Berlusconi suggerisce di nazionalizzare l’ex Ilva

Il Cav, ospite al Maurizio Costanzo Show, ha suggerito che l'unica soluzione per l'impianto di Taranto sia quello di intervenire con soldi pubblici.

«Non sono riuscito a farlo smettere…Ho anche organizzato un attentato, con una bomba, ma niente…». Silvio Berlusconi ha aperto così la sua ospitata al Maurizio Costanzo Show, durante il quale ha affrontato tutti i temi caldi dell’attualità politica.

L’ex presidente del Consiglio, che in passato si trovò ad affrontare la crisi di Alitalia, ha parlato anche dei problemi intorno all’ex Ilva e del passo in dietro di Arcelor Mittal:«Dall’Ilva come se ne esce? Entrandoci, con i soldi di tutti noi. Non credo ci sia altra soluzione», ha aggiunto.

Parlando di eredità politica il Cav si è soffermato anche su Matteo Salvini e Matteo Renzi, riferendosi in particolare all’ex sindaco di Firenze: «Di Mattei ce ne sono molti, forse troppi…Auguri a Renzi che però gioca nell’altra metà di campo, la sinistra. Tra noi c’è una distanza assolutamente incolmabile», ha spiegato. Mentre sul leader della Lega si è limitato a una battuta: «Avete visto che Salvini comincia ad avere la barba grigia…Non piace alle donne».

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Mara Carfagna smetta di illudere i moderati

L'azzurra, al netto dell'errore di legarsi a Toti, è una stella politica. Ma rischia di sparire se resta alla finestra e non si propone come leader di un centrodestra alternativo al duo Salvini-Meloni.

Ogni tanto riemerge la candidatura di Mara Carfagna per qualcosa di importante. È stata una delle berlusconiane di ferro tuttavia priva di eccessiva piaggeria, quando arrivò in parlamento aveva gli occhi puntati su di sé (indubbiamente era, ed è, la più bella) ma vestì i panni dell’austera parlamentare e dette prova immediata di serietà e di capacità di lavoro. Molto spesso a destra hanno pensato a lei come al vero personaggio che avrebbe potuto prendere il posto di Silvio Berlusconi. A mano a mano le sue posizioni si sono anche fatte più limpide e spesso si sono discostate dal suo benefattore facendola diventare una icona del moderatismo politico. Infine è per tanti la candidata ideale per battere Vincenzo De Luca nella gara per la presidenza della Campania. Pur essendo una giovane politica ha, insomma, accumulato molte aspettative ma non sappiamo quanti meriti

L’ERRORE DI LEGARSI A GIOVANNI TOTI

Carfagna ha anche commesso alcuni errori evidenti, l’ultimo dei quali è stato legarsi a Giovanni Toti il presidente per caso della Liguria, avendo perso di vista Berlusconi, alla ricerca di una paterna mano sulle spalle da parte di Matteo Salvini. Questo errore Carfagna l’ha compensato schierandosi con grande nettezza come l’esponente di Forza Italia, o quel che resta, che osteggia ogni estremismo di destra (oggi in pratica tutta la destra, si potrebbe dire) e in particolare il sovranismo di Matteo Salvini.

LE VOCI SU UN POSSIBILE ACCORDO CON ITALIA VIVA

Nascono da qui le ricorrenti voci sul possibile incontro politico con Matteo Renzi solitamente accompagnate dall’odioso pettegolezzo che solo Maria Elena Boschi, invidiosa, impedisca che l’accordo si faccia. Insomma Carfagna è una stella politica che non è ancora scomparsa dall’orizzonte ma che rischia di sparire se questi andirivieni dal palcoscenico parlamentare non la vedranno finalmente dentro un progetto vero.

PER UNA COME CARFAGNA IL PROGETTO VERO È IL CENTRO

Il progetto vero per una come lei è quella cosa che in tempi meno selvaggi chiamavamo “centro”, cioè il luogo ideale del moderatismo italiano, nella consapevolezza che è vero che fra gli italiani l’animo di destra è molto forte, ma è anche vero che dopo un po’ gli italiani si stancano dei contafrottole e di chi vuole dividerli in bande che si odiano e anelano a un partito moderatissimo. La Dc non si può rifare, resta però l’ipotesi di lanciare una chiamata alle armi di chi non si rassegna, anche nel campo del centrodestra, all’affermarsi del duo Salvini-Meloni che non ci porterebbe al fascismo ma certamente darebbe il Paese nelle mani di persone ancora più inadeguate di quelle che oggi lo governano. Salvini in particolare è, e sarà sempre, quello del Papeete. Per quanti sforzi possa fare l’intelligente Giancarlo Giorgetti non si cava sangue dalle rape, come si usava dire. Ecco, quindi, che la sfida, se lanciata in grande, per una leadership moderata potrebbe, passo dopo passo, spingere molti italiani, tranne quelli come me che voteranno sempre a sinistra, a scegliere l’offerta centrista sia che si voglia far da sponda per una sinistra dissanguata sia che vogliano temperare i facinorosi del populismo sovranista.

