Perché Domani di De Benedetti non darà fastidio a Repubblica

Il quotidiano di Molinari è la matrona del giornalismo italiano e questa cosa «non la scalfisci con un giornale corsaro diretto da ragazzini a meno che non siano capaci di rovesciare il mondo con notizie che nessun altro ha». L'analisi di Peppino Caldarola.

Se anche i giornali, come i partiti, nascono per necessità storica, ovvero perché ci sono diritti, interessi, culture da rappresentare perché diventati invisibili, non c’è ragione che nasca un nuovo giornale di carta. Si dice che manca un giornale alla sinistra. La sinistra ha bisogno di ben di più di un giornale e si comincia a vedere di che cosa si tratta, penso a un partito centrale nel sistema politico – come è il partito di Zingaretti – spostato sulle tematiche sociali, in grado di esser visionario sullo sviluppo, nettamente ecologista ma soprattutto radicato nei territori. Un giornale come quello che l’ingegnere De Benedetti vuol fare accompagnerà questo o solleciterà questo processo? Temo di no. È un giornale che nasce dall’alto, come creazione di un personaggio notevolissimo come l’Ingegnere di fronte allo snaturamento, dice lui, della sua creatura e di fronte all’avidità dei propri figli.

POTREBBE ESSERCI ANCHE LUCIA ANNUNZIATA

Domani sarà un giornale di poca foliazione, diretto da un giovane collega di grandi qualità. Stefano Feltri si era fatto notare nella scuderia del Riformista come un acuto narratore di vicende economiche con una visione che chiamavamo, per l’appunto, riformista. Poi la sorpresa del passaggio al Fatto, quotidiano che sembrava a lui culturalmente lontano, ma evidentemente sbagliavamo perché lì ha fatto una bella carriera (videdirettore) e dava in tv una delle poche immagini umane del prodotto travagliesco. Con Feltri ci saranno molti giovani, dice Carlo De Benedetti, e alcuni senior, probabilmente Lucia Annunziata. La collocazione dovrebbe esser di sinistra, ma conoscendo Lucia non si potrà mai dire quale sinistra sarà, essendo per sua antica vocazione e presunzione, sinistra solo quello che tocca lei.

REPUBBLICA NON CORRE RISCHI

Credo che, passate le prime settimane, Repubblica non soffrirà per la presenza del nuovo giornale. L’arrivo di Molinari, dopo Calabrese e Verdelli, era una pura necessità. Repubblica, prima ancora di essere giudicato per le battaglie che ha fatto, e ne ha fatte tante, va giudicata per la sua presenza , come dire?, scenica. Era la matrona del giornalismo, la sua Wanda Osiris e al tempo stesso la sua Anna Proclemar o Renata Tebaldi. Cotillon e il canto finale della Traviata. Questa roba qui non la scalfisci con un giornale corsaro diretto da ragazzini a meno che non siano capaci di rovesciare il mondo con notizie che nessun altro ha. Sperem. Repubblica per sopravvivere, un po’ ridimensionata, ha un gran bisogno di un pachiderma come Maurizio Molinari, uno che sa tutto, che conta negli ambienti in cui è bene contare, che conosce le cose del mondo.

LA SINISTRA HA BISOGNO DI FARE COSE GRANDIOSE PIÙ CHE DI UN GIORNALE

La sinistra potrebbe aver bisogno di un giornale come l’Unità che fecero Furio Colombo e Antonio Padellaro e che negli ultimi anni della vita del quotidiano mi incitava a fare il mio caro Giampaolo Pansa (e che io non volli fare), cioè un giornale con un nemico da distruggere pezzo a pezzo, anatema con anatema ecc. Eppure io credo che il mondo della sinistra nella sua stragrande maggioranza oggi voglia un’altra cosa. Non voglia strepiti, non voglia casini, sente che è arrivato il momento di fare cose grandiose come il Ponte di Genova. E per fare questo ha bisogno di un partito. Non di un giornale. Ha semmai bisogno, ma è un altro discorso, che la democrazia italiana si tuteli con migliaia di giornali on line, vere vedette della repubblica che denunciano , analizzano, chiamano alla ribalta intelligenze periferiche spesso assai più utili di consumati commentatori.

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Sondaggi Ixé: Lega al 26%, Pd al 22,6

La quarantena vale 15 punti in più di consenso per il premier Giuseppe Conte che trascina anche il M5s in leggero rialzo al 16%.

Il consenso in aumento per il premier Conte traina il Movimento Cinque Stelle, la Lega resta il primo partito ma cala ancora. Sono questi i principali risultati del sondaggio condotto da Ixé per Carta Bianca – Rai tra il 6 e il 7 aprile.

LA QUARANTENA VALE 15 PUNTI DI CONSENSO PER GIUSEPPE CONTE

Secondo la ricerca che ha un margine di errore del +-3,10%, la Lega resta in testa con il 26% (dal 26,2 della scorsa settimana), otto punti sotto il dato delle elezioni Europee, seguita dal Pd, stabile al 22,6. Si conferma anche il tendenziale recupero del Movimento 5 Stelle, al 16% dal 15,6 della scorsa settimana, probabilmente da collegare all’ulteriore balzo del gradimento del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che arriva a toccare il 57% (15 punti in più dall’inizio della quarantena).

FDI AL 12,5%, FI AL 7,5%, SINISTRA AL 3,5%, ITALIA VIVA ALL’1,9

Nella maggioranza Italia Viva è al 2 dall’1,9, La Sinistra al 3,5 dal 3,9 mentre all’opposizione Fdi è al 12,5 dal 12,8 e Fi al 7,5 dal 7,4.

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Un po’ Sardina, un po’ Elly Schlein, una nota di Trap: il partito del futuro

La politica va ripensata radicalmente. Serve avviare il reset di sistema, cominciando a immaginare una nuova formazione sintonizzata con le sensibilità e le forme organizzative che Internet e le tecnologie stanno disegnando. Cinque proposte per aprire il gioco.

«Il prezzo pagato dalla brava gente che non si interessa di politica è di essere governata da persone peggiori di loro». Siamo così contemporanei da essere costretti a riscoprire Platone.

