Perché in Spagna il governo Sanchez è nato già sotto scacco

Coalizione con otto partiti. Più o meno di sinistra. E soli due voti di margine in parlamento. L'esecutivo preannuncia turbolenze. Con la spina della questione catalana. E difficilmente avrà la forza di proporre riforme strutturali.

Con molta fatica e un margine risicatissimo, il parlamento spagnolo ha partorito un nuovo governo, il primo di coalizione nella storia del Paese. Ma la via crucis di Pedro Sánchez, diventato presidente dopo vari tentativi falliti, potrebbe essere solo all’inizio.

CATALOGNA SPINA NEL FIANCO

Una coalizione dalle molteplici posizioni (otto partiti in tutto, più o meno di sinistra) e la risposta all’interminabile questione catalana saranno spine nel fianco di una legislatura che si annuncia parecchio turbolenta. E il presidente dell’esecutivo deve fare attenzione a ogni sua mossa.

ACROBAZIE PARLAMENTARI

Con i risultati delle elezioni del 10 novembre 2019 era chiaro che l’investitura di Sánchez non sarebbe stata una passeggiata, ma dopo l’accordo-lampo con Unidas Podemos (per fare il governo) e quello più complicato con gli indipendentisti di Esquerra Republicana de Catalunya (per assicurarsene l’astensione nel voto) la strada sembrava in discesa. Nel secondo dibattito di investitura, infatti, al numero uno dei socialisti non serviva più la maggioranza dei voti della Camera, ma soltanto un numero di “sì” superiore ai “no” fra i 350 seggi.

PRESENTE ANCHE UNA PARLAMENTARE COL CANCRO

L’aritmetica parlamentare della coalizione faticosamente cesellata in settimane di negoziati ha però rischiato seriamente di saltare per aria al momento della verità. La deputata di Coalición Canaria, Ana Oramas, aveva disatteso le indicazioni del suo partito e annunciato il voto contrario al governo, riducendo il margine di vantaggio a sole due lunghezze. Le sorti dell’investitura dipendevano quindi da ogni singola presenza, compresa quella di Aina Vidal, parlamentare catalana di Podemos malata di cancro che stoicamente si è presentata in Aula ricevendo l’applauso dell’emiciclo.

LO SPETTRO DEI FRANCHI TIRATORI

Nella Camera del Congresso, però, aleggiava comunque lo spettro del “tamayazo”, il termine usato in Spagna per connotare l’azione dei franchi tiratori, dal nome di Eduardo Tamayo, un socialista madrileno che nel 2003 regalò la presidenza regionale agli avversari. L’opposizione, sfaccettata tanto quanto la coalizione di governo, ha cercato fino all’ultimo di recuperare il singolo voto che avrebbe potuto bloccare l’investitura, che in Spagna avviene per voto palese a chiamata in ordine alfabetico. La leader di Ciudadanos, Inés Arrimadas, ha chiesto a viso aperto e con un discorso accorato l’intervento di franco-tiratori nel Psoe: «Non c’è nemmeno uno, un solo coraggioso in questa tribuna?».

DA DESTRA SI URLA AL «TRADIMENTO» DELLA SPAGNA

Da destra Pablo Casado e Santiago Abascal, a capo di Partido popular e Vox, hanno battuto sul ritornello del «tradimento alla Spagna» per l’intesa di Sánchez con i separatisti, nella speranza remota di convincere qualcuno a modificare il voto e in quella meglio riposta di aizzare l’elettorato. È finita 167 a 165, con 18 astensioni: tra citazioni di Manuel Azaña, Che Guevara e Groucho Marx, è risultata decisiva la fermezza di Tomás Guitarte, deputato del micro-partito provinciale Teruel Existe che ha ricevuto quasi 9 mila mail (alcune con contenuto intimidatorio) per cambiare lato della barricata e ha dovuto passare la notte prima del dibattito in un luogo segreto.

DIFFICILE FARE RIFORME SULL’ECONOMIA

Per arrivare alla Moncloa, Sánchez ha dovuto negoziare l’astensione di due partiti regionali con largo seguito, Eh Bildu (formazione di estrema sinistra basca, con ex sostenitori di Eta fra le sue fila) ed Esquerra Republicana de Catalunya, la voce più forte dell’indipendentismo catalano. Come spiegato da Ignacio Molina, senior analyst del Real Instituto Elcano, in una situazione del genere è molto difficile intraprendere riforme strutturali in ambito economico, dove i due soci maggioritari di governo potrebbero non essere d’accordo, mentre sarà relativamente più semplice lavorare sul welfare o sulla politica estera e di sicurezza.

NESSUNA ALTERNATIVA POSSIBILE

Al contrario di quanto succede in Italia, secondo Molina in Spagna un governo eletto con un margine ristretto non è una condizione particolarmente grave perché non c’è nessuna alternativa possibile, vista anche l’attuale polarizzazione del parlamento. «Ci sono due casi in cui l’esecutivo potrebbe cadere: la rottura fra Psoe e Unidas Podemos, che porterebbe Sánchez alle dimissioni e il Paese alle elezioni, oppure il blocco di leggi importanti come quella di bilancio da parte di Erc e Eh Bildu».

