Gli Usa, l’Ue e il braccio di ferro sul vaccino anti coronavirus

Gli Stati Uniti puntano ad assicurarsi le prime dosi grazie ai maggiori investimenti nella ricerca. Sanofi chiarisce: «Non daremo la priorità a Washington». Ma chiede un maggiore sforzo all'Unione europea.

Il gigante farmaceutico francese Sanofi non distribuirà prioritariamente negli Usa un eventuale vaccino contro Covid-19, come dichiarato il 13 maggio – suscitando un’ ondata di polemiche – dal suo dg. Sanofi ha però sottolineato che non darà preferenza agli Usa se l’Unione Europea si mostrerà «altrettanto efficace» nel finanziare lo sviluppo del vaccino. «In questo periodo gli americani sono efficaci – ha detto a BFM-TV il presidente di Sanofi France, Olivier Bogillot – anche l’Ue deve esserlo altrettanto, aiutandoci a mettere a disposizione molto rapidamente il vaccino».

PARIGI E BRUXELLES ALZANO LA VOCE

Il 13 maggio, Sanofi, attraverso il dg Paul Hudson, aveva fatto sapere che avrebbe distribuito agli Usa, prima che agli altri Paesi, un eventuale vaccino, poiché le autorità americane hanno investito finanziariamente per sostenere le ricerche del gruppo farmaceutico. Hudson aveva precisato che l’anticipo potrebbe essere di qualche giorno o di qualche settimana. L’annuncio era stato definito inaccettabile dalla sottosegretaria all’Economia francese, Agnès Pannier-Runacher. Anche l’Ue, attraverso un portavoce della Commissione europea, si era fatta sentire, spiegando che l’accesso al vaccino contro il coronavirus deve essere universale e ricordando che la «solidarietà e lo stretto coordinamento è la migliore risposta».

Siamo in grado di vedere, se tutto procede come previsto, che alcuni di essi (vaccini) potrebbero essere pronti per l’approvazione tra un anno

Ema

I tempi ancora restano incerti. Il vaccino potrebbe essere pronto in un anno in uno scenario «ottimistico», basato sui dati degli studi in corso, ha affermato l’Agenzia europea del farmaco. «Siamo in grado di vedere, se tutto procede come previsto, che alcuni di essi (vaccini) potrebbero essere pronti per l’approvazione tra un anno», ha detto Marco Cavaleri, responsabile dell’Ema per le minacce alla salute biologica e la strategia dei vaccini, durante una conferenza stampa video.

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Dal vaccino al plasma, perché la cautela regna sovrana

La comunità scientifica insiste: per avere dati incontrovertibili dalle sperimentazioni servono anni. E, al netto dell'accelerazione dettata dall'emergenza, ultimare una cura definitiva al coronavirus in sei mesi non è realistico. Anche se ci sono 90 studi in corso. Remdesivir, sangue dei guariti e altre combinazioni di farmaci: cosa dicono gli esperti.

S’intravede una luce, seppur fioca, in fondo al tunnel del Covid-19. La terapia del plasma iperimmune, ossia proveniente da pazienti guariti dal virus, ha acceso il dibattito scientifico, politico e social, dividendo il Paese in tifoserie che invece dovrebbero unirsi nell’auspicio che quella luce non si riveli un ingannevole abbaglio.

NON ESISTE ANCORA “LA” SOLUZIONE

In attesa del vaccino e di cure farmacologiche efficaci, infatti, la terapia al plasma sperimentata negli ospedali Carlo Poma di Mantova e San Matteo di Pavia ha iniziato a dare risultati incoraggianti: 80 pazienti trattati, nessun decesso e condizioni generalmente migliorate. In qualche caso anche molto velocemente. Un buon inizio, ma troppo poco per considerare il plasma dei guariti come “la” soluzione anti-coronavirus.

COMPETENZA E BUONSENSO PER APPROFONDIRE

E allora meglio affidarsi a competenza e buonsenso e magari approfondire l’efficacia e i limiti di questa terapia, come ha fatto Enrico Cisnetto nella sua War Room quotidiana ospitando Sergio Abrignani, professore di Patologia generale alla Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di Genetica molecolare “Romeo ed Enrica Invernizzi”, Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale del Centro nazionale sangue e Margherita De Bac, firma scientifica di punta del Corriere della Sera.

IN UN MONDO “NORMALE” SERVIREBBERO ANNI DI TEST

Nelle parole degli esperti la cautela regna sovrana, anche se condita con sfumature di ottimismo, come se volessero lasciar aperta la porta alla sperimentazione in corso, riconoscendone i presupposti ma attendendo la solidità dei risultati positivi. E nella comunità scientifica quando si parla di basi solide ci si riferisce a grandi numeri, dati incontrovertibili sull’efficacia o meno di una terapia, di un farmaco o di un vaccino. Numeri che hanno bisogno di tempo per essere concretamente reperiti e aggregati e a cui va data una lettura univoca. Tradotto: anni, molti anni. Quelli che in «un mondo normale», come lo chiama il prof. Abrignani, servirebbero per mettere in commercio un vaccino anti-Covid.

ULTIMARE UN VACCINO IN SEI MESI? NON REALISTICO

Ma oggi di normalità ce n’è ben poca e di tempo ancor meno, ed è quindi ragionevole pensare che l’emergenza induca un’accelerazione, anche se – sempre a detta del patologo della Statale di Milano – ultimare un vaccino in sei mesi non è realistico. Quel che è certo è che la comunità scientifica sta compiendo uno sforzo immenso per dare una risposta efficace alla pandemia, con 90 studi attualmente in corso, con altrettante sperimentazioni di combinazioni diverse, a cui si aggiungono le ricerche sugli effetti dei farmaci già esistenti contro il Covid.

SEMBRA FUNZIONARE L’ANTIVIRALE PER L’EBOLA

Tra questi il migliore sembra essere il Remdesivir, l’antivirale messo a punto per l’ebola, utile non tanto per la abbassare la mortalità, bensì per accelerare il tempo di risoluzione dell’infezione. La sensazione, in ogni caso, è che sarà una combinazione di farmaci a dare un’indicazione terapeutica efficace contro il coronavirus e che sia impossibile prevederne ora i tempi.

VADE RETRO: FACILI ENTUSIASMI, COMPLOTTI E NO VAX

E allora meglio lasciar guidare dalla competenza, affidandosi al lavoro di chi preferisce la ragionevole cautela ai facili entusiasmi, di chi opera sul campo senza rivendicare successi frazionati, di chi non grida al complottismo per mero interesse elettorale, di chi soffia per spegnere del tutto l’ideologia no vax. Se è vero che nella Cappella Sistina chi entra papa esce cardinale, allora meglio che nel conclave delle terapie anti-Covid il “plasma dei guariti” entri come un semplice vescovo. Al resto ci penserà lo Spirito santo, pardon, la Scienza.

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Piero Di Lorenzo, da Pupo al vaccino anti Covid

Il proprietario e amministratore delegato della IRBM, che sta lavorando al rimedio alla pandemia, è stato coproduttore della trasmissione I Raccomandati. La sua storia.

In questi giorni, sono in molti, nella Rai e nel mondo della pubblicità e della comunicazione, a essersi fatti la stessa domanda: ma quel Piero Di Lorenzo proprietario e amministratore delegato della IRBM di Pomezia che sta lavorando al vaccino anti-Covid e che ha stipulato una partnership con lo Jenner Institute della Oxford University, è lo stesso che fino a qualche anno fa era presidente della LDM Comunicazione SpA di Roma e associato dello studio Beretta-Di Lorenzo & Partners ubicato in Via Giambattista Vico 20 a Roma, che sul suo sito web non faceva mistero di svolgere attività di consulenza e lobbying? Sembra proprio di sì.

ATTIVITÀ SCIENTIFICA NEL SUO CV: NON PERVENUTA

Di Lorenzo, nato nel 1950 e laureato in Giurisprudenza nel 1973 alla Sapienza di Roma, ha nel suo curriculum tutto meno che un’attività scientifica. Infatti, è stato consulente per le relazioni esterne ed i rapporti istituzionali di numerosi soggetti come la Guardia di Finanza, la Camera di Commercio di Roma, l’Ente Tabacchi, l’Agenzia del Territorio, il Consiglio Nazionale del Notariato, Aeroporti di Roma. Tutto questo attraverso la LDM Comunicazione SpA, di cui è stato presidente tra il 1991 e il 2011, per poi lasciarne il timone al figlio Daniele. Inoltre nel 2005 – l’anno in cui scrive con il giornalista Mino Fuccillo il libro Lezioni di Lobby – fonda con Maurizio Beretta una società di consulenza e lobbying che porta il loro nome. Di Lorenzo era amico di Beretta fin da quando l’allora giornalista era caporedattore per l’economia e poi vicedirettore del TG1. Ha goduto della sua amicizia quando, nel 2001, Beretta ha lasciato la Rai (era direttore di RaiUno) per assumere l’incarico di Direttore delle Relazioni Esterne e Comunicazione della Fiat per poi diventare, nel 2004, direttore generale della Confindustria.

COPRODUTTORE DE I RACCOMANDATI CONDOTTO DA PUPO

Per alcuni anni lo studio Beretta-Di Lorenzo & Partners è andato avanti, fino a quando Beretta è approdato in Unicredit, dove tuttora è responsabile della Group Identity & Communications. Allora alcuni giornali notarono che Di Lorenzo, coproduttore con la Rai di Pupo nei I Raccomandati, dal 2005 al 2009 è stato membro straordinario del Consiglio Superiore delle Comunicazioni quando membro ordinario era il direttore generale della Rai Mauro Masi.

IRBM HA MESSO A PUNTO IL VACCINO ITALIANO ANTI-EBOLA

Nel 2009 la svolta, con Di Lorenzo che passa ad altra attività: fonda a Pomezia la IRBM, specializzata nel settore della biotecnologia molecolare, della scienza biomedicale e della chimica organica. Nei suoi laboratori viene messo a punto il vaccino italiano anti-ebola, il cui brevetto è stato poi ceduto nel 2013 dalla società britannica Gsk. Quindi si mette a lavorare sul Covid-19 e, visti i rapporti con gli inglesi, quando avrà il vaccino, a produrlo e distribuirlo in esclusiva sarà la multinazionale britannica AstraZeneca. È stato forse per questo passato così lontano dal mondo medico-scientifico del fondatore della IRBM che Palazzo Chigi prima (il capo di gabinetto di Conte, Alessandro Goracci) e la Cassa depositi e prestiti poi (verso la quale Goracci l’aveva indirizzata) dopo un paio di mesi di verifiche sulla società di Pomezia hanno deciso di lasciare campo libero a Boris Johnson?

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Il coronavirus è naturale e ha 140 anni

Mentre negli Stati Uniti prosegue la polemica sulla presunta nascita del Covid-19 in un laboratorio cinese (smentita anche da Anthony Fauci e dall'Oms), la rivista Nature ricostruisce le sue origini. E no, non crede che sia stato prodotto Wuhan come dice Trump. Diatriba finita?

L’origine del nuovo coronavirus è naturale, con una storia cominciata 140 anni fa nei pipistrelli. La ricostruisce la rivista Nature sul suo sito che, citando ricerche recenti, indica che l’antenato del SarsCoV2 si sarebbe separato fra 40 e 70 anni fa dalla famiglia dei coronavirus dei pipistrelli

FAUCI: «NON È STATO MANIPOLATO ARTIFICIALMENTE»

È arrivata quindi l’ennesima presa di posizione dagli esperti a poche ore dalle dichiarazioni di Anthony Fauci che, come la maggior parte della comunità scientifica internazionale, non crede alla possibilità che il coronavirus provenga da un laboratorio cinese. In un’intervista a National Geographic, il massimo esperto americano di malattie infettive e membro della task force della Casa Bianca ha spiegato: «Se si guarda all’evoluzione del virus nei pipistrelli e a cosa c’è là fuori adesso, le prove scientifiche vanno fortemente nella direzione che il virus non avrebbe potuto essere manipolato artificialmente o deliberatamente». Secondo Fauci, «guardando all’evoluzione nel tempo tutto indica fortemente che questo virus si è evoluto in natura e poi ha saltato specie».

L’OMS: «DOBBIAMO ATTENERCI ALLA SCIENZA»

Una tesi confermata anche dall’Oms, secondo cui «da tutte le prove viste, più di 15 mila sequenze genetiche, si ritiene che questo virus sia di origine animale, c’e’ un legame con i pipistrelli, dobbiamo attenerci alla scienza».

