Per i guariti dal coronavirus test rapidi prima di tornare al lavoro

La proposta dell'Ordine dei medici per verificare quali soggetti che hanno contratto l'infezione abbiano effettivamente sviluppato l'immunità. Ma gli esami devono essere ancora perfezionati e validati.

Utilizzare test rapidi per capire quali soggetti hanno sviluppato immunità contro il nuovo coronavirus e possono dunque per primi tornare a lavoro quando ci sarà la ‘riapertura’ del Paese e delle attività. E’ questa una “ipotesi di lavoro” ed una “possibile soluzione”, afferma il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo) Filippo Anelli, “una volta che tali test verranno perfezionati, si auspica a breve termine, e che l’Iss li avrà validati”.

Soprattutto per i soggetti contagiati e poi considerati guariti, spiega Anelli, “sarebbe importante pensare ad un piano di screening e questo potrebbe essere un sistema sulla base del quale programmare il rientro a lavoro”. L’utilizzo a tal fine dei test con tampone, rileva, “sarebbe però complicato, anche per i tempi necessari per disporre dei risultati. Al contrario, se i test rapidi attualmente allo studio o in sperimentazione fossero ritenuti affidabili, e la ricerca si sta muovendo velocemente su questo fronte, e dopo naturalmente una validazione da parte del’Istituto superiore di sanità, potrebbero essere proprio tali test a permettere uno screening per decidere chi può tornare a lavorare”. Tali test, “potrebbero permettere di capire chi ha sviluppato immunità al virus ed è dunque guarito”. Al momento, conclude Anelli, “questa è un’ipotesi di lavoro ma rappresenta una possibile strada da seguire”.

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Gimbe: oltre 208 mila casi di coronavirus in Italia

Secondo la Fondazione, ci sarebbero 128 mila positivi non identificati in più rispetto agli 80.539 comunicati dalla Protezione civile. Intanto il presidente della Regione Lombardia allarga la possibilità di richiedere il tampone anche ai monosintomatici. E sul picco di ieri, spiega: «Qualche laboratorio era in arretrato».

I casi di coronavirus in Italia sarebbero molti di più rispetto a quelli comunicati dalla Protezione civile. Secondo una stima elaborata dalla Fondazione Gimbe, infatti, i positivi complessivi sono oltre i 208 mila, a fronte dei casi, confermati al 26 marzo, pari a 80.539. «I tamponi vengono effettuati prevalentemente sui soggetti sintomatici», spiega l’organizzazione, «e, esaminando solo la punta dell’iceberg, la gravità di Covid-19 viene ampiamente sovrastimata. La distribuzione di gravità della malattia», sottolinea la Fondazione Gimbe, «è verosimilmente sovrapponibile a quella delle coorte cinese: 81% casi lievi, 15% ospedalizzati e 5% in terapia intensiva».

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GIMBE: I CASI NON IDENTIFICATI SONO QUASI 128 MILA

Sulla base di queste assunzioni, si sottolinea, «si stima che la parte sommersa dell’iceberg contenga quasi 128 mila casi lievi non identificati per un totale di oltre 208 mila casi». Di conseguenza, secondo Gimbe, la piramide si «ricompone» riducendo sia la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva, sia del tasso di letalità che scende al 3,9%. Inoltre, «l’elevato numero dei soggetti infetti non identificati conferma», conclude l’organizzazione, «la validità delle misure di distanziamento sociale».

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Il governatore della Lombardia Attilio Fontana. (Ansa)

FONTANA: «ORA TAMPONI ANCHE AI MONOSINTOMATICI»

Intanto il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana allarga la possibilità di richiedere il tampone anche ai monosintomatici. «Noi rispettiamo le regole che ci sono state dettate dall’Istituto superiore della sanità che con una delibera del proprio comitato tecnico-scientifico del 27 febbraio ci ha detto che noi dovevamo fare i tamponi solamente ai sintomatici», ha detto Fontana a Mattino Cinque, spiegando che «in un primo momento dovevano essere plurisintomatici, avere due sui tre classici sintomi, adesso basta anche essere monosintomatico. Negli ultimi giorni anche chi ha un solo sintomo, o febbre o raffreddore o tosse, può essere sottoposto a tamponatura».

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FONTANA: «IL PICCO DI IERI? QUALCHE LABORATORIO ERA IN ARRETRATO»

Il presidente è tornato anche sull’aumento dei casi attivi registrati il 26 marzo: «Vedendo i dati e tenuto conto che la nostra capacità media giornaliera massima è di 5 mila, visto che ieri eravamo a 6 mila evidentemente qualche laboratorio era in arretrato» con l’elaborazione dei test.

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Per il vaccino contro il Covid-19 serve un’alleanza globale

La pensano così i ministri Di Maio e Speranza, ma anche il mondo della scienza. Intanto aumenta il numero delle sperimentazioni.

Una ‘alleanza globale‘ è necessaria per arrivare a mettere a punto un vaccino che potrà rappresentare l’arma definitiva contro il nuovo coronavirus, ma unire le forze dei vari Paesi è fondamentale in questo momento di emergenza anche sul fronte della ricerca per altri nuovi farmaci. Quello a lavorare insieme è un appello corale, che è arrivato il 26 marzo dai ministri Luigi Di Maio e Roberto Speranza ma anche dagli scienziati, mentre sul fronte delle terapie si continuano a fare passi avanti ed aumenta il numero delle sperimentazioni in campo.

DI MAIO: «LA CORSA AL VACCINO NON PUÒ ESSERE INDIVIDUALE»

«Noi siamo disponibili a condividere la nostra conoscenza, ma devono farlo tutti: la corsa al vaccino non può essere individuale», ha chiarito il ministro degli Esteri italiano, dopo la videoconferenza con i colleghi del G7 sull’emergenza Covid-19. Posizione sostenuta anche da Speranza: «In Ue servono misure armoniche e condivise e il massimo sforzo di convergenza sulla ricerca», ha aggiunto.

ANCHE LA SCIENZA CHIEDE UN «PROGETTO GLOBALE»

Una sfida, questa, sulla quale la scienza concorda con la politica. Dalla rivista Science, infatti, anche il direttore della Gavi Alliance, Seth Berkley, ha lanciato l’appello per un «progetto globale» perché il vaccino anti coronavirus richiede uno sforzo confrontabile al Progetto Manhattan, che portò alla bomba atomica. Essere uniti, dunque, per ottimizzare forze e risorse, mentre già si registrano importanti passi avanti.

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Sono ad oggi 44 i progetti di vaccino anti SarsCoV2 nel mondo ed aumenta di giorno in giorno il numero delle sperimentazioni. Oltre agli studi in atto e autorizzati dall’Agenzia del farmaco Aifa su medicinali già in uso per altre patologie – è il caso dell’anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide Tolicizumab o dell’antinfluenzale giapponese Avigan – è indicato dall’Oms l’uso della combinazione di farmaci anti-aids Lopinavir/Ritonavir e dell’antivirale Remdesivir, sviluppato inizialmente per la malattia da virus Ebola e potenzialmente attivo contro il Covid-19. Ma altre nuove sperimentazioni sono ai nastri di partenza, come il progetto di ricerca nato dall’accordo biennale tra Toscana Life Sciences di Siena e l’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma: l’obiettivo è clonare gli anticorpi monoclonali da pazienti convalescenti partendo dal loro plasma per sviluppare una cura ed un futuro vaccino. Ulteriori due studi su nuovi farmaci sono inoltre in valutazione da parte dell’Aifa, ha annunciato il direttore generale Nicola Magrini, il quale ha pure affermato che «a breve libereremo la possibilità per i medici di famiglia di prescrivere farmaci anti-Aids». Accolta dunque la richiesta in tal senso più volte rilanciata dagli Ordini dei medici e dalla Federazione dei medici di medicina generale.

INVITO ALLA CAUTELA

Resta su tutto il forte invito alla prudenza: l’anti-malarico clorochina, utilizzato in Cina, ad esempio, presenta «rischi ed è necessaria cautela rispetto ad un uso di massa», ha avvertito Magrini. Quanto al farmaco ‘mirato’ anti-Covid denominato Eidd-2801, sperimentato all’Università del North Carolina con primi risultati positivi sui topi, si tratta, ha concluso, di un medicinale che «è ancora molto lontano dall’arrivare».

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Inaf: il picco dell’epidemia di coronavirus in Italia è vicinissimo

Secondo Fabrizio Nicastro dell'Istituto nazionale di astrofisica, la situazione è dominata da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. E avverte: «Se un'altra regione importante dovesse esplodere, è chiaro che la curva si rialzerà».

Il picco dell’epidemia di coronavirus in Italia è «vicinissimo» e si presenta «molto largo, una sorta di plateau», ha detto all’Ansa Fabrizio Nicastro, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e fra gli esperti del Gruppo analisi numerica e statistica dati Covid-19. Questa è la situazione ad ora, dominata da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. «Se un’altra regione importante dovesse esplodere», ha spiegato Nicastro, «è chiaro che la curva si rialzerà».

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Oms: «Segnali incoraggianti in Europa, ma serve cautela»

Il direttore Guerra: «Allentamento delle misure di contenimento? Ci vuole prudenza, tutto dipende dal'andamento della curva epidemica».

Per l’Oms ci sono «segnali incoraggianti» sul fronte della lotta al coronavirus in Europa. «L’Italia, che ha il numero di casi più alto della regione, ha registrato un leggero calo nei contagi, anche se è troppo presto per dire che la pandemia ha raggiunto il suo picco nel Paese», ha spiegato Hans Kluge, il direttore regionale dell’Oms-Europa. La prudenza, insomma, è d’obbligo.

ANCORA UNA SETTIMANA PER VEDERE GLI EFFETTI DEL CONTENIMENTO

Il direttore vicario dell’Oms Ranieri Guerra ha avvertito: «Per l’eventuale allentamento delle misure di contenimento e dell’uscire da casa è necessaria cautela e tutto dipende dal’andamento della curva epidemica. Sembra che stia rallentando la velocità di trasmissione ma c’è ancora un aumento dei numeri assoluti. Cruciali sono questa e la prossima settimana, in cui dovremo vedere gli effetti delle misure e vedere dunque un decremento». La prima settimana di aprile saranno infatti trascorsi 20 giorni dalle misure di contenimento prese e, secondo Guerra, si dovrebbero vedere i risultati delle stesse. Va però considerato, ha sottolineato l’esperto, che «l’Italia è un Paese lungo e ci sono cluster epidemici e focolai che procedono con velocità diverse da un’area all’altra del territorio nazionale. Fondamentale dunque è vedere quale sarà l’andamento della curva epidemica».

GUERRA: «TAMPONI A TUTTI? INAPPROPRIATO E NON FUNZIONALE»

Guerra ha anche affrontato il tema dei tamponi, ribadendo la posizione dell’Oms: «Vanno aumentati ed effettuati su categorie mirate che sono i sintomatici, i casi sospetti ed i contatti, oltre ovviamente agli operatori sanitari. Estenderli però a tutta la popolazione è inappropriato e non è funzionale. Ciò che serve è identificare casi sospetti, persone a rischio e contatti, e su questa base fare i tamponi. E vanno dotati gli operatori sanitari di adeguate protezioni». Riferendosi quindi ai test rapidi, Guerra ha sottolineato che circa 200 di questi test sono all’esame dell’Oms per la prequalifica e «potrebbero presto esservi delle novità. Quando avremo test rapidi, al momento non disponibili, potremo fare altri screening».

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Aifa: i medici potranno prescrivere farmaci anti-Aids per trattare il Covid-19

Il direttore generale Nicola Magrini ha sottolineato che per altri farmaci, come l'anti-malarico clorochina, ci siano invece «rischi» ed è «necessaria cautela rispetto ad un uso di massa». E sul Covid-19 ha spiegato che il «cambio di direzione è evidente. Condivido la previsione dell'Oms del picco entro la settimana».

Anche «i medici di famiglia» potranno «prescrivere farmaci anti-Aids» per il trattamento del coronavirus. A dirlo è il direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco Nicola Magrini, durante un intervento a Radio Capital. Magrini ha inoltre sottolineato che per altri farmaci, come l’anti-malarico clorochina, ci siano invece «rischi» ed è «necessaria cautela rispetto ad un uso di massa».

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MAGRINI (AIFA): «NON C’È CARENZA DI OSSIGENZO E DI INSULINA NEGLI OSPEDALI»

Riferendosi, invece, alle segnalazioni in merito alla carenza di alcuni tipi di farmaci, Magrini ha spiegato che «per alcuni farmaci fondamentali come gli anestetici ci stiamo lavorando perché c’è stata una carenza anche distributiva. Carenti anche alcuni farmaci acquistati dai cittadini in via preventiva. Non è invece vero», ha aggiunto il diretto dell’Aifa, «che ci sia stata una carenza ospedaliera di ossigeno e di insulina».

MAGRINI: «BISOGNA STARE IN CASA ALTRE 2-3 SETTIMANE»

Magrini ha parlato anche più in generale dell’emergenza coronavirus in Italia. «Non siamo ancora fuori dalla crisi, bisogna restare a casa per 2-3 settimane almeno», ha detto il direttore generale sottolineando come gli ultimi dati «sono buoni e indichino una decrescita di casi e decessi, e ciò è di fondamentale importanza» ma «non si deve mollare».

AIFA: PICCO ENTRO LA SETTIMANA

Il «cambio di direzione», ha detto Magrini, «è evidente. Condivido la previsione dell’Oms del picco entro la settimana. Il numero dei nuovi casi, che determina il numero dei ricoverati è in calo da quattro giorni, in linea con le previsioni, e questo vuol dire che le misure di contenimento messe in atto sono state di fondamentale importanza», ha spiegato il direttore generale. Quanto alla comunicazione rispetto al nuovo coronavirus, il numero uno dell’Aifa ha rilevato come «è vero che un virus più grave di quello influenzale, ma non è il virus del terrore che si descrive in alcune trasmissioni. Più gravi sono stati Mers e Sars».

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Fenomenologia semiseria del virologo e dell’infettivologo televisivo

Il pacato Pregliasco, il polemista Burioni. Ma anche la rassicurante Capua. E ancora: Gismondo, presenzialista, nonostante la macro topica iniziale, e Galli che con la sua schiettezza molti vorrebbero ministro della Salute. Carrellata degli specialisti diventati star del piccolo schermo con l'emergenza coronavirus.

È verboso, diplomatico, curiale, anche se si presenta quasi sempre in abbigliamento casual, per lo più con addosso la polo dell‘Anpas con il tricolore sul colletto.