Con la nostra gente in carcere non mi importa nulla della governabilità del Paese


Montserrat Bassa di Esquerra Republicana de Catalunya

In particolare è l’accordo fra Psoe ed Erc a destare preoccupazione, visto che i primi vorrebbero pacificare la Catalogna e i secondi ottenere l’indipendenza dalla Spagna. Montserrat Bassa di Erc, nel caso qualcuno nutrisse dubbi, durante il suo intervento ha detto: «Con la nostra gente in carcere non mi importa nulla della governabilità del Paese. Ma il dialogo è l’unica via per raggiungere una Repubblica catalana cordialmente con gli spagnoli».

CAOS NEL GOVERNO CATALANO

A questa naturale differenza di intenti si aggiunge il caos nel governo catalano, visto che l’attuale presidente della Generalitat, Quim Torra, separatista radicale, ha subìto dalla Junta electoral central un’inabilitazione come parlamentare per disobbedienza e se non vince il ricorso dovrà lasciare la presidenza: provvedimento che è subito (e alquanto paradossalmente, almeno dal punto di vista linguistico) stato definito «colpo di Stato» dagli indipendentisti. Nell’accordo scritto si conviene soltanto «il riconoscimento di un conflitto politico in Catalogna» e «la creazione di un tavolo di dialogo per risolverlo». Parole ricche di buoni propositi, ma di difficile traduzione in misure concrete.

SANCHEZ NON ACCETTERÀ UN REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA

Ignacio Molina ha affermato: «Questi concetti hanno un forte impatto simbolico, ma vogliono dire molto poco dal punto di vista pratico. Il governo non farà nulla che alteri la Costituzione, e anche volendo non potrebbe perché gli mancano i numeri necessari. Sicuramente non accetterà un referendum sull’indipendenza catalana. Il tavolo di dialogo servirà per raffreddare il conflitto in atto e parlare di possibili riforme minori sull’autonomia, al massimo per risolvere la questione dei politici catalani in carcere».

I POPOLARI ASSUMONO POSIZIONI PIÙ RADICALI

Il dibattito di investitura ha anche mostrato un’accesa lotta per accreditarsi come leader dell’opposizione fra Casado e Abascal. Casado, che abitualmente viaggia in ambo i sensi di marcia tra il centro e la destra a seconda della convenienza, sembra avere assunto posizioni più radicali e puntare dritto a recuperare per il Pp i voti di Vox. Abascal, invece, non aveva certo bisogno di rinsaldare la sua immagine di uomo forte e intransigente difensore della nazione. Tuttavia non ha rinunciato a definire il nuovo governo come «un golpe istituzionale, matrimonio tra la bugia e il tradimento» e a concludere il suo intervento con un doppio «Viva España» e «Viva el rey» da capo ultrà, ricevendo per tutta risposta il coro dei suoi.

CIUDADANOS LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA

Molto di questa sfida intestina alla destra dipende per Molina dalla sinistra, cioè da cosa farà il governo: «Se nella legislatura dominano temi economici e sociali ne trarrà vantaggio Casado. Ma più il dibattito si polarizza, peggio è per lui: il leader del Pp deve allo stesso tempo trattenere i suoi elettori più nazionalisti dalle lusinghe di Vox ed evitare le “guerre culturali” che il partito di Abascal potrebbe mettere in agenda». Lotterà invece per la sopravvivenza Inés Arrimadas, erede di Albert Rivera alla guida di Ciudadanos, che aveva proposto a Sánchez un patto di governo di costituzionalisti moderati. Nella Spagna profondamente divisa di oggi, una pura utopia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Spagna via libera al nuovo governo di coalizione di Pedro Sanchez

Alla seconda votazione il premier ottiene il voto favorevole da parte del parlamento con una maggioranza risicatissima: 167 favorevoli e 165 contrari.

Per la prima volta dalla fine del franchismo anche la Spagna avrà il suo governo di coalizione. Il leader del Psoe e presidente uscente Pedro Sanchez è stato rieletto il 7 gennaio con una risicatissima maggioranza relativa, dopo che la prima votazione a maggioranza assoluta aveva segnato una sconfitta nel voto di fiducia al premier spagnolo. Sanchez ha ottenuto 167 voti a favore e 165 contrari: 18 gli astenuti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il nuovo governo Sanchez trema ancor prima di nascere

Si riaccendono le tensioni con gli indipendentisti catalani, a pochi giorni dal voto per la fiducia in parlamento. Il punto.

Trema il nascente governo Sanchez dopo il riaccendersi di tensioni con gli indipendentisti catalani a pochi giorni dalla data fissata per la fiducia in Parlamento che conta su una concordata astensione di Erc, il partito della sinistra catalana. La giunta elettorale centrale spagnola ha deciso che il presidente del governo catalano Quim Torra sia estromesso dal Parlamento dopo una condanna all’interdizione dai pubblici uffici per 18 mesi, condizione che dovrebbe portarlo a lasciare anche la presidenza della Generalitat. La stessa giunta conferma che Oriol Junqueras, in carcere dal 2017 per il tentativo di secessione, non potrà ricoprire la carica di deputato al Parlamento europeo. Nello stesso giorno il Psoe, nel ratificare l’accordo con l’Erc, precisa che «non ci sarà alcun referendum per l’autodeterminazione della Catalogna».

