Le cose da sapere sulla stagione influenzale 2019-2020

L'Aifa ha fissato per metà ottobre l'inizio della Le cose da sapere sulla stagione influenzale 2019-2020

Ancora non è iniziata, ma come ogni anni e’ arrivata l’ora di prepararsi all’arrivo della prossima stagione influenzale. La campagna vaccinale inizierà a metà ottobre e terminerà a fine dicembre. Negli Stati Uniti c’è già stata la prima vittima, una bambina di 4 anni. La piccola, morta pochi giorni fa a Perris in California, è risultata positiva al virus dell’influenza e soffriva anche di altri disturbi cronici che possono aver aggravato le sue condizioni.

ATTIVO IL CEPPO H3N2

Si tratta del primo decesso pediatrico dovuto all’influenza nella nuova stagione 2019-20120: usualmente la malattia non inizia a diffondersi tra ottobre e novembre. Un episodio che, insieme ad una serie di segnali anticipati sull’aggressività dei virus in arrivo, sta già allarmando gli esperti americani, che suggeriscono di vaccinarsi al più presto, e comunque non oltre la fine di ottobre. I dati emersi dall’influenza nell’emisfero Sud, dove la stagione è appena terminata, indicherebbero la prevalenza del ceppo virale H3N2, particolarmente forte e pericoloso.

COSA REGOLA LA CAMPAGNA VACCINALE

Il periodo della campagna vaccinale è basato sulla situazione climatica e l’andamento temporale mostrato dalle epidemie influenzali in Italia, salvo specifiche indicazioni che saranno fornite, se necessario, nel caso di eventi legati ai vaccini o all’andamento epidemiologico stagionale dell’influenza. I vaccini che saranno usati sono quelli approvati secondo la procedura registrativa centralizzata coordinata dall’Agenzia europea dei medicinali (Ema). La loro composizione segue le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e del Comitato per i Medicinali per Uso umano (Chmp) dell’Ema.

QUANDO SI ATTIVA LA PROTEZIONE

La protezione del vaccino comincia circa due settimane dopo la vaccinazione e dura per sei-otto mesi circa, per poi decrescere. Oltre alle vaccinazioni e l’eventuale uso di farmaci antivirali, per limitare la diffusione dell’influenza, ricorda l’Aifa, è importante lavare regolarmente e frequentemente le mani con acqua e sapone, coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si tossisce e starnutisce e poi gettarlo nella spazzatura, e aerare regolarmente le stanze in cui si soggiorna.

LE PREVISIONI PER LA STAGIONE

Quest’anno la stagione influenzale potrebbe avere meno casi rispetto a quella scorsa, ma più aggressivi. È stato il commento di Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano, dopo la pubblicazione della composizione dei vaccini. Al momento è difficile prevedere come sarà la stagione in arrivo, ha però precisato l’esperto. «Quella scorsa è stata tra le due peggiori degli ultimi anni per numero di casi, pur essendo partita un po’ in sordina. Quest’anno le prime previsioni che si possono fare, soprattutto sulla base dell’andamento dell’epidemia nell’emisfero australe, sono per una stagione con meno casi ma più aggressivi, data la presenza dei virus A che di solito danno più complicazioni».

QUALI SONO I SOGGETTI PIÙ A RISCHIO

Il caso emerso il 18 settembre del bambino negli Usa morto per influenza, ha aggiunto Pregliasco «ci ricorda che questa malattia può uccidere, soprattutto i soggetti più fragili. Da noi la consapevolezza è minore, mentre invece bisogna essere preparati. Soprattutto se ci sono comorbidità, come in questo caso, l’influenza può essere molto pericolosa, e non a caso ogni anno registriamo nel nostro paese 8-10mila morti collegati al virus. I più a rischio sono i soggetti anziani, o chi ha una malattia preesistente, ma le complicazioni possono riguardare tutti».

