Coronavirus, il primato dell’algoritmo e l’alba di una nuova cittadinanza

Mentre i nostri corpi sono fermi davanti alla tivù, le menti viaggiano modellate da social network e piattaforme installate in massa. Così profilazioni e machine learning plasmano conoscenza, emozioni e relazioni.

Le app governative per essere efficienti con sistema bluetooth (che tutela la privacy) hanno bisogno dei sistemi operativi di Google e Apple. È la prova che i colossi del web sono ormai un potere ben saldo che si frappone tra cittadini e Stati di tutto il mondo. La proposta di aiuto da parte dei due colossi prevede un’infrastruttura, un framework , che consente ai sistemi IOS e Android di parlare tra loro che entra, per rimanerci, nel sistema operativo. Le strutture digitali create adesso sono l’ossatura su cui, passata questa emergenza, poggerà la nostra capacità di reazione a futuri virus, che si presenteranno sempre più rapidamente man mano che la popolazione umana crescerà, si sposterà e continuerà a mangiare altre specie.

I nostri corpi sono diventati terreno di intervento politico e di potere economico

I nostri corpi sono diventati terreno di intervento politico e di potere economico. Lo Stato fa del loro controllo l’epicentro del suo potere per garantire la salute, cercando di rimediare a quello scivolamento su un piano inclinato che in molti Paesi (Stati Uniti in testa) ha visto sminuire il patto con i cittadini di garantire loro la salute fisica, riecheggiando la vecchia idea di biopolitica di Focault. Un potere basato su presupposti novecenteschi che sembra esaurito. «Le aziende tech promettono di liberare i corpi, di ridonarci la libertà con il bluetooth, facendo dei loro sistemi operativi un’infrastruttura sovranazionale (gratuita, o meglio, pagata con i dati) che si frappone tra i cittadini di tutto il mondo e i loro Stati» commenta Paolo Benanti, teologo e studioso di etica e bioetica delle tecnologie.

USA: POTENZA DI CALCOLO CONTRO TRUMP

Il potere computazionale, sottovalutato fuori dall’Asia e da Israele dalla classe politica, si impone con tutta la sua efficienza comprimendo una volta di più il potere degli Stati. Mentre governi di tutto il mondo fanno a gara per scegliere e rendere più o meno obbligatoria l’app che monitorerà gli spostamenti dei cittadini, Donald Trump taglia corto e pensa di imporre a Google e ad altre aziende tech la consegna dei dati agitando lo spettro del bene superiore e della sicurezza nazionale. Una sorta di Cambridge Analytica a fin di bene che però creerebbe una falla irreparabile nel loro core business: la vendita dei dati per Google e la crittografia per Apple, che ha da poco rifiutato per l’ennesima volta di cedere all’Fbi quelli di un iPhone di un terrorista che ha ucciso tre militari.

CITTADINI DI UN SISTEMA OPERATIVO

Le due aziende dunque si alleano in uno standard comune. Il sistema, utilissimo, sarebbe in ogni device offrendo maggiore efficacia rispetto alle sole app dei governi e impedisce agli Stati di accedere ad un livello più profondo nel controllo dei dati. Un giorno potrebbe essere utilizzato per altre situazioni. La rivoluzione geopolitica, già in atto da anni, diventa evidente: «I governi si dovrebbero accontentare di consultarle come un Oracolo a cui chiedere il pronunciamento», prosegue Benanti. «Le aziende tech oggi sono in grado di surrogare gli stati e i compiti dei governi nel dare l’identità e, da ora in poi, nel garantire libertà civili come la privacy e la salute pubblica. La messa a sistema del Bluetooth dei telefoni crea una sorta di coscienza sociale che non emerge dagli individui ma dalla sensoristica dello smartphone – di proprietà delle aziende produttrici».