PREGLIASCO, IL MEDICO ANTI-POLEMICA

Rilassato e sorridente, il professor Fabrizio Pregliasco è stato uno dei primi medici passati vorticosamente dall’anonimato al divismo televisivo sull’onda dell’epidemia di coronavirus. Si è conquistato spazio e credibilità grazie alla sua capacità di attenuare ogni polemica e di smussare i toni, lui che dà ragione un po’ a tutti e non si espone mai troppo.

Il Presidente dell’Anpas Fabrizio Pregliasco (Ansa).

Benché venga sempre presentato come virologo, non lo è: è invece specializzato in Igiene e Medicina preventiva e in Tossicologia, ma è soprattutto un manager, direttore sanitario dell’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano, dopo aver svolto analogo incarico presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, proprio quello in cui Silvio Berlusconi scontò, si fa per dire, la pena ai servizi sociali.

LO SCONTRO CON SGARBI E IL GELO SU PANZIRONI

Finora, la sua pacatezza è stata scalfita solo dall’assalto verbale di Vittorio Sgarbi durante una puntata di Non è l’arena: «Chi cazzo è Pregliasco? Raccontano tutti balle, sono tutti capre!». Pregliasco ha ribattuto che Sgarbi stava dicendo «sciocchezze» e poi anche «stupidate», e si è capito che aveva perso le staffe solo quando ha protestato ad alta voce: «Incredibile! Lei è un irresponsabile e non dovrebbero farla parlare».

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Non si è scomposto granché nemmeno quando Massimo Giletti l’ha messo a confronto con Adriano Panzironi sul tema della vitamina C, che secondo il guru dell’alimentazione ci proteggerebbe dal virus. «Diciamo che è un coadiuvante del sistema immunitario», ha ribattuto Pregliasco con la sua aria sacerdotale.

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Il virologo Roberto Burioni. (Ansa)

BURIONI E L’ATTRAZIONE PER IL RIFLETTORE

Niente a che vedere con la vis polemica di un altro medico, lui sì virologo a pieno titolo, il marchigiano Roberto Burioni, già molto attivo contro le campagne No-Vax sia sui social sia con il sito Medical Facts, prima di assurgere a ospite esclusivo di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Docente dell’Università San Raffaele di Milano, Burioni è uno che non le manda a dire e sembra trovarsi perfettamente a suo agio davanti le telecamere.

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GISMONDO, IN TIVÙ NONOSTANTE L’ERRORE INIZIALE

Schierato (quasi) fin da subito su posizioni di allarme davanti all’espandersi del Covid-19, ha definito la collega «quella signora del Sacco», Maria Rita Gismondo che aveva improvvidamente minimizzato la gravità dell’epidemia, attestandosi sulla teoria «poco più grave dell’influenza».

Anna Rita Gismondo del Sacco di Milano (Ansa).

La stessa Gismondo, a dispetto di questa macro topica, viene comunque continuamente invitata in tivù, forse perché i talk show hanno disperatamente bisogno di uno specialista da intervistare e quindi va bene chiunque, purché sia fornito di quel poco o tanto di narcisismo che la platea televisiva solletica.

CAPUA, RASSICURANTE ELEGANZA

Decisamente disinvolta anche la virologa Ilaria Capua, direttrice dell’One Health Center of Excellence in Florida, già assurta alle cronache nel 2006 per aver condiviso la sequenza genetica del primo ceppo africano di influenza H5N1 in GenBank (database open access) e non in un database ad accesso limitato, avviando così un dibattito internazionale sulla trasparenza dei dati, iniziativa che ha cambiato i meccanismi alla base dei piani prepandemici.

Ilaria Capua direttrice dell’One Health Center of Excellence in Florida (Ansa).

Bella, fascinosa, elegante, rassicurante, la Capua non fa sparate, ragiona insieme al conduttore e al pubblico, ammette, con sofisticati giri di parole, che non si sa, che sarebbe interessante sapere, capire, ricercare, che forse sì, ma forse anche no, ci vuole tempo, ma è tutto molto interessante.

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GALLI, IL MINISTRO DELLA SALUTE IDEALE

Il cast dei virologi comprende anche, ovviamente, il responsabile di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, professor Massimo Galli, ormai osannato da tutti coloro che ne apprezzano la schiettezza e già indicato da qualcuno come ideale ministro della Salute.

Galli: «La ricerca del vaccino non sia una corsa al guadagno»
Massimo Galli, responsabile di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano

Impagabile la sua espressione quando risponde alle domande facendo capire con lo sguardo «sto dicendo quello che posso e devo dire, ma ci sarebbe tanto di più da aggiungere…», però poi non resiste e a ogni intervista trova il modo di levarsi qualche sassolino dalle scarpe, come quando ha levato la sua invettiva sui disastrosi tagli alla formazione dei medici e alla ricerca, o come quando ha elegantemente definito «sciocchezzaio» la proposta iniziale di Boris Johnson di promuovere l’immunità di gregge in Gran Bretagna.

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Galli insiste da tempo sulla la necessità di garantire assistenza domiciliare coinvolgendo i medici di base, sia per fare da filtro ai ricoveri sia per dare effettiva vicinanza alle persone malate a casa. Qualcuno lo ha finalmente ascoltato, se Regione Lombardia ha deciso ora di seguire proprio questa strategia. Per lui la sfida numero uno è tenere l’area metropolitana milanese al riparo dall’ondata di contagi, evitando quella che definisce «la battaglia di Milano». E fino a questo momento, pare che ci sia riuscito.

E DOPO IL FATIDICO PICCO?

Chissà se dopo il fatidico “picco”, che tutti attendiamo con ansia, insieme alla curva dei contagi si abbasserà anche quella delle presenze dei medici in tivù a tutte le ore del giorno. Non prima, immaginiamo, che ciascuno di loro abbia potuto dichiarare a una telecamera «Vedete? È proprio come avevo previsto io». Ma a quel punto, noi saremo fuori, finalmente liberi per strada, e col televisore spento.

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Quali sono i farmaci e i vaccini che si testano contro il coronavirus

Il caso dell'Avigan ha riaperto la questione dei medicinali anti Covid-19. Dai mix antivirali alla sperimentazione di trattamenti contro malaria e artrosi: a che punto è la ricerca.

La strada del vaccino contro il coronavirus è ancora tutta da percorrere. Negli ospedali di mezzo mondo si tentano vie alternative, si provano farmaci sperimentali, o si riadattano da altri scopi. Secondo il direttore esecutivo dell’Agenzia europea per i medicinali, Guido Rasi al momento ci sono almeno una ventina di farmaci e 35 vaccini proposti alla valutazione dell’istituto. In mezzo fioriscono bufale, polemiche e disinformazione. È il caso ad esempio del fantomatico giapponese Favipiravir, meglio noto come Avigan.

LE COSE DA SAPERE SUL FARMACO GIAPPONESE AVIGAN

La fiammata di interesse intorno al “miracoloso” medicinale nipponico è esplosa con un video condiviso su social e circolato anche su WhatsApp di un farmacista italiano che si riprendeva per le vie di Tokyo spiegando che in Giappone viene usato con esisti positivi per bloccare sul nascere la malattia nei pazienti. Visto il propagarsi della notizia, e il conseguente appello di Luca Zaia che ha chiesto di includere anche il Veneto nella sperimentazione, l’Agenzia italiana del farmaco ha spiegato che per il momento non ci sono prove di reale efficacia del Favipiravir, ma ha confermato che il 23 marzo la commissione tecnico-scentifica intera ha avviato l’analisi e la definizione del trial clinico per il Favipiravir.

Cittadini giapponesi in un parco di Tokyo durante la fioritura dei ciliegi

Il medicinale è un antivirale creato dalla giapponese Fujifilm Toyama Chemical e approvato dalle autorità nel 2014. L’Avigan è stato sviluppato per bloccare i meccanismi di diffusione del virus nei pazienti infetti e rendere il processo di guarigione più rapido e meno difficoltoso. Il 23 marzo Mario Lavizzari, Corporate Senior Director di Fujifilm Italia, ha spiegato in una nota che per il momento «Non esistono prove scientifiche cliniche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti». Come ha spiegato il giornalista Pio d’Emilia a ridosso della pubblicazione del video, nel corso del tempo il farmaco era stato ritirato dal commercio per i pesanti effetti collaterali, soprattutto per le donne in cinta e i rischi per i feti. Successivamente il brevetto era stato ceduto a Russia e Cina, con la repubblica popolare che in occasione dell’epidemia l’ha testato in massa. Alcuni risultati hanno convinto le autorità giapponesi a riprenderne l’uso ma solo in alcuni casi specifici e in alcuni ospedali. Per il resto il Favipiravir non è stato autorizzato né negli Stati Uniti, né in Europa. Ma l’Avigan è solo uno dei tanti farmaci antivirali che si stanno sperimentando.

GLI ALTRI ANTIVIRALI ALL’OPERA

Tra gli antivirali sotto la lente di ingrandimento per combattere il Covid-19 ce ne sono alcuni su cui vale la pena soffermarsi. Uno dei farmaci che sembrano dare risultati promettenti è il Remdesivir, come confermato anche da Massimo Galli, Past President SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) e Direttore Divisione Clinica di Malattie Infettive AO-Polo Univ: «Il Remdesivir è uno dei pochi farmaci per cui sussiste un’evidenza sperimentale di possibile efficacia, almeno in modelli di laboratorio». Il medicinale, prodotto dalla casa farmaceutica Gilead, fa parte della classe degli analoghi nucleotidici. Nato intorno al 2010 è stato impiegato per contrastare l’Ebola, durante le epidemie del 2013 e 2016 e le infezioni da virus Marburg. Aveva dato risultati incoraggianti in laboratorio, ma poi la prova su larga scala aveva convinto gli operatori sanitari a optare su altri farmaci. Nonstante questo già alla fine di febbraio l’Organizzazione mondiale della sanità mostrava una certa fiducia nei confronti del medicinale. Secondo Bruce Aylward, vice direttore generale dell’Oms, «c’è un solo farmaco che pensiamo possa avere affetti reali, e questo farmaco è il remdesivir».

In Italia la sperimentazione è stata avviata in diverse aziende ospedaliere come Padova, il Sacco di Milano, l’ospedale San Matteo di Pavia, lo Spallanzani a Roma, Clinica di Malattie infettive dell’Ospedale di Chieti e il Policlinico San Martino di Genova. Il 17 marzo il primario della struttura ligure ha fatto sapere che un paziente di 79 anni è stato curato col farmaco fino a una completa guarigione. Ma i dati disponibili al momento sono ancora pochi. Non ha invece dato i risultati sperati la sperimentazione di una coppia di farmaci, il mix Kaletra, cioè l’uso combinato di lopinavir e ritonavir usati per l’HIV. Inizialmente sembrava aver dato riscontri positivi, come nel caso della coppia italiana ricoverata in India, ma test più specifici hanno spento l’entusiasmo. Secondo uno studio realizzato nell’ospedale Jin Yin-Tan a Wuhan in Cina e pubblicato sul New England Journal of Medicine, il mix di farmaci non avrebbe fatto emergere risultati significativi sia in termini di riduzione dei giorni di malattia o di riduzione del rischio di morte. Gli studiosi hanno anche scritto, però, che è possibile che i due farmaci possano funzionare in combinazione con altre terapie.

LA SPERANZA IN UN MEDICINALE CONTRO L’ARTRITE

Nelle scorse settimane è emersa la possibilità che un farmaco contro l’artrite reumatoide, il tocilizumab, sia in grado di combattere la polmonite causata dal Covid-19. Già una decina di giorni fa all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli erano arrivati i primi segnali incoraggianti. Il farmaco è stato utilizzato anche nell’epidemia in Cina, come aveva spiegato il Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma della Fondazione Pascale. «I ricercatori cinesi hanno confermato l’efficacia con un miglioramento delle condizioni di 20 pazienti con coronavirus su 21 trattati in circa 24-48 ore». Nei giorni successivi la Roche, produttrice del tocilizumab, ha annunciato la cessione gratuita del farmaco a tutte le strutture. Il 17 marzo il direttore dell’Aifa, Nicola Magrini, ha annunciato l’espansione della sperimentazione in oltre 330 pazienti in Calabria, Puglia Marche, Toscana, Liguria, Veneto e Lombardia.

RISULTATI INCORAGGIANTI ANCHE CON UN FARMACO PER LA MALARIA

Nuove indicazioni positive sono arrivate da uno farmaco contro la malaria, l’idroclorochina. Ricercatori cinesi hanno visto che il farmaco può rallentare le infezioni da Sars-CoV-2 bloccando le modalità con cui accede alle cellule. Uno studio francese ha mostrato come ci siano dati incoraggianti dalla sperimentazione dell’idroclorochina combinata con l’azitromicina, un antibiotico. Stando alla ricerca condotta da Philippe Gautret e Didier Raoult, dell’Istituto Mediterraneo per le infezioni dell’Università di Marsiglia il lavoro si è basato sia sui risultati provenienti dalla Cina, che da quelli relativi all’antibiotico, che pur se calibrato per combattere i batteri, si è dimostrato efficace contro i virus responsabili della Zika e dell’Ebola. In tutti i pazienti, hanno scritto gli autori della ricerca, è stata osservata «una significativa riduzione della carica virale» e questo, hanno osservato, indica come l’idroclorochina associata all’azitromicina è «molto più efficiente ai fini dell’eliminazione del virus». Al momento i dati però sono pochi dato che la sperimentazione è stata condotta su 36 pazienti, e soprattutto che tutti erano consapevoli della somministrazione che quindi non è avvenuta in maniera random.

LE ALTRE CURE ALLO STUDIO

Questi appena elencati sono solo alcuni esempi delle sperimentazioni in corso. Ma in realtà molti altri farmaci sono in fase di sviluppo. Ad esempio nel Policlinico San Matteo di Pavia i medici si stanno preparando per avviare una nuova procedura grazie al contributo della delegazione cinese arrivata in Italia che si concentra sull’utilizzo del plasma dei pazienti guariti: «La plasmoterapia sta garantendo risultati positivi soprattutto nella cura dei malati più gravi», hanno spiegato i ricercatori cinesi. Al momento si attende il via libera dal ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità per utilizzare il plasma dei pazienti guariti e dimessi e iniziare le infusioni nei malati.

Controlli all’ospedale Maugeri di Pavia.

In uno studio pubblicato su Science, invece, i ricercatori dell’Università di Lubecca, in Germania, hanno mostrato di aver individuato una molecola, la “13b”, capace di intaccare l’enzima utilizzato dal virus per replicarsi nelle cellule infette. In particolare i test hanno mostrato che la molecola non è tossica e si somministrerebbe per inalazione così da depositarsi nei polmoni. Ma è presto per cantar vittoria, dato che servono ancora mesi di sperimentazione e l’aiuto di almeno una casa farmaceutica che finanzi il progetto di ricerca.

