Coronavirus, donna fugge dall’ospedale in Russia dov’erano in quarantena: “Era una gabbia”


“La nostra Costituzione ci garantisce la libertà. Non capisco perché dovrei stare in una gabbia in ospedale”, si è lamentata Alla Ilyina, casalinga di 32 anni, finita alla clinica Botkinskaya di San Pietroburgo dopo aver accusato mal di gola di ritorno da un viaggio in Cina. Non si tratterebbe però dell'unica "fuga" dalla quarantena in Russia.
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Come sta reagendo la Russia al “vicino di casa” coronavirus

I territori di Primorsky, Khabarovsk e Amur confinano con la Cina settentrionale. Così Mosca sta provando a rendere la frontiera impermeabile. Ma l'impresa è ardua, vista l'intensità e la facilità degli scambi.

Gli esperti governativi temono che possano registrarsi casi di coronavirus in Russia nel mese di febbraio. E la chiusura del confine nelle regioni estremo orientali del Paese deciso dal primo ministro Mikhail Mishustin potrebbe non essere sufficiente a impedirlo, vista l’intensità e la facilità degli scambi e dell’attraversamento nelle zone economiche speciali a ridosso delle frontiere con la Cina.

ALTO RISCHIO DI IMPORTARE UN CEPPO

La possibilità di importare un ceppo del virus «deve essere considerata alta», secondo un rapporto del vicedirettore del Centro di ricerca pneumologica del ministero della Sanità Vladimir Chulanov pubblicato dalla rivista specializzata Pharmvestnik e ripreso dai media russi. Nel rapporto si fa riferimento all’aumento dell’incidenza del contagio nelle province della Cina settentrionale confinanti con i territori russi di Primorsky, Khabarovsk e Amur.

CONTROLLI CON UN KIT DIAGNOSTICO AD HOC

Una situazione «esplosiva», vista anche la concomitanza con le festività del capodanno cinese, che creano situazioni favorevoli al propagarsi della malattia. Chulanov ritiene comunque che la possibilità di una epidemia in Russia siano «basse», sempre che il virus «non si trasformi». I controlli già in atto, grazie soprattutto a un kit diagnostico ad hoc che dà risultati sicuri in meno di quattro ore, dovrebbero escludere una moltiplicazione dei casi che potrebbero verificarsi, dicono gli esperti. Che sperano si riesca a sviluppare in tempi brevi un vaccino.

MISSIONE VACCINO: CONSEGNATO AI RUSSI IL GENOMA DEL VIRUS

Pechino ha consegnato alle autorità sanitarie russe il genoma del coronavirus. Si sta lavorando. Ci vorrà almeno un mese, se tutto va bene. Intanto, nella regione di Khabarovsk «sono pronti 12 ospedali specializzati in malattie infettive, che possono ospitare oltre 1.600 nuovi pazienti», ha detto al canale televisivo Rbk la specialista del ministero Anna Kuznetsova. Non sono ancora stati confermati casi di coronavirus in Russia.

SOSPESI I VISTI ELETTRONICI AI VIAGGIATORI CINESI

La chiusura delle frontiere dell’Estremo Oriente è già «operativa», ha spiegato il premier Mishustin all’agenzia Tass. Bloccati 16 dei 25 varchi lungo il confine tra Russia e Cina. Mosca ha sospeso il rilascio di visti elettronici ai viaggiatori di nazionalità cinese. All’inizio della settimana era già stato impedito l’ingresso di alcuni gruppi di turisti. La Russia è una delle tre principali destinazioni di vacanza per i cinesi – che spesso scelgono proprio il periodo del loro capodanno per rilassarsi all’estero. Ma sono molti anche i russi che visitano la Cina: in questo momento oltre 5.600, secondo l’Agenzia federale del turismo, che ha reso noti i dati aggiornati ricevuti dai tour operator. Tutti devono rientrare entro il 4 febbraio.

Controlli russi all’aeroporto di Mosca. (Ansa)

PURE MCDONALD’S HA CANCELLATO UN EVENTO PUBBLICO

Evacuazione immediata, invece, per chi si trova nell’area di Wuhan: più di 170 persone erano in quarantena nella città del contagio. La proseguiranno in centri sanitari in patria. Tutti i charter per la Cina sono stati sospesi. Sui voli di linea ancora operanti, e non solo su quelli diretti, si stanno effettuando controlli con kit rivelatori di eventuali stati febbrili. Misure di controllo e prevenzione sono state disposte negli alberghi e nei luoghi di interesse turistico a Mosca. Dove lo storico ristorante McDonald’s di piazza Pushkin, il primo aperto dalla catena statunitense nell’allora Unione Sovietica, ha cancellato una promozione per celebrare i 30 anni della sua esistenza su richiesta del governo: eventi pubblici ad alto tasso di partecipazione possono favorire il diffondersi del virus.

