La sentenza della Corte suprema spagnola sui separatisti della Catalogna

Atteso il giudizio di Madrid sugli indipendentisti, tra cui l'ex governatore Oriol Junqueras. Sono accusati di ribellione, sedizione e appropriazione inedbita. Il processo è durato 4 mesi e ha coinvolto 400 testimoni.

La Spagna si prepara a conoscere il 15 ottobre la sentenza della Corte Suprema spagnola contro i 12 leader separatisti catalani accusati, fra le altre cose, di ‘ribellione’, per la proclamazione d’indipendenza del parlamento catalano dell’ottobre 2017. Un reato, quello di ribellione, che potrebbe comportare molti anni di carcere per almeno nove degli imputati, fra cui l’ex vicepremier della Generalitat Oriol Junqueras e la ex speaker del parlamento catalano Carme Forcadell, e che, dicono «fonti giudiziarie» sentite dal quotidiano El Pais, non sarebbe stato provato, secondo i giudici dell’alta corte che hanno imbastito il «procés». Altri reati imputati sono quello di ‘sedizione‘, ‘appropriazione indebita’, per l’uso presunto di denaro pubblico per il referendum indipendentista (illegale per Madrid) e ‘disobbedienza‘: l’unico ammesso dagli imputati in aula. Un reato ‘minore’ che può comportare l’interdizione dai pubblici uffici ma non il carcere.

12 IMPUTATI, 400 TESTIMONI, MA PUIDGEMONT RESTA ALL’ESTERO

I 12 imputati sono, oltre a Junqueras e Forcadell, l’ex portavoce del governo Jordi Turull, gli ex ministri Raul Romeva, Dolors Bassa, Josep Rull, Carles Mundó, Meritxell Borràs, Santi Vila e Joaquim Forn e i due leader indipendentisti Jordi Sànchez e Jordi Cuixart. Non sono invece stati processati perché riparati all’estero l’ex leader della Generalitat, Carles Puigdemont, con altri cinque esponenti catalani. Il processo durò quattro mesi, durante i quali furono ascoltati almeno 400 testimoni, fra cui lo stesso premier di allora, Mariano Rajoy, del Pp. E si è concluso in giugno. La polizia, fa sapere El Pais, è schierata in modo più massiccio del solito in Catalogna, dove si temono disordini e proteste nel caso di una sentenza di condanna. Il governo presieduto da Pedro Sanchez ha messo in chiaro che non sarà tollerata alcuna violenza, agitando lo spauracchio della sospensione dell’autonomia catalana: un passo già compiuto due anni fa dall’allora governo conservatore di Rajoy.

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Madrid vuole ridurre gli esemplari di parrocchetto monaco in città

La popolazione di questo pappagallo è cresciuta di 10 mila unità dal 2005. E ora si teme che possano diffondere malattie all'uomo.

Madrid intende sterminare i parrocchetti monaci, i pappagalli a tinte verdi originari dell’Argentina e da tempo stabili anche in molte città europee. O, quantomeno, liberarsi di una buona percentuale di esemplari. La ragione? Le malattie che possono diffondere all’uomo e i nidi enormi che possono pesare fino a 200 chili. A determinare una presa di posizione così tranchant, anche i risultati di una ricerca che ha confermato l’aumento della popolazione dei pennuti negli anni: oggi sono circa 12 mila, 3 mila in più rispetto al 2016 e 10 mila in più rispetto al 2005.

I TIMORI DEI MADRILENI PER LA LORO SALUTE

Ma non sono soltanto i numeri ad aver spinto il Comune ad agire. Da inizio anno sono arrivate agli uffici amministrativi 197 lamentele da parte dei cittadini che si sentono minacciati dalle malattie che i piccoli uccelli possono trasmettere all’uomo, tra cui psittacosi, salmonella e influenza aviaria. Ma c’è anche chi teme danni alla vegetazione a causa dei grandi nidi.

LE RASSICURAZIONI DEL COMUNE E DELLA SOCIETÀ ORNITOLOGICA

Nel portare avanti la missione anti-parrocchetto monaco, il Comune di Madrid sarà affiancato dalla Società ornitologica spagnola. E ha garantito che la soppressione degli esemplari “in eccesso”, non è ancora nota la percentuale, avverrà in maniera “umana”. «Ormai sono diventati una preoccupazione, quest’anno abbiamo ricevuto poco meno di 200 segnalazioni, nel 2018 siamo arrivati a 218», ha confermato Borja Carabante, delegato per l’Ambiente dell’Amministrazione. Mentre Santiago Soria, consigliere comunale che si occupa di biodiversità, ha aggiunto: «Senza questa misura i numeri continuerebbero a crescere in maniera spropositata».

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