Il dopo elezioni regionali ci consegna infatti istantanee partitiche pietose: il Movimento 5 stelle convoca Stati Generali che non hanno mai portato bene, dalla Rivoluzione francese in poi, a chi li ha convocati. Forza Italia che esulta in Calabria mentre quasi scompare in Emilia-Romagna, a conferma di due Italie sempre più divaricate. Il Pd che prima annuncia il cambio di nome ma poi ci ripensa: «Contrordine compagni».

In linea peraltro con le tante giravolte e proposte estemporanee delle forze e leader minori che sgomitano per sopravvivere.

IDEE PER AVVIARE IL RESET DI SISTEMA

Senza parole e senza futuro. Personalmente mi sento così e credo tanti come me. Convinti però sia urgente ripensare radicalmente la politica. Avviare il reset di sistema, cominciando a immaginare cornice e tratti di un partito nuovo e tale perché sintonizzato con le sensibilità e le forme organizzative che Internet e le tecnologie stanno disegnando. Ossia essere un partito, di sinistra o destra allo stesso modo se condivide questa doppia evocazione, ancorato alla triade costitutiva dell’attuale società che è digitale, mobile, social.

LEGGI ANCHE: Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

E così dicendo aggiungerò che queste considerazioni sono sociologiche, un po’ immaginarie e futuriste. What if. Cosa accadrebbe se…A partire dalle Regionali che pure hanno offerto qualche novità, sia pure sotto traccia o allo stato embrionale. Che potrebbero avere sviluppi o al contrario rivelarsi effimere. Insomma il gioco delle possibilità è aperto. Le seguenti considerazioni, organizzate in 5 punti, vogliono solo aprire il gioco.

1. PARTITO.COM: L’ESEMPIO DELLE SARDINE

Il Partito.com o il partito nuovo che c’era. Il senso (paradossale) è presto detto. Allude a un partito che accoglie tutte le istanze peculiari di un ecosistema digitale. Ovvero comunicazione veloce e personalizzata. Organizzazione territoriale che sfrutta o costruisce reti civiche. Così come il data base del proprio pubblico/elettorato. Il partito.com presidia la Rete e i social. Ma allineando lo storytelling politico con le attività concrete, di informazione e mobilitazione sul territorio, che sono state prerogative del partito di massa. La logica è la stessa che viene raccomandata ai brand e alle attività commerciali di mixare l’online e l’offline. Un esempio convincente sono state le Sardine, convocatesi con un flashmob lanciato su Facebook, riuscendo però a riempire piazze reali. Con un invito e un like, ma trovandosi in piazza tutti assieme a cantare Bella Ciao.

2. IL PARTITO HUB: SULLA SCIA DI STEFANO BONACCINI

Il partito hub. L’immagine o modello di riferimento è un hub aeroportuale. Punto di partenza e arrivo dei diversi modi di militare e identificarsi in un movimento politico o in un programma. In nuce il partito hub ha fatto le prove tecniche nello schieramento che si è riconosciuto in Stefano Bonaccini. Non un cartello elettorale come già si è visto in tante tornate, ma un insieme di liste autonome e portatrici di un programma specifico. Ognuna d’esse in grado di mobilitare un proprio elettorato. Ora, onestamente, non credo che questo fosse un disegno. Tuttavia per quanto non pianificato è da questo tipo di partito aggregatore, proprio come gli aggregatori di news o siti Internet, che scaturisce la visione di una struttura partitica che fa propri i modi di condivisione costitutivi del web.

3. IL PARTITO PUZZLE: LA COMPLEMENTARIETÀ

Il partito puzzle. Riprendendo l’ultimo concetto va specificato che condividere non significa allearsi, concetto e pratica ben conosciuti alla politica tradizionale. Condividere significa non solo fare rete. Bensì fare nodo di rete, ovvero specificare le diverse funzioni all’interno del nodo, renderle complementari e integrarle. O meglio: ottimizzarle. In altre parole anziché il partito omnibus che si occupa di tutto, più partiti segmentati & associati che condividono una visione di società e un programma comune e si mobilitano su temi e argomenti specifici. Il partito puzzle è un partito virtuale al quale aderiscono movimenti, associazioni, gruppi civici, ognuno con le proprie identità e specifici interessi. Un partito che si compone e scompone alla bisogna. È mobile. Ed è tutt’altra cosa rispetto alla forma partito tradizionale organizzata in gruppi di lavoro o aree tematiche (ambiente, economia e lavoro, cultura…).

4. RAP O TRAP-PARTITO: ALLA CONQUISTA DELLA GENERAZIONE Z

Rap o Trap-partito. Cosa insegnano alla politica i cantanti rap e trap ce lo spiega una bella riflessione di Andrea Girolami che, per quanto riferita al mondo dell’informazione, dà alla politica degli ottimi consigli. I vari Ghali, Mahmood e Machete Crew pur essendo rivali, sono coinvolti in una trama comune, collaborativa, si invitano nei rispettivi concerti, si scambiano idee e consigli. Fanno squadra, per disegnare strategie, soprattutto di comunicazione, che puntino alla conquista del pubblico. Che sulla Rete è formato soprattutto da millenial e Generazione Z: ovvero persone fluide, crossmediali, che per agganciarle bisogna raccontarle bene e giuste. «Stasera live a Milano Ferruccio de Bortoli e, dall’altro lato della città, Gemitaiz. Tu da che parte stai?». Basta sostituire il nome dell’ex direttore del Corriere della Sera ai leader dei vari partiti, per rendersi conto che quasi tutti stanno ancora nel vecchio mondo. Quello pre-Rete, incarnato nella sua massima espressione da Silvio Berlusconi: il progenitore dei due Mattei (i gemelli diversi Salvini e Renzi), versione giovanilista, ma decrepita, dell’attuale tipologia di leader che a ogni latitudine è presuntuosa, vanagloriosa e irrispettosa dell’avversario. L’immagine di Nancy Pelosi che, appena Donald Trump termina il discorso sullo Stato dell’Unione trasformato in un becero comizio elettorale, ne straccia i fogli è solo l’ultima istantanea di una politica al capolinea. Almeno si spera.