PROTOCOLLI USATI NEGLI ANNI 80 CONTRO IL COLERA

La raccomandazione, perentoria, è arrivata dall’autorità ad hoc appena istituita per suggerire e implementare ogni provvedimento utile a contenere i rischi. I protocolli contro le epidemie, in Russia, sono stati elaborati a partire dai primi Anni 80, quando il colera imperversava nelle repubbliche e nelle regioni meridionali dell’Urss. Oggi il pericolo viene dalla parte opposta. Nelle aree al confine della Cina, in particolare negli oblast di Amur e Khabarovsk, l’economia e la vita quotidiana dei russi è in simbiosi con quella dei loro dirimpettai cinesi. Che hanno comprato e sviluppato aree agricole, imprese industriali e attività commerciali. I cittadini dei due Paesi lavorano quotidianamente gomito a gomito. Attraversare il ponte sul fiume Amur che collega il territorio di Khabarovsk con la provincia cinese di Heilongjiang non comporta alcuna formalità – abbiamo potuto constatare di persona recentemente. Rendere la frontiera impermeabile al coronavirus sarà una bella impresa.

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Perché la Russia non venderà missili S-300 e S400 all’Iraq

L’eventualità di un aumento dell’influenza di Mosca su Baghdad attraverso una commessa per armamenti è rinviata. Troppo vincolante l'accordo di sicurezza tra Stati Uniti e il Paese mesopotamico. Ma il Cremlino teme anche di rafforzare la posizione di Teheran e indebolire la relazione con Israele.

La Russia non ha intenzione di fornire i suoi più avanzati sistemi di difesa anti-aerea all’Iraq, che comunque non si troverebbe nella posizione di poterli acquisire. È quanto ritengono osservatori vicini ai centri del potere di Mosca e di Baghdad.

L’eventualità di un drastico aumento dell’influenza del Cremlino nel Paese mesopotamico a scapito di quella americana attraverso una commessa per armamenti ad alta valenza geopolitica si era prospettata nella seconda settimana di gennaio, dopo lo scambio di ostilità tra Usa e Iran sul territorio iracheno. Ma appare quantomeno rinviata. La più letale delle sue armi convenzionali, Vladimir Putin se la riserva per obbiettivi meno ovvi. 

«Nella situazione attuale, ogni trattativa per la fornitura di missili terra-aria S-300 o S-400 è destinata ad abortire», dice a Lettera43 Ruslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali (Riac), di cui è partner l’amministrazione presidenziale russa. «A Baghdad non ci sono indicazioni che si sia vicini all’acquisto di tali armamenti», afferma dalla capitale irachena Ali Mamouri, editor della testata specializzata in affari mediorientali Al-Monitor, rispondendo in audio-conferenza a una domanda di Lettera43.

L’ANNUNCIO DI UNA TRATTATIVA BAGHDAD-MOSCA PER NUOVE ARMI

Dopo il raid che ha ucciso il comandante iraniano Qassem Suleimani nei pressi dell’aeroporto di Baghdad e la rappresaglia di Teheran sulle basi statunitensi in Iraq, politici e funzionari iracheni, tra cui il presidente della Commissione difesa del parlamento Mohammad Reza al-Haider, altri membri della stessa commissione e l’ambasciatore a Teheran Saad Jawal Qandil avevano dichiarato a media governativi russi e al Wall Street Journal che erano in corso negoziati con Mosca «visto che gli americani ci hanno più volte deluso nel rifornirci di armi adeguate». Si era lasciato intuire che il contratto potesse essere a portata di mano. Le dichiarazioni seguivano un voto parlamentare, peraltro non vincolante ed espresso solo dalla maggioranza sciita in assenza dei deputati curdi e della maggior parte dei sunniti, a favore del ritiro delle forze Usa.

Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati Uniti

Ruslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali

Una richiesta in tal senso è stata fatta dal premier Adel Abdul Mahdi al capo della diplomazia statunitense Mike Pompeo. L’atteggiamento di Washington è apparso confuso e contraddittorio, e non è stato del tutto chiarito dal comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato in cui si legge che un ritiro non è in discussione ma un riposizionamento sì. L’Iraq è legato a un accordo di sicurezza siglato con Washington nel 2008. «Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati Uniti, e in questo momento non vuole certo vederle oltremodo danneggiate da sanzioni di Washington», secondo Mamedov.

DIFFICILE PER L’IRAQ ROMPERE LA COOPERAZIONE CON GLI USA

Le batterie S-300 e S-400 sono prodotte dal gruppo russo Almaz-Antay, nella lista nera redatta dagli Usa dopo che Putin si è annesso la Crimea. La minaccia di sanzioni americane ha contribuito in passato a bloccare altre trattative tra Russia e Iraq per l’acquisto dei sistemi missilistici. L’ultima, quella aperta nel settembre del 2019 dopo attacchi di droni – israeliani, secondo Baghdad – contro installazioni della Forza di mobilitazione popolare (Pmu), milizia sciita irachena pro-Teheran.

Soldati americani in Iraq (foto Shawn Baldwin/ReflexNews/Lapresse).