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La corsa a ostacoli per cercare una nuova Terra

Su K2-18b, esopianeta avvistato da Hubble nel 2017, è stata rilevata la presenza di acqua. Ma ha una forza di gravità enorme e probabili radiazioni. E, soprattutto, è distante 110 anni luce da noi. Così difficilmente potrà essere una seconda "casa".

Si chiama K2-18b, è un pianeta distante 110 anni luce da noi ed è stato avvistato per la prima volta da Hubble nel 2017. Non solo. L’11 settembre 2019, è stata rilevata la presenza di acqua. Se si aggiunge che appartiene alla cosiddetta zona abitabile, cioè con un’orbita alla giusta distanza dalla propria stella, K2-18b è diventato il primo pianeta potenzialmente abitabile mai scoperto. Lo riferisce il sito Globalscience (al link l’approfondimento), indicando però come la ricerca di una “Terra 2.0” ponga non poche incognite.

RADIAZIONI E 110 ANNI LUCE DI DISTANZA

Cominciamo dai dati certi (e positivi): la presenza di vapore acqueo, ipotizzata anche per ciascuno dei 4 mila esopianeti scoperti fino a oggi, non era mai stata confermata. Se a questo si aggiunge una temperatura compatibile per la vita, si capisce perché gli scienziati ritengano K2-18b molto simile alla Terra. Ma abitabilità non vuol dire presenza esseri viventi: sono state individuate alcune criticità che smentirebbero il fatto che il pianeta sia adatto a essere abitato dall’uomo. La forza di gravità, innanzitutto, sarebbe molto maggiore rispetto a quella terrestre, visto che K2-18b ha una massa otto volte superiore. E poi c’è la probabile presenza di radiazioni emesse dalla stella intorno a cui ruota, più piccola del Sole ma più pericolosa. Infine, l’ostacolo al momento insormontabile rimane la distanza: 110 anni luce significano qualcosa come 110 mila miliardi di chilometri, un’abisso impossibile da colmare con la tecnologia attuale.

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L’alcol potrebbe aiutare chi soffre di diabete di tipo 2

Un uso moderato aiuta a controllare i livelli di trigliceridi e insulina. È quanto emerge da uno studio presentato dalla Southeast Universty di Nanchino.

Un consumo di alcol basso o moderato potrebbe avere un effetto positivo sui soggetti con diabete di tipo 2, agendo sui livelli di glucosio nel sangue e sul metabolismo del grasso. È quanto emerge da una meta analisi di studi presentata dalla Southeast Universty di Nanchino al 55/o Congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete. Per i ricercatori, un consumo leggero/moderato consiste in 20 grammi o meno di alcol al giorno, equivalenti in una lattina e mezzo di birra o un bicchiere di vino da 200 ml.

IL CONSUMO DI ALCOL È ASSOCIATO A BASSI LIVELLI DI TRIGLICERIDI E INSULINA

Lo studio, che ha riguardato 575 pazienti con diabete di tipo 2, ha evidenziato che il consumo di alcol era associato a ridotti livelli di trigliceridi e insulina. Tuttavia, precisano gli autori, ulteriori indagini saranno necessarie per validare la scoperta.

DIETA VEGANA, DIMINUZIONE DEL PESO CORPOREO E DIABETE

Un’altra ricerca condotta su un campione di 147 adulti in sovrappeso ma non affetti da diabete ha evidenziato che un periodo di 16 settimane di dieta vegana può aumentare il microbioma intestinale che è collegato al miglioramento del peso corporeo e al controllo degli zuccheri nel sangue. Il microbioma intestinale gioca infatti un ruolo importante nella regolazione del peso e nello sviluppo del diabete di tipo 2.