GLI AUTOCANDIDATI ALLA LEADERSHIP MODERATA

I candidati a questo ruolo sono stati tanti. Diciamo, gli autocandidati. Gli ultimi Carlo Calenda, troppo GianBurrasca, Renzi, troppo antipatico, Urbano Cairo che molti invocano o temono, infine Mara Carfagna. Lei potrebbe farcela ma dovrebbe prendere dalle donne che hanno guidato i vari Paesi del mondo quel tanto di decisionismo, di amore per il rischio, di linguaggio diretto che ancora le mancano. Le manca soprattutto decidere quel che farà da grande. Può scegliere di correre per la Campania. Può scegliere invece la battaglia, inizialmente minoritaria e solitaria, per diventare il punto di riferimento di chi non vuole che l’Italia faccia parte del gruppo di Visegrad. Può deciderlo solo lei. Ma se resta alla finestra ancora a lungo, la dimenticheranno. 

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Trattativa Stato-mafia, Berlusconi non risponde ai giudici

L'ex premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Era stato convocato dai legali del suo vecchio braccio destro, Marcello Dell'Utri.

L’ex premier Silvio Berlusconi, citato come teste assistito davanti alla Corte d’Assise d’Appello che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’ex presidente del Consiglio ha negato anche il permesso di farsi riprendere e fotografare in aula. «Su indicazione dei miei legali, mi avvalgo della facoltà di non rispondere», ha detto l’ex premier alla corte. Citato dagli avvocati dell’imputato Marcello Dell’Utri, suo storico braccio destro, doveva essere sentito come testimone assistito.

IL SILENZIO GARANTITO DAL PROCESSO PARALLELO

Appena entrato in aula i giudici gli avevano illustrato le prerogative garantitegli dallo status di teste assistito, status determinato dal fatto che a suo carico pende una inchiesta a Firenze sulle stragi del ’93, quindi su fatti «probatoriamente collegati» a quelli oggetto del processo «trattativa». La corte, dunque, ha preliminarmente avvertito l’ex premier della possibilità di non rispondere precisando, inoltre, che qualora avesse risposto avrebbe assunto «l’ufficio di testimone», quindi avrebbe dovuto dire la verità. In aula c’erano anche i legali dell’ex premier, gli avvocati Franco Coppi e Nicolò Ghedini.

L’INTERVISTA SULLA TRATTATIVA

«Non abbiamo ricevuto nel 1994, né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti. Vorrei ricordare che i miei governi hanno sempre operato nella direzione di un contrasto fortissimo nei confronti della mafia, abbiamo incrementato la pena del 41 bis rendendola più dura e l’abbiamo anche spostata sino alla fine della detenzione invece che per un certo più stretto periodo. Abbiamo individuato nuovi strumenti giuridici tra cui il codice antimafia che ha consentito da un lato la cattura di 32 dei più pericolosi latitanti capimafia, 32 su 34», era uno stralcio delle dichiarazioni rese dall’ex premier in una intervista video rilasciata il 20 aprile del 2018, dopo la sentenza di primo grado del processo sulla trattativa. I legali di Dell’Utri avevano chiesto di far vedere il video in aula, ma i giudici hanno negato la riproduzione del filmato in aula. «L’intervista è già acquisita agli atti», hanno detto i giudici, «quindi potrà essere visionata dalla corte in ogni momento e non c’è motivo di proiettarla in aula».

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La vera minaccia è la politica dei Mastrolindo

Slogan, promesse irrealizzabili, jingle. Da Berlusconi a Salvini, Di Maio e Renzi, i leader sono pubblicitari pronti a offrire soluzioni in stile Trivago o Facile.it. Ma così il disastro è dietro l'angolo.

La democratizzazione del desiderio. Ovvero tutti hanno diritto a tutto. Cose serie e frivole, bisogni e sogni allo stesso modo. Perché l’erba voglio oggi cresce dappertutto e con una velocità che riesce addirittura a divorare se stessa. Desiderare il desiderio è diventato perfino più importante dell’oggetto desiderato

DESIDERI ILLIMITATI, RISORSE LIMITATISSIME

Chi ricorda «Il tuo prossimo desiderio» (spot dell’Ariston) oggi fa i conti con una realtà in cui non si fa in tempo a soddisfarne uno che ce ne sono altrettanti, se non di più, che attendono soddisfazione.

Come abbiamo potuto farci abbagliare da promesse di benessere e felicità così grossolane, così splendenti da non indurci nel sospetto che anziché d’oro siano di latta?

Certo per la società dei consumi – ha scritto John Seabrook in Nobrow: The Culture of Marketing, the Marketing of Culture – «nulla potrebbe essere più minaccioso del fatto che la gente si dichiarasse soddisfatta di quel che ha». Però è drammatico, per riprendere alcune considerazioni della volta scorsa, che i desideri siano diventati illimitati, che tutto sia desiderabile e teoricamente ottenibile. Senza curarsi, anche distrattamente, se si hanno le indispensabili risorse economiche, ma anche intellettuali, culturali, professionali.

DALLA INSODDISFAZIONE SI GENERA IL POPULISMO

Perché l’inevitabile scarto fra desiderio e realtà, mediamente grande per tutti, è generatore alla lunga di una profonda insoddisfazione sociale. Della quale i populisimi, variamente espressi nel mondo occidentale, ne sono l’espressione aggiornata. Con il loro carico di protesta, rabbia, ribellismo che si gonfiano fino a esplodere nei confronti di tutto ciò che viene identificato come responsabile delle promesse mancate, dei desideri inevasi, delle attese frustrate. Ciò che qui interessa però è come abbiamo potuto ridurci così. Come abbiamo potuto farci abbagliare da promesse di benessere e felicità così grossolane, così splendenti da non indurci nel sospetto che anziché d’oro siano di latta?