Un potere nuovo supera quello delle nazioni e delle organizzazioni sovranazionali creando una nuova cittadinanza

Un potere nuovo supera quello delle nazioni e delle organizzazioni sovranazionali creando una nuova cittadinanza. L’adesione infatti è volontaria ma chi non aderisce è tagliato fuori dalla protezione. Come lo sono i cittadini non risiedenti nei loro sistemi operativi, IOS e Android, che potrebbero non sentirsi liberi di circolare come gli altri. Per ottenere questo non ci vogliono decreti: basta la pressione sociale. Una soluzione utile e efficace, la loro, che tranquillizza accogliendo requisiti propri della decentralizzazione, cara agli attivisti, applicata però senza che sia possibile alcun controllo su mutamenti di codice e algoritmi che potrebbero avvenire in futuro e che potrebbero portare il framework a dialogare con i dati e con le identità. Bisogna fidarsi di Google e Apple.

CORPI BLOCCATI, MENTI PLASMATE DAGLI ALGORITMI

Il Cerchio si chiude: mentre i nostri corpi sono fermi e passivi davanti alla tivù, le nostre menti viaggiano modellate dagli algoritmi dei social network e di piattaforme come Zoom, Webex e Teams, installate in massa. Le pervasive profilazioni e l’instancabile lavoro degli algoritmi di machine learning plasmano la conoscenza, le emozioni, le relazioni. Trent’anni fa un filosofo di Harvard, Robert Nozik, ha immaginato l’esistenza di una macchina che dà piacere al cervello anche se fisicamente si resta chiusi lì dentro. Chiese: sceglieresti di vivere felice dentro questa “experience machine” senza vivere veramente? Allora molte persone avrebbero risposto di no. Oggi, spinti da un’urgenza a cui la paura di morire fa da detonatore, senza nemmeno il bisogno di una promessa di felicità, in quella macchina, incorporata dallo smartphone, vogliamo restarci chiusi dentro anche quando camminiamo, apparentemente liberi, nelle nostre città.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In che senso il coronavirus si diffonde come nei social media

Le malattie infettive interagiscono tra di loro. E rendono un'infezione più contagiosa di quanto non lo sarebbe da sola. Sullo stesso modello con cui si propaga un video virale, condiviso ovunque finché non l'ha visto un buon numero di persone. La ricerca dell'università del Vermont.

Del resto lo dice la parole stessa: “virale“. Coronavirus come i social network: il contagio – così come per le altre malattie infettive quali influenza o polmonite – si sviluppa o diffonde seguendo un modello simile a quello che avviene su Twitter o Facebook. Ma in che senso? Le malattie contagiose, al pari delle persone, interagiscono tra di loro, e la scoperta dell’università del Vermont è stata pubblicata sulla rivista Nature Physics.

MECCANISMO DEL “RINFORZO SOCIALE”

Per intendersi, l’esempio tipico è quello del cosiddetto “rinforzo sociale“: cioè 10 amici che ti dicono di andare a vedere Star Wars convincono di più di un solo amico che suggerisce la stessa cosa 10 volte. L’identico meccanismo avviene quando c’è la presenza di più malattie diverse, che rendono un’infezione più contagiosa di quanto non lo sarebbe da sola.

UN CONTAGIO IN PIÙ COMPLICA IL QUADRO

Laurent Hébert-Dufresne, uno dei coordinatori della ricerca, ha spiegato: «L’interazione delle malattie è la norma, più che l’eccezione. Però, quando elaboriamo dei modelli sulla loro diffusione, è quasi sempre sulla singola malattia». I virus vengono mappati come se fossero dei patogeni isolati. Ma la presenza anche di un contagio in più nella popolazione può cambiare il quadro, rendendolo più complesso.

SALTI NELLE DIMENSIONI DELL’EPIDEMIA

Una volta che si hanno queste modifiche, i microscopici cambiamenti nel tasso di trasmissione possono innescare dei salti nelle dimensioni dell’epidemia maggiori del previsto: un modello di diffusione già osservato nell’adozione delle tecnologie innovative, nello slang e altri comportamenti sociali “contagiosi”.

UNO STARNUTO PUÒ DIFFONDERE UNA SECONDA INFEZIONE

Insomma le patologie possono rinforzarsi a vicenda attraverso i sintomi: per esempio il virus del raffreddore, quando si starnutisce, aiuta a diffondere una seconda infezione. Oppure una malattia che indebolisce il sistema immunitario dell’organismo ospite può rendere la popolazione più suscettibile a una seconda, terza o quarta malattia.