SECONDO POMPEO CI SAREBBERO PROVE CHE IL VIRUS SIA ARTIFICIALE

Domenica 3 maggio il segretario di Stato Mike Pompeo aveva ribadito la posizione della Casa Bianca, ossia che ci sono prove importanti che il virus venga da un laboratorio cinese. Pechino ha sempre negato con forza, anche se diverse cancellerie hanno mostrato dubbi sulla trasparenza delle autorità cinesi nella gestione di questa crisi. Così l’Australia chiede un’inchiesta sull’origine del Covid-19, mentre in Europa Berlino e Londra – come scrive il New York Times – ora esiterebbero sull’aprire le proprie porte al colosso cinese delle tlc Huawei, a cui in tempi non sospetti si sono affidate per realizzare le reti 5G di nuova generazione. Anche in Africa, il continente su cui la Cina ha puntato tantissimo con massicci investimenti, molti governi sarebbero pronti a fare causa a Pechino e chiedere danni. Insomma, una Guerra Fredda che potrebbe ridimensionare e infliggere un durissimo colpo alle ambizioni cinesi, quelle di riempire il vuoto di leadership a livello globale lasciato negli ultimi anni dagli Usa di Donald Trump, ispirati sempre più dalla dottrina dell’America First.

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Coronavirus: pronti al vaccino, ma non ditelo a Barillari

Lo Spallanzani di Roma annuncia il via alla sperimentazione da luglio. Intanto il consigliere regionale del Lazio, espulso dal Movimento 5 stelle, continua la sua battaglia novax su Twitter. La rivolta degli utenti.

«Procedendo con questi ritmi sarà possibile avviare da luglio le prime sperimentazioni del vaccino contro il Covid 19 sull’uomo», ha detto il direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia. «Se i primi test daranno un esito positivo, porteranno nel 2021 alla somministrazione del vaccino su un alto numero di persone a rischio e, spero, alla dimostrazione della sua efficacia», ha aggiunto nel pomeriggio del 2 maggio. Data in cui su Twitter impazzava la polemica contro il consigliere regionale del Lazio Davide Barillari. Espulso il 24 marzo 2020 dal Movimento 5 stelle per aver creato un sito di “controinformazione” sul coronavirus, Barillari non ha mai abbandonato la sua battaglia novax e il 2 maggio di prima mattina cinguettava: «Vaccino covid19? No grazie. Troppi dubbi su costi, sicurezza ed efficacia. Il plasma iperimmune prelevato dai soggetti guariti, ricco di anticorpi, è la soluzione immediata e a bassissimo costo, già utilizzata da molti ospedali».

TWITTER CONTRO BARILLARI

Chiaramente il nome di Barillari, che sul suo profilo Twitter si definisce «visionario», è entrato nelle tendenze del popolare social network. E, a dispetto dei like al suo cinguettio, non sembra che abbia fatto molti proseliti. Diversi commentano con risposte sulla scia: «Ah beh, se lo dice Barillari, allora…». Altri provano pazientemente a spiegargli le basi della questione: «Barillari, il plasma è stato sperimentato come cura per i MALATI, il vaccino è per non far ammalare i SANI, un esperto come te dovrebbe capire la differenza tra prevenzione e cura». La maggior parte lo prende direttamente in giro: «Per fortuna il giorno in cui un sapiens illuminato scoprì i vantaggi della ruota, il capo grotta non era un BARILLARI ERECTUS ,saremmo ancora qui a trascinare tronchi, piegati dalle ernie!!!». E ancora: «Barillà, ma che cazzo di dubbi devi avere che il vaccino ancora manco esiste? Se ne inventassero uno per curare l’idiozia, ne servirebbero tre silos solo per ripulire il tuo account». Tra i detrattori del consigliere del Lazio c’è anche Luca Bizzarri che twitta: «No vax prima che esista il vax. Una cosa ho capito dei grillini (pure ex): non amano i dubbi. Appena hanno un dubbio su qualcosa dicono no grazie. Loro non vogliono sapere se il gatto è vivo o è morto, loro buttano via la cassa col gatto dentro». Insomma basta guardare la timeline del trend per accorgersi che è un bagno di sangue.

COSA SAPPIAMO DEL VACCINO DELLO SPALLANZANI

Intanto, per fortuna, la ricerca va avanti e lo Spallanzani sta allestendo un’area dell’ospedale specificatamente dedicata alla somministrazione del vaccino a volontari sani, «nel rispetto di tutte le garanzie di sicurezza». Secondo quanto si è appreso, si tratta di un vaccino genetico basato su un vettore virale che è stato messo a punto dalla società ReiThera, un’azienda di biotecnologie con sede a Castel Romano. Il coordinamento scientifico è stato affidato all’istituto Spallanzani che agirà d’intesa con il Cnr. «A differenza dei vaccini tradizionali, i vaccini genetici non utilizzano un microorganismo inattivo o parte di esso ma il gene che codifica per l’antigene del microrganismo che si vuole neutralizzare», ha aggiunto Vaia. In questo caso – a quanto si è appreso – verrà utilizzato il gene che codifica per la proteina spike che permette l’ingresso del virus nelle cellule. Questo gene, una volta entrato nelle cellule dell’organismo, induce la produzione della proteina che a sua volta stimola la risposta immunitaria contro il coronavirus.

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C’è un legame tra la sindrome di Kawasaki e il coronavirus?

A Bergamo e in alcuni Paesi europei si registra un aumento di casi di bambini colpiti dalla malattia. Richeldi del Comitato tecnico-scientifico: «Non sono dati confermati, ma monitoriamo il fenomeno».

In genere risponde alle terapie ed i bambini guariscono, ma a volte può presentare una complicanza temibile e grave che è l’infiammazione delle arterie del cuore. È la malattia di Kawasaki, un’infiammazione dei vasi sanguigni appunto che colpisce i più piccoli, e che negli ultimi mesi sta facendo registrare un aumento dei casi in coincidenza con l’epidemia di Covid-19, in Italia e all’estero. Ad osservare il fenomeno sono stati medici e pediatri dell’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, secondo i quali potrebbe esserci un legame con il virus SarsCov2. Il fenomeno è stato segnalato anche in Spagna, Svizzera, Gran Bretagna e Francia, ed è in crescita.

IL COMITATO SCIENTIFICO: «NON SONO DATI CONFERMATI, MA MONITORIAMO I CASI»

Proprio il ministro della Salute francese, Olivier Veran, ha detto di prendere «molto sul serio» tale patologia, che nel Paese coinvolge una quindicina di bambini, pur sottolineando che non ci sono ancora elementi sufficienti per collegare questa affezione al coronavirus. La pensa così anche Luca Richeldi, membro del Comitato tecnico-scientifico, che il 30 aprile nel corso della conferenza stampa della Protezione civile ha spiegato: «Per il momento non è una cosa da generare allarme, non sono dati confermati. Il network degli ospedali pediatrici si è già attivato per una costante sorveglianza dei nuovi casi. Se c’è qualcosa di vero lo sapremo presto».

I SINTOMI

Intanto i pediatri e cardiologi dell’Ospedale bergamasco in un mese hanno registrato un numero di casi pari a quelli degli ultimi 3 anni. Per la casistica degli ultimi 2 mesi, affermano, il responsabile è il nuovo Coronavirus. Inoltre si è visto che questi pazienti hanno delle forme più severe delle malattia e talora necessitano di cure intensive. I sintomi tipici sono la febbre elevata persistente, un’eruzione cutanea, delle alterazioni delle mucose e delle estremità, ma sono le complicanze alle arterie del cuore a preoccupare maggiormente.

VITTIME IN GRAN BRETAGNA

Si è detto che i bambini sono protetti dallo sviluppare forme gravi di polmonite da Covid-19, spiega Lorenzo D’Antiga, direttore della Pediatria al Papa Giovanni XXIII, «ma nonostante ciò, stiamo imparando che questo virus può causare anche altre patologie, attivando il sistema immunitario dell’ospite e inducendo una risposta infiammatoria anche a distanza di tempo dall’infezione». Infatti, sottolinea all’ANSA il cardiologo pediatrico Matteo Ciuffreda dello stesso ospedale, «oltre ad un aumento dei casi di Kawasaki, si stanno osservando sindromi infiammatorie con febbre alta che possono coinvolgere anche altri organi e tale infiammazione si presenta simile alla forma più grave di infiammazione polmonare del Covid-19. Vari di questi bambini sono risultati positivi al SarsCov2 o comunque i test sierologici rivelano che sono entrati in contatto col virus. Casi ci sono stati in vari Paesi, ed in Gran Bretagna, dove è stata diramata un’allerta, si sono registrati anche dei decessi».

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Su anticorpi e vaccino due buone notizie contro il coronavirus

Secondo la rivista Nature tutti i guariti sviluppano una risposta che, dice Burioni, rende affidabile la diagnosi sierologica e promette bene per l'immunità. Mentre la Oxford University e la mutinazionale AstraZeneca lavorano per arrivare a una vaccinazione probabile a dicembre.

Mentre l’Italia si prepara alla fase 2 con una certa dose di preoccupazione, sono arrivate due buone notizie dalla ricerca scientifica contro il coronavirus. E riguardano anticorpi e vaccino, elementi chiave per poter uscire dalla pandemia.

LA NOTIZIA SULLA RIVISTA NATURE

La prima novità è stata comunicata dalla rivista Nature e poi fatta circolare sui social network dal virologo Roberto Burioni: è stato provato che tutti i pazienti guariti dal Covid-19 producono anticorpi contro il virus.

AFFIDABILE QUINDI LA DIAGNOSI SIEROLOGICA

Come ha spiegato il professore italiano, questo è un bene «perché rende affidabile la diagnosi sierologica e, se gli anticorpi fossero proteggenti, promette bene per l’immunità». Concetto ribadito da Gianni Rezza dell’Istituto superiore di sanità in conferenza stampa.

ACCORDO SULL’ACCELERAZIONE PER IL VACCINO

Intanto sono stati fatti passi avanti anche in tema di vaccino. La Oxford University e lo Jenner Institute hanno infatti raggiunto un accordo con la multinazionale AstraZeneca al fine di imporre un’accelerazione ulteriore alla finalizzazione del candidato vaccino ChAdOx1 nCoV-19. In virtù dell’accordo AstraZeneca sarà responsabile dello sviluppo, della produzione e distribuzione del vaccino a livello mondiale, come spiegato dall’azienda italiana partner nello sviluppo del vaccino, la Irbm di Pomezia.

SPERIMENTAZIONE SU 320 VOLONTARI: «È SICURO»

In cosa consiste questa partnership? Si tratta di un «modello no for profit per la durata della pandemia», quindi senza margini di profitto. Per adesso il vaccino anti-Covid sperimentale è stato somministrato a oltre 320 volontari sani evidenziando di essere «sicuro e ben tollerato», ha sottolineato la multinazionale AstraZeneca. La sperimentazione clinica del potenziale vaccino è iniziata la penultima settimana di aprile su oltre 500 volontari sani in cinque centri in Inghilterra. I risultati di questa prima fase sono attesi entro maggio.

PRIMO STOCK DISPONIBILE A DICEMBRE

E a livello di tempistiche che previsioni si possono fare? «Entro dicembre, se tutti i test daranno gli esiti positivi che ci auguriamo, ci sarà un primo stock di vaccino anti-Covid disponibile per iniziare la vaccinazione di alcune categorie più fragili», ha risposto all’Ansa il presidente di Irbm Pietro Di Lorenzo. A giugno, se la prima fase di test su 500 volontari sani darà esiti positivi, inizia la fase ulteriore di test su 5 mila soggetti.

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Il Pentagono pubblica due video di oggetti non identificati

Risalgono al 2004 e al 2015, circolavano da due anni. La decisione è motivata dalla volontà di «chiarire qualsiasi idea sbagliata la gente abbia e smentire che ci sia altro a parte i filmati».

Il Pentagono ha deciso di pubblicare ufficialmente due video che mostrano «oggetti aerei non identificati» ripresi di notte da telecamere a infrarossi della Marina statunitense.

I video, che risalgono al 2004 e al 2015, circolavano da circa due anni dopo che l’azienda privata ‘To The Stars Academy of Arts & Sciences‘, fondata dall’ex musicista della band Blink-182 Tom DeLonge, li aveva fatti uscire.

A settembre dello scorso anno poi, la Marina aveva confermato la veridicità delle immagine. La decisione del Pentagono di pubblicarli adesso è motivata dalla volontà di «chiarire qualsiasi idea sbagliata la gente abbia e smentire che ci sia altro a parte i video», ha spiegato in un comunicato la portavoce della Difesa Usa Sue Gough.

«Dopo un attento esame il dipartimento ha concluso che la pubblicazione di questi video non rivela nessuna informazione sensibile», si dice ancora nella nota sottolineando che non ci saranno ulteriori indagini su quelli che vengono qualificati come «oggetti aerei non identificati». Nel primo, ripreso al largo della California, si distingue un oggetto oblungo che si sposta velocemente e dopo uno scatto improvviso sparisce sulla sinistra.

Nel secondo video, girato al largo della costa atlantica, si nota un oggetto sopra le nuvole e si sente la voce del pilota che si chiede se non si tratti di un drone.

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Perché la retorica del «nulla sarà come prima» è fuorviante

Lo slogan viene ripetuto nei social, nei giornali e nei talk show. Ma il cambiamento non sarà né automatico né veloce. E se non supereremo l’attuale polarizzazione che vede spaccata la società sulla visione del mondo tutto rischia di diventare peggio di prima.