5. PARTITO REPUTAZIONALE: SULLA SCIA DI ELLY SCHLEIN

Il Partito reputazionale. È ideologico e non post ideologico. Pone fine all’ultratrentennale processo di “inversione ideologica”, cioè al rovesciamento del significato di concetti fondamentali, come scrive  Jonathan Friedman in Politicamente Corretto facendo l’esempio del termine nazionalismo, che era un valore progressista negli Anni 50 e 60, e ora invece è considerato reazionario. Il partito reputazionale obbliga alla chiarezza (anche di linguaggio). Tanto che, per dirne una, la parola progressista diventa improponibile. La credibilità del partito, la sua reputazione, può essere continuamente monitorata e misurata. Un ascolto attento è la premessa per proposte e scelte efficaci. Un partito di nuova generazione, non può (non potrà) prescindere da persone e volti nuovi. Giovani e soprattutto donne, che non siano come oggi controfigure maschili, bensì persone capaci di interpretare l’attuale momento, di trasformazione distruttiva, e proporre soluzioni a problemi (questione sociale e ambientale) diventati drammatici e non più eludibili con promesse facili o richiami alla conservazione. Ossia con salvinate o melonate. La determinazione, competenza e chiarezza espositiva di Elly Schlein sono un’indicazione bipartisan di percorso e di metodo. Che già esprime leadership femminili in varie parti d’Europa e ha un autorevole  punto di riferimento in Sanna Marin, la 34enne premier finlandese.

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Dopo il fallimento di Corbyn solo le donne possono salvare la sinistra

Contro il batterio della sconfitta servono candidate che strappino la leadership ai maschi e poi battano le destre. Non certo quelle della vecchia Casta femminile selezionata dagli uomini, come accade nel Pd. La possibilità di ripresa è tutta in questa rivoluzione culturale.

La sconfitta di Jeremy Corbyn nel Regno Unito parla come un testamento. Quella strada lì per la sinistra è chiusa. Il leader laburista aveva suscitato molte speranze nella disgraziata sinistra mondiale e con l’americano Bernie Sanders rappresentava la coppia di “terribili vecchietti” che sembrava aver resuscitato antiche passioni, idealità sopite, sogni di gloria.

TRAMONTATI GLI ULTIMI FENOMENI DI IMPORTAZIONE

In verità Corbyn aveva deluso una parte della sinistra, penso a quelli come me, che erano rimasti sfavorevolmente colpiti da come si era mal difeso dall’accusa di antisemitismo. Ma il corbynismo e il sanderismo sono stati gli ultimi due fenomeni di importazione per una sinistra italiana in cerca di autore.

RENZI GONGOLA, MA HA INANELLATO SCONFITTE PURE LUI

Matteo Renzi oggi gongola come se lui e il suo idealtipo, Tony Blair, avessero condotto la sinistra a chissà quali successi. Nel caso del leader britannico qualche anno di gloria c’era stato prima del tracollo. Il leader italiano ha vissuto su un voto europeo, quello del 40% nel 2014, e poi su una successione di sconfitte che solo lui poteva inanellare.

Sia la sinistra che si fa destra sia la sinistra che torna gauchiste perdono le elezioni perché l’una non parla al popolo e l’altra perde di moderazione e di cultura di governo

È un dato di fatto, direi finale, che sia la sinistra che si fa destra sia la sinistra che torna gauchiste perdono le elezioni perché l’una non parla al popolo e l’altra perde di moderazione e di cultura di governo. La sconfitta del laburismo britannico fa riflettere anche sulle tardive autocritiche attorno al neo-liberismo che hanno portato d’un colpo, senza un minimo di elaborazione, tanti teorici delle privatizzazioni, anche in Italia, a passare dal primato del privato alla nuova esaltazione dello Stato. Accade così quando si vive alla giornata. Di questo passo è facile attendersi la vittoria di Donald Trump nel 2020 se a opporsi a lui saranno candidati che dimenticheranno gli elettori più moderati. E allora la frittata internazionale sarà fatta.

SERVONO DONNE CHE IL POSTO SE LO CONQUISTANO

C’è finora una sola tendenza che contrasta questo batterio della sconfitta ed è la vittoria di donne di sinistra che si mettono in lizza e battono le destre, dall’Europa ai Continenti più lontani. Parlo di leader che non vengono dalla vecchia Casta femminile selezionata dagli uomini, come tante donne politiche italiane soprattutto di sinistra e del Partito democratico (basta guardare il governo Conte II), ma di figure femminili che il posto di prima fila se lo sono conquistato contro leadership maschili.

ESEMPIO BRITANNICO DA DIMENTICARE IN FRETTA

La sinistra italiana a questo punto non deve dimenticare Corbyn con la stessa facilità con cui dimenticò un altro naufrago, il francese Lionel Jospin, che lanciò involontariamente il vecchio Jean-Marie Le Pen, ma neppure deve soffermarsi troppo sul corbynismo. Le due idee forza di questa stagione britannica, il ritorno alla grande dello Stato imprenditore e un partito governato da “vecchie sardone”, sono da dimenticare.

IL POPOLO VUOLE LA DESTRA? UNA STUPIDAGGINE

Alla sinistra di oggi serve quella rielaborazione della realtà che le eviti facili scorciatoie o immotivate paure. È una scorciatoia immaginare che se ti sposti più a sinistra raccogli il voto dello scontento, è una stupidaggine dei sinistri salvinizzati l’idea che il popolo voglia la destra. Lasciate andare Federco Rampini al suo destino di naufrago del clintonismo.

BASTA COI LEADER MASCHI ALLEVATI DALLA TIVÙ

La nuova sinistra possiamo immaginarla sognatrice, in perenne scontro con le ali più estreme del capitalismo, internazionalista e europeista, solidale e cooperativa ma soprattutto con leader che non siano vecchi o giovani maschi allevati dalla tivù, ma giovani e meno giovani donne che sappiamo portare il peso di ideali e di nobile concretezza.

PINOTTI, SERENI, SERRACCHIANI: TUTTE A CASA

È un generale “tutti a casa” che deve mettere in un unico cesto maschi che dominano da anni la scena politica della sinistra italiana e le varie Roberta Pinotti, Marina Sereni, Debora Serracchiani e altre invenzioni di Piero Fassino o Walter Veltroni.

