Auguri a Rosa Pia Greco

Quante chiavi ha in mano Rosa Pia per guardare al futuro, oggi da splendida quattordicenne? Diverse. Quella consegnata dalla scuola, la scelta non semplice di una cultura classica, quella dello sport, sulla scia delle farfalle azzurre, il teatro, il desiderio di cantare. L’augurio è di aprire tutte le porte senza timore, per cercare, senza mai scendere a compromessi, il proprio daimon, tendendo all’eccellenza, senza mai perdere il sorriso. L’augurio più affettuoso di buon compleanno a te e mamma Monica, dalla più folle delle madrine, Olga, unitamente a Tonino e all’intera redazione di Cronache del Mezzogiorno.

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Nocera Inferiore, rissa a colpi di sgabello davanti ai bambini, identificati due giovani


I carabinieri hanno identificato due giovani che, lo scorso 20 settembre, avrebbero partecipato alla violenta rissa scoppiata nel centro di Nocera Inferiore (Salerno): dopo un litigio con i titolari di un'attività commerciale due ragazzi avevano cominciato a lanciare sgabelli e si era arrivati allo scontro fisico coi titolari dell'attività commerciale.
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Il 21 settembre la Chiesa ricorda San Matteo apostolo patrono di Salerno


Matteo è il patrono di Salerno e protettore della Guardia di Finanza: si celebra il 21 settembre nel capoluogo campano con una grande processione, molto partecipata. Egli fu un apostolo e un evangelista, visse a Cafarnao dove era esattore delle tasse, fino a quando decise di seguire gli insegnamenti di Gesù e liberarsi di tutti i suoi beni materiali.
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Così si uccide l’ecosistema: rete da pesca ‘barracuda’ sequestrata nel mare di Cetara


La rete di pesca barracuda, capace di fare razzìa di pesci piccoli e grandi, posizionata a pochi metri dalla costa di uno dei luoghi più belli della Costiera Amalfitana: Cetara, il paese della celebre Colatura di Alici. Il tramaglio individuato da poliziotti in acquascooter che lo rimuovono. Indagini ancora in corso per individuare i pescatori illegali.
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Omicidio Autuori, un pentito scagiona Bisogni

di Pina Ferro

“Bisogni non ha nulla a che fare con l’omicidio di Aldo Autori, il quale non sarebbe stato ucciso per ragioni legati al trasporto su gomma ma per fatti legati al traffico di sostanze stupefacenti”. E’ in sintesi quanto avrebbe dichiarato il collaboratore di giustizia Pompeo D’Auria, nato a Salerno ma residente a Montoro, arrestato nel 2018 per reati legati a delle truffe informatiche. In realtà Pompeo D’Auria a suo carico ha diversi capi d’imputazione. Dunque, si aprono nuovi scenari sull’omicidio di Aldo Autuori avvenuto a Pontecagnano la sera del 25 agosto del 2015. Pompeo D’auria sarebbe il secondo collaboratore di giustizia a parlare dell’esecuzione di Autori. Pompeo D’Auria, ora sottoposto al programma di protezione da parte del servizio centrale. Ovviamente, quanto affermato dallo stesso dovrà trovare riscontro da parte degli organi inquirenti. Quindi bisognerà stabilire l’attendibilità delle rivelazioni che ha fatto ai magistrati dell’anntimafia. Sembrerebbe che D’Auria, non legato a nessuna consorteria criminale, abbia appreso i dettagli rilevati durante la sua detenzione in carcere.

Per l’omicidio di Aldo Autuori, sono a processo: Francesco Mogavero di Pontecagnano ritenuto il mandante dell’esecuzione, Gennaro Trambarulo di Giuliano in Campania, ritenuto l’esecutore materiale; Luigi Di Martino alias o profeta, di Castellammare di Stabia,  che avrebbe avuto il ruolo di intermediario tra Francesco mallardo di Giuliano, Enrico Bisogni di Bellizzi e Stefano Cecere del clan Mallardo. Antonio Tesone alias l’uomo della masseria, anche egli a processo ma con altro rito.