Il centro deserto di Francoforte, Germania.

Notizie incoraggianti anche da un altro studio realizzato da un gruppo di ricerca dell’Università olandese di Utrecht. La ricerca, pubblicata sul sito BioRxiv, ha spiegato come sia stato sintetizzato un anticporto monoclonale, specializzato nel riconoscere la proteina che il virus utilizza per aggredire le cellule respiratorie umane e definita “spike” (tradotta come artiglio, o punta). In particolare questo anticorpo si legherebbe alla proteina, che si trova nella parte esterna del coronavirus, impedendogli di agganciarsi alle cellule e di conseguenza di penetrarle e infettare le persone. Come per lo studio tedesco, anche quello dei ricercatori di Utrecht necessita di fondi e supporto. Ma, hanno spiegato, la sperimentazione sull’uomo potrebbe avvenire prima di un ipotetico vaccino.

LE SPERIMENTAZIONI NEGLI STATI UNITI

Tutta da giocare anche la partita dei vaccini. Le grandi case farmaceutiche hanno iniziato le ricerche, ma ci vorranno parecchi mesi per arrivare a un prodotto definitivo. La più vicina in questo senso sembra essere l’americana Moderna Therapeutics. La scorsa settimana, stando a quanto ha scritto Associated Press, è iniziata la prima fase di test sugli esseri umani, saltando quasi a piè pari quella sugli animali. In particolare quattro pazienti hanno ricevuto la prima dose nella struttura di Kaiser Permanente, a Seattle, uno dei focolai più grossi negli Stati Uniti. Il vaccino non può causare la malattia, ma contiene un codice genetico ricavato dal virus. Ufficialmente questo vaccino si chiama mRNA-1273 ed è diverso da quelli che vengono normalmente sintetizzati, prodotti a partire da un virus indebolito o ucciso. Nel caso della sperimentazione americana invece la sequenza è stata solo riprodotta. La speranza, dicono gli autori della sperimentazione, è quella che il sistema immunitario del paziente si attivi per combattere la vera infezione.

LA VIA ITALIANA: SÌ AI TEST SUGLI ANIMALI

Per quanto riguarda l’Italia alcuni segnali incoraggianti sono arrivati dalla Takis. In questi giorni è previsto l’avvio dei primi test sugli animali dopo il via libera del ministero della Salute. Si tratta della prima azienda europea a entrare in questa fase di sviluppo. Rispetto a quello in fase di test negli Usa, questo vaccino è stato ottenuto a partire da un frammento del materiale genetico del Sars-CoV-2 e si basa sulla tecnologia chiamata elettroporazione, che prevede nell’iniezione nel muscolo seguita un brevissimo impulso elettrico che facilita l’ingresso del vaccino nelle cellule e attiva il sistema immunitario. I primi risultati dei test dovrebbero arrivare già ad aprile e forse i primi test sull’uomo potrebbero partire per l’autunno. Anche se per studi approfonditi serviranno ingenti fondi.

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Mancano farmaci negli ospedali a causa del coronavirus

L'allarme dell'Aifa, che è al lavoro per trovare soluzioni straordinarie. Mentre l'Ema torna sul caso ibuprofene.

«L’improvviso incremento della domanda per i farmaci utilizzati nelle terapie ospedaliere dei pazienti ricoverati a causa dell’epidemia ha generato delle carenze». A dirlo, in una nota pubblicata sul portale, è l’agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) che sottolinea di essere a lavoro con le aziende, mediante il supporto costante di Farmindustria e Assogenerici, per mettere a punto «soluzioni eccezionali ed emergenziali». L’agenzia, si legge sul sito dell’Aifa, «segue il problema raccordandosi costantemente con le Regioni e le Province autonome, cui tutte le strutture territoriali sono invitate a rapportarsi per la valutazione e l’inoltro ad Aifa di segnali, dando priorità ai casi urgenti di irreperibilità per i quali siano già stati espletati tutti i passaggi previsti con gli aggiudicatari delle gare regionali».

L’EMA: «LEGAMI TRA IBUPROFENE E COVID-19? NESSUNA PROVA SCIENTIFICA»

Nel frattempo, continuano a fare discutere le voci secondo cui l’ibuprofene potrebbe causare un peggioramento del coronavirus. L’Agenzia Europea dei medicinali (Ema) è dovuta intervenire per chiarire che «al momento non ci sono prove scientifiche». L’Ema ha sottolineato «la necessità di condurre studi epidemiologici in modo tempestivo per fornire prove adeguate su qualsiasi effetto di farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans) sulla prognosi per Covid-19». Dopo l’appello del ministro della Sanità francese a non assumere ibuprofene qualora si sospetti una infezione da Covid, a intervenire, consigliando di non assumerne senza aver prima consultato il medico, è stata anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). «Ogni medicinale – spiega oggi Ema – ha i suoi benefici e rischi» che andrebbero considerati insieme alle linee guida nazionali, «la maggior parte delle quali raccomanda il paracetamolo come prima opzione per la febbre o il dolore». In linea con le linee guida di trattamento nazionali, «i pazienti e gli operatori sanitari possono continuare a utilizzare i Fans, non vi è motivo per cui i pazienti che assumono ibuprofene interrompano il trattamento».

L’APPELLO A CONDURRE STUDI PER APPROFONDIRE LA QUESTIONE

Le confezioni di molti Fan, ricorda Ema, contengono già avvertenze che i loro effetti anti-infiammatori possono nascondere i sintomi di un’infezione in peggioramento. Il comitato di sicurezza dell’Ema (Prac), a maggio 2019, ha avviato una revisione per capire se siano necessarie ulteriori misure, a seguito della segnalazione queste medicine possano aggravare la varicella e alcune infezioni batteriche. Rispetto al loro uso nel contesto della pandemia di Covid, l’agenzia «sta monitorando attentamente la situazione», invita a fare studi per valutarne gli effetti e «esaminerà tutte le nuove informazioni che saranno disponibili».

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Cosa sappiamo e cosa ancora non conosciamo del Covid-19

Perché bambini e giovanissimi sembrano meno esposti? Quanto sopravvive il virus sulle diverse superfici? Perché la mortalità in Italia è così alta? Con il caldo saremo fuori pericolo? Ipotesi e studi sul coronavirus.

Le prime notizie della comparsa di una nuova pericolosa polmonite nella città cinese di Wuhan rese note dalla Cina risalgono alla fine di dicembre.

Dopo meno di tre mesi quel misterioso virus ha infettato più di 180 mila persone uccidendone più di 7 mila in tutto il mondo. E il bilancio purtroppo è in continuo aumento.

Centinaia di ospedali, migliaia di medici e ricercatori sono in prima linea per combattere e studiare il Covid-19. A oggi, però, alcune caratteristiche del Sars-Cov-2 (il virus che causa la malattia) rimangono misteriose. Facciamo il punto.

È VERO CHE I BAMBINI SONO MENO ESPOSTI AL CORONAVIRUS?

Il coronavirus sembra avere effetti meno gravi sui giovani sotto i 20 anni e sui bambini. Questo non ha ancora una spiegazione scientifica certa. Attenzione, non vuol dire che i bambini e i ragazzi siano immuni, anzi, ma i numeri oggi ci dicono che quando contraggono il virus possono essere più frequentemente asintomatici o mostrare i sintomi dell’influenza stagionale.

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Un dato in questo senso può essere chiarificatore. Dallo screening massivo messo in campo in Corea del Sud, dove i test sono stati fatti anche agli asintomatici, è emersa che la percentuale più alta di persone positive (il 29,9%) era nel gruppo di età tra i 20 e i 29 anni. In Italia vengono sottoposte a tampone ormai solo esclusivamente le persone sintomatiche e risulta così che la fascia d’età con maggiore incidenza è tra i 70 e i 79 anni (il 22,2% dei positivi). Il fatto che i più giovani reagiscano meglio non è qualcosa di scontato. La drammatica epidemia di spagnola del 1918 colpì duramente soprattutto i giovani adulti. Tra i 20 e i 40 anni si registrò uno dei picchi di mortalità. Un mistero lungo un secolo e che non è ancora stato chiarito. Oggi il mistero si ripete al contrario.

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Uno studio cinese pubblicato recentemente ha confermato come tra i casi dei bambini tra i 2 e i 13 anni, il 90% fosse asintomatico o con manifestazioni molto leggere. Il perché è affidato solo a ipotesi. Forse i bambini sono meno esposti a contatti con persone malate con sintomi. Forse il virus utilizzerebbe l’enzima ACE2 per penetrare nelle cellule e nei bambini questo sarebbe meno sviluppato. Forse la frequenza di malattie respiratorie a cui sono in genere sottoposti i bambini in età scolare li ha già in qualche modo resi più forti. Ma lo studio segnala un dato importantissimo: la primissima infanzia non è esente dal contagio e il 10,6% dei casi di bambini sotto l’anno di età che ha contratto il virus ha sviluppato complicanze.

coronavirus asintomatico contagio
Ingrandimento del coronavirus Sars-Cov-2.

È VERO CHE MUOIONO PIÙ UOMINI CHE DONNE?

Gli uomini sembrerebbero molto più a rischio delle donne. Almeno questo direbbero i numeri. Il professor Fabrizio Pregliasco a Lettera43.it però ha messo sfatato questo mito. «La casistica secondo la quale il coronavirus contagiava prevalentemente i maschi è nata all’inizio dell’epidemia, in quel famoso mercato del pesce a Wuhan. Lì avevamo constatato che i maschi erano i più colpiti, ora la situazione evidenzia invece un’equidistribuzione», ricordava Pregliasco. È dunque presumibile che fossero percentualmente più colpiti gli uomini per questioni professionali. «Però non c’è più questa distinzione di sesso», aveva ribadito, «così come adesso che aumentano i casi stiamo vedendo anche i giovani ammalarsi, alcuni purtroppo anche gravi».

IL CORONAVIRUS SPARIRÀ CON IL CALDO?

Tutti se lo augurano, qualcuno lo ipotizza. Ma nessuno è certo. Il virus può essere contratto in due modi principali: entrando in contatto diretto con una persona o toccando superfici infette. Il contatto personale rimarrà inevitabilmente un veicolo di contagio ma con la bella stagione diminuiscono le occasioni di ritrovo in luoghi chiusi. Non solo. In alcuni casi i virus sulle superfici, esposti ad alte temperature, tendono a morire. I coronavirus sono avvolti in una membrana lipidica che può essere danneggiata dall’alcol, dai disinfettanti e anche, dalle temperature.

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Per quanto riguarda la stagionalità del coronavirus molto dipende dalla solidità di questa membrana. I primi riscontri non fanno ben sperare, visto che negli ultimi giorni in Paesi asiatici in cui il clima è già caldo come Thailandia, Malaysia e Filippine si è registrato un aumento dei casi. «Il caldo dovrebbe frenare la diffusione, ma non sarà la fine del virus», ha detto Dale Fisher che coordina l’unità di crisi delle epidemie dell’Oms.

coronavirus farmaci
Il primo farmaco progettato espressamente per aggredire il coronavirus Sars-CoV2 è stato messo a punto.

QUALE È LA PERCENTUALE DI MORTALITÀ?

Anche in questo caso tanti numeri, ma nessuna certezza. Il dato più ripetuto è che il 2% dei pazienti muore per la malattia. Ma è un dato statistico del tutto approssimativo e che sarà oggetto di verifiche solo con il tempo. L’Oms ha stimato empiricamente la percentuale attorno al 3,4%. Se guardiamo i casi italiani la mortalità è addirittura intorno al 7,5%. Sappiamo però che è un dato probabilmente falsato dal fatto che non conosciamo il numero di tutte le persone positive, nonostante l’alto numero di tamponi eseguiti. In Corea del Sud, dove quasi immediatamente è partita una campagna di test ad amplissimo raggio (274.504 tamponi fatti al 16 marzo), il dato, che ha rilevato anche migliaia di casi positivi asintomatici, ha portato la percentuale sotto l’1%. Se il dato coreano fosse scientificamente attendibile vorrebbe dire che in Italia più di 250 mila persone hanno già contratto il virus. Ma in realtà è ancora troppo presto per trarre conclusioni. Al di là dei numeri la rischiosità e la letalità del Covid 19 è ormai purtroppo indubbia.

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QUANTO SOPRAVVIVE IL VIRUS SULLE SUPERFICI?

Su questo punto non ci sono ancora certezze, ma si sta facendo chiarezza. Lo studio più recente è una ricerca americana ancora in corso di verifica e in attesa di pubblicazione. Il virus secondo i ricercatori rimane sospeso in aria per 3 ore in caso di ambienti non areati (meno di morbillo e varicella), 4 ore su superfici in rame, 24 ore sul cartone. Su superfici di plastica o acciaio può resistere fino a due-tre giorni, ma in media sopravvive 13 ore sull’acciaio e 16 sulla plastica. In poche parole su maniglie, tavoli, superfici varie in ambienti non areati (l’esempio classico sono gli ascensori), molto probabilmente rimane attivo per giorni. Non ci sono però ancora dati certi su quanta concentrazione abbia il virus nei colpi di tosse o negli starnuti delle persone infette. E non si sa ancora quanto sopravviva sui tessuti o su altre superfici più difficili da disinfettare. L’ipotesi dei ricercatori è che comunque la natura porosa dei tessuti sia meno ospitale per il virus.

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Sima: le polveri sottili accelerano la diffusione del coronavirus

Secondo lo studio, l'alta concentrazione di Pm10 al Nord e nella Pianura Padana «stanno veicolando il Covid-19». Si tratta di una crescita «anomala della diffusione dell'epidemia».

Le polveri sottili «accelerano la diffusione dell’infezione» da nuovo coronavirus, al Nord e in particolare nella Pianura Padana. È quanto emerge da uno studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) con le Università di Bologna e Bari. Esaminati i dati pubblicati sui siti Arpa, relativi a tutte le centraline di rilevamento sul territorio nazionale, insieme ai casi di contagio riportati dalla Protezione Civile: «Alte concentrazioni di polveri fini a febbraio in Pianura Padana hanno esercitato un’accelerazione anomala alla diffusione virulenta dell’epidemia», rileva lo studio. Secondo i ricercatori, le polveri sottili «stanno veicolando il virus».