NOVE MESI DI STALLO E DUE ELEZIONI

Quim Torra contesta la decisione, avendo già presentato ricorso contro la sentenza alla Corte suprema, e convoca per stasera un Consiglio straordinario. Davanti alla Generalitat si raccoglie intanto un migliaio di suoi sostenitori. E la Erc convoca per il 5 gennaio una riunione straordinaria del suo esecutivo nazionale per «analizzare la decisione della giunta elettorale nazionale, coordinare la risposta e valutare le conseguenze sul calendario politico immediato». La decisione su Quim Torra potrebbe essere sospesa in attesa di chiarimenti, secondo fonti giuridiche interpellate dalla stampa spagnola, e quella su Junqueras era inevitabile vista la sua condizione di detenuto in attesa di diverse decisioni da parte del potere giudiziario. Tuttavia c’è chi teme che un riesplodere delle tensioni indipendentiste possa mettere a rischio l’intesa faticosamente trovata tra Psoe e sinistra catalana per far nascere martedì 7 gennaio, dopo nove mesi di gestazione e due elezioni, il nuovo governo Sanchez.

IL CASO QUIM TORRA

Quim Torra era stato condannato per ‘disobbedienza‘, dopo essersi rifiutato di togliere dalla facciata del palazzo della Generalitat, durante il periodo elettorale, degli striscioni che invocavano la libertà per gli indipendentisti in carcere. La legge elettorale spagnola è particolarmente severa con i condannati e prevede che non possano sedere in parlamento neanche quelli con sentenze non definitive. A sollecitare la cacciata di Quim Torra sono stati Pp, Ciudadanos e Vox presentando, prima ancora del deposito della sentenza, una risoluzione per l’espulsione. Respinta giorni fa dalla Giunta elettorale catalana, è stata ora approvata dal Consiglio elettorale centrale, al termine di una lunga riunione e con una ristretta maggioranza. La sentenza per Quim Torra non è stata ancora depositata, e il presidente della Generalitat, chiamato a dimettersi in quanto la carica è per la giunta spagnola inscindibile da quella di deputato, sostiene che lo Statuto catalano non specifica se tale condizione vada mantenuta per l’intero mandato. La decisione finale sulla sua permanenza o meno al vertice della Catalogna, spetterebbe in questo caso al Parlamento di Barcellona.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Vox, la destra spagnola “contesa” da Salvini e Meloni

Il partito di Abascal per storia e valori è più vicino a Fratelli d'Italia che alla Lega. Ad allontanare gli iberici dal Carroccio pesano soprattutto le radici indipendentiste dei leghisti e il loro sostegno alla Catalogna.

Giorgia Meloni non ha nemmeno aspettato lo spoglio delle elezioni spagnole e, basandosi sugli exit poll, ha sottolineato la «grande affermazione di Vox» 14 minuti dopo la chiusura dei seggi.

I complimenti di Matteo Salvini sono arrivati un po’ più tardi, alle 21.36, corredati dalla foto con il leader del partito Santiago Abascal.

Dai temi cardine alla retorica, sia la Lega sia Fratelli d’Italia hanno molto in comune con Vox, la formazione di estrema destra che in meno di un anno è passata da 0 a 52 deputati in parlamento, diventando con il suo 15% la terza forza politica del Paese. E tutto l’interesse a trovare una sponda al di là dei Pirenei.

LA DESTRA IN SPAGNA SI È ALLINEATA AI SOVRANISTI SUI MIGRANTI

Come evidenzia il think tank Carr (Centre for Analysis of the Radical Right), la Spagna è stata per anni immune all’affermazione di partiti di destra radicale, secondo molti perché le istanze dell’elettorato più reazionario erano già incarnate dal Partido Popular (Pp). Dal 2014, però, un manipolo di dissidenti del Pp ha scelto di abbandonare la «derechita cobarde» (piccola destra codarda, ndr): secondo loro i popolari erano troppo moderati e succubi della sinistra, troppo timidi nel difendere i valori storici della destra spagnola.

In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste

La crescita repentina di Vox ricalca quella di tanti partiti di destra in Europa e nel mondo, compresi quelli italiani. Molto simile è il repertorio di temi e narrazioni, con qualche variazione. Si parte dalla questione migratoria, un tema che in Spagna come in Italia risulta parecchio divisivo, e vi si associa un attacco costante alle non meglio specificate «oligarchie di Bruxelles», suggerendo così una relazione fra le politiche dell’Unione europea e i fenomeni migratori e in contrapposizione agli interessi dei cittadini. Un’operazione pienamente riuscita nell’Ungheria di Viktor Orbán e che sta dando i suoi frutti in Francia, Italia e Germania.

Sulla sinistra, il leader di Vox Santiago Abascal saluta i suoi sostenitori durante la nottata elettorale.