La Procura dopo un’intensa attività investigativa aveva ricostruito l’intero scenario dell’omicidio, ora le rivelazioni del collaboratore di giustizia sembrerebbe che tutto si rimetta in discussione.

Secondo la ricostruzione operata dalla Dda i mandanti dell’omicidio Francesco Mogavero ed Enrico Bisogni, due elementi di spicco del clan Pecoraro-Renna operante nella Piana a Sud diSalerno, avrebbero decretato la morte di Autuori perchè , questi, uscito dal carcere, avrebbe intrapreso una serie di attività “di intralcio al predominio, sul territorio, del clan”, creando una ditta concorrente. Mogavero e Bisogni, al vertice del clan Pecoraro-Renna, si sarebbero rivolti a Luigi Di Martino, detto ‘o profeta, affiliato al clan Cesarano di Castellammare di Stabia, nel Napoletano, chiedendogli una “collaborazione per l’esecuzione materiale dell’omicidio”. Di Martino, a sua volta, avrebbe fatto da intermediario tra i mandanti e gli esecutori materiali del delitto rivolgendosi a Francesco Mal- lardo, capo indiscusso dell’omonimo clan di Giugliano in Campania, il quale avrebbe, poi, dato incarico di uccidere Autuori ad Antonio Tesone, alias ‘uomo della masseria’, e a Gennaro Trambarulo. Le risultanze investigative hanno rivelato come Francesco Mallardo, che all’epoca dei fatti era sotto posto al regime della libertà vigilata a Sulmona, sarebbe stato, più volte, contattato e raggiunto in Abruzzo da Luigi Di Martino, al quale avrebbe fornito la disponibilità dei suoi uomini a compiere il delitto.

Dalle investigazioni, emerse “il forte legame tra Francesco Mogavero ed Enrico Bisogni con Luigi Di Martino del clan Cesarano, tanto da consentire ai primi di chiedere l’aiuto al secondo per eseguire l’omicidio”.  I tre clan, i Mogavero di Pontecagnano, i Cesarano di Castellammare di Stabia e i Mallardo di Giugliano in Campania, “avevano allacciato strettissimi rapporti al fine di incrementare e consolidare il controllo sui rispettivi territori di competenza, scambiandosi reciproci favori, come nel caso dell’omicidio di Aldo Autori”

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Voci dal Serraglio: Salvatore Capone rubrica curata da Olga Chieffi

                                                    Il piccolo Pelè

Tutti sognavano di indossare la maglia n°10 di ‘ O Rey, e il piccolo calciatore di allora la conquistò e la onorò in una tiratissima sfida con la squadra della Don Bosco