SIAMO SOMMERSI DA SPOT

La risposta è presto detta. Sono stati i pubblicitari e la pubblicità a ridurci così. Ma senza poteri occulti che hanno tramato e senza un disegno ideologico o una pianificata strategia. La circonvenzione d’incapaci – noi tutti – è avvenuta quasi spontaneamente, con tanta più forza persuasiva quanto più quella ideologia ha lavorato instancabilmente. Entrando in tutte le trame del vivere quotidiano, installandosi al centro del sistema massmediale, estendendo il paesaggio pubblicitario nei tanti modi oggi osservabili guardandosi intorno, camminando per la città, spostandosi in metro, muovendosi in auto.

La pubblicità non è né di sinistra né di destra. È la neutralità che la rende efficacissima. Ed è la sua efficacia che l’ha resa linguaggio principe

Ovunque si sia o si vada non manca mai un’immagine o un messaggio promozionale. Siamo letteralmente sommersi dalla pubblicità. Si stima che veniamo raggiunti in media da 3.000 messaggi al giorno. Ma non ci facciamo più caso. Perché quest’azione di avvolgimento e coinvolgimento è avvenuta in modo dolce. È partita da lontano, ha lavorato per anni, giorno per giorno, Come la goccia che scava il sasso ci siamo alla fine convinti che «Impossible is nothing» (Adidas) e che «Per tutto il resto c’è Mastercard».

LA PUBBLICITÀ È NEUTRALE E PER QUESTO EFFICACE

La pubblicità si è installata al centro del sistema, senza resistenze, se non timide nei decenni 60 e 70 di contestazione del sistema consumistico. Perché come tutte le ideologie forti, funziona non venendo percepita come tale. Nel pensiero corrente la pubblicità non è né di sinistra né di destra e nemmeno di centro. È la neutralità che la rende comunicazione efficacissima. Ed è la sua efficacia che l’ha resa linguaggio principe. D’altra parte è stata ed è proprio la politica, se non la prima, la più grande vittima della pubblicità. Al punto di arrivare a identificarsi con essa. Assumendone stile e modalità comunicativa, facendone proprie strategie e tecniche persuasive. In ossequio al principio che in pubblicità non bisogna dirle giuste ma bene. E che spararle grosse non solo si può ma si deve.

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Dal momento che un annuncio non ha alcun obbligo di verità: è comunicazione non informazione. Peraltro a chi interessa, ammesso sia verificabile, se «Scavolini è la cucina più amata dagli italiani»? Ciò che conta, come dicono i pubblicitari, è che si fissi il concetto, che passi il messaggio

FORZA ITALIA, LA SOTTOMISSIONE DELLA POLITICA ALLA RECLAME

Questo processo di sovrapposizione e nel contempo di sottomissione della politica alla pubblicità ha in Italia una data ufficiale: la nascita di Forza Italia, il partito creato dal nulla, modellato su Publitalia e impostosi alle prime elezioni nelle quali si presentò forte di una campagna pubblicitaria sulle reti Mediaset che per pressione, ovvero numero di spot trasmessi nei 40 giorni di campagna elettorale (1.127 con punte di 61 al giorno) era un’assoluta novità; che equiparava il partito di Silvio Berlusconi ai brand del largo consumo. Il promesso «nuovo miracolo italiano» si impose all’attenzione dei consumatori/elettori con forza persuasiva simile a «Se non ci fosse bisognerebbe inventarla» (Nutella) e «Dove c’è Barilla c’è casa». 

SI È IMPOSTA LA LOGICA ALLA «O COSÌ O POMÌ»

Ciò che però va sottolineato non è il carattere imbonitorio del messaggio politico, nel momento in cui diventa tout court pubblicitario, ma il fatto che promettere miracoli, palingenesi della domenica, risoluzione di problemi ed emergenze epocali è diventato normale. Credibile, evidentemente, per gli elettori/consumatori. Ma alla lunga deleterio e distruttivo per l’intera società. In primo luogo perché si è imposta la logica semplificatoria della pubblicità, che non conosce mezze misure: «O così o Pomì».

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La personalizzazione e l’attuale leaderismo che ne conseguono s’accompagnano alla speculare scomparsa dei partiti come portatori di visioni collettive e concezioni condivise del mondo e della società. Ora ogni partito è il suo leader. Che la canta e la suona come vuole. O meglio che se la twitta e se la posta (a pagamento), con propensione personalistica massima nel caso di Matteo Salvini e della Lega. Sull’account personale da marzo a ottobre sono stati spesi 161.608 mila euro, in quello del partito 845.

PROMESSE ROBOANTI E DIETROFRONT SDOGANATI

L’incrudelimento del confronto politico è causa ed effetto dell’esagerato aumento di tono delle promesse, tanto roboanti e giocate sull’emozione anziché sulla ragione, da colpire nell’immediato, a caldo, ma da svanire velocemente. È così che, annunciata la cancellazione della povertà per decreto o l’abolizione delle accise sulla benzina, si può senza pudore alcuno contraddirsi o addirittura smentirsi. Dimenticarsi delle promesse fatte. Ma non di aizzare i propri gruppi d’acquisto e fan club. Perché la pubblicità non conosce, né riconosce smentite o contraddizioni. Per dirla in pubblicitariese «mente sapendo di mentine».

