Perché non ha senso essere scettici sul riscaldamento globale

Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse. Ma mettere in dubbio i cambiamenti climatici è negazionismo. Intervista all'ingegnere ambientale Caserini: «Sul tema non c'è una teoria scientifica alternativa. Greta? Ha meriti, però non si può ricondurre tutto a lei».

«Se tutti gli esperti concordano, non è obbligatorio essere d’accordo con loro, ma come ha scritto Bertrand Russell, essere certi del contrario di quanto sostengono non è saggio». È una frase tratta da A qualcuno piace caldo di Stefano Caserini, ingegnere ambientale e docente di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano.

UN ESPERTO TRA LIBRO, BLOG E CONFERENZE

Impegnato nella sensibilizzazione alle questioni ambientali, ha pubblicato un secondo libro sul tema dei cambiamenti climatici, Il clima è (già) cambiato, tiene conferenze in tutta Italia e cura il blog Climalteranti. Parlando a Lettera43.it di informazione scientifica, fake news e falsi miti sul riscaldamento globale è emersa una visione molto più sobria e realistica della climatologia.

«LA CERTEZZA ASSOLUTA NON È COMUNQUE POSSIBILE»

«Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse», ha dichiarato. «Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile».

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DOMANDA. Il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia e l’intero decennio 2010-2019 ha registrato temperature da record. Quanto sono preoccupanti questi dati?
RISPOSTA. Non lo sono in modo particolare, non si tratta di dati nuovi. La tendenza è chiarissima, per cui non è una sorpresa che il 2019 si trovi al secondo posto. Ciò che è preoccupante è che il cambiamento si sta verificando.

Eppure molte persone non la pensano affatto come lei, anzi vedono gli ambientalisti come una setta di invasati. Lei si sente un radicale?
No, mi sembra non ci sia nulla di radicale nel chiedere azioni sul clima quando è evidente che sono necessarie. Va dato il merito agli ambientalisti di 30 anni fa di essere stati i primi a sollevare la questione del riscaldamento globale, che ha poi portato alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici nel 1992.

Cosa accadde all’epoca?
Il tema fu snobbato dai politici, ma ora si sono accorti che gli ambientalisti avevano ragione. Ai tempi però non furono creduti.

Greta non va messa troppo al centro della questione, la mobilitazione è fatta da milioni di persone, non si può ricondurre tutto a lei

A Greta Thunberg va dato qualche merito?
Dal mio punto di vista non va messa troppo al centro della questione. Sicuramente ha un merito enorme ed è stata molto efficace nel far crescere le attenzioni sul tema, ma la mobilitazione è fatta da milioni di persone. Non si può ricondurre tutto a lei.

Certo non si può dare torto a chi sostiene che la scienza dei cambiamenti climatici non ha certezze da offrire…
Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse; esiste un metodo scientifico che porta a risultati con gradi più o meno elevati di confidenza. Ci sono sempre dei gradi di incertezza, pretendere il contrario è tipico di chi non conosce la scienza.

Eppure spesso viene rinfacciato.
L’argomento “non c’è l’assoluta certezza” è usato da chi non sa nulla di scienza, più per fare polemica che per altro, perché nelle scienze complesse una tale certezza non c’è quasi mai. Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile.

Quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo

Se non ci sono certezze, allora forse ha ragione chi si dichiara scettico di fronte a certe questioni?
Io mi ritengo uno scettico; essere scettici però non significa esserlo sempre e comunque, per partito preso; quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo, è non voler accettare il metodo, è screditare la scienza.

Ci sono delle prove?
L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha dichiarato 13 anni fa che il riscaldamento globale è inequivocabile, chi lo nega semplicemente non accetta i dati, non è uno scettico. Lo scetticismo è una cosa nobile in campo scientifico.

Come si valuta l’incertezza nel campo dei cambiamenti climatici?
L’Ipcc chiede agli autori dei vari “Rapporti di valutazione” di comunicare l’incertezza delle valutazioni facendo riferimento a linee guida. La valutazione dell’incertezza avviene a volte con metodi qualitativi, a volte in modo semi-quantitativo, a volte in modo quantitativo, in termini probabilistici, stimando cioè la probabilità che un determinato evento sia accaduto o possa accadere in futuro.

Un esempio?
Scrivendo «la frequenza degli eventi con precipitazioni intense è probabilmente aumentata» s’intende che la probabilità che ciò sia avvenuto è maggiore del 66%. Oltre il 90% è «molto probabile», oltre il 95% «estremamente probabile», dal 99% in su è «virtualmente certo». Tra il 50% e il 66% si dice che è «più probabile che non». Al contrario, meno del 33% è «improbabile», «molto improbabile» al di sotto del 10%, «estremamente improbabile» sotto il 5%.

Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è che l’autorevolezza riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici

A volte però a pontificare contro i cambiamenti climatici non sono persone qualunque, bensì autorevoli scienziati…
Il passo dall’autorevolezza all’incompetenza è molto più breve di quanto si pensi. La complessità, la settorialità e la specificità della ricerca scientifica fanno sì che l’autorevolezza sia strettamente limitata alla propria disciplina. Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è proprio questo: che l’autorevolezza (molte volte indiscutibile nel loro campo) riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici.

Carlo Rubbia è autorevole? Alludo ovviamente alle sue dichiarazioni in Senato di qualche tempo fa.
Non è il suo settore la scienza del clima, sono discipline scientifiche diverse. Rubbia è un grandissimo scienziato, ma si è occupato di fisica delle particelle. Sul clima ha raccontato delle storielle che aveva sentito, riciclando bufale e luoghi comuni, come la tesi del grande caldo nel Medioevo: sono cose che fanno sorridere.

Perché l’ha fatto?
Si tratta di argomenti screditati già da molto tempo, prima di lui le stesse cose sono state dette da molte altre persone. Sono cose che si dicono e che di tanto in tanto catturano l’attenzione pubblica, grazie anche ai media che danno spazio a certe notizie; dietro però non c’è alcun spessore scientifico. Poi Rubbia si è corretto, c’è un’intervista in cui smentisce quanto ha detto in Senato. Diciamo che è stato un incidente di percorso.

Per evitare gli incidenti di percorso generalmente la comunità scientifica si affida al metodo della “peer review” (“revisione dei pari”). Come funziona questo processo?
È un consolidato sistema attraverso cui si garantisce il vaglio di una tesi da parte di persone dello stesso settore disciplinare, in modo da favorire la qualità e la fondatezza delle affermazioni. Gli autori della peer review sono spesso anonimi e non vengono pagati. Il prestigio di una rivista dipende dalla serietà di questo processo, più è rigoroso e più aumenta il valore della rivista. Science e Nature, due tra le riviste scientifiche più famose al mondo, scartano praticamente il 95% degli articoli che ricevono, perché non ci devono essere errori, sbavature, ogni argomento deve essere inattaccabile.

Sembra un metodo infallibile. È sempre affidabile?
È fatto da esseri umani, quindi per definizione è fallibile. Non è un processo perfetto, ma in generale funziona, assicurando una selezione dei lavori scientifici più validi e interessanti. Sono scappati errori in diversi articoli pubblicati, nel complesso un numero davvero molto limitato.

Quali sono le riviste scientifiche più importanti sulla climatologia?
Oltre a Science e Nature, che si occupano anche di molti altri temi, ci sono il Journal of Geophysical Research, il Geophysical Research Letters, il Journal of Climate, Nature Climate Change e il Journal of the Atmospheric Sciences. Gli studi sull’influenza del sole sono pubblicati sul Journal of Atmospheric and Solar-Terrestrial Physics. Gli studi sugli scenari emissivi su Climate Policy, Climatic Change, Environmental Science and Technology e Atmospheric Environment. Le ultime due riviste, però, non sono specifiche sui cambiamenti climatici, per questo sono considerate minori su questo tema.

Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che il sole causa il riscaldamento globale

Le tesi dei negazionisti si incontrano in queste riviste?
No. Non c’è una teoria scientifica alternativa rispetto a quella accettata dalla comunità internazionale. Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che è il sole a causare il riscaldamento globale; sa già che il suo articolo non vorrebbe mai pubblicato, perché non ci sono dati o teorie a supporto, dei bravi revisori massacrerebbero queste teorie senza fondamento scientifico. I negazionisti quindi non ci provano nemmeno, sanno già che è tempo perso confrontarsi a quei livelli, sanno che non possono competere con la scienza seria.

La rivista più vicina al negazionismo climatico?
Senza dubbio Energy and Environment, su cui è stati pubblicata la grande maggioranza degli articoli più controversi su questo tema. La rivista ha pubblicato diversi articoli con errori macroscopici ed è stata accusata di evitare deliberatamente un efficace peer review degli articoli. La mancanza di chiarimenti ne ha poi provocato l’inevitabile screditamento.

Possiamo quindi dire che il consenso della comunità scientifica è unanime sulle principali questioni legate al riscaldamento globale?
Non c’è mai l’unanimità assoluta, in nessuna scienza. Troverà sempre qualcuno che non è d’accordo, come tra i medici trova lo 0,1% che dice che fumare fa bene. È quasi unanime, molto vicino al 100%, ma è così che funziona la scienza.

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È partita la sonda Solar Orbiter che studierà il Sole nei prossimi 10 anni

Il viaggio verso la nostra stella durerà almeno tre anni e poi inizierà la raccolta di dati per studiare le tempeste solari e i possibili effetti sulla Terra. A bordo anche strumentazione italiana.

È in viaggio verso il Sole la sonda Solar Orbiter, il primo veicolo che potrà vederlo da vicino e che cercherà di scoprire i meccanismi responsabili delle tempeste che lo sconvolgono e che, sulla Terra, potrebbero creare problemi a satelliti Gps e per le telecomunicazioni e alle reti elettriche. Il lancio è avvenuto dalla base americana di Cape Canaveral con un razzo Atlas 5. È cominciata così la missione più ambiziosa diretta alla nostra stella, realizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e condotta in collaborazione con la Nasa.

SENSORI D’ASSETTO REALIZZATI DALL’ITALIA

I veicolo è stato costruito dall’Airbus Defence and Space e i dieci strumenti a bordo sono stati realizzati da Francia, Germania, Spagna, Belgio, Svizzera, Stati Uniti e Italia. L’occhio italiano sul Sole, chiamato Metis, si deve a Università di Firenze, Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Thales Alenia Space (Thales- Leonardo). Tutti gli strumenti funzioneranno all’unisono e la sonda potrà catturare immagini mai viste e raccogliere dati sullo sciame di particelle che costituisce il vento solare, sulle spettacolari eruzioni e sul campo magnetico solare. Dei dieci anni di vita operativa della sonda, tre e mezzo saranno occupati dal viaggio verso il Sole, nel quale la Solar Orbiter si orienterà grazie ai sensori di assetto stellare messi a punto in Italia, dal gruppo Leonardo. Durante il viaggio «la Solar Orbiter acquisterà la spinta sfruttando una volta la forza di gravità della Terra e almeno sette volte quella di Venere», ha detto Andrea Accomazzo, capo della Divisione missioni interplanetarie dell’Esa e direttore operazioni di volo della missione Solar Orbiter.

INCONTRO CON VENERE PREVISTO PER IL 26 DICEMBRE

La prima tappa importante del viaggio, ha aggiunto, è prevista il 26 dicembre con il passaggio ravvicinato a Venere, seguito dall’unico passaggio vicino alla Terra previsto durante il volo. Poi per almeno sette volte la sonda sfrutterà la forza di gravità di Venere per ridurre la dimensione della sue orbita e collocarsi su un’orbita più vicina al Sole e inclinata rispetto all’eclittica, ossia rispetto al piano sul quale si trovano le orbite dei pianeti, in modo da riuscire a osservare i Poli del Sole, mai visti finora. Solar Orbiter li osserverà dalla distanza di circa 42 milioni di chilometri. «Altri veicoli spaziali hanno raggiunto distanze decisamente inferiori, ma», ha detto ancora Accomazzo, «non sono in grado di fare osservazioni né di prendere misure dell’ambiente intorno al Sole. Solar Orbiter guarderà invece il Sole da vicino”, protetta da uno scudo in grado di resistere a temperature fino a 500 gradi, grazie al rivestimento di polvere nera a base di fosfato di calcio, molto simile ai pigmenti usati decine di migliaia di anni da per le pitture rupestri.

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La terapia per la depressione arriverà grazie all’intelligenza artificiale

Il Nature Biotechnology ha pubblicato uno studio su un software capace di indicare terapie specifiche per i singoli pazienti. Possibile diffusione nei prossimi cinque anni.

Sviluppato un software basato sull’intelligenza artificiale potenzialmente rivoluzionario, nella cura della depressione: aiuta il medico nella scelta delle terapie più adatte per il singolo paziente, sulla base dei dati registrati da un semplicissimo elettroencefalogramma (EEG). È il risultato di uno studio clinico multicentrico reso noto sulla rivista Nature Biotechnology.

LE DIFFICOLTÀ NELL’INDIVIDUAZIONE DEL FARMACO

Lo studio è stato condotto presso la SouthWestern University in Texas, e coordinato da esperti della Stanford University in California. Attualmente i pazienti con disturbi depressivi devono provare vari farmaci prima di trovare quello giusto, efficace per loro. Si stima che meno di un paziente su tre riceva in prima battuta il farmaco giusto, gli altri aspettano anche mesi prima di intravedere la luce in una terapia efficace. Gli esperti hanno sviluppato un software in grado di leggere e interpretare i dati di un EEG, esame semplice ed economico. I clinici hanno coinvolto 309 pazienti con depressione, sottoponendoli a un EEG. Successivamente a metà dei pazienti è stato somministrato un comune antidepressivo e all’altra metà una sostanza placebo.