COME LA CONDIVISIONE DEI SOCIAL TREND

Quando si rinforzano l’una con l’altra, le malattie si diffondono più velocemente, per poi affievolirsi quando si esauriscono nei nuovi ospiti. Lo stesso modello caratterizza la diffusione dei social trend, come i video virali, condivisi ovunque finché non li ha visti buon numero di persone.

IMPORTANTE SAPERE QUANTI HANNO INFEZIONI MULTIPLE

I ricercatori hanno anche rilevato che gli stessi schemi dall’interazione delle malattie si hanno anche quando un contagio biologico interagisce con uno sociale: per esempio la diffusione di un virus insieme con una campagna anti-vaccinale, come per il morbillo. Nel caso del coronavirus, contemporaneo alla stagione influenzale, conclude Hébert-Dufresne, «è importante sapere quali casi hanno infezioni multiple, e quali pazienti sono andati in ospedale con l’influenza perché spaventati dal coronavirus».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Ferragni & Co occhio: arrivano i micro-influencer

C'è la convinzione che per sviluppare e mantenere l’immagine positiva di un’azienda siano necessari costosi testimonial. Oggi, però, il mercato è diventato molto più competitivo. I big non passeranno di moda, ma si può investire sull'engagement social dei più piccoli. E perché no dei propri dipendenti.

Pochi soldi da investire e una grande fama da costruire? Non c’è problema.

Con l’avvento dei social e dell’uso diffuso di questi in ogni strato della società, non c’è più bisogno di spendere cifre astronomiche per ingaggiare influencer e testimonial famosi.

Si stanno infatti affacciando sul mondo digital i cosiddetti “micro-influencer”, gente comune che non vive di marketing e sponsor, ma che riesce a ingaggiare la sua fetta di pubblico in maniera autonoma e spontanea creando attorno a sé una piccola comunità attiva con cui è in grado di intrattenere un dialogo costante.

IL MONDO DEI MICRO-INFLUENCER

I micro-influencer sono, dunque, persone ordinarie che nel mondo virtuale possono raggiungere anche i 5 mila follower semplicemente comunicando le proprie passioni. Un numero ridicolo se paragonato a quello dei follower dei “signori influencer” come Chiara Ferragni (18,4 milioni su Instagram) o Gianluca Vacchi (14,7 milioni). Se si tiene conto, però, che queste persone non fanno del loro engagement un mestiere, il loro ruolo sui social può essere considerato una vera e propria skill.

LEGGI ANCHE: Attivismo online, così i millennial possono rottamare gli influencer

Nonostante la grande disparità nei numeri, il ruolo dei micro-influencer non è da sottovalutare, come non è da sottovalutare il ruolo che i singoli individui, anche quelli che non raggiungono i 5 mila follower, ricoprono nello spazio virtuale. Spesso le aziende, le stesse che cercano in tutti i modi di costruirsi una buona reputazione sul mercato, hanno proprio dentro le loro mura una grande opportunità senza, però, rendersene conto. 

SE IL DIPENDENTE DIVENTA TESTIMONIAL

Gli stessi dipendenti possono, infatti, partecipare sui social attivamente, influenzando silenziosamente altre persone e piccole comunità sulla qualità, quantità e innovazione del lavoro che svolgono. Alla luce di ciò, conoscere l’engagement dei propri dipendenti sui social è oramai prassi comune e questa conoscenza, se organizzata e sfruttata nella giusta maniera, può diventare un asset per l’azienda stessa. Instradare i propri dipendenti all’utilizzo cosciente dei social media può creare benefici da entrambe le parti: da un lato i dipendenti possono sentirsi liberi di esprimersi attraverso questi strumenti, dall’altro le aziende possono godere della “pubblicità” dei propri dipendenti.

L’ESEMPIO DI REGIONE LOMBARDIA

All’avanguardia, su questo aspetto, è la Regione Lombardia che nel “Piano di comunicazione e promozione 2020” ha specificato che «si lavorerà per favorire l’engagement e il coinvolgimento dei dipendenti come potenziali divulgatori delle politiche regionali». Tale coinvolgimento deve però essere soggetto a precise regole al fine di evitare possibili fraintendimenti. Per questi motivi, la Giunta ha comunicato che si darà vita a una vera e propria policy per l’utilizzo dei social da parte dei dipendenti affinché abbiano chiaro in che modo ed entro quali limiti poter utilizzare questi strumenti. 