LA MELONI IN QUESTO È PIÙ AVANTI

La destra su questo stesso tema, questa destra che è chiaramente maschilista e sessista, ci sta dando punti facendo emergere dai fondali dei sondaggi Giorgia Meloni, una ex ragazza piena di “cazzimma”, che parla con toni da guerra nucleare ma rappresenta la sepoltura di quella generazione di fighetti fuoriusciti dal Msi con il vestito della domenica.

OCCORRE GENTE STUDIOSA CHE VA IN MANIFESTAZIONE

Il fenomeno delle sardine, di breve o lunga durata, non lo sappiamo, seppellisce anche una sinistra che è stata molto attiva sui social. Sono i nipotini del glorioso Manifesto, che si riuniscono in piccoli circoli neo-marxisti, che diffondono il pensiero dei “vecchietti terribili” ma che non hanno mai partecipato né a uno sciopero né a una battaglia di quartiere. Questi ragazzi e ragazze neo socialisti della cattedra non ci servono. Serve gente studiosa che se vede un accenno di movimento ci si tuffa dentro, che tra un convegno e una manifestazione preferisce la seconda, che non esalta il popolo ma ci vive dentro.

SPERANDO CHE SALVINI SI FREGHI DA SOLO, COME SEMPRE

La possibilità di ripresa è tutta in questa rivoluzione culturale e sarà una strada lunga da percorrere. Per fortuna che di fronte a noi c’è la possibilità che Matteo Salvini faccia la sua cazzata solita. Solo il pub che gli darà la birra peggiore della Lombardia potrà salvarci da lui.

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Germania, la nuova Spd contro l’establishment di Merkel

L’ala giovanile Jusos dietro i nuovi leader dei socialdemocratici Esken e Walter-Borjan. Via austerity e pareggio di bilancio, bene comune e lavoro i cardini. Ma serve un compromesso per governare con la cancelliera fino al 2021.

Vorwärts, avanti. La marcia della Spd targata Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken è a «sinistra, come si deve». Verso il futuro, perché l’appoggio decisivo ai due nuovi leader del partito arriva dagli Jusos, l’ala giovanile dei socialdemocratici tedeschi che nel 2017,  sotto elezioni, organizzò un rumoroso tour contro una nuova grande coalizione con Angela Merkel. La ragion di stato, e dell’establishment della Spd, prevalse. Ma da allora il cuore della socialdemocrazia europea ha continuato a perdere colpi per il compromesso, precipitando sotto il 15% dei consensi. Fino al prevalere delle retrovie di sinistra, alla fine di un lungo percorso delle primarie tra gli iscritti che ha investito di oneri e onori il duo  Esken e Walter-Borjans. Un capolavoro politico, per molti in Germania, del leader degli Jusos Kevin Kühnert, volto fresco e carismatico e politico incisivo. Il vero nuovo della Spd, l’uomo che ha in mano le chiavi del partito.

Germania Spd nuovi leader sinistra
Il leader dell’ala giovanile dei socialdemocratici (Jusos) Kevin Kuehnert, sponsor e architetto della nuova leadership. ANSA.

STOP A NEOLIBERISMO E AUSTERITY

In questi mesi il 30enne berlinese ha disseminato interviste e apparizioni in tivù. Incontri, dibattiti, strette di mano e rassicurazioni. La base ha votato poi la sua linea, incarnata come per magia dagli esponenti della Spd da sempre meno in vista e più a sinistra. Come lo era una volta l’ex presidente, prima leader donna dei socialdemocratici, Andrea Nahles, dimissionaria a giugno dopo le brucianti sconfitte alle Regionali. Al contrario di Nahles, Walter-Borjans ed Esken hanno sempre rigettato le politiche annacquate dell’Agenda 2010, fuori da ogni incarico di governo. Fedeli alla linea anti-neoliberista, abbracciata dalla sezione giovanile e dalla maggioranza degli elettori Spd. Walter-Borjans, 67 anni, economista ed ex ministro delle Finanze del Nord Reno-Westfalia, il fortino rosso dove è cresciuto da figlio di un carpentiere, al Congresso ha attaccato senza peli sulla lingua l’austerity di Wolfgang Schäuble, a lungo numero due (per qualcuno numero uno) dei governi Merkel.

Standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco: salario minimo a 12 euro l’ora

Saskia Esken (Spd)

VIA IL PAREGGIO DI BILANCIO

La Spd ne è stata complice nella penultima grande coalizione del 2013. Ancora con il socialdemocratico Olaf Scholz alle Finanze, al posto di Schäuble, le cose non vanno. «Serve un’offensiva sociale per l’Europa e i conservatori non la vogliono», ha scandito il Robin Hood dei contribuenti, hanno ribattezzato Walter-Borjans in Germania, «pareggio di bilancio e stop a debito pubblico devono saltare se vanno contro al futuro dei nostri figli». Esken gli ha fatto eco, rilanciando il salario minimo a 12 euro all’ora, «standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco». Lontani ancora soprattutto nell’Est (capitale inclusa), dove il divario salariale e dei contratti di lavoro con la vecchia Germania Ovest resta considerevole. Ma anche tra i giovani tedeschi pesano le tutele ridotte rispetto alla generazione dei genitori. A maggior ragione con i tagli in vista di migliaia di posti di lavoro per la frenata dell’economia e per l’informatizzazione, «è tempo di cambiare politiche del lavoro».  

Germania Spd nuovi leader sinistra
Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, nuovi leader dei socialdemocratici tedeschi. ANSA.

BENE COMUNE CARDINE DELLA SPD

Esken, 58 annui, rossa deputata di un Land da sempre conservatore come Merkel, resta «scettica sul futuro della Grande coalizione». Con il braccio destro Walter-Borjans non è perentoria: «Compromessi sono possibili» anzi «realistici», a patto di «non cambiare opinioni per disciplina verso la Grande coalizione». È quanto, messo alle strette, predica anche il giovane Kühnert, «la testa dietro il successo elettorale di Esken e Walter-Borjans» commenta anche der Spiegel: «Critico della grande coalizione, ma per restare nell’esecutivo». Più facile a dire che a farsi influenzare, da minoranza decisiva nel governo, la maggioranza di Merkel. Nessuno ce l’ha ancora fatta. Nonostante la consunzione della Cdu-Csu, la Spd si è imposta come sinistra di opposizione e di governo. La precondizione degli Jusos per non rompere le larghe intese è che il «bene comune» torni cardine della Spd: «Via la logica di Scholz, più Mitgefühl». Solidarietà, empatia per i bisogni sociali.