ATTESA PER L’USO NELLA PRATICA CLINICA

Leggendo l’EEG, il software ha previsto correttamente chi avrebbe tratto vantaggi dal farmaco, chi dal placebo e anche chi avrebbe beneficiato di psicoterapia e altri interventi non farmacologici. L’accuratezza predittiva del software è stata poi ulteriormente confermata su altri quattro campioni indipendenti di pazienti. Il prossimo passo, concludono i ricercatori, sarà chiedere l’autorizzazione all’uso di questo software nella pratica clinica e contemporaneamente sviluppare un’interfaccia da integrare ai normali apparecchi per fare l’EEG, sì da avere subito le previsioni di risposta ai farmaci antidepressivi. Secondo gli esperti nel giro di cinque anni questo strumento dell’intelligenza artificiale potrebbe entrare nella pratica clinica.

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Come il contagio all’estero può essere la punta dell’iceberg del coronavirus

Allarme dell'Oms: «Casi preoccupanti di diffusione tra persone che non hanno fatto viaggi in Cina». I morti nel Paese epicentro dell'epidemia salgono a 908. E Pechino avverte l'Italia: «No a misure eccessive».

Adesso che ha superato i confini della Cina, il contagio preoccupa. E anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme: il coronavirus è stato trasmesso tra persone che non sono state di recente a Wuhan, epicentro dell’epidemia. Ecco perché, secondo il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, gli ammalati all’estero potrebbero essere «la punta dell’iceberg», mettendo in guardia con un tweet: «Ci sono stati alcuni casi preoccupanti sulla diffusione del 2019nCoV da persone che non hanno fatto viaggi in Cina».

MISSIONE DI ESPERTI INTERNAZIONALI IN CINA

Di certo la comunità scientifica non sta a guardare: una «missione di esperti internazionali» è partita per la Cina per aiutare il coordinamento della risposta al virus. Nel Paese sono saliti a 27 gli stranieri risultati positivi al contagio, nel conteggio fatto dalle autorità locali alle 8 (l’1 in Italia) del 10 febbraio. I dati sono stati riferiti dal portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang nel briefing online con i media, secondo cui tre sono stati ricoverati e dimessi, due sono morti (un cittadino americano e uno giapponese) e 22 sono i casi di trattamento in isolamento.

PECHINO PROVA A FRENARE ROMA

Il portavoce ha anche risposto a una domanda su possibili incomprensioni tra Italia e Cina sulla chiusura dei voli diretti decisa da Roma: «Speriamo che l’Italia possa valutare la situazione in modo obiettivo, razionale e basato sulla scienza, rispettare le raccomandazioni autorevoli e professionali dell’Oms e astenersi dall’adottare misure eccessive».

TRA I CINESI OLTRE 40 MILA INFEZIONI

In Cina il bilancio si è aggiornato: sono 908 i morti per coronavirus e oltre 40 mila le persone contagiate dall’inizio dell’epidemia. Lo ha riferito la National Health Commission, l’organo responsabile per i servizi igienico-sanitari e la salute nel Paese. Il numero di infezioni è di 40.171, con oltre 3 mila nuovi casi segnalati. Nel suo bollettino quotidiano, la commissione ha affermato che ci sono stati 97 nuovi decessi per virus: 91 nella provincia di Hubei, la più colpita.

IL REGNO UNITO: «MINACCIA SERIA E IMMINENTE»

Il dipartimento della Sanità britannica ha annunciato che il coronavirus è «una minaccia seria e imminente per la salute pubblica». Nel Regno Unito ci sono quattro persone contagiate, mentre altri cinque britannici sono ricoverati in Alta Savoia dove si trovavano in vacanza e sono stati infettati dal virus cinese a causa di contatti con un altro turista che l’aveva contratto a Singapore.

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Temiamo il 2019-nCoV, ma i veri killer sono altri

L'influenza stagionale ogni anno causa centinaia di morti. Così come rappresentano ancora serie minacce il morbillo e la meningite. Senza considerare la febbre emorragica di Malburg, la rabbia e l'Hiv. La psicosi da coronavirus smontata con i numeri.

In Europa, e in Italia in particolare, «non c’è un’epidemia da coronavirus ma da influenza. Bisogna preoccuparsi più di quella». Filippo Anelli, presidente dell’Ordine nazionale dei medici, è stato chiaro.

Il virus, partito da Wuhan, in Cina, e ora diffuso in tutto il mondo, spaventa nel suo complesso, ma sulla mortalità gli esperti tranquillizzano e ricordano quanto sia importante leggere i numeri messi a disposizione dai media e dalle istituzioni cinesi con attenzione: le morti sarebbero poco sopra al 2%, inferiori per ora al 9,6% globale della Sars che nel 2003 provocò 813 decessi, di cui 348 in Cina. A Hong Kong arrivò a un tasso di mortalità del 17% e 298 decessi. Seguirono Taiwan con 84, il Canada con 38 e Singapore con 32 morti. 

La Mers, la sindrome respiratoria mediorientale, per dirne un’altra, a partire dal 2012 ha colpito 2.500 persone causando 858 decessi, con un indice di letalità del 30%. Per questo gli esperti tendono a considerare la situazione gestibile, almeno fino adesso. 

I NUMERI DELL’INFLUENZA COMUNE

Dunque, di cosa dovremmo avere paura per davvero? Certo, il nuovo coronavirus spaventa perché non esistono al momento terapie ad hoc né vaccini. Ma fermandoci ai numeri, dovremmo temere molto di più la comune influenza stagionale.

Una nuova grafica del coronavirus (Ansa).

IN ATTESA DEL PICCO STAGIONALE

Secondo quanto riportato dal bollettino Influnet, nella settimana dal 23 al 29 dicembre, l’influenza ha provocato 3,7 casi per mille assistiti, che salgono a 10 casi tra i bambini. Nella quinta settimana del 2020, invece, ci si avvicina al picco epidemico stagionale. Il valore dell’incidenza totale è salito a 13,2 casi per mille assistiti. Il numero di casi stimati in questa settimana è pari a circa 795 mila, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 4.266.000 casi. Come riporta Epicentro, il portale dell’epidemiologia della salute pubblica, alla quinta settimana della sorveglianza sono stati segnalati 85 casi gravi di cui 15 deceduti. La scorsa stagione influenzale, da ottobre 2018 ad aprile 2019, sono stati segnalati ai vari sistemi di sorveglianza dell’influenza 809 casi gravi. Una su quattro di queste persone, 198 casi, purtroppo non ce l’ha fatta, anche per altre complicanze di tipo respiratorio o cardio circolatorio. Tre quarti di essi, 601 casi, hanno richiesto intubazione in terapia intensiva. E l’80% dei casi gravi non era vaccinato

Manifesti a Pechino nel novembre 2003 (Getty Images).

LE TRE GRANDI PANDEMIE DEL XX SECOLO

Per quanto riguarda invece le pandemie, non sono così frequenti. Nel XX secolo se ne sono verificate tre: l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica nel 1958 e l’influenza Hong Kong nel 1968. Solo la Spagnola uccise in tutto il mondo tra 30 e 50 milioni di persone – anche se recenti stime parlano addirittura di 100 milioni di morti – dopo averne contagiate circa un miliardo. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale, con oltre 4,5 milioni solo in Italia. 

ALLARME MENINGITE: OGNI ANNO COLPISCE 2,8 MILIONI DI PERSONE

Oltre all’influenza, si muore anche di meningite che nel mondo, secondo l’Oms colpisce ogni anno 2,8 milioni di persone, di cui 500 mila di tipo meningococcico con almeno 50 mila decessi. Una paura che negli ultimi mesi si è fortemente allargata in Italia a seguito dei casi nel Bergamasco e nel Bresciano, almeno sette di cui l’ultimo confermato il primo febbraio, con due morti. Altri decessi in Sardegna e Calabria, poi i tre casi in meno di 40 giorni in Liguria. In Italia, secondo il Comitato nazionale contro la meningite, sono oltre 1.000 le persone che ogni anno contraggono la malattia: circa una ogni due è colpita da quella meningococcica.

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I dati epidemiologici dell’Istituto superiore di Sanità rivelano che il decesso vale per l’8-14% dei pazienti colpiti. E senza cure adeguate, la mortalità sale addirittura al 50% dei casi. Nel 2018, i bambini di due anni che, nel nostro Paese, risultavano vaccinati per il meningococco C erano l’84,93%. Più del 15% dunque non lo era. Il sierotipo B provoca circa l’80% dei casi in età pediatrica con una massima incidenza soprattutto nel primo anno di vita, tra il quarto e l’ottavo mese. Per questo tipo di ceppo, si stima che nel mondo si verifichino ogni anno tra i 20 e gli 80 mila casi, con un tasso di letalità medio del 10%.

L’influenza uccide centinaia di persone ogni anno (Ansa).

MORBILLO: NEL 2019 1.627 CASI

Dalla meningite al morbillo. «In Europa fino a oggi non c’è nessuno che è morto per il coronavirus, ma negli ultimi tre anni abbiamo avuto 95 morti di morbillo», ha detto Andrea Ammon, direttrice esecutiva del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), rispondendo il 3 febbraio alle domande degli eurodeputati alla Commissione ambiente del parlamento europeo. I quasi 40 casi tra metà dicembre e gennaio a Lecce e provincia, in prevalenza adulti tra i 23 e i 50 anni, ma anche quattro bambini, due dei quali non vaccinati, ricordano che anche in Italia questa malattia è tutto tranne che debellata.

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Lo dicono anche i dati pubblicati su Morbillo e rosolia News, il bollettino del sistema di sorveglianza integrata coordinato dall’Iss: dal primo gennaio al 31 dicembre 2019 sono stati segnalati 1.627 casi di morbillo. Il tasso di notifica per milione di abitanti in Italia è pari a 30.5, al di sopra della media Ue che è di 25.3 (altre nazioni come Lituania, Bulgaria e Slovacchia hanno tassi ben più alti). Casi in diminuzione rispetto al 2018 quando furono 2.526, ma con otto decessi, di cui un bambino di 10 mesi L’incidenza di casi di morbillo a livello nazionale era stata di 42 casi per milione di abitanti. Nel 2017 invece i casi erano stati 5.397 del 2017, anno del picco dei contagi. Una diminuzione resa possibile grazie all’introduzione della vaccinazione obbligatoria voluta dall’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Ma ancora non basta. 

vaccino morbillo italia 2019
L’incidenza del morbillo è calata grazie alla vaccinazione obbliogatoria.

ALLARME EPIDEMIA IN CONGO

Nei primi nove mesi del 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il numero di casi di morbillo nel mondo era triplicato. Gli Stati Uniti ad esempio hanno riportato il numero più alto di casi degli ultimi 25 anni. Nella regione europea dell’Oms, sono stati registrati quasi 90 mila casi, cifra che supera gli 84.462 del 2018, il più alto del decennio. In generale, nel 2018 sono stati oltre 10 milioni i casi di morbillo nel mondo con 140 morti, soprattutto bambini sotto i 5 anni. In questi giorni la Repubblica Democratica del Congo, già dilaniata dall’Ebola che ha causato 2.300 morti dall’agosto 2018 alla fine del 2019, sta affrontando anche la peggiore crisi di morbillo della sua storia; finora sono morti oltre 6.000 pazienti, per lo più bambini. Lo scorso anno sono stati vaccinati 18 milioni di piccoli fino ai 5 anni. 

IL VIRUS DI MALBURG, LA RABBIA E LA DENGUE

Dal bollettino annuale dell’Ecdc recuperiamo altri dati comparabili alla epidemia, presunta o reale, di coronavirus. Il Virus di Malburg, anche conosciuto come febbre emorragica di Malburg, è una malattia virale causata da un virus indigeno dell’Africa, molto simile a quello dell’Ebola. Il tasso di mortalità quando fu scoperto, a metà degli Anni 60, era del 25%, salito a oltre l’80% nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1998 e il 2000, così come nel 2005 e anni successivi quando il virus tornò a colpire in Angola. La rabbia provoca ancora fino a 55 mila decessi nel mondo ogni anno ed è presente in oltre 150 Paesi. L’Hiv continua a devastare molti Paesi a basso e medio reddito, dove si registra il 95% delle nuove infezioni. Nell’Africa subsahariana, secondo l’Oms, quasi 1 adulto su 20 è sieropositivo. Il 40% della popolazione mondiale vive attualmente in zone in cui la Dengue è endemica e colpisce, sempre secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità dai 50 ai 100 milioni di persone all’anno e, sebbene il tasso di mortalità sia inferiore a quella di altri virus può causare febbre emorragica e portare alla morte se non trattata tempestivamente. 

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Parmitano passa sopra la Lombardia prima di tornare sulla Terra

La Stazione Spaziale Internazionale in transito tra le 18:37 e le 18:41. Le condizioni osservative sono ideali: un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati.

L’astronauta Luca Parmitano, in orbita a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, mercoledì 5 febbraio tra le 18:37 e le 18:41 passerà sopra la Lombardia per un ultimo “saluto” ravvicinato all’Italia prima del suo imminente rientro sulla Terra. L’atterraggio in Kazakistan è previsto giovedì alle nostre 10.14.