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Perché gli asintomatici possono trasmettere il coronavirus

Sars-CoV-2 è maggiormente contagioso prima dell'insorgere dei sintomi e durante la prima settimana in cui essi si manifestano, spesso in forma lieve. La buona notizia è che gli asintomatici, sebbene rimangano positivi, smettono di essere pericolosi per gli altri quando il loro sistema immunitario inizia a produrre gli anticorpi.

C’è uno studio tedesco che fa chiarezza sulle modalità di trasmissione del coronavirus da uomo a uomo. E che mette in guardia in particolare dai pazienti asintomatici. È stato infatti dimostrato che Sars-CoV-2 è maggiormente contagioso prima dell’insorgere dei sintomi e durante la prima settimana in cui essi si manifestano, spesso in forma lieve. La buona notizia è che gli asintomatici, sebbene rimangano positivi, smettono di essere pericolosi per gli altri quando il loro sistema immunitario inizia a produrre gli anticorpi.

STUDIO BASATO SUI CONTAGIATI DAL PAZIENTE 1 TEDESCO

I risultati dello studio, basato su nove casi di persone che hanno contratto il virus in Germania dal cosiddetto paziente 1 tedesco, a sua volta infettato a Monaco di Baviera da una collega cinese arrivata da Shanghai per una trasferta di lavoro, sono stati pubblicati su Science News pochi giorni fa. Durante la prima settimana di malattia, virus capaci di infettare altre persone sono stati isolati in circa il 17% dei tamponi di naso e gola e in oltre l’83% dei campioni di catarro provenienti dal gruppo al centro dello studio. I nove pazienti hanno prodotto da migliaia a milioni di virus nel naso e nella gola, una quantità circa mille volte superiore rispetto alla Sars del 2003. Ecco perché secondo Clemens Wendtner, primario di malattie infettive alla clinica Schwabing di Monaco, il nuovo coronavirus è così contagioso. O almeno, questa ricerca può contribuire a dare una risposta basta su dati scientifici.

IL RUOLO DEGLI ANTICORPI

I ricercatori del team Wendtner hanno identificato i nove pazienti – tutti colleghi del paziente 1 – qualche tempo dopo che erano stati esposti all’infezione, quindi non sanno con certezza quando esattamente hanno iniziato a produrre virus. Di sicuro c’è che dopo l’ottavo giorno di sintomi, era ancora possibile rilevare tracce di RNA virale nei loro tamponi o nei campioni di catarro, ma i pazienti non erano più in grado di produrre virus capaci di infettare gli altri. Questo perché il loro sistema immunitario aveva generato anticorpi sufficienti a neutralizzarli una volta usciti dalle cellule.

IL NUMERO DI VIRUS INFETTIVI CROLLA DOPO CIRCA 10 GIORNI

Lo studio fissa un punto fermo importante: trovare RNA o frammenti di virus in un tampone o in un campione non significa che il virus sia vivo o infettivo. Il rovescio della medaglia è che quando i pazienti sono solo leggermente malati o hanno appena iniziato a sviluppare la malattia nel loro organismo, magari senza nemmeno avvertire dei veri e propri sintomi, possono comunque diffondere moltissimi virus. Il numero di quelli capaci di contagiare gli altri crolla dopo circa 10 giorni, e con esso crollano anche le probabilità di trasmettere l’infezione con starnuti, colpi di tosse, strette di mano e più in generale con il contatto sociale.

L’IMPORTANZA DEL DISTANZIAMENTO SOCIALE

Secondo lo studio del team Wendtner, alti livelli di diffusione del coronavirus nel naso e nella gola dei nove pazienti si sono verificati molto presto nell’infezione. Al momento del test, la produzione della maggior parte dei virus nelle vie aeree aveva già raggiunto il picco. Con il progredire dell’infezione, i risultati suggeriscono che il virus si sposta più in profondità nei polmoni e la malattia può evolvere in forme più gravi che richiedono il ricovero in ospedale. I pazienti coinvolti nello studio hanno iniziato a produrre anticorpi contro il virus circa 6-12 giorni dopo l’inizio dei sintomi. Dunque, la contagiosità precoce ed estrema di Sars-CoV-2 è un argomento a favore delle misure di distanziamento sociale, unico rimedio per tentare di arginare l’infezione nelle popolazioni.

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Coronavirus: per ogni caso confermato, fino a 10 “sfuggono”

Secondo la ricerca pubblicata su "Science", si tratta di persone che hanno, in genere, sintomi più leggeri e sono di per sé meno contagiosi. Ma sono anche responsabili di quasi l'80% di tutti i nuovi casi di infezione.

Identificare con precisione quante persone siano state contagiate dal coronavirus non è semplice. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science, infatti, per ogni caso confermato di Covid-19 ci possono essere molto plausibilmente altri 5-10 casi «che girano» non individuati. La ricerca, condotta dagli scienziati dell’Imperial College di Londra e coordinato da epidemiologi della Columbia University a New York, dice che questi “attivi” sono in genere con sintomi più leggeri e sono di per sé meno contagiosi (la metà dei casi confermati). Ma sono nel complesso responsabili addirittura di quasi l’80% di tutti i nuovi casi di infezione.

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COSA DICE ESATTAMENTE LO STUDIO

Lo studio si basa su dati cinesi relativi ai mesi di dicembre 2018 e gennaio 2019, quando ancora in Cina non erano state implementate misure di controllo ad esempio sugli spostamenti e con i tamponi a tappeto. Gli scienziati stimano che in quel periodo in Cina circa sei casi su sette di Covid-19 non venivano riconosciuti. «Significa che se in America ci sono 3.500 casi di coronavirus confermati», spiega il coordinatore del lavoro Jeffrey Shaman, «in realtà ce ne potrebbero essere 35 mila in tutto». E lo stesso vale per tutti i Paesi occidentali che hanno iniziato in ritardo a fare i tamponi e che comunque non ne hanno fatti a sufficienza. La situazione non è da sottovalutare, anche perché «anche se si prende la malattia da una persona con sintomi lievi, questo non significa che la si prende in maniera leggera» conclude Shaman, «potresti ugualmente finire in terapia intensiva».

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Scienziati australiani: ecco come il sistema immunitario combatte il coronavirus

Secondo lo studio, pubblicato su "Nature", ci sono quattro tipi di cellule che possono affrontare il Covid-19. Secondo il ministro della Salute australiano, si tratta di una scoperta fondamentale per aiutare ad "accelerare" la creazione di un vaccino e potenziali trattamenti per i pazienti infetti.

La lotta contro la pandemia di coronavirus fa un passo in avanti. Un gruppo di scienziati australiani, infatti, ha detto di aver scoperto come il nostro sistema immunitario combatte il Covid-19. Nel loro studio, pubblicato sulla rivista Nature l’11 marzo, spiegano che le persone si stanno riprendendo dal nuovo virus esattamente come farebbero con la tradizionale influenza. E questo ha un significato importante per due motivi. Primo: possiamo fronteggiare con successo il coronavirus. Secondo: la ricerca ha identificato quattro tipi di cellule immunitarie che si sono presentate per combattere Covid-19.

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LO STUDIO DEL PETER DOHERTY INSTITUTE

I ricercatori del Peter Doherty Institute for Infection and Immunity di Melbourne hanno mappato le risposte immunitarie di una tra i primi pazienti diagnosticati con il coronavirus e poi guariti in Australia. Nello studio gli scienziati del Doherty Institute, joint venture tra l’Università di Melbourne e l’ospedale Royal Melbourne, riferiscono nelle varie fasi sulla risposta del sistema immunitario della paziente, una donna sui 40 anni tornata da Wuhan in Cina con sintomi come letargia, mal di gola, tosse secca e febbre, da cui i medici avevano prelevato e testato campioni di sangue in quattro diversi tempi prima e dopo la guarigione.

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«Abbiamo esaminato l’intera gamma della risposta immunitaria della paziente», hanno detto i ricercatori, «utilizzando le conoscenze acquisite in molti anni nello studio delle risposte immunitarie nei pazienti ricoverati con influenza. Dopo tre giorni», proseguono gli scienziati, «abbiamo individuato l’emergenza di una forte popolazione di cellule immunitarie, un segnale di recupero già individuato durante l’infezione influenzale stagionale. Abbiamo quindi previsto che la paziente era in via di guarigione, e così è stato. Abbiamo dimostrato che anche se il Covid-19 è causato da un nuovo virus, in una persona altrimenti sana una risposta immunitaria robusta è stata associata al recupero clinico, simile a quanto abbiamo osservato nella comune influenza».

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PERCHÉ È IMPORTANTE CONOSCERE LE CELLULE IMMUNITARIE

Identificare quando le cellule immunitarie entrano in azione può aiutare a «prevedere il decorso del virus», ha detto alla Bbc il professor Bruce Thompson, decano delle scienze della salute presso la Swinburne University of Technology. «Quando sai quando avvengono le varie risposte, puoi prevedere a che punto sei nella via per guarire dal virus». Secondo il ministro australiano della Salute Greg Hunt, questa scoperta potrebbe anche aiutare ad “accelerare” la creazione di un vaccino e potenziali trattamenti per i pazienti infetti. Ma è ancora presto per dire se contrarre il Covid-19 una volta conferisca immunità da una ricaduta, precisano gli studiosi.

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Coronavirus, Sestili: «Per tornare alla normalità serviranno più di 40 giorni»

Dopo più di un mese di misure di contenimento, la Cina ha rallentato la diffusione del Covid-19. Il governo italiano ha introdotto i provvedimenti straordinari solo da pochi giorni e la strada per batterlo è ancora lunga. L'intervista.

Altro giorno, altra misura di contenimento per fermare il coronavirus. Ma l’unico modo per ridurre i contagi, in Italia, sembra proprio questo. Chiudere tutto, come ha fatto la Cina che ha superato il picco di contagi e che il 12 marzo ha registrato solo 15 nuovi casi.

Per arrivare a questo risultato, però, ci sono voluti circa 40 giorni e Pechino non può ancora dire di aver sconfitto il Covid-19.

«Il rischio che riparta il contagio è altissimo», conferma a Lettera43.it Giorgio Sestili, fisico, comunicatore scientifico e amministratore della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e Analisi”. «In Cina è vero che ora ci sono pochissimi nuovi casi ma è altrettanto vero che non è stato riaperto quasi nulla». Diventa quindi molto difficile capire quando il nostro Paese tornerà alla normalità.

Giorgio Sestili, fisico, comunicatore scientifico e amministratore della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e Analisi”

DOMANDA. Quando torneremo alla vita pre-coronavirus?
RISPOSTA.
Non so rispondere, purtroppo. La Cina, però, ci ha fatto capire una cosa importante: 40 giorni non bastano per tornare alla normalità.

E quando raggiungeremo i risultati della Cina?
Se seguiremo le misure di contenimento, tra 30 o 40 giorni potremmo avere pochissimi nuovi casi, proprio come in Cina, ma ancora moltissimi contagiati. Quindi gli ospedali saranno ancora sotto sforzo.

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Secondo l’epidemiologa Stefania Salmaso, il picco in Lombardia potrebbe arrivare a metà aprile.
In questo momento non ci sono dati che possono confermare o smentire questa previsione. In Italia siamo ancora in una crescita esponenziale dei casi se guardiamo al dato nazionale. Ci sono segnali incoraggianti e positivi dalle prime zone rosse: da Codogno, Lodi, Piacenza. Si vede un rallentamento. Questo vuol dire che le misure di contenimento stanno funzionando ma solo dopo un certo tempo, più o meno due settimane. La speranza è vedere questi segnali in tutto il Paese tra qualche giorno.

Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha detto: «Se andiamo avanti così, il 15 aprile 2 milioni di veneti saranno contagiati». È verosimile come previsione?
Mi sembra molto difficile. Gli abitanti del Veneto sono 4,9 milioni: sarebbe una cosa pazzesca. Vorrebbe dire che non siamo stati in grado di contenere minimamente il virus. In Cina ci sono 80 mila contagiati, quindi quella di Zaia mi sembra un’ipotesi allarmistica. Probabilmente il governatore voleva mandare un messaggio. In questo caso può essere utile comunicare uno scenario catastrofico per far capire la necessità di misure durissime.

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Anche in Germania Angela Merkel ha lanciato l’allarme: «Potrà infettarsi fino al 70% della popolazione». Cosa ne pensa?
Non si possono fare analisi su dati sparati così. In questo momento non c’è alcuna ricerca in grado di dare una risposta. Quello che possiamo dire è che, se non facciamo niente, questo virus ha la potenzialità di infettare una grossa fetta della popolazione mondiale perché ha quel famoso parametro, R0, tra i 2,5 e i 3.

Cosa vuol dire?
Che una persona infetta può contagiarne altre 2-3. È la tipica crescita esponenziale. Questo è l’R0 in assenza di contenimento, con il Covid-19 che si espande senza problemi. Le misure servono ad abbassare proprio quel parametro. In Cina ci sono riusciti: è possibile fermare il virus. Per questo quelli prospettati da Zaia e Merkel sono scenari possibili ma in assenza di misure. Con quelle giuste non ci si arriverà.

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Quante fake news e bufale stanno circolando sul coronavirus?
Molte. Da chi dice che il virus è stato creato in laboratorio a chi crede che dietro la pandemia ci sia un disegno di chissà quale potere. L’unico antidoto alle fake news è un’informazione seria, documentata e per un pubblico ampio. Finché gli scienziati comunicano tra loro sulle riviste specializzate le informazioni restano tra addetti ai lavori. Dobbiamo portare studi e analisi a tutta la popolazione. Possiamo dire che il vaccino alle fake news sono la comunicazione e l’informazione scientifica.

Come fanno i cittadini a capire se uno studio è attendibile?
Bisogna affidarsi a organi di informazione autorevoli. Meglio consultare siti scientifici invece che generalisti. Insomma, dobbiamo informarci solo su organi riconosciuti.

11 marzo 2020 – Mappa degli attuali casi positivi rilevati

Posted by Coronavirus – Dati e Analisi Scientifiche on Wednesday, March 11, 2020

Il caldo può aiutare a combattere il coronavirus?
Non ci sono ricerche confermate. Per molti virus è così: c’è una forte dipendenza da temperatura e umidità. Per il Covid-19 non si sa. Ci sono degli studi in corso. In questo momento possiamo dire che si sta trasmettendo da Est verso Ovest, dall’Asia all’Europa e poi agli Stati Uniti, all’interno di una fascia molto stretta a livello di latitudine. Si vede chiaramente che i contagi si concentrano tra i 40 e i 50 gradi nord di latitudine: è la fascia che comprende Wuhan, tutta l’Europa e l’area più colpita degli Stati Uniti. Questa fascia ha temperatura e clima molto simili in questa stagione. Ma nessuno può dire se il coronavirus può sopravvivere in altre condizioni ambientali. È da verificare.