Ma non è solo una questione di sanzioni. «È difficile che l’Iraq possa rompere con gli Usa», dice Mamouri. «La cooperazione tecnico-militare con la Russia probabilmente aumenterà nel prossimo futuro. Ma in termini compatibili con i rapporti con Washington». Comunque, il premier Mahdi è dimissionario: resta in carica solo per gli affari correnti e non ha il potere di mettere in discussione l’accordo di sicurezza del 2008, né di prendere decisioni strategiche quali una fornitura di S-400. «Semmai, se ne potrebbe riparlare se le prossime elezioni chiariranno il quadro politico», dice Ruslan Mamedov. In aprile in Iraq si terranno le elezioni per i governatorati locali. 

LA COOPERAZIONE RUSSIA-IRAQ IN CRESCITA DAL 2014

La cooperazione militare tra Mosca e Baghdad è aumentata sensibilmente a partire dal 2014. Con l’intervento russo in Siria, sono stati implementati contratti che hanno rafforzato gli apparati di sicurezza iracheni, e si sono moltiplicate le consegne di aerei e carri armati. Però il sistema di difesa aerea S-400, versione potenziata dell’S-300, è un altro paio di maniche. Unanimemente considerato il più efficace al mondo, può distruggere a 30 mila metri di altezza come a bassa quota tutto quello che vola nel giro di 460 chilometri, anche se l’obbiettivo viaggia a 17 mila km all’ora. Almeno dal novembre 2015 è attivo in Siria, dove di fatto ha assicurato il controllo dello spazio aereo a Bashar al-Assad e ai suoi alleati.

Gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion

È una chiave del successo dell’avventura mediorientale di Vladimir Putin. Sul piano militare, ma anche su quello politico: il potenziale sbandierato sul campo ha garantito un effetto leva utile nel far viaggiare su binari desiderabili per il Cremlino i rapporti ad hoc instaurati con i governi più o meno direttamente coinvolti nel conflitto. Per capirci: gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion. E qualsiasi aereo decolli dal Sud della Turchia, base Usa di Incirlik compresa, è a tiro non appena alza le ruote dall’asfalto.

Vladimir Putin (Foto LaPresse/AP Photo/Alexander Zemlianichenko).

A Mosca si fa notare che in un Iraq a deriva filo iraniana e anti-americana la fornitura di tali armamenti aumenterebbe indebitamente il peso geopolitico di Teheran. Con cui la Russia ha interessi in comune nella regione, ma anche divergenze. Senza contare che verrebbe inevitabilmente messa a rischio la “relazione speciale” instaurata con Israele. Gli S-400 si possono vendere alla Turchia, come avvenuto, o all’Arabia Saudita, come si sta cercando di fare. E creare così effetti divisivi tra gli Usa e i loro alleati, secondo il disegno strategico di annullare “l’eccezionalismo americano” sull’arena internazionale. Ma nelle zone di guerra combattuta, per ora della sua arma letale la Russia vuol tenersi il monopolio. 

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Cosa prevede la riforma costituzionale voluta da Putin

Il presidente presenta il ddl alla Duma. Limite massimo di due mandati, più poteri al primo ministro e al Consiglio di Stato e l'introduzione di un salario mensile minimo.

Il presidente russo Vladimir Putin ha presentato alla Duma il progetto di legge che modifica la Costituzione della Federazione Russa. La Duma (la camera bassa del parlamento) prevede di discutere in prima lettura il disegno di legge costituzionale, in riunione plenaria, il prossimo 23 gennaio (giovedì). Lo ha detto alla Tass una fonte della Duma, informazione poi confermata dal primo vicepresidente Ivan Melnikov.

«Il disegno di legge verrà esaminato in una riunione plenaria alle 10 del mattino del 23 gennaio», ha affermato. Secondo quanto riportano i media, tra gli emendamenti previsti c’è il limite massimo a due mandati per il presidente della Federazione Russa, il potere del parlamento di nominare il primo ministro, il mandato al presidente di formare il Consiglio di Stato e l’introduzione di un salario mensile minimo non inferiore all’indice di sussistenza.

Secondo la maggior parte degli analisti, le modifiche permetterebbero a Putin di perpetuare il proprio dominio sulla politica russa oltre il 2024, anno in cui scadrà il quarto e ultimo mandato al Cremlino. Essendo questo il secondo mandato consecutivo, Putin non potrà ricandidarsi. E, secondo alcuni analisti, potrebbe allora puntare alla carica di premier, già ricoperta tra il 2008 e il 2012 e ora investita di un maggior potere.

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La nuova Russia di Putin e il rischio di un golpe costituzionale

Il presidente accelera sulla modifica alla Costituzione. Molti osservatori temono un'ulteriore stretta autoritaria e isolazionista. Che permetterebbe allo zar di mantenere il potere anche alla fine del mandato, scaricando le responsabilità di eventuali fallimenti su fedelissimi. L'analisi.

Vladimir Putin ha sempre avuto un debole per gli ispettori delle tasse.

Quando faceva il vicesindaco nella Banditskiy Piterburg, la San Pietroburgo banditesca degli Anni 90, utilizzava le informazioni del capo della locale agenzia delle Entrate per tