Conte ha scritto al Copasir: il premier pronto a riferire sul Russiagate

Il premier ha scritto una lettera al leghista Volpi, nuovo presidente dell'organo parlamentare che controlla l'operato dei servizi segreti.

Il premier Giuseppe Conte ha scritto una lettera al nuovo presidente del Copasir, il leghista Raffaele Volpi, dicendosi pronto a riferire sul Russiagate all’organo parlamentare che controlla l’operato dei servizi segreti.

(notizia in aggiornamento)

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Russiagate, Renzi punge Conte sui servizi, Salvini: «Riferisca in parlamento»

Il premier assediato sul caso Barr. Italia viva vuole la delega sugli 007. Il leader leghista lo sfida. E solo ora che il Copasir ha un presidente, Palazzo Chigi smentisce la versione sugli incontri tra agenti italiani e vertici Usa che circola da giorni.

Dopo giorni di polemiche e proprio quando le opposizioni hanno trovato l’intesa sulla presidenza del Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, fonti di Palazzo Chigi hanno voluto smentire la ricostruzione riportata da alcuni giornali sul coinvolgimento del premier Giuseppe Conte nel Russiagate. E in particolare sull’incontro tra il ministro Barr e i vertici dell’Intelligence italiana, secondo cui alla base ci sarebbe la richiesta di informazioni da parte di questi ultimi alle autorità americane sui Servizi italiani. Il governo l’ha definita una versione totalmente priva di fondamento. Paccato che i punti interrogativi sulla vicenda restino e che l’affaire abbia scosso il sistema dell‘intelligence.

LE SCHERMAGLIE CON RENZI SULLA DELEGA AI SERVIZI

Come sempre, in questi casi, sono girate voci di sostituzioni e caccia ai responsabili che avrebbero fatto filtrare “informazioni parziali” sulle visite di Barr. Mentre Conte si appresterebbe a fornire al Copasir gli elementi a sostegno della sua posizione. Il premier è anche intenzionato a non cedere la delega dei servizi, nonostante il pressing dell’alleato Matteo Renzi, che anche oggi torna a punzecchiarlo: «se pensa di farcela da solo, senza delegare – scrive il leader di Italia viva – non faremo polemica. Gli abbiamo solo dato un consiglio, non un ultimatum».

IL LEADER LEGHISTA: «DEVE SPIEGARE AGLI ITALIANI»

Lo difende, invece, il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio. «Sono convinto – spiega – che Conte, che non ha nulla da nascondere, come ha detto, andrà al Copasir a chiarire. E che, a differenza di Salvini, non scapperà né dal Parlamento, né dal dire la verità agli italiani». Per il leader leghista, invece, «ci sono tanti punti oscuri in carico al signor Conte. C’è chi denuncia l’utilizzo inusuale, se non personale, dei servizi segreti. Dovrà spiegare agli italiani». «Se fossi in Conte andrei a riferire», ha affermato Salvini, ospite di diMartedì su la 7. Mentre il leader M5s Luigi Di Maio mostra sicumera: «Conte non è che si rifiuta a riferire al Copasir, semplicemente il Copasir non ha un presidente. Io di Conte mi fido ciecamente, ha sempre agito nell’interesse della nazione», ha dichiarato Di Maio durante la stessa trasmissione. Da oggi tuttavia il Copasir il presidente ce l’ha.

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La partita del Copasir all’ombra del Russiagate italiano

Palazzo Chigi conferma che Conte riferirà sulla visita di Barr in Italia al Comitato parlamentare. Ma pende ancora la nomina del presidente, sempre più vicina al Carroccio. I nodi.

Il destino del Copasir si gioca sul terreno del Russiagate, in cui balla anche il ruolo del premier Giuseppe Conte. Nella serata del 3 ottobre fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che il capo del governo prima di esprimersi pubblicamente sulla vicenda della presenza dell’attoney general americano William Barr in Italia, si riserva di riferire al Copasir per correttezza istituzionale. Ufficialmente il presidente del Consiglio ha detto di non essere preoccupato dalla vicenda e che non risulta alcuna anomalia di comportamento da parte dei vertici dei nostri servizi. Posizioni che presto finiranno al vaglio del Copasir che tra qualche settimana dovrebbe tornare operativo, dopo la pausa forzata introdotta dalla crisi di governo.

