Crolla ponte nel Sulcis: tragedia sfiorata

Un cavalcavia alto sei metri è precipitato proprio mentre transitava un compattatore dei rifiuti. Illesi conducente e passeggero.

Tragedia sfiorata nei pressi della spiaggia di Fontanamare a Gonnesa, nel Sulcis. Un ponte alto sei metri è crollato proprio mentre transitava un compattatore dei rifiuti. L’incidente è avvenuto intorno alle 10:30. Il sovrappasso che collega la provinciale per Nebida si è spaccato in due. Sul posto stanno intervenendo i vigili del fuoco, i carabinieri e i tecnici comunali. Illesi il conducente e il passeggero del compattatore.

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Cosa c’è dietro il blocco dei collegamenti di Tirrenia con Sicilia, Sardegna e Tremiti

Dopo lo scontro tra l'armatore Onorato e i commissari, le tratte tra continente e Cagliari, Olbia e Porto Torres saranno coperte da Moby. La storia - e i problemi - della compagnia privatizzata nel 2012.

Fermi tutti, anzi forse no. Sardegna, Sicilia e isole Tremiti non saranno più raggiunte dalla navi della Tirrenia che copre le tratte passeggeri e merci con un regime di continuità territoriale.

Le navi – dal 2012, anno in cui è l’ex compagnia pubblica è stata acquisita dalla Cin dell’armatore Vincenzo Onorato – viaggiano con un contributo pubblico di 72 milioni l’anno e offrono in cambio biglietti a prezzi ridotti per i residenti proprio per supplire allo svantaggio geografico.

LO SCONTRO ONORATO-COMMISSARI

L’annuncio dello stop, a pochi mesi dalla scadenza della convenzione, è arrivato dallo stesso patron Onorato nel bel mezzo delle restrizioni per l’emergenza Covid-19. Ma le sue origini sono esclusivamente finanziarie e giudiziarie. L’atto di rottura è il sequestro conservativo dei conti del gruppo Cin (rilevato nel 2015 da Onorato) eseguito dai commissari della Tirrenia in amministrazione straordinaria. Un blocco che nonostante la liquidità della società, è stato spiegato in una nota, «ne impedisce l’operatività» e paralizza la compagnia. Dura la replica dei commissari. Il sequestro è «per legge un atto dovuto» e rappresenta un «rimedio indifferibile a tutela dei creditori», ha spiegato la terna composta da Stefano Ambrosini, Beniamino Caravita e Gerardo Longobardi. «Il tentativo di Cin di strumentalizzare a proprio favore il drammatico frangente in cui si trovano l’Italia e il mondo intero si commenta davvero da sé». Accuse cui ha risposto direttamente Onorato che ha chiesto al governo di intervenire richiamando i commissari al «senso di responsabilità».

IL COMPROMESSO SARDO: SI VIAGGIA CON MOBY

Poi, nella serata del 30 marzo, la mediazione. Si viaggia ancora, ma con le navi della Moby, altra compagnia del gruppo Onorato. Almeno per la Sardegna. Con l’intermediazione del presidente della Regione Christian Solinas, già ex assessore ai Trasporti e ideatore del progetto Flotta sarda, si è arrivati al compromesso della Moby. I collegamenti saranno garantiti al di fuori della convenzione statale, e saranno quasi a regime. Quindi ok per Civitavecchia-Olbia, Genova-Porto Torres, Napoli-Cagliari e ancora da Livorno verso Cagliari e Olbia. I sindacati di ogni colore si sono detti preoccupati per gli autotrasportatori e per l’approvvigionamento delle merci, comprese quelle essenziali e i farmaci. Il ministero dei Trasporti aveva comunque assicurato che i collegamenti sarebbe stato garantito da altre compagnie. Da qui forse la soluzione interna allo stesso gruppo definita da Onorato: «Un atto morale».

LA DECISIONE DELL’ANTITRUST UE E LA BAD COMPANY

Il perché si sia attivati a questo stallo è questione di intrecci finanziari, sentenze e controlli da parte dell’Unione europea. Tutto parte nel 2012, con la privatizzazione della Tirrenia, iniziata nel 2008. Furono necessarie due gare, la seconda vinta dalla Cin (la nuova società creata appositamente da Onorato) in cui confluivano anche l’armatore Grimaldi e Gianluigi Aponte, nonché il greco Alexis Tomasos. Tra i soci restò solo Onorato per via di una decisione dell’Antitrust Ue che intravide una posizione dominante nel Mediterraneo. Per il passaggio furono necessari 180 milioni di euro, un debito verso lo Stato mai completamente ripagato in questi anni. E nacquero – come da tradizione – due società: la good company e la bad company, la Tirrenia in amministrazione straordinaria.