Di Salvatore Capone

Piccolino fui portato in istituto, e la tristezza mi ha  accompagnato, nei miei anni trascorsi all’Orfanotrofio Umberto I. Ricordo Vincenzo Sica eravamo insieme in  quinta camerata,  l’istitutore  Antonio Mastrogiovanni  sempre cordiale e sempre affettuoso, Gennaro Maiorano da tutti chiamato il (nonno) per la sua avanzata età, poi  Ernesto Fasulo , infine, lui una grande persona carico di affetto e di dolcezza, un padre il professore Antonio Gregorio, lui ha dato tanto a noi ragazzi ci ha sempre aiutati e protetti, guai chi ci toccava, ricordo anche qualche capo scelto quale Silvio Porcelli, trombettiere, era lui che la mattina e la sera ci richiamava all’adunata, tanti ricordi, tra i quali, di molti ho perso la memoria, non bellissimi, come credo lo sia per la maggior parte di tutti noi. Un aneddoto e fresco e vivo nella mia mente e, ancora oggi, mi dà piacere il riviverlo e  il raccontarlo. Correva l’anno 1969, una delle mie passioni era giocare a calcio e, a detta di tanti, giocavo bene. Ricordo con entusiasmo le tante partite nella villetta,  con tutti noi a giocare e  tante squadre  a rincorrere una palla di pezza, un ciotola di latta della famosa carne Simmenthal, che dopo averla mangiata la si schiacciava in modo da poterla calciare, e non dimentico il pezzo di legno quadrato che chiedevamo al falegname che lui sorridendo ci regalava. Il professore Gregorio tifoso accanito del Milan e, abbastanza padrone della materia, pensò bene di scrivere una squadra di calcio ad un campionato esterno. La felicità di noi ragazzi fu indescrivibile, ma come tutte le cose bisognava fare una selezione che il professore fece, tutti noi ci mettemmo in mostra ed io molto speranzoso ambivo ad un posto da titolare. Il professore  ci portò tutti sul campo e ci fece fare una sorta di provino, immaginate l’emozione la speranza di  essere uno dei prescelti. Fatta la selezione il professore Gregorio dopo alcuni giorni scelse quindici oppure venti ragazzi di età compresa tra 12\14 anni, pensate come li ho trascorsi quasi non dormivo ero molto fiducioso ma pensieroso mi avrà scelto?, il dilemma fu subito sciolto, fui scelto e la gioia mi animò. Il professore molto attento e ligio   incominciò gli allenamenti,  furono comprati i completi, era il sessantanove quando il  Brasile  giocava un calcio stupendo e tutti volevamo essere dei Pelè, le magliette  dei colori della magica squadra, verde-oro, che spettacolo e quanta gioia nei nostri occhi poterle indossare. Inizio del campionato, arrivò il giorno della prima partita, il professore fece le convocazioni ufficiali e incomincio ad assegnare  le magliette, un’altra grande attesa ed emozione io giocavo in attacco, ma ancora non mi assegnò il ruolo  vi lascio immaginare quale numero di maglia  tutti noi ambissimo? Questo ricordo ancora oggi mi rende orgoglioso felice a me toccò il mitico numero dieci. Mi risuona ancora in mente ancora la voce del professore Gregorio: “ Salvatò , solo tu la puoi indossare questa maglia!”. Rimasi di stucco non tanto per il numero, ma per le parole dette dal Professore Gregorio, che mi emozionarono rendendomi  orgoglioso e felice, ma anche il carico di responsabilità di giocare con la maglia di Pelè, che ancora oggi mi vengono i brividi. Iniziò il campionato e la prima partita in casa, la vincemmo uno a zero ed eravamo tutti felici, la seconda partita la giocammo in esterno contro la squadra Don Bosco in quegli anni la squadra da battere,  i Salesiani dove tutti noi  abbiamo sicuramente giocato e  dove mi recavo quando non ero in istituto. Squadra forte la Don Bosco e tutti eravamo non dico già perdenti ma sapevano che incontravamo una squadra favorita. Inizia la sfida e alla mezz’ora del primo tempo passiamo in vantaggio con un mio goal e così si concluse il primo tempo, inizio del secondo tempo pareggia la Don Bosco, così finì la partita uno a uno e noi contenti avevamo pareggiato contro la più forte, rientrammo in istituto. Dopo qualche giorno il professore Gregorio mi chiama dicendomi che la squadra del Don Bosco aveva presentato reclamo contro di me, rimasi ammutolito senza parole e dispiaciuto tantissimo è non mi spiegavo il perché, il professore mi disse vediamo che è successo io non avevo idea, la partita successiva non venni convocato in attesa di sentenza sul reclamo presentato, stavo malissimo per questa situazione, venne il momento del verdetto, ero già tesserato per la Csi dei salesiani e fui squalificato per sei mesi: a quel tempo all’oratorio dei salesiani tutti i ragazzini venivano  tesserati si  è come tanti anch’io fui tesserato ma non lo ricordavo perché piccolo. Ecco questo momento di ricordo mi emoziona ancora oggi e il mio pensiero va al grande Gregorio  un uomo  che dell’ amore e del benessere  per i piccoli ne ha fatto una sua ragione di vita.