BISOGNA MIGLIORARE LA COMUNICAZIONE INTERNA

Dunque, se il grande influencer sta pagando lo scotto di un mercato sempre più competitivo, le aziende hanno trovato la chiave di volta per risparmiare ingenti somme di denaro. Come ho avuto modo più volte di scrivere su questa rubrica, autenticità, riconoscimento e coinvolgimento dei propri interlocutori rappresentano elementi chiave per costruire una buona reputazione. Se questa autenticità, coinvolgimento e riconoscenza vengono dai propri dipendenti, il messaggio risulta essere ancora più incisivo. Chi vive l’azienda è il primo testimonial di questa e, con l’avvento dei social, manager e Ceo l’hanno capito. La reputazione costruita dai dipendenti rappresenta, però, un’arma a doppio taglio: il dipendente, infatti, valorizza solo se viene valorizzato. Malumori, informazioni poco chiare e disinteresse possono far fallire l’intento iniziale della costruzione di una buona reputazione e, anzi, addirittura creare l’effetto opposto. Dare vita e formalizzare un processo simile significa, quindi, apportare cambiamenti profondi alla comunicazione interna e creare un nuovo modo di lavorare. 

I BIG ENTRERANNO IN CRISI?

Ma che fine faranno i grandi influencer? Saranno costretti a cercare un altro lavoro? No, i big rimarranno sempre un esempio e un punto di riferimento per la società digitale, faro d’avanguardia ed emulazione per chiunque voglia intraprendere questo percorso. Quel che è certo è che, per molti, l’attività sui social come brand ambassador o influencer di piccole comunità sta diventando una sorta di “secondo lavoro”, se non addirittura il primo. Creando nuove figure professionali, il mondo virtuale risponde alla paura condivisa da 7 milioni di persone: perdere il lavoro a causa delle nuove tecnologie. I dati dell’ultima ricerca Censis-Eudaimon hanno dimostrato che soltanto il 14% dei lavoratori sono a rischio, mentre i social e lo sviluppo di nuove interfacce garantisce una continua evoluzione del mondo del lavoro. Il grande influencer non passerà quindi di moda: continuerà a intrattenere il suo pubblico a creare contenuti nuovi, ma dovrà certamente scontare il fatto che il mercato sarà sempre più competitivo e popolato da chi, nel suo piccolo, si è guadagnato una piccola fetta di torta. 

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché Tik Tok preoccupa il Garante per la privacy

L'authority italiana ha chiesto al Comitato europeo per la protezione dei dati personali di attivare una task force specifica sul social network, molto popolare tra i giovanissimi.

Il Garante per la privacy italiano ha chiesto al Comitato europeo per la protezione dei dati personali, che riunisce tutte le authority nazionali in materia, di attivare una specifica task force per analizzare i rischi derivanti dall’uso del social network Tik Tok. Il Garante ha segnalato la necessità di procedere «in maniera forte e coordinata, anche in considerazione della delicatezza e della rilevanza» della piattaforma e della sua popolarità tra gli utenti più giovani.

Nella lettera inviata al Comitato, il presidente Antonello Soro ha ricordato che il Garante italiano ha già ricevuto «alcune segnalazioni in merito alle possibili vulnerabilità» di Tik Tok. E che anche altre autorità, come l’Ico britannica e la Ftc americana, hanno avviato «indagini autonome».

Soro ha chiesto quindi che la questione venga trattata in occasione della prossima riunione plenaria del Comitato europe, che si terrà a Bruxelles il 28 e 29 febbraio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il piano di Facebook per evitare a Usa 2020 la débacle del 2016

Lotta alle interferenze straniere, trasparenza delle pagine e stretta sulle fake news: dopo gli scandali Zuckerberg potenzia la war room di Menlo Park in vista delle elezioni.

