Dite ai leader che la retorica populista sui social ha perso appeal

Trump che loda la sua «grande e ineguagliabile saggezza» e altre sparate dei sovranisti non fanno breccia tra gli elettori. E il seguito della screditata Greta lo dimostra. Bisogna rimettere la democrazia e le istituzioni al centro del linguaggio per non restare vittime della propria propaganda.

Autoreferenziali, provocatori e spesso ostili, i tweet e i post di leader europei (e non) dominano sempre di più la scena politica attuale, orchestrando e influenzando profondamente l’opinione pubblica. A riguardo, è emblematico il recente tweet del presidente americano, Donald Trump, il quale ha ricordato che la discutibile decisione di ritirare l’appoggio americano ai curdi in Siria è stata presa nella sua «grande e ineguagliabile saggezza».

La retorica di Trump non è certamente un caso isolato. Dal paradigmatico discorso del leader ungherese Viktor Orban a Tusnádfürdő nel 2014 ai recenti eventi che hanno segnato il tortuoso processo della Brexit, il linguaggio dei leader sembra ruotare intorno a slogan ben definiti: “il popolo contro il parlamento”, la “volontà del popolo” contro “l’élite” o, nel caso degli Stati Uniti, la volontà del presidente contro “Washington”. Questa sorta di “romanticismo febbrile”, come lo definirebbe lo scrittore francese Benjamin Constant, uno dei più accaniti esponenti dell’opposizione liberale a Napoleone, sta però minando la stabilità delle democrazie liberali nel mondo. I leader stessi, designati come i custodi della volontà del popolo, stanno spostando il luogo della sovranità popolare dalle istituzioni rappresentative a una comunione istintiva tra leader carismatico e masse di cittadini, creando così forti ambiguità del loro impegno per la democrazia.

IL GIUDIZIO DEL POPOLO RESTA BEN ANCORATO A TERRA

Ma se il linguaggio dei leader e l’uso dei social media sembra, a volte, trascendere la realtà, il giudizio del popolo e degli elettori rimane ben ancorato a terra. Non è un caso che gli ultimi avvenimenti abbiano dimostrato una profonda inversione di marcia rispetto agli anni precedenti. La retorica populista diffusasi tra molti leader europei, spesso ridondante ed esaltata, sembra ultimamente aver perso molto del suo “appeal”. Ne sono un esempio la recente sconfitta del partito nazionalista e populista austriaco “Freedom”, indiscusso vincitore delle elezioni del 2017, e il seguito mondiale raggiunto dalla piccola attivista svedese, Greta Thunberg, nonostante lo screditamento ricevuto dallo stesso presidente statunitense a colpi di tweet e post.

chi è Greta Thunberg
Greta Thunberg.

È dunque, forse, arrivata l’ora per i nuovi leader di cambiare strategia comunicativa, cercando di ristabilire un rapporto sano con l’elettore e ampliando la platea con cui interloquisce, non limitandosi più a parlare con una porzione ristretta di “fan digitali”. Gli elettori dovranno infatti decidere, nei prossimi mesi e anni, se riporre la loro fiducia in una versione della democrazia piuttosto che un’altra. Dovranno scegliere tra la versione diretta e populista in cui il leader è mera espressione del testamento della volontà popolare, o il costituzionalismo rappresentativo in cui l’esecutivo è frenato dalla vigilanza legislativa, criticamente controllato dai media liberi e ritenuto responsabile da un potere giudiziario indipendente incaricato di sostenere lo stato di diritto universalmente applicabile.

I CITTADINI CHIEDONO DEMOCRAZIA

Differentemente dall’immaginario comune, i recenti studi condotti da Fondapol.org (Fondation pour l’innovation politique), think tank francese liberale, insieme con l’Iri (International Republican Institute), un’organizzazione no profit e non profit impegnata a promuovere la libertà e la democrazia in tutto il mondo, dimostrano come lo scetticismo dei cittadini circa l’utilità o l’efficacia delle procedure e delle istituzioni politiche democratiche non ha però influito sul loro attaccamento alle grandi libertà pubbliche. Infatti, il 97% degli intervistati ritiene molto importante la capacità di partecipare al processo decisionale.

POPULISTI VITTIME DI UNA POLITICA RISTRETTA E VILE

Alla luce di queste considerazioni, se lo spazio social, come sappiamo, si conferma strumento centrale per le campagne elettorali, è necessario per i leader ripensare il suo utilizzo in maniera strategica. Ampliare la platea di interlocutori e portare contenuti nuovi è fondamentale per non finire, come direbbe Constant, vittime di una politica ristretta e vile. Un monito, dunque, per ricordare a tutti i leader che «se l’elezione da parte del popolo comporta talvolta una seduzione colpevole, il più delle volte richiede mezzi onorevoli e utili, gentilezza, benevolenza, giustizia e protezione».