«Nulla sarà come prima» è una tiritera, anche quando viene evocata da persone serie e autorevoli quali sono l’ex premier Enrico Letta e la virologa Ilaria Capua. Di peggio, nel senso della ripetizione infinita, c’è solo la domanda obbligata in ogni talk #covid19, rivolta all’esperto di turno: «Quando avremo il vaccino, professore?». Certo la tivù generalista non è il luogo deputato per domande intelligenti, originali e magari illuminanti, dunque per ricevere risposte a tono. Tuttavia non meno evidente è l’urgenza di «oneste conversazioni» sollecitata da Micha Narberhaus, in un’analisi sulla società post-coronavirus fra le più brillanti che ho letto in questi due mesi.

Il sociologo tedesco, animatore di Smart CSOs Lab, un tink tank sull’innovazione sociale, parte infatti dalla principale causa che impedisce la ricerca di soluzioni condivise. Ossia la forte polarizzazione. L’irriducibile contrapposizione attuale fra populisti e globalisti, sviluppisti ed ecologisti, tradizionalisti (dio, patria, famiglia) e assolutisti delle libertà civili e sessuali. Personificando fra Donald Trump e Greta Thunberg, Meloni&Salvini e Sardine (che nate nelle piazze ora sono temporaneamente confinate solo sui social), Oktober Fest e Gay Pride.

Un conflitto questo che più o meno corre lungo tutte le comunità nazionali e i vari segmenti sociali, dividendo e contrapponendo una miriade di interessi (economici, professionali, associativi) che non riescono più a essere ricomposti dalla politica. Non più in grado, anche perché priva di leadership unificanti, di mediare, trovare sintesi efficaci, indicare sfide condivise. Un deficit questo che si manifesta in modo esemplare nell’espressione da cui sono partito: «Nulla sarà come prima».

Perché non è chiaro, per ridirla con Winston Churchill, se #covid19 sia «l’inizio della fine», ovvero ciò che accelera la transizione e pone fine a un’epoca, o al contrario «la fine dell’inizio», cioè un ritorno a modelli produttivi e di consumo che erano in via di superamento ma che la grande crisi economia riporta in auge. Chi si sente infatti di parlare di transizione dall’energia fossile alle fonti sostenibili o di totale riconversione della produzione di plastica nel momento in cui l’industria manifatturiera sta entrando nella più pesante congiuntura dal Secondo Dopoguerra ?

L’AGITATA IMMOBILITÀ A CUI CI OBBLIGA LA PANDEMIA

Avevamo iniziato l’anno con l’idea che il “cambiamento” fosse in pieno corso. Ma adesso ci troviamo in uno stato di “agitata immobilità”, in cui auspici ottimistici o al contrario paure eccessive non producono trasformazioni reali, essendo pii desideri (il mondo green post-crescita) o timori tutti da dimostrare (l’egemonia planetaria della Cina e la restrizione normalizzata degli spazi di libertà personali). Da cui l’altra ferale domanda da talk: «Cosa impareremo dal coronavirus?». In teoria le città vuote, il traffico fermo, le persone restituite alla famiglia dovrebbero averci trasformato profondamente. Restituiti a una dimensione di vita più riflessiva (il valore del silenzio e della lettura), più vicina alle ragioni degli altri, soprattutto chi soffre o è in prima fila nella lotta al virus, più consapevole del valore di un ambiente sano e di un’aria finalmente respirabile.

Sarà bene ricordare ai sostenitori del «nulla sarà come prima» che il cambiamento non sarà automatico, né veloce come si accredita

In realtà davanti a noi ci stanno concretissimi rischi di disoccupazione di massa, disordini sociali e miseria umana propri di un’economia in declino. Essendo altresì aleatorie molte ipotesi sul comportamento umano a seguito ad esempio dell’introduzione di «un reddito d’emergenza»: incentiverà o deprimerà l’etica del lavoro sulla parte di popolazione interessata? Ma inattendibili si stanno rivelando anche i numeri e le previsioni epidemiologiche che continuano a tenere banco sui media e sui social e a ispirare decisori pubblici e sanitari. «La pandemia ha drammaticamente dimostrato i limiti dei modelli scientifici usati per predire il futuro» ha scritto il Wall Street Journal riferendosi alle due previsioni, dell’Imperial College e dell’Oxford University, che hanno rovinosamente orientato il governo di Boris Johnson.

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Milano svuotata dalla pandemia.

Ora è vero che mai dalla fine della Seconda guerra mondiale l’imprevedibile aveva impattato così pesantemente sulla società e l’economia. Generando addirittura inversioni totali degli orientamenti e sentimenti dominanti. Si pensi solo al lockdown totale e globale per settimane e mesi in un mondo che sino all’altrieri non si chiudeva, né fermava mai. Tuttavia sarà bene ricordare ai sostenitori del «nulla sarà come prima» che il cambiamento non sarà automatico, né veloce come si accredita. Anzi «il coronavirus non cambierà nulla», scrive Ben Gummer, già ministro della sanità inglese, storico e autore di The scoruging angel, sulla “morte nera”, la pandemia medioevale che decimò la popolazione europea.

SPAGNOLA E ASIATICA CAMBIARONO POCO O NULLA

D’altra parte, venendo a tempi più recenti, quali cambiamenti derivarono dalla Spagnola che uccise oltre 50 milioni di persone e dall’influenza di Hong Kong, l’Asiatica, che nel 1968 fece più di un milione di morti ? Nel breve periodo e sul piano pratico poco o niente. Perché i cambiamenti osservati negli anni successivi erano iniziati tutti prima della pandemia. Che fu, come è ora, un acceleratore di processi già in corso. I sistemi culturali – pensieri e idee, ma anche costumi e consumi – si trasformano infatti molto lentamente. «La cultura è appiccicosa», scrive Narberhaus, segnalando che l’effetto pandemico più probabile a breve e medio termine sarà una grave recessione globale, con altissima disoccupazione e impoverimento delle popolazioni. Con conseguente grande rischio di un’ulteriore ascesa  di forze e partiti autoritari e nazionalisti.

Riconoscere le ragioni e le convinzioni dell’altro anche se non condivise e prima ancora convenire sul tipo di società che si intende conseguire, sono due pre-condizioni obbligate per uscire da questa pandemia migliori

In simile contesto di conversione ecologica del sistema produttivo e di pianeta green se ne ritornerà a parlare, come l’altro giorno, solo in occasione dell’Earth day. In altre parole il retorico «nulla sarà più come prima» sarà bene sostituirlo con un più realistico «tutto rischia di essere peggio di prima». Se non supereremo l’attuale polarizzazione che vede spaccata la società al punto che qualsiasi visione del mondo e sistema di valori non coincidenti con i propri vengono ritenuti inaccettabili, offensivi, malvagi. Una divisione questa che non oppone più semplicemente due blocchi, sistemi o parti di società definiti e omogenei (sinistra e destra, conservatori e liberali), ma all’interno di entrambi vede divampare opposizioni, conflitti e fondamentalismi altrettanto irriducibili. Alla fine rovinosi per tutti.

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Persone con le mascherine a Parigi nel 1919 ai tempi dell’epidemia di influenza spagnola. (Getty)

Ecco dunque, che recuperare “oneste conversazioni”, riconoscendo le ragioni e le convinzioni dell’altro anche se non condivise, ovvero un livello minimo di empatia, e prima ancora convenire sul tipo di società che si intende conseguire, ancorché in modi e con strumenti diversi, sono due pre-condizioni obbligate per uscire da questa pandemia migliori. Ma non per due mesi, giusto il tempo obbligato e sospeso del confinamento domestico. Bensì per tutto il tempo che servirà per ristabilire un grado accettabile di fiducia e tolleranza, di legittimità anche delle idee che non si condividono, la cui assenza oggi in Italia fa più danni di Covid-19.

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In Italia l’indice di contagio del Covid-19 è sceso tra 0,2 e 0,7

L'Istituto superiore della sanità registra un miglioramento della situaizione epidemiologica italiana. Ma Brusaferro avverte: «Il virus si sta riducendo dappertutto, ma è ancora necessaria prudenza perché la situazione è diversificata nel Paese».

Buone notizie per gli italiani, anche se non ancora sufficenti per dire che la fase emergeziale è finita. Ma la situazione epidemiologica nel nostro Paese è nettamente migliorata, come conferma il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, anche se c’è una circolazione del virus che continua e di cui tener conto, che quindi impone cautela nelle misure di riapertura. «L’indice di contagio in Italia è tra 0,2 e 0,7 ma ci vuole poco a tornare sopra la ‘soglia», ha spiegato infatti il ricercatore Stefano Merler dell’Istituto Kesler .

Il numero dei casi di Covid-19 «si sta riducendo dappertutto, ma è ancora necessaria prudenza perché la situazione è diversificata nel Paese», ha sottolienato Brusaferro, «la curva mostra che i sintomatici si riducono, ma ci sono ancora casi, anche questi però in riduzione«. L’Iss ha confermato l’aumento dell’utilizzo dei tamponi. Crescono quindi gli asintomatici o coloro che hanno patologie lievi e si riducono i pazienti critici. «Inoltre», ha confermato continuato il presidente, «le età più avanzate, con più patologie, sono a maggior rischio mortalità».

La maggiore concentrazione dei casi «si ha nelle Rsa, a livello familiare e al lavoro» e inoltre, ad aprile, «sono aumentati i casi tra le donne”. Al Nord e in Lombardia l’epidemia «è partita di sicuro a gennaio e forse anche prima». Inostre in Lombardia, come ha spiegato Merler,«ci sono centinaia di casi che hanno avuto sintomi prima di febbraio.. Credo ci siano state introduzioni multiple del virus, e ciò spiega come mai al 20 febbraio ci siamo trovati già con centinaia di casi».

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Il Covid-19 può portare a complicanze neurologiche

La penetrazione del coronavirus nell'organismo non sempre si limita alle cellule dell'apparato respiratorio, ma potrebbe portare complicanze anche al cervello e al sistema nervoso. Lo dimostra uno studio de La Sapienza: «Non sottovalutate gli stati confusionali».

Il coronavirus attacca principalmente le vie respiratorie, ma «potrebbe essere in grado di colpire anche altri organi: se infatti le cellule bersaglio primarie per il Covid-19 sono quelle epiteliali del tratto respiratorio, la penetrazione del virus nell’organismo non sempre si manterrebbe limitata, determinando complicanze neurologiche. Per questo è necessario non trascurare sintomi quali encefalite, stato confusionale, convulsioni, alterazioni dello stato di coscienza, perdita dell’olfatto o disturbi muscolari, potendo il virus manifestarsi anche così». Lo afferma Luca Steardo, neurologo e neurofarmacologo all’Università di Roma La Sapienza, che nella sua pubblicazione sulla rivista scientifica Acta Physiologica, accende il faro su farmaci e terapie in grado di neutralizzare il virus o i suoi effetti neurologici.

«Nello studio di Covid-19 si fa ricorso a studi pregressi su agenti virali collegati da un certo grado di parentela», spiega l’esperto. «Dati clinici e preclinici di studi di altri coronarovirus suggeriscono una loro maggiore invasività tissutale, dimostrando che i CoV, soprattutto quelli appartenenti al sottotipo beta, famiglia del Covid-19, invadono frequentemente il sistema nervoso centrale. «L’alta identità», prosegue l’esperto, «tra i CoV e il Covid 19, ad esempio SarsCoV1, lascia dunque presumere che anche quest’ultimo ceppo possa colonizzare il sistema nervoso centrale con uno scenario caratterizzato da un’invasione dei centri cardio-respiratori e processi neuroinfiammatori responsabili di gravi conseguenze quali decadimento cognitivo, deficit di memoria e cali di attenzione».

Le segnalazioni di complicanze neurologiche da parte di pazienti affetti da Covid-19 «sono in aumento», afferma Steardo, «per tali ipotesi, un trattamento anti-neuroinfiammazione potrebbe aiutare i pazienti ad ottenere, in caso di guarigione, una migliore qualità della vita». Le molecole responsabili dell’infiammazione sistemica, chiarisce l’esperto, «provocano la rottura della barriera emato-encefalica, attivando un conseguente processo neuroinfiammatorio particolarmente grave». In questi casi, spiega il ricercatore, i pazienti che abbiano superato una «sindrome da distress respiratorio possono presentare la comparsa o l’aggravarsi di una sindrome da decadimento cognitivo con insorgenza di delirium e danni associati alle funzioni cognitive».

Serve proteggere il sistema nervoso centrale dall’aggressione di un processo neuro infiammatorio incontrollato e prolungato

Di conseguenza, sottolinea, «diventa necessario intervenire non solo per una normale ripresa della funzione respiratoria, ma anche per un ripristino delle funzioni cognitive». Queste ultime, conclude Steardo, saranno tanto più compromesse «quanto meno si è tentato di proteggere il sistema nervoso centrale dall’aggressione di un processo neuro infiammatorio incontrollato e prolungato. A tal fine, la molecola palmitoiletanolamide ultra micronizzata (PEA-um) ha provata efficacia nel restituire alle cellule gliali la loro funzione, contrastando i fenomeni lesivi a carico del sistema nervoso centrale». Dunque bisogna agire su più fronti: «la salvaguardia della sopravvivenza del paziente e la restituzione di una buona qualità di vita, che escluda il manifestarsi di problemi cognitivi».