La nuova Spd conta di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà

DUE ANNI PER RICOSTRUIRSI

Così deve parlare un partito di massa di sinistra, anche per riconquistare elettori. Spira un vento nuovo, dalla platea del Congresso è un’ovazione per i favoriti di Kühnert. Esken è passata con il 76%, Walter-Borjans con l’89%, più del 66% di Nahles nel 2018. Mentre Kühnert è il lizza per la vicepresidenza della Spd. L’entusiasmo è segnale positivo, ma anche Martin Schulz fu eletto a maggioranza bulgara nel 2017: il 100% e poi fuori un anno dopo. Come Nahles, uno stillicidio. Non è però un’allegria di naufragi: la nuova leadership conta, probabilmente, di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà. L’orizzonte temporale non è dilatato, può permettere di evitare il voto nazionale anticipato senza sconfessarsi. In due anni la Spd può riprendere fiato e ricostruirsi un po’, passate le burrasche del 2019 delle Regionali e delle Europee. Sempre che il cambiamento non sia, come spesso ultimamente, più rapido di ogni previsione.

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Il Pd insiste sull’alleanza M5s-sinistra per arginare Salvini

Franceschini: «Costruiamo un campo contro questa destra o ci ritroviamo la Lega a Palazzo Chigi». Ma l'agenzia di rating Fitch: «Le tensioni tra i giallorossi mettono a rischio il governo».

Non riescono a trovare un’intesa sulla riforma della prescrizione. Erano in disaccordo a proposito di legge elettorale, salvo poi trovare una convergenza sul proporzionale. Li divide lo ius soli. E anche in tema di nomine Rai si sono sfidati a colpi di veti incrociati. Nonostante tutto, Partito democratico e Movimento 5 stelle sembrano orientati a prolungare la loro esperienza insieme. Soprattutto da parte piddina. Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo nonché capodelegazione dem nel governo Conte II, ha detto a Porta a porta: «Al di là delle differenze, bisogna arrivare alla prospettiva di un’alleanza M5s-sinistra».

IN COMUNE C’È L’AVVERSARIO DA BATTERE

Un aspetto in comune pare ci sia: l’avversario da battere. «Per fermare questa destra bisogna arrivarci, la partita è troppo delicata per fermarsi. Va costruita questa prospettiva nel Paese, un campo che eviti Matteo Salvini a Palazzo Chigi e abbia alla base dei principi etici e politici», ha aggiunto Franceschini.

«GLI ITALIANI NON SONO DIVENTATI ESTREMISTI»

Poi bisogna sempre fare i conti col consenso elettorale, visto che stando ai sondaggi il centrodestra è a un passo dal 50%. Franceschini però non crede «che gli italiani siano diventati estremisti, intercettano un sentimento, lo cavalcano e i voti vanno in quella direzione. Bisogna costruire un campo competitivo contro quella destra estrema, e siamo competitivi solo stando insieme, lo dicono i numeri».

MA L’INCERTEZZA POLITICA CREA ALLARMI

Il guaio è che stando assieme spesso si finisce a litigare. E non a caso Fitch è preoccupata per il clima di incertezza politica che persiste in Italia e che rappresenta un fattore di rischio per un’economia che resta praticamente in stagnazione. È l’allarme che si legge nel capitolo nel Global Economic Outlook pubblicato dall’agenzia di rating: «I negoziati sulla legge di bilancio del 2020 hanno messo in evidenza le tensioni politiche tra il M5s e il Pd. Le complesse relazioni tra le due formazioni rappresentano un rischio per la durata dell’esecutivo per l’intera legislatura».

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Nel mare della propaganda gli intellettuali di destra affogano

Sono convinti di vivere la stagione del grande cambio dell’establishment ma non vedono la novità della presenza di movimenti che arrivano diritti al cuore di tanta parte dei cittadini. Verrà da qui la sorpresa amara per loro.

Un tema italiano è quello del rapporto fra intellettuali di destra e la politica. Per dirla in poche parole, quante ne sono consentite su un giornale online, dobbiamo fare una prima distinzione che eviti di chiamare “destra” tutto ciò che si oppone alla sinistra e che si dichiari conservatore.

La questione più interessante non riguarda intellettuali che vengono dalle fila nobili del conservatorismo italiano e dall’anticomunismo democratico, ma proprio quelli che vengono da storie che sono intricate con la destra vera, quella che si coagulò attorno al Msi, da Giorgio Almirante a Gianfranco Fini.

L’errore della sinistra è sempre stato quello di non aver concesso, come se spettasse a lei dare questa concessione, a questo mondo la titolarità di rappresentare una cultura vera. L’egemonia culturale della sinistra è stata spesso esercitata con grande demagogia e supponenza e con voglia di escludere che non hanno giovano al dibattito e alla riappacificazione.

QUEGLI EX FASCISTI CHE SI SENTONO CORPO ESTRANEO DELLA REPUBBLICA

Anche oggi, dico una cosa scomoda, noi antifascisti ci ostiniamo, nella difesa sacrosanta dei nostri principi e della nostra storia, a riconoscere che l’altra parte ha un blocco di idee con cui vale la pena discutere. Pigi Battista ha scritto un libro bellissimo sul suo papà fascista e di quel libro mi ha sempre colpito la descrizione di un vecchio signore, affermatissimo avvocato, difensore anche di “nemici”, cittadino esemplare che ha sempre vissuto come estraneo in questa Repubblica. Insomma, fra le tante revisioni che si chiedono alla sinistra c’è quella di abbandonare la supponenza e di riconoscere le storie degli altri proprio per combattere di quelle storie gli effetti politici di cui si è avuto paura e che tuttora inquietano.