L’insistenza ossessiva sulle «radici cristiane dell’Europa» non è certo una novità e nemmeno il lemma España lo primero, che ricorda da vicino sia l’America First di Trump che il nostrano Prima gli italiani. In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste e, per contrapposizione, a identificare il partito come autentico rappresentante della volontà popolare, soffocata dai media mainstream e dalle élite culturali del Paese. Quelli che per Salvini sono «i giornaloni e i professoroni», nella retorica di Abascal diventano la «dictadura progresista» che allunga le mani su stampa e televisione. Alle aspirazioni sovraniste si aggiungono temi culturali specifici della Spagna, come la difesa della caccia o della corrida, considerati patrimoni tradizionali messi in pericolo dalle ingerenze straniere.

FRATELLI D’ITALIA, IL PARTITO PIÙ VICINO ALLE POLITICHE DI VOX

Oltre alle convergenze generali, ci sono quelle particolari. I tre deputati di Vox eletti al Parlamento europeo appartengono al gruppo Conservatori e Riformisti (Erc), lo stesso di Fratelli d’Italia. Come il partito della Meloni, quello di Abascal fa della «difesa della famiglia tradizionale» un punto cardine del suo progetto politico. In Spagna, dove il movimento femminista ha molto più seguito rispetto all’Italia, questo si traduce non solo nei rifiuti di aborto, eutanasia e matrimoni omosessuali, ma anche con la contestazione della Legge sulla violenza di genere del 2004, che per Vox concede troppo spazio a denunce false e vittimizzazioni.

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica»

Il nazionalismo di Vox va di pari passo con un approccio molto discusso alla storia patria. Ferme restando le ovvie differenze fra Italia e Spagna e fra i rispettivi regimi autoritari del Novecento, appare chiaro il trait d’union con la destra del nostro Paese. Fratelli d’Italia non difende apertamente il lascito del fascismo, (come invece fanno movimenti quali CasaPound e Forza Nuova), ma ritiene il 25 aprile una «festa divisiva» e ha candidato alle ultime Europee un pronipote di Benito Mussolini. Per molti questi sono esempi di una strategia volta ad accattivarsi le simpatie dei nostalgici del Ventennio.

Il flirt con i «nietos de Franco», i nipoti di Franco, come sono chiamati in Spagna i sostenitori del dittatore spagnolo, risulta ancora più evidente nel caso di Vox: uno dei suoi cavalli di battaglia è l’abrogazione della Legge di memoria storica, una normativa volta a condannare il regime franchista e a riconoscere forme di compensazione alle vittime. L’opposizione alla riesumazione della salma di Francisco Franco, un tema caldo della campagna elettorale, è solo l’ultima delle prese di posizione in questo senso: normale allora che il discorso di Santiago Abascal dopo le elezioni venga accolto dagli Arriba España e che a qualche manifestazione di partito faccia capolino una bandiera franchista, proibita dalla costituzione spagnola.

Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica» del territorio nazionale. In Spagna questo messaggio si appropria dell’epica della Reconquista, il periodo storico culminato nel 1492 in cui gli Arabi vennero cacciati dalla penisola iberica. Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, come del resto fanno le formazioni politiche italiane, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità, in alcuni casi fornendo dati parziali o scorretti.

ABASCAL E SALVINI: UNA RELAZIONE COMPLICATA

Se l’asse con Fratelli d’Italia è lineare, quello con la Lega presenta invece un profilo più problematico. Fra Salvini e Abascal c’è piena sintonia rispetto al tema dell’immigrazione: rimpatri forzati, difesa delle frontiere e precedenza ai connazionali sono parole d’ordine per entrambi i partiti. Anche le boutade si assomigliano: quando il leader della Lega paventava il blocco navale per fermare le partenze dall’Africa, quello di Vox proponeva la realizzazione di un «muro impenentrabile» nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. Quasi speculare è pure la campagna per la sicurezza: Abascal, come Salvini, ritiene la difesa sempre legittima e afferma orgoglioso di portare una pistola con sé.

Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega

Al di là delle politiche condivise, ad accomunare Salvini e Abascal sono strategie comunicative e artifici retorici molto simili. Al pari del suo omologo, il leader di Vox non ha paura di sfidare il politicamente corretto e anzi ne fa un suo punto di forza, come quando sostiene la necessità di rimpatriare perfino i minori non accompagnati che sono entrati illegalmente nel territorio spagnolo. E come quella della Lega, la comunicazione di Vox punta in una duplice direzione: conquistare passo dopo passo l’elettorato moderato, senza alienarsi le simpatie di quello più oltranzista. Per farlo Abascal propone spesso frasi che si prestano a molteplici interpretazioni. Dire «non siamo né fascisti né antifascisti», lascia aperte molte porte, così come citare il comunismo per “neutralizzare” l’accusa di fascismo, un espediente molto caro pure al leader italiano. Entrambi vogliono trasmettere l’idea dell’uomo forte che guida la nazione, una concezione che as sume una sfumature “militare” grazie all’ostentato (e sempre ben divulgato) cameratismo con gli agenti delle forze dell’ordine.