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In estate primi test clinici in Italia per il vaccino anti-Covid 19

Nasce il consorzio europeo per accelerare ricerca formato da tre aziende: l'italiana ReiThera, la tedesca Leukocare e la belga Univercells.

Buone notizie sul fronte della lotta alla pandemia da coronavirus. Nasce un consorzio europeo, nato per iniziativa dell’azienda italiana ReiThera, della tedesca Leukocare e della belga Univercells, per accelerare la ricerca sul vaccino e arrivare ai test clinici in estate. In Italia già si lavora per la sperimentazione sull’uomo, fa sapere il consorzio. «Attualmente ReiThera sta svolgendo le attività preparatorie per iniziare la sperimentazione clinica di fase1/2 in Italia durante l’estate 2020», si legge in una nota. «La produzione su larga scala», continua il documento, «verrà avviata subito dopo».

Il candidato vaccino ha come bersaglio la proteina Spike, che il coronavirus Sars-Cov-2 utilizza per aggredire le cellule umane, e utilizza un virus animale, un adenovirus degli scimpanzè. Quest’ultimo viene reso inoffensivo e trasformato in una navetta che trasporta al suo interno la sequenza genetica che corrisponde alla proteina Spike.

Si tratta di un vaccino preventivo che, iniettato per via intramuscolare, stimolerebbe la produzione di anticorpi e l’attività delle cellule immunitarie. «Vaccini simili, basati su vettori adenovirali umani o di primati, sono stati sperimentati in studi clinici di fase 1 e 2», si legge nella nota del consorzio «e hanno dimostrato di essere sicuri e immunogenici in migliaia di volontari sani».

IL CONSORZIO VUOLE GARANTIRE LA PRODUZIONE DI MILIONI DI DOSI IN TEMPI RECORD

Più in generale, ReiThera di Pomezia (Roma), la Leukocare di Monaco e la Univercells di Bruxelles «hanno deciso di unire gli sforzi nella lotta contro questa devastante pandemia mettendo in comune le rispettive competenze al fine di accelerare lo sviluppo rapido di un vaccino basato su di una singola dose». Alla sfida di riuscire a sviluppare un vaccino sicuro e protettivo, rilevano le tre aziende biotech, «si aggiunge l’importante necessità di garantire la produzione di milioni di dosi a tempo record».

Per raggiungere l’obiettivo di «uno sviluppo efficiente e ultra-rapido del vaccino» hanno quindi deciso di unire le forze, mettendo insieme le competenze di ReiThera nella generazione e lo sviluppo di vaccini basati su vettori di adenovirus, quella di Leukocare nella formulazione di vaccini basati su vettori virali al fine di garantirne la stabilità a lungo termine, e di Univercells nella manifattura su larga scala di vettori virali utilizzando tecnologie innovative.

In parallelo allo sviluppo clinico, il consorzio intende sviluppare una formulazione del vaccino che permetta di stabilizzarlo per lunghi periodi e ne faciliti quindi la distribuzione; intende inoltre mettere a punto una tecnologia di produzione innovativa per consentire alla produzione di passare in tempi rapidi da decine di migliaia ai milioni di dosi.

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Coronavirus, Css: «Validazione dei test sierologici in pochi giorni»

Il presidente Franco Locatelli ha spiegato che gli esami si basano su quattro criteri diversi e avranno «una valenza nazionale, in modo che non vi sia il rischio di difformità tra le varie Regioni».

Ci saranno risposte «in tempi brevi» ed in «pochi giorni» si avrà la validazione dei test sierologici da poter usare su larga scala su campioni della popolazione. Lo afferma all’Ansa il presidente del Consiglio superiore di sanità (Css) Franco Locatelli. La validazione dei test avverrà, spiega, «sulla base di quattro criteri e dovranno essere test con una valenza nazionale, in modo che non vi sia il rischio di difformità tra le varie Regioni».

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ELEVATA SENSIBILITÀ E SPECIFICITÀ E IN TEMPI BREVI

La validazione dei test sierologici, mirati ad individuare la presenza degli anticorpi al SarsCov2 attraverso un prelievo di sangue, avverrà sulla base di quattro criteri: «Innanzitutto», ha chiarito Locatelli, «si dovrà trattare di un test, o di più test, che dovranno avere una elevata sensibilità e specificità, per evitare che possano esserci dei risultati falsi positivi o falsi negativi. Il secondo criterio è che dovranno essere test realizzabili in tempi brevi, con un arco di tempo ridotto dal momento del prelievo al momento in cui si potrà disporre del risultato».

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APPLICABILI SU LARGA SCALA, DI FACILE ESECUZIONE E DI VALENZA NAZIONALE

Terzo criterio è che «possano essere applicabili su larga scala sul territorio nazionale e non ristretti alle capacità di pochi laboratori». Quarto criterio è che siano dei test «di facile applicazione ed esecuzione da parte del personale sanitario». Altro elemento fondamentale, ha concluso Locatelli, è che i test sierologici che saranno validati «dovranno essere test con valenza nazionale, proprio per evitare che possano crearsi delle disparità o differenze interpretative tra le Regioni».

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L’Oms verso il dietrofront: servono più mascherine

Uno studio del Mit sembra destinato a modificare le raccomandazioni diffuse finora: le goccioline emesse nell'aria da starnuti e colpi di tosse viaggerebbero nell'aria per distanze più ampie di quelle finora ipotizzate. Per questo sarebbe necessaria una maggiore prevenzione.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) potrebbe rivedere le sue raccomandazioni sull’uso delle mascherine alla luce dei risultati di un nuovo studio del Mit, secondo cui le goccioline emesse con un colpo di tosse o uno starnuto possono ‘viaggiare’ nell’aria per distanze ben più ampie di quanto si pensi: lo ha detto alla Bbc l’infettivologo David Heymann, presidente di un gruppo di consulenti dell’Oms che valuterà se – per rallentare la diffusione del virus – è necessario che un maggior numero di persone indossino le mascherine.

FINO A SEI O OTTO METRI DI DISTANZA

«L’Oms sta riaprendo la discussione esaminando le nuove prove per vedere se sia necessario un cambiamento nel modo in cui consiglia l’uso delle mascherine», ha detto Heymann, ex direttore dell’Oms che nel 2003 coordinò la risposta dell’organizzazione alla Sars. Attualmente l’Oms raccomanda una distanza minima di almeno un metro da una persona che tossisce o starnutisce e sottolinea che i malati o le persone che mostrano i sintomi della malattia dovrebbero indossare le mascherine. Il nuovo studio indica che le goccioline emesse con un colpo di tosse o uno starnuto possono raggiungere rispettivamente fino a sei e otto metri di distanza. Tuttavia precisa che le microparticelle più piccole possono ‘viaggiare’ nell’aria anche per distanze ben più lunghe.

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Coronavirus, a Pavia i malati si curano col sangue dei guariti

I primi a donare il plasma sono stati due medici di Pieve Porto Morone, marito e moglie, primi casi di contagio da Covid-19 in provincia.

Alcuni malati hanno già ricevuto il plasma di pazienti guariti dal coronavirus che quindi hanno sviluppato gli anticorpi: è così entrata nel vivo al Policlinico di Pavia la sperimentazione della plasmaterapia, Il protocollo è stato predisposto dal servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale del San Matteo, in collaborazione con altre strutture come l’Ats di Mantova. I primi due a donare sono stati i medici di Pieve Porto Morone (Pavia), marito e moglie, primi casi di contagio da Covid-19 in provincia di Pavia.

UNA TERAPIA MOLTO VECCHIA

«L’uso del plasma iper-immune è una terapia molto vecchia», ha detto il 31 marzo il direttore malattie infettive dell’ospedale San Matteo di Pavia, Raffaele Bruno, a Tv2000, «si è usata in tempi lontani quando non c’era possibilità di fare altra terapia. Questa sfrutta la possibilità di usare gli anticorpi presenti nel plasma dei pazienti convalescenti. Abbiamo iniziato questa sperimentazione speriamo possa essere di ulteriore aiuto. Non è la soluzione del problema ma un ulteriore aiuto nel cercare di combattere questa malattia».

CIRCA 30 MINUTI PER LA DONAZIONE

Ai pazienti guariti viene prelevato solo il plasma, attraverso un separatore cellulare: è una procedura che non dura più di 30-40 minuti. Ma chi possono essere i donatori di plasma? «I pazienti guariti dal coronavirus», ha chiarito Cesare Perotti, responsabile del servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale del San Matteo, «e quando si parla di guarigione, ci si riferisce solo a soggetti che hanno avuto due tamponi negativi effettuati in due giorni consecutivi. Nel plasma di queste persone si sono sviluppati anticorpi in grado di combattere efficacemente il Covid-19».

LA CONDIVISIONE DI DATI CON ALTRI OSPEDALI

Il protocollo del San Matteo prevede un sistema di condivisione dei dati che può estendersi anche ad altri ospedali: «Una persona guarita da Covid-19 può essere chiamata dal nostro Servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale: qui vengono effettuati tutti gli esami previsti dalla legge, come se si trattasse di una donatore ‘normale’, oltre ad altri controlli aggiuntivi», ha detto Perotti. A quel punto nel servizio di Virologia e Microbiologia del Policlinico, viene effettuato un test per verificare la capacità del plasma del paziente guarito, attraverso i suoi anticorpi, di uccidere il coronavirus. «Il San Matteo, attraverso il suo protocollo, potrà svolgere il ruolo di ‘hub’ per tutti gli altri ospedali che vogliono aderire».

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Coronavirus, l’Ema valuta 40 farmaci e una dozzina di vaccini

Tra le potenziali terapie due antimalarici, due antivirali usati contro l'Hiv, un anvirale sviluppato per Ebola, un farmaco per la sclerosi multipla e un antireumatico.

L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta valutando, in continuo contatto con le aziende ed enti che li sviluppano, 40 farmaci contro il Covid-19 come possibili terapie. Al momento sono attesi i risultati ma sulla base dei dati preliminari ancora non ci prove di efficacia per nessuno di questi. Tra le potenziali terapie su cui sono in corso sperimentazioni, spiega l’agenzia, c’è il remdesivir (sviluppato per Ebola), la combinazione di antivirali lopinavir/ritonavir (già approvati e in uso contro l’Hiv), la clorochina e l’idrossiclorochina (autorizzate contro la malaria e per alcune malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide), gli interferoni e beta-interferoni (usati per la sclerosi multipla), e diversi anticorpi monoclonali che agiscono su alcune componenti del sistema immunitario.

In Italia l’Aifa ha approvato la sperimentazione del Tolicizumab, un anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide, e dell’antinfluenzale giapponese Avigan

In Italia l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ha approvato la sperimentazione del Tolicizumab, un anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide, e dell’antinfluenzale giapponese Avigan. I farmaci antimalarici, già utilizzati in Cina per il trattamento dell’infezione da Covid-19, sono stati autorizzati anche in Italia con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e saranno a totale carico del Ssn. Autorizzate inoltre per lo stesso uso le combinazioni dei farmaci anti-Aids lopinavir/ritonavir, danuravir/cobicistat, darunavir, ritonavir, anche queste a totale carico del Ssn. Una speranza potrebbe arrivare anche dal plasma dei pazienti guariti, approccio utilizzato in Cina: un progetto di ricerca tra Toscana Life Sciences e Spallanzani, clonerà gli anticorpi da pazienti convalescenti per sviluppare una cura ed un vaccino.

ALMENO UN ANNO PER IL VACCINO

L’Ema sta valutando anche una dozzina di potenziali vaccini contro il Covid-19. Di questi, due hanno già iniziato la prima fase di sperimentazione, che richiede volontari sani. È però difficile prevedere, spiega sul suo sito, quando saranno pronti. Sulla base delle informazioni disponibili e delle esperienze passate, si stima che ci possa volere almeno un anno prima di avere un vaccino pronto per essere approvato e disponibile in sufficienti quantità per un uso diffuso.

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Per i guariti dal coronavirus test rapidi prima di tornare al lavoro

La proposta dell'Ordine dei medici per verificare quali soggetti che hanno contratto l'infezione abbiano effettivamente sviluppato l'immunità. Ma gli esami devono essere ancora perfezionati e validati.

Utilizzare test rapidi per capire quali soggetti hanno sviluppato immunità contro il nuovo coronavirus e possono dunque per primi tornare a lavoro quando ci sarà la ‘riapertura’ del Paese e delle attività. E’ questa una “ipotesi di lavoro” ed una “possibile soluzione”, afferma il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo) Filippo Anelli, “una volta che tali test verranno perfezionati, si auspica a breve termine, e che l’Iss li avrà validati”.