PASSAGGIO QUASI ALLO ZENIT

Come scrive su Facebook il Centro Meteorologico Lombardo, «benché simili transiti siano ricorrenti, oggi le condizioni osservative in Lombardia saranno tra le migliori: è un peccato non approfittarne». Il passaggio sarà molto alto, quasi allo Zenit, dunque non sarà necessaria una vista libera da ostacoli. Il cielo della regione è totalmente sereno e la finestra d’osservazione è ideale, poco dopo il tramonto. Mentre la Stazione Spaziale Internazionale, dalla sua altitudine di circa 400 chilometri, sarà ancora illuminata dal sole.

SIMILE A UNA STELLA MOLTO LUMINOSA

La Stazione vista dalla Terra appare come un puntino, paragonabile a una stella molto luminosa, che attraversa lentamente il cielo nel giro di 3 o 4 minuti. Sorgerà verso Ovest-NordOvest e si allontanerà verso Est-SudEst. Il suo moto apparente sembra lento, ma in realtà viaggia a una velocità media di circa 27.600 km/h.

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A che punto è la ricerca scientifica dell’origine del coronavirus

I ricercatori di tutto il mondo hanno identificato sette varianti principali dell'agente patogeno, che fanno ipotizzare l'esistenza di un progenitore comune di tipo animale. I pipistrelli restano i primi indiziati. Il punto.

Come in un giallo che si rispetti, il cerchio si sta lentamente stringendo. Ma il colpevole continua a restare nell’ombra. I gruppi di ricerca che stanno esaminando le sequenze del coronavirus 2019-nCov depositate nelle banche dati GenBank e Gisaid, liberamente accessibili agli scienziati di tutto il mondo, sono riusciti a identificare sette varianti principali del nuovo agente patogeno, le cui caratteristiche fanno sospettare l’esistenza di un progenitore comune.

LEGGI ANCHE: Le Regioni del Nord vogliono la quarantena per i bambini che tornano dalla Cina

Nel frattempo si affilano altre armi e anche l’Europa, come hanno già fatto Cina e Stati Uniti, ha messo a punto il suo test, che risponde alle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): lo ha ideato il gruppo di Christian Drosten, dell’istituto di Virologia dell’Università Charité di Berlino, e lo ha messo a punto il gruppo del laboratorio di Virologia dell’Università di Padova diretto da Andrea Crisanti, nell’ambito della rete di laboratori europei Envid (European Network for Diagnostics of ‘Imported’ Viarl Dideases). Anche in questo caso, le sequenze del virus contenute nelle banche dati hanno avuto un’importanza decisiva.

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Proprio la rete Gisaid ha pubblicato una sorta di albero genealogico genetico del coronavirus, basato sulle 51 sequenze finora pubblicate: dalle prime arrivate dalla Cina fino a quelle ottenute negli Stati Uniti, in Francia, in Germania. I ricercatori hanno rintracciato così delle somiglianze di famiglia, fra le quali spiccano sette mutazioni relative a un antenato comune che avrebbe diffuso l’infezione nell’uomo nel periodo compreso fra novembre e dicembre 2019.

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In attesa che arrivino ulteriori indizi, c’è chi torna sul luogo del delitto per fare un po’ di luce sull’identità del misterioso progenitore. I ricercatori della Banca dati cinese di Microbiologia hanno analizzato i campioni dei tessuti animali prelevati dal mercato di animali vivi di Wuhan, considerato il principale punto di partenza dell’epidemia. Dei 585 campioni analizzati, 33 sono risultati positivi al coronavirus. Un risultato che indica in un animale selvatico venduto in quel mercato il probabile “laboratorio vivente” nel quale il nuovo coronavirus si è formato ed è diventato capace di adattarsi all’organismo umano. I pipistrelli restano i primi indiziati, anche se sono state prospettate altre ipotesi, come quella dei serpenti. Ora bisogna trovare le prove.

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Perché si torna a parlare di correlazione tra Sla e colpi di testa

Anastasi è l'ultimo ex calciatore italiano morto di sclerosi laterale amiotrofica. Mentre la federazione scozzese vieta le "incornate" ai bambini sotto i 12 anni. Cosa dice la scienza? Che i giocatori hanno tassi di mortalità più alti per malattie neurodegenerative, Alzheimer e Parkinson. Una volta nel mirino c'erano i palloni, ma anche adesso i rischi restano. Gli studi sull'argomento.

«Papà aveva la Sla», ha rivelato il figlio di Pietro Anastasi, morto venerdì 17 gennaio 2020 a 71 anni. «Gli era stata diagnosticata da tre anni, dopo essere stato operato di un tumore all’intestino. Ha chiesto la sedazione assistita per poter morire serenamente. Gli ultimi mesi sono stati davvero devastanti, ha scelto lui giovedì sera di andarsene». Il centravanti della Juventus Anni 70 e prima ancora del Varese “miracolo” del 1967-68 e dell’unico Europeo finora vinto, nel 1968, dall’Italia è il 41esimo calciatore italiano che dal 1941 muore della finora incurabile sclerosi laterale amiotrofica.

TANTE TEORIE: DAI FARMACI AI DISERBANTI

Ma da cosa dipende questa correlazione calcioSla? Forse dai colpi di testa, spesso finiti nel mirino anche in passato? In realtà non si sa esattamente. Teorie alternative parlano di eccesso di esercizio fisico, di possibile abuso di sostanze farmacologiche, di diserbanti e pesticidi usati per trattare i campi da gioco. Si sa però che qualcosa ci deve essere.

IL RISCHIO DI SLA È DOPPIO NEI GIOCATORI

Uno studio fatto dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano fatto su 25 mila ex calciatori in attività tra il 1959 e il 2000 ha confermano che il rischio di Sla è tra loro quasi il doppio rispetto ai cittadini italiani normali: 3,2 casi ogni 100 mila persone contro 1,7. Negli ultimi anni la sopravvivenza media dopo l’insorgere del male è crollata: da 10-15 anni e a volte 18, a 3-5. E i colpi di testa sono sempre sul banco degli imputati.

sla colpi di testa
Fabricio Coloccini e Gonzalo Rodriguez colpiscono la palla di testa. (Getty Images)

IN UNA CARRIERA TRA I 50 E 100 MILA COLPI DI TESTA

La Federazione calcio scozzese ha imposto il divieto di colpire la palla con la testa ai minori di 12 anni. A ispirare la decisione uno studio della Stirling University di Glasgow su oltre 7 mila ex giocatori nati tra il 1900 e il 1976, da cui risulta come i calciatori abbiano un tasso di mortalità 3,5 volte più alto del normale per le malattie neurodegenerative, cinque volte per l’Alzheimer, due per il Parkinson e quattro per la Sla. Tutte malattie che sarebbero collegate non tanto al singolo colpo di testa, ma alla somma nel corso di una intera carriera: dalle sei alle 12 volte ogni partita, più gli allenamenti. Diciamo dunque tutti i giorni, e per una vita calcistica di una ventina di anni si oltrepasserebbero facilmente i 50 mila colpi di testa, per avvicinarsi ai 100 mila.

RISCONTRATO IN UN TEST LA PARZIALE PERDITA DI MEMORIA

La Stirling University ha inoltre fatto un test su 20 calciatori in attività, attraverso una macchina che riproduceva la forza di impatto di un cross da calcio d’angolo: una delle situazioni di gioco più frequenti. È stata riscontrata una perdita di memoria tra il 41% e il 67% nelle 24 ore successive.

LA DEMENZA DI ASTLE CHE HA SCOSSO L’INGHILTERRA

Della cosa si parla dal 2002, quando per via di un problema degenerativo al cervello morì a 59 anni Jeff Astle: già attaccante del West Bromwich Albion e anche della nazionale inglese. La figlia Alba denunciò che il male era stato provocato dal calcio, e che a 55 anni era assolutamente in forma quando un medico gli diagnosticò una precoce insorgenza di demenza. Subito dimenticò il nome della figlia, iniziando a palare della madre come se fosse ancora viva. Alba Astle alla Bbc disse anche che dopo l’inchiesta sulla morte il mondo del calcio aveva provato a «spazzare via il caso nascondendolo sotto un tappeto, come si fa con la polvere che non si vuole guardare e poi togliere».

Jeff Astle nel 1970 con la maglia del West Bromwich Albion. (Getty Images)

LESIONI CEREBRALI CHE PORTANO ANCHE A DEPRESSIONE

Altri calciatori hanno poi avuto problmi del genere, compresi quattro membri della nazionale inglese che vinse il Mondiale del 1966: i difensori Jack Charlton e Ray Wilson e i centrocampisti Martin Peters e Nobby Stiles. Uno studio post mortem dello University College di Londra e della Cardiff University sul cervello di cinque ex calciatori professionisti e un dilettante che avevano giocato a calcio per una media di 26 anni e che avevano sviluppato casi di demenza dopo i 60 anni ha riscontrato in quattro casi encefalopatia traumatica cronica (Etc): un tipo di lesione cerebrale collegata a perdita di memoria, depressione e demenza.

CAUSA DI ALCUNI GENITORI AMERICANI CONTRO LA FIFA

Sulla base di questi studi, nel 2013 un gruppo di genitori statunitensi fece causa contro la Fifa e altre organizzazioni in un tribunale della California per «negligenza e trascuratezza» rispetto ai possibili danni prodotti dal colpo di testa. Dal 2016 la United States Soccer Federation ha dunque introdotto una nuova normativa in base alla quale sotto i 10 anni il colpo di testa è vietato, e tra gli 11 e i 13 anni è concesso in allenamento per non più di 30 minuti al giorno.

C’ENTRANO ANCHE I PALLONI

Peter McCabe, il presidente di Headway – una autorevole brain injury association inglese che si occupa di malattie neurodegenerative – ha però osservato che sarebbe necessario approfondire gli studi correlandoli anche ai palloni di oggi, prodotti con materiali diversi da quelli del passato. E qua bisogna appunto ricordare che se oggi il colpo di resta appare essenziale al calcio, in passato non è stato sempre così.

Scontri d’alta quota in Coppa Libertadores. (Getty Images)

CON LA GOMMA LA SITUAZIONE È MIGLIORATA

In realtà, in effetti, il calcio moderno diventa possibile solo quando la vulcanizzazione della gomma rende possibile la fabbricazione di palloni diversi dalle vesciche di animale o sfere di stracci che si erano usate prima. Aggeggi quanto mai approssimativi, al tempo stesso complicati da afferrare e dalle traiettorie imprevedibili.

CUCITURE ALL’INTERNO E NIENTE PIÙ FERITE. MA BASTA?

Con la gomma divenne invece possibile specializzare da un lato palloni rotondi, che potevano essere calciati con precisione. Dall’altro palloni ovali, che potevano essere tenuti sotto il braccio con comodo. Nel 1863 si ebbe infatti la grande scissione tra palla ritonda e palla ovale. Nel 1871 ci fu la prima edizione della più antica competizione calcistica del mondo: la Football Association Challenge Cup, in Italia nota come Coppa d’Inghilterra. Nel 1871 nacque in Inghilterra la Rugby Football Union. Altri sport con diversi tipi di palla specializzati seguirono. Ma in quel calcio delle origini pur di cuoio il pallone era cucito all’esterno, e se si colpiva di testa proprio nel punto dove c’erano i punti il rischio era quello di doversi fare altri punti, in fronte. Per questo ci si andava con cautela: fino a quando proprio al Mondiale del 1930 non fu inaugurato un tipo di pallone dalle cuciture interne che evitava le ferite esterne. Ma i danni “interni” potrebbero essere rimasti.

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Coronavirus Cina, le vittime salgono a 56. Caso sospetto a Vienna

In tutto, le persone infette in tutto il Paese sono circa 2mila. Dei nuovi decessi, 13 si sono verificati nella provincia di Hubei, quella di Wuhan, al centro dell'epidemia.

Il bilancio delle vittime del coronavirus in Cina è salito a 56 e il numero di persone infette in tutto il Paese si avvicina a 2.000. È l’ultimo bilancio diffuso dalle autorità, salito a poche ore dall’ultimo bollettino. Soltanto il 25 gennaio sono morte 15 persone e ci sono stati almeno 688 nuovi casi confermati, secondo la Commissione nazionale per la Salute. Dei nuovi decessi, 13 si sono verificati nella provincia di Hubei, quella di Wuhan, al centro dell’epidemia.

CASO SOSPETTO DI CORONAVIRUS A VIENNA

Il coronavirus potrebbe essere arrivato anche in Austria. A Vienna, infatti, è stato registrato un caso sospetto. Si tratta di un’assistente di volo cinese che il 24 gennaio è arrivata nella capitale austriaca e che nei giorni precedenti è stata a Wuhan. La donna si trova ora in isolamento nell’ospedale Kaiser Franz Josef dopo essere stata ricoverata la sera del 25 gennaio con sintomi influenzali. «Non possiamo escludere che si tratti di coronavirus», ha detto il direttore medico degli ospedali viennesi Michael Binder in una nota. Le analisi, che saranno effettuate all’Istituto di virologia dell’università di Vienna, sono attese entro 48 ore. Nel frattempo vengono controllate anche le persone che a Vienna sono state in contatto con l’assistente cinese prima del suo ricovero.

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Ci sono stati rari casi di trasmissione del coronavirus senza sintomi

È emerso dalla ricostruzione della prima storia di contagio all'interno di un piccolo gruppo familiare riportata sulla rivista The Lancet. La virologa Capua spiega che è il periodo di incubazione.