BASTA CON I CAPITAN FINDUS E I MASTROLINDO

Ora cambiare registro, smettere con la politica del «pulito sì, fatica no», e ritornare a promesse realistiche, sarebbe auspicabile. Sommamente. Però non è all’ordine del giorno. Pensare che basti proibire la pubblicità della politica, come ha annunciato Twitter, è una pia illusione. Anche perché Facebook non lo farà. Allo stato attuale sarebbe già un risultato se si facesse strada, almeno, la consapevolezza che più la politica diventa annuncio, teatrino in streaming, offerta di soluzioni in stile Trivago o Facile.it, più il disastro si avvicina.

Non è il fascismo che minaccia di ritornare, ma qualcosa di perfino peggio, anche se allegro come un jingle. Perché la democrazia «non è come il vino che invecchiando migliora»

Però non è il fascismo che minaccia di ritornare, ma qualcosa di perfino peggio, anche se allegro come un jingle. Perché la democrazia, con le sue libertà e difese dei diritti civili e personali, «non è come il vino che invecchiando migliora». Lo scrive l’ultimo numero di The Economist citando una ricerca apparsa sull’American Political Science Review che ammonisce «a non dare per scontata la democrazia». Che anzi, in Italia, è più che mai in pericolo se i vari Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi continuano a travestirsi da Capitan Findus, Omino Bianco e Mastrolindo.

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Nessuno crede nella sopravvivenza di Forza Italia. Nemmeno gli azzurri

Mara Carfagna, reduce dal fallimentare tentativo di scalata ai vertici, sarebbe pronta ad allearsi con Toti. Renato Brunetta è ormai diventato renziano. Eppure per sollevare il partito basterebbe saper fare politica. Evidentemente questa classe dirigente nei 25 anni berlusconiani non ha imparato nulla.

Forza Italia è ormai l’asilo Silviuccia. Mai Silvio Berlusconi avrebbe pensato di rimpiangere i vecchietti di Cesano Boscone, l’ospizio dove prestò la condanna ai servizi sociali. Loro almeno erano teneri. Dentro al partito, invece, sono diventate tutte arpie. Mostri che lui stesso ha generato e che, a onor del vero, si diverte a osservare. 

LEGGI ANCHE: La Lega sfonda la soglia del 34%, Fi intorno al 6%

MARA CARFAGNA HA FATTO IL PASSO PIÙ LUNGO DELLA GAMBA

Mara Carfagna si dice disinteressata a salvare il suo seggio invece è l’unica cosa che ha a cuore. Più lo negano – lei, le altre e gli altri – più è il pensiero dominante. Ma andare con Matteo Renzi proprio no: su Mara pende il veto di Maria Elena Boschi e comunque non avrebbe senso spostarsi in un partito che, ben che vada, prenderà la stessa percentuale di Forza Italia, ma in cui lei e i suoi sono gli ultimi arrivati, mentre nel partito del Cavaliere erano in pole position. Ha fatto il passo più lungo della gamba e si è già pentita.

Mara Carfagna.

IL FALLIMENTARE TENTATIVO DI SCALATA

Sanno tutti che le sue posizioni sulla mozione Segre sul razzismo e la sua vicinanza alla Comunità ebraica, entrambe ammirevoli, sono molto influenzate dal suo compagno Alessandro Ruben, ex consigliere dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Lo stesso che le ha sciaguratamente consigliato la mal riuscita scalata al vertice di Fi. Ormai in un angolo, ora è disposta a fondersi anche con Giovanni Toti, che però quanto a salvinismo, che è il punto dirimente di tutta questa faccenda, è lontano da lei anni luce. Come fai a lasciare Silvio perché troppo vicino a Salvini e andare con Toti che si vuole alleare, tra l’altro a maggior fatica, con lo stesso Matteo padano? Sarebbe un problema, se ormai non fosse consentito di tutto e di più. 

LEGGI ANCHE: Berlusconi riconosce la leadership di Salvini. Anche in Mediaset

ANCHE RENATO BRUNETTA È DIVENTATO RENZIANO

Perfino Renato Brunetta è diventato renziano. In una dichiarazione ai telegiornali di qualche settimana fa ha addirittura affermato che se l’Iva non aumenta è merito di Matteo Renzi. A quasi 60 anni anche lui, già duro e puro, fa di tutto per salvare la poltrona. Stessa strategia di Mariastella Gelmini che, se in cuor suo pensa che il Cavaliere è ormai troppo vecchio ed è diventato una zavorra, si erge a sua amazzone. Che lo faccia di malavoglia si vede lontano anni luce. Per camuffare, ha messo in piedi una squadra di comunicazione che vorrebbe fosse la Bestia ma le procura solo follower turchi su Twitter.

Renato Brunetta.

NESSUNO HA LA FORZA E IL CORAGGIO DI SOLLEVARE IL PARTITO

La realtà è che nessuno ha la forza e il coraggio di sollevare Forza Italia. Sono gli stessi azzurri i primi a non credere nella sopravvivenza e nella rinascita. Eppure lo spazio a cui punta Renzi è anche il loro, basterebbe un nulla per recuperarlo. Basterebbe saper fare politica. Evidentemente in 25 anni non hanno imparato nulla. Non ci hanno neanche provato, si stava così bene quando Silvio c’era.  