Soprattutto per i soggetti contagiati e poi considerati guariti, spiega Anelli, “sarebbe importante pensare ad un piano di screening e questo potrebbe essere un sistema sulla base del quale programmare il rientro a lavoro”. L’utilizzo a tal fine dei test con tampone, rileva, “sarebbe però complicato, anche per i tempi necessari per disporre dei risultati. Al contrario, se i test rapidi attualmente allo studio o in sperimentazione fossero ritenuti affidabili, e la ricerca si sta muovendo velocemente su questo fronte, e dopo naturalmente una validazione da parte del’Istituto superiore di sanità, potrebbero essere proprio tali test a permettere uno screening per decidere chi può tornare a lavorare”. Tali test, “potrebbero permettere di capire chi ha sviluppato immunità al virus ed è dunque guarito”. Al momento, conclude Anelli, “questa è un’ipotesi di lavoro ma rappresenta una possibile strada da seguire”.

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Gimbe: oltre 208 mila casi di coronavirus in Italia

Secondo la Fondazione, ci sarebbero 128 mila positivi non identificati in più rispetto agli 80.539 comunicati dalla Protezione civile. Intanto il presidente della Regione Lombardia allarga la possibilità di richiedere il tampone anche ai monosintomatici. E sul picco di ieri, spiega: «Qualche laboratorio era in arretrato».

I casi di coronavirus in Italia sarebbero molti di più rispetto a quelli comunicati dalla Protezione civile. Secondo una stima elaborata dalla Fondazione Gimbe, infatti, i positivi complessivi sono oltre i 208 mila, a fronte dei casi, confermati al 26 marzo, pari a 80.539. «I tamponi vengono effettuati prevalentemente sui soggetti sintomatici», spiega l’organizzazione, «e, esaminando solo la punta dell’iceberg, la gravità di Covid-19 viene ampiamente sovrastimata. La distribuzione di gravità della malattia», sottolinea la Fondazione Gimbe, «è verosimilmente sovrapponibile a quella delle coorte cinese: 81% casi lievi, 15% ospedalizzati e 5% in terapia intensiva».

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GIMBE: I CASI NON IDENTIFICATI SONO QUASI 128 MILA

Sulla base di queste assunzioni, si sottolinea, «si stima che la parte sommersa dell’iceberg contenga quasi 128 mila casi lievi non identificati per un totale di oltre 208 mila casi». Di conseguenza, secondo Gimbe, la piramide si «ricompone» riducendo sia la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva, sia del tasso di letalità che scende al 3,9%. Inoltre, «l’elevato numero dei soggetti infetti non identificati conferma», conclude l’organizzazione, «la validità delle misure di distanziamento sociale».

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Il governatore della Lombardia Attilio Fontana. (Ansa)

FONTANA: «ORA TAMPONI ANCHE AI MONOSINTOMATICI»

Intanto il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana allarga la possibilità di richiedere il tampone anche ai monosintomatici. «Noi rispettiamo le regole che ci sono state dettate dall’Istituto superiore della sanità che con una delibera del proprio comitato tecnico-scientifico del 27 febbraio ci ha detto che noi dovevamo fare i tamponi solamente ai sintomatici», ha detto Fontana a Mattino Cinque, spiegando che «in un primo momento dovevano essere plurisintomatici, avere due sui tre classici sintomi, adesso basta anche essere monosintomatico. Negli ultimi giorni anche chi ha un solo sintomo, o febbre o raffreddore o tosse, può essere sottoposto a tamponatura».

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FONTANA: «IL PICCO DI IERI? QUALCHE LABORATORIO ERA IN ARRETRATO»

Il presidente è tornato anche sull’aumento dei casi attivi registrati il 26 marzo: «Vedendo i dati e tenuto conto che la nostra capacità media giornaliera massima è di 5 mila, visto che ieri eravamo a 6 mila evidentemente qualche laboratorio era in arretrato» con l’elaborazione dei test.

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Per il vaccino contro il Covid-19 serve un’alleanza globale

La pensano così i ministri Di Maio e Speranza, ma anche il mondo della scienza. Intanto aumenta il numero delle sperimentazioni.

Una ‘alleanza globale‘ è necessaria per arrivare a mettere a punto un vaccino che potrà rappresentare l’arma definitiva contro il nuovo coronavirus, ma unire le forze dei vari Paesi è fondamentale in questo momento di emergenza anche sul fronte della ricerca per altri nuovi farmaci. Quello a lavorare insieme è un appello corale, che è arrivato il 26 marzo dai ministri Luigi Di Maio e Roberto Speranza ma anche dagli scienziati, mentre sul fronte delle terapie si continuano a fare passi avanti ed aumenta il numero delle sperimentazioni in campo.

DI MAIO: «LA CORSA AL VACCINO NON PUÒ ESSERE INDIVIDUALE»

«Noi siamo disponibili a condividere la nostra conoscenza, ma devono farlo tutti: la corsa al vaccino non può essere individuale», ha chiarito il ministro degli Esteri italiano, dopo la videoconferenza con i colleghi del G7 sull’emergenza Covid-19. Posizione sostenuta anche da Speranza: «In Ue servono misure armoniche e condivise e il massimo sforzo di convergenza sulla ricerca», ha aggiunto.

ANCHE LA SCIENZA CHIEDE UN «PROGETTO GLOBALE»

Una sfida, questa, sulla quale la scienza concorda con la politica. Dalla rivista Science, infatti, anche il direttore della Gavi Alliance, Seth Berkley, ha lanciato l’appello per un «progetto globale» perché il vaccino anti coronavirus richiede uno sforzo confrontabile al Progetto Manhattan, che portò alla bomba atomica. Essere uniti, dunque, per ottimizzare forze e risorse, mentre già si registrano importanti passi avanti.

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Sono ad oggi 44 i progetti di vaccino anti SarsCoV2 nel mondo ed aumenta di giorno in giorno il numero delle sperimentazioni. Oltre agli studi in atto e autorizzati dall’Agenzia del farmaco Aifa su medicinali già in uso per altre patologie – è il caso dell’anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide Tolicizumab o dell’antinfluenzale giapponese Avigan – è indicato dall’Oms l’uso della combinazione di farmaci anti-aids Lopinavir/Ritonavir e dell’antivirale Remdesivir, sviluppato inizialmente per la malattia da virus Ebola e potenzialmente attivo contro il Covid-19. Ma altre nuove sperimentazioni sono ai nastri di partenza, come il progetto di ricerca nato dall’accordo biennale tra Toscana Life Sciences di Siena e l’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma: l’obiettivo è clonare gli anticorpi monoclonali da pazienti convalescenti partendo dal loro plasma per sviluppare una cura ed un futuro vaccino. Ulteriori due studi su nuovi farmaci sono inoltre in valutazione da parte dell’Aifa, ha annunciato il direttore generale Nicola Magrini, il quale ha pure affermato che «a breve libereremo la possibilità per i medici di famiglia di prescrivere farmaci anti-Aids». Accolta dunque la richiesta in tal senso più volte rilanciata dagli Ordini dei medici e dalla Federazione dei medici di medicina generale.

INVITO ALLA CAUTELA

Resta su tutto il forte invito alla prudenza: l’anti-malarico clorochina, utilizzato in Cina, ad esempio, presenta «rischi ed è necessaria cautela rispetto ad un uso di massa», ha avvertito Magrini. Quanto al farmaco ‘mirato’ anti-Covid denominato Eidd-2801, sperimentato all’Università del North Carolina con primi risultati positivi sui topi, si tratta, ha concluso, di un medicinale che «è ancora molto lontano dall’arrivare».

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Inaf: il picco dell’epidemia di coronavirus in Italia è vicinissimo

Secondo Fabrizio Nicastro dell'Istituto nazionale di astrofisica, la situazione è dominata da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. E avverte: «Se un'altra regione importante dovesse esplodere, è chiaro che la curva si rialzerà».

Il picco dell’epidemia di coronavirus in Italia è «vicinissimo» e si presenta «molto largo, una sorta di plateau», ha detto all’Ansa Fabrizio Nicastro, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e fra gli esperti del Gruppo analisi numerica e statistica dati Covid-19. Questa è la situazione ad ora, dominata da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. «Se un’altra regione importante dovesse esplodere», ha spiegato Nicastro, «è chiaro che la curva si rialzerà».

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Oms: «Segnali incoraggianti in Europa, ma serve cautela»

Il direttore Guerra: «Allentamento delle misure di contenimento? Ci vuole prudenza, tutto dipende dal'andamento della curva epidemica».

Per l’Oms ci sono «segnali incoraggianti» sul fronte della lotta al coronavirus in Europa. «L’Italia, che ha il numero di casi più alto della regione, ha registrato un leggero calo nei contagi, anche se è troppo presto per dire che la pandemia ha raggiunto il suo picco nel Paese», ha spiegato Hans Kluge, il direttore regionale dell’Oms-Europa. La prudenza, insomma, è d’obbligo.

ANCORA UNA SETTIMANA PER VEDERE GLI EFFETTI DEL CONTENIMENTO

Il direttore vicario dell’Oms Ranieri Guerra ha avvertito: «Per l’eventuale allentamento delle misure di contenimento e dell’uscire da casa è necessaria cautela e tutto dipende dal’andamento della curva epidemica. Sembra che stia rallentando la velocità di trasmissione ma c’è ancora un aumento dei numeri assoluti. Cruciali sono questa e la prossima settimana, in cui dovremo vedere gli effetti delle misure e vedere dunque un decremento». La prima settimana di aprile saranno infatti trascorsi 20 giorni dalle misure di contenimento prese e, secondo Guerra, si dovrebbero vedere i risultati delle stesse. Va però considerato, ha sottolineato l’esperto, che «l’Italia è un Paese lungo e ci sono cluster epidemici e focolai che procedono con velocità diverse da un’area all’altra del territorio nazionale. Fondamentale dunque è vedere quale sarà l’andamento della curva epidemica».

GUERRA: «TAMPONI A TUTTI? INAPPROPRIATO E NON FUNZIONALE»

Guerra ha anche affrontato il tema dei tamponi, ribadendo la posizione dell’Oms: «Vanno aumentati ed effettuati su categorie mirate che sono i sintomatici, i casi sospetti ed i contatti, oltre ovviamente agli operatori sanitari. Estenderli però a tutta la popolazione è inappropriato e non è funzionale. Ciò che serve è identificare casi sospetti, persone a rischio e contatti, e su questa base fare i tamponi. E vanno dotati gli operatori sanitari di adeguate protezioni». Riferendosi quindi ai test rapidi, Guerra ha sottolineato che circa 200 di questi test sono all’esame dell’Oms per la prequalifica e «potrebbero presto esservi delle novità. Quando avremo test rapidi, al momento non disponibili, potremo fare altri screening».

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Aifa: i medici potranno prescrivere farmaci anti-Aids per trattare il Covid-19

Il direttore generale Nicola Magrini ha sottolineato che per altri farmaci, come l'anti-malarico clorochina, ci siano invece «rischi» ed è «necessaria cautela rispetto ad un uso di massa». E sul Covid-19 ha spiegato che il «cambio di direzione è evidente. Condivido la previsione dell'Oms del picco entro la settimana».

Anche «i medici di famiglia» potranno «prescrivere farmaci anti-Aids» per il trattamento del coronavirus. A dirlo è il direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco Nicola Magrini, durante un intervento a Radio Capital. Magrini ha inoltre sottolineato che per altri farmaci, come l’anti-malarico clorochina, ci siano invece «rischi» ed è «necessaria cautela rispetto ad un uso di massa».

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MAGRINI (AIFA): «NON C’È CARENZA DI OSSIGENZO E DI INSULINA NEGLI OSPEDALI»

Riferendosi, invece, alle segnalazioni in merito alla carenza di alcuni tipi di farmaci, Magrini ha spiegato che «per alcuni farmaci fondamentali come gli anestetici ci stiamo lavorando perché c’è stata una carenza anche distributiva. Carenti anche alcuni farmaci acquistati dai cittadini in via preventiva. Non è invece vero», ha aggiunto il diretto dell’Aifa, «che ci sia stata una carenza ospedaliera di ossigeno e di insulina».

MAGRINI: «BISOGNA STARE IN CASA ALTRE 2-3 SETTIMANE»

Magrini ha parlato anche più in generale dell’emergenza coronavirus in Italia. «Non siamo ancora fuori dalla crisi, bisogna restare a casa per 2-3 settimane almeno», ha detto il direttore generale sottolineando come gli ultimi dati «sono buoni e indichino una decrescita di casi e decessi, e ciò è di fondamentale importanza» ma «non si deve mollare».

AIFA: PICCO ENTRO LA SETTIMANA

Il «cambio di direzione», ha detto Magrini, «è evidente. Condivido la previsione dell’Oms del picco entro la settimana. Il numero dei nuovi casi, che determina il numero dei ricoverati è in calo da quattro giorni, in linea con le previsioni, e questo vuol dire che le misure di contenimento messe in atto sono state di fondamentale importanza», ha spiegato il direttore generale. Quanto alla comunicazione rispetto al nuovo coronavirus, il numero uno dell’Aifa ha rilevato come «è vero che un virus più grave di quello influenzale, ma non è il virus del terrore che si descrive in alcune trasmissioni. Più gravi sono stati Mers e Sars».