GLI 007 NEGANO ESISTA UN NASTRO DI MIFSUD

Intanto continuano a emergere nuovi dettagli sul filone italiano del Russiagate. In particolare non esisterebbe alcuna registrazione di Joseph Mifsud che le autorità italiane hanno fatto ascoltare agli inviati di Donald Trump. E il professore, uomo chiave dell’inchiesta sull’influenza della Russia nelle elezioni Usa nel 2016, non ha mai chiesto protezione all’Italia. Dagli apparati di intelligence italiani sono arrivate infatti smentite alle ricostruzioni giunte dall’altra parte dell’Atlantico. Tutto ciò, in attesa proprio della versione ufficiale dei fatti che il premier Giuseppe Conte e i vertici dei servizi forniranno al Copasir.

LA PRIMA VERSIONE DEL RUOLO DI MIFSUD

Mifsud, che ha avuto un incarico, poi revocato, da docente alla Link Campus University di Roma ed ha fatto perdere le tracce nel 2017, resta il personaggio chiave: fu lui, stando al rapporto del procuratore speciale Robert Mueller, a promettere a George Papadopoulos – allora consigliere del candidato presidenziale Donald Trump – di poter fornire materiale compromettente di origine russa contro Hillary Clinton. E secondo il Daily Beast, registrò una testimonianza in cui chiedeva protezione all’Italia, temendo per la sua incolumità. Per il sito Usa – che ha citato un’anonima fonte del ministero della Giustizia italiano, gli inviati di Trump a Roma avrebbero ascoltato quel nastro e avuto da un’altra fonte del governo altre ‘prove’ sul professore. Una ricostruzione che però i nostri 007 hanno smentito.

SMENTITA LA RICOSTRUZIONE DEL DAILYBEAST

Nel corso dell’incontro del 27 settembre a Roma tra il segretario della Giustizia statunitense William Barr e il procuratore John Durham da un lato e i vertici dei servizi italiani dall’altro, infatti, nessuno dei presenti ha portato né tantomeno ascoltato una registrazione di Mifsud. Sia Luciano Carta (Aise) che Mario Parente (Aisi), convocati per iscritto dal direttore del Dis, Gennaro Vecchione, che aveva incontrato Barr già ad agosto, si sono presentati senza alcun dossier. Si è trattato di un semplice incontro di cortesia, hanno ribadito fonti d’intelligence, nel corso del quale le nostre autorità di sicurezza non hanno fornito alcun elemento relativo al professore. Gli 007 avrebbero anche spiegato che l’uomo al centro del Russiagate non ha mai chiesto protezione all’Italia e che non sanno dove possa essere, pur ritenendo che si trovi all’estero.

IL PD DESIGNA IL SUCCESSORE DI GUERINI

L’occasione è però servita per sottolineare in maniera ‘ufficiale’ che, nel caso in cui le autorità americane avessero necessità di documentazione o altro, la strada più idonea da seguire non è quella dei servizi ma dei canali ufficiali, attraverso una rogatoria. L’affaire-Russiagate approderà a breve, probabilmente già a metà ottobre, sul tavolo del Copasir. Proprio il 3 ottobre, infatti, il Pd ha finalmente indicato il sostituto di Guerini in seno al Comitato. Si tratta del deputato Enrico Borghi. Tornato nell’effettività di tutti i suoi componenti (cinque deputati e cinque senatori) l’organismo parlamentare di controllo riprenderà quindi l’attività istituzionale dopo una pausa forzata. Il primo atto sarà la convocazione di una seduta da parte del vicepresidente facente funzioni, Adolfo Urso (Fdi), per l’elezione del nuovo presidente, carica che spetta all’opposizione.

PRESIDENZA DEL COPASIR VERSO IL CARROCCIO

Rumors parlamentari dicono che le opposizioni (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia) avrebbero trovato un accordo per indicare un esponente del Carroccio alla guida del Comitato. Una volta eletto il presidente, si riunirà l’ufficio di presidenza per stabilire il calendario dei lavori e le audizioni. E sul tavolo ci sarà la richiesta di ascoltare il premier Conte, che ha mantenuto per sè la delega all’intelligence, proprio sulla visita di Barr in Italia e sui suoi colloqui con i vertici dei servizi, che sarebbero stati autorizzati dal presidente del Consiglio senza informare il Copasir. La Lega è già sul piede di guerra: il segretario Matteo Salvini ha attaccato: «Se il presidente del Consiglio usava e continua ad usare tuttora i servizi segreti come una sua dependance, come dei portatori di acqua e di bevande, spieghi al popolo italiano perché e per come».