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Per Berlusconi la Commissione Segre sdogana reati d’opinione

Il Cav ha provato a giustificare l'astensione di Forza Italia sulla mozione della maggioranza contro antisemitismo, razzismo e istigazione all'odio: «Sempre vicini a Israele». Il M5s: «Vergogna». Carfagna e Cattaneo: «Traditi i nostri valori». Silvio li gela: «Liberi di prendere altre strade».

Nemmeno una commissione straordinaria per combattere razzismo, antisemitismo e ogni forma di istigazione all’odio è riuscita a unire il Senato. E così dopo la discussa astensione del centrodestra sono arrivati commenti e parole di sdegno, tra gli altri, da parte del Vaticano, della comunità ebraica di Roma, dell’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia (Anpi). Ma i partiti che non hanno voluto dare il loro voto, come si sono giustificati? In una Forza Italia divisa e dove non sono mancati imbarazzi, ha parlato il leader Silvio Berlusconi. Provando a giustificare la scelta: «Da liberali siamo contrari all’eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l’istituzione di un nuovo reato di opinione».

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La senatrice a vita Liliana Segre.

M5S CONTRO GLI EX ALLEATI DELLA LEGA

Poi il Cavaliere ha ricordato il suo impegno «contro l’antisemitismo e a favore di Israele e del mondo ebraico». Ma la mozione della maggioranza che ha avuto il “sigillo” della senatrice a vita nonché ex bambina deportata ad Auschwitz parlava di odio in generale. E infatti la stessa Segre aveva detto, con rammarico, che si sarebbe aspettata «un Senato festante» e «in sintonia». Così non è stato, e il Movimento 5 stelle ne ha approfittato per scagliarsi contro la destra, compresi gli ex alleati della Lega.

CARFAGNA: «SBAGLIATO ANDARE A RIMORCHIO NELLA COALIZIONE»

Ma è dentro Forza Italia che si sono alzate le voci dissidenti. Due su tutte: quella di Mara Carfagna e Alessandro Cattaneo. La vicepresidente della Camera e deputata ha commentato amareggiata: «La mia Forza Italia, la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell’alleanza di centrodestra andiamo a rimorchio senza rivendicare la nostra identità. Se l’unità della coalizione in politica è un valore aggiunto, essa non può compromettere i valori veri, quelli che fanno parte della nostra storia».

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Mara Carfagna.

CATTANEO: «A VOLTE LA FORMA È SOSTANZA»

L’ex sindaco di Pavia, a Omnibus su La7, si è detto «molto deluso dalla scelta presa da Forza Italia al Senato di astenersi sulla mozione Segre. Non condivido questa posizione che tradisce la storia del nostro partito che grazie a Berlusconi ha rappresentato negli anni un baluardo a difesa di valori fondanti e principi inalienabili. A volte la forma è sostanza e su scelte del genere avrei fatto prevalere l’unanimità alle virgole di un testo. Sono certo che con un centrodestra a guida Forza Italia non sarebbe mai accaduto».

Alessandro Cattaneo.

BERLUSCONI DURO: «CHI VUOLE È LIBERO DI ANDARSENE»

Eppure Berlusconi ha avuto parole dure anche per i “ribelli“: «Mi aspetto che nel movimento che ho fondato nessuno si permetta di avanzare dei dubbi sul nostro impegno a fianco di Israele. Prese di posizione e distinguo posti in essere ai soli fini di alimentare sterili polemiche – soprattutto su un tema così delicato – favoriscono chi vorrebbe dipingerci come quello che non siamo e che ci fa addirittura orrore. Le discussioni, sempre legittime, si fanno all’interno e non a colpi d’agenzia di stampa: se qualcuno vuole invece seguire strade già percorse da altri, ne ha naturalmente la libertà, ma senza danneggiare ulteriormente Forza Italia».

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Luca Ricolfi: «Nel centrodestra Giorgia Meloni non è la più estremista»

Commentando a Roma InConTra i risultati delle Regionali umbre, il sociologo mette in guardia dalle facili etichette. La proposta fiscale della leader di FdI, per esempio, è «anti-sovranista». Il rinnovato europeismo di Salvini non convince. E la forza liberale incarnata da Berlusconi non ha più uno spazio politico.

Dov’è la destra, dov’è la sinistra? Non dove sembrano essere e non solo per Giorgio Gaber, ma anche per Luca Ricolfi. Commentando il voto in Umbria ospite di Enrico Cisnetto a Roma InConTra il sociologo torinese smonta innanzitutto la rappresentazione classica del centro-destra, o destra-centro che dir si voglia, che prevede Forza Italia al centro, più a destra la Lega e poi, in fondo a destra, Fratelli d’Italia.

MELONI? MENO ESTREMISTA DI QUELLO CHE SEMBRA

Per il docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino, lo schema non è così automatico. «Non sono convinto Giorgia Meloni sia la più estremista di tutti. Le attribuisco una certa dose di pragmatismo. Per esempio, la sua proposta fiscale che prevedeva un’aliquota unica al 15% per i redditi incrementali non è stata presa in considerazione da nessuno. Eppure non solo era la migliore, ma anche la più moderata e persino anti-sovranista». «Un’ottima proposta», ribadisce un Ricolfi che non ti aspetti, «che magari è frutto di un’idea di Guido Crosetto, che io stimo, e che comunque rispecchia una linea di politica economica che non ci fa litigare con l’Europa». 

Luca Ricolfi ospite a Roma InContra di Enrico Cisnetto.