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Fenomenologia semiseria del virologo e dell’infettivologo televisivo

Il pacato Pregliasco, il polemista Burioni. Ma anche la rassicurante Capua. E ancora: Gismondo, presenzialista, nonostante la macro topica iniziale, e Galli che con la sua schiettezza molti vorrebbero ministro della Salute. Carrellata degli specialisti diventati star del piccolo schermo con l'emergenza coronavirus.

È verboso, diplomatico, curiale, anche se si presenta quasi sempre in abbigliamento casual, per lo più con addosso la polo dell‘Anpas con il tricolore sul colletto.

PREGLIASCO, IL MEDICO ANTI-POLEMICA

Rilassato e sorridente, il professor Fabrizio Pregliasco è stato uno dei primi medici passati vorticosamente dall’anonimato al divismo televisivo sull’onda dell’epidemia di coronavirus. Si è conquistato spazio e credibilità grazie alla sua capacità di attenuare ogni polemica e di smussare i toni, lui che dà ragione un po’ a tutti e non si espone mai troppo.

Il Presidente dell’Anpas Fabrizio Pregliasco (Ansa).

Benché venga sempre presentato come virologo, non lo è: è invece specializzato in Igiene e Medicina preventiva e in Tossicologia, ma è soprattutto un manager, direttore sanitario dell’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano, dopo aver svolto analogo incarico presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, proprio quello in cui Silvio Berlusconi scontò, si fa per dire, la pena ai servizi sociali.

LO SCONTRO CON SGARBI E IL GELO SU PANZIRONI

Finora, la sua pacatezza è stata scalfita solo dall’assalto verbale di Vittorio Sgarbi durante una puntata di Non è l’arena: «Chi cazzo è Pregliasco? Raccontano tutti balle, sono tutti capre!». Pregliasco ha ribattuto che Sgarbi stava dicendo «sciocchezze» e poi anche «stupidate», e si è capito che aveva perso le staffe solo quando ha protestato ad alta voce: «Incredibile! Lei è un irresponsabile e non dovrebbero farla parlare».

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Non si è scomposto granché nemmeno quando Massimo Giletti l’ha messo a confronto con Adriano Panzironi sul tema della vitamina C, che secondo il guru dell’alimentazione ci proteggerebbe dal virus. «Diciamo che è un coadiuvante del sistema immunitario», ha ribattuto Pregliasco con la sua aria sacerdotale.

coronavirus burioni
Il virologo Roberto Burioni. (Ansa)

BURIONI E L’ATTRAZIONE PER IL RIFLETTORE

Niente a che vedere con la vis polemica di un altro medico, lui sì virologo a pieno titolo, il marchigiano Roberto Burioni, già molto attivo contro le campagne No-Vax sia sui social sia con il sito Medical Facts, prima di assurgere a ospite esclusivo di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Docente dell’Università San Raffaele di Milano, Burioni è uno che non le manda a dire e sembra trovarsi perfettamente a suo agio davanti le telecamere.

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GISMONDO, IN TIVÙ NONOSTANTE L’ERRORE INIZIALE

Schierato (quasi) fin da subito su posizioni di allarme davanti all’espandersi del Covid-19, ha definito la collega «quella signora del Sacco», Maria Rita Gismondo che aveva improvvidamente minimizzato la gravità dell’epidemia, attestandosi sulla teoria «poco più grave dell’influenza».

Anna Rita Gismondo del Sacco di Milano (Ansa).

La stessa Gismondo, a dispetto di questa macro topica, viene comunque continuamente invitata in tivù, forse perché i talk show hanno disperatamente bisogno di uno specialista da intervistare e quindi va bene chiunque, purché sia fornito di quel poco o tanto di narcisismo che la platea televisiva solletica.

CAPUA, RASSICURANTE ELEGANZA

Decisamente disinvolta anche la virologa Ilaria Capua, direttrice dell’One Health Center of Excellence in Florida, già assurta alle cronache nel 2006 per aver condiviso la sequenza genetica del primo ceppo africano di influenza H5N1 in GenBank (database open access) e non in un database ad accesso limitato, avviando così un dibattito internazionale sulla trasparenza dei dati, iniziativa che ha cambiato i meccanismi alla base dei piani prepandemici.

Ilaria Capua direttrice dell’One Health Center of Excellence in Florida (Ansa).

Bella, fascinosa, elegante, rassicurante, la Capua non fa sparate, ragiona insieme al conduttore e al pubblico, ammette, con sofisticati giri di parole, che non si sa, che sarebbe interessante sapere, capire, ricercare, che forse sì, ma forse anche no, ci vuole tempo, ma è tutto molto interessante.

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GALLI, IL MINISTRO DELLA SALUTE IDEALE

Il cast dei virologi comprende anche, ovviamente, il responsabile di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, professor Massimo Galli, ormai osannato da tutti coloro che ne apprezzano la schiettezza e già indicato da qualcuno come ideale ministro della Salute.

Galli: «La ricerca del vaccino non sia una corsa al guadagno»
Massimo Galli, responsabile di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano

Impagabile la sua espressione quando risponde alle domande facendo capire con lo sguardo «sto dicendo quello che posso e devo dire, ma ci sarebbe tanto di più da aggiungere…», però poi non resiste e a ogni intervista trova il modo di levarsi qualche sassolino dalle scarpe, come quando ha levato la sua invettiva sui disastrosi tagli alla formazione dei medici e alla ricerca, o come quando ha elegantemente definito «sciocchezzaio» la proposta iniziale di Boris Johnson di promuovere l’immunità di gregge in Gran Bretagna.

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Galli insiste da tempo sulla la necessità di garantire assistenza domiciliare coinvolgendo i medici di base, sia per fare da filtro ai ricoveri sia per dare effettiva vicinanza alle persone malate a casa. Qualcuno lo ha finalmente ascoltato, se Regione Lombardia ha deciso ora di seguire proprio questa strategia. Per lui la sfida numero uno è tenere l’area metropolitana milanese al riparo dall’ondata di contagi, evitando quella che definisce «la battaglia di Milano». E fino a questo momento, pare che ci sia riuscito.

E DOPO IL FATIDICO PICCO?

Chissà se dopo il fatidico “picco”, che tutti attendiamo con ansia, insieme alla curva dei contagi si abbasserà anche quella delle presenze dei medici in tivù a tutte le ore del giorno. Non prima, immaginiamo, che ciascuno di loro abbia potuto dichiarare a una telecamera «Vedete? È proprio come avevo previsto io». Ma a quel punto, noi saremo fuori, finalmente liberi per strada, e col televisore spento.

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Quali sono i farmaci e i vaccini che si testano contro il coronavirus

Il caso dell'Avigan ha riaperto la questione dei medicinali anti Covid-19. Dai mix antivirali alla sperimentazione di trattamenti contro malaria e artrosi: a che punto è la ricerca.

La strada del vaccino contro il coronavirus è ancora tutta da percorrere. Negli ospedali di mezzo mondo si tentano vie alternative, si provano farmaci sperimentali, o si riadattano da altri scopi. Secondo il direttore esecutivo dell’Agenzia europea per i medicinali, Guido Rasi al momento ci sono almeno una ventina di farmaci e 35 vaccini proposti alla valutazione dell’istituto. In mezzo fioriscono bufale, polemiche e disinformazione. È il caso ad esempio del fantomatico giapponese Favipiravir, meglio noto come Avigan.

LE COSE DA SAPERE SUL FARMACO GIAPPONESE AVIGAN

La fiammata di interesse intorno al “miracoloso” medicinale nipponico è esplosa con un video condiviso su social e circolato anche su WhatsApp di un farmacista italiano che si riprendeva per le vie di Tokyo spiegando che in Giappone viene usato con esisti positivi per bloccare sul nascere la malattia nei pazienti. Visto il propagarsi della notizia, e il conseguente appello di Luca Zaia che ha chiesto di includere anche il Veneto nella sperimentazione, l’Agenzia italiana del farmaco ha spiegato che per il momento non ci sono prove di reale efficacia del Favipiravir, ma ha confermato che il 23 marzo la commissione tecnico-scentifica intera ha avviato l’analisi e la definizione del trial clinico per il Favipiravir.

Cittadini giapponesi in un parco di Tokyo durante la fioritura dei ciliegi

Il medicinale è un antivirale creato dalla giapponese Fujifilm Toyama Chemical e approvato dalle autorità nel 2014. L’Avigan è stato sviluppato per bloccare i meccanismi di diffusione del virus nei pazienti infetti e rendere il processo di guarigione più rapido e meno difficoltoso. Il 23 marzo Mario Lavizzari, Corporate Senior Director di Fujifilm Italia, ha spiegato in una nota che per il momento «Non esistono prove scientifiche cliniche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti». Come ha spiegato il giornalista Pio d’Emilia a ridosso della pubblicazione del video, nel corso del tempo il farmaco era stato ritirato dal commercio per i pesanti effetti collaterali, soprattutto per le donne in cinta e i rischi per i feti. Successivamente il brevetto era stato ceduto a Russia e Cina, con la repubblica popolare che in occasione dell’epidemia l’ha testato in massa. Alcuni risultati hanno convinto le autorità giapponesi a riprenderne l’uso ma solo in alcuni casi specifici e in alcuni ospedali. Per il resto il Favipiravir non è stato autorizzato né negli Stati Uniti, né in Europa. Ma l’Avigan è solo uno dei tanti farmaci antivirali che si stanno sperimentando.

GLI ALTRI ANTIVIRALI ALL’OPERA

Tra gli antivirali sotto la lente di ingrandimento per combattere il Covid-19 ce ne sono alcuni su cui vale la pena soffermarsi. Uno dei farmaci che sembrano dare risultati promettenti è il Remdesivir, come confermato anche da Massimo Galli, Past President SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) e Direttore Divisione Clinica di Malattie Infettive AO-Polo Univ: «Il Remdesivir è uno dei pochi farmaci per cui sussiste un’evidenza sperimentale di possibile efficacia, almeno in modelli di laboratorio». Il medicinale, prodotto dalla casa farmaceutica Gilead, fa parte della classe degli analoghi nucleotidici. Nato intorno al 2010 è stato impiegato per contrastare l’Ebola, durante le epidemie del 2013 e 2016 e le infezioni da virus Marburg. Aveva dato risultati incoraggianti in laboratorio, ma poi la prova su larga scala aveva convinto gli operatori sanitari a optare su altri farmaci. Nonstante questo già alla fine di febbraio l’Organizzazione mondiale della sanità mostrava una certa fiducia nei confronti del medicinale. Secondo Bruce Aylward, vice direttore generale dell’Oms, «c’è un solo farmaco che pensiamo possa avere affetti reali, e questo farmaco è il remdesivir».

In Italia la sperimentazione è stata avviata in diverse aziende ospedaliere come Padova, il Sacco di Milano, l’ospedale San Matteo di Pavia, lo Spallanzani a Roma, Clinica di Malattie infettive dell’Ospedale di Chieti e il Policlinico San Martino di Genova. Il 17 marzo il primario della struttura ligure ha fatto sapere che un paziente di 79 anni è stato curato col farmaco fino a una completa guarigione. Ma i dati disponibili al momento sono ancora pochi. Non ha invece dato i risultati sperati la sperimentazione di una coppia di farmaci, il mix Kaletra, cioè l’uso combinato di lopinavir e ritonavir usati per l’HIV. Inizialmente sembrava aver dato riscontri positivi, come nel caso della coppia italiana ricoverata in India, ma test più specifici hanno spento l’entusiasmo. Secondo uno studio realizzato nell’ospedale Jin Yin-Tan a Wuhan in Cina e pubblicato sul New England Journal of Medicine, il mix di farmaci non avrebbe fatto emergere risultati significativi sia in termini di riduzione dei giorni di malattia o di riduzione del rischio di morte. Gli studiosi hanno anche scritto, però, che è possibile che i due farmaci possano funzionare in combinazione con altre terapie.

LA SPERANZA IN UN MEDICINALE CONTRO L’ARTRITE

Nelle scorse settimane è emersa la possibilità che un farmaco contro l’artrite reumatoide, il tocilizumab, sia in grado di combattere la polmonite causata dal Covid-19. Già una decina di giorni fa all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli erano arrivati i primi segnali incoraggianti. Il farmaco è stato utilizzato anche nell’epidemia in Cina, come aveva spiegato il Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma della Fondazione Pascale. «I ricercatori cinesi hanno confermato l’efficacia con un miglioramento delle condizioni di 20 pazienti con coronavirus su 21 trattati in circa 24-48 ore». Nei giorni successivi la Roche, produttrice del tocilizumab, ha annunciato la cessione gratuita del farmaco a tutte le strutture. Il 17 marzo il direttore dell’Aifa, Nicola Magrini, ha annunciato l’espansione della sperimentazione in oltre 330 pazienti in Calabria, Puglia Marche, Toscana, Liguria, Veneto e Lombardia.