Manca un anno alle elezioni presidenziali americane 2020 e stavolta Facebook non vuole arrivare impreparata e ripetere la débacle del 2016. Così il più famoso social network al mondo ha lanciato il suo piano per proteggere il processo democratico del voto da interferenze straniere e disinformazione, dichiarando guerra a fake news e falsi account.

«ABBIAMO NOI LA RESPONSABILITÀ»

«Abbiamo la responsabilità di fermare ogni abuso e interferenza sulla nostra piattaforma», ha affermato il gruppo di Mark Zuckerberg, che ha messo a punto protocolli di sicurezza e trasparenza che vanno dalla difesa degli account dei candidati e dei partiti alla strettissima sorveglianza della rete attraverso il lavoro di una vera e propria war room già sperimentata per le elezioni di metà mandato nel 2018 e dove sarà all’opera una task force di esperti ed analisti nei piani ancor più efficiente.

I CONTINUI ATTACCHI DOPO USA 2016

Del resto le Presidenziali americane del 2020 saranno più che mai le elezioni dei social media e quello che si vuole assolutamente evitare è ripetere gli errori del passato, quando la Russia nel 2016 ha fatto di Facebook l’attore principale per seminare discordia e incertezza, scoraggiare l’affluenza alle urne e dare impulso al nazionalismo bianco. Per questo Facebook è da anni nell’occhio del ciclone, con Zuckerberg costretto più volte a difendersi anche in Congresso.

Soprattutto dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, la società a cui sono stati affidati senza consenso i dati di decine di milioni di utenti per utilizzarli per scopi politici.

LOTTA ALLE INTERFERENZE, AUMENTO DELLA TRASPARENZA E STRETTA SULLE FAKE NEWS

I cardini del piano messo a punto nel quartier generale di Menlo Park sono la lotta alle interferenze straniere con un programma in grado di individuare i cosiddetti ‘bad actors’ che agiscono nella rete, l’aumento della trasparenza delle pagine e della pubblicità, una severissima stretta su ogni forma di disinformazione e sui contenuti d’odio. Questa dunque la risposta di Facebook dopo che Twitter, sempre in previsione delle elezioni americane del prossimo anno, ha deciso di risolvere il problema in maniera drastica vietando gli spot pubblicitari di carattere politico. Ma per Zuckerberg non è questa la strada giusta da seguire, perché – sostiene il fondatore di Facebook – vietare la pubblicità politica vuol dire censurare la libertà di parola e di espressione.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Twitter ha chiuso migliaia di falsi account propagandistici

Il social network ha eliminato profili fake usati per operazioni di propaganda politica. Erano legati a Emirati Arabi, Egitto, Arabia Saudita, Spagna, Ecuador e Cina.

Operazione di pulizia contro i “troll” della Rete. Twitter ha annunciato il 20 settembre di aver sospeso in modo permanente migliaia di account fasulli, usati per propagare campagne informative e manipolatorie dell’opinione pubblica per conto di alcuni Stati. Gli account sono relativi principalmente agli Emirati Arabi Uniti, ma anche a Egitto, Arabia Saudita, Spagna, Ecuador e Cina.

OLTRE 4 MILA ARRIVAVANO DAGLI EMIRATI CONTRO QATAR E YEMEN

Nel dettaglio, Twitter ha bandito dalla sua piattaforma 4.248 account operati dagli Emirati e polemici nei confronti di Qatar e Yemen. Gli argomenti dei tweet spaziavano dalla guerra civile yemenita al gruppo armato sciita degli houthi. Altri 273 account eliminati, riferisce Twitter, erano utilizzati da Emirati ed Egitto per condurre una «operazione d’informazione sfaccettata con il Qatar come target primario», insieme ad altri Paesi come l’Iran, e per far circolare messaggi a sostegno del governo saudita. Altri sei account sospesi erano collegati all’apparato informativo statale dell’Arabia Saudita. In Spagna, invece, Twitter ha rimosso 265 account fake operati dal Partito popolare. In Ecuador nell’estate 2019 erano stati eliminati poco più di mille account legati al partito Alianza País. In Cina infine, dove ad agosto era stata individuata una rete di 200mila account fasulli volta a «seminare discordia sul movimento di protesta ad Hong Kong», sono stati eliminati 4.301 account.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it