Il virus 2019 n-CoV può essere trasmesso anche da persone che, pur avendo già l’infezione, non mostrano di avere sintomi. È emerso dalla ricostruzione della prima storia di contagio all’interno di un piccolo gruppo familiare riportata sulla rivista The Lancet, dalla quale emerge che un bambino di dieci anni aveva il virus ed era stato quindi in grado di trasmetterlo pur non avendo i sintomi caratteristici dell’infezione. Un dato, questo, che il medico Roberto Burioni ha riferito sul sito web rilevando che «sembra possibile l’esistenza di pazienti asintomatici, che stanno bene, non hanno febbre, ma possono diffondere il coronavirus. Il che significa – ha scritto Burioni – che la misurazione della temperatura agli aeroporti potrebbe non essere sufficiente per bloccare la diffusione della malattia».

RARI CASI DI TRASMISSIONE ASINTOMATICA

L’articolo pubblicato su The Lancet, firmato da microbiologi e infettivologi dell’università di Shenzen coordinati da Jasper Fuk-Woo Chan suggerisce in effetti che «la trasmissione del virus 2019 n-CoV da persona a persona è possibile, così come la diffusione in altre città per mezzo dei voli aerei». Rileva inoltre che rari casi di trasmissione asintomatica erano stati segnalati anche nella Sars, l’infezione da coronavirus emersa nel 2002-2003 e che nel caso del virus 2019 n-CoV potrebbero essere «una possibile fonte di trasmissione dell’epidemia». Per questo gli autori della ricerca rilevano che , «sarebbero necessarie ulteriori ricerche sui casi asintomatici» ed «è cruciale isolare i pazienti, tracciare e mettere in quarantena i contatti prima possibile».

CAPUA: «SI COMPORTA COME TUTTI I VIRUS»

Quelli pubblicati su The Lancet sono dati che confermano che il virus 2019 n-CoV si comporta come tutti gli altri virus, ha detto la virologa Ilaria Capua, che nell‘Università della Florida dirige il Centro di eccellenza dedicato alla ‘One Health‘, che unifica i temi della salute umana, animale e ambientale. I dati, ha aggiunto, «si riferiscono agli esami con tamponi faringei fatti in un numero limitato di pazienti» e indicano che «uno di essi era positivo al virus anche dieci giorni prima della comparsa sintomi», mentre gli altri più o meno una settimana prima: «un periodo di incubazione normale per i virus» . Questo, rileva, «conferma che questo virus si comporta come tutti gli altri virus», anche se «è ovvio che sono necessari dati addizionali in quanto uno studio condotto solo su sei pazienti ha delle limitazioni».

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Come va la ricerca per un vaccino al coronavirus

Cinque equipe al lavoro, dall'Australia alla Russia, per fare in tre mesi il lavoro per cui servirebbero anni.

Sono almeno cinque i team internazionali coinvolti nell’impresa di trovare un vaccino contro il coronavirus, con l’obiettivo di bruciare le tappe per ottenere il prima possibile quello che normalmente richiede almeno due o tre anni di lavoro. E i primi test sull’uomo potrebbero arrivare in tempi record, «meno di tre mesi, a fronte dei 20 mesi del vaccino sperimentale per la Sars».

SFRUTTARE LA TECNOLOGIA MESSA A PUNTO CON LA SARS

A dirlo è uno dei massimi esperti di immunologia, Anthony S. Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive del National Institutes of Health, l’agenzia del governo degli Stati Uniti responsabile della ricerca e della salute pubblica. «I progressi della tecnologia collegati alla Sars hanno notevolmente compresso i tempi per il suo sviluppo», ha scritto Fauci nel suo ultimo saggio pubblicato sulla rivista scientifica Jama. Nel testo lo scienziato, con gli altri autori, ripercorre i due precedenti episodi di epidemie di coronavirus che inizialmente causarono il caos globale descrivendo i passaggi necessari per contenere quella attuale. «Sebbene la traiettoria di questo focolaio sia impossibile da prevedere – scrivono – una risposta efficace richiede un’azione tempestiva dal punto di vista delle strategie di prevenzione della diffusione, così come rispetto allo sviluppo e l’attuazione tempestivi di contromisure efficaci».

DALLA RUSSIA ALL’AUSTRALIA: CHI LAVORA ALL’IMPRESA

A questo proposito, nel paper si sottolinea come gli attuali studi stanno sviluppando antivirali e test diagnostici per rilevare rapidamente l’infezione partita dalla città cinese di Wuhan. E, soprattutto, stanno adattando gli approcci utilizzati con la Sars, per lo sviluppo di vaccini candidati. La ricerca di ‘emergenza’ vede impegnate equipe di esperti del National Institutes of Health, dell’Università di Queensland in Australia e delle aziende statunitensi Moderna Therapeutics e Inovio Pharmaceuticals. Ognuno dei team principali verificherà un approccio diverso allo sviluppo del vaccino e a finanziare gli studi è la Coalizione per la preparazione alle epidemie e l’innovazione (Cepi). «Se il virus non scompare e si diffonde a livello globale, saremo contenti di aver fatto questi investimenti oggi», ha detto Richard Hatchett, amministratore delegato Cepi. In una iniziativa indipendente, anche Novavax, che ha già lavorato sulla Sars, si è messa al lavoro per studiare una immunizzazione contro il coronavirus cinese. Così come ha dichiarato di essere intenzionata a fare anche l’Agenzia Federale Russa per la tutela dei consumatori e della salute. Per ora il primo beneficio lo hanno avuto le aziende coinvolte, che hanno visto salire con percentuali a due cifre le loro quotazioni in borsa.

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A Torino primo uso delle staminali nei trapianti di fegato sui neonati

La procedura è iniettare cellule epatiche sane nel fegato dopo la nascita, prima dell'operazione.

Un nuovo approccio terapeutico è stato sperimentato per la prima volta con successo alla Città della Salute di Torino su tre neonati affetti da patologie genetiche che necessitano di trapianto di fegato nei primi mesi di vita. La procedura, iniettare cellule staminali epatiche sane nel fegato dopo la nascita, ha ritardato il trapianto, ponendo le basi per correggere diverse malattie genetico-metaboliche con procedura mini-invasiva. Lo studio è pubblicato sulla rivista Stem Cell Reviews and Reports.

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Cinquanta farmaci non oncologici sono efficaci contro il cancro

Medicine sviluppate per curare il diabete, stati infiammatori, la dipendenza da alcol e persino l'artrite nei cani si sono rivelate capaci di uccidere le cellule tumorali. I risultati sorprendenti dello studio pubblicati su Nature Cancer.

Una cinquantina di vecchi farmaci non oncologici, sviluppati per curare il diabete, stati infiammatori, la dipendenza da alcol e persino l’artrite nei cani, si sono dimostrati capaci di uccidere le cellule tumorali in laboratorio. Lo studio è stato condotto da scienziati del Mit, dell’Università di Harvard e del Dana-Farber Cancer Institute ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Cancer.

TESTATE OLTRE 4.500 MOLECOLE SU 24 TIPI DIVERSI DI CANCRO

I ricercatori hanno analizzato migliaia di farmaci e ne hanno trovati 49 in grado di sviluppare un’attività anticancro. I sorprendenti risultati dello studio aprono adesso nuovi scenari per la produzione di farmaci oncologici innovativi e per il riutilizzo in quest’ottica di farmaci già esistenti. Lo screening ha interessato oltre 4.500 molecole, che sono state testate su 578 cellule tumorali appartenenti a 24 tipi diversi di cancro. Gli scienziati hanno così scoperto che 49 farmaci non oncologici riuscivano, di fatto, a uccidere alcune cellule tumorali, lasciando intatte le altre.

«Prima di iniziare, pensavamo che saremmo stati fortunati se avessimo trovato anche un singolo composto con proprietà anticancro. Siamo rimasti molto sorpresi di averne trovati così tanti», ha spiegato Todd Golub, uno degli autori dello studio, direttore del Cancer Program presso il Broad Institute del Mit. Alcuni farmaci hanno agito con meccanismi non comuni, ovvero non inibendo una proteina, ma attivandola. E la maggior parte dei farmaci in grado di uccidere le cellule tumorali lo ha fatto colpendo un bersaglio molecolare precedentemente non riconosciuto. Ad esempio il Tepoxalin, farmaco veterinario sviluppato per il trattamento dell’osteoartrite nei cani.

«Lo studio è molto interessante», ha commentato Stefania Gori, presidente della Fondazione Aiom e direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, «si tratta tuttavia di una valutazione effettuata in laboratorio e i risultati non sono al momento traducibili nella pratica clinica per i nostri pazienti. È solo l’inizio di un campo di ricerca che si svilupperà in futuro, per valutare nuovi e inaspettati possibili meccanismi di azione contro le neoplasie».

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I dati sull’aumento dell’anoressia maschile

In Italia la patologia colpisce un uomo su quattro per tre milioni complessivi. Secondo gli esperti la patologia è sottovalutata al punto che mancano anche dei protocolli clinici.

È considerata appannaggio quasi esclusivo delle donne, ma così come per altre malattie che si pensa riguardino solo il genere femminile, di anoressia soffrono anche i maschi: uno ogni quattro donne sui tre milioni complessivi in Italia. Gli uomini che soffrono di disturbi dell’alimentazione vivono una condizione di disagio maggiore rispetto alle pazienti e ricevono diagnosi più tardive. Con il risultato che a causa dei pregiudizi i maschi si vergognano di farsi curare e i medici riconoscono e diagnosticano con più difficoltà.

SINTOMI SIMILI A QUELLI DELLE RAGAZZE

Dell’argomento hanno parlato gli specialisti dell’Associazione medici endocrinologi (Ame) che sottolineano come a sottovalutare il problema siano gli stessi medici, proprio a causa di un pregiudizio diagnostico di genere. L’età in cui si presenta la malattia così come per le ragazze è intorno ai 14-15 anni. Negli ultimi anni, hanno spiegato gli esperti, sono stati registrati casi anche a partire dai nove anni. Ma per questi giovanissimi non esistono ancora centri o percorsi dedicati poichè l’anoressia è sempre stata considerata una ‘malattia da femmine’.

MANCANO PROTOCOLLI CLINICI PER GLI UOMINI

«L’anoressia degli uomini ha manifestazioni in parte simili a quelle dell’ambito femminile ma spesso l’ossessione per la forma fisica può esprimersi attraverso una attività sportiva compulsiva, oltre ad un comportamento alimentare dannoso», ha spiegato Simonetta Marucci, endocrinologa esperta dei disturbi del comportamento alimentare. «I ricercatori per anni hanno escluso gli uomini dalla maggior parte degli studi e standardizzato i protocolli clinici e diagnostici solo sulla popolazione femminile», ha aggiunto, «sarebbe invece importante che i professionisti della salute cominciassero a riconoscere i sintomi e comprendessero le emozioni e i vissuti che questi ragazzi sperimentano, per poter intervenire efficacemente con strumenti e strategie adeguate».

ANCHE I MASCHI COLPITI DALLA PUBERTÀ PRECOCE

Altra malattia da sempre ‘letta’ femminile è la pubertà precoce, che nell’ultimo mezzo secolo si è anticipata sempre di più. E contrariamente a quanto si creda, non riguarda solo le femmine. «I motivi di questo processo sono da ricercare principalmente nel peggioramento delle condizioni ambientali, in particolare negli inquinanti ambientali che si trovano nell’atmosfera, nell’acqua e negli alimenti, i quali hanno la capacità di stimolare le ghiandole endocrine e, soprattutto, la funzione testicolare e ovarica», ha spiegato Vincenzo Toscano, past president dell’Ame. «La presenza di sostanze inquinanti nell’ambiente e nel cibo altera questo processo fisiologico anticipandolo anche di 2-3 anni. La pubertà precoce si può curare, ma la sua terapia va sempre decisa caso per caso da uno specialista e condivisa con i genitori».

OSTEOPOROSI RISCHIOSA ANCHE PER GLI UOMINI

Altra patologia sempre associata alle donne è l’osteoporosi. In realtà anche gli uomini si ammalano: in misura minore rispetto alle donne, ma con conseguenze più gravi. Ne soffre circa 1 milione di uomini (un uomo su dieci, le donne una su quattro ). «Negli uomini si manifesta più tardi, in media dopo i 65 anni (contro i 55 della donna). Anche se l’osteoporosi è una malattia della terza età, ci sono forme che si manifestano in situazioni particolari e che possono colpire anche giovani e addirittura giovanissimi», concluso Alfredo Scillitani, endocrinologo Ame.

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Come convertire un negazionista del riscaldamento globale

Non è solo una questione di evidenze scientifiche. Chi rifiuta l'idea dei cambiamenti climatici lo fa per autodifesa della propria integrità. Respingendo l'accusa di essere colpevole del deterioramento del Pianeta. Ecco perché serve un approccio costruttivo che discuta delle ragioni psicologiche.

È già da un po’ che circola la notizia che il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia, dato che diventa ancora più allarmante se dalle temperature medie globali si passa a quelle europee, dove si trova addirittura al primo posto.

IL DECENNIO PIÙ CALDO DELLA STORIA

Il record appartiene al 2016, ma ci è mancato davvero poco che il 2019 non riuscisse ad aggiudicarsi il primato, dopo aver già scalzato il 2017 dal secondo posto. Si tratta di una competizione tutt’altro che felice, e, come possiamo constatare da questi semplici dati, tre degli ultimi quattro anni si trovano sul podio. Subito dopo vengono il 2015 e il 2018: gli ultimi cinque anni hanno registrato le temperature più alte di sempre, e, più in generale, il decennio che va dal 2010 al 2019 è stato il più caldo della storia. Anche in Italia.