Fra Vox e Lega esiste però un problema di fondo, che si ripresenta ciclicamente. Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici (soprattutto in riferimento a Catalogna e Paesi Baschi) e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega, nata come un partito secessionista e ancora federalista nello spirito. In Spagna non è passato inosservato il «pensiero al popolo catalano» che Salvini ha espresso nella recente manifestazione delle destre unite di Roma. La presunta simpatia dei leghisti per l’indipendentismo (in realtà retaggio molto vago e sconnesso dei tempi della Lega Nord) viene usata come arma dai detrattori di destra di Vox, come accaduto anche nel dibattito pre-elettorale. Su questo tema, vitale per Vox e fonte di parte del suo consenso, Abascal ha risposto a muso duro, chiedendo a Salvini di «non comportarsi come un burocrate e di non intromettersi nella sovranità spagnola». Un ringhio che nasconde un ghigno: Vox è entrato a pieno titolo nel club della destra europea e terrà fede al suo nome facendosi sentire ancora più forte.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Elezioni in Spagna, la débâcle di Rivera

Dall'etichetta di uomo nuovo alle dimissioni. Il leader di Ciudadanos paga il flop alle urne, con il partito che è passato da 57 seggi a 10 nel giro di sette mesi.

Albert Rivera si è dimesso da presidente del partito spagnolo Ciudadanos dopo il flop alle elezioni del 10 novembre. Lo riferiscono i media spagnoli. L’annuncio ufficiale è atteso con un intervento dello stesso Rivera.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Elezioni in Spagna: Sanchez e l’eterna rincorsa del governo

Il partito socialista del "guapo" resta la prima forza politica ma passa da 123 a 120 seggi. E la maggioranza resta un rebus.

Un percorso politico da montagne russe: da giovane deputato poco noto alla guida del partito socialista spagnolo, fino alla Moncloa, dove però non riesce a insediarsi stabilmente. Pedro Sanchez ha confermato la sua tenacia anche in uno dei momenti di maggiore incertezza nella politica spagnola e ha puntato dritto all’obiettivo di restare a capo di un governo monocolore, preferendo il rischio al compromesso al ribasso. Ma il risultato delle urne non lo ha premiato: rimane il primo partito ma passa da 123 a 120 seggi. Quarantasette anni, economista, madrileno, Sanchez è soprannominato ‘el guapo’ (il bello), ma secondo alcuni non è un campione in fatto di carisma. Eppure, con la sua pacatezza e il perfetto inglese notato da molti sembra essersi cucito addosso il ruolo del resistente (del resto la sua autobiografia si intitola Manuale di Resistenza) dopo una carriera politica quantomeno travagliata.

L’ASCESA NEL PARTITO SOCIALISTA

Professore universitario ed ex giocatore di basket, sposato e con due figlie, Pedro entra a far parte del Psoe a 21 anni, nel 1993. È consigliere comunale nella sua Madrid e poi deputato, prima di tentare la scalata del partito candidandosi alle primarie, nel 2014. Finanzia la sua campagna con il crowdfunding, viaggia con la sua auto per migliaia di chilometri per raccogliere voti e dorme nelle case dei militanti. Gli iscritti lo premiano, eleggendolo segretario generale: un volto nuovo per salvare un Psoe quasi sempre al governo nella Spagna post-franchista ma punito per la gestione della crisi economica nelle elezioni del 2011, vinte dai Popolari. Sembra incarnare la speranza, ma le cose non vanno per il verso giusto e con Sanchez candidato premier nel 2015 il Psoe ottiene i peggiori risultati di sempre. Stesso scenario nel voto anticipato dell’anno successivo, per cui è costretto a farsi da parte.

IL RAPPORTO TRAVAGLIATO CON GLI INDIPENDENTISTI

La sua carriera politica sembra arrivata già al capolinea ma lui non ci sta e si ripresenta alla primarie. Riesce a convincere nuovamente la base con lo slogan ‘no è no’ ad un dialogo con i popolari di Mariano Rajoy e prevale. Quando il Pp viene travolto da uno scandalo di corruzione, nel maggio 2018, Sanchez presenta una mozione di sfiducia e il 2 giugno giura davanti al re. Ma alla Moncloa resiste soltanto otto mesi: i partiti indipendentisti gli ritirano la fiducia per la sua contrarietà a discutere la convocazione di un referendum sull’autodeterminazione della regione. A quel punto gioca d’anticipo e convoca nuove elezioni, le terze in meno di quattro anni, sperando in un mandato popolare che lo confermi alla Moncloa.

LA DECISIONE DI TORNARE ALLE URNE

Davanti però si trova l’avanzata dell’ultradestra di Vox e una Spagna provata dall’instabilità: il 28 aprile 2019 il Psoe viene incoronato primo partito ma non ha la maggioranza necessaria per governare da solo. Sanchez ancora una volta sceglie di tirare dritto verso l’obiettivo: con Podemos non c’è dialogo, con Ciudadanos bruciano ancora le ferite di una tesissima campagna elettorale. La quadra non si trova, il governo con l’appoggio esterno non si fa e dopo mesi di tentativi il premier è costretto a indire nuove elezioni: un’altra prova di resistenza.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le elezioni in Spagna incoronano l’ultradestra di Vox

Gli estremisti raddoppiano i seggi in parlamento e diventano il terzo partito. Il leader Abascal ha scommesso sul nazionalismo in piena crisi catalana e ha portato a casa il risultato.

