Singapore, perché la legge anti fake news è pericolosa

La stretta entrata in vigore a fine 2019 colpisce giornali e social. Nel mirino non solo le notizie false ma anche quelle che, secondo il governo, ledono gli interessi nazionali. I critici lanciano l'allarme sulla libertà di stampa, già debole. E temono un effetto contagio in tutto il Sudest asiatico.

Le fake news non sono certamente un prodotto del mondo contemporaneo.

Quello che è invece caratteristico della nostra epoca è il loro proliferare in Rete e sui network sociali come Facebook, WhatsApp, Twitter e LinkedIn, tanto per citarne alcuni.

Al fine di arginare questo fenomeno i governi hanno adottato approcci diversi.

IL CONTROLLO DECENNALE SULLA STAMPA

Un esempio interessante è Singapore che, lo scorso ottobre, ha promulgato una legge specifica contro le notizie false e tendenziose pubblicate in Rete, il “Protection from Online Falsehood and Manipulation Act 2019” più nota come legge contro le fake news. Il governo della città Stato, guidato dal People’s Action Party (Pap) sin dall’indipendenza nel 1965, ha sempre esercitato un rigido controllo su quanto viene pubblicato dalla stampa tradizionale e online sia di Singapore che estera, e in passato non ha esitato a intraprendere azioni legali contro pubblicazioni e persone accusate di diffamazione. Tra le testate internazionali passate per le forche caudine della legge sulla diffamazione ci sono anche il New York Times, il Wall Street Journal e Bloomberg.

LA NUOVA LEGGE BYPASSA I TRIBUNALI

L’entrata in vigore della nuova legge ha destato preoccupazione nella comunità giornalistica locale e internazionale in quanto è vista come un potenziale strumento per limitare la libertà di espressione. La legge infatti autorizza il governo di Singapore, nella persona di un ministro, a richiedere di pubblicare una correzione accanto a un post considerato falso o tendenzioso. È previsto sì il ricorso in tribunale da parte dell’autore, ma i costi e i tempi della giustizia rendono questa strada quasi impraticabile.

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Secondo Alan Soon, fondatore di Splice Media, una società di consulenza di Singapore che promuove lo sviluppo del panorama mediatico nel Sudest asiatico, il problema di questa legge risiede proprio nel fatto che consente al governo di costringere le testate a pubblicare la correzione senza passare per un’ingiunzione del tribunale. Le sanzioni sono molto severe: per i trasgressori individuali sono previste multe fino a circa 70 mila euro e la reclusione fino a 10 anni e multe fino a 700 mila euro per le piattaforme online.

COLPITE ANCHE LE OPINIONI

Ma non sono solo i social network che rischiano l’ira funesta di Singapore.  I motori di ricerca, gli aggregatori di contenuti, le piattaforme di condivisione video e i servizi chat rientrano nell’ambito di applicabilità della legge che copre non solo le notizie reputate false, ma anche quelle che possono “danneggiare” Singapore, lederne gli interessi nazionali o i rapporti amichevoli con i Paesi vicini. 

LIBERTÀ DI ESPRESSIONE A RISCHIO

I critici temono che la portata della legge accentui l’autocensura dei giornalisti e dei media locali. Nel 2019, Singapore si è collocato al 151esimo posto su 180 Paesi nella graduatoria del World Press Freedom Index, che indica il livello di libertà di espressione, stilato dall’associazione Giornalisti Senza Frontiere.

Il parlamento di Singapore (Getty Images).

FACEBOOK PRIMA “VITTIMA” DELLA LEGGE

Il battesimo del fuoco non si è fatto attendere. A dicembre la prima “vittima” della nuova legge è stata Facebook. Per ben due volte. Il primo caso si riferisce a un post di Brad Bowyer, un inglese naturalizzato singaporese e membro del partito di opposizione Progress Singapore Party, in cui si affermava che alcuni degli investimenti di Temasek e Gic (i fondi sovrani di Singapore) avevano subito pressioni governative. Sia Temasek sia Gic sui rispettivi siti web affermano di operare in totale indipendenza e secondo gli interessi di Singapore. Il ministro delle Finanze ha chiesto a Bowyer e a Facebook di riportare una correzione. Bowyer ha prontamente obbedito e ha inserito all’inizio del suo post originale la nota e il link alla dichiarazione ufficiale del governo. 

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Il secondo caso, più interessante per comprendere la portata della legge, vede invece implicato un post, sempre su Facebook, di Alex Tan, un blogger di base in Australia. Tan, autore di State Times Review, sosteneva che un informatore era stato arrestato a Singapore per aver rivelato che un politico del Pap aveva dei legami con una chiesa cristiana. Religione ed etnicità a Singapore, multietnica e multireligiosa, sono argomenti molto delicati, soprattutto ricordando i sanguinosi scontri pre-indipendenza del 1964 tra malesi e cinesi. Il governo in una nota web sosteneva che le accuse erano infondate e chiedeva a Tan di pubblicare una correzione con il link alla dichiarazione ufficiale. Ma al contrario di Bowyer, Tan si è rifiutato di ottemperare alla richiesta sostenendo che, essendo di base in Australia, non era soggetto alle leggi di uno Stato straniero. Il governo di Singapore ha comunque intimato a Facebook di riportare la nota in cima al post di Tan e il social, nella cui sede regionale di Singapore lavorano circa 3.000 dipendenti, ha obbedito.

NEL SUDEST ASIATICO SI TEME UN “CONTAGIO”

Sebbene i due casi non siano particolarmente eclatanti, è importante guardare all’accaduto in un’ottica regionale. Singapore è considerata leader nel Sudest asiatico sia per la sua stabilità politica sia per gli alti standard di vita. Lo sviluppo sociale, tecnologico ed economico raggiunto in poco più di 50 anni, paragonabile a quello dei Paesi più avanzati, sono un forte incentivo per i vicini a seguire l’esempio di Singapore. Ed è per questo che i critici temono che altri promulgheranno leggi liberticide simili. In un’area che già non brilla per libertà di espressione. Nella stretta di Singapore si possono leggere due messaggi. Il primo, abbastanza evidente, è che non viene tollerato nulla che possa compromettere la stabilità sociale e politica del Paese. Il secondo, meno ovvio ma non meno importante, sottolinea ciò che sosteneva Lee Kwan Yew, il padre fondatore della città Stato, ovvero che i valori asiatici non corrispondono necessariamente a quelli occidentali. E questo si estende anche alla libertà di espressione.   

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