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Cosa sappiamo sul primo farmaco contro il coronavirus

Progettato dall'Università olandese di Utrecht, è un anticorpo monoclonale. Che, però, deve ancora essere sperimentato. Ci vorranno mesi.

Finora sono stati utilizzati medicinali nati in passato per altre malattie, come quelli anti-Aids o quelli contro l’artrite reumatoide, ma finalmente è stato messo a punto il primo farmaco progettato espressamente per aggredire il coronavirus Sars-CoV2. Al momento è chiuso nei laboratori dell’Università olandese di Utrecht e deve affrontare la lunga serie di sperimentazioni sugli animali e poi sull’uomo prima di arrivare in commercio. I ricercatori guidati da Chunyan Wang chiariscono che le tempistiche non sono certo brevi. Si parla di mesi prima della commercializzazione.

UN ANTICORPO STUDIATO IN TUTTO IL MONDO

Il farmaco è un anticorpo monoclonale specializzato nel riconoscere la proteina chiamata ‘spike‘ (punta, artiglio) o semplicemente indicata con la lettera S, che il virus utilizza per aggredire le cellule respiratorie umane. È la più potente arma del vaccino e per questo è stata subito studiata in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, fino a ottenere la struttura molecolare e perfino a vederla in azione mentre invade le cellule, grazie all’aiuto di potentissimi microscopi. Non è comunque l’unico fronte di ricerca.

INFUSIONI DI PLASMA DI PAZIENTI GUARITI

Lascia sperare anche la possibilità di utilizzare il plasma di pazienti guariti dalla Covid-19, con alti livelli di anticorpi: è l’obiettivo del protocollo firmato in Italia da alcuni centri regionali con capofila il Policlinico San Matteo di Pavia. Per le infusioni di plasma ai malati si attende adesso il via libera dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).

LO STUDIO SUL FARMACO CONTRO L’ARTRITE

C’è ottimismo anche sul farmaco contro l’artrite reumatoide tocilizumab, la cui sperimentazione è partita da Napoli e si sta progressivamente estendendo in altre regioni, dalla Toscana alla Puglia e alla Calabria, fino alla Lombardia e alle Marche. La Roche ne ha annunciato la distribuzione gratuita. «Si sono fatti studi in Cina su grandi numeri di pazienti, in Italia lo stiamo studiando, ma è ancora presto per trarre conclusioni», ha osservato Giuseppe Remuzzi, dell’Istituto farmacologico ‘Mario Negri’ di Bergamo. Le armi principali attualmente utilizzate sono comunque le combinazioni sperimentali dei vecchi farmaci anti-Aids, progettati per bloccare l’enzima che permette al virus Hiv di penetrare nelle cellule.

NO AGLI ANTI-INFIAMMATORI

Intanto il ministro francese della Salute, Olivier Véran, ha sconsigliato l’assunzione di anti-infiammatori a base di ibuprofene o di cortisone: «Potrebbe essere un fattore aggravante dell’infezione. In caso di febbre, prendete del paracetamolo», ha scritto su Twitter. Una delle possibili controindicazioni di questi farmaci è che in alcuni casi potrebbero provocare insufficienza renale, ha rilevato Remuzzi.

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Come gestire l’emergenza Covid-19? La parola ai disabili

Rallentare, convivere con i limiti, gestire l'incertezza usando la creatività sono comportamenti che le persone disabili adottano quotidianamente. Prassi da adottare ora ma anche a pandemia debellata.

Le misure messe in atto per fronteggiare l’emergenza Covid-19 stanno destabilizzando tutti gli italiani, chi più, chi meno. L’intera collettività sta facendo i conti con le limitazioni e le restrizioni imposte per salvaguardare la salute di tutti. Negozi chiusi (eccetto gli alimentari), strade semi deserte, obbligo di stare a casa per l’intera cittadinanza.

Di colpo siamo costretti a dover convivere con il limite, l’incertezza, la dipendenza e, soprattutto, l’immobilismo. Il Covid-19 ci ha trovato impreparati e sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Solo con lo sforzo e l’impegno di tutti riusciremo a debellarlo e limitarne i danni. Ma forse non tutto il male viene per nuocere. Credo che la pandemia, oltre a mietere vittime in tutto il mondo, ci stia portando un messaggio. È giunta l’ora di rallentare e darci una calmata a livello globale.

Parlare di immobilità o di lentezza al giorno d’oggi, in Occidente, pare una bestemmia. Corri perché, più velocemente riesci a portare a termine i tuoi compiti, più in gamba sei. Questo sembra essere il motto imperante. È il tempo omologato del progresso da cui sono tagliate fuori tutte le persone che non possono o non vogliono stare al passo. Le persone con disabilità spesso hanno tempi più lenti e anche per questo sono ai margini della vita socio – economica.

POSSIAMO RISCOPRIRE LA BELLEZZA DELLA LENTEZZA

Il giornalista scientifico David Squammed, nel suo libro Spillover, sostiene che la diffusione di questo e altri virus sia correlata con l’invasione degli ecosistemi da parte dell’uomo. Il mondo occidentale viaggia a un ritmo che esclude chi non si adegua, oltre a non essere ecologicamente più sostenibile. Ora siamo tutti obbligati a rallentare, quando non addirittura a fermarci. Credo che per noi cittadine e cittadini disabili l’imposizione non sia stata particolarmente traumatica perché lenti lo siamo già. Personalmente amo la lentezza perché offre la possibilità di assaporarsi le giornate, senza venirne travolti. La lentezza intesa come stile di vita penso sia una forma di rispetto degli esseri umani e dell’intero ecosistema.

L’incertezza, messa al bando dai “bipedi” da molti anni, è tornata al potere lasciando nel panico la maggioranza della popolazione

Chissà se ora ci accorgeremo che che non è un limite ma un’occasione per vivere in modo migliore. Il limite. Oggi più che mai questa parola assume i connotati di realtà, una realtà molto pesante da sopportare. Si fatica ad accettare il limite perché viviamo in un contesto storico-culturale e politico in cui di fatto quasi tutto è possibile. L’uomo e la donna occidentali e “normaloidi” s’illudono di essere quasi onnipotenti e di riuscire a controllare ogni aspetto della loro vita. L’incertezza, messa al bando dai “bipedi” da molti anni, è tornata al potere lasciando nel panico la maggioranza della popolazione.

Code ai supermercati a Padova.

Nessuno può sapere con sicurezza se e quando la pandemia sarà debellata, quali saranno le sue conseguenze a livello individuale e socio-economico mondiale né se e come cambierà la nostra vita dopo aver superato l’emergenza. L’infezione di Covid-19 ha smantellato l’illusione umana di poter avere il controllo totale della situazione, obbligando ognuno di noi a confrontarsi con la propria vulnerabilità. È stato uno choc per molti ma non credo che lo sia stato altrettanto per le persone con disabilità.

DOBBIAMO IMPARARE AD ACCETTARE L’INCERTEZZA

Con tutti i limiti del generalizzare noi donne e uomini disabili sappiamo di essere vulnerabili e che la nostra vita è governata dall’incertezza. Essere dipendenti dall’assistenza di altri e vivere in una società a misura di “normaloidi” significa dover imparare a gestire una buona dose di incertezza giornaliera. Se l’operatrice domiciliare che mi aiuta al mattino resta imbottigliata nel traffico ed io ho degli appuntamenti, per esempio, rischio di arrivare in ritardo. Un’altra occasione di sperimentare l’incertezza ci si presenta quando usciamo di casa e non sappiamo quante e quali barriere architettoniche incontreremo e se riusciremo a superarle. Molti di noi, poi, soffrono di condizioni sanitarie cronicamente instabili e convivono giornalmente con l’incertezza riguardo la propria salute.

Riscoprire la lentezza come valore da promuovere anche quando l’emergenza sanitaria sarà stata superata

Come abbiamo fatto a non estinguerci nonostante le nostre vite siano in sua balia? I principali trucchi sono due: il primo è anticiparsi il maggior numero di scenari possibili, sapendo che ce ne potrebbero essere degli altri che non ci siamo immaginati, ed escogitando anticipatamente possibili modi di gestirli. Il secondo è accettare l’incertezza, senza contrastarla ma imparando a gestirne le conseguenze usando la creatività. Noi persone disabili cerchiamo da sempre di anticipare il più precisamente possibile come si svolgeranno le nostre giornate, consapevoli che dovremmo sapere abbandonare i nostri piani e affrontare l’imprevisto nel caso in cui si presentasse.

Un striscione di ringraziamento per i medici legato al cancello dell’ospedale Spallanzani.

Rispettare le ordinanze, inventarsi nuovi modi di entrare in relazione con gli altri (avete già provato lo whatsapp spritz con gli amici? Ognuno a casa propria ma uniti dalla voglia di ridere, nonostante tutto), riscoprire la lentezza come valore da promuovere anche quando l’emergenza sanitaria sarà stata superata, accettare i nostri limiti. Sono comportamenti adatti a pochi sfigati o un’occasione per dare una svolta all’organizzazione individuale e sociale indirizzandola verso una gestione più sostenibile per tutti, da mantenere anche a emergenza conclusa? La pandemia ci sta offrendo un’occasione per ripensare a nuovi stili di vita. Sta a noi scegliere se invertire la rotta o andare alla deriva.

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Il farmaco anti-artrite usato contro il coronavirus sembra dare buoni risultati

L'oncologo Paolo Ascierto, del "Pascale" di Napoli chiede protocollo nazionale per estendere l'impiego del Tocilizumab. Sarà estubato uno dei primi due pazienti trattati in Italia.

Subito un protocollo nazionale per estendere l’impiego di Tocilizumab, farmaco anti-artrite, nei pazienti contagiati da coronavirus e in condizioni critiche. Lo chiede l’oncologo Paolo Ascierto, del Pascale di Napoli: «Il farmaco ha dimostrato di essere efficace contro la polmonite da Covid-19». A Napoli, spiega, «sono stati trattati i primi due pazienti in Italia, in 24 ore la terapia ha evidenziato ottimi risultati e domani sarà estubato uno dei due pazienti perché le sue condizioni sono migliorate. Ieri è iniziato il trattamento per altre due persone e oggi ne tratteremo altre due».

TERAPIE ANCHE NEI CENTRI DI BERGAMO, FANO E MILANO

Altri malati, precisa Ascierto, presidente Fondazione Melanoma e direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli, «hanno già ricevuto la terapia anche nei centri di Bergamo, Fano e Milano. Ma è molto importante che il suo utilizzo venga esteso quanto prima, così potremo salvare più vite. La nostra struttura insieme all’Azienda Ospedaliera dei Colli è stata la prima, in Italia, a utilizzare questa terapia nei pazienti con coronavirus».

COLLABORAZIONE CON I COLLEGHI CINESI

«Abbiamo stabilito un vero e proprio ponte della ricerca con i colleghi cinesi, che avevano già osservato un miglioramento nei malati trattati in questo modo» – spiega inoltre Gerardo Botti, Direttore Scientifico del Pascale -. «Solo la collaborazione internazionale consentirà di mettere a punto armi efficaci contro il Covid-19 e il Pascale da sempre si distingue per la capacità di siglare collaborazioni a livello globale. I risultati positivi di Tocilizumab devono essere validati, per questo serve uno studio multicentrico nazionale».

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I dati che possono prevedere l’evoluzione del coronavirus in Italia

I ricoveri in terapia intensiva potrebbero aumentare a 500 il 6 marzo. Perché i casi gravi hanno un tempo di raddoppio vicino ai 2,6 giorni. E un grafico con quei numeri ci aiuta a capire l'andamento futuro dell'epidemia. Che dovrebbe essere arrivata nel nostro Paese a fine gennaio. Cosa ci dice la ricerca di "Scienza in Rete".

I numeri del coronavirus crescono ogni giorno di più. Segno che, ancora, in Italia si è lontani dal picco massimo già toccato dalla Cina, dove i nuovi casi di infezione sono in calo. Secondo un articolo di Enrico Bucci ed Enzo Marinari, pubblicato su Scienza in rete, l’epidemia nel nostro Paese potrebbe diventare più acuta.

PRESTO 500 CASI IN TERAPIA INTENSIVA

La ricerca prevede che il 6 marzo i ricoveri in terapia intensiva potrebbero aumentare a 500 (il 3 marzo erano 229). Lo studio dei casi gravi, insieme a quello delle morti, potrebbe essere la chiave per analizzare l’evoluzione del Covid-19 in Italia. E anche per capire quando può essere partito il contagio nel nostro Paese.

UNICI PARAMETRI SENZA DIFFERENZE DI CAMPIONAMENTO

Ma perché proprio questi due parametri? Bucci e Marinari hanno spiegato che sono gli unici, dall’inizio dell’emergenza in Italia, a non aver subito differenze di campionamento, cosa che è invece è accaduto con i casi di infezione.

LEGGI ANCHE: Nature: il coronavirus non si trasmette solo per via aerea

Il grafico pubblicato su Scienza in Rete che mostra il numero di casi gravi e morti cumulato e il numero di pazienti in terapia intensiva cumulato

CRESCITA ESPONENZIALE DEI RICOVERATI

Il dato più interessante – e preoccupante – è quello dei ricoverati in terapia intensiva. Grazie ai numeri forniti dalla Protezione civile, è stato possibile realizzare un grafico dell’evoluzione dei casi dal 24 febbraio al primo marzo. Sull’asse delle ascisse è riportato il numero dei giorni dell’anno, sulle ordinate, invece, il numero di ricoverati in terapia intensiva. I dati ufficiali riportati (i quadratini in nero) seguono la linea rossa formata da pallini, ossia un tendenza «esponenziale, con un tempo di raddoppio vicino ai 2,6 giorni».

LA CURVA PUÒ PREVEDERE L’ANDAMENTO

Volendo dare una prova pratica, possiamo verificare i dati relativi al 3 marzo. Secondo i dati ufficiali, i casi gravi sono 229, numero che si inserisce perfettamente nell’intervallo (tra 200 e 250) descritto dalla curva. Non resta che verificare anche le cifre dei giorni seguenti. Sempre secondo l’analisi di Scienza in Rete, il 6 marzo i ricoverati in terapia intensiva dovrebbero raggiungere quota 500.

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QUANDO È ARRIVATO IL VIRUS IN ITALIA? A FINE GENNAIO

Sempre analizzando i numeri dei ricoverati in terapia intensiva, l’articolo di Bucci e Marinari ha evidenziato anche che, seguendo al contrario la curva rossa del grafico, «i primi casi gravi dovrebbero essere emersi in una data prossima al 10 febbraio, il che, considerando il rapporto fra casi gravi e infetti e i tempi di evoluzione della sintomatologia dall’infezione, suggerisce che l’epidemia attualmente in corso non può essere iniziata in una data posteriore all’ultima decina di giorni di gennaio».