EPPURE QUALCHE POLITICO CI SCHERZA SU

Si tratta di dati preoccupanti che mostrano in maniera inequivocabile l’avanzamento del riscaldamento globale. Ma i politici da tutte le parti del mondo ignorano la situazione e addirittura non mancano occasione di scherzarci sopra, di minimizzare o di alimentare le false credenze sul clima (per esempio: se fa così freddo in primavera, come si fa a parlare di global warming?).

TRUMP HA UNO SCETTICISMO CRONICO

Il New York Times nel gennaio 2019 si avventurò nel contare tutte le volte che Donald Trump aveva parlato pubblicamente del clima manifestando il suo scetticismo: più di 100 a partire dal 2011.

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Donald Trump.

GRETA MANIPOLATA E ALTRE CONTRO-ARGOMENTAZIONI

A parte quelle del presidente americano, quali sono i classici argomenti utilizzati dai negazionisti? Qualche esempio: se nevica a maggio non può esserci alcun riscaldamento globale; non è la prima volta che cambia il clima e l’uomo è sempre riuscito ad adattarvisi; l’uomo non è responsabile del cambiamento climatico, l’aumento di Co2 è naturale; durante la prima rivoluzione industriale non c’erano tutti i controlli che ci sono ora, e nessuno allora parlava mai di riscaldamento globale; infine: Greta Thunberg è messa lì dai poteri forti e dalle grandi lobby finanziarie (che non c’entra nulla col clima, ma viene sempre chiamato in causa durante una discussione sul tema). Nonostante le prove contrarie fornite dalla scienza, su certe questioni non c’è proprio verso di convincerli. Dunque come far cambiare idea a un negazionista climatico?

chi è Greta Thunberg
Greta Thunberg.

È UN PROCESSO DI RESISTENZA AL CAMBIAMENTO

In un recente studio pubblicato sul Current Opinion in Environmental Sustainability, le ricercatrici Gabrielle-Wong Parodi e Irina Feygina hanno mostrato come le ragioni ideologiche siano strettamente correlate a quelle psicologiche. La negazione degli effetti causati dal riscaldamento globale, nonostante l’evidenza dei fatti e gli argomenti sostenuti dalla comunità scientifica, farebbe parte infatti di un processo più generale di resistenza al cambiamento. Secondo i risultati della ricerca, questa resistenza è riconducibile a quattro ragioni principali:

  1. DIFESA DEL SISTEMA. Il bisogno di difendere e sostenere l’attuale sistema socioeconomico e le sue istituzioni. È un bisogno che dà sicurezza e stabilità, e di fronte alle minacce allo status quo si manifesta nella tendenza a razionalizzare l’ordinamento sociale esistente invece che aprirsi al cambiamento e all’innovazione.
  2. IDENTITÀ. Il cambiamento climatico è diventato un fattore di forte polarizzazione sociale. Negli Stati Uniti, per esempio, chi si identifica con i democratici supporta la necessità di reagire al riscaldamento globale, chi invece si identifica con i repubblicani tende ad essere meno ricettivo del problema e a ignorarne le soluzioni. Come risultato, le persone non si formano le opinioni a partire dai fatti o dalle informazioni, ma dal loro bisogno di sentirsi accettati dal gruppo in cui si riconoscono.
  3. CONVENZIONI SOCIALI. Il bisogno di essere in sintonia con gli standard e i valori dei vari gruppi a cui uno appartiene. Le norme sociali anticipano il nostro pensiero, stabilendo in partenza quali azioni e quali valori sono permessi o proibiti all’interno di un determinato gruppo sociale. Le persone tendono ad attarsi alle norme per evitare di essere giudicate o marginalizzate.
  4. AUTO-AFFERMAZIONE. A essere minacciato dal cambiamento climatico è anche il senso dell’integrità personale. Ciascuno di noi ci tiene ad avere un’immagine positiva di se stesso, un’immagine di sé come persona moralmente forte, onesta e attaccata a sani principi etici. La responsabilità umana nel riscaldamento globale implica in qualche modo un errore nel proprio comportamento, una colpa, e questo cozza contro l’immagine idealizzata della propria integrità morale.

DIFFICILE AMMETTERE CHE IL PROPRIO STILE DI VITA SIA SBAGLIATO

Tutti noi possiamo constatare facilmente quanto questi fattori siano presenti nella nostra vita quotidiana. Facendo un esempio banale: se accuso qualcuno di non fare la raccolta differenziata, difficilmente questa persona riconoscerà le sue mancanze, ma cercherà invece delle giustificazioni che minimizzino la cosa: «Tanto non serve a niente», «il problema sono le grandi industrie, non la mia bottiglietta», «siccome è arrivata Greta Thunberg, adesso siamo tutti giustizieri». Dovremmo imparare a riconoscere che dietro questo atteggiamento di chiusura spesso si nasconde la percezione di essere minacciati nella propria integrità morale, piuttosto che l’adesione convinta a teorie anti-scientifiche. Nessuno è disposto ad ammettere tanto facilmente che ci sia qualcosa di sbagliato nel proprio stile di vita, qualcosa di non etico, e quando ci si sente aggrediti la prima naturale reazione è quella dell’autodifesa.

BISOGNA DISCUTERE SCENDENDO DAL PIEDISTALLO

La scienziata comportamentista Gabrielle Wong-Parodi ha detto una cosa interessante sul nostro modo di approcciarci ai negazionisti climatici: «Molte delle tattiche e delle strategie partono dal presupposto che ci sia qualcosa di sbagliato nei negazionisti climatici, invece di cercare di comprendere che anch’essi hanno una credenza e un’opinione che contano». Bisogna quindi scendere dal piedistallo e imparare a interessarsi veramente all’opinione dell’altro, senza partire dal presupposto di avere ragione e senza necessariamente condividerne il punto di vista. Quindi, nel caso dei negazionisti climatici, è importante saper dare spazio alla loro voce, incoraggiarli ad esprimere i loro valori, le loro credenze, i loro dubbi, e non aggredirli subito con informazioni di carattere scientifico che non lasciano più spazio ad alcuna risposta: in questo caso si ottiene il risultato opposto. Non essere presi sul serio in una discussione non fa piacere a nessuno, e chiunque preferirebbe evitare di interagire con persone che manifestano continuamente la loro presunta superiorità. Ascoltare l’opinione di un negazionista significa prima di tutto rispettarne la persona, e solo in questo è possibile avviare un dialogo costruttivo che possa soddisfare entrambe le parti.

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Il caso di Elena Casetto e la psichiatria che ha dimenticato Basaglia

È morta carbonizzata durante un incendio in ospedale perché era legata al letto, metodo di coercizione violento e spesso inutile. Ma questa è solo la punta dell'iceberg di un sistema che sta collassando.

Qualche giorno prima di ferragosto, mentre mi divertivo al mare con gli amici, Elena Casetto, diciannove anni, moriva carbonizzata in un incendio nel reparto di psichiatria di Bergamo, la mia città natale. Pare ormai accertato che le fiamme siano partite proprio dalla stanza in cui la ragazza era stata sedata e «contenuta». «Contenuta». Il linguaggio psichiatrico è sempre così squisitamente politically correct. Noi che invece non lo siamo o perlomeno cerchiamo di non esserlo, preferiamo scrivere che a Elena, a fronte – scrive la stampa – di un forte stato di agitazione – sono stati somministrati dei sedativi ed è stata legata al letto.

Quando è scattato l’allarme antincendio, nel rispetto delle procedure di evacuazione, gli infermieri hanno aperto la porta della sua stanza per portarla in salvo ma, nonostante l’uso dell’estintore, non è stato possibile raggiungerla in tempo. Sembra che la giovane avesse con sé un accendino. L’Azienda sanitaria ha parlato di suicidio. Un’altra possibilità, si legge sulla stampa locale, è che abbia usato l’accendino per liberarsi dalle fasce di contenzione.

Ora il pubblico ministero sta indagando per capire la dinamica dei fatti e stabilire le responsabilità. Ai fini della nostra riflessione poco importa comprendere ciò che ha causato il divampare dell’incendio perché la tragedia ha avuto inizio molto prima del dilagare delle fiamme. Perché nel terzo millennio scegliamo ancora di usare la pratica aberrante e profondamente inumana di legare una persona che sta male? La sofferenza si accoglie e si gestisce, non si imbavaglia.

LA LEZIONE DI BASAGLIA SEMBRA ESSERE DIMENTICATA

Senza paura di abbandonare il politically correct esplicitiamolo una volta per tutte: legare una persona ad un letto è commettere deliberatamente una violenza. Senza se e senza ma. E giustificare questo crimine con la teoria della pericolosità per se stessi e per gli altri è una scusa abusata in ambito medico ed è ora di tacciarla pubblicamente come inammissibile. Non perché non sia vero il fatto che a volte l’essere umano possa compiere azioni potenzialmente nocive contro di sé e/o i suoi simili ma in quanto immobilizzare una persona contro la sua volontà può portare a conseguenze altrettanto devastanti. E la drammatica morte di Elena ne è solo un esempio: forse, se avesse avuto mani e piedi liberi dai legacci, avrebbe potuto salvarsi.

Basaglia e tutto il movimento politico e culturale che l’ha accompagnato hanno reso visibili le terribili conseguenze di un trattamento spacciato come scientifico ma che in realtà era puro abuso di potere

Ma che la storia non insegna l’aveva già capito Manzoni due secoli fa. Non è poi trascorso molto tempo dagli orrori praticati nei manicomi. In Italia li abbiamo chiusi poco più di quarant’anni fa. Liberando quelli che io chiamo “matti”, Basaglia e tutto il movimento politico e culturale che l’ha accompagnato (ricordiamo lui ma sono stati molti quelli che hanno creduto e praticato una diversa presa in carico dei “pazienti psichiatrici”, come sono definiti dal modello medico) hanno anche reso visibili agli occhi di tutti le terribili conseguenze di un trattamento spacciato come scientifico ma che in realtà era puro abuso di potere su persone spesso ai margini della società perché ritenute devianti. Letti di contenzione, gabbie, elettroshock. E anche coercizioni più sottili ma altrettanto lesive della dignità umana.

LA REGOLAMENTAZIONE DEI CASI PSICHATRICI È ANCORA LACUNOSA

Non ricordiamo niente? Evidentemente no, è finito tutto nel calderone dell’oblio. Ma ci sono anche tragedie più recenti, persone morte “di contenzione fisica” nel nuovo millennio. La regolamentazione a livello legale di questo metodo di coercizione dopo la chiusura dei manicomi è molto complessa, lacunosa e affidata soprattutto a una serie di pronunce della Corte di Cassazione e ai codici deontologici di alcune professioni.

Per farci un’idea il nuovo codice deontologico delle professioni infermieristiche (Fnopi, 2019) stabilisce che: «L’Infermiere riconosce che la contenzione non è atto terapeutico. Essa ha esclusivamente carattere cautelare di natura eccezionale e temporanea […]». Dovrebbe quindi essere usata solo come extrema ratio e «[…] monitorata nel corso del tempo […]» ma chissà se davvero succede così nei reparti di psichiatria.

Affrontare l’argomento è urgente ma la contenzione fisica è solo la punta dell’iceberg di un sistema

A questo delicato tema sarà dedicato un incontro organizzato dall’Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale Lombardia e il Forum delle Associazioni per la Salute Mentale di Bergamo che si terrà nella città lombarda il prossimo 13 febbraio. Affrontare l’argomento è urgente ma la contenzione fisica è solo la punta dell’iceberg di un sistema di presa in carico degli utenti dei servizi di salute mentale che davvero sembra andare in fiamme.

L’ABUSO DI PSICOFARMACI, NUOVO METODO DI COERCIZIONE

Le nuove camicie di forza della psichiatria sono gli psicofarmaci di cui spessissimo in ambito psichiatrico si abusa non senza conseguenze sulla salute di chi li assume. Penso – e con me un’intera corrente di medici che abbraccia i principi dell’antipsichiatria – che gli psicofarmaci dovrebbero essere utilizzati con parsimonia, solo nelle situazioni emergenziali e con l’obiettivo di farne un uso temporaneo. Questo perché possono creare dipendenza, assuefazione e molti altri effetti collaterali, primo tra tutti l’annichilimento di chi li assume. Invece spesso ne viene fatto un uso spropositato. Perché? Il motivo è che vengono usati come tampone per sedare momentaneamente la sofferenza delle persone.

E morta perché legata al letto durante un incendio, metodo di coercizione violento e spesso inutile. Ma questa è solo la punta dell'iceberg di un sistema che sta collassando.

Ma viene anche utilizzato per nascondere le falle di un sistema – in generale quello sanitario e nello specifico quello relativo alla salute mentale – che sta inesorabilmente collassando. Se è vero infatti che l’uso della coercizione – fisica o farmacologica che sia – ha una forte matrice culturale, è altrettanto innegabile che le strutture socio-sanitarie ospedaliere e residenziali abbiano oggi carenze strutturali e gestionali spaventose. Manca il personale che dovrebbe prendere in carico gli utenti e i pochi operatori rimasti – che siano infermieri, Oss o educatori, sono costretti a fare turni di lavoro massacranti. È ovvio che in queste condizioni disastrose chi lavora in trincea si trova a dover gestire una situazione di emergenza costante e gli unici interventi possibili sono appunto di tipo contenitivo.