*Professore di Strategie di comunicazione, Luiss, Roma

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Twitter ha chiuso migliaia di falsi account propagandistici

Il social network ha eliminato profili fake usati per operazioni di propaganda politica. Erano legati a Emirati Arabi, Egitto, Arabia Saudita, Spagna, Ecuador e Cina.

Operazione di pulizia contro i “troll” della Rete. Twitter ha annunciato il 20 settembre di aver sospeso in modo permanente migliaia di account fasulli, usati per propagare campagne informative e manipolatorie dell’opinione pubblica per conto di alcuni Stati. Gli account sono relativi principalmente agli Emirati Arabi Uniti, ma anche a Egitto, Arabia Saudita, Spagna, Ecuador e Cina.

OLTRE 4 MILA ARRIVAVANO DAGLI EMIRATI CONTRO QATAR E YEMEN

Nel dettaglio, Twitter ha bandito dalla sua piattaforma 4.248 account operati dagli Emirati e polemici nei confronti di Qatar e Yemen. Gli argomenti dei tweet spaziavano dalla guerra civile yemenita al gruppo armato sciita degli houthi. Altri 273 account eliminati, riferisce Twitter, erano utilizzati da Emirati ed Egitto per condurre una «operazione d’informazione sfaccettata con il Qatar come target primario», insieme ad altri Paesi come l’Iran, e per far circolare messaggi a sostegno del governo saudita. Altri sei account sospesi erano collegati all’apparato informativo statale dell’Arabia Saudita. In Spagna, invece, Twitter ha rimosso 265 account fake operati dal Partito popolare. In Ecuador nell’estate 2019 erano stati eliminati poco più di mille account legati al partito Alianza País. In Cina infine, dove ad agosto era stata individuata una rete di 200mila account fasulli volta a «seminare discordia sul movimento di protesta ad Hong Kong», sono stati eliminati 4.301 account.

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Quattro proposte concrete per una Webtopia

La Rete e i social sono campi di battaglia. Per questo servono una sorta di Convenzione di Ginevra 2.0 e controlli più stringenti. Ed è ora che i giganti del Tech riconoscano ai cittadini-utenti sfruttati una micro royalty.

«La gente chiede la libertà di parola come compenso per la libertà di pensiero che raramente usa». La citazione di Kierkegaard mette al giusto posto, ovvero liquida come improponibili, quasi tutte le rivendicazioni attuali del diritto al free speech. Per la semplice ragione che dire quel che si pensa, in assoluta libertà, è da un po’ di anni uno sport mondiale.

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Siano offese, rivendicazioni serie o stupidaggini conclamate, la rissa è ormai quotidiana. Ad alimentarla in forme e intensità che ci riportano al Medioevo è stato il web. Con buona pace di quanti continuano a credere nel valore intrinsecamente emancipatorio della tecnologia.

INTERNET CI RENDE STUPIDI?

Eppure è del 2010 il libro di Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? E del 2017 il saggio di Manfred Spitzer Demenza digitale che rispondeva sì, la nuova tecnologia ci rende stupidi. Ma ancora più datate sono due ricerche che faremmo bene a rileggere con attenzione. La prima del 1976, condotta dall’Università di California a San Diego su una gruppo condominiale, che ha evidenziato come le relazioni di vicinato possano incrementare l’amicizia, ma forse di più l’inimicizia. Della serie: più ci conosciamo, meno ci sopportiamo. Come peraltro mostra il primato della famiglia come luogo di angherie e violenze fra i suoi membri.

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La seconda, del 2007, curata da tre psicologi dell’Università di Harvard, ha scoperto le cascate di dissomiglianza. Ovvero che quante più informazioni ricevo di persone diverse da me, tanto meno quelle persone mi piacciono. Prova è che il problema immigrati è cresciuto sino a diventare un’emergenza nazionale, mano a mano che quella massa di disperati ci è diventata familiare. A forza di immagini servite tutte le sere e su tutti i tg.

FACEBOOK CONTRO FORZA NUOVA E CASAPOUND

Bene. Queste due pulsioni o effetti si sono intensificati via via che il mondo digitale si è allargato a un numero di persone enorme. Che rilasciano sempre più informazioni su se stesse, potendo nel contempo farsi in modo crescente gli affari degli altri. È tenendo presente questa relazione o spirale informativa che possiamo valutare i fatti e le discussioni scaturite dal provvedimento di Facebook nei confronti di Casa Pound e Forza Nuova bannate per istigazione all’odio. Chiedendoci preliminarmente come e se un privato può arrogarsi il diritto di togliere la voce a qualcuno? Perché questa è la questione principale, non schierarsi a difesa dei fascisti del terzo millennio e neppure plaudire la decisione di Facebook. Fermo restando che gli hater, seriali o di giornata e di qualsiasi orientamento siano, vanno colpiti, perseguiti e puniti.

LE REGOLE DEL SISTEMA DIGITALE

Il primo, fondamentale punto è che la consapevolezza e la decisione che servono vanno velocemente indirizzate a definire un aggiornato quadro d’insieme, meglio di sistema, della società digitale. Le regole attuali risalgono sostanzialmente alla Telecommunications Act varata negli Usa nel 1996, che fra le altre cose distingueva fra piattaforme e media/editori, consentendo a Google, Facebook e agli altri giganti del web di appropriarsi di contenuti senza pagare e di non dovere rispondere di ciò che veniva e viene pubblicato sulle loro piattaforme. Sono dunque regole che non regolano più niente e che hanno consentito ai vari Larry Brin, Mark Zurckerbeg, Jeff Bezos di realizzare enormi profitti a scapito anche di tutti i media tradizionali e di sfruttare gli utenti e consumatori dei loro servizi in modi mai visti prima.

L’ERA DEL CAPITALISMO DI SORVEGLIANZA

Questa profonda distorsione ha dato vita al capitalismo di sorveglianza che, come scrive la sociologa Soshama Zuboff in The Age for Surveillance Capitalism e nel libro bianco su Big data, privacy e democrazia, è un’aberrazione, una distorsione del capitalismo digitale.

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Un’appropriazione indebita delle nostre private esperienze che sono diventate merce, materia prima da rivendere, dati su cui costruire campagne pubblicitarie e di marketing predittivo. Il fatto poi che questa merce e questa materia prima non vengano pagate rappresenta la ragione fondamentale che ha reso possibile la rapidissima accumulazione di profitti giganteschi.

LA SVOLTA COMUNITARIA DEL GDPR

Da qua, dunque, bisogna partire. Un importante passo, dopo anni di discussioni inutili, è stato fatto a livello comunitario con il Gdpr (General Data Protection Regulation) che è entrato in vigore il 25 maggio 2018, sostituendo la precedente direttiva comunitaria del 1995. Ora i cittadini/utenti hanno più potere per richiedere alle aziende di rivelare o eliminare i dati personali in loro possesso; i regolatori potranno avviare azioni in tutta la Ue disponendo di un’unica giurisdizione; le loro azioni di controllo potranno sanzionare eccessi o frodi sino a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato globale dell’azienda.

IL DIBATTITO SUL RAPPORTO TRA PUBBLICO E PRIVATO

Resta però tutto da definire il rapporto fra pubblico e privato, fra amministrazioni e gestori dei servizi web&social che hanno rilevantissime audience. Può il settore pubblico riservarsi una sorta di golden share? E, viceversa, può il privato avere il diritto di concedere o revocare a suo insindacabile giudizio la possibilità di essere presenti su un social network? E, ancora, può un utente rivendicare il diritto assoluto a dire e scrivere ciò che gli pare e piace senza essere chiamato a risponderne, sia in termini penali che economici? Questi sono alcuni degli interrogativi che necessitano però di una classe politica e di una complessiva governance con idee chiare e visioni di futuro realistiche. Cosa questa che al momento, e non solo in Italia, non c’è.

QUATTRO IDEE PER UN DIBATTITO

Si possono tuttavia suggerire, ma giusto per avviare una discussione produttiva, quattro idee/proposte. La prima: che si riconosca che Facebook, Twitter, Youtube e gli altri servizi web con contenuti informativi sono ormai a tutti gli effetti dei social media, quindi non più o non solo reti sociali ma media di comunicazione di massa, con tutto ciò che ne consegue sul piano della responsabilità su ciò che si pubblica. Secondo punto: preso atto che il web è diventato un campo di battaglia, luogo di conflitti furenti che promettono disastri epocali, bisogna almeno istituire una sorta di “Convenzione di Ginevra per le guerre culturali 2.0”. Terzo: vanno introdotti strumenti di moderazione obbligati. Nella fattispecie che Facebook, in Italia, dove ha 30 milioni di utenti, assuma non meno di 50 moderatori per ogni provincia. Che farebbero giusto più di 5 mila comunicatori in grado di bilanciare le perdite di occupati che continua a registrare il mercato editoriale tradizionale.

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L’IDEA DI UNA MICRO ROYALTY PER GLI UTENTI

Quarto suggerimento, avanzato da Peter Lewis nel recente saggio Webtopia: riconoscere alle persone il possesso dei propri dati personali. Ovvero il diritto di ricevere una royalty, un compenso economico, ogni qualvolta una marca/marchio li utilizzi per fini commerciali. Sarebbero micro-pagamenti, ma su larga scala e aggregati a livello globale, potrebbero essere il modo per cominciare a redistribuire la grande ricchezza generata dall’economia digitale. «In un mondo in cui i nostri dati vengono utilizzati per sviluppare algoritmi che alla fine sostituiscono molti dei nostri lavori, un certo valore ci potrebbe essere restituito tramite conti individuali costantemente integrati con questi pagamenti di micro royalty. Proprio come uno scrittore ha diritti sulle sue parole o un compositore sulla sua musica, perché», si chiede Lewis, «l’impronta digitale che creiamo non dovrebbe essere di nostra proprietà?».

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