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IL NUMERO DEI MORTI NON È ANCORA STATISTICAMENTE RILEVANTE

Se per i numeri dei ricoverati in terapia intensiva è stato possibile fare un’analisi e una stima futura, per i dati sui decessi non è ancora fattibile. Secondo Scienza in Rete, infatti, il numero delle vittime del coronavirus, «ancora fortunatamente molto piccolo, è soggetto a maggiori fluttuazioni statistiche nella sua evoluzione giornaliera».

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Nature: il coronavirus non si trasmette solo per via aerea

La rivista scientifica parla di un nuovo studio cinese. È emerso che chi ha condiviso lo stesso appartamento con i positivi al Covid-19 ha dal 3 al 10% di possibilità di rimanere contagiato.

Il coronavirus non si trasmette soltanto per via aerea. Anzi, non sarebbe nemmeno la tipologia di contagio principale. A dirlo è la rivista Nature che cita uno studio preliminare effettuato nella provincia di Guangdong, in Cina, dove è emerso che chi ha condiviso lo stesso appartamento con i positivi al Covid-19 ha dal 3 al 10% di possibilità di rimanere infettato.

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IL CORONAVIRUS NON STA MUTANDO IN MODO SIGNIFICATIVO

La ricerca cinese ha evidenziato anche che il coronavirus SarsCoV2 non sta mutando in modo significativo: come riporta Nature, il confronto delle mappe genetiche di 104 ceppi, raccolti tra i malati e isolati in Cina da dicembre 2019 a metà febbraio 2020, ha evidenziato che sono simili fra loro al 99,9%. L’età media delle persone contagiate è 51 anni e molti casi di trasmissione sono avuti all’interno di ospedali, carceri e abitazioni. Questo vuol dire che il virus ha bisogno dello stretto contatto tra le persone per diffondersi.

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POCHI PAZIENTI PER TESTARE LE POTENZIALI TERAPIE PER IL COVID-19

C’è invece un problema che inizia ad affacciarsi in Cina ora che il numero dei casi è iniziato a calare: la difficoltà di arruolare pazienti per gli oltre 80 studi clinici in corso per testare potenziali terapie per il coronavirus. Per questo l’Organizzazione mondiale della sanità ha raccomandato di dare la priorità ad alcune di queste sperimentazioni rispetto ad altre.

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Le sette regole anti-panico per combattere il coronavirus

Il Covid-19 non è semplicemente un'epidemia virale e un'emergenza sanitaria. È anche un'infodemia. Ma la Società italiana di psichiatria ha elaborato alcuni punti da seguire per affrontare la situazione.

Il coronavirus non è semplicemente un’epidemia virale o un’emergenza sanitaria. È qualcosa di più. Riguarda l’insicurezza e il panico, generati spesso anche dalla circolazione di bufale e fake news. Esiste dunque un aspetto emotivo che non va assolutamente tralasciato. Gli esperti della Società italiana di psichiatria hanno approfondito il tema, mettendo a punto alcune regole anti-panico. A partire dall’appello di non stravolgere le proprie abitudini quotidiane.

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ENRICO ZANALDA (SIP): «IL VIRUS STA CAMBIANDO LE NOSTRE ABITUDINI»

La paura di un’epidemia è antica quanto l’uomo, spiega all’Ansa Enrico Zanalda, presidente della Sip, «e in questo caso è amplificata dalla diffusione virale e velocissima di notizie parziali, quando non addirittura false, che può causare un crollo di fiducia nei rapporti tra le persone e nelle Istituzioni». A pesare, inoltre, è il fatto che «il virus sta modificando le nostre abitudini e i nostri impegni, provocando l’annullamento di grandi eventi o congressi, ma anche la posticipazione o cancellazione di centinaia di migliaia di eventi minori però importanti nella vita quotidiana delle persone, da una festa per i 18 anni a un battesimo, dai matrimoni a una cena per la pensione. Tutto ciò genera ulteriore incertezza emotiva». A questo si aggiunge il fatto che «la circolazione di notizie a volte contraddittorie unite alle forti, ma necessarie, misure assunte – spiega Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Sip – creano un mix ansiogeno che ha modificato la percezione di salute e benessere individuale» e rischia «di generare anche ipocondria e ansia da untori».

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LE SETTE REGOLE DA SEGUIRE

Mentre in Cina, India e Corea, si registrano i primi isolati casi di suicidi collegati al coronavirus, ecco le regole per affrontare le paure causate dal virus di Wuhan e dalla conseguente infodemia:

  1. Attenersi alle comunicazioni ufficiali delle autorità;
  2. Riconoscere che le cose “spaventose” non sono necessariamente le più rischiose;
  3. Mantenere la calma, non stravolgere le proprie abitudini ed evitare di prendere decisioni se si è in un momento di panico;
  4. Affidarsi solo alle testate giornalistiche autorevoli;
  5. Non fare tesoro di ciò che si intercetta online e sui social media, se non accuratamente verificato;
  6. Rivolgersi al proprio medico e non chiedere opinioni su gruppi social;
  7. Se compaiono ansia o depressione rivolgersi a specialisti.

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Bufale e truffe che circolano sul coronavirus

Aglio, origano e acqua salata per proteggersi. Cani e gatti portatori di contagio. Finti operatori della Croce Rossa a casa degli anziani. Naso che cola come sintomo che esclude l'infezione. E le immancabili teorie complottiste. Tutto quello a cui NON bisogna credere.

È più virale il coronavirus o una bufala sul coronavirus? Domanda lecita, visto che con il propagarsi del contagio nel Nord Italia hanno cominciato a diffondersi anche fake news, leggende, teorie del complotto. L’altra epidemia, insomma.

FINTI RIMEDI: AGLIO E ACQUA SALATA

Pier Luigi Lopalco, professore di Igiene all’Università di Pisa, lo ha detto chiaramente: «Attenzione, tanti ciarlatani cercano di vendere rimedi specifici contro il coronavirus, ma non esistono né cure naturaliomeopatiche che possano in qualche maniera renderci immuni da questa infezione». Eppure qualcuno ha suggerito di usare aglio, origano e olio di sesamo, ma l’Organizzazione mondiale della sanità ha detto che l’aglio ha sì proprietà antimicrobiche, ma nulla più. Anche cospargersi il corpo di olio di sesamo o bere acqua salata non offre alcuna protezione.

ANTIBIOTICI E CANDEGGINA: NON SERVONO

C’è poi chi invita a ingerire antibiotici, che non hanno efficacia contro i virus. E poi la candeggina o l’etanolo possono servire, ma solo se si usano per sanificare le superfici, non vanno certo spalmati sul corpo o sotto il naso.

ANIMALI INFETTI: NESSUNA EVIDENZA

L’altro filone è quello dei falsi veicoli di contagio: molto in voga la teoria secondo cui cani e gatti siano portatori del virus, affermazione su cui non solo esiste alcuna evidenza scientifica, ma è stata smentita dal ministero della Salute, come ha ricordaro la Lega nazionale per la difesa del cane.

LETTERE E PACCHI DALLA CINA: SONO SICURI

Priva di fondamento anche la voce secondo cui pacchi e lettere recapitati dalla Cina possano creare contagio, così come non è pericoloso mangiare cinese.

CROCE ROSSA: OCCHIO ALLA TRUFFA CON GLI ANZIANI

Ora anche la Croce Rossa è intervenuta per mettere in guardia dalla truffa di chi pretende di entrare in casa degli anziani per effettuare il controllo del tampone.

COMPLOTTI: IL LABORATORIO DI WUHAN

Immancabili anche le teorie complottiste. Una delle più diffuse è quella secondo cui il virus sarebbe frutto di ricerche a scopo militare: per qualcuno è venuto fuori da un laboratorio di Wuhan, per altri era allo studio in un campus canadese, dove sarebbe stato rubato, per altri ancora sarebbe stato brevettato in un istituto britannico.

LA STERMINAZIONE CINESE E NOSTRADAMUS

La tesi più catastrofista è quella secondo cui il regime cinese avrebbe confezionato il virus per sterminare la popolazione. C’è poi chi si spinge a sostenere che Nostradamus aveva previsto il coronavirus (e magari anche i Simpson).

PER I RUSSI È TUTTA COLPA DI TRUMP

Una delle teorie più originali è quella divulgata, sia pur tra qualche dubbio, dalla tivù di Stato russa: secondo un servizio rilanciato nel corso programma Vremya, ci sarebbe addirittura la prova che il virus sarebbe stato creato in laboratorio dagli americani su ordine del presidente Donald Trump che, nei concorsi di bellezza da lui organizzati prima di salire alla Casa Bianca, faceva indossare alle vincitrici una corona.

NASO CHE COLA: NON È INDICATIVO

Il portale bufale.net è stato inondato di notizie false sul virus. Abbondano messaggi virali su WhatsApp, come quello secondo il quale chi ha il naso che cola non può avere la polmonite da coronavirus, perché quest’ultima provoca una tosse secca. Dilagano anche gli annunci di chiusura delle scuole in questo o quel paese, forse tentativi di studenti di far saltare realmente le lezioni. Anche se quelli esistono dalla notte dei tempi, non c’è virus che tenga.

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In che senso il coronavirus si diffonde come nei social media

Le malattie infettive interagiscono tra di loro. E rendono un'infezione più contagiosa di quanto non lo sarebbe da sola. Sullo stesso modello con cui si propaga un video virale, condiviso ovunque finché non l'ha visto un buon numero di persone. La ricerca dell'università del Vermont.

Del resto lo dice la parole stessa: “virale“. Coronavirus come i social network: il contagio – così come per le altre malattie infettive quali influenza o polmonite – si sviluppa o diffonde seguendo un modello simile a quello che avviene su Twitter o Facebook. Ma in che senso? Le malattie contagiose, al pari delle persone, interagiscono tra di loro, e la scoperta dell’università del Vermont è stata pubblicata sulla rivista Nature Physics.

MECCANISMO DEL “RINFORZO SOCIALE”

Per intendersi, l’esempio tipico è quello del cosiddetto “rinforzo sociale“: cioè 10 amici che ti dicono di andare a vedere Star Wars convincono di più di un solo amico che suggerisce la stessa cosa 10 volte. L’identico meccanismo avviene quando c’è la presenza di più malattie diverse, che rendono un’infezione più contagiosa di quanto non lo sarebbe da sola.

UN CONTAGIO IN PIÙ COMPLICA IL QUADRO

Laurent Hébert-Dufresne, uno dei coordinatori della ricerca, ha spiegato: «L’interazione delle malattie è la norma, più che l’eccezione. Però, quando elaboriamo dei modelli sulla loro diffusione, è quasi sempre sulla singola malattia». I virus vengono mappati come se fossero dei patogeni isolati. Ma la presenza anche di un contagio in più nella popolazione può cambiare il quadro, rendendolo più complesso.

SALTI NELLE DIMENSIONI DELL’EPIDEMIA

Una volta che si hanno queste modifiche, i microscopici cambiamenti nel tasso di trasmissione possono innescare dei salti nelle dimensioni dell’epidemia maggiori del previsto: un modello di diffusione già osservato nell’adozione delle tecnologie innovative, nello slang e altri comportamenti sociali “contagiosi”.

UNO STARNUTO PUÒ DIFFONDERE UNA SECONDA INFEZIONE

Insomma le patologie possono rinforzarsi a vicenda attraverso i sintomi: per esempio il virus del raffreddore, quando si starnutisce, aiuta a diffondere una seconda infezione. Oppure una malattia che indebolisce il sistema immunitario dell’organismo ospite può rendere la popolazione più suscettibile a una seconda, terza o quarta malattia.

COME LA CONDIVISIONE DEI SOCIAL TREND

Quando si rinforzano l’una con l’altra, le malattie si diffondono più velocemente, per poi affievolirsi quando si esauriscono nei nuovi ospiti. Lo stesso modello caratterizza la diffusione dei social trend, come i video virali, condivisi ovunque finché non li ha visti buon numero di persone.

IMPORTANTE SAPERE QUANTI HANNO INFEZIONI MULTIPLE

I ricercatori hanno anche rilevato che gli stessi schemi dall’interazione delle malattie si hanno anche quando un contagio biologico interagisce con uno sociale: per esempio la diffusione di un virus insieme con una campagna anti-vaccinale, come per il morbillo. Nel caso del coronavirus, contemporaneo alla stagione influenzale, conclude Hébert-Dufresne, «è importante sapere quali casi hanno infezioni multiple, e quali pazienti sono andati in ospedale con l’influenza perché spaventati dal coronavirus».

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Virologi contro: il coronavirus è poco più di un’influenza o no?

Gismondo, direttrice del laboratorio analisi del Sacco: «Infezione scambiata per una pandemia letale. Follia. Abbassate i toni». Ma Burioni la stronca: «Non è così, purtroppo. Dirlo è una scemenza gigantesca». I dati e le argomentazioni delle due versioni.

Niente panico, affidiamoci agli esperti. Ma se anche nel mondo della scienza i pareri sul coronavirus divergono? È il problema che è emerso in un botta e risposta a distanza sul diffondersi dell’epidemia nel Nord Italia.

AL SACCO PROVANO A SMORZARE GLI ALLARMISMI

A ridimensionare certi allarmismi ci ha provato Maria Rita Gismondo, direttrice responsabile di Macrobiologia Clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze, il laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano in cui vengono analizzati da giorni i campioni di possibili pesone contagiate.

«INFEZIONE APPENA PIÙ SERIA DI UN’INFLUENZA»

«A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così», ha scritto su Facebook.

Mio bollettino del mattino. Il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte. In continuazione arrivano campioni….

Posted by Maria Rita Gismondo on Saturday, February 22, 2020

Per poi aggiungere: «Il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte. In continuazione arrivano campioni». E poi ha parlato di chi lavora con lei (utilizzando un termine che però di solito non piace alla scienza): «I miei angeli sono stremati. Oggi la mia domenica sarà al Sacco. Vi prego, abbassate i toni! Serena domenica!».

«NON È PANDEMA! LEGGETE LA MORTALITÀ»

Più tardi in un altro post ha scritto: «Leggete! Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1!!!».

Leggete! Non è pandemia!Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per Coronavirus 1!!!

Posted by Maria Rita Gismondo on Saturday, February 22, 2020

Facciamo male dunque a preoccuparci? Secondo un altro virologo, il volto noto di social e tivù Roberto Burioni, no. Perché «non è un’influenza, purtroppo», ha twittato in quella che è sembrata a tutti gli effetti una risposta alla collega del Sacco.