OPERATORI IN CARENZA DI ORGANICO COSTRETTI A TURNI MASSACRANTI

Nicola Draoli, consigliere della Federazione nazionale degli infermieri dichiara che in Italia mancano dai 50 ai 70 mila infermieri su un organico di 450 mila. Un amico lavora come operatore socio-sanitario in una comunità per utenti di sesso maschile del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste. Mi racconta che negli ultimi anni lui e i suoi colleghi sono costretti a turni di lavoro pesantissimi (e si tratta di un lavoro psicologicamente e, spesso anche fisicamente, molto impegnativo) a causa di riduzioni del personale. Inoltre – mi spiega – anche la composizione degli ospiti è cambiata. Alcuni sono deceduti, altri invecchiando sono diventati sedentari. Utenti più giovani sono subentrati a riempire i posti vacanti ma la scarsità del personale non consente più di pianificare attività ad hoc per loro.

Il numero degli operatori è quasi sempre insufficiente per permettere ai pazienti di uscire all’aria aperta

Avrebbero bisogno di uscire dalla struttura – e chi sarebbe contento di trascorrere intere giornate in casa – ma il numero degli operatori è quasi sempre insufficiente per permetterlo (dovendo essere comunque sempre accompagnati da un professionista) quindi spesso rimangono in comunità con gli altri. Uno di loro ha spesso crisi violente: voi pensate che non sia normale, essendo costretto a stare rinchiuso in casa per giornate intere di seguito? Tale è la situazione. Ma ovviamente, in questo come in molti altri casi, è molto più comodo definire “da psichiatria” degli esseri umani piuttosto che riconoscere la follia dell’istituzione psichiatrica.

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Cosa cambia coi nuovi super antibiotici contro i batteri resistenti

Da una sperimentazione risulta che ridurrebbero la mortalità dal 50-55% al 10-15%. Evitando 3 mila decessi all'anno in Italia. L'Oms: «L'antibioticoresistenza è una minaccia immediata».

Una piccola grande rivoluzione scientifica è alle porte? Lo scenario è dettato dalla sperimentazione di nuovi super antibiotici: riducono la mortalità causata da infezioni resistenti dal 50-55% al 10-15%, una diminuzione di un terzo che equivarrebbe a evitare circa 3 mila morti l’anno in Italia causati dai super batteri.

STATISTICHE DIMOSTRATE DA STUDI INTERNAZIONALI

Le statistiche sono dimostrate da recenti studi clinici internazionali presentati al convegno sull’antibioticoresistenza organizzato a Genova dalla Fondazione internazionale Menarini.

L’ALLARME SULLA NECESSITÀ DI NUOVI FARMACI

Inoltre il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha detto che «mai la minaccia dell’antibioticoresistenza è stata più immediata e il bisogno di soluzioni più urgente». Ha avvertito poi che il «declino degli investimenti privati e la mancanza di innovazione nello sviluppo di nuovi antibiotici sta mimando gli sforzi per combattere le infezioni resistenti». È quindi «necessario che i Paesi e l’industria farmaceutica intensifichino gli sforzi e contribuiscano con fondi sostenibili e nuovi farmaci».

ITALIA COLPITA DAL SUPER BATTERIO NEW DELHI

Un caso di super batterio, il New Delhi (Ndm), ha riguardato da vicino l’Italia. Sono infatti saliti a 157 i pazienti in Toscana a cui è stato isolato nel sangue il New Delhi a partire dal novembre 2018. Il dato è aggiornato al 13 gennaio 2020 ed è stato pubblicato sul sito dell‘Agenzia regionale di sanità (Ars) nel report settimanale dedicato alla diffusione del super batterio.

PERCENTUALE DI LETALITÀ AL 31%

Riguardo alla mortalità l’Ars ha aggiunto che «i casi sono risultati letali nel 31% dei pazienti con sepsi (non necessariamente si tratta di decessi dovuti all’infezione specifica), percentuale paragonabile alla letalità per questa condizione causata da altri batteri resistenti agli antibiotici carbapenemici». All’aggiornamento precedente del 6 gennaio il batterio New Delhi risultava isolato nel sangue di 155 pazienti nella regione.

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In Italia il tasso di sopravvivenza ai tumori è più alto che in Europa

Prostata, polmoni, seno e colon: il Servizio sanitario nazionale fornisce cure «efficaci e tempestive», che consentono di aumentare le percentuali a cinque anni dalla diagnosi.

In Italia i tassi di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di malattie oncologiche sono più elevati rispetto alla media europea. Il dato emerge dal rapporto State of Health in the EU: Italy. Country Health Profile 2019, presentato a Bari.

Per il tumore alla prostata in Italia la sopravvivenza è del 90%, contro una media dell’87% nel resto d’Europa. Per il cancro ai polmoni è del 16% (15% in Europa), per quello al seno 86% (83% in Europa), per il tumore al colon 64% (60% in Europa).

«Il Sistema sanitario nazionale», si legge nel rapporto, «fornisce di norma cure efficaci e tempestive per i pazienti oncologici». Più in generale, la sanità italiana viene promossa per la sua efficacia: «L’Italia registra il secondo tasso più basso di mortalità prevenibile nell’Unione europea, dopo Cipro». L’efficacia e l’efficienza del nostro sistema vengono analizzate e messe a confronto con quelle di altri 26 Stati membri.

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Cosa dice il rapporto di Nasa, Noaa e Onu sul cambiamento climatico

Nuovo allarme contro il global warming. Secondo un nuovo dossier il decennio appena concluso è stato tra i più caldi di sempre. Negli ultimi cinque anni battuto ogni record dal 1880.

La Terra continua a riscaldarsi: gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi dal 1960 mentre gli ultimi cinque sono stati i peggiori dal 1880, cioè da quando vengono fatte le rilevazioni scientifiche. L’alto livello di emissioni di gas serra alimenta il global warming e di questo passo nel 2020, ma anche oltre, sono attesi molti eventi meteo estremi. È stata la “sentenza” delle agenzie americane specializzate Nasa e Noaa e del World meteorological organization dell’Onu emersa dopo il monitoraggio delle temperature del pianeta nel 2019, che si è rivelato il secondo anno più caldo, dopo il 2016.

DAGLI ANNI 60 OGNI DECENNIO TEMPERATURA IN AUMENTO

Negli ultimi dodici mesi, le temperature sono state 0,98 gradi centigradi più calde rispetto alla media del 1951-1980, secondo gli scienziati del Goddard Institute for Space Studies (Giss) della Nasa di New York. «Il decennio appena concluso è chiaramente il più caldo mai registrato», ha commentato il direttore del Giss Gavin Schmidt osservando che «ogni decennio dagli anni ’60 è stato chiaramente più caldo di quello precedente». Quindi, si tratta di un fenomeno persistente ricondotto alle emissioni di gas inquinanti provocate dalle attività umane.

ALLARME ANCHE PER LA TEMPERATURA DELL’OCEANO

Negli ultimi 140 anni, la temperatura media globale della superficie terrestre è aumentata e ora «di circa 1,1 gradi centigradi al di sopra di quella della fine del 19/o secolo. Siamo diretti verso un aumento della temperatura dai 3 ai 5 gradi entro la fine del secolo» rispetto al periodo preindustriale, ha assicurato il segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) Petteri Taalas. «Anche il calore dell’oceano è al livello record», ha ammonito Taalas richiamando l’allarme lanciato nel novembre scorso dal rapporto «Emission gap 2019» dell’Agenzia per l’ambiente dell’Onu secondo cui le emissioni di gas serra sono aumentate dell’1,5% all’anno nell’ultimo decennio.

ALLARME PER GLI EVENTI CLIMATICI ESTREMI

Fra gli eventi estremi del 2019, gli scienziati indicano, tra gli altri, gli incendi in Australia o il riscaldamento nella regione artica che è avvenuto tre volte più velocemente rispetto al resto del mondo dal 1970. L’accordo di Parigi del 2015 indicava la necessità di contenere l’aumento medio globale della temperatura entro 2 gradi, meglio 1,5, entro la fine del secolo proprio per evitare fenomeni meteo estremi, dalle ondate di calore, alla siccità, alle inondazioni. Nonostante la consapevolezza ormai collettiva, anche grazie al movimento giovanile globale Fridays for future ispirato dall’attivista svedese Greta Thunberg, alla conferenza Onu sul clima (Cop25) tenutasi a Madrid nel dicembre scorso i 196 Paesi del mondo non sono riusciti a raggiungere un accordo complessivo sulle questioni fondamentali per contenere il riscaldamento globale.

ANCHE IL MONDO DELL’ECONOMIA RIFLETTE SUI RISCHI CLIMATICI

Per questo motivo è quindi rinviato a quest’anno l’impegno di ciascun Paese per il clima ed evitare il peggio soprattutto per i Paesi più poveri, innanzitutto quelle piccole isole che rischiano di sparire sommerse dall’innalzamento dei mari. Intanto, il clima, per la prima volta, è considerato in cima ai rischi globali secondo il “Global Risks Report” del World Economic Forum un documento che mette nero su bianco la percezione dei rischi da parte di 750 esperti ed autorità globali. E alla 50/a edizione del Forum a Davos fra una settimana l’emergenza climatica terrà banco.

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Sui tumori da cellulare la politica sta con la scienza

Dopo la sentenza della Corte d'Appello di Torino sul nesso tra telefonini e cancro, il ministro della Salute Speranza mette ordine: «Sono vincolanti i pareri di Organizzazione mondiale della sanità e Istituto superiore di sanità». Che smentiscono ogni legame.

Scontro con polemica tra giudici e scienziati: il cellulare può causare tumori alla testa? Secondo diversi studi no, eppure la magistratura non pare essere d’accordo. Ora sulla questione è intervenuta anche la politica.

LE SENTENZE SI RISPETTANO, MA…

Secondo il ministro della Salute, Roberto Speranza, «le sentenze si rispettano sempre e in ogni caso. Sulle materie di natura scientifica per quanto mi riguarda è vincolante quello che viene affermato dagli istituti internazionali di maggiore prestigio a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità e a partire, in Italia, dall’Istituto superiore di sanità». Un punto a favore della scienza, insomma.

IL CASO DEL DIPENDENTE TELECOM AMMALATO

La sentenza a cui Speranza ha fatto riferimento è quella della Corte d’Appello di Torino che il 14 gennaio 2020 ha confermato il giudizio di primo grado del tribunale di Ivrea, datato 2017, sul caso sollevato da un dipendente Telecom Italia colpito da neurinoma del nervo acustico. Sostenendo dunque che l’uso prolungato del telefonino è potenzioalmente dannoso.

LA SCIENZA AVEVA ESCLUSO CORRELAZIONI

Chi ha ragione allora? Il pronunciamento ha riaperto il dibattito, anche se nell’estate del 2019 un rapporto curato da Istituto superiore di sanità (Iss), Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea non aveva dato conferme all’aumento di neoplasie legato all’uso del cellulare.

L’ISS SICURO: «SOLIDE EVIDENZE SCIENTIFICHE»

Infatti Alessandro Vittorio Polichetti, primo ricercatore dell’Istituto superiore di sanità, ha confermato tutto all’Ansa: «L’ipotesi che l’uso prolungato del cellulare possa causare tumori alla testa non è fondata su una base scientifica. Finora, nessuna correlazione è stata provata tra i campi elettromagnetici dei cellulari e l’insorgenza di tumori. Ci sono solo dei sospetti di cancerogenicità ma non confermati».

LA CONDANNA ALL’INAIL: RENDITA VITALIZIA

Eppure dal canto suo Roberto Romeo, dipendente Telecom Italia affetto da un tumore al cervello, benigno ma invalidante, che l’ha colpito dopo un uso prolungato del telefonino, ha dichiarato dopo la sentenza che vorrebbe addirittura apporre sulle scatole dei cellulari la dicitura “Nuoce gravemente alla salute, a meno che non venga utilizzato correttamente”. I giudici hanno condannato l’Inail a corrispondergli una rendita vitalizia da malattia professionale.

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Eclissi lunare: le cose da sapere sulla prima del 2020

L'appuntamento è per il 10 gennaio, poco dopo le 18. L'evento durerà circa quattro ore e sarà visibile dall'Italia.

Il 2020 inizia con un fenomeno astronomico spettacolare. Il 10 gennaio, infatti, poco dopo le 18, ci sarà la prima eclissi lunare dell’anno. E sì, sarà visibile dall’Italia. In pratica, questa sera, la Luna sembrerà offuscata da un velo che ne indebolirà la luce, generando un effetto suggestivo. Sarà infatti un’eclissi lunare di penombra, che si verifica quando la Luna passa attraverso la parte più esterna del cono d’ombra che la Terra proietta nello spazio. Il fenomeno astronomico, visibile da Europa, Asia e Africa, durerà circa quattro ore: comincerà alle 18.07, con l’effetto di affievolimento della luce lunare che inizierà sul lato sinistro della Luna, avrà il suo culmine alle 20.10 e terminerà alle 22.10.

SI OFFUSCHERÀ IL 90% DEL DISCO LUNARE

Sarà una delle migliori eclissi lunari di penombra possibili perché al momento massimo dell’evento circa il 90% del disco lunare sembrerà offuscarsi: «Quella è in pratica la percentuale del disco lunare che si troverà all’interno della penombra della Terra», ha detto all’Ansa Paolo Volpini, dell’Unione astrofili italiani (Uai).