RISULTATI INCORAGGIANTI ANCHE CON UN FARMACO PER LA MALARIA

Nuove indicazioni positive sono arrivate da uno farmaco contro la malaria, l’idroclorochina. Ricercatori cinesi hanno visto che il farmaco può rallentare le infezioni da Sars-CoV-2 bloccando le modalità con cui accede alle cellule. Uno studio francese ha mostrato come ci siano dati incoraggianti dalla sperimentazione dell’idroclorochina combinata con l’azitromicina, un antibiotico. Stando alla ricerca condotta da Philippe Gautret e Didier Raoult, dell’Istituto Mediterraneo per le infezioni dell’Università di Marsiglia il lavoro si è basato sia sui risultati provenienti dalla Cina, che da quelli relativi all’antibiotico, che pur se calibrato per combattere i batteri, si è dimostrato efficace contro i virus responsabili della Zika e dell’Ebola. In tutti i pazienti, hanno scritto gli autori della ricerca, è stata osservata «una significativa riduzione della carica virale» e questo, hanno osservato, indica come l’idroclorochina associata all’azitromicina è «molto più efficiente ai fini dell’eliminazione del virus». Al momento i dati però sono pochi dato che la sperimentazione è stata condotta su 36 pazienti, e soprattutto che tutti erano consapevoli della somministrazione che quindi non è avvenuta in maniera random.

LE ALTRE CURE ALLO STUDIO

Questi appena elencati sono solo alcuni esempi delle sperimentazioni in corso. Ma in realtà molti altri farmaci sono in fase di sviluppo. Ad esempio nel Policlinico San Matteo di Pavia i medici si stanno preparando per avviare una nuova procedura grazie al contributo della delegazione cinese arrivata in Italia che si concentra sull’utilizzo del plasma dei pazienti guariti: «La plasmoterapia sta garantendo risultati positivi soprattutto nella cura dei malati più gravi», hanno spiegato i ricercatori cinesi. Al momento si attende il via libera dal ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità per utilizzare il plasma dei pazienti guariti e dimessi e iniziare le infusioni nei malati.

Controlli all’ospedale Maugeri di Pavia.

In uno studio pubblicato su Science, invece, i ricercatori dell’Università di Lubecca, in Germania, hanno mostrato di aver individuato una molecola, la “13b”, capace di intaccare l’enzima utilizzato dal virus per replicarsi nelle cellule infette. In particolare i test hanno mostrato che la molecola non è tossica e si somministrerebbe per inalazione così da depositarsi nei polmoni. Ma è presto per cantar vittoria, dato che servono ancora mesi di sperimentazione e l’aiuto di almeno una casa farmaceutica che finanzi il progetto di ricerca.

Il centro deserto di Francoforte, Germania.

Notizie incoraggianti anche da un altro studio realizzato da un gruppo di ricerca dell’Università olandese di Utrecht. La ricerca, pubblicata sul sito BioRxiv, ha spiegato come sia stato sintetizzato un anticporto monoclonale, specializzato nel riconoscere la proteina che il virus utilizza per aggredire le cellule respiratorie umane e definita “spike” (tradotta come artiglio, o punta). In particolare questo anticorpo si legherebbe alla proteina, che si trova nella parte esterna del coronavirus, impedendogli di agganciarsi alle cellule e di conseguenza di penetrarle e infettare le persone. Come per lo studio tedesco, anche quello dei ricercatori di Utrecht necessita di fondi e supporto. Ma, hanno spiegato, la sperimentazione sull’uomo potrebbe avvenire prima di un ipotetico vaccino.

LE SPERIMENTAZIONI NEGLI STATI UNITI

Tutta da giocare anche la partita dei vaccini. Le grandi case farmaceutiche hanno iniziato le ricerche, ma ci vorranno parecchi mesi per arrivare a un prodotto definitivo. La più vicina in questo senso sembra essere l’americana Moderna Therapeutics. La scorsa settimana, stando a quanto ha scritto Associated Press, è iniziata la prima fase di test sugli esseri umani, saltando quasi a piè pari quella sugli animali. In particolare quattro pazienti hanno ricevuto la prima dose nella struttura di Kaiser Permanente, a Seattle, uno dei focolai più grossi negli Stati Uniti. Il vaccino non può causare la malattia, ma contiene un codice genetico ricavato dal virus. Ufficialmente questo vaccino si chiama mRNA-1273 ed è diverso da quelli che vengono normalmente sintetizzati, prodotti a partire da un virus indebolito o ucciso. Nel caso della sperimentazione americana invece la sequenza è stata solo riprodotta. La speranza, dicono gli autori della sperimentazione, è quella che il sistema immunitario del paziente si attivi per combattere la vera infezione.

LA VIA ITALIANA: SÌ AI TEST SUGLI ANIMALI

Per quanto riguarda l’Italia alcuni segnali incoraggianti sono arrivati dalla Takis. In questi giorni è previsto l’avvio dei primi test sugli animali dopo il via libera del ministero della Salute. Si tratta della prima azienda europea a entrare in questa fase di sviluppo. Rispetto a quello in fase di test negli Usa, questo vaccino è stato ottenuto a partire da un frammento del materiale genetico del Sars-CoV-2 e si basa sulla tecnologia chiamata elettroporazione, che prevede nell’iniezione nel muscolo seguita un brevissimo impulso elettrico che facilita l’ingresso del vaccino nelle cellule e attiva il sistema immunitario. I primi risultati dei test dovrebbero arrivare già ad aprile e forse i primi test sull’uomo potrebbero partire per l’autunno. Anche se per studi approfonditi serviranno ingenti fondi.

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Mancano farmaci negli ospedali a causa del coronavirus

L'allarme dell'Aifa, che è al lavoro per trovare soluzioni straordinarie. Mentre l'Ema torna sul caso ibuprofene.

«L’improvviso incremento della domanda per i farmaci utilizzati nelle terapie ospedaliere dei pazienti ricoverati a causa dell’epidemia ha generato delle carenze». A dirlo, in una nota pubblicata sul portale, è l’agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) che sottolinea di essere a lavoro con le aziende, mediante il supporto costante di Farmindustria e Assogenerici, per mettere a punto «soluzioni eccezionali ed emergenziali». L’agenzia, si legge sul sito dell’Aifa, «segue il problema raccordandosi costantemente con le Regioni e le Province autonome, cui tutte le strutture territoriali sono invitate a rapportarsi per la valutazione e l’inoltro ad Aifa di segnali, dando priorità ai casi urgenti di irreperibilità per i quali siano già stati espletati tutti i passaggi previsti con gli aggiudicatari delle gare regionali».

L’EMA: «LEGAMI TRA IBUPROFENE E COVID-19? NESSUNA PROVA SCIENTIFICA»

Nel frattempo, continuano a fare discutere le voci secondo cui l’ibuprofene potrebbe causare un peggioramento del coronavirus. L’Agenzia Europea dei medicinali (Ema) è dovuta intervenire per chiarire che «al momento non ci sono prove scientifiche». L’Ema ha sottolineato «la necessità di condurre studi epidemiologici in modo tempestivo per fornire prove adeguate su qualsiasi effetto di farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans) sulla prognosi per Covid-19». Dopo l’appello del ministro della Sanità francese a non assumere ibuprofene qualora si sospetti una infezione da Covid, a intervenire, consigliando di non assumerne senza aver prima consultato il medico, è stata anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). «Ogni medicinale – spiega oggi Ema – ha i suoi benefici e rischi» che andrebbero considerati insieme alle linee guida nazionali, «la maggior parte delle quali raccomanda il paracetamolo come prima opzione per la febbre o il dolore». In linea con le linee guida di trattamento nazionali, «i pazienti e gli operatori sanitari possono continuare a utilizzare i Fans, non vi è motivo per cui i pazienti che assumono ibuprofene interrompano il trattamento».

L’APPELLO A CONDURRE STUDI PER APPROFONDIRE LA QUESTIONE

Le confezioni di molti Fan, ricorda Ema, contengono già avvertenze che i loro effetti anti-infiammatori possono nascondere i sintomi di un’infezione in peggioramento. Il comitato di sicurezza dell’Ema (Prac), a maggio 2019, ha avviato una revisione per capire se siano necessarie ulteriori misure, a seguito della segnalazione queste medicine possano aggravare la varicella e alcune infezioni batteriche. Rispetto al loro uso nel contesto della pandemia di Covid, l’agenzia «sta monitorando attentamente la situazione», invita a fare studi per valutarne gli effetti e «esaminerà tutte le nuove informazioni che saranno disponibili».

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Cosa sappiamo e cosa ancora non conosciamo del Covid-19

Perché bambini e giovanissimi sembrano meno esposti? Quanto sopravvive il virus sulle diverse superfici? Perché la mortalità in Italia è così alta? Con il caldo saremo fuori pericolo? Ipotesi e studi sul coronavirus.

Le prime notizie della comparsa di una nuova pericolosa polmonite nella città cinese di Wuhan rese note dalla Cina risalgono alla fine di dicembre.

Dopo meno di tre mesi quel misterioso virus ha infettato più di 180 mila persone uccidendone più di 7 mila in tutto il mondo. E il bilancio purtroppo è in continuo aumento.

Centinaia di ospedali, migliaia di medici e ricercatori sono in prima linea per combattere e studiare il Covid-19. A oggi, però, alcune caratteristiche del Sars-Cov-2 (il virus che causa la malattia) rimangono misteriose. Facciamo il punto.

È VERO CHE I BAMBINI SONO MENO ESPOSTI AL CORONAVIRUS?

Il coronavirus sembra avere effetti meno gravi sui giovani sotto i 20 anni e sui bambini. Questo non ha ancora una spiegazione scientifica certa. Attenzione, non vuol dire che i bambini e i ragazzi siano immuni, anzi, ma i numeri oggi ci dicono che quando contraggono il virus possono essere più frequentemente asintomatici o mostrare i sintomi dell’influenza stagionale.

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Un dato in questo senso può essere chiarificatore. Dallo screening massivo messo in campo in Corea del Sud, dove i test sono stati fatti anche agli asintomatici, è emersa che la percentuale più alta di persone positive (il 29,9%) era nel gruppo di età tra i 20 e i 29 anni. In Italia vengono sottoposte a tampone ormai solo esclusivamente le persone sintomatiche e risulta così che la fascia d’età con maggiore incidenza è tra i 70 e i 79 anni (il 22,2% dei positivi). Il fatto che i più giovani reagiscano meglio non è qualcosa di scontato. La drammatica epidemia di spagnola del 1918 colpì duramente soprattutto i giovani adulti. Tra i 20 e i 40 anni si registrò uno dei picchi di mortalità. Un mistero lungo un secolo e che non è ancora stato chiarito. Oggi il mistero si ripete al contrario.

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Uno studio cinese pubblicato recentemente ha confermato come tra i casi dei bambini tra i 2 e i 13 anni, il 90% fosse asintomatico o con manifestazioni molto leggere. Il perché è affidato solo a ipotesi. Forse i bambini sono meno esposti a contatti con persone malate con sintomi. Forse il virus utilizzerebbe l’enzima ACE2 per penetrare nelle cellule e nei bambini questo sarebbe meno sviluppato. Forse la frequenza di malattie respiratorie a cui sono in genere sottoposti i bambini in età scolare li ha già in qualche modo resi più forti. Ma lo studio segnala un dato importantissimo: la primissima infanzia non è esente dal contagio e il 10,6% dei casi di bambini sotto l’anno di età che ha contratto il virus ha sviluppato complicanze.

coronavirus asintomatico contagio
Ingrandimento del coronavirus Sars-Cov-2.

È VERO CHE MUOIONO PIÙ UOMINI CHE DONNE?

Gli uomini sembrerebbero molto più a rischio delle donne. Almeno questo direbbero i numeri. Il professor Fabrizio Pregliasco a Lettera43.it però ha messo sfatato questo mito. «La casistica secondo la quale il coronavirus contagiava prevalentemente i maschi è nata all’inizio dell’epidemia, in quel famoso mercato del pesce a Wuhan. Lì avevamo constatato che i maschi erano i più colpiti, ora la situazione evidenzia invece un’equidistribuzione», ricordava Pregliasco. È dunque presumibile che fossero percentualmente più colpiti gli uomini per questioni professionali. «Però non c’è più questa distinzione di sesso», aveva ribadito, «così come adesso che aumentano i casi stiamo vedendo anche i giovani ammalarsi, alcuni purtroppo anche gravi».

IL CORONAVIRUS SPARIRÀ CON IL CALDO?

Tutti se lo augurano, qualcuno lo ipotizza. Ma nessuno è certo. Il virus può essere contratto in due modi principali: entrando in contatto diretto con una persona o toccando superfici infette. Il contatto personale rimarrà inevitabilmente un veicolo di contagio ma con la bella stagione diminuiscono le occasioni di ritrovo in luoghi chiusi. Non solo. In alcuni casi i virus sulle superfici, esposti ad alte temperature, tendono a morire. I coronavirus sono avvolti in una membrana lipidica che può essere danneggiata dall’alcol, dai disinfettanti e anche, dalle temperature.