Vincenzo Onorato (Ansa).

I 15 MILIONI DI EURO CONSIDERATI AIUTI DI STATO

Il 2 marzo la Commissione europea si è poi espressa su un’indagine partita nel 2011. Al centro l’utilizzo in cassa del denaro destinato alla ristrutturazione e alcune esenzioni fiscali: 15 milioni di euro sono stati considerati aiuti Stato, e quindi da restituire. Da lì il ricorso dei tre commissari al Tribunale di Roma che ha riconosciuto l’avvio del saldo richiesto – due rate per un totale di 115 milioni – sospeso in attesa di questa pronuncia. Si è quindi arrivati al provvedimento di sequestro di beni e conti, nonostante, sostenga Onorato, «siano state date garanzie» e il momento sia drammatico. Ma i commissari hanno tirato in ballo anche i conti della Moby, l’altra compagnia del gruppo, con altri contenziosi e intrecci societari. «Nel caso di specie», hanno ribadito i tre, «tenuto conto della situazione in cui versano Cin e il Gruppo Moby nel suo complesso, l’iniziativa rappresenta un rimedio indifferibile a tutela dei creditori di Tirrenia, come confermato dai Tribunali di Milano e di Roma, che vi hanno fatto luogo nonostante la sospensione dei termini disposta dal Decreto Cura Italia».

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Non è un caso che venga citata Moby. A ottobre, appena cinque mesi fa, il tribunale di Milano aveva respinto l’istanza di fallimento nei suoi confronti perché solvente e operativa ma aveva imposto massima attenzione. A presentare l’istanza un gruppo di investitori riunito in un fondo comune: sono i detentori del bond (obbligazione) da 300 milioni di euro, in scadenza nel 2023, che temono insolvenze.

LE VECCHIE BATTAGLIE NAZIONALISTE DI ONORATO

Il gruppo Onorato conta 5800 dipendenti ed è nota la battaglia dell’armatore in favore del personale italiano che cela una guerra con la concorrenza accusata di godere di agevolazioni fiscali e imbarcare (e sfruttare) lavoratori extracomunitari. Non solo: a dicembre era arrivato l’annuncio di 1.000 esuberi per Tirrenia. Ora scatta il fermo e la copertura – provvisoria – delle rotte con Moby. Almeno per la Sardegna e fino alla prossima puntata.

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Ospedali focolaio e medici a rischio: l’emergenza Covid-19 in Sardegna

L'infezione dilaga anche nelle case di riposo. Mentre i sanitari denunciano la mancanza di mascherine e protezioni. Così 'Isola, con un sistema sanitario già precario, affronta il contagio. Tra scivoloni dell'assessore regionale alla Sanità e la campagna choc del sindaco di Cagliari. Il punto.

Dalla caccia all’untore arrivato dal Nord alla corsa al controllo individuale, anche a suon di macabri slogan.

Così la Sardegna, l’isola del turismo (ora fuori stagione), si ritrova a fare i conti con lemergenza da Covid-19.

Ufficialmente 1 milione e 600 mila abitanti, con un’età media 45 anni, la regione ha un sistema sanitario fragilissimo e sbilanciato, che ha subito uno smantellamento della rete dei piccoli ospedali in favore del privato convenzionato, tra tutti il Mater Olbia finanziato dal Qatar.

FOCOLAI NEGLI OSPEDALI E NELLE CASE DI RIPOSO

Un equilibrio difeso, ora, con confini ancora più blindati perché fino al 3 aprile si entra ed esce solo con l’autorizzazione del presidente della Regione. Tutto chiuso per decreto, come nel resto d’Italia, isolamento retroattivo per gli ultimi arrivati, ma non è bastato. Perché, per ora, i focolai veri, di contagio, sono e restano le corsie degli ospedali. Nonché le case di riposo. E le procure sarde sono già al lavoro a Cagliari e Sassari. Diciotto i decessi (al 26 marzo), 440 i positivi di cui oltre la metà – almeno 260 – nel Nord della regione, in un territorio che va da Sassari a Olbia, in gran parte tra i sanitari, appunto. Gli addetti ai lavori stimano siano almeno la metà, anche se per la Regione sono un quarto, il 26%.

Materiale medicale arrivato a Cagliari dalla Cina (Ansa).