COS’È IL DIABETE

Il diabete è una malattia cronica caratterizzata dalla presenza di elevati livelli di glucosio nel sangue e dovuta a un’alterata quantità o funzione dell’insulina. L’insulina è l’ormone, prodotto dal pancreas, che consente al glucosio l’ingresso nelle cellule e il suo conseguente utilizzo come fonte energetica. Quando questo meccanismo è alterato, il glucosio si accumula nel circolo sanguigno. 

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Forse ritrovato il relitto della Endeavour, la nave di James Cook

La scoperta sul fondale al largo di Newport, cento km a est di New York, dopo vent'anni di ricerche. La nave trasportò i primi uomini che sbarcarono sulla costa est dell'Australia nel 1770.

Potrebbe essere stato trovato il relitto della nave Hms Endeavour di James Cook, che fece sbarcare i primi uomini occidentali in Australia. Lo riferisce il quotidiano britannico Daily Mail, aggiungendo che la nave potrebbe trovarsi sui fondali al largo di Newport, negli Stati Uniti, un centinaio di chilometri a Est di New York.

UNA RICERCA DURATA VENT’ANNI: «CERCHIAMO LA PROVA REGINA»

I ricercatori del Rhode Island Marine Archaeology Project, che si sono occupati delle ricerche negli ultimi vent’anni, sono ora a caccia della prova definitiva che certifichi l’identità della leggendaria nave. Per questo il prossimo passo è l’uso di sub per prelevare dei campioni di legno e ferro dallo scafo e la successiva analisi in laboratorio. «Ciò che abbiamo visto nell’ultimo anno combacia con quello che sappiamo sulla Endeavour», ha detto al portale Live Science la direttrice del RIMAP Kathy Abbass, «se trovassimo qualcosa che confermi che fosse una nave usata per il trasporto di merci e prigionieri a Newport sapremo con certezza che è lei». Il passo successivo, dopo l’identificazione, è capire se il vascello possa essere recuperato.

LA LEGGENDARIA SPEDIZIONE DI JAMES COOK DEL 1770 E LO SBARCO IN AUSTRALIA

Costruita nel 1764, la HMS Endeavour fu la prima nave a sbarcare sulla costa est dell’Australia durante il primo dei tre viaggi nell’Oceano Pacifico di James Cook, scopritore anche delle isole Hawaii e primo uomo a circumnavigare la Nuova Zelanda. La nave fu autoaffondata nel 1778 durante la Guerra Civile Americana, nel corso dell’assedio della baia di Narragansett. Furono recuperati soltanto sei cannoni e un’ancora, ma il relitto non era mai stato individuato. Fino ad oggi.

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Niente “capelli” per i buchi neri: lo dicono le onde gravitazionali

Einstein ipotizzò che i corpi celesti non avessero strutture in grado di tenerli "aggrappati" allo spazio. Uno studio sulla loro collisione gli dà ragione.

Il primo segnale della collisione fra due buchi neri, il cinguettio di un’onda gravitazionale, dà ragione ad Albert Einstein. L’analisi delle increspature dello spazio-tempo prodotte da quell’evento dimostra che i buchi neri, a differenza di quanto ipotizzato finora, non generano attorno a loro filamenti di energia simili a “capelli”. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Physical Review Letters dal gruppo di astrofisici dell’Università Stony Brook di New York, coordinato da Will Farr, in collaborazione con i colleghi del Mit di Boston e del California Institute of Technology. Si pensava finora che i “capelli” dei buchi neri fossero delle forze sconosciute in grado di tenerli ‘ancorati’ all’universo. Di queste strutture, però, non c’è traccia nell’analisi delle collisioni tra coppie di buchi neri che scuotono lo spazio-tempo con l’emissione di onde gravitazionali. Il primo segnale di una collisione tra buchi neri era stato ascoltato a settembre 2015.