Sarebbe bello avere di fronte e discutere con intellettuali che non si sentono, in questa Repubblica, come nella loro patria

C’è però un passo in avanti che l’intellettualità di destra non fa. Faccio due esempi. Il primo è sciogliere quel nodo che ha definito la vita intellettualmente tormentata del papà di Pigi Battista. Sarebbe bello avere di fronte e discutere con intellettuali che non si sentono, in questa Repubblica, come nella loro patria. Vorrei capire le ragioni, le aspirazioni, i fondamenti culturali. Il secondo riguarda l’idea che traspare in molti di loro, soprattutto come al solito nei nuovi venuti, ex forzisti ed ex comunisti e socialisti, di vivere la stagione del grande cambio in cui cade l’establishment e inizia una nuova era. Le cose non stanno così.

LA MIOPIA DEGLI INTELLETUALI DI DESTRA CHE IGNORANO I MOVIMENTI

Non nego, mi arrendo all’evidenza, che ci sarà una prevalenza elettorale della destra ma quello che gli intellettuali di destra non vedono sono due fenomeni:

A) La fragilità culturale del proprio campo sul terreno dell’immaginazione politica. La Lega ha perso l’unica idea che aveva, il Nordismo, ed è oggi un confuso partito xenogfobo, statalista, amico dei nemici dell’Europa. La gara fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, segnalata da queste colonne da mesi, rivelerà quanto la destra di tradizione sia il nemico principale della destra arruffona e ubriaca (per carità nessun riferimento personale, giuro) del mondo leghista.

B) Non vedono questi intellettuali di destra che da gran tempo si affollano i segnali di un nuovo protagonismo di massa. Sono movimenti spesso usa e getta, nascono e scompaiono, ma sempre più spesso rivelano una profondità nella società e un asse culturale “repubblicano” che rifiuta quasi tutto della vecchia sinistra per chiedere una politica tollerante, nemica della guerra civile. Molti critici di sinistra dicono che è poco. Io dico che è molto.

Piazza Duomo gremita, a Parma, per l’adunata delle ‘sardine’ del 25 novembre 2019.

Gli intellettuali di destra non vedono la novità , anch’essa, carsica, della presenza di movimenti di donne con temi e mobilitazioni fantasiose che arrivano diritti al cuore di tanta parte dei cittadini, non solo alle donne. Verrà da qui la sorpresa amara per la destra. Il fatto che i suoi intellettuali si blocchino con l’idea del grande cambio e non vedano che alle loro spalle sta crescendo un’ondata che li sommergerà la dice lunga su quanti passi indietro abbia fatto la cultura politica italiana, sia a destra sia a sinistra.

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Sardine nuotate a Sud e liberate la sinistra

Il nuovo movimento nato per contrastare Salvini si sporchi le mani. E scenda anche nel Mezzogiorno per rimediare allo scempio che Pd e soci stanno facendo in Puglia e Calabria.

Il dilagare delle Sardine è una buona cosa non solo perché indica una vitalità crescente contro la politica di Matteo Salvini, ma perché dice che la società reagisce agli stimoli, brutti o buoni (in questo caso brutti), della politica.

Non è una novità nella storia recente del Paese veder scendere in piazza auto-organizzati movimenti di protesta. Si può partire dai girotondi, si può indicare un punto di svolta nelle donne di «Se non ora quando». Ancora le donne presero l’iniziativa a Torino e Roma così male amministrate e oggi abbiamo in Emilia-Romagna questo nuovo fervore ribelle che si starebbe estendendo in tutta Italia.

LE PARABOLE DEI MOVIMENTI A-PARTITICI

Il dato saliente è che si tratta di movimenti a-partitici anche se prevalentemente di sinistra. Tranne i girotondi che ebbero riferimenti in area Ds e nel sindacato, tutti gli altri si sono tenuti alla larga dalle formazioni politiche. Questo ha segnato la loro “purezza”, ma anche la loro temporaneità. Il tema che propone lo svilupparsi e il morire di movimenti di questo tipo è che non trovano mai un interlocutore politico che, rispettandone l’autonomia, sappia dialogare con loro e li aiuti a strutturarsi come componenti della società civile.

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Le Sardine si muovono di fronte alla pretesa di Salvini di «liberare l’Emilia-Romagna». È una stupidaggine troppo grande. Tutto si può capire, anche la eventuale voglia di cambiare da parte dei cittadini (fu così con Giorgio Guazzaloca che, a differenza di Lucia Borgonzoni, era un signore sveglio e preparato), ma la ridicolaggine di rappresentare Bologna e le altre città emiliano-romagnole come sentina di vizi poteva venire in mente solo ai leghisti a giornalisti ex clintoniani che in tivù sparlano di città governate dalla sinistra.

IL DISASTRO DELLA SINISTRA IN CALABRIA E PUGLIA

Le Sardine, però, estendendosi dovranno sporcarsi le mani con le crisi della sinistra. Possono essere indifferenti alla scempio di sé che sta facendo la sinistra in Calabria? Si può accettare che in Puglia si combattano il solito Michele Emiliano, una ex deputata europea ed ex assessora regionale e un consigliere regionale attuale? Siamo ormai al numero chiuso, siamo di fronte al fatto che non deve crescere un pianta. Ecco in queste regioni meridionali le Sardine devono avere un impatto forte nel dibattito nella sinistra. Devono pretendere il cambiamento. E il partito che Nicola Zingaretti vuole rifondare deve chiedere aiuto a queste forze nuove per congedare chi non si rassegna a occupare posti e ne cerca sempre altri. E basta, no?

SERVE PULIZIA E UN AIUTO A QUESTA RIVOLUZIONE

Le Sardine se sapranno nuotare senza paura dei gatti di Salvini devono anche evitare la pesca a strascico dei vecchi marpioni di sinistra. Il tema della democrazia italiana non sta solo nella minaccia che un uomo inadatto arrivi al potere, ma anche nel fatto che chi dovrebbe contrastarlo è altrettanto inadatto, anche se per ragioni  diverse. Mi piacerebbe se qualche vecchio dirigente, un po’ alla Bernie Sanders, decidesse di incoraggiare ragazze e ragazzi a fare un po’ di pulizia nella grande e ormai sbrindellata casa della sinistra. Io insito a pensare, e a scrivere, che la destra salviniana non durerà a lungo: in primo luogo perché sarà insidiata dalla destra tradizionalista di Giorgia Meloni; in seconda battuta perché a furia di madamine e di Sardine alla fine ci sarà un vero grande movimento che spazzerà via tutto. Spero che la sinistra aiuti questa “rivoluzione”.