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Conte ci ha trascinati nel Russiagate (e non poteva farlo)

La decisione di aiutare Trump sul caso Mifsud è clamorosa. Anche perché frutto non di una scelta collegiale, ma di un'assunzione di potere personale da parte del premier. Che concentra su di sé la Delega di controllo sui servizi.

Finalmente si svela il piccolo mistero dell’entusiasta tweet agostano di Donald Trump in favore dell’amico “Giuseppi” Conte. Per settimane ci si è interrogati sulle ragioni di questo endorsement, perché nulla nella politica estera italiana giustificava tanto entusiasmo (men che meno le incaute aperture alla Cina del governo presieduto da Conte).

In realtà, il presidente americano era ed è entusiasta del pieno assenso che Conte ha con tutta evidenza dato ad agosto –in piena crisi di governo– alla richiesta del ministro della Giustizia Usa William Barr di fare indagare i servizi segreti italiani sul Russiagate. Richiesta scabrosa e assenso ancor più scabroso. In particolare, Barr ha chiesto a Conte di fare indagare i nostri servizi sulla sorte di Joseph Mifsud, legato agli ambienti della Link University che – secondo George Papadopulos, già consulente di Trump- farebbe parte di un “complotto”, pare dei governi occidentali, per colpire Trump col Russiagate. Sempre secondo Papadopulos, Mifsud avrebbe sostenuto di essere in contatto con ambienti moscoviti che disponevano di «materiale compromettente su Hillary Clinton».

UNA DECISIONE MONOCRATICA DI CONTE

Mifsud, questo è il centro dell’enigma sul quale fare indagare i nostri servizi, si è letteralmente volatilizzato nel 2017, ma secondo un’inchiesta pubblicata da Il Foglio a firma di Luciano Capone, si sarebbe nascosto quantomeno sino al 2018 in un appartamento di proprietà della stessa Link Campus. “Giuseppi”, nonostante il caos politico agostano, ha dato tutta la sua collaborazione alle richieste di Barr tanto che risulta ora che sia il Dis, che l’Aisi e l’Aise hanno indagato sulla strana sorte di Mifsud. Insomma, il governo italiano per decisione monocratica di Conte è entrato a piedi uniti nella bolgia del Russiagate e ha compiuto la scabrosa scelta di ordinare ai propri servizi di aiutare l’Amministrazione Trump sul tema.

La riforma dei servizi del 2007 prevede che l’Autorità delegata per la sicurezza non può essere gestita da chi ricopre altri incarichi di governo

Questa è la notizia, ed è clamorosa. Lo è in sé stessa e lo è ancora di più perché è palesemente frutto non di una scelta collegiale, ma di una assunzione di potere personale da parte dello stesso Conte, che concentra su di sé anche la Delega di controllo sui servizi. Una concentrazione di potere illegittima, peraltro, perché la legge di riforma dei servizi dell’agosto 2007 prevede specificamente che l’Autorità delegata per la sicurezza non può assolutamente essere gestita da chi ricopre altri incarichi di governo. Si vedrà ora quale seguito avranno le indagini sulla sorte di Mifsud e quali e quanti miasmi verranno fuori anche in Italia dalla sentina del Russiagate nella fase nella quale sciaguratamente i democratici americani hanno deciso di seguire la strada dell’impeachement di Trump. Impeachement di pura bandiera, che non si concretizzerà mai perché è semplicemente impossibile che ottenga i due terzi del voto del Senato, con la piena complicità dunque dei senatori repubblicani. Resta il fatto che il governo italiano -anzi, il premier italiano- ha deciso di coinvolgere i nostri servizi e le nostre istituzioni in quella bolgia. Scelta sconcertante.

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Le indagini italiane di Barr e Durham sul ruolo di Mifsud nel Russiagate

Il segretario alla Giustizia Barr e il procuratore Durham sono stati In Italia per indagare sul professore della Link University che dopo l'offerta di aiuto a Trump chiese aiuto alla polizia italiana.

Donald Trump ha chiesto e ottenuto aiuto dall’Italia nella contro-inchiesta sulle origini del Russiagate, lanciata per screditare l’ex procuratore speciale Robert Mueller nella convinzione che ci sia stato un complotto dei servizi segreti occidentali, d’intesa con il ‘deep state’, per farlo dimettere nel caso fosse stato eletto nel 2016. Nel suo recente viaggio a Roma, infatti, l’attorney general William Barr e il procuratore John Durham, incaricato della contro inchiesta, hanno incontrato i vertici dei nostri servizi segreti. E, come rivela il DailyBeast, hanno ascoltato un nastro registrato del 2017 in cui il misterioso professor Joseph Mifsud, figura chiave di tutta la vicenda, ha spiegato perché teme per la sua incolumità e chiede protezione alla nostra polizia. Prima di scomparire dall’ateneo dove insegnava, la Link University fondata dall’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti, «legata», ha scritto il DailyBeast, «all’intelligence occidentale» e frequentata anche da alcuni esponenti del M5s, come l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta.