EINSTEIN E WHEELER L’AVEVANO DETTO: «NESSUN CAPELLO»

Aveva, quindi, ragione John Wheeler, il fisico che ha coniato l’espressione buco nero per descrivere un oggetto cosmico con un’attrazione gravitazionale talmente intensa che nulla può sfuggire al suo abbraccio, luce compresa. Lo studioso scomparso nel 2008, dava ragione ad Albert Einstein secondo cui «un buco nero non ha capelli», massa e rotazione sono cioè tutto ciò che serve a descriverlo. Per Farr, i futuri segnali emessi dalle collisioni di buchi neri e captati dai cacciatori di onde gravitazionali Ligo e Virgo, dal 2019 di nuovo in attività dopo un periodo di manutenzione che ne ha migliorato la sensibilità, «permetteranno di studiare in modo sempre più preciso le caratteristiche di questi oggetti esotici del cosmo» .

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Il cristallino dell’occhio può predire la comparsa del diabete di tipo 2

Nuova scoperta dell'University of Exter Medical School: ora tra tra l'insorgenza della malattia e la sua scoperta possono passare anche 10 anni.

La scannerizzazione del cristallino dell’occhio può predire la comparsa del diabete di tipo 2 e del prediabete. Lo dimostra uno studio della University of Exter Medical School in Gran Bretagna, presentato al 55/o Congresso dell’Associazione europea per lo studio della malattia. Si tratta di un risultato sorprendente perché sarà possibile predire chi svilupperà la patologia in futuro e intervenire con anticipo sulle complicanze. Ora invece tra l’inizio del diabete e la sua effettiva diagnosi possono passare anche 10 anni.

COME È STATO CONDOTTO LO STUDIO

Lo studio pilota è stato condotto su 60 soggetti suddivisi in diabetici, prediabetici e sani. Su questi, i ricercatori hanno eseguito una particolare analisi, ossia la misurazione di auto fluorescenza del cristallino: «I risultati dello studio», ha spiegato la scienziata Mitra Tavakoli, «dimostrano che l’auto fluorescenza del cristallino è significativamente maggiore nei pazienti con prediabete e diabete 2. Per questo potrebbe diventare un forte marcatore per il controllo del diabete a lungo termine». La ricercatrice però suggerisce cautela nella lettura dei risultati: «Per confermare questi rilevamenti saranno necessari studi più ampi e di lungo termine».

IL DIABETE IN ITALIA

In Italia i pazienti che soffrono di diabete sono più che raddoppiati negli ultimi 30 anni. Nel 1985 i casi erano circa 1 milione e mezzo, mentre ora sono diventati 5 milioni. Un italiano su 60 invece non sa nemmeno di aver contratto la malattia.

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Piero Angela su Cicap, cambiamenti climatici e fake news

Il giornalista ospite d’onore a Padova del festival dell'organizzazione che proprio lui fondò trent’anni fa: «Sopravviveremo al global warming? Dipende da noi».

di Antonio Di Lorenzo

Sopravviveremo ai cambiamenti climatici? Dipende da noi. Dobbiamo saper meritare la tecnologia che abbiamo, che può farci vivere o morire. Greta Thunberg è un simbolo, che però va riempito di contenuti. Ma per ora l’uomo si dimostra insensibile: «Abbiamo una cultura che non è capace di leggere il nostro tempo. Non siamo pronti a gestire i mezzi che abbiamo». È il giudizio di Piero Angela, ospite d’onore a Padova del festival del Cicap, organizzazione che proprio lui fondò trent’anni fa.

Tre giorni di convegni, dibattiti e incontri che si avviano a superare le 12 mila presenze. Angela, tutt’oggi presidente onorario del Cicap, guidato adesso da Massimo Polidoro, ha parlato al rettorato dell’università, che sta già pensando a festeggiare gli otto secoli di vita ed è partner assieme al Comune (solo per citarne alcuni) del festival.