MEDICI SENZA MASCHERINE E IL DIKTAT DEL SILENZIO

È iniziato a Cagliari con il primissimo contagio, poi Nuoro, nell’ospedale San Francesco, un caso da manuale poi miracolosamente disinnescato quando l’esercito era già pronto ad allestire un ospedale da campo. Medici, infermieri e oss contagiati, pazienti poi trasportati nell’ospedale di Tempio, in Gallura. Protocolli non rispettati o assenti, come i dispositivi di sicurezza: così il reparto di Cardiologia del Santissima Annunziata di Sassari è diventato crocevia di destini di pazienti e professionisti (anche di rientro da Milano), chiusi dentro per tre giorni. Per fare i tamponi (a singhiozzo) a ospiti e dipendenti della locale casa di riposo, a gestione comunale, Casa Serena (140 gli anziani, tra cui una vittima e 26 positivi) sono dovuti arrivare i medici militari da Roma. Per i sindacati è «una polveriera».

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E non è l’unica: succede nelle residenze sanitarie, e in altri centri del Medio Campidano e della Barbagia. Dove la guardia medicainfetta – è passata per più paesi. Le infermiere fanno il bucato con le mascherine riciclate e condividono le foto via chat, altri denunciano di avere «Panni swiffer sulla bocca». Per tutti loro vige il diktat del silenzio imposto dalla Regione alle aziende: chi parla rischia provvedimenti disciplinari. Eppure, senza nome, fioccano i racconti e le interviste. Il piano d’emergenza prevede il reclutamento di 600 sanitari per dare il cambio a chi è in quarantena, per 200 infermieri – però – chiamata a partita Iva. Si fattura per sei mesi, sotto turnazione, e poi chissà.

L’aula del Consiglio regionale sardo (Ansa).

GLI SCIVOLONI DELL’ASSESSORE ALLA SANITÀ

La Regione guidata dal sardista leghista Christian Solinas è riuscita ad accentrare tutta la comunicazione delle singole aziende sanitarie locali. Ma qualcosa è sfuggito: le esternazioni di un assessore, non uno a caso ma quello alla Sanità, Mario Nieddu, in quota Lega. Sul record di contagi tra i sanitari (in proporzione ai “civili”) in un’intervista a Videolina ha dichiarato che «ci può stare».

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E al primo scivolone il 17 marzo si è aggiunta la citazione di un’azienda, la Tema srl, a cui sarebbero stati commissionati dei test rapidi. Prodotti definiti pochi giorni dopo dallo stesso assessore «poco affidabili». Da lì la reazione della società che ha annunciato azioni penali, e negato di aver ricevuto gli ordini a quella data. E se i medici continuano a denunciare carenze, dalla Regione arrivano assicurazioni sulle dotazioni (450 mila mascherine distribuite dalla Protezione civile) oltre ai doni quotidiani di imprenditori cinesi. Per il futuro, però, si punta sull‘high tech: tamponi per tutti, stile Veneto e Corea del Sud, app per tracciare gli spostamenti e sperimentali braccialetti- saturimetri da assegnare agli asintomatici in isolamento.

La comunicazione voluta dal sindaco di Cagliari è stata duramente contestata.

I MANIFESTI CHOC A CAGLIARI E IL TAM TAM SOCIAL DEI SINDACI

Il tam tam dei sindaci (anche di micro comuni) riuniti nell’Anci Sardegna ha spinto verso la chiusura dell’Isola. Parole di apprensione, da Pula a San Teodoro, di fronte agli arrivi, specie nei comuni costieri, nei primi giorni dell’emergenza. Sono gli stessi primi cittadini a comunicare la presenza di positivi su Facebook, spesso denunciano senza alcun coordinamento regionale. Ed è quindi caccia alle uscite inutili, seppur in solitaria o con il cane come lasciapassare. Fino all’ultima mossa del sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu (Fdi) che a inizio marzo aveva assicurato: «La città è aperta».

La campagna di comunicazione ha dato il via a una controcampagna sui social.

Sui muri urbani sono apparsi tre diversi messaggi istituzionali su cartelloni 6 metri per 3. «Quando hanno portato mia madre in ospedale ho capito che dovevo rinunciare alla corsa», e ancora «Quando hanno intubato mio padre ho pensato a quella passeggiata che non dovevo fare». Un registro colpevolizzante contestato dall’opposizione di centrosinistra e diventato nel giro di poche ore bersaglio dei meme.

I cartelloni apparsi a Cagliari voluti dall’amministrazione.

Fondo bianco, caratteri cubitali rossi e neri come gli originali – al punto da essere facilmente confusi – hanno creato una controcampagna social, una rivolta collettiva. Tra tutti, questo: «Quando mi hanno portato in ospedale, non pensavo che mi sarei ammalato proprio lì», una sardonica – e amara – verità.

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Sardegna, corsa contro il tempo per la continuità territoriale

La liquidazione di Air Italy piomba allo scadere dell'ultima proroga del bando. Ed è impossibile chiudere il dossier entro il 16 aprile. Il punto.

«L’avevamo detto», ripetono adesso in coro. Ed era scontato.