IL COPASIR PRONTO A CONVOCARE CONTE

A Barr e Durham sarebbero inoltre state mostrate altre prove che gli italiani hanno su Mifsud. Una collaborazione che molti ritengono impensabile senza l’autorizzazione del premier Giuseppe Conte (che ha la delega per i servizi), alla vigilia della visita del segretario di Stato Mike Pompeo a Roma sullo sfondo dei temuti dazi americani sull’agroalimentare italiano. Per questo all’interno del Copasir è stata avanzata la richiesta di sentire in audizione il capo del governo, come riferiscono fonti della Lega. Attualmente però l’organismo non può convocare nessuno e nemmeno riunirsi: il presidente Lorenzo Guerini è infatti diventato ministro della Difesa senza finora essere stato sostituito all’interno del Comitato, che non è dunque nella pienezza delle sue funzioni.

IL RUOLO DI MIFSUD NEL RUSSIAGATE

Fu proprio l’accademico maltese nell’aprile del 2016 ad agganciare George Papadopouolos, allora consigliere della campagna presidenziale di Trump, prospettandogli la possibilità di ottenere dai russi materiale compromettente su Hillary Clinton, la rivale dem del tycoon: migliaia di email imbarazzanti, divulgate poi nei mesi successivi tramite WikiLeaks. Mifsud era appena tornato da Mosca, dove era intervenuto al Valdai Club, un evento annuale di alto livello cui partecipa anche Vladimir Putin. Papadopoulos rivelò la circostanza all’ambasciatore australiano a Londra Alexander Downer, che spifferò tutto all’Fbi, dando così inizio alle indagini sui rapporti tra la campagna di Trump e i russi. Per questo il tycoon ha chiesto e ottenuto aiuto anche dal premier australiano Scott Morrison.

ULTIMO AVVISTAMENTO NEL MAGGIO DEL 2018

Ma tutte le strade portano a Roma, a quel professor Mifsud che il presidente americano sospetta possa essere un agente provocatore. E che dopo essere scomparso avrebbe continuato a vivere sino al maggio 2018 a Roma in un appartamento pagato dalla Link University, di cui è socio al 5% anche il suo avvocato, Stephan Roh, descritto dalla Bbc come un “faccendiere” con legami russi: è stato lui l’ultimo a vederlo nell’ottobre del 2018. Così Barr e Durham vogliono saperne di più, conoscere che fine ha fatto il professore e se gli 007 italiani abbiano altre informazioni su di lui.

I LEGAMI DELLA LINK UNIVERSITY CON LE AGENZIE DI INTELLIGENCE

Secondo il DailyBeast, prima di sparire, da solo o tramite i servizi di protezione italiani, l’accademico aveva riferito di aver incontrato Papadopoulos «tre o quattro volte» contribuendo a facilitare i rapporti tra «dirigenti e fonti non ufficiali» in Italia, Russia e Ucraina. Mifsud era nel radar dell’intelligence italiana da alcuni anni, prima che fosse coinvolto nella vicenda del Russiagate. Le sue affiliazioni con la Link University e con il London center of internazional law practise – «entrambe legate alla diplomazia occidentale e alle agenzie di intelligence straniere», ha osservato il sito di news americano, lo rendevano un bersaglio facile. Così come i numerosi appartamenti di sua proprietà a Malta, legati presumibilmente ad un racket che coinvolge russi che acquistano per poco passaporti maltesi.

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Il vizio di Trump di chiedere aiuto ai governi stranieri per screditare gli avversari

II presidente Usa non solo ha fatto pressioni su Kiev per indagare sui Biden, ma si è rivolto a Italia e Australia per ottenere informazioni su Mueller. Nemmeno lui è consapevole del guaio in cui si è cacciato.

In questi giorni, guardare il telegiornale negli Stati Uniti è come assistere una puntata del Trono di Spade. Ormai, la scritta Breaking News sotto i visi increduli dei giornalisti è all’ordine del giorno. Lunedì l’ultimo scoop: pare che anche Mike Pompeo, segretario di Stato, abbia partecipato alla famosa telefonata tra Donald Trump e il presidente ucraino che il Tycoon si ostina a definire «a perfect phone call».