«Questo è solo l’inizio. Vox è qui per rimanere!», esultava Santiago Abascal nella notte del 28 aprile scorso. Aveva vinto la scommessa di portare l’estrema destra nel parlamento spagnolo per la prima volta nella sua storia democratica, ma la sfida non era finita. Sei mesi dopo, i 24 deputati in Congresso sono più che raddoppiati, e il suo partito è diventato la terza forza dopo socialisti e popolari, grazie anche alle crepe lasciate nella politica dal recente acuirsi della crisi catalana. Abascal ha chiuso la campagna elettorale fra migliaia di sostenitori avvolti nella bandiera spagnola, ha promesso di battersi per mantenere la Spagna unita e ha chiesto il voto «di tutti», proponendosi come «l’alternativa patriottica». In molti, moltissimi gli hanno dato ascolto. Così se sei mesi fa, nelle elezioni dell’exploit, Abascal aveva attirato a sé anche la protesta e l’onda dell’antipolitica, questa volta l’establishment lo corteggia, lo stesso del resto in cui il leader di Vox è cresciuto. Nato nel 1976 a Bilbao, diventa membro del Partido Popular a 18 anni. Ed è anche una storia di famiglia per Abascal, figlio e nipote di politici locali, il padre con i popolari e il nonno sindaco durante il periodo franchista. È la traccia che ripercorre anche Santiago, eletto due volte nel parlamento basco per il Pp. Con cui però rompe nel 2013. Le differenze sono ormai troppe con la leadership di Mariano Rajoy e su troppi temi, dagli scandali per corruzione fino alle posizioni sull’indipendentismo. Si unisce quindi a Vox agli albori della formazione nel 2014 e mentre questa compie i primi passi nei governi locali. Nel settembre di quell’anno Abascal diventa presidente del partito con il 91% di preferenze fra i suoi militanti. A fargli da sponda l’emergere anche altrove nel mondo di figure politiche e formazioni di cui condivide priorità e parole d’ordine: si dichiara infatti fan di Donald Trump e, da questa parte dell’Oceano, di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Poi il clamoroso risultato dell’ultradestra in Andalusia nel 2018 – con conseguente coalizione di destra – crea il caso e Abascal vede a quel punto la strada spianata verso Madrid. Fino ad oggi, con Vox che in pochi mesi sembra ormai essere percepito come una sorta di nuova normalità. «Cresce come la schiuma», dicono alcuni osservatori descrivendo la cavalcata nella breve ma intensa campagna elettorale dominata dalla crisi catalana. E Abascal si trovava già al posto giusto, nel momento giusto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I risultati delle elezioni in Spagna del 10 novembre 2019

Urne aperte in Spagna per le quarte elezioni in quattro anni. Nel Paese iberico, alle prese col problema di una..

Urne aperte in Spagna per le quarte elezioni in quattro anni. Nel Paese iberico, alle prese col problema di una maggioranza che non c’è, il Psoe del premier Pedro Sanchez sembra destinato a essere confermato primo partito, ma senza i numeri necessari per formare un governo stabile. E allora i riflettori sono puntati sul partito di destra radicale Vox, che spera in un exploit in grado di portarlo al governo in una coalizione di centrodestra.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa sapere delle elezioni in Spagna del 10 novembre

Il 10 novembre il Paese torna al voto. I socialisti di Sanchez in vantaggio sono ancora lontani dalla maggioranza. Occhi puntati sull'estrema destra di Vox che potrebbe diventare la terza forza del Paese cavalcando la crisi catalana. Una guida.

Domenica 10 novembre la Spagna torna al voto per la seconda volta nel 2019 (e per la quarta in 4 anni). Il socialista Pedro Sanchez, vincitore alle elezioni dello scorso aprile, non è infatti riuscito a formare un governo con la coalizione di sinistra Unidas Podemos.

Pedro Sanchez, leader socialista e premier uscente.

I CANDIDATI IN CORSA

A sfidare il premier uscente Pedro Sánchez (Partito socialista), ci sono: Pablo Casado (Partito Popolare), Pablo Iglesias (leader di Podemos), Albert Rivera (che guida i liberali di Ciudadanos) e Santiago Abascal, fondatore del partito di estrema destra Vox.

LA CRESCITA DELL’ESTREMA DESTRA DI VOX NEI SONDAGGI

Secondo i recenti sondaggi di Politico.eu difficilmente dalle urne uscirà una maggioranza chiara. I blocchi di centrodestra e centrosinistra sostanzialmente si equivalgono: i primi veleggiano intorno al 44% e i secondi al 42%. Il Psoe è dato comunque per favorito al 27%, i Popolari sono al 21%, Podemos al 12% e Ciudadanos al 9%. La vera novità di questa tornata elettorale è però rappresentata da Vox che potrebbe passare dal 10% delle scorse elezioni al 14%. Se così fosse scalzerebbe Ciudadanos diventando la terza forza politica del Paese. Dopo una frenata alle Europee, Vox ha ripreso a crescere nei sondaggi con l’inasprirsi, sostengono diversi osservatori, della crisi catalana.