Sono gli esodati del 2016, circa 400 tra piloti, hostess e stewart, amministrativi che restarono a terra dopo la cura forzata in vista del passaggio da Meridiana Fly (dall’unione con Eurofly nel 2006) ad Air Italy portato a termine due anni fa.

Ora che la liquidazione della compagnia aerea è ufficiale, c’è chi guarda al passato prossimo, chi al futuro. 

LE MIRE DELLE LOW COST E I PIANI DELLA REGIONE SARDEGNA

Così, mentre le low cost come Ryanair e Wizz Air tentano di piombare a gran velocità sulle professionalità del vettore (offrendo contratti e carriere), c’è anche chi ipotizza una partecipazione diretta della Regione Sardegna. E se nel primo caso non si registrano ancora fughe di massa, (considerate le differenti condizioni di impiego), la seconda, avanzata dal consigliere regionale dem Giuseppe Meloni, fa tornare alla mente l’esperimento della Flotta sarda, con l’ente armatore e un crac doloroso.

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Intanto su Facebook spopola l’ipotesi di una compagnia fai-da-te con tanto di colletta social tra ironia, rabbia e la paura di restare isolati. Ed è comunque una corsa contro il tempo anche a Roma, in un susseguirsi di riunioni e tavoli, con la ministra dei Trasporti Paola De Micheli che si è detta «irritata» per le modalità in cui si è arrivati allo stop. 

LA STORIA DI AIR ITALY FINO ALL’ADDIO DI AGA KHAN

Nata a Olbia nel 1963 come Alisarda per volere del principe ismaelita Aga Khan, la compagnia era indispensabile per collegare il distretto turistico d’élite Costa Smeralda (ex Monti di Mola) al resto del mondo. Un amore quello del principe non del tutto disinteressato ma coltivato con investimenti strutturali e rimasto intatto per decenni. Ora qualcosa si è rotto: l’Aga Khan, che ormai ha superato gli 80 anni, ha tenuto il suo 51% (tramite il fondo Akfed e l’Alisarda new version), contro il 49% della Qatar Airways. E se il vettore di Doha si è detto pronto a reinvestire di fronte alle perdite Air Italy (164 milioni nel 2018, seguiti secondo indiscrezioni da ulteriori 200), per il padre fondatore la risposta è stata «no». La compagnia con 1.450 dipendenti, di cui 550 in Sardegna, nove aerei, di cui tre Airbus a lungo raggio e 26 rotte coperte, è così “atterrata”. Anche l’acquisto di 3 Boeing 737 Max, poi inutilizzati per via dei problemi di sicurezza, ha avuto il suo peso in questa picchiata. Intanto dal sito della holding Aga Khan Fund for Economic Development (Akfed) è addirittura scomparso il settore dedicato ai trasporti aerei.

LA MANCANZA DI STRATEGIE

Anche se gli hangar sono rimasti a Olbia ed è stata mantenuta la base nell’aeroporto Costa Smeralda (gestito dalla Geasar in mano per il 79% ad Alisarda) l’orizzonte di Air Italy è sempre stato altrove. E lo si è capito fin dalla sua nascita quando il baricentro delle attività è stato spostato a Milano Malpensa, diventato hub-snodo internazionale. Al punto che un gruppo di lavoratori sono stati costretti al trasferimento, pur di non perdere il posto. Dieci milioni di passeggeri nel 2023, 50 nuovi aerei e 1500 assunzioni erano gli obiettivi del piano industriale ormai saltato. «Air Italy puntava a rotte a lungo raggio, perché sembrava che il mercato si muovesse in quella direzione», spiega a Lettera43.it Italo Meloni, docente dell’Università di Cagliari ed esperto in pianificazione dei trasporti. Evidentemente è mancata una strategia.

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Di certo ha influito, e non poco, la partita sulla continuità territoriale in Sardegna (il bando che consente tariffe agevolate per i residenti). Prima, lo scorso anno, Air Italy non si è presentata alla gara. «Poi», continua Meloni, «è rientrata ma accettando gli oneri di servizio, senza i relativi indennizzi economici. Un errore che ha pesato». A cui si aggiunge un contenzioso con Alitalia e la riduzione delle tratte: due linee da Olbia verso Milano Malpensa e verso Roma Fiumicino, una sola da Cagliari verso Malpensa. 

UNA ROAD MAP PIENA DI INCOGNITE

L’addio della compagnia piomba allo scadere dell’ultima proroga del bando che consente i collegamenti aerei verso Roma e Milano a prezzi vantaggiosi per i sardi in nome del diritto alla mobilità. Il presidente della Regione, Christian Solinas (Lega – Partito sardo d’Azione) un anno fa, al suo insediamento aveva bloccato il bando della Giunta precedente di centrosinistra. Una toppa di un anno e ora tutto da rifare con l’occhio vigile della Commissione europea a cui spettano i rilievi, ma solo a cose fatte. Prima è necessario un nuovo bando, poi servono la conferenza di servizi, un decreto del ministero e quindi la gara per assegnare le rotte. Impossibile chiudere per il 16 aprile, quando scadrà la continuità territoriale.

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Base di Capo Teulada: un disastro senza colpevoli

Nei 7 mila ettari della base sarda l'inquinamento è accertato. Impossibile, però, stabilire di chi sia la responsabilità. Ora la spiaggia è libera ma il pm ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta partita da esposti che denunciavano l'insorgenza di tumori riconducibili all'attività del poligono. La storia di un paradiso perduto.

A inizio 2019 la liberazione della spiaggia di Capo Teulada dalle servitù militari. Alla fine dello stesso anno la richiesta di archiviazione per l’indagini (da parte del pm) sul disastro ambientale nella base del Sulcis, Sud Ovest della Sardegna.

Tutto risolto, quindi? No, perché nei 7 mila ettari del poligono (il secondo per estensione italiano) l’inquinamento nel territorio è accertato. Impossibile, invece, stabilire di chi sia la responsabilità, individuare dei colpevoli.

Questa la conclusione del magistrato della Procura di Cagliari, Emanuele Secci che, nel 2012, aveva aperto l’inchiesta.

DAGLI ESPOSTI ALLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

Tutto nacque da una ventina di esposti: alcuni abitanti ed ex militari di leva denunciavano leucemie, linfomi di Hodgkin e altri tumori riconducibili alle attività al di là del filo spinato. Indagati i capi di Stato maggiore che hanno guidato la base tra il 2009 e il 2014, un ciclo recente: Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni. A loro carico accuse di omicidio colposo e lesioni (stralciate nel corso del tempo) e di disastro ambientale.

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Ma se per il magistrato è impossibile dimostrare «il nesso causale tra patologia e alcuni decessi», non si arrendono i malati e i parenti delle vittime che si oppongono all’istanza di archiviazione.

LA STORIA DEL POLIGONO SARDO

Sabbia bianca, cale diverse l’una dall’altra, chiuse da cespugli di macchia mediterranea: eppure il litorale di Teulada è apparso solo di recente nella geografia del turismo balneare. Perché qui, dal 1956, si spara in cielo, mare e terra e non si bonifica. Un territorio affidato all’esercito, a disposizione della Nato, in cui si davano appuntamento gli eserciti internazionali per maxi operazioni di addestramento come la Trident Juncture. Da ottobre a primavera sbarcavano i mezzi cingolati direttamente sulla battigia, in aria rombavano i caccia bombardieri. Non solo: negli ultimi anni sono stati costruiti scenari reali in linea con i conflitti attuali. Ed ecco quindi il villaggio mediorientale e quello balcanico. La base è poi diventata un centro europeo d’addestramento ad alta tecnologia, il principale.

Una immagine d’archivio di una esercitazione con mezzi corazzati nel poligono di Capo Teulada in Sardegna (Ansa).

I “SOUVENIR” DI GUERRA SULLA SPIAGGIA

Ma facciamo un passo indietro, ai decenni precedenti, sebbene l’inchiesta si concentri su una frazione degli ultimi 10 anni. A Teulada le esercitazioni vanno avanti dalla sua nascita senza eccessive tutele, né per l’ambiente, né per le persone; i “souvenir” delle esercitazioni sono ancora ovunque: nella sabbia e in acqua. Al punto che d’estate non è difficile trovare code di missili a poca distanza dalla riva, proiettili, portelloni di carriarmati ormai arrugginiti. Succede a Cala Zafferano e in altre aree: interdette, ma di fatto raggiunte dai bagnanti, via mare.

PENISOLA DELTA, L’AREA OFF LIMITS

E poi c’è un’area ritenuta anche dai militari inaccessibile: una piccola penisola, chiusa da Capo Teulada. Meglio conosciuta come penisola Delta, off limits (per persone e mezzi) perché utilizzata come discarica, abusiva, da sempre. Lì, si sono concentrate le esercitazioni a fuoco, anno dopo anno. Basti pensare che in un periodo campione tra il 2008 e il 2016 ci sono state più di 860 mila esplosioni, secondo la ricostruzione della Procura di Cagliari. E nessuno ha mai ripulito nulla, così sono rimasti anche i materiali inesplosi. Il pericolo quindi non è solo ambientale.

La conclusione di una esercitazione al poligono (Ansa).