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Per quanto riguarda la stagionalità del coronavirus molto dipende dalla solidità di questa membrana. I primi riscontri non fanno ben sperare, visto che negli ultimi giorni in Paesi asiatici in cui il clima è già caldo come Thailandia, Malaysia e Filippine si è registrato un aumento dei casi. «Il caldo dovrebbe frenare la diffusione, ma non sarà la fine del virus», ha detto Dale Fisher che coordina l’unità di crisi delle epidemie dell’Oms.

coronavirus farmaci
Il primo farmaco progettato espressamente per aggredire il coronavirus Sars-CoV2 è stato messo a punto.

QUALE È LA PERCENTUALE DI MORTALITÀ?

Anche in questo caso tanti numeri, ma nessuna certezza. Il dato più ripetuto è che il 2% dei pazienti muore per la malattia. Ma è un dato statistico del tutto approssimativo e che sarà oggetto di verifiche solo con il tempo. L’Oms ha stimato empiricamente la percentuale attorno al 3,4%. Se guardiamo i casi italiani la mortalità è addirittura intorno al 7,5%. Sappiamo però che è un dato probabilmente falsato dal fatto che non conosciamo il numero di tutte le persone positive, nonostante l’alto numero di tamponi eseguiti. In Corea del Sud, dove quasi immediatamente è partita una campagna di test ad amplissimo raggio (274.504 tamponi fatti al 16 marzo), il dato, che ha rilevato anche migliaia di casi positivi asintomatici, ha portato la percentuale sotto l’1%. Se il dato coreano fosse scientificamente attendibile vorrebbe dire che in Italia più di 250 mila persone hanno già contratto il virus. Ma in realtà è ancora troppo presto per trarre conclusioni. Al di là dei numeri la rischiosità e la letalità del Covid 19 è ormai purtroppo indubbia.

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QUANTO SOPRAVVIVE IL VIRUS SULLE SUPERFICI?

Su questo punto non ci sono ancora certezze, ma si sta facendo chiarezza. Lo studio più recente è una ricerca americana ancora in corso di verifica e in attesa di pubblicazione. Il virus secondo i ricercatori rimane sospeso in aria per 3 ore in caso di ambienti non areati (meno di morbillo e varicella), 4 ore su superfici in rame, 24 ore sul cartone. Su superfici di plastica o acciaio può resistere fino a due-tre giorni, ma in media sopravvive 13 ore sull’acciaio e 16 sulla plastica. In poche parole su maniglie, tavoli, superfici varie in ambienti non areati (l’esempio classico sono gli ascensori), molto probabilmente rimane attivo per giorni. Non ci sono però ancora dati certi su quanta concentrazione abbia il virus nei colpi di tosse o negli starnuti delle persone infette. E non si sa ancora quanto sopravviva sui tessuti o su altre superfici più difficili da disinfettare. L’ipotesi dei ricercatori è che comunque la natura porosa dei tessuti sia meno ospitale per il virus.

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Sima: le polveri sottili accelerano la diffusione del coronavirus

Secondo lo studio, l'alta concentrazione di Pm10 al Nord e nella Pianura Padana «stanno veicolando il Covid-19». Si tratta di una crescita «anomala della diffusione dell'epidemia».

Le polveri sottili «accelerano la diffusione dell’infezione» da nuovo coronavirus, al Nord e in particolare nella Pianura Padana. È quanto emerge da uno studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) con le Università di Bologna e Bari. Esaminati i dati pubblicati sui siti Arpa, relativi a tutte le centraline di rilevamento sul territorio nazionale, insieme ai casi di contagio riportati dalla Protezione Civile: «Alte concentrazioni di polveri fini a febbraio in Pianura Padana hanno esercitato un’accelerazione anomala alla diffusione virulenta dell’epidemia», rileva lo studio. Secondo i ricercatori, le polveri sottili «stanno veicolando il virus».

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Perché gli asintomatici possono trasmettere il coronavirus

Sars-CoV-2 è maggiormente contagioso prima dell'insorgere dei sintomi e durante la prima settimana in cui essi si manifestano, spesso in forma lieve. La buona notizia è che gli asintomatici, sebbene rimangano positivi, smettono di essere pericolosi per gli altri quando il loro sistema immunitario inizia a produrre gli anticorpi.

C’è uno studio tedesco che fa chiarezza sulle modalità di trasmissione del coronavirus da uomo a uomo. E che mette in guardia in particolare dai pazienti asintomatici. È stato infatti dimostrato che Sars-CoV-2 è maggiormente contagioso prima dell’insorgere dei sintomi e durante la prima settimana in cui essi si manifestano, spesso in forma lieve. La buona notizia è che gli asintomatici, sebbene rimangano positivi, smettono di essere pericolosi per gli altri quando il loro sistema immunitario inizia a produrre gli anticorpi.

STUDIO BASATO SUI CONTAGIATI DAL PAZIENTE 1 TEDESCO

I risultati dello studio, basato su nove casi di persone che hanno contratto il virus in Germania dal cosiddetto paziente 1 tedesco, a sua volta infettato a Monaco di Baviera da una collega cinese arrivata da Shanghai per una trasferta di lavoro, sono stati pubblicati su Science News pochi giorni fa. Durante la prima settimana di malattia, virus capaci di infettare altre persone sono stati isolati in circa il 17% dei tamponi di naso e gola e in oltre l’83% dei campioni di catarro provenienti dal gruppo al centro dello studio. I nove pazienti hanno prodotto da migliaia a milioni di virus nel naso e nella gola, una quantità circa mille volte superiore rispetto alla Sars del 2003. Ecco perché secondo Clemens Wendtner, primario di malattie infettive alla clinica Schwabing di Monaco, il nuovo coronavirus è così contagioso. O almeno, questa ricerca può contribuire a dare una risposta basta su dati scientifici.

IL RUOLO DEGLI ANTICORPI

I ricercatori del team Wendtner hanno identificato i nove pazienti – tutti colleghi del paziente 1 – qualche tempo dopo che erano stati esposti all’infezione, quindi non sanno con certezza quando esattamente hanno iniziato a produrre virus. Di sicuro c’è che dopo l’ottavo giorno di sintomi, era ancora possibile rilevare tracce di RNA virale nei loro tamponi o nei campioni di catarro, ma i pazienti non erano più in grado di produrre virus capaci di infettare gli altri. Questo perché il loro sistema immunitario aveva generato anticorpi sufficienti a neutralizzarli una volta usciti dalle cellule.

IL NUMERO DI VIRUS INFETTIVI CROLLA DOPO CIRCA 10 GIORNI

Lo studio fissa un punto fermo importante: trovare RNA o frammenti di virus in un tampone o in un campione non significa che il virus sia vivo o infettivo. Il rovescio della medaglia è che quando i pazienti sono solo leggermente malati o hanno appena iniziato a sviluppare la malattia nel loro organismo, magari senza nemmeno avvertire dei veri e propri sintomi, possono comunque diffondere moltissimi virus. Il numero di quelli capaci di contagiare gli altri crolla dopo circa 10 giorni, e con esso crollano anche le probabilità di trasmettere l’infezione con starnuti, colpi di tosse, strette di mano e più in generale con il contatto sociale.

L’IMPORTANZA DEL DISTANZIAMENTO SOCIALE

Secondo lo studio del team Wendtner, alti livelli di diffusione del coronavirus nel naso e nella gola dei nove pazienti si sono verificati molto presto nell’infezione. Al momento del test, la produzione della maggior parte dei virus nelle vie aeree aveva già raggiunto il picco. Con il progredire dell’infezione, i risultati suggeriscono che il virus si sposta più in profondità nei polmoni e la malattia può evolvere in forme più gravi che richiedono il ricovero in ospedale. I pazienti coinvolti nello studio hanno iniziato a produrre anticorpi contro il virus circa 6-12 giorni dopo l’inizio dei sintomi. Dunque, la contagiosità precoce ed estrema di Sars-CoV-2 è un argomento a favore delle misure di distanziamento sociale, unico rimedio per tentare di arginare l’infezione nelle popolazioni.

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Coronavirus: per ogni caso confermato, fino a 10 “sfuggono”

Secondo la ricerca pubblicata su "Science", si tratta di persone che hanno, in genere, sintomi più leggeri e sono di per sé meno contagiosi. Ma sono anche responsabili di quasi l'80% di tutti i nuovi casi di infezione.

Identificare con precisione quante persone siano state contagiate dal coronavirus non è semplice. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science, infatti, per ogni caso confermato di Covid-19 ci possono essere molto plausibilmente altri 5-10 casi «che girano» non individuati. La ricerca, condotta dagli scienziati dell’Imperial College di Londra e coordinato da epidemiologi della Columbia University a New York, dice che questi “attivi” sono in genere con sintomi più leggeri e sono di per sé meno contagiosi (la metà dei casi confermati). Ma sono nel complesso responsabili addirittura di quasi l’80% di tutti i nuovi casi di infezione.

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COSA DICE ESATTAMENTE LO STUDIO

Lo studio si basa su dati cinesi relativi ai mesi di dicembre 2018 e gennaio 2019, quando ancora in Cina non erano state implementate misure di controllo ad esempio sugli spostamenti e con i tamponi a tappeto. Gli scienziati stimano che in quel periodo in Cina circa sei casi su sette di Covid-19 non venivano riconosciuti. «Significa che se in America ci sono 3.500 casi di coronavirus confermati», spiega il coordinatore del lavoro Jeffrey Shaman, «in realtà ce ne potrebbero essere 35 mila in tutto». E lo stesso vale per tutti i Paesi occidentali che hanno iniziato in ritardo a fare i tamponi e che comunque non ne hanno fatti a sufficienza. La situazione non è da sottovalutare, anche perché «anche se si prende la malattia da una persona con sintomi lievi, questo non significa che la si prende in maniera leggera» conclude Shaman, «potresti ugualmente finire in terapia intensiva».

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Scienziati australiani: ecco come il sistema immunitario combatte il coronavirus

Secondo lo studio, pubblicato su "Nature", ci sono quattro tipi di cellule che possono affrontare il Covid-19. Secondo il ministro della Salute australiano, si tratta di una scoperta fondamentale per aiutare ad "accelerare" la creazione di un vaccino e potenziali trattamenti per i pazienti infetti.

La lotta contro la pandemia di coronavirus fa un passo in avanti. Un gruppo di scienziati australiani, infatti, ha detto di aver scoperto come il nostro sistema immunitario combatte il Covid-19. Nel loro studio, pubblicato sulla rivista Nature l’11 marzo, spiegano che le persone si stanno riprendendo dal nuovo virus esattamente come farebbero con la tradizionale influenza. E questo ha un significato importante per due motivi. Primo: possiamo fronteggiare con successo il coronavirus. Secondo: la ricerca ha identificato quattro tipi di cellule immunitarie che si sono presentate per combattere Covid-19.

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LO STUDIO DEL PETER DOHERTY INSTITUTE

I ricercatori del Peter Doherty Institute for Infection and Immunity di Melbourne hanno mappato le risposte immunitarie di una tra i primi pazienti diagnosticati con il coronavirus e poi guariti in Australia. Nello studio gli scienziati del Doherty Institute, joint venture tra l’Università di Melbourne e l’ospedale Royal Melbourne, riferiscono nelle varie fasi sulla risposta del sistema immunitario della paziente, una donna sui 40 anni tornata da Wuhan in Cina con sintomi come letargia, mal di gola, tosse secca e febbre, da cui i medici avevano prelevato e testato campioni di sangue in quattro diversi tempi prima e dopo la guarigione.

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«Abbiamo esaminato l’intera gamma della risposta immunitaria della paziente», hanno detto i ricercatori, «utilizzando le conoscenze acquisite in molti anni nello studio delle risposte immunitarie nei pazienti ricoverati con influenza. Dopo tre giorni», proseguono gli scienziati, «abbiamo individuato l’emergenza di una forte popolazione di cellule immunitarie, un segnale di recupero già individuato durante l’infezione influenzale stagionale. Abbiamo quindi previsto che la paziente era in via di guarigione, e così è stato. Abbiamo dimostrato che anche se il Covid-19 è causato da un nuovo virus, in una persona altrimenti sana una risposta immunitaria robusta è stata associata al recupero clinico, simile a quanto abbiamo osservato nella comune influenza».

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PERCHÉ È IMPORTANTE CONOSCERE LE CELLULE IMMUNITARIE

Identificare quando le cellule immunitarie entrano in azione può aiutare a «prevedere il decorso del virus», ha detto alla Bbc il professor Bruce Thompson, decano delle scienze della salute presso la Swinburne University of Technology. «Quando sai quando avvengono le varie risposte, puoi prevedere a che punto sei nella via per guarire dal virus». Secondo il ministro australiano della Salute Greg Hunt, questa scoperta potrebbe anche aiutare ad “accelerare” la creazione di un vaccino e potenziali trattamenti per i pazienti infetti. Ma è ancora presto per dire se contrarre il Covid-19 una volta conferisca immunità da una ricaduta, precisano gli studiosi.

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