IMPARARE A GESTIRE LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE

Greta è «il simbolo di tutti i bambini che questo secolo lo vivranno fino in fondo», ha spiegato Piero Angela, con tutto il degrado possibile e immaginabile: «Abbiamo una tecnologia che può farci vivere o può distruggerci. Però bisogna meritarla, questa tecnologia. Invece abbiamo una cultura che non è in grado di leggere il suo tempo». E così, ha sottolineato il divulgatore scientifico, viviamo in un incrocio: da un lato la velocità altissima delle scoperte e delle innovazioni, dall’altro una cultura ottocentesca che non sa gestirle. «Il vero problema è proprio questo», ha precisato, «l’insensibilità della nostra cultura, a iniziare da quella politica. Non siamo pronti a gestire i mezzi che abbiamo».

LE FAKE NEWS SI BATTONO CON IL METODO SCIENTIFICO

Vinceremo la battaglia sulle fake news? Per Angela è difficile, almeno finché l’unica risorsa del web sarà la pubblicità, «cosa che obbliga a spararla sempre più grossa per avere più click e quindi inserzionisti pubblicitari». Il fondatore del Cicap ha spiegato che «possiamo contrastare le fake news divulgando il metodo scientifico (cosa che non viene fatta a scuola) che vuol dire, semplicemente, verificare le fonti: chi ha detto questo, il primo che capita o una seria ricerca?». In secondo luogo «bisogna insegnare sin dalla prima elementare che esiste un metodo della scienza. Una volta imparato, lo si applica automaticamente, come avviene per le tabelline».

Piero Angela al termine della cerimonia di conferimento della Laurea Honoris Causa in Scienza e Tecnologia dei Materiali per la Lectio Magistralis dal titolo “Scienza, tecnologia e materiali: una costruzione infinita” presso la Sala degli Svizzeri di Villa Mondragone a Frascati, 14 novembre 2016.

LA RAZIONALITÀ COME ARMA

L’Italia ha un livello di istruzione molto basso, l’analfabetismo culturale avanza. Del resto, la scuola italiana ha l’asticella molto bassa: «i fuoricorso non hanno senso, tanto per dirne una», ha commentato Angela. «Personalmente credo di aver dato il mio contributo a combattere l’analfabetismo di ritorno», ha raccontato, «sono nella Rai dal 1952 e ho sempre cercato di svolgere bene il mio lavoro, perché credo di avere una responsabilità sociale. Non posso abbassare il livello solo per avere qualche ascolto in più». La verità, spiega l’inventore di Quark, è che «la razionalità è come la democrazia: un compito difficilissimo. Greta suscita entusiasmo, ma poi ha bisogno del mondo razionale. Si può anche vivere di emozioni, ma è sempre meglio pensare al futuro e prevenire i guai». A chi sostiene che il cambiamento climatico non esiste, Angela ha risposto con una domanda: «Ti fidi a superare un camion in curva? Magari non succede niente, ma è meglio non rischiare».

COME È NATO IL CICAP

«Abbiamo iniziato trent’anni fa in una dozzina di persone in un ristorante di via Nizza a Torino. Avevo condotto tre puntate di una trasmissione sul paranormale, a quel tempo piuttosto accettato, che hanno fatto cambiare idea a parecchie persone», ha raccontato il fondatore del Cicap. «Li chiamavano i pierangelisti», ha continuato, «da allora il Cicap è cresciuto, ha avuto soci come Edoardo Amaldi (il più stretto collaboratore di Enrico Fermi), Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia, Umberto Eco, Umberto Veronesi, Margherita Hack». La verità, ha spiegto, è che bisogna essere informati: «Naturalmente, oggi come ieri, non cambia idea chi ha una fede incrollabile ma chi è disposto ad ascoltare».