LA BONIFICA MAI REALIZZATA

Bonificare ora? Già nel 2016, nell’ambito della Commissione nazionale di inchiesta sull’uranio impoverito, era stato dichiarato impossibile perché antieconomico. Proprio per la Commissione quella penisola era «il simbolo della maledizione che per troppi decenni ha pesato sull’universo militare». L’allora presidente Gian Piero Scanu (Pd) auspicava: «Mai più una gestione del territorio affidata in via esclusiva all’autorità militare, senza interlocuzioni con l’amministrazione dell’ambiente, con la Regione e con le autonomie locali. Garantire al meglio la sicurezza e la salute dei militari non è un sogno, ma un atto dovuto alle nostre forze armate per l’impegno e lo spirito di sacrificio dimostrati ogni giorno al servizio del Paese». Da allora c’è un percorso condiviso tra Regione e Difesa andato avanti nonostante i cambi politici di governo nazionale e locale, eppure i risultati sono limitati. La Sardegna resta terra di esercitazioni e la micro-penisola Delta è sacrificata per sempre: vi si trovano cadmio, piombo, rame, stagno in quantità pericolose. E ci sarebbero sostanze radioattive.

LO SPETTRO DEL FOSFORO BIANCO

Come il fosforo bianco di proiettili utilizzati nel corso di alcune fasi di addestramento. Questa la testimonianza nel 2017 davanti alla Commissione dell’ex caporalmaggiore Vittorio Lentini, dipendente civile della Difesa: «Sparavamo sulla penisola interdetta del poligono militare di Capo Teulada munizioni con la sigla Nato-Wp (white phosphorus, ndr); io stesso le ho infilate nelle bocche da fuoco del mio blindo Centauro». Munizioni chimiche vietate dalle convenzioni internazionali, che hanno «avuto effetti devastanti quando sono state usate dagli americani sulla popolazione di Falluja, in Iraq». Era il 2005: ustioni multiple e interne nei corpi delle vittime. Sui terreni e sui corpi (ora malati) di chi le ha testate non è dato sapere. O meglio: non è ancora il momento del «nesso causale».

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L’incognita della continuità territoriale marittima pesa sull’economia della Sardegna

La convenzione scade nel 2020 e il tempo stringe. Un eventuale aumento dei costi del trasporto via mare metterebbe a rischio 500 lavoratori del settore estrattivo. Il punto.

Accettato il paradosso tutto isolano di un porto dedicato alle merci ma fermo – a caccia di investitori e con 200 lavoratori in cassa integrazione – presto per la Sardegna dovrà risolvere il rebus. Quello della continuità territoriale marittima che regge gli spostamenti calmierati via mare per passeggeri residenti e merci. La scadenza della convenzione attuale è imminente, luglio 2020. A queste regole – e soprattutto ai relativi costi di trasporto – è legata l’economia sarda in «ripresina». Questo il termine che si ritrova nell’ultimo rapporto Svimez in cui fanno da traino, ancora, i servizi con un apporto anche dell’industria. Ed è proprio da uno dei comparti industriali che è arrivato l’ultimo appello, rilanciato dal nuovo assessore ai Trasporti della Giunta di centrodestra, Giorgio Todde.

L’INCOGNITA DEI PREZZI METTE A RISCHIO 500 POSTI DI LAVORO

A chiedere un intervento urgente sono le tre principali aziende che producono piastrelle e che gestiscono anche le cave sarde. Ceramica Mediterranea, Svimsa e Maffei silicati sardi contano un fatturato di 70 milioni l’anno. Le prime due operano nel Sud – attorno a Cagliari – l’altra nel Nuorese: a loro fanno riferimento piccole e medie cave da cui viene estratta la sabbia e altri minerali (come il caolino) destinati alle fabbriche dell’Italia settentrionale, soprattutto a quelle del distretto emiliano della ceramica. I siti di estrazione sono distribuiti in tutta l’Isola: da Ottana a Orani, da Guspini a Escalaplano. Da qui i camion partono alla volta del continente, ovviamente via nave. Ma con l’imminente incognita dei prezzi di trasporto l’intero comparto potrebbe essere a rischio e con esso, anche i 500 posti di lavoro tra diretti e indotto (operai, gruisti, trasportatori). Una realtà produttiva che esiste da decenni che ora ha difficoltà a programmare le attività oltre la prossima estate.