E sulla sua rivista online MedicalFacts ha precisato: «Non si possono trattare i cittadini come bambini di 5 anni. Qualcuno, da tempo, ripete una scemenza di dimensioni gigantesche: la malattia causata dal coronavirus sarebbe poco più di un’influenza. Ebbene, questo purtroppo non è vero».

BURIONI: «NIENTE PANICO, MA NIENTE BUGIE»

Il motivo? «In questo momento in Italia sono segnalati 132 casi confermati e 26 di questi sono in rianimazione (circa il 20%). Sono numeri che non hanno niente a che vedere con l’influenza (i casi gravi finora registrati sono circa lo 0,003% del totale). Questo ci impone di non omettere nessuno sforzo per tentare di contenere il contagio. Niente panico, ma niente bugie». Poi ha proprio replicato direttamente, anche se in una discussione con un altro utente, alla Gismondo.

Anche se la virologa ha insistito sulla sua linea.

Se pure la scienza non si mette d’accordo, al cittadino non restano che i dubbi.

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Perché non ha senso essere scettici sul riscaldamento globale

Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse. Ma mettere in dubbio i cambiamenti climatici è negazionismo. Intervista all'ingegnere ambientale Caserini: «Sul tema non c'è una teoria scientifica alternativa. Greta? Ha meriti, però non si può ricondurre tutto a lei».

«Se tutti gli esperti concordano, non è obbligatorio essere d’accordo con loro, ma come ha scritto Bertrand Russell, essere certi del contrario di quanto sostengono non è saggio». È una frase tratta da A qualcuno piace caldo di Stefano Caserini, ingegnere ambientale e docente di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano.

UN ESPERTO TRA LIBRO, BLOG E CONFERENZE

Impegnato nella sensibilizzazione alle questioni ambientali, ha pubblicato un secondo libro sul tema dei cambiamenti climatici, Il clima è (già) cambiato, tiene conferenze in tutta Italia e cura il blog Climalteranti. Parlando a Lettera43.it di informazione scientifica, fake news e falsi miti sul riscaldamento globale è emersa una visione molto più sobria e realistica della climatologia.

«LA CERTEZZA ASSOLUTA NON È COMUNQUE POSSIBILE»

«Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse», ha dichiarato. «Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile».

LEGGI ANCHE Come convertire un negazionista del riscaldamento globale

DOMANDA. Il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia e l’intero decennio 2010-2019 ha registrato temperature da record. Quanto sono preoccupanti questi dati?
RISPOSTA. Non lo sono in modo particolare, non si tratta di dati nuovi. La tendenza è chiarissima, per cui non è una sorpresa che il 2019 si trovi al secondo posto. Ciò che è preoccupante è che il cambiamento si sta verificando.

Eppure molte persone non la pensano affatto come lei, anzi vedono gli ambientalisti come una setta di invasati. Lei si sente un radicale?
No, mi sembra non ci sia nulla di radicale nel chiedere azioni sul clima quando è evidente che sono necessarie. Va dato il merito agli ambientalisti di 30 anni fa di essere stati i primi a sollevare la questione del riscaldamento globale, che ha poi portato alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici nel 1992.

Cosa accadde all’epoca?
Il tema fu snobbato dai politici, ma ora si sono accorti che gli ambientalisti avevano ragione. Ai tempi però non furono creduti.

Greta non va messa troppo al centro della questione, la mobilitazione è fatta da milioni di persone, non si può ricondurre tutto a lei

A Greta Thunberg va dato qualche merito?
Dal mio punto di vista non va messa troppo al centro della questione. Sicuramente ha un merito enorme ed è stata molto efficace nel far crescere le attenzioni sul tema, ma la mobilitazione è fatta da milioni di persone. Non si può ricondurre tutto a lei.

Certo non si può dare torto a chi sostiene che la scienza dei cambiamenti climatici non ha certezze da offrire…
Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse; esiste un metodo scientifico che porta a risultati con gradi più o meno elevati di confidenza. Ci sono sempre dei gradi di incertezza, pretendere il contrario è tipico di chi non conosce la scienza.

Eppure spesso viene rinfacciato.
L’argomento “non c’è l’assoluta certezza” è usato da chi non sa nulla di scienza, più per fare polemica che per altro, perché nelle scienze complesse una tale certezza non c’è quasi mai. Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile.

Quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo

Se non ci sono certezze, allora forse ha ragione chi si dichiara scettico di fronte a certe questioni?
Io mi ritengo uno scettico; essere scettici però non significa esserlo sempre e comunque, per partito preso; quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo, è non voler accettare il metodo, è screditare la scienza.

Ci sono delle prove?
L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha dichiarato 13 anni fa che il riscaldamento globale è inequivocabile, chi lo nega semplicemente non accetta i dati, non è uno scettico. Lo scetticismo è una cosa nobile in campo scientifico.

Come si valuta l’incertezza nel campo dei cambiamenti climatici?
L’Ipcc chiede agli autori dei vari “Rapporti di valutazione” di comunicare l’incertezza delle valutazioni facendo riferimento a linee guida. La valutazione dell’incertezza avviene a volte con metodi qualitativi, a volte in modo semi-quantitativo, a volte in modo quantitativo, in termini probabilistici, stimando cioè la probabilità che un determinato evento sia accaduto o possa accadere in futuro.

Un esempio?
Scrivendo «la frequenza degli eventi con precipitazioni intense è probabilmente aumentata» s’intende che la probabilità che ciò sia avvenuto è maggiore del 66%. Oltre il 90% è «molto probabile», oltre il 95% «estremamente probabile», dal 99% in su è «virtualmente certo». Tra il 50% e il 66% si dice che è «più probabile che non». Al contrario, meno del 33% è «improbabile», «molto improbabile» al di sotto del 10%, «estremamente improbabile» sotto il 5%.

Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è che l’autorevolezza riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici

A volte però a pontificare contro i cambiamenti climatici non sono persone qualunque, bensì autorevoli scienziati…
Il passo dall’autorevolezza all’incompetenza è molto più breve di quanto si pensi. La complessità, la settorialità e la specificità della ricerca scientifica fanno sì che l’autorevolezza sia strettamente limitata alla propria disciplina. Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è proprio questo: che l’autorevolezza (molte volte indiscutibile nel loro campo) riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici.

Carlo Rubbia è autorevole? Alludo ovviamente alle sue dichiarazioni in Senato di qualche tempo fa.
Non è il suo settore la scienza del clima, sono discipline scientifiche diverse. Rubbia è un grandissimo scienziato, ma si è occupato di fisica delle particelle. Sul clima ha raccontato delle storielle che aveva sentito, riciclando bufale e luoghi comuni, come la tesi del grande caldo nel Medioevo: sono cose che fanno sorridere.

Perché l’ha fatto?
Si tratta di argomenti screditati già da molto tempo, prima di lui le stesse cose sono state dette da molte altre persone. Sono cose che si dicono e che di tanto in tanto catturano l’attenzione pubblica, grazie anche ai media che danno spazio a certe notizie; dietro però non c’è alcun spessore scientifico. Poi Rubbia si è corretto, c’è un’intervista in cui smentisce quanto ha detto in Senato. Diciamo che è stato un incidente di percorso.

Per evitare gli incidenti di percorso generalmente la comunità scientifica si affida al metodo della “peer review” (“revisione dei pari”). Come funziona questo processo?
È un consolidato sistema attraverso cui si garantisce il vaglio di una tesi da parte di persone dello stesso settore disciplinare, in modo da favorire la qualità e la fondatezza delle affermazioni. Gli autori della peer review sono spesso anonimi e non vengono pagati. Il prestigio di una rivista dipende dalla serietà di questo processo, più è rigoroso e più aumenta il valore della rivista. Science e Nature, due tra le riviste scientifiche più famose al mondo, scartano praticamente il 95% degli articoli che ricevono, perché non ci devono essere errori, sbavature, ogni argomento deve essere inattaccabile.

Sembra un metodo infallibile. È sempre affidabile?
È fatto da esseri umani, quindi per definizione è fallibile. Non è un processo perfetto, ma in generale funziona, assicurando una selezione dei lavori scientifici più validi e interessanti. Sono scappati errori in diversi articoli pubblicati, nel complesso un numero davvero molto limitato.

Quali sono le riviste scientifiche più importanti sulla climatologia?
Oltre a Science e Nature, che si occupano anche di molti altri temi, ci sono il Journal of Geophysical Research, il Geophysical Research Letters, il Journal of Climate, Nature Climate Change e il Journal of the Atmospheric Sciences. Gli studi sull’influenza del sole sono pubblicati sul Journal of Atmospheric and Solar-Terrestrial Physics. Gli studi sugli scenari emissivi su Climate Policy, Climatic Change, Environmental Science and Technology e Atmospheric Environment. Le ultime due riviste, però, non sono specifiche sui cambiamenti climatici, per questo sono considerate minori su questo tema.

Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che il sole causa il riscaldamento globale

Le tesi dei negazionisti si incontrano in queste riviste?
No. Non c’è una teoria scientifica alternativa rispetto a quella accettata dalla comunità internazionale. Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che è il sole a causare il riscaldamento globale; sa già che il suo articolo non vorrebbe mai pubblicato, perché non ci sono dati o teorie a supporto, dei bravi revisori massacrerebbero queste teorie senza fondamento scientifico. I negazionisti quindi non ci provano nemmeno, sanno già che è tempo perso confrontarsi a quei livelli, sanno che non possono competere con la scienza seria.

La rivista più vicina al negazionismo climatico?
Senza dubbio Energy and Environment, su cui è stati pubblicata la grande maggioranza degli articoli più controversi su questo tema. La rivista ha pubblicato diversi articoli con errori macroscopici ed è stata accusata di evitare deliberatamente un efficace peer review degli articoli. La mancanza di chiarimenti ne ha poi provocato l’inevitabile screditamento.

Possiamo quindi dire che il consenso della comunità scientifica è unanime sulle principali questioni legate al riscaldamento globale?
Non c’è mai l’unanimità assoluta, in nessuna scienza. Troverà sempre qualcuno che non è d’accordo, come tra i medici trova lo 0,1% che dice che fumare fa bene. È quasi unanime, molto vicino al 100%, ma è così che funziona la scienza.

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È partita la sonda Solar Orbiter che studierà il Sole nei prossimi 10 anni

Il viaggio verso la nostra stella durerà almeno tre anni e poi inizierà la raccolta di dati per studiare le tempeste solari e i possibili effetti sulla Terra. A bordo anche strumentazione italiana.

È in viaggio verso il Sole la sonda Solar Orbiter, il primo veicolo che potrà vederlo da vicino e che cercherà di scoprire i meccanismi responsabili delle tempeste che lo sconvolgono e che, sulla Terra, potrebbero creare problemi a satelliti Gps e per le telecomunicazioni e alle reti elettriche. Il lancio è avvenuto dalla base americana di Cape Canaveral con un razzo Atlas 5. È cominciata così la missione più ambiziosa diretta alla nostra stella, realizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e condotta in collaborazione con la Nasa.

SENSORI D’ASSETTO REALIZZATI DALL’ITALIA

I veicolo è stato costruito dall’Airbus Defence and Space e i dieci strumenti a bordo sono stati realizzati da Francia, Germania, Spagna, Belgio, Svizzera, Stati Uniti e Italia. L’occhio italiano sul Sole, chiamato Metis, si deve a Università di Firenze, Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Thales Alenia Space (Thales- Leonardo). Tutti gli strumenti funzioneranno all’unisono e la sonda potrà catturare immagini mai viste e raccogliere dati sullo sciame di particelle che costituisce il vento solare, sulle spettacolari eruzioni e sul campo magnetico solare. Dei dieci anni di vita operativa della sonda, tre e mezzo saranno occupati dal viaggio verso il Sole, nel quale la Solar Orbiter si orienterà grazie ai sensori di assetto stellare messi a punto in Italia, dal gruppo Leonardo. Durante il viaggio «la Solar Orbiter acquisterà la spinta sfruttando una volta la forza di gravità della Terra e almeno sette volte quella di Venere», ha detto Andrea Accomazzo, capo della Divisione missioni interplanetarie dell’Esa e direttore operazioni di volo della missione Solar Orbiter.

INCONTRO CON VENERE PREVISTO PER IL 26 DICEMBRE

La prima tappa importante del viaggio, ha aggiunto, è prevista il 26 dicembre con il passaggio ravvicinato a Venere, seguito dall’unico passaggio vicino alla Terra previsto durante il volo. Poi per almeno sette volte la sonda sfrutterà la forza di gravità di Venere per ridurre la dimensione della sue orbita e collocarsi su un’orbita più vicina al Sole e inclinata rispetto all’eclittica, ossia rispetto al piano sul quale si trovano le orbite dei pianeti, in modo da riuscire a osservare i Poli del Sole, mai visti finora. Solar Orbiter li osserverà dalla distanza di circa 42 milioni di chilometri. «Altri veicoli spaziali hanno raggiunto distanze decisamente inferiori, ma», ha detto ancora Accomazzo, «non sono in grado di fare osservazioni né di prendere misure dell’ambiente intorno al Sole. Solar Orbiter guarderà invece il Sole da vicino”, protetta da uno scudo in grado di resistere a temperature fino a 500 gradi, grazie al rivestimento di polvere nera a base di fosfato di calcio, molto simile ai pigmenti usati decine di migliaia di anni da per le pitture rupestri.

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La terapia per la depressione arriverà grazie all’intelligenza artificiale

Il Nature Biotechnology ha pubblicato uno studio su un software capace di indicare terapie specifiche per i singoli pazienti. Possibile diffusione nei prossimi cinque anni.

Sviluppato un software basato sull’intelligenza artificiale potenzialmente rivoluzionario, nella cura della depressione: aiuta il medico nella scelta delle terapie più adatte per il singolo paziente, sulla base dei dati registrati da un semplicissimo elettroencefalogramma (EEG). È il risultato di uno studio clinico multicentrico reso noto sulla rivista Nature Biotechnology.

LE DIFFICOLTÀ NELL’INDIVIDUAZIONE DEL FARMACO

Lo studio è stato condotto presso la SouthWestern University in Texas, e coordinato da esperti della Stanford University in California. Attualmente i pazienti con disturbi depressivi devono provare vari farmaci prima di trovare quello giusto, efficace per loro. Si stima che meno di un paziente su tre riceva in prima battuta il farmaco giusto, gli altri aspettano anche mesi prima di intravedere la luce in una terapia efficace. Gli esperti hanno sviluppato un software in grado di leggere e interpretare i dati di un EEG, esame semplice ed economico. I clinici hanno coinvolto 309 pazienti con depressione, sottoponendoli a un EEG. Successivamente a metà dei pazienti è stato somministrato un comune antidepressivo e all’altra metà una sostanza placebo.