spagna-elezioni-10-novembre-sondaggi

LA CATALOGNA AL CENTRO DEL VOTO

La nuova ondata di proteste indipendentiste, dopo le pesanti condanne ai 12 leader indipendentisti protagonisti dell’insurrezione dell’ottobre 2017, ha catalizzato il dibattito nazionale. E sarà l’ago della bilancia di queste elezioni. Sanchez, rivendicando la linea della fermezza, ha insistito sulla necessità di dialogo. «Abbiamo bisogno di aprire un nuovo capitolo basato sulla coesistenza pacifica in Catalogna attraverso il dialogo nei limiti della legge e della Costituzione spagnola», aveva detto in tivù a metà ottobre. «Nessuno è al di sopra della legge. In Spagna non ci sono prigionieri politici ma piuttosto alcuni politici in prigione per aver violato leggi democratiche». Sul tema Ciudadanos e Vox hanno mostrato i muscoli. Abascal, nell’ultimo confronto tivù, si è spinto oltre: non solo ha chiesto di revocare l’autonomia alla Generalitat ma ha anche accusato Sanchez di appoggiare di fatto un «colpo di Stato permanente» in Catalogna.

La bandiera catalana all’aeroporto di Barcellona durante la manifestazione del 14 ottobre.

Non solo. La recente proposta di Vox di bandire i partiti indipendentisti è stata approvata dall’Assemblea di Madrid con i voti del Partido Popular e di Ciudadanos, in una sorta di patto delle destre che ha fatto scattare più di un allarme in casa socialista. «Cominciamo a essere testimoni di cose preoccupanti», ha commentato il primo ministro in un’intervista a Cadena Ser, definendo la risoluzione una «deriva reazionaria molto pericolosa».

INCOGNITA ASTENSIONISMO

Sanchez deve vedersela anche con un altro concorrente: l’astensionismo, vista l’esasperazione degli elettori dopo il mancato accordo di governo tra Psoe e sinistra. L’affluenza dal 76% di aprile potrebbe così scendere intorno al 70% e a farne maggiormente la spese potrebbe essere proprio il Psoe di Pedro Sanchez.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Scontri a Barcellona tra polizia e indipendentisti

Barricate e fuochi in strada nella città dove almeno 350 mila persone sono scese in piazza per chiedere la libertà dei leader che hanno promosso il referendum secessionista. Quattro feriti e tre arresti.

La Catalogna che sogna l’indipendenza e respinge il pugno duro della giustizia spagnola contro i suoi leader si è radunata il 25 ottobre 2019 a Barcellona. Almeno 350 mila persone, secondo le cifre generalmente al ribasso fornite dalla polizia locale, sono scese in piazza al grido «libertà per i prigionieri politici». La manifestazione si è svolta pacificamente fino alla serata, quando scontri si sono verificati nei pressi della centrale della polizia a Via Laietana, dove migliaia di persone si erano radunate, quindi in altri punti del centro, con barricate e fuochi in strada. La polizia – che ha risposto al lancio di oggetti – ha caricato in varie occasioni. Un primo bilancio parla di quattro feriti e tre arresti. Il bersaglio dei manifestanti è l’Alta corte di Madrid, che a metà ottobre ha condannato nove leader indipendentisti, rei di aver promosso il referendum secessionista del 2017, a pene tra i 9 e i 13 anni di carcere. Con il risultato di un’ondata di proteste, costate finora circa 600 feriti e decine di arresti, dopo l’infiltrazione di gruppi violenti nei cortei pacifici.

Il nuovo corteo, che si è snodato lungo Carrer de la Marina, una delle strade più lunghe della città, era scivolato via senza incidenti nel pomeriggio. «Nessuna violenza ci rappresenta», hanno tenuto a sottolineare gli organizzatori dell’adunata, l’Assemblea Nazionale Catalana e dall’associazione Omnium Cultural, che hanno richiamato oltre 100 sigle di organizzazioni della società civile, culturali, economiche, sindacali. Altrettanto chiaro è stato il messaggio politico: «I nostri leader sono stati detenuti ingiustamente e nessuna sentenza cambierà i nostri obiettivi»: ossia, l’indipendenza della Catalogna. E «noi andremo avanti fin dove i catalani vorranno», ha sottolineato il presidente della Generalitat Joaquim Torra, che aveva annunciato l’intenzione di organizzare un nuovo referendum secessionista entro due anni. Torra, prima della manifestazione, ha cercato di serrare le fila del movimento incontrando i sindaci di oltre 800 comuni. Ai primi cittadini il leader catalano ha assicurato che «l’autodeterminazione è una strada senza ritorno» ed ha fatto un appello all’unità: un appello quanto mai necessario, tanto più che alla sua riunione non hanno partecipato i sindaci delle cinque città più grandi della Catalogna, che rappresentano un terzo della popolazione. Mancava all’appello anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, a cui Torra ha rimproverato una posizione troppo morbida, ancorata al dialogo a tutti i costi con Madrid. Alla Moncloa, per ora, la porta del confronto con le autorità catalane resta chiusa. Lo ha ribadito la vicepremier Carmen Calvo, ricordando che «il governo ha incontrato gli esponenti della Generalitat in diverse occasioni, ma li ha avvertiti che parlare di diritto all’autodeterminazione è una cosa che non esiste». E probabilmente a Madrid si confida anche nella parte della Catalogna che di indipendenza non vuol sentir parlare. E che domenica 27 ottobre ha in programma una contro-manifestazione unionista, sempre a Barcellona.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’esumazione di Franco dalla tomba nella Valle de los Caidos

Dopo 16 mesi di battaglie legali con la famiglia dell'ex dittatore, il governo socialista spagnolo l'ha spuntata: le spoglie del Caudillo vengono traslate dal mausoleo dei caduti a un cimitero di Madrid.