UN MOVIMENTO DI 2 MILIONI DI TONNELLATE DI SABBIA L’ANNO

La spola dei camion – la stima è di 50 mila l’anno, per 2 milioni di tonnellate di materiale – viaggia sulle rotte Olbia o Cagliari verso Livorno di solito effettuate da Moby e Tirrenia (da tre anni entrambre nel Gruppo Onorato Armatori) e del concorrente Grimaldi. Si tratta del 25% del totale dei movimenti dei tir dalla Sardegna verso la penisola. L’ipotetico aumento dei prezzi significherebbe – secondo le aziende – la fuga certa dei clienti verso cave meno costose, in Grecia o in altre zone del sud Europa. Perché sul costo finale di trasporto, la metà è per quella traversata in nave. Su cui ci sono stati dei rincari già a gennaio 2019, tra tante polemiche degli operatori e dure prese di posizione di Confapi Sardegna. Rispetto al 2018 – infatti – le tariffe sono aumentate dal 25 al 40%, una mossa simultanea per Tirrenia, Moby e Grimaldi proprio sulle rotte più battute. Un esempio concreto: per far viaggiare un autoarticolato si possono spendere fino a 600 euro. 

L’ALLARME DELL’ASSESSORE REGIONALE AI TRASPORTI

I dubbi e le incertezze delle aziende sono state fatti propri dall’assessore regionale ai Trasporti Todde. Dalle colonne de La Nuova Sardegna ha rilanciato il caso dopo un incontro con i loro rappresentanti: «Presto quei lavoratori potrebbero restare tutti a casa», ha detto. «Il motivo è semplice. Senza certezze sulla convenzione non possono andare avanti. I costi di trasporto sarebbero troppo alti per restare competitivi sul mercato. Non possiamo assistere passivi a questo disastro». 

IL SILENZIO DI ROMA

L’assessore Todde ribatte sul silenzio da parte di Roma (con l’alternanza estiva di due governi) e nessun bando di gara pronto in vista dell’estate. I tempi sono davvero stretti e si fa strada l’ipotesi di una proroga dell’attuale convenzione (che vale 72 milioni l’anno trasferiti dallo Stato a Cin Tirrenia su rotte mantenute attive tutto l’anno anche se in perdita). Le alternative – già citate dal governatore Christian Solinas – sarebbero l’applicazione del modello spagnolo che prevede per le sue isole un rimborso direttamente al passeggero su singolo biglietto e non alla compagnia, oppure di quello corso che mantiene prezzi fissi per gli utenti ed è aperto a più operatori. Ma la Regione può solo chiedere incontri al governo e aspettare. Perché a differenza della continuità aerea gestita dalla Regione, quella marittima è materia dello Stato con l’ente locale di fatto spettatore. Nel 2012, da ricordare, il tentativo di infrangere l’esclusiva con la Flotta sarda: navi prese a nolo per sabotare quello che veniva definito ‘monopolio dei mari‘. Un progetto dell’allora presidente della Regione, Ugo Cappellacci, e del suo assessore ai Trasporti, Christian Solinas diventato ora governatore. L’eredità è nota: un buco da 10 milioni di euro nelle casse regionali, il fallimento della compagnia controllata Saremare e una procedura d’infrazione Ue. 

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In Sardegna torna il tormentone del piano paesaggistico regionale

Anche la Giunta Solinas promette modifiche alla normativa. Sostenendo una ricettività di qualità che preservi, dice l'assessore competente, «bellezza e identità». Ma gli ambientalisti insorgono.

Come sempre ritorna. In Sardegna la gestione urbanistica del territorio è un tormentone politico ed economico che ciclicamente scatena polemiche e scuote i palazzi. Da quasi 15 anni, ormai, muove odi e passioni. La norma-guida – in linea con il codice Urbani – è infatti del 2006: il noto Piano paesaggistico regionale voluto dall’allora Giunta di centrosinistra del presidente della Regione, Renato Soru.

TRA DIETROFRONT E PROMESSE

Tra deroghe e detrattori che la considerano troppo burocratica di fatto resta lì con alcuni divieti: tra tutti quello, assoluto, della costruzione nella fascia dei 300 metri dal mare. Ma i tentativi di modifica sono continui. Niente da fare per una revisione voluta dal centrodestra di Ugo Cappellacci, poi revocata. Niente da fare anche per la legge urbanistica del centrosinistra: quasi un anno fa il testo (che prevedeva nuove cubature alberghiere) era pronto per esser discusso in Consiglio, poi, alla vigilia il dietrofront dell’assessore competente della Giunta Pigliaru, Cristiano Erriu. Troppi malumori, troppa paura del probabile fuoco amico a pochi mesi dalla fine legislatura. E così la legge restò un‘incompiuta ormai a ridosso della campagna elettorale. Da candidato Christian Solinas (Psd’Az-Lega) l’aveva promesso: metteremo mano alla disciplina. E l’ha ribadito nelle ultime settimane: presto sarà presentata la proposta.

Il presidente della Regione Sardegna Christian Solinas.