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Lilli Gruber su machismo, politica, Salvini e Südtirol

La conduttrice di Otto e mezzo, autrice di Basta!, punta il dito contro l'Internazionale del testosterone. E sul leader della Lega dice: «Chi non è in grado di passare dallo stile sbracato a quello istituzionale ha un problema nel gestire certi ruoli». L'intervista.

La «recrudescenza del machismo è la spia di una paura diffusa, quella di perdere il controllo e il potere». Così Lilli Gruber spiega Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone (Solferino), l’ultimo libro scritto per rispondere a quella che la giornalista definisce «l’Internazionale del testosterone». 

Lilli Gruber alla presentazione del suo libro ‘Basta’.

DOMANDA. L’ondata di leader “testosteronici” è una sorta di autodifesa del potere maschile davanti alla richiesta sempre più insistente di politiche femminili?
RISPOSTA. Attenzione, il problema non è il potere maschile ma il potere machista che si perpetua per cooptazione. Che trova nell’insulto, nella legge del branco e nella violenza il collante per generare lealtà. E che è pericoloso perché è privo di ideali, persino di ideologie: ha solo lo scopo distruggere le strutture della convivenza democratica, che tutelano la libertà dei cittadini.

L’opinionista francese Éric Zemmour sostiene che il vero problema sta nella femminilizzazione eccessiva della società. Cosa ne pensa?
Zemmour ha diritto alle sue opinioni, io sono andata a cercare i fatti. Mi sembra difficile definire “femminilizzata” una società in cui parlamenti, governi, palazzi presidenziali, consigli d’amministrazione, redazioni di grandi media sono ancora in larghissima maggioranza gestiti da dirigenti uomini. I numeri parlano, il resto sono appunto opinioni che non ci portano granché lontano.

Se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi

Non sono esistite e non esistono anche leader donne “testoteroniche”?
Il punto non sta nell’opporre femminile e maschile: discussioni come quella sull’essenza della leadership saranno interessanti per la filosofia ma sono piuttosto sterili. Più interessante, invece, analizzare la struttura del potere e le regole su cui si basa. Si vede che questa struttura è stata creata da maschi e oggi è gestita da maschi. Lo dicono i dati e lo dicono millenni di storia. A quante condottiere, cape di stato, scienziate e artiste riusciamo a ricordare? Ebbene, se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi. Non hanno ancora avuto il potere di cambiare le regole. Ma se al potere ci fosse un numero di donne pari a quello degli uomini, questa struttura cambierebbe. 

Dai cda alla strada: qualche esempio nella vita quotidiana?
I farmaci verrebbero sperimentati anche sul corpo femminile invece che quasi esclusivamente su quello maschile e avremmo un diverso sistema sanitario. Le città verrebbero riprogettate per le esigenze di chi da sempre deve muoversi per commissioni multiple nel corso della giornata – scuole, genitori anziani – e avremmo un diverso sistema di mobilità urbana. Il lavoro domestico e di cura, oggi svolto al 75% dalle donne, verrebbe redistribuito generando un diverso modello di lavoro e di convivenza. E così via. Io desidero vedere questo cambiamento strutturale. Perché sarà un mondo più giusto.

Lei si è occupata del machismo di leader come Donald Trump, Matteo Salvini, Recep Tayyp Erdoğan, Vladimir Putin. Perché non ha approfondito anche casi che coinvolgono personaggi più vicini alla sinistra come Strauss-Kahn, Assange, Chávez?
Perché non sono più al potere, e Julian Assange non lo è mai stato. In un pamphlet che si occupa dell’attualità avrebbero avuto un interesse piuttosto limitato. Per ragioni di spazio, se è per quello, non ho parlato nemmeno di Viktor Orbán o del primo ministro indiano Nanendra Modi, che pure sono al potere e piuttosto pericolosi. Ma soprattutto, nulla lega fra loro tutti gli uomini citati: è un semplice elenco. Invece a fare da collante alla lega l’internazionale machista è una rete tessuta con interessi ben precisi e che minaccia la tenuta delle nostre democrazie. È molto evidente se guardiamo in modo sistemico alla loro azione politica e alle forze che li finanziano. È questo che trovo pericoloso e che dovrebbe spaventare tutti noi.

I toni delle paginate di critiche che mi hanno riservato i quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa

Lei ha raccontato che l’idea del libro è nata dopo la polemica con Salvini. Più recentemente ha battibeccato anche con Vittorio Feltri a causa di un articolo che la riguardava…
L’articolo polemico è del tutto legittimo. Quella che io notavo, con interesse, era la levata di scudi di tutta la stampa di destra il giorno dopo l’uscita del mio libro. Paginate di critiche su quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, i cui toni sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa. Ma fa piacere vedere che quando assumono una dose della loro medicina sessista il livore di questi opinionisti si trasforma in un singhiozzo politicamente corretto: forse possono essere redenti.

Restando alla comunicazione: come è cambiata in questi decenni quella dei politici?
La comunicazione è cambiata per tutti, è diventata più veloce, molti dicono che ormai non ci sono più contenuti ma solo slogan. In realtà non credo che la comunicazione del passato mancasse di slogan: quante parole d’ordine democristiane o comuniste abbiamo sentito ripetere a pappagallo? Però noto che la comunicazione tra politico ed elettore oggi tende a rifugiarsi in un’idea di mimesi: votami perché io sono come te. Ma io non voglio che chi mi rappresenta sia “come me”, voglio che sappia fare cose che io non so fare, per esempio gestire l’economia di un sistema complesso come l’Italia. Voglio la competenza. Ecco, il difetto della comunicazione politica oggi è la pigrizia di sostituire all’idea della competenza l’ideologia dell’identificazione.

La peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale

Salvini è “campione” nella comunicazione, sovraesposto sia sui social sia sui media tradizionali.
La sovraesposizione è di tutti, i social hanno sdoganato un certo modo di autorappresentarsi, di mettere in piazza la propria vita privata. È evidente che tutti abbiamo spazi di relax, di déshabillé e di relazione, ma oggi questi spazi sono diventati strumento di azione politica. Non si può tornare indietro ed è stupido ripetere: «Si stava meglio quando si stava peggio», ormai è così. Però la forma è sostanza: la peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale.

E quali sono i problemi della comunicazione della sinistra, visto che continua a perdere?
La sinistra non perde per mancanza di comunicazione, ma per mancanza di coraggio. E perché non ha saputo valorizzare i talenti femminili al proprio interno, lasciandosi incredibilmente superare a destra nella corsa alla parità dato che oggi il partito che guadagna più consensi è guidato da una donna: Giorgia Meloni.

Ma esistono poi ancora destra e sinistra, o sono categorie superate?Come molte altre categorie, nel postmoderno destra e sinistra sono diventate più liquide, per dirla nei termini di Zygmunt Bauman. Ma destra e sinistra esistono ed esisteranno sempre: guardiamo la campagna elettorale negli Stati Uniti dove una delle candidate al top, Elizabeth Warren, è portatrice di una proposta politica che viene definita “socialista”. Se capiamo ancora cosa significa questo aggettivo, è perché la distinzione tra destra e sinistra è ancora chiara e pregnante.

Lei è probabilmente la sudtirolese più famosa d’Italia, e alla sua terra ha dedicato una intensa trilogia. Che pensa dell’ultima polemica sul nome Südtirol/Alto Adige?
Ho scritto tre libri per cercare di far capire meglio anche a chi non conosce la storia del Sud Tirolo quali ferite storiche si porti addosso quel fazzoletto di terra. Dalle reazioni e dalle lettere dei lettori, credo di esserci in parte riuscita. Le polemiche sulla toponomastica sono un portato di quella storia, la storia di un popolo che ha visto il fascismo cancellare i nomi dei propri padri dalle tombe di famiglia e non è ancora riuscito a dimenticare. Per superare questi traumi è stato fatto molto, ma una parte e dall’altra occorrono ancora buonsenso e generosità.

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Dopo il 1992 a sinistra non c’è nulla da salvare

Da quando è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Il Pd si liberi di questa subalternità culturale.

Matteo Salvini ha avuto una seconda investitura dal voto reale e dal voto virtuale. La prima volta ha fallito clamorosamente. Questa seconda volta proverà a limitare le sciocchezze ma nessuno può giurare che non ne abbia in serbo molte altre.

Se gli dovesse andar male, la destra lo potrebbe sostituire con Giorgia Meloni che, come una passista, sta macinando metro su metro e ormai sta diventando leader di un medio partito. Se dovesse fallire anche lei ci sarebbe mister X o miss X a prendere la guida della destra.

Tutto ciò accade perchè la destra in Italia è una cosa vera e forte ed è largamente radicata. Negli anni si è liberata dai propri complessi di inferiorità. Non le importa più se le dicono «fascista», non ha paura di pensieri atroci e feroci. È riuscita persino a prendere il posto della sinistra nei quartieri popolari. È una destra onnivora – e questo potrà essere il suo errore capitale – che vuole smontare tutto, lo Stato, la sinistra, il Vaticano. Si sente sicura di sé, ha inventato una narrazione della storia italiana per cui sembra che non ci sia mai stata una Dc al governo ma che il potere sia sempre stato saldamente nelle mani dei comunisti.

IL PARTITO DEMOCRATICO SOFFRE DI SUBALTERNITÀ CULTURALE

Questo lavoro culturale è un regalo dell’intelligenza laico-radicale e dei commentatori di grandi giornali che a furia di voler dirigere la sinistra distruggendone la storia hanno creato il mostro. È la storia dell’apprendista stregone che si è ripetuta in queste settimane con La Repubblica che festeggia, come Salvini, il fallimento del governo in Umbria. La sinistra non ha leader, non ha popolo.

Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera

Non ha idea di sé. L’ultima trovata, quella di nominare il popolo grillino come proprio popolo, è il frutto malefico di decenni di subalternità culturale. Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera. Oggi è giusto che i leader che ci sono si arrabbattino a cercare un rimedio per i giorni che verranno. Il peggiore rimedio è far sopravvivere un governo che non è amato e con un premier che avrebbe potuto svolgere un ruolo terzista ma che nel caso Usa-Servizi si è rivelato inadeguato.

IL GOVERNO CONTE E L’ALLEANZA PD-M5S PAIONO ORMAI FALLITI

Il Pd, e quel che rappresenta anche del passato, dovrebbe liberarsi da quello spirito ancillare per cui sente come suo compito quello di mettere riparo alle crisi per impedire che esplodano. Questa volta è bene che esplodano. Credo che il tentativo Conte fosse necessario visto che tanti sostenevano che non aver giocato la carta dell’alleanza Pd-M5s era stato l’errore capitale. L’alleanza c’è stata ed è fallita. Per i cinque stelle è stata anche una tragedia. Non è colpa di Luigi Di Maio: se la destra è figlia della società italiana e di una sua parte essenziale, il grillismo è stato un episodio, un foruncolone, niente che potesse durare. Di Maio, dopo aver detto tanti vaffa, se li è trovati tutti in faccia e si è perso nel rumore di chi, dopo averlo osannato, ora lo detesta.

LA SINISTRA PER SCIOGLIERE I SUOI NODI DEVE SCIOGLIERSI

La sinistra da anni vive subendo il ricatto di forze moderate insignificanti elettoralmente. Non voglio aggiungere problemi a problemi, ma da quando a sinistra è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Credo che la classe dirigente di sinistra che ha guidato i partiti dopo l’89 ha affrontato impegni gravosissimi, ma non ha capito, e non lo capisce tuttora, che c’è un momento in cui si saluta a centrocampo e si lascia che la squadra si riorganizzi con altri allenatori, altri calciatori, preferibilmente giovani, purchè si mantenga la stessa maglietta. Salvini potrà durare molto o capottare in parcheggio un’altra volta. La sinistra deve sciogliere i suoi nodi, cioè sciogliersi. Ciò che si può recuperare per il futuro è quel passato che scavalca la Seconda Repubblica. Dopo il 92 non salverei nulla.

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