SALVINI E LA POCO CONVINCENTE CONVERSIONE EUROPEISTA

La Lega, che in Umbria ha perso 17 mila voti rispetto alle Europee di cinque mesi fa, canta vittoria. «In effetti in Umbria il successo della destra è dovuto principalmente all’exploit di Fratelli d’Italia», spiega Ricolfi. «Ma la Lega può ovviamente fare ancora il pieno di voti in futuro». Matteo Salvini, è il ragionamento, «non mi preoccupa quando esprime soddisfazione per il successo dell’Afd (l’ultra-destra tedesca che domenica ha fatto il pieno dei voti in Turingia, ndr), quella è solo comunicazione».

LEGGI ANCHE: Salvini si applichi, il suo europeismo non convince ancora

Dunque la metamorfosi europeista e moderata del segretario del Carroccio così come emersa dall’intervista a Il Foglio è autentica? Qui Ricolfi si fa più prudente: «Non so se stia cambiando. La strategia economica in chiave anti-Europa e anti-euro per ora rimane sullo sfondo, ed è la cosa che mi turba davvero di Salvini». 

IL CAV DEVE FARE I CONTI CON IL POCO APPEAL DI UNA FORZA LIBERALE

E poi c’è Silvio Berlusconi, «che sembrava un pugile suonato, ma che potrebbe tornare a giocare un ruolo», sottolinea il sociologo. Ma attenzione alle collocazioni, perché «purtroppo non c’è spazio al centro per una forza liberale ed europeista», dice insistendo sul «purtroppo». Questo perché, a dispetto dei falsi miti, «l’elettorato italiano non è così mobile, il 40% vota a destra, il 40% a sinistra e solo il 20% è oscillante». Non c’è (falso) mito che resista ai colpi di Ricolfi. L’ospite di Roma InConTra però non smentisce solo gli altri, ma anche se stesso: «Non pensavo che la destra potesse rappresentare così largamente l’elettorato, mi sbagliavo, così come i sondaggisti che ci raccontavano di uno scontro all’ultimo sangue tra i candidati in Umbria, che alla fine non c’è proprio stato».

Il sociologo Luca Ricolfi è autore del libro “Società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

SIAMO UN PAESE POVERO ABITATO DA RICCHI

Insomma, professione debunker. Come anche nel suo ultimo libro, Società signorile di massa (La Nave di Teseo), in cui Ricolfi racconta un’Italia povera abitata da gente ricca. Un Paese in cui una minoranza di non produttori si appropria della ricchezza altrui, a cominciare da quella dei nonni, e sfrutta il sistema para-schiavistico esistente in alcuni settori (badanti, rider, cooperative) e, alla fine, «vive di rendita». Ed ecco un livello dei consumi «signorili» inspiegabile considerato il reddito, fatto di weekend lunghi, case al mare, seconde macchine in garage, apericene, nuovi cellulari, palestra, gioco d’azzardo e schermi piatti.

ALLA POLITICA FA COMODO UNA NARRAZIONE DRAMMATICA

«Alla politica, con l’aiuto degli intellettuali faziosi, fa però comodo descrivere un Paese in difficoltà», continua Ricolfi, «anche se non è vero». Questo perché «se si drammatizza lo scenario, lo si ingigantisce e si evita di circoscrivere il problema e intervenire». Accade per esempio con la narrazione dei giovani rappresentati troppo spesso come una generazione perduta e senza futuro. «In realtà», chiarisce Ricolfi, «non è vero che siamo pieni di giovani iper-qualificati che svolgono mansioni più basse di quelle che potrebbero fare. Semplicemente i titoli di studio sono vuoti di contenuto, non corrispondono alle competenze effettivamente acquisite, così le aziende li piazzano dove devono stare e non dove vorrebbero». 
Sì, ma la sinistra? Nemmeno a parlarne. È dal 2000 che il sociologo ripete che «la sinistra non è più di sinistra». 

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Berlusconi riconosce la leadership di Salvini. Anche in Mediaset

Nei palinsesti del Biscione sotto la supervisione di Siria Magri dilagano le trasmissioni sovraniste. Grande spazio dunque al segretario della Lega. E trattamento non proprio amichevole per Matteo Renzi, reo di aver tentato di scippare voti a Forza Italia con la sua Italia viva.

L’Umbria fa scuola, anche in Mediaset. Forza Italia vale la metà di Giorgia Meloni, ma un ringalluzzito Silvio Berlusconi rivendica la clamorosa vittoria nella regione che fu rossa come un trionfo del centrodestra unito. La cui leadership però non è certo la sua, ma di Matteo Salvini. Non è una novità, ma ora il Cav lo riconosce apertamente. E siccome il suo è sempre stato un partito azienda, ecco che l’azienda fa altrettanto incoronando il capo leghista a riferimento politico numero uno.

NEI PALINSESTI MEDIASET DILAGANO LE TRASMISSIONI SOVRANISTE

Dilagano dunque nei palinsesti (anche come durata) le trasmissioni sovraniste. Claudio Brachino, direttore di Video News, ovvero la struttura che sovrintende l’informazione, viene rimosso dall’onnipotente Mauro Crippa che al suo posto (anche fisicamente, visto che ne ha preso ufficio e segretaria) ha insediato la condirettora Siria Magri.

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Giovanni Toti e Siria Magri.