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Neonata lanciata dalla finestra: perizia psichiatrica sulla mamma della bimba morta


Proseguono le indagini sulla morte di Maria, la neonata trovata senza vita in un'aiuola di Roccapiemonte (Salerno). I magistrati hanno disposto una perizia psichiatrica per la madre, accusata di omicidio volontario aggravato, e il test del Dna per stabilire se la piccola fosse effettivamente figlia del marito della donna, che ha manifestato dubbi sulla paternità.
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Maiori, pietra cade dal camion e colpisce scooter, 41enne grave in ospedale


Un uomo di 41 anni è stato travolto da una grossa pietra caduta dal cassone di un camion nella zona portuale di Minori (Salerno); è stato ricoverato in ospedale con un trauma cranico e una contusione polmonare. Indagini in corso dei carabinieri, che stanno verificando che il carico, composto da materiali di risulta edili, fosse trasportato in sicurezza.
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Voci dal Serraglio: Luciano Trapani rubrica a cura di Olga Chieffi

Una Fredda Giornata d’autunno

La speranza di vedere e poter toccare la neve. Un istante di felicità dopo un’amara giornata di novembre nella gabbia dell’Orfanotrofio Umberto I

di Luciano Trapani

L’infanzia dovrebbe essere per chiunque il periodo più bello della vita ma, questo privilegio non è riservato a tutti e, prima di dare un accenno all’unico periodo breve, ma triste, della mia fanciullezza desidero premettere che, tutto sommato mi ritengo fortunato rispetto a quei compagni che, per lunghissimo tempo, non hanno mai sentito il calore del focolare domestico. Per tutti è stata un’esperienza molto dolorosa ma, nonostante tutto, paradossalmente alcuni ne hanno tratto dei notevoli benefici. Infatti, grazie al rinomato conservatorio musicale, alla tipografia, alla sartoria e ad altre opportunità offerte dal collegio, molti sono rientrati nel mondo reale con un diploma o con una qualifica di operaio specializzato. La passione e la perseveranza, dedicata allo studio e all’apprendimento delle arti, li ha premiati. Quel pesante portone finalmente si spalancava per inserirli in quel mondo tanto agognato, del lavoro e della famiglia, proiettati con speranza e determinazione verso un futuro sempre migliore. Vorrei però esprimere la mia solidarietà nei confronti di coloro i quali, per arcani motivi della vita non hanno avuto la medesima fortuna e sono invece rimasti segnati profondamente da ferite mai del tutto rimarginate. Le ragioni possono essere molteplici e giustificabili ed ogni giudizio in merito sarebbe superfluo. Ciò che voglio raccontare della mia breve permanenza in collegio è il ricordo di una fredda giornata d’autunno. Un autunno ormai inoltrato, dal momento che eravamo alla fine di novembre del 1961. Era di venerdì, il giorno più odiato da tutti. Dovevamo alzarci presto, ossia quand’era ancora buio per recarci alle docce. Una volta alla settimana era d’obbligo un completo lavaggio del corpo e chi si asteneva continuando a dormire o a nascondersi veniva ugualmente scoperto e dopo la doccia severamente punito. Di solito si restava senza colazione, ma non mancavano certo gli sganassoni, le tirate d’orecchio o qualche sonoro ceffone. Le docce erano deprimenti! Intanto bisognava farla in due sotto lo stesso soffione perché eravamo in tanti e bisognava far presto. Per detergente trovavamo ai nostri piedi pezzi di sapone con i quali una volta le mamme ci facevano il bucato. Per me l’odore era nauseante! La cosa peggiore era l’acqua che scendeva dai soffioni. Inizialmente era freddissima per poi diventare improvvisamente bollente. Colpa della caldaia che era vecchia e malfunzionante. Quello che mi stupiva però era la pretesa dell’istitutore che nessuno di noi uscisse da sotto la doccia, fredda o bollente