ATTESA PER L’USO NELLA PRATICA CLINICA

Leggendo l’EEG, il software ha previsto correttamente chi avrebbe tratto vantaggi dal farmaco, chi dal placebo e anche chi avrebbe beneficiato di psicoterapia e altri interventi non farmacologici. L’accuratezza predittiva del software è stata poi ulteriormente confermata su altri quattro campioni indipendenti di pazienti. Il prossimo passo, concludono i ricercatori, sarà chiedere l’autorizzazione all’uso di questo software nella pratica clinica e contemporaneamente sviluppare un’interfaccia da integrare ai normali apparecchi per fare l’EEG, sì da avere subito le previsioni di risposta ai farmaci antidepressivi. Secondo gli esperti nel giro di cinque anni questo strumento dell’intelligenza artificiale potrebbe entrare nella pratica clinica.

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Come il contagio all’estero può essere la punta dell’iceberg del coronavirus

Allarme dell'Oms: «Casi preoccupanti di diffusione tra persone che non hanno fatto viaggi in Cina». I morti nel Paese epicentro dell'epidemia salgono a 908. E Pechino avverte l'Italia: «No a misure eccessive».

Adesso che ha superato i confini della Cina, il contagio preoccupa. E anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme: il coronavirus è stato trasmesso tra persone che non sono state di recente a Wuhan, epicentro dell’epidemia. Ecco perché, secondo il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, gli ammalati all’estero potrebbero essere «la punta dell’iceberg», mettendo in guardia con un tweet: «Ci sono stati alcuni casi preoccupanti sulla diffusione del 2019nCoV da persone che non hanno fatto viaggi in Cina».

MISSIONE DI ESPERTI INTERNAZIONALI IN CINA

Di certo la comunità scientifica non sta a guardare: una «missione di esperti internazionali» è partita per la Cina per aiutare il coordinamento della risposta al virus. Nel Paese sono saliti a 27 gli stranieri risultati positivi al contagio, nel conteggio fatto dalle autorità locali alle 8 (l’1 in Italia) del 10 febbraio. I dati sono stati riferiti dal portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang nel briefing online con i media, secondo cui tre sono stati ricoverati e dimessi, due sono morti (un cittadino americano e uno giapponese) e 22 sono i casi di trattamento in isolamento.

PECHINO PROVA A FRENARE ROMA

Il portavoce ha anche risposto a una domanda su possibili incomprensioni tra Italia e Cina sulla chiusura dei voli diretti decisa da Roma: «Speriamo che l’Italia possa valutare la situazione in modo obiettivo, razionale e basato sulla scienza, rispettare le raccomandazioni autorevoli e professionali dell’Oms e astenersi dall’adottare misure eccessive».

TRA I CINESI OLTRE 40 MILA INFEZIONI

In Cina il bilancio si è aggiornato: sono 908 i morti per coronavirus e oltre 40 mila le persone contagiate dall’inizio dell’epidemia. Lo ha riferito la National Health Commission, l’organo responsabile per i servizi igienico-sanitari e la salute nel Paese. Il numero di infezioni è di 40.171, con oltre 3 mila nuovi casi segnalati. Nel suo bollettino quotidiano, la commissione ha affermato che ci sono stati 97 nuovi decessi per virus: 91 nella provincia di Hubei, la più colpita.

IL REGNO UNITO: «MINACCIA SERIA E IMMINENTE»

Il dipartimento della Sanità britannica ha annunciato che il coronavirus è «una minaccia seria e imminente per la salute pubblica». Nel Regno Unito ci sono quattro persone contagiate, mentre altri cinque britannici sono ricoverati in Alta Savoia dove si trovavano in vacanza e sono stati infettati dal virus cinese a causa di contatti con un altro turista che l’aveva contratto a Singapore.

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Temiamo il 2019-nCoV, ma i veri killer sono altri

L'influenza stagionale ogni anno causa centinaia di morti. Così come rappresentano ancora serie minacce il morbillo e la meningite. Senza considerare la febbre emorragica di Malburg, la rabbia e l'Hiv. La psicosi da coronavirus smontata con i numeri.

In Europa, e in Italia in particolare, «non c’è un’epidemia da coronavirus ma da influenza. Bisogna preoccuparsi più di quella». Filippo Anelli, presidente dell’Ordine nazionale dei medici, è stato chiaro.

Il virus, partito da Wuhan, in Cina, e ora diffuso in tutto il mondo, spaventa nel suo complesso, ma sulla mortalità gli esperti tranquillizzano e ricordano quanto sia importante leggere i numeri messi a disposizione dai media e dalle istituzioni cinesi con attenzione: le morti sarebbero poco sopra al 2%, inferiori per ora al 9,6% globale della Sars che nel 2003 provocò 813 decessi, di cui 348 in Cina. A Hong Kong arrivò a un tasso di mortalità del 17% e 298 decessi. Seguirono Taiwan con 84, il Canada con 38 e Singapore con 32 morti. 

La Mers, la sindrome respiratoria mediorientale, per dirne un’altra, a partire dal 2012 ha colpito 2.500 persone causando 858 decessi, con un indice di letalità del 30%. Per questo gli esperti tendono a considerare la situazione gestibile, almeno fino adesso. 

I NUMERI DELL’INFLUENZA COMUNE

Dunque, di cosa dovremmo avere paura per davvero? Certo, il nuovo coronavirus spaventa perché non esistono al momento terapie ad hoc né vaccini. Ma fermandoci ai numeri, dovremmo temere molto di più la comune influenza stagionale.

Una nuova grafica del coronavirus (Ansa).

IN ATTESA DEL PICCO STAGIONALE

Secondo quanto riportato dal bollettino Influnet, nella settimana dal 23 al 29 dicembre, l’influenza ha provocato 3,7 casi per mille assistiti, che salgono a 10 casi tra i bambini. Nella quinta settimana del 2020, invece, ci si avvicina al picco epidemico stagionale. Il valore dell’incidenza totale è salito a 13,2 casi per mille assistiti. Il numero di casi stimati in questa settimana è pari a circa 795 mila, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 4.266.000 casi. Come riporta Epicentro, il portale dell’epidemiologia della salute pubblica, alla quinta settimana della sorveglianza sono stati segnalati 85 casi gravi di cui 15 deceduti. La scorsa stagione influenzale, da ottobre 2018 ad aprile 2019, sono stati segnalati ai vari sistemi di sorveglianza dell’influenza 809 casi gravi. Una su quattro di queste persone, 198 casi, purtroppo non ce l’ha fatta, anche per altre complicanze di tipo respiratorio o cardio circolatorio. Tre quarti di essi, 601 casi, hanno richiesto intubazione in terapia intensiva. E l’80% dei casi gravi non era vaccinato

Manifesti a Pechino nel novembre 2003 (Getty Images).

LE TRE GRANDI PANDEMIE DEL XX SECOLO

Per quanto riguarda invece le pandemie, non sono così frequenti. Nel XX secolo se ne sono verificate tre: l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica nel 1958 e l’influenza Hong Kong nel 1968. Solo la Spagnola uccise in tutto il mondo tra 30 e 50 milioni di persone – anche se recenti stime parlano addirittura di 100 milioni di morti – dopo averne contagiate circa un miliardo. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale, con oltre 4,5 milioni solo in Italia. 

ALLARME MENINGITE: OGNI ANNO COLPISCE 2,8 MILIONI DI PERSONE

Oltre all’influenza, si muore anche di meningite che nel mondo, secondo l’Oms colpisce ogni anno 2,8 milioni di persone, di cui 500 mila di tipo meningococcico con almeno 50 mila decessi. Una paura che negli ultimi mesi si è fortemente allargata in Italia a seguito dei casi nel Bergamasco e nel Bresciano, almeno sette di cui l’ultimo confermato il primo febbraio, con due morti. Altri decessi in Sardegna e Calabria, poi i tre casi in meno di 40 giorni in Liguria. In Italia, secondo il Comitato nazionale contro la meningite, sono oltre 1.000 le persone che ogni anno contraggono la malattia: circa una ogni due è colpita da quella meningococcica.

LEGGI ANCHE: L’Oms lancia l’allarme sull’Infodemia

I dati epidemiologici dell’Istituto superiore di Sanità rivelano che il decesso vale per l’8-14% dei pazienti colpiti. E senza cure adeguate, la mortalità sale addirittura al 50% dei casi. Nel 2018, i bambini di due anni che, nel nostro Paese, risultavano vaccinati per il meningococco C erano l’84,93%. Più del 15% dunque non lo era. Il sierotipo B provoca circa l’80% dei casi in età pediatrica con una massima incidenza soprattutto nel primo anno di vita, tra il quarto e l’ottavo mese. Per questo tipo di ceppo, si stima che nel mondo si verifichino ogni anno tra i 20 e gli 80 mila casi, con un tasso di letalità medio del 10%.

L’influenza uccide centinaia di persone ogni anno (Ansa).

MORBILLO: NEL 2019 1.627 CASI

Dalla meningite al morbillo. «In Europa fino a oggi non c’è nessuno che è morto per il coronavirus, ma negli ultimi tre anni abbiamo avuto 95 morti di morbillo», ha detto Andrea Ammon, direttrice esecutiva del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), rispondendo il 3 febbraio alle domande degli eurodeputati alla Commissione ambiente del parlamento europeo. I quasi 40 casi tra metà dicembre e gennaio a Lecce e provincia, in prevalenza adulti tra i 23 e i 50 anni, ma anche quattro bambini, due dei quali non vaccinati, ricordano che anche in Italia questa malattia è tutto tranne che debellata.

LEGGI ANCHE: A che punto è la ricerca sulle origini del nuovo coronavirus

Lo dicono anche i dati pubblicati su Morbillo e rosolia News, il bollettino del sistema di sorveglianza integrata coordinato dall’Iss: dal primo gennaio al 31 dicembre 2019 sono stati segnalati 1.627 casi di morbillo. Il tasso di notifica per milione di abitanti in Italia è pari a 30.5, al di sopra della media Ue che è di 25.3 (altre nazioni come Lituania, Bulgaria e Slovacchia hanno tassi ben più alti). Casi in diminuzione rispetto al 2018 quando furono 2.526, ma con otto decessi, di cui un bambino di 10 mesi L’incidenza di casi di morbillo a livello nazionale era stata di 42 casi per milione di abitanti. Nel 2017 invece i casi erano stati 5.397 del 2017, anno del picco dei contagi. Una diminuzione resa possibile grazie all’introduzione della vaccinazione obbligatoria voluta dall’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Ma ancora non basta. 

vaccino morbillo italia 2019
L’incidenza del morbillo è calata grazie alla vaccinazione obbliogatoria.

ALLARME EPIDEMIA IN CONGO

Nei primi nove mesi del 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il numero di casi di morbillo nel mondo era triplicato. Gli Stati Uniti ad esempio hanno riportato il numero più alto di casi degli ultimi 25 anni. Nella regione europea dell’Oms, sono stati registrati quasi 90 mila casi, cifra che supera gli 84.462 del 2018, il più alto del decennio. In generale, nel 2018 sono stati oltre 10 milioni i casi di morbillo nel mondo con 140 morti, soprattutto bambini sotto i 5 anni. In questi giorni la Repubblica Democratica del Congo, già dilaniata dall’Ebola che ha causato 2.300 morti dall’agosto 2018 alla fine del 2019, sta affrontando anche la peggiore crisi di morbillo della sua storia; finora sono morti oltre 6.000 pazienti, per lo più bambini. Lo scorso anno sono stati vaccinati 18 milioni di piccoli fino ai 5 anni. 

IL VIRUS DI MALBURG, LA RABBIA E LA DENGUE

Dal bollettino annuale dell’Ecdc recuperiamo altri dati comparabili alla epidemia, presunta o reale, di coronavirus. Il Virus di Malburg, anche conosciuto come febbre emorragica di Malburg, è una malattia virale causata da un virus indigeno dell’Africa, molto simile a quello dell’Ebola. Il tasso di mortalità quando fu scoperto, a metà degli Anni 60, era del 25%, salito a oltre l’80% nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1998 e il 2000, così come nel 2005 e anni successivi quando il virus tornò a colpire in Angola. La rabbia provoca ancora fino a 55 mila decessi nel mondo ogni anno ed è presente in oltre 150 Paesi. L’Hiv continua a devastare molti Paesi a basso e medio reddito, dove si registra il 95% delle nuove infezioni. Nell’Africa subsahariana, secondo l’Oms, quasi 1 adulto su 20 è sieropositivo. Il 40% della popolazione mondiale vive attualmente in zone in cui la Dengue è endemica e colpisce, sempre secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità dai 50 ai 100 milioni di persone all’anno e, sebbene il tasso di mortalità sia inferiore a quella di altri virus può causare febbre emorragica e portare alla morte se non trattata tempestivamente. 

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Parmitano passa sopra la Lombardia prima di tornare sulla Terra

La Stazione Spaziale Internazionale in transito tra le 18:37 e le 18:41. Le condizioni osservative sono ideali: un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati.

L’astronauta Luca Parmitano, in orbita a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, mercoledì 5 febbraio tra le 18:37 e le 18:41 passerà sopra la Lombardia per un ultimo “saluto” ravvicinato all’Italia prima del suo imminente rientro sulla Terra. L’atterraggio in Kazakistan è previsto giovedì alle nostre 10.14.

PASSAGGIO QUASI ALLO ZENIT

Come scrive su Facebook il Centro Meteorologico Lombardo, «benché simili transiti siano ricorrenti, oggi le condizioni osservative in Lombardia saranno tra le migliori: è un peccato non approfittarne». Il passaggio sarà molto alto, quasi allo Zenit, dunque non sarà necessaria una vista libera da ostacoli. Il cielo della regione è totalmente sereno e la finestra d’osservazione è ideale, poco dopo il tramonto. Mentre la Stazione Spaziale Internazionale, dalla sua altitudine di circa 400 chilometri, sarà ancora illuminata dal sole.

SIMILE A UNA STELLA MOLTO LUMINOSA

La Stazione vista dalla Terra appare come un puntino, paragonabile a una stella molto luminosa, che attraversa lentamente il cielo nel giro di 3 o 4 minuti. Sorgerà verso Ovest-NordOvest e si allontanerà verso Est-SudEst. Il suo moto apparente sembra lento, ma in realtà viaggia a una velocità media di circa 27.600 km/h.

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