LE CONQUISTE SPAZIALI: MARTE PROSSIMO OBIETTIVO

Vogliamo colonizzare Marte? Per Angela «si può fare, tanto per citare la battuta di Gene Wilder nel film di Mel Brooks». Ma ci vuole tanta energia: «Su Marte ci arriveranno in sei, ma servirà l’energia di 60 milioni di persone. L’unico modo per conquistare lo spazio è creare astronavi artificiali, stazioni spaziali che possano ospitare anche milioni di persone». La pensava così anche Asimov, ha spiegato il giornalista. «Facile a dirsi, meno a farsi. Sapete qual è il problema? I figli. Come nei kibbutz. Possiamo anche trovare persone che intendano vivere in modo stimolante, ma come la penseranno i loro figli, destinati a vivere in un recinto?».

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Se il buco nero nella Via Lattea è sempre più affamato

Sagittarius A* negli ultimi mesi ha iniziato ad assorbire una quantità enorme di materia, a livelli mai visti. La ragione? Una stella o qualche asteroide, finiti troppo vicini al corpo celeste.

Sagittarius A*, il buco nero al centro della Via Lattea, da almeno quattro mesi assorbe una quantità di materia sempre maggiore. La spia dell’aumento vertiginoso sono le variazioni della luminosità intorno al buco nero, osservate per la prima volta dopo 25 anni di ricerche. La scoperta, pubblicata sull’Astrophysical Journal Letters, si deve agli astrofisici guidati da Andrea Mia Ghez, dell’Università della California a Los Angeles.

SAGITTARIUS A* HA RADDOPPIATO LA SUA LUMINOSITÀ

«Non abbiamo mai visto nulla di simile in tanti anni di studi su questo buco nero», ha rilevato Ghez, «di solito è tranquillo e ha una dieta contenuta, ma adesso non sappiamo le ragioni del suo straordinario banchetto». Comprendere cosa stia accadendo, ha aggiunto, aiuterà a capire «come si sviluppano i buchi neri e come influenzano l’evoluzione delle galassie». I ricercatori hanno analizzato più di 13 mila osservazioni di Sagittarius A*, raccolte grazie all’Osservatorio Keck alle Hawaii e al Very Large Telescope (Vlt) dell’Osservatorio europeo meridionale (Eso) in Cile. Si è scoperto così che il 13 maggio scorso l’area che circonda il buco nero al centro della nostra galassia ha raddoppiato la luminosità rispetto alla norma. Un fenomeno senza precedenti.

LE CAUSE: INGLOBAMENTO DI STELLE O ASTEROIDI

La causa è nelle radiazioni emesse da una grande quantità di gas e polveri risucchiati. Gli astronomi hanno avanzato almeno tre ipotesi per tentare di spiegare l’origine di quei materiali: la ‘vittima’ del buco nero potrebbe essere la stella chiamata S0-2, che si sarebbe avvicinata troppo nell’estate 2018 scagliando una nube di gas; una seconda ipotesi riguarda la coppia di stelle chiamata G2, anch’essa troppo vicina al punto che il buco nero potrebbe averne risucchiato lo strato di gas più esterno; infine Sagittarius potrebbe avere attirato e divorato uno sciame di grandi asteroidi che passava nelle vicinanze.

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Scoperta acqua su un pianeta simile alla Terra

Si chiama K2-18 b e dista 110 anni luce. È il solo ad avere temperature compatibili con l'esistenza di forme di vita.

Per la prima volta è stato scoperto vapore acqueo nell’atmosfera di un pianeta dalla massa simile a quella alla Terra e distante 110 anni luce. Si chiama K2-18 b e che si trova alla distanza giusta dalla sua stella per avere temperature compatibili con l’esistenza di forme di vita. Pubblicata sulla rivista Nature Astronomy, la scoperta si deve al gruppo dell’University College di Londra coordinato da Angelos Tsiaras e di cui fa parte l’italiana Giovanna Tinetti.