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IL RUOLO DI MIKE POMPEO

Non sembrerebbe poi una notiziona: e allora? Allora, cari miei, i problemi per il presidente e tutto il suo entourage diventano ancora più gravi. Primo, perché in una intervista di qualche giorno fa Pompeo, senza muovere ciglio, aveva addirittura negato di aver letto la trascrizione della telefonata. Perché farlo se era presente al colloquio? E perché non ha denunciato le pressioni esercitate dal presidente su Kiev per indagare sulla famiglia Biden? Sono domande, queste e molte altre, che la Commissione Intelligence guidata dal democratico Adam Shiff vorrebbe rivolgere al segretario di Stato, il quale però ha già detto di non avere alcuna intenzione di rispondere.

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LE MINACCE DI TRUMP ALLA TALPA

Il secondo scoop, che personalmente trovo davvero difficile da digerire, è il modo in cui il presidente Trump sta attaccando il whistleblower, la talpa che ha scoperchiato lo scandalo. Questa persona ha il diritto di mantenere l’anonimato e di essere protetta dalle autorità, specialmente dopo che Trump ha dichiarato: «Voglio sapere chi è la persona che ha dato alla talpa tutte queste informazioni, perché è una spia. Sapete bene cosa facevamo in passato, quando eravamo in gamba? Vi ricordate? Cosa facevamo alle spie e a traditori? Gestivamo la cosa un po’ diversamente da adesso…». Insomma, una minaccia di morte, come i veri dittatori.

LA PROTEZIONE DEL WHISTLEBLOWER

In un’intervista, Trump ha annunciato che sta indagando sulla sua identità, non capendo il perché non abbia accesso alle informazioniSpieghiamoglielo noi: Mister President, non può perché ci sono delle leggi federali che ne proteggono l’anonimato. Perché lei ha minacciato di condannarlo a morte. Perché se il nome del whistleblower uscisse, nessun altro al mondo oserebbe fare una cosa del genere, e cioè assicurarsi che alla Casa Bianca non accadano fatti illegali. Le talpe sono essenziali per la democrazia, Mister President.

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QUEL VIZIETTO DI TELEFONARE AI GOVERNI STRANIERI

Il terzo scoop è che Trump chiese aiuto a governi stranieri – tra cui l’Italia e l’Australia – per avere notizie su Robert Mueller, titolare del Russiagate, per screditarlo. Insomma, rivolgersi ad altre nazioni per ottenere favori personali è un vero vizio.

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IL 55% DEGLI AMERICANI È FAVOREVOLE ALL’IMPEACHMENT

I repubblicani temono quello che potrebbe ancora venire fuori da questa incredibile storia. Sono anche preoccupati perché il presidente non si rende conto della gravità di ciò che sta succedendo. D’altronde, molti di loro appoggiano le teorie complottiste che si sono create attorno a questo dramma politico. Tanto che Don Lemon, conduttore della Cnn, ha richiamato i colleghi alle loro responsabilità deontologiche, chiedendo di parlare solo di fatti verificati. Termino con un fatto: il 55% degli americani appoggia l’impeachment. Allacciamoci le cinture di sicurezza.

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Quegli incontri segreti sul Russiagate tra Barr e i servizi italiani col sì di Conte

Il procuratore Usa in missione a Roma per ottenre informazioni dai nostri 007. Ma il via libera è arrivato dal contatto diretto con il premier. Ora deve indagare il Copasir.

Due incontri autorizzati da Giuseppe Conte tra il ministro della Giustizia William Barr e i vertici dei servizi segreti italiani sul Russiagate. A svelare il capitolo italiano dello scandalo che potrebbe portare Donald Trump dritto all’impeachment è il Corriere della Sera. Secondo il quotidiano di via Solferino le riunioni «avevano come obiettivo la raccolta di informazioni sull’origine del Russiagate e in particolare sul destino di Joseph Mifsud, il professore dell’università Link Campus di Roma che nel 2016 avrebbe informato George Papadopoulos», allora consigliere di Trump per la campagna presidenziale dell’esistenza di un pacchetto di mail di Hillary Clinton nelle mani dei russi. Insomma, si parla del cuore del famoso possibile complotto su cui ha indagato il procuratore Robert Mueller per cui il comitato di Trump – questa l’ipotesi – avrebbe lavorato con Mosca per indebolire la candidata dem.