È iniziata la traslazione delle spoglie del dittatore Francisco Franco dal mausoleo della Valle de los Caidos ad una più discreta tomba in un cimitero pubblico a Madrid. L’esumazione è una vittoria del partito socialista spagnolo, che ha sempre considerato sbagliata la celebrazione della salma dell’ex dittatore in un luogo solenne come la Valle dei caduti. Dopo 16 mesi di battaglie legali, il governo l’ha spuntata sulla famiglia del Caudillo. La cerimonia è iniziata alle 10:30, e vede la partecipazione dei familiari stretti e del ministro della Giustizia spagnolo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La storia dell’unificazione della Spagna

Nel 1516, sotto la reggenza di Carlo V d’Asburgo, dopo 750 anni di battaglie contro i mussulmani, il Paese fu finalmente unito.

Una guerra contro i mori durata 770 anni. Fu questo il prezzo che i sovrani cristiani spagnoli dovettero pagare pur di unire il proprio Paese. Un processo lungo e doloroso, terminato soltanto nel 1516 sotto la reggenza di Carlo V d’Asburgo, di cui fecero le spese gli ebrei e i musulmani rimasti sul suolo iberico, costretti a scegliere tra la conversione e la morte. Ecco le tappe più importanti della storia dell’unificazione spagnola.

COS’È LA RECONQUISTA

La guerra tra i sovrani cristiani della Spagna e i Regni Moreschi cominciò nel 722 con la battaglia di Covadonga e si concluse 770 anni più tardi con la presa dell’emirato di Granada. Questo periodo prese il nome di “Reconquista“.

IL MATRIMONIO TRA FERDINANDO E ISABELLA

Prima dell’unificazione definitiva sotto il regno di Carlo V, ci fu un importantissimo passaggio in cui, per la prima volta, si posero le basi per una Spagna unita: il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona. Al momento del suo matrimonio con Ferdinando, Isabella aveva appena 18 anni. Era la sorella di Enrico IV, il legittimo sovrano del regno, e godeva di consistenti diritti sul trono di Castiglia. Il futuro marito, più giovane di un anno, era il figlio di Giovanni II di Aragona e il prossimo erede al trono. I due si sposarono nel 1469, a Valladolid, provocando la furia del fratello di Isabella, che nel corso dello stesso anno la diseredò. Nel 1474, alla morte di Enrico, c’erano due fazioni nel regno di Castiglia, di cui una parteggiava per Isabella e l’altra per sua sorella Giovanna. La situazione degnerò in una guerra civile che durò per quattro anni, dal 1475 fino al 1479, al termine della quale i diritti di Isabella vennero riconosciuti con il trattato di Alcaçovas. Con la loro unione, Isabella e Ferdinando, decretarono ufficialmente l’unione dei loro due regni.

Ferdinando II d’Aragona, altrimenti noto come Ferdinando Il Cattolico.

L’ASSALTO AL REGNO DI GRANADA, L’ULTIMO DOMINIO MORESCO

Ferdinando cominciò l’assedio del sultanato di Granada a partire dal 1481, avendo occasione di mettere in mostra, nel frattempo, le sue doti diplomatiche e militari: l’ultimo presidio mussulmano in Spagna cadde definitivamente il 2 gennaio del 1492. Al termine del conflitto il papa Innocenzo VIII conferì a lui e a sua moglie il titolo onorifico di “Maestà cattolica”. Cortesia che fu ricambiata dai regnanti al suo successore, Alessandro VI, al quale venne regalato il primo carico d’oro giunto dalle Americhe.

LE VITTIME DELL’UNITA: IL TRIBUNALE DELL’INQUISIZIONE

Ferdinando, in seguito alla presa di Granada e alla definitiva “cristianizzazione” del suolo iberico, introdusse l’obbligo di professare la fede cristiana. Questo non soltanto portò in Spagna l’inquisizione, prima in Castiglia e poi in Aragona, ma costò la vita a oltre 2000 persone tra ebrei e mussulmani, che vennero catturate e poi bruciate sul rogo. Una peculiarità dei tribunali religiosi spagnoli era che, a differenza di quelli medievali, questi non dipendevano da Roma e dal Papa, bensì dalla corona stessa.

Illustrazione che mostra le torture agli eretici durante l’inquisizione spagnola.

LA FIGURA DEL MARRANO

A scontare le derive fanatiche della Spagna ultra cristiana di Fernando e Isabella furono anche i cosiddetti marrani: ebrei sefarditi che, pur di evitare le persecuzioni, si convertivano spontaneamente al cristianesimo. Di qui l’origine dell’ingiuria che è arrivata fino ai giorni nostri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it