivo, la Luce, il Grano

di Olga Chieffi

La visita ai Sepolcri del Giovedì Santo è una tradizione cara ai Salernitani. Sull’imbrunire, le famiglie unite escono di casa per questa lunga passeggiata nel nostro centro storico, una riconciliazione, con i tempi, i luoghi, i profumi di una città fatta a misura d’uomo. Altissimo è il significato cristiano di questo giorno, che oggi, con la festa e il lato profano ben lontani, non è sfuggita agli animi, in un momento in cui si vuol fortemente guardare oltre all’oscuro e dolente Venerdì santo che stiamo vivendo tutti. Tre, cinque, sette, i numeri dei sepolcri da omaggiare, sempre in numero dispari. Fiori bianchi e verde pastello, simbolo di rinascita, interamente dedicato alla ricerca della Luce, nella chiesa dell’Annunziata, le tavole della Legge per l’altare della Parrocchia del Sacro Cuore, l’ostensorio riprodotto nei drappi della chiesa di San Pietro in Camerellis, la semplicità dei fiori gialli e bianchi, i colori della chiesa romana sull’elegante consolle dinanzi all’icona del cristo in Santa Maria ad Martyres, la nudità del Crocifisso, posto nel transetto di destra del Duomo, nel rosso e nella luce che abbaglia. La chiesa del SS.Crocifisso, antica sede della conversione del mago Barliario, colpito dallo sguardo ieratico del celeberrimo Cristo, ha rivelato l’altare maggiormente simbolico. L’olivo, i sandali, simbolo dell’orto e della nuova strada da percorrere, per divulgare il verbo, posta sotto la croce in mosaico, illuminata di rosso. Una sintesi tra creazione e storia: doni di Dio che ci collegano sempre con quei luoghi del mondo, nei quali Dio ha voluto agire con noi nel tempo della storia, diventare uno di noi. Tutto rimanda all’Orto degli Ulivi, che abbiamo visitato ieri sera, in cui Gesù ha accettato interiormente la sua Passione. Esposti ai piedi dell’altare i germogli di grano cresciuti nell’oscurità. I germogli di grano sono un dono pagano, simbolo del concetto fecondità-vita-desiderio del luogo felice, che risiede nel giardino. I piccoli vasi divengono, così simbolo di kepos o paradeisos di inesplorate delizie: una visione – che ritroviamo nel Cantico dei Cantici IV 13 – dove si passa dall’ombra, a un’oasi di verde e di luce, che si adorna dei fiori più belli e si insapora dei frutti più dolci, per andare oltre il Venerdì Santo, con le sue tristi ombre, il perpetuo crepuscolo di questo momento.

Consiglia

La doppia vita di Alberto Spadolini

di Olga Chieffi

In occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa del grande danzatore Alberto Spadolini, in arte Spadò, l’Atelier di Riccione, che ne conserva la memoria e direi la leggenda, ha dedicato un libro al grande artista. Marco Travaglini, assieme ad Angelo Chiaretti, ispettore onorario dei Beni culturali e ad Andrée Lotey, docente di Letteratura Francese a Montréal, con la prefazione della giornalista Erminia Pellecchia, ha riacceso i riflettori su quest’uomo dal multiforme ingegno, che ha ricevuto il giusto riconoscimento solo dal 2005, anno in cui è venuto alla luce il suo archivio, dalla polvere di una soffitta, con il volume: “Alberto Spadolini: arte e spionaggio (anche l’Italia ha il suo James Bond)”, Ed. Atelier Spadolini. Fu D’Annunzio a scoprirlo come ballerino e a farlo danzare con Ida Rubinstein in “Le martyre de Saint-Sébastien,” musicato da Claude Debussy. Spadolini emigrò a Parigi. Nel 1932 era già premier danseur all’Opéra di Montecarlo, osannato e venerato dal gotha artistico francese, da Jean Cocteau agli attori Jean Marais e Jean Gabin, a Marcel Carné, da Dora Maar a Jean Renoir. Partendo da un’Italia provinciale, passando attraverso i lussuosi salotti di Gabriele d’Annunzio e gli interni rivestiti di povera juta del Teatro degli Indipendenti, Spadolini pittore, scenografo, danzatore, attore, regista, cantante, approda nella scintillante Parigi degli anni Trenta, conteso da Joséphine Baker e Marlene Dietrich. La seconda guerra mondiale lo vede divenire agente per i servizi di spionaggio occidentali e adotta il significativo nome di Ermes, messaggero degli dei. L’anello dannunziano con la spada invitta è sempre con lui e lo rende invincibile nella lotta contro il male, come un moderno cavaliere. Ma le femmes fatales affascinate dal Nijinsky italiano non erano poche, si fanno i nomi di Mistinguett e dell’immortale Marlene Dietrich. Spadò, come lo chiamavano nel bel mondo francese, fu notato anche da Joséphine Baker, che lo volle accanto nel suo spettacolo al Casinò de Paris. La «Venere nera» mulatta, mandava gli uomini in delirio danzando vestita solo di un gonnellino di banane. Con lei il nostro Spadolini ebbe una travolgente relazione sentimentale. Durante l’occupazione tedesca i due si mescolarono con la resistenza antinazista, lei passava informazioni scritte con inchiostro invisibile sugli spartiti. I tedeschi, invitarono Spadò ad esibirsi a Berlino per l’anniversario di Franz Lehar. Spadolini, ormai definito l’Apollo della danza, impersonava un dio greco, e riuscì a stregare Hitler e il suo entourage. Il ballerino, però, lavorava in segreto per uno svedese capo di un gruppo di critto-analisti, trasferendo documenti da Stoccolma a Marsiglia. A guerra finita, eccolo in trionfali tournée a New York e nelle principali città sudamericane, in Asia e in Africa. Aveva casa a Montmartre e la Francia gli aveva messo a disposizione il Palais Chaillot sul Lungosenna, vicino alla Tour Eiffel. Spadolini, ritiratosi dai palcoscenici, si dedica alla passione primitiva, la pittura: i quadri che esegue, visioni oniriche intrise di cromie dense e cangianti, scaturiscono da ricordi autobiografici fondati, come sosteneva Jean Cocteau, sulla “trasmigrazione dell’anima nella danza”.“Spadò danza i suoi sogni. I suoi sogni di pittore”, commenta Max Jacob. Trasferendo sulla tela memorie di visioni e di sensazioni che il confronto con la sua terra gli suscitava, componeva nel tempo un vero diario esistenziale: le vedute marchigiane, dai colori caldi e rassicuranti, sono forse la nota più intima e malinconica, che lo pone agli antipodi di quella Parigi dal fine perlàge che lo incoronò quale Spadò.

Consiglia