Una che l’azienda la conosce bene, ed è stimata dai vertici al punto che la sua irresistibile ascesa non ha subito alcun contraccolpo (e ci mancherebbe, le colpe dei mariti non devono ricadere sulle mogli) per il fatto di essere la consorte di Giovanni Toti, “il traditore”, quello che ha lasciato il suo mentore pascolianamente «solo come l’aratro in mezzo alla maggese», dopo che Silvio lo aveva fatto suo consigliere politico e da ultimo coordinatore del partito

L’IRRITAZIONE DI RENZI OSPITE A MATTINO5

Acqua passata. Ora Toti può posizionare il suo partitino (nei sondaggi del maratoneta Mentana vale l’1,6%) sulla scia dell’imponente onda sovranista e presto farà la pace col suo ex dante causa, Berlusconi si accredita come faccia mite ed europea di una destra che non ha più tanta voglia di ingaggiare furibonde battaglie con Bruxelles, e Siria acconcia i palinsesti alle nuove configurazioni della politica. Vale per gli amici – oramai praticamente Salvini dorme negli studi del Biscione -, ma anche per i nemici. Come Matteo Renzi, il cui esplicito progetto di svuotare Forza Italia dell’acqua del suo sempre più esiguo pozzo elettorale non è piaciuta al Cavaliere, e nemmeno alle sue televisioni. Così a Mattino5, intervistato in occasione della Leopolda, non gli è stato riservato un trattamento con i guanti. Passi il servizio in esterna dall’ex stazione, che Matteo ha giudicato obiettivo, ma la raffica di impertinenti domande che in studio gli ha riservato il conduttore Francesco Vecchi lo ha fatto non poco arrabbiare. «Io da quelli non ci vado più», avrebbe detto l’ex premier. Proposito che, visti i pregressi («se perdo il referendum lascio la politica») dureranno lo spazio di un Mattino (5). Sempre che, a Cologno, Siria lo inviti ancora. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Forza Italia in cerca di un padrone

Urne scampate, seggi mantenuti, la corrente di Toti al lumicino e Salvini depotenziato. Gli azzurri tirano un sospiro di sollievo. E per il futuro si possono pure accodare a Calenda e Renzi. Visto che di coraggio e leadership, fatta eccezione per Berlusconi, nel partito non se ne vedono.

Stato dell’arte in Forza Italia: tutti tirano un sospiro di sollievo per aver scansato le urne. E se l’estate è stata terrificante, finalmente l’incubo è finito: si può tornare tranquilli in vacanza. Dio benedica Dario Franceschini e il Partito democratico.

Lo ha detto anche Silvio Berlusconi all’incontro con i gruppi congiunti nella Sala della Regina di Montecitorio: «Mi fa piacere vedervi ora che siete tutti rilassati e avete il posto garantito ancora per un po’». In effetti, per mesi interi non si era fatto vedere: troppe turbolenze, troppo malcontento, troppi mal di pancia. Quando è così, il Cavaliere si eclissa.

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Il selfie di Giovanni Toti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini alla manifestazione a Montecitorio il 9 settembre.

I TRANSFUGHI DI TOTI? QUATTRO DEPUTATI IN TUTTO

Sollievo anche per la corrente di Giovanni Toti: le sue truppe parlamentari hanno fatto coming out e sono uscite dai gruppi. Dunque c’è stata la conta. Risultato: i transfughi sono solo quattro deputati (Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini e Alessandro Sorte), tre dei quali, gli uomini, ex pupilli di Maria Stella Gelmini e Gregorio Fontana che li hanno fortemente voluti nelle liste elettorali lombarde di marzo 2018, salvo essere poi subito scaricati. Per ora neanche un senatore sottratto ad Anna Maria Bernini. Poca roba. Che gusto c’è ad andare nel Gruppo Misto non lo sanno neanche loro, i “totiani”. Con quei numeri c’è poco da fare e da contare. Ma intanto ci provano.

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Luca Zaia, presidente del Veneto, in una foto d’archivio.

FINISCE LA SUDDITANZA A SALVINI

E ancora, grande soddisfazione: finalmente si può sparare a zero su Matteo Salvini, che in questo momento è come sparare sulla Croce Rossa, tanto «ormai è finito» e non serve più per le ricandidature. Almeno così pensano i peones: Pd e 5 stelle faranno alleanze anche alle prossime Regionali, la Lega perderà e il Capitano sarà fatto fuori pure dal partito, in via Bellerio arriva Luca Zaia e torna Roberto Maroni. Con loro si può ragionare e il centrodestra trova nuova linfa.

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Carlo Calenda e Matteo Renzi.

IL SALVAGENTE OFFERTO DA CALENDA & RENZI

Oppure, se Salvini resiste, si unirà a Giorgia Meloni e sarà una deriva di destra, tendenza estrema. No problem: i forzisti si rivolgeranno a Carlo Calenda o a Matteo Renzi per salvare il seggio. Piuttosto che occupare lo spazio che si libera nel centro moderato, da conquistare con lavoro e consenso, pensano a chi potrà farlo al posto loro per poi accodarsi. Spirito di iniziativa, coraggio e leadership, oltre Silvio, non ne ha nessuno. Forza Italia cerca padrone.

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Vivendi di nuovo alla carica: mega offerta per comprare tutta Mediaset

ESCLUSIVO. Il banchiere d'affari de Vecchi (Citigroup) ha incontrato Berlusconi per conto di Bolloré. Sul tavolo una proposta choc: rilevare la maggioranza del Biscione a oltre il 30% rispetto agli attuali valori di Borsa.