OBIETTIVO SCREDITARE IL LAVORO DI MUELLER E TROVARE MISFUD

«Al termine dell’inchiesta», ricorda il Corriere, «Mueller ha dichiarato di non aver raccolto prove sufficienti a dimostrarlo, ma ha comunque documentato le trame e lo scambio di documentazione». E in queste trame si incastonano gli incontri tra il procuratore Barr e i servizi italiani con l’obiettivo di screditare il lavoro di Mueller e di capire se i nostri agenti abbiano aiutato Misfud a “sparire” – di lui non si sa più nulla ufficialmente da ormai due anni, ma avrebbe alloggiato a Roma ancora nel 2018 n un appartamento della Link Campus, l’ateneo vicino ai Cinquestelle. Il Corriere spiega che adesso del dossier più che caldo dovrà occuparsi il Copasir e capire se gli scambi di informazione assecondati dal capo del Dis, Gennaro Vecchione, erano legittimi.

CONTATTI DIRETTI COL PREMIER

Le missioni di Barr a Roma sono state rivelate prima da New York Times e Washington Post, ma solo ora si è scoperto che il ministro della Giustizia ha avuto anche contatti diretti con il primo ministro Conte «che fornisce il via libera alla collaborazione e poi incontra il capo del Dis Gennaro Vecchione», rivelano i cronisti Sarzanini e Galluzzo. Gli incontri peraltro iniziano con il governo giallo verde, ma proseguono senza soluzione di continuità con il governo giallo rosso. Barr vuole avere informazioni su Misfud, la Link campus e lo fa vedendo i capi sia di Aise che di Aisi. Chiede di avere tutte le informazioni come ha fatto con Australia e Gran Bretagna, Paesi che fanno parte dei Five Eyes, l’alleanza sulla sicurezza e sorveglianza più stretta degli Usa.

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Facebook vuole esentare i post dei politici dal fact checking

D'ora in poi toccherà agli utenti stessi verificare la veridicità di quanto condiviso sui social dai loro rappresentanti.

Facebook non eseguirà più il fact-checking sui post dei politici perché i loro messaggi fanno notizia e possono essere di pubblico interesse. Ad annunciarlo è stato Nick Clegg, ex vice premier britannico e ora a capo della comunicazione globale della società di Menlo Park. «Non crediamo che per noi sia un ruolo appropriato fare da arbitro nel dibattito politico», ha spiegato, «e non vogliamo impedire che il discorso di un politico raggiunga il suo elettorato e sia oggetto di dibattito pubblico». Con questa decisione, d’ora in poi toccherà agli utenti verificare la veridicità di quanto sostenuto dai politici sui social. Allo stesso modo, sarà sempre compito loro dimostrare la falsità delle parole riportate.

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SUI CONTENUTI CHE POSSONO INCITARE ALLA VIOLENZA

«Quando un politico condividerà contenuti su cui precedentemente è stata fatta una verifica», ha poi aggiunto Clegg, «abbiamo in programma di ridimensionarli, far visualizzare nel post il fact-checking delle notizie e rifiutarne l’inclusione negli annunci pubblicitari». Cioè rifiutare la sponsorizzazione. Riguardo ai contenuti che possono incitare alla violenza e comportare un rischio per la sicurezza, Clegg ha invece spiegato che «verranno fatte delle valutazioni globali che terranno conto degli standard internazionali sui diritti umani».

IL RUSSIAGATE E L’ALLARME FAKE NEWS

Dopo l’apertura dell’inchiesta sul cosiddetto Russiagate, nella quale si sospettavano ingerenze da parte della Russia nella campagna elettorale per le presidenziali Usa 2016, su Facebook e altre piattaforme social si è acceso un faro sulla diffusione delle fake news. Il social network di Zuckerberg ha così cominciato a stringere accordi con testate giornalistiche e fact checker indipendenti per verificare le notizie.

COME FUNZIONA IL FACT CHEKING DI FACEBOOK

Facebook ha creato un modello di machine learning per identificare i contenuti potenzialmente falsi sulla propria piattaforma. Dopo la segnalazione, foto, articoli e video sono inviati ai fact checker per essere valutati. Il loro responso ha una doppia funzione: se da una parte stabilisce l’attendibilità o la falsità dell’informazione, dall’altra contribuisce a istruire l’intelligenza artificiale che apprende sia dalla propria esperienza, sia da quella umana.

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