LE QUATTRO ECLISSI LUNARI DI PENOMBRA DEL 2020

Quella del 10 gennaio è la prima delle quattro eclissi di penombra previste nel 2020, le altre si verificheranno il 5 giugno, il 5 luglio e il 30 novembre. Quest’anno non ci saranno eclissi lunari parziali o totali che si verificano quando la Luna entra parzialmente o totalmente nel cono d’ombra della Terra.

CHE COS’È L’ECLISSI LUNARE PENOMBRALE

L’eclissi lunare penombrale avviene quando la Luna transita solo ed esclusivamente per la penombra della Terra, senza però essere nascosta dall’ombra. Ci sono due tipi diversi di eclissi lunare penombrale: totale, quando è visibile una piccolissima parte dell’ombra, ma solo se la Luna transita completamente all’interno della penombra; parziale, quando ne viene oscurata solo una parte.

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Dalla rovente Italia un altro allarme sul riscaldamento globale

Il 2019 è stato il quarto anno più cocente dal 1800. Dopo 2014, 2015 e 2018. Il decennio che si è chiuso risulta dunque il peggiore di sempre per il nostro Paese. Gli effetti dei cambiamenti climatici nei dati del Cnr.

E ora i negazionisti del riscaldamento globale saranno ancora un filo più imbarazzati. Perché dall’Italia è arrivata un’ulteriore conferma dei cambiamenti climatici che stanno interessando il Pianeta. Con il secondo dicembre più caldo dal 1800 a oggi, infatti, il 2019 ha chiuso con un’anomalia di +0,96 gradi sopra la media, risultando il quarto anno più caldo per il nostro Paese dopo il 2014, 2015 e 2018.

DATI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

È finito così il decennio più rovente di sempre in Italia, secondo quanto ha rilevato Michele Brunetti, responsabile della Banca dati di climatologia storica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Bologna. Con buona pace dei giornali di destra che provano a smontare l’attivismo di Greta Thunberg, ogni volta che la temperatura cala, a suon di “Ma se fa freddo”.

TEMPERATURA IN CONTINUA CRESCITA

Analogamente a quanto è accaduto su scala globale, ha spiegato l’esperto del Cnr in una nota, anche nel nostro Paese ciascuno degli ultimi quattro decenni è risultato più caldo del precedente: dal 1980 a oggi la temperatura è cresciuta in media di 0,45 gradi ogni 10 anni. I dati relativi al 2019 non fanno che confermare questo trend in continua crescita.

NEL 2019 OTTO MESI SU 12 DA RECORD

Con dicembre (+1,9°C di anomalia rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010), sono otto i mesi dell’anno rientrati nella top 10 delle rispettive classifiche mensili: marzo (nono più caldo, +1,48°C), giugno (secondo più caldo, +2,57), luglio (settimo più caldo, +1,29°C), agosto (sesto più caldo, +1,42°C), settembre (decimo più caldo, +1,27°C), ottobre (quarto più caldo, +1,56°C), novembre (decimo più caldo, +1,33°C).

NEL 2014 E 2015 ANOMALIA DI OLTRE UN GRADO

Peggio del 2019 sono risultati solo il 2014 e il 2015 (+1°C sopra media) e il 2018 (l’anno più caldo con un’anomalia di +1,17°C rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010). Nonostante tutti, il mondo non riesce a mettersi d’accordo per cercare di arginare il fenomeno, come dimostra il fallimento della Cop25 di Madrid, la conferenza dell’Onu sul clima. Non ci resta che l’ironia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – ora impegnato su un altro fronte altrettanto “caldo”, con l’Iran – : «Il riscaldamento globale? Usiamolo contro il freddo».

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Il problema delle microplastiche nello Stretto di Messina

Tra le 70 e le 130 mila tonnellate di piccoli rifiuti ogni anno contaminano il Mediterraneo. Finendo dentro lo stomaco del 37% del pescato. Il fotografo Bertuccio ha documentato tutto in un reportage a bordo di feluche e lampare. La storia.

Sopra e poi d’un fiato giù, in profondità, negli abissi. “Dove si fermano gli occhi”, appunto. Il reportage di Davide Bertuccio è un pendolo che oscilla tra universi evidenti e nascosti, a volte persino impossibili da esplorare. Il filo conduttore è il mare, il suo, lo Stretto di Messina, con un enorme carico di segreti e uno stato di salute piuttosto precario.

ASSIEME AI RICERCATORI E AI PESCATORI

Lui, 28enne a bagnomaria, grande per la generazione Greta e giovane abbastanza per non sentirsi responsabile dei disastri ambientali, lo ha studiato con i ricercatori dell’università siciliana, lo ha vissuto assieme ai pescatori che a quella distesa blu hanno dedicato la vita, sotto il sole a picco e la pioggia battente. Senza lamentarsi mai, perché, insegnano i Malavoglia, per certe preghiere non è detto ci sia qualcuno disposto ad ascoltarle.

DUE APPROCCI SULLO STESSO PIANO (FOTOGRAFICO)

«Volevo mettere sullo stesso piano i due approcci», spiega il fotografo a Lettera43.it, «chi dice che una determinata situazione secondo criteri oggettivi non possa esistere e coloro che affermano il contrario per averlo vissuto sul campo. Entrambi hanno ragione».

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A bordo delle barche coi pescatori.

L’INQUINAMENTO DA UNA PROSPETTIVA NUOVA

Un lavoro di un oltre un anno, tra laboratori e barche, affrontato con l’obiettivo di raccontare l’inquinamento da una prospettiva nuova, diversa e il più possibile completa: «Cercavo una storia e ho incominciato a leggere articoli sulle microplastiche, incuriosendomi al tema. Ho scoperto che, in proporzione alla grandezza, il Mediterraneo è uno dei mari che sono nelle peggiori condizioni». Qui ogni anno – si legge nel reportage – confluiscono tra le 150 mila e le 500 mila tonnellate di macroplastiche, mentre le micro, cioè con un diametro inferiore a cinque millimetri, oscillano tra le 70 e le 130 mila.

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Foto dall’interno delle imbarcazioni.

EPPURE LO STRETTO DI MESSINA DOVREBBE ESSERE PULITO

Secondo i dati elaborati dall’Ismar-Cnr con l’università di Ancona, se negli oceani le tracce di materiali simili per chilometro quadrato sono 335 mila, soltanto moltiplicandoli per quattro si avrà una fotografia del “Mare Nostrum”. Non esistono isole felici: «Lo Stretto di Messina, per via delle fortissime correnti, dovrebbe rappresentare un’eccezione ed essere pulito. Condizionale d’obbligo perché la realtà è opposta».

Ogni anno nel Mediterraneo finiscono migliaia di tonnellate di microplastiche.

CRATERI SOTTOMARINI PIENI DI PLASTICA

I motivi essenzialmente due: «Innanzitutto i canyon sottomarini», prosegue Bertuccio, «hanno la capacità di attrarre qualunque cosa ruoti nella loro orbita. Dentro si trova di tutto: pneumatici, macchine, elettrodomestici ammassatisi nel tempo che progressivamente si deteriorano nell’acqua. Con le moderne tecnologie si può pensare di fotografarli, tuttavia il mio budget non era sufficiente per intraprendere l’impresa. L’altro fattore è l’inquinamento in senso lato. L’aumento progressivo delle temperature, per esempio, ha comportato modifiche all’ecosistema e lo spostamento definitivo di numerose specie».

Ricercatori che analizzano il pesce inquinato.

UN PESCE SU TRE È MALATO

Il climate change non fa sconti, ma chi resta non se la passa meglio e i numeri sono spietati. «Il 37% sul totale del pescato si porta nello stomaco microplastiche», continua Bertuccio. «Per dimostrarlo, sono stato con gli scienziati al mercato, dove abbiamo comprato tre pesci che sarebbero potuti arrivare facilmente sulle nostre tavole. Giunti in laboratorio li abbiamo aperti e sezionati: come volevasi dimostrare, uno era malato».

Il 37% del pescato ha dei rifiuti nello stomaco.

PICCOLISSIME PARTICELLE ANNIDATE OVUNQUE

A rendere peggiore il quadro c’è una serie di constatazioni: «Nella normalità dei casi ed escludendo pesci che per piccole dimensioni si consumano interi, le plastiche risiedono in parti dell’organismo che non vengono mangiate dagli esseri umani. Siamo ben lontani, però, dal poter tirare un sospiro di sollievo. Esistono, infatti, le nanoplastiche di dimensioni ridottissime e annidate ovunque».

IL FOTOGRAFO SICILIANO CHE HA GIRATO IL MONDO

Trasferitosi dalla Sicilia a Milano dopo il diploma, Bertuccio si era iscritto alla facoltà di biotecnologie mediche, presto abbandonata per inseguire la passione della vita. Quattro anni dopo si è laureato allo Ied e ha iniziato a girare il mondo, macchinetta rigorosamente in spalla. Inserito nel 2014 tra i 10 fotografi under 25 più promettenti d’Italia e nel 2019 tra i nominati al prestigioso 6×6 World Press Photo Global Talent, pur giovanissimo, ha già allestito mostre da Tokyo a Parigi, passando per gli Stati Uniti e facendo ovunque incetta di premi: «Eppure narrare le vicende di casa ha un sapore speciale. Gran parte dei miei coetanei è stata costretta a emigrare per inseguire i propri sogni, soprattutto se coincidevano con professioni creative. Tornare e contribuire nel mio piccolo a fare qualcosa per questo posto è motivo d’orgoglio. Chi ha il mare dentro, d’altronde, se lo porta sempre dietro».

SULLE IMBARCAZIONI SI CONDIVIDE TUTTO

Nell’ultimo anno ha vissuto fianco a fianco con i pescatori, invadendo il loro universo fino a diventarne parte integrante: «Sono stato sulle feluche, le tradizionali imbarcazioni su cui si caccia lo spada nello Stretto o ospite delle “lampare”, piccole barche che attraggono i pesci attraverso un raggio di luce. Si usavano un tempo per pescare le aguglie, ora è l’usanza è praticamente scomparsa». Il motivo piuttosto scontato: «Non si prende nulla, l’ho constatato di persona». Sono le conseguenze dello sfruttamento intensivo: «Le reti hanno certamente apportato un contributo pesante in termini di devastazione, i fondali sono colmi di residui in cui gli animali continuano intrappolarsi». Con la pesca magra rimangono i ricordi, sugellati dagli scatti: «A bordo impari a condividere tutto, non esistono i concetti di mio e tuo. Le giornate sono dure, segnate dal sole: iniziano all’alba e si concludono al tramonto». In mezzo, tanto lavoro e lo spazio di un panino, sperando che almeno stavolta il mare sia clemente.

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Sull’intelligenza artificiale Violante è prigioniero del passato

Il suo approccio pedagogico è anti-moderno. Figlio di una vecchia cultura organicistica che non fa i conti col presente né tantomeno col futuro.

Può capitare di non condividere le idee di persone con le quali lavori ovvero che vivono nel tuo stesso luogo di lavoro. Il 9 dicembre mi sono imbattuto in una auto-intervista dell’onorevole Luciano Violante, presidente della Fondazione Leonardo (che è altra cosa dalla rivista “Civiltà delle Macchine” che gode di una sua autonomia tutelata dalle leggi sulla stampa e dalla lungimiranza del vertice dell’azienda Leonardo) in cui si riproponevano i temi del convegno svoltosi recentemente alla Camera e promosso da Violante sull’intelligenza artificiale. La materia va molti di moda. Ci sono convegni bisettimanali. La novità e persino l’oscurità della prospettiva sollecitano pareri informati e un nugolo di pensieri approssimativi.

NON È UNA GARA A CHI COSTRUISCE LA GABBIA MIGLIORE

Il tema che si pone Violante, e che si pongono altri, è se mettere un limite all’invadenza dell’intelligenza artificiale e se, e come, va difeso l’umanesimo, chiamato anch’esso digitale, in questa fase storica. Il tema vede molteplici aspetti soprattutto se chiamiamo in campo scienziati che già vivono nel “dopodomani”. Spesso noi, invece, viviamo ancora all’interno di “ieri”, alla storia dei dati privati di cui si impadroniscono aziende e Stati. È un problema serio ma temo che il suggerimento di Violante «pedagogia per arrivare a regole» sia quanto di più anti-moderno si possa proporre ed è prigioniero di una vecchia cultura organicistica. Il tema vero è un altro: è quello di accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in tutti i campi per verificare come e dove nascono, se nascono, i problemi di un nuovo umanesimo. È una sfida di intelligenze e di sapere, non una gara a chi costruisce la gabbia migliore.

PEDAGOGHI E GIURISTI NON SERVONO

Ogni rivoluzione tecnologica ha posto problemi di compatibilità con la natura, con l’umanesimo e con l’antropologia. Non si possono tuttavia stabilire regole e pedagogia, tantomeno regole pedagogiche. Si tratta viceversa di mettere a disposizione di grandi masse umane le risorse che il nuovo mondo ipertecnologico, che viaggia nella Rete e nello Spazio, può suggerire. Non ci servono pedagoghi e giuristi. È del tutto evidente che il tema vero è che gli Stati saranno lentamente logorati dallo sviluppo della conoscenza a disposizione dei singoli. Ci porremo il problema dell’umanesimo quando arriveremo su Marte? No, valuteremo ciò che avremo trovato e come combinare quello che sappiamo con quello che apprendiamo immergendoci nel domani e se quello che sappiamo è in grado di farci apprendere nuove cose e far fare un salto alla nostra umanità.

LE SARDINE E QUEL POPOLO DI INFORMATI CONSAPEVOLI

Il ruolo delle grandi aziende è fondamentale in questa rottura culturale che tende a ricomporre un più alto compromesso. Si parla di imprese che vivono nella società, che di questa si occupano, che danno vita a esperienze, anche attraverso fondazioni e giornali, non al servizio dell’accademia e della casta, ma di quel popolo che oggi si fa chiamare “delle sardine“, domani in altro modo, ma è il mondo degli informati consapevoli che non sanno che farsene di pedagogia e regole. E di giuristi.

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Fallito l’esperimento delle gemelle cinesi col dna modificato

Secondo una rivista del Mit il test del professore Hi Jiankui non sarebbe andato a buon fine. E anzi avrebbe introdotto al tre mutazioni.

Il controverso esperimento in cui il ricercatore cinese Hi Jiankui ha affermato di aver fatto nascere due bimbe con il Dna modificato con la tecnica Crispr è probabilmente fallito, e non ha dato alle gemelle alcuna protezione dall’infezione da Hiv. Lo affermano alla rivista del Mit alcuni esperti che hanno visionato lo studio originale che il ricercatore aveva inviato ad alcune riviste scientifiche.

L’intenzione di Jiankui, che aveva annunciato l’esperimento circa un anno fa ad un congresso scientifico, era di conferire alle bimbe una mutazione genetica che protegge dall’infezione da Hiv. Nel manoscritto, che fu rifiutato da Nature e Jama, il ricercatore aveva affermato nell’abstract di essere riuscito a riprodurre la variante nelle bimbe, e che la tecnica poteva aiutare milioni di persone a rischio di contrarre l’Aids.

Dai dati contenuti nello stesso manoscritto, ha spiegato però alla rivista Fyodor Urnov, genetista dell’università di Berkeley, emerge un’altra realtà. «L’affermazione di aver riprodotto la variante è uno sfacciato travisamento della verità, che può essere descritta solo in un modo: un falso deliberato. Lo studio mostra che il team di ricercatori invece ha fallito nel riprodurre la variante, e al suo posto hanno provocato delle altre mutazioni, il cui effetto è sconosciuto».

NESSUN TEST PRIMA DELLE GRAVIDANZE

Secondo il manoscritto inoltre, ha scritto ancora la rivista, i ricercatori non hanno condotto nessun test sulle mutazioni ottenute sugli embrioni per verificarne l’efficacia contro l’Hiv prima di iniziare le gravidanze. I genitori delle gemelline inoltre potrebbero non essere stati informati correttamente sull’esperimento, che non avrebbe ricevuto nessuna approvazione da comitati etici.

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Le alluvioni viste dallo spazio: ferite rosse nella pianura padana

Le immagini del corso del Po realizzate dal satellite europeo Sentinel 1 mostrano il nostro territorio squarciato.

Come ferite sulla pelle dell’Italia, così appaiono le alluvioni degli ultimi giorni rirpese dallo spazio: uno squarcio color rosso sangue che taglia in due la Pianura Padana. Le immagini sono del satellite Sentinel-1 di Copernicus, il programma per l’Osservazione della Terra gestito da Agenzia spaziale europea (Esa) e Commissione Europea.

DUE SCATTI IN UNO CHE VEDONO ATTRAVERSO NUBI E BUIO

L’immagine multi temporale combina due scatti separati, acquisiti il 13 e il 25 novembre: le aree inondate sono rappresentate in rosso, il fiume Po in nero, e le aree urbane in bianco. Milano sembra salva, nella parte alta dell’immagine, mentre i territori dell’alessandrino e del pavese risultano fortemente colpiti. La distinzione tra i corpi idrici dei fiumi e le zone inondate è resa possibile dal radar di Sentinel-1, capace di ‘vedere’ attraverso le nuvole, la pioggia e al buio.

UN SERVIZIO DI MAPPATURA PER LE EMERGENZE

Le immagini acquisite prima e dopo l’inondazione offrono informazioni immediate sull’entità del disastro e danno supporto per la valutazione dei danni materiali e ambientali. Il servizio di mappatura per le emergenze di Copernicus (Copernicus Emergency Mapping Service) era già stato attivato all’inizio del mese per aiutare a fronteggiare le inondazioni nel Nord-Est, dove l’acqua alta a Venezia aveva raggiunto livelli record causando la peggior inondazione degli ultimi 50 anni.

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Scoperta una molecola che blocca l’Alzheimer

L'anticorpo A13 "ringiovanisce" il cervello bloccando la malattia nella prima fase. La scoperta di uno studio italiano effettuato sui topi.

Scoperta dai ricercatori della fondazione Ebri Rita Levi-Montalcini una molecola che “ringiovanisce” il cervello bloccando l’Alzheimer nella prima fase: è l’anticorpo A13, che ringiovanisce appunto il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni e contrastando così i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia. Lo studio, italiano, è stato effettuato su topi che, così trattati, hanno ripreso a produrre neuroni a un livello quasi normale. Una strategia, secondo i ricercatori, che apre nuove possibilità di diagnosi e cura. Lo studio interamente italiano è coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione Ebri (European Brain Research Institute) Rita Levi-Montalcini, in collaborazione con il CNR, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre. E’ stato pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation.

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Il creatore della Rete ha lanciato il Contratto per salvare il web

Tim Berners-Lee ha presentato il suo manifesto per «rendere Internet più sicuro e utile per tutti». Il documento rivolto a governi, aziende e cittadini.

Il creatore del web, Tim BernersLee, ha lanciato ufficialmente il suo piano per aggiustare Internet. Lo riporta l’Agi. La Word Wide Web Fondation, una società no profit creata dallo scienziato inglese, ha già ottenuto il sostengo dei giganti tecnologici come Facebook, Google e Microsoft. È lo stesso Berners-Lee ad annunciare il progetto su Twitter: «Se noi non riusciamo a difendere la libertà del web aperto, rischiamo una distopia digitale di disuguaglianza radicale e abuso dei diritti. Dobbiamo agire ora».

Nel tweet Berners-Lee condivide il link a un sito, contractfortheweb.org, dove sono elencati i nove principi del suo Contratto per il web. Tre riguardano i governi: assicurare che ognuno possa connettersi alla rete; fare in modo che tutta la rete internet sia sempre accessibile; rispettare i diritti fondamentali della privacy e dei dati personali.

I PUNTI PER LE AZIENDE E I CITTADINI

Tre riguardano le aziende: avere sempre prezzi accessibili per i servizi di connessione; rispettare e proteggere la privacy e i dati delle persone per creare fiducia a chi accede alla rete; sviluppare tecnologie che valorizzino il meglio dell’umanità, arginandone i lati peggiori. Tre riguardano invece i cittadini: essere creatori e collaboratori del web; costruire community forti e rispettare la civiltà del discorso pubblico e la dignità umana; lottare per la rete.

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Cos’è l’animazione sospesa, la nuova frontiera della chirurgia

Consiste nel rallentare i parametri vitali del paziente e sostituire il sangue con una soluzione salina fredda. Le cose da sapere sulla tecnica sperimentata con successo negli Usa.

Abbassare la temperatura corporea del paziente, rallentandone le funzioni vitali, per dare ai chirurghi il tempo di intervenire: non è fantascienza, ma una tecnica innovativa sperimentata al Centro medico dell’università del Maryland, chiamata “animazione sospesa”. A dare la notizia è stato il settimanale di divulgazione scientifica inglese New Scientist.

LEGGI ANCHE: La scienza potrebbe invertire il processo di invecchiamento biologico

UNA PRATICA UTILIZZATA SOLTANTO NEI CASI GRAVI

Nell’animazione sospesa il sangue del paziente viene sostituito, a cuore fermo, da una soluzione salina fredda. Questa blocca l’attività cellulare del corpo, evitando i danni ai tessuti derivanti dalla scarsa ossigenazione. Viene utilizzata soltanto nei casi molto gravi, come nei traumi da arma da fuoco, quando il soggetto versa già in condizioni di parziale dissanguamento. Durante la procedura, il respiro e il battito cardiaco sono ancora rilevabili, ma soltanto con apposite strumentazioni di misura.

I PRIMI ESPERIMENTI SU CANI E TOPI

Il primo esperimento riuscito di animazione sospesa è stato condotto su un gruppo di topi nel laboratorio del biochimico americano Mark Roth. Gli animali sono stati introdotti in una camera contenente 80 ppm (parti per milione) di acido solfidrico per un periodo di sei ore, fino ad abbassare la loro temperatura intorno ai 13 gradi. Un altro tentativo è stato condotto nel 2005, questa volta da un gruppo di scienziati dell’Università di Pittsburgh. Gli animali in questione, dei cani, sono stati rianimati dopo tre ore di morte clinica, ma alcuni di loro hanno riscontrato notevoli danni al sistema nervoso. La sperimentazione sull’uomo è invece recentissima ed è stata messa in pratica, per la prima volta, al Centro medico dell’università del Maryland.

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A METÀ TRA LA SCIENZA E LA FANTASCIENZA

A partire dal XX secolo, l’animazione sospesa è diventato un tòpos della letteratura di fantascienza, utilizzato come artificio narrativo per giustificare la sopravvivenza dei personaggi per lunghi intervalli di tempo. Tuttavia, recentemente, l’idea è stata presa sul serio con l’obiettivo di condurre viaggi interstellari, della durata di centinaia o anche di migliaia di anni.

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Perché i nuovi casi di peste in Cina non sono il preludio di una pandemia

Tre contagi registrati in Cina hanno riaperto al questione di una possibile epidemia globale. Ma i dati dell'Oms degli ultimi anni suggeriscono che il morbo è sotto controllo. Tra il 2010 e 2017 solo 3 mila contagi con 500 morti. Focolai attivi, ma contenuti, in Madagascar, Congo e Perù.

È presto per parlare di pandemia. Ma i recenti contagi in Asia hanno riaperto la questione legata alla pericolosità della peste. Il 17 novembre le autorità sanitarie cinesi hanno accertato un caso di peste bubbonica nella Mongolia interna. La profilassi è scattata con effetto immediato e 28 persone sono state poste in quarantena per verificare un eventuale contagio. L’uomo, un operaio di 55 anni di una cava della contea di Xilin, ha raccontato di aver scuoiato, cucinato e mangiato il 5 novembre un coniglio selvatico, probabilmente il motivo del contagio. Questo episodio si è aggiunto ad altri due casi di peste polmonare registrati a Pechino nelle ultime settimane. Bisogna quindi preoccuparsi?

DA DOVE ORIGINA LA PESTE

Storicamente, soprattutto per gli europei, la peste richiama alla memoria la “morte nera” che a partire dal 1348 ha devastato il continente uccidendo tra i 25 e 50 milioni di persone. La peste può presentarsi in due forme: bubbonica e polmonare. La prima è la più comune e si contrare per il morso o il contatto con animali infetti. La grande epidemia del 14esimo iniziò infatti con l’arrivo di topi infetti dalla Crimea. Se la peste non viene curata in fretta può intaccare i polmoni trasformandosi in una forma più acuta e contagiosa.

I CONTAGI E I TASSI DI MORTALITÀ

Ancora oggi la peste resta una malattia quasi letale. Quella bubbonica ha un tasso di mortalità compreso tra il 30 e 60% se non viene trattata velocemente. Quella polmonare è ancora più grave se non diagnosticata in tempi brevi. Rispetto al 1348, e alle successive ondate come quella del 1630 raccontata nei Promessi Sposi, oggi le cure sono più efficaci. Se individuata in tempo può essere debellata con antibiotici che sono in grado di ripristinare completamente la salute di un ammalato.

L’ULTIMA GRANDE PANDEMIA TERMINATA NEL 1960

Ufficialmente la peste non è mai stata debellata completamente. L’ultima grande epidemia registrata durò circa un secolo con fasi alterne. Si sviluppò in Cina nella provincia di Yunnan per poi colpire soprattutto il Celeste impero e le regioni indiane tra il 1866 e il 1960. La fase più acuta, a cavallo del secolo, venne spinta anche dalle rotte dell’oppio che partivano da Sud-Est asiatico e avevano proprio nello Yunnan uno snodo fondamentale. Alla fine l’epidemia provocò oltre 12 milioni di morti.

I contagi in Madagascar nel 2017
(Fonte: Oms)

LA SITUAZIONE ATTUALE: GLI UTLIMI CONTAGI

Gli ultimi dati dell’Oms rilevati tra il 2010 e 2017 hanno individuato 3.248 casi, dei quali sono 584 si sono rivelati mortali. I Paesi coi focolai più significativi di peste al momento sono Madagascar (2.348 casi e 202 morti nel 2017), Perù e Repubblica democratica del Congo. Quest’ultima, già alle prese con un’epidemia di Ebola, tra il 1900 e 2012 ha confermato 1.006 casi con quattro morti nel 2015. In realtà anche i Paesi occidentali registrano una decina di casi l’anno, come gli Stati Uniti. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention ogni anno vengono registrati poco meno di una ventina di contagi. In questo caso gli Stati più colpiti sono stati quelli di Sud-Ovest: New Mexico, Arizona, Colorado, California, Oregon e Nevada.

I casi di peste in Usa tra il 1970 e il 2017
(Fonte: Centers for Disease Control and Prevention)

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