che fosse. Dovevamo insaponarci e risciacquarci in fretta per far posto agli altri che nudi e tremanti aspettavano il loro turno. Dopo la doccia (se così si può definire) ci veniva dato come asciugamano un lenzuolo di cotone che al contatto con la pelle ci faceva rabbrividire dal freddo. Pochi secondi per asciugarsi poi bisognava vestirsi più in fretta possibile. Sembravamo più puliti anche se l’odore del sapone ci rimaneva attaccato addosso e ci facevano indossare i medesimi vestiti. I capelli restavano bagnati, ed in ogni caso andavano pettinati. Il venerdì mattina dopo la doccia eravamo così spossati ed infreddoliti che solo una tazza di latte bollente ci avrebbe rinfrancato lo spirito! Già, quel latte il venerdì mattina era un vero toccasana anche se il pane non era mai fresco di forno ma del giorno precedente e talvolta anche di più. Dopo la colazione, tutti in fila per l’appello e guai chi si distraeva e non rispondeva. Poi, dritti verso la scuola. Ricordo quel venerdì per il freddo pungente che faceva. Tra compagni scherzavamo pensando a come sarebbe stato bello vedere la neve perché nessuno l’aveva mai vista. Eravamo molto piccoli, sette anni era l’età media della mia camerata. Il maestro Beatrice (nome alquanto evocativo per Dante Alighieri che ne descrisse le grandi virtù) ci attendeva con la solita riga di legno a portata di mano e mentre entravamo in classe non gli dispiaceva dare qualche scappellotto senza giustificazione. Lo faceva di gusto e per intimidirci. La lezione durava 5 ore durante le quali più che imparare assistevamo alle consuete punizioni corporali che c’infliggeva il maestro. Ad onor del vero di quell’anno non ricordo una poesia, una lettura che mi fosse rimasta impressa ma ho memoria di un giorno in cui, durante una lezione di disegno, per un banale errore presi un ceffone così violento alla nuca che mi fece urtare il naso sul banco. Sanguinai dal naso per più di mezz’ora aiutato solo dai miei compagni di classe. Lui era così arrabbiato che picchiò anche altri compagni, ma non con la riga di legno bensì con un tubo di gomma, prima sulle palme e poi sui dorsi delle mani. Non vedevamo l’ora che arrivasse l’estate per tornare a casa ma soprattutto per liberarci dell’aguzzino che più che un maestro era solo una persona perfida e crudele. Quel venerdì all’uscita di scuola caddero tanti fiocchi di neve che però si sciolsero rapidamente ma noi ne fummo lo stesso felici. In quei giorni bui e senza senso bastava veramente poco per renderci felici. L’ora di pranzo era un’ulteriore sofferenza. Il cibo non era gradito a nessuno ma quando si ha fame non si va tanto per il sottile. Non ci spaventavano nemmeno le formiche che trovavamo dentro al pane o tra i tovaglioli. La frutta? Sempre mele, anzi una mela, piccola ma buona. Era ora di tornare in camerata e da questa di nuovo in classe per i compiti pomeridiani. Il maestro Beatrice per fortuna il pomeriggio non c’era e quindi, dopo aver terminato in fretta i compiti, facevamo tutt’altro. Cantavamo, parlavamo dei nostri genitori oppure. facevamo le collane di carta. Alle 17.00 di sera, talvolta, ci portavano a vedere la tv dei ragazzi, poi a cena, che non era tanta diversa dal pranzo. Talvolta sotto al tovagliolo molti trovavano qualche fetta di provolone semi ammuffito che nessuno mangiava per poi ritrovarle nei giorni e nelle settimane successive finché del tutto deteriorate non venivano buttate via. La sera il rientro in camerata era piacevole solo se ad aspettarci c’era il nostro bravo istitutore Gregorio, altrimenti, dopo il consueto appello, si passava al controllo della giubba e dei pantaloni che indossavamo, nonché delle mani per vedere se fossero sporche. Comunque, puliti o sporchi ci punivano e ci picchiavano lo stesso. La cosa peggiore che potessero fare alcuni istitutori era quello di rendere cattivi anche alcuni