IL SOLO FUORI DAL SISTEMA SOLARE CON TEMPERATURE SOSTENIBILI

Il pianeta K2-18 b, che ha una massa otto volte superiore a quella della Terra, è al momento l’unico esterno al sistema solare ad avere sia acqua, sia temperature che potrebbero sostenere la vita. La sua stella, chiamata K2-18, è una nana rossa più piccola e fredda del sole, ma molto attiva, tanto che il pianeta K2-18 b potrebbe essere un ambiente più ostile della Terra perché potenzialmente esposto a più radiazioni.

UNA SCOPERTA CHE POTREBBE AIUTARE A INDIVIDUARE PIANETI SIMILI

Per gli autori della ricerca la scoperta è solo il primo passo: d’ora in poi sarà più facile scoprire altri pianeti simili alla Terra e potenzialmente capaci di sostenere la vita. La sua scoperta, hanno aggiunto, «ci aiuta a rispondere alla domanda fondamentale: la Terra è unica?» In effetti, ha rilevato Tinetti, «la nostra scoperta rende K2-18 b uno dei pianeti più interessanti per gli studi futuri». Ad oggi, infatti, «sono stati rilevati oltre 4 mila pianeti extrasolari, ma non sappiamo molto» – hanno rilevato – «sulla loro composizione e natura. Osservando un ampio campione di pianeti, speriamo di scoprire come si formano e come evolvono i pianeti della nostra galassia». È anche la prima volta che viene osservata l’atmosfera su un pianeta che si trova nella cosiddetta ‘zona abitabile’, ossia la zona compatibile con temperature che permettono l’esistenza di acqua allo stato liquido.

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Portare indietro l’età biologica è possibile: il test su nove persone ringiovanite

La ricerca, condotta su volontari, è stata pubblicata sulla rivista Aging Cell dai ricercatori coordinati dal genetista Steve Horvath, dell'università della California. Ed ha dimostrato che i tessuti si sono rigenerati tornando a due anni e mezzo prima.

È possibile portare indietro l’età biologica: per la prima volta un sperimento ha mostrato che un cocktail di farmaci molto comuni ha ringiovanito di due anni e mezzo l’età biologica di individui sani e segni di ringiovanimento sono evidenti anche nel loro sistema immunitario. La ricerca, condotta su nove volontari, è stata pubblicata sulla rivista Aging Cell dai ricercatori coordinati dal genetista Steve Horvath, dell’università della California a Los Angeles.

NUMERO DI INDIVIDUI LIMITATO E NESSUN GRUPPO DI CONTROLLO

I risultati sono stati una sorpresa anche per gli organizzatori della sperimentazione, ma i ricercatori avvertono che sono preliminari perché l’esperimento è stato condotto su un piccolo numero di individui e non includeva un gruppo di controllo. «Mi aspettavo di vedere un rallentamento del tempo, ma non un’inversione», rileva Horvath. Lo studio era stato progettato principalmente per testare se l‘ormone della crescita potesse essere usato nell’uomo per ripristinare i tessuti nella ghiandola del timo, che si trova nel torace.

L’ORMONE DELLA CRESCITA RIGENERA IL TIMO

Questa ghiandola è cruciale per un’efficace funzione immunitaria, ma inizia a ridursi dopo la pubertà e diventa sempre più istruita dal grasso. Alcuni test sugli animali avevano mostrato che l’ormone della crescita stimola la rigenerazione del timo, tuttavia lo stesso ormone può anche promuovere il diabete, quindi lo studio ha incluso, oltre all’ormone della crescita, due farmaci contro il diabete nel cocktail che è stato testato per un anno su 9 uomini di età compresa tra 51 e 65 anni.

INDIETRO DI DUE ANNI E MEZZO E NUOVI TESSUTI

Alla fine del test, l‘età biologica dei partecipanti è stata portata indietro nel tempo di due anni e mezzo, misurati analizzando i segni dell’età sui geni di queste persone, e anche il loro sistema immunitario sembrava ringiovanito. In sette partecipanti, inoltre, il grasso accumulato nel timo era stato sostituito con il tessuto della ghiandola rigenerato.

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