Nuovi governi, nuove maggioranze. E scenari che non possono non riverberarsi sul mondo degli affari. Sarà un caso, ma mentre Giuseppe Conte pronunciava il suo discorso sulla fiducia in Senato, uno dei banchieri d’affari più in vista, Luigi de Vecchi, presidente della divisione Continental Europe di Citigroup, varcava la soglia di Palazzo Grazioli dove lo aspettava Silvio Berlusconi. Quella di de Vecchi però, che per altro conosce il Cav da molto tempo, non era una visita di cortesia.

Luigi de Vecchi, presidente della divisione Continental Europe di Citigroup.

L’OFFERTA DI BOLLORÉ AL CAV

Il banchiere ha sondato il terreno per conto di colui che, dopo essere stato suo alleato, ora è il nemico giurato di Fininvest, ovvero Vincent Bolloré. Secondo le indiscrezioni che Lettera43.it è stata in grado di raccogliere, la proposta del finanziere bretone al Cav sarebbe di quelle difficili da rifiutare. Ovvero un’offerta per acquistare la quota di maggioranza Mediaset allo stesso valore di mercato, sopra i 3,5 euro, che Vivendi ha riconosciuto quando ha lanciato la scalata alle tivù del Biscione nel dicembre 2016 e che lo ha portato a conquistare il 29,9% della società.

I RAPPORTI CONFLITTUALI TRA VIVENDI E MEDIASET

Insomma, de Vecchi avrebbe proposto al Cav un’operazione che supera di oltre il 30% gli attuali valori su cui viaggia in Borsa il titolo Mediaset. Una proposta, quella di Vivendi, che arriva nel momento in cui i rapporti tra i due gruppi sono forse all’apice della conflittualità, con i francesi che si erano strenuamente opposti alla mega fusione transfrontaliera tra Mediaset e la sua controllata spagnola da cui è nata Mediaset Investment N.V., società di diritto olandese interamente e direttamente controllata da Mediaset, che diventerà la nuova società holding del Gruppo Mediaset.

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Salvini e Berlusconi alleati divisi

Il primo pensa a una coalizione di destra sovranista a trazione leghista. Ma il leader di Forza Italia è titubante e dice di non riconoscere più il capo politico del Carroccio.

Dopo la breve parentesi di governo della Lega con il M5s il centrodestra prova a ricompattarsi sotto la guida di un leader unico che possa mettere insieme le svariate anime di una coalizione politica andata in parte in frantumi dopo il voto del 4 marzo e l’esperienza giallo-verde. Il problema è che sia Silvio Berlusconi che Matteo Salvini, oltre a Giorgia Meloni leggermente defilata sul fondo, vogliono per sé il ruolo di leader maximo

Il leghista da Caorso parla di un’opposizione al governo Conte bis «nelle sedi istituzionali ma anche nelle piazze». Salvini infatti ritiene che la Lega sia l’unica forza a «rappresentare i milioni di italiani che sono indignati per un governo che non sta né in cielo né in terra, per un Pd che ha perso tutte le elezioni possibili negli ultimi due anni». Dal canto suo Berlusconi, come parte della destra, imputa a Salvini la colpa principale di aver consegnato il Paese alla sinistra.

BERLUSCONI: «NO A DESTRA SOVRANISTA»

Di fatto per il leader di Forza Italia, sta proprio al suo partito «costruire un’alternativa, di centrodestra, che non è la destra sovranista. Quella destra non potrà mai vincere, da sola, e se vincesse non sarebbe in grado di governare». Ma Berlusconi, come si legge nella lettera ai giovani di Forza Italia riuniti a Giovinazzo, sostiene anche come sia necessario «ricostruire lo spazio politico dei liberali, dei cattolici, dei riformatori, delle tradizioni su cui si fondano le libere democrazie dell’Occidente». Insomma una stoccata alla Lega netta che continua con l’autoproclamazione di Fi come sola coerente «erede di quelle idee e di quei valori, i soli portatori del modello della società occidentale con le sue libertà e i suoi diritti».

ATTACCO AL GOVERNO GIALLOROSSO E A SALVINI

«Io temo che il nuovo governo non sarà migliore del precedente, anzi potrebbe essere peggiore». Questo perché «se nell’ultimo anno la Lega era riuscita solo raramente a far valere le idee e i programmi del centrodestra, oggi abbiamo davanti un governo che ripropone tutte gli errori ideologici della vecchia sinistra, il governo forse più a sinistra della storia della Repubblica», si legge ancora.

IL GOVERNO DI SINISTRA DELLE POLTRONE

Dal canto suo Salvini vede nel solo Pd il nemico contro cui il leader del Carroccio si scaglia. «Quando ci sono in ballo le poltrone quelli della sinistra arrivano da ovunque e quindi non mi faccio grosse illusioni. So per certo che in questi giorni sto incontrando una marea di persone fuori dai palazzi che mi chiede di tenere duro perché tanto prima o poi toccherà a noi», ha spiegato. Eppure non ha mancato di replicare alle frecciate di Berlusconi chiedendo però compattezza dato che «dobbiamo preoccuparci del fatto che qui c’è una sinistra che rientra dalla finestra dopo che l’hanno buttata fuori dalla porta».

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