ragazzini scelti a caso per farci da caposquadra. Alcuni diventavano a loro volta dei piccoli aguzzini. Andare a giocare nella villetta, era il nostro unico svago serale. Quando non era cattivo tempo ci andavamo spesso. Lì sfogavamo con un pallone tutta la rabbia covata durante tutta la giornata, ma c’era anche chi si metteva in disparte a guardare il mare e le navi in lontananza e magari col pensiero fisso a casa. L’ultima nota dolente era il ritorno in camerata per andare a dormire. Alle nove si spegnevano le luci ed anche se non avevi sonno c’era chi controllava se avevi gli occhi chiusi imponendoti di dormire. In tutte quelle interminabili notti erano pochi quelli che si addormentavano subito. Anche con gli occhi chiusi restavamo svegli, per ore ed ore, pensando a casa, alla mamma, ai fratelli, ai nostri amici più fortunati che nulla sapevano di noi e che, magari, ci avevano pure dimenticati. Ci chiedevamo perché quell’esperienza fosse capitata proprio a noi ma, soprattutto, quando sarebbe finita tutta quella farsa infarcita di cinismo, stupidità e crudeltà. Ad una certa ora anche gli aguzzini si  addormentavano, ma io continuavo ad essere sveglio. E giuro che di pianti nella notte ne ho ascoltati tanti, anche il mio. Avevo un fazzoletto profumato di rosa che mi diede mia madre il giorno in cui con una piccola valigia mio padre mi condusse in collegio, era il 21 marzo 1961 (il primo giorno di primavera). Non l’ho mai sporcato nemmeno con le lacrime ma lo tenevo di notte accostato al naso per sentire il profumo di mia madre. Mi sembrava di essere a casa accanto a lei. Grazie a mia madre, dopo due anni e più, tornai a casa contro il parere di mio padre. Lei aveva letto tutto il dolore e le sofferenze che mi portavo dentro. Alcune cose gliele raccontavo, altre le capiva da sola. Era malata di cuore e si sentiva in colpa per me. Mio padre mi aveva messo in collegio proprio per evitarle troppe fatiche ed a mia madre disse che mi trovavo bene e che ero contento perché avevo tanti amici. In verità era questo che credeva anche mio padre ma non era così. Nell’ultima visita che mia madre mi fece, mi trovò pallido, dimagrito e senza calzini in pieno inverno. Avevo anche la voce rauca e tossivo tanto. Arrabbiata voleva che tornassi a casa lo stesso giorno, ma mio padre la convinse a farmi terminare l’anno scolastico, ignorando chi fosse il maestro Beatrice, Questo era solo un giorno, uno dei tanti vissuti in quel collegio di cui solo oggi comprendo lo pseudonimo attribuitogli nel tempo, ossia serraglio. Nessun bambino dovrebbe vivere un’avventura simile. La fanciullezza è una cosa sacra, va coltivata e condivisa con l’amore dei propri genitori e quando questi mancano, il collegio o qualsivoglia istituzione si dovrebbe far carico di sostituirli, esternando loro il medesimo affetto con la stessa intensità e la medesima tenerezza. Oggi non ci sono più i collegi, almeno non quelli simili al serraglio, come qualcuno definì ironicamente il nostro. Persistono solo i ricordi di quel lontano passato, ricordi che molti di noi tengono a ravvivare attraverso un’associazione al fine di preservarne alcuni suoi aspetti positivi, ma anche per un’ulteriore ragione che è quella di ricordare alle future generazioni che la sopraffazione, la coercizione, la privazione della libertà individuale, tanto più quella dei bambini, non dovrà mai più avere ragione di esistere. Il serraglio, purtroppo, è stato tutto questo e noi ci porteremo fino alla fine dei nostri giorni questi tristi ricordi consapevoli che nonostante tutto ne siamo usciti degnamente rafforzati nello spirito, Ci porteremo anche alcuni ricordi positivi, la nota banda musicale, l’esperienza artistica acquisita a suo tempo, brevi ma tangibili momenti di gioia e ancor più la grande fratellanza che ci accomunava allora, come in parte ancora oggi, anche su queste pagine.

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Luana aveva incontrato il killer il giorno della scomparsa, c’è un video. Oggi i funerali


Luana Rainone, il giorno della scomparsa, aveva incontrato Nicola Del Sorbo, l'uomo con cui aveva una relazione e che ha confessato l'omicidio. Lo dimostrano le registrazioni di una telecamera di videosorveglianza, che mostrano la ragazza che si dirige verso la baracca in cui abita il 34enne, tra Poggiomarino e San Valentino Torio.
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Scarcerato il papà della neonata morta e gettata in strada a Roccapiemonte. Per la mamma arresto confermato


Il dramma familiare di Roccapiemonte (Salerno) ad una svolta nelle indagini: scarcerato il padre della neonata morta e gettata in una aiuola per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. Resta agli arresti in ospedale, piantonata, la madre della piccola Maria. Secondo quanto riferito dai suoi legali sarebbe da molto tempo affetta da grave patologia psichiatrica, per la quale risulterebbe già da tempo in cura.
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Luana Rainone, uccisa e buttata nel pozzo, domani i funerali della 31enne di San Valentino Torio


Si terranno domani a San Valentino Torio alle ore 11, nella chiesa di Maria Santissima Della Consolazione, i funerali di Luana Rainone, la mamma di 31 anni scomparsa il 23 luglio scorso e ritrovata venerdì mattina nel fondo di un pozzo per le acque nere in via Fontanelle a Poggiomarino, avvolta nelle buste della spazzatura e con una pugnalata alla gola. Il cadavere è stato ritrovato grazie alla confessione del presunto killer, Nicola Del Sorbo, 34 enne originario di Angri, che domani sarà interrogato dal Gip per l'udienza di convalida del fermo.
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Roccapiemonte, l’autopsia: la neonata era ancora viva quando è stata gettata dalla finestra


L'autopsia, svolta ieri dal medico legale Giuseppe Consalvo, ha confermato i primi sospetti: la piccola era ancora viva quando, questa l'ipotesi degli inquirenti, è stata lanciata dalla finestra di un appartamento al secondo piano. Si tratta di indiscrezioni, perché i referti ufficiali dell'esame verranno pubblicati fra sessanta giorni.
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Omicidio Luana, 34enne confessa. Il legale: “Voleva lasciasse moglie e figli, lui ha perso la testa”


Per l'omicidio di Luana Rainone è indagato un 34enne di San Valentino Torio, con il quale avrebbe avuto una relazione. L'uomo ha confessato l'omicidio e avrebbe accompagnato lui stesso i carabinieri sul luogo dove il cadavere era nascosto, in una fossa biologica dietro casa sua. L'avvocato: "Lei voleva che lasciasse moglie e figli, lui ha perso la testa dopo che entrambi avevano assunto stupefacenti e l'ha uccisa".
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Luana Rainone uccisa e trovata in un pozzo, scomparsa un mese fa. Uomo sospettato di omicidio


Il cadavere di Luana Rainone, donna scomparsa un mese fa, è stato ritrovato in un pozzo tra San Valentino Torio e Poggiomarino, a ridosso delle province di Salerno e Napoli. Il corpo presenta ferite compatibili con un accoltellamento. I carabinieri hanno già un sospettato, che potrebbe nelle prossime ore essere fermato come indiziato di delitto.
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Eboli, infermiera di 50 anni finisce in un canale con l’auto e muore


È morta in un violento incidente stradale A.G., infermiera di 50 anni, da circa 30 in servizio presso l'ospedale Campolongo Hospital, di Eboli, recentemente diventato anche sede di un centro Covid. La donna, per cause ancora da accertare - forse per un malore - ha perso il controllo della propria vettura finendo in un canale lungo la strada Provinciale 30B Coda di Volpe.
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Resta schiacciato sotto il trattore, agricoltore 41enne trovato e salvato dopo 2 giorni


Un uomo di 41 anni nel Comune di Campora, in provincia di Salerno, è rimasto intrappolato per 2 giorni sotto il suo trattore, che si era rovesciato all'interno di un suo terreno. Solo questa mattina è stato salvato dai vigili del fuoco. Quando l'hanno ritrovato era in stato di choc, con ferite ed escoriazioni, ma non in pericolo di vita.
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