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GLI SLOGAN DI SANNA: BELLO E IDENTITÀ

A smuovere le acque nella politica isolana post Ferragosto (accusata di non avere ritmi incalzanti) sono state poi le parole dell’assessore all’Urbanistica, il sardista Quirico Sanna. In un’intervista al quotidiano La Nuova Sardegna ha rimesso in marcia il dibattito con slogan e intenti quasi filosofici. Come quello di voler seguire «il bello», non importa se in riva al mare. Se è bello è bello e allora si può anche dare qualche premialità (in cubatura di cemento). Il riferimento è al modello Costa Smeralda di 60 anni fa. Poi, cita addirittura «l’identità» isolana, per questo – spiega Sanna – ci saranno gli investimenti verso l’interno (previsti campi da golf nei micro paesi). Tra gli esempi citati le strutture tipiche come la casa campidanese e lo stazzo gallurese, probabilmente da replicare. Ma il suo motto è: «Stop alle seconde case. Benvenuta la ricettività di qualità». Quindi alberghi di qualità, con eventuali ecomostri da demolire e rifare puntando sempre all’estetica.

Un hotel in Costa Smeralda.

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SOLINAS CHIEDE “PIENI POTERI” PER LA SARDEGNA

I contenuti, al momento, appaiono generici. Più definito, sembrerebbe, il metodo. Tra i punti c’è infatti la regionalizzazione della Sovrintendenza che dovrebbe far capo, nei piani dell’attuale Giunta, non a Roma ma direttamente a Cagliari. Come possa avvenire questa fagocitazione non è dato sapere. Di certo, il ruolo dell’ente negli ultimi anni è stato determinante in casi d’impatto sociale con la dirimente del Piano paesaggistico: dai tagli nella foresta del Marganai, nel Sulcis, al progetto di pozzo esplorativo per idrocarburi della Saras ad Arborea, nell’Oristanese. In sostanza Solinas e i suoi evocano «pieni poteri» sulla scia delle richieste salviniane. Si tratterebbe di creare una norma d’attuazione dell’Autonomia regionale, anche se l’ambiente e la tutela del paesaggio – come evidenziato da una precedente controversia giuridica mossa proprio dal centrodestra – è una competenza statale con il lume dell’articolo 9 della Costituzione. E lo stesso Piano è frutto di una concertazione con il Mibact.

LA LEVATA DI SCUDI DEGLI AMBIENTALISTI

È questo uno dei rilievi mossi da Italia Nostra, dalla presidente Maria Paola Morittu. A ruota poi, gli altri attacchi: dagli ambientalisti del Grig (Gruppo d’intervento giuridico), da sempre in prima linea: «Non ci spaventano certo le battaglie per la salvaguardia del territorio sardo e, in particolare, della sua parte più pregiata, le coste. C’è una sensibilità ambientale sempre più forte, trasversale, diffusa». Per il presidente Stefano Deliperi «c’è ancora chi vuol ancora dar fiato alla speculazione immobiliare, magari avendo le mani libere da controlli, lacci e lacciuoli? Troverà la risposta adeguata». Nonostante le rassicurazioni si pensa che le modifiche andranno verso la speculazione. La stessa convinzione dell’urbanista Sandro Roggio che ha collaborato alla redazione del Piano paesaggistico. Il professionista denuncia la confusione, a suo dire, dei livelli: «La tutela di un luogo si fonda su altri presupposti che sfuggono completamente agli assessori della giunta Solinas. Si confonde la materia urbanistica su cui la Sardegna ha già poteri attribuiti – e sembrano non saperlo – con la tutela dei beni culturali e quindi dei paesaggi pregiati e vincolati dal Ppr con valutazioni scientifiche».

Spiaggia Capriccioli in Costa Smeralda.

IN GALLURA PAESAGGIO FA RIMA CON EDILIZIA

Ancora una volta quindi urbanistica in Sardegna fa rima con turismo (e il sempreverde proposito di destagionalizzare) e paesaggio con edilizia. E in Gallura ancor di più. Qui c’è il compendio della Costa Smeralda, i cui quattro alberghi di lusso nel 2012 sono stati acquistati dalla Qia, la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano della famiglia regnante del Qatar. Un passaggio di mano dal finanziere Tom Barrack per una cifra vicina a 600 milioni di euro con l’apertura di un’inchiesta giudiziaria per presunta evasione fiscale. Ebbene, da sette anni l’enclave del turismo elitario aspetta un segnale per un master plan rimasto nel cassetto (con investimento annesso) mentre nel frattempo è stato avviato a Olbia l’ospedale privato in convenzione con la Regione (da 60 milioni l’anno) ed è stata acquisita anche l’ex Meridiana (ora AirItaly) attiva in regime di continuità a tempo dopo un addio flash. A metà agosto Solinas ha disertato una cena con la famiglia reale di Doha, basterà per non assecondare i desiderata? Intanto a Roma, il governo – d’un tratto – non è più quello dello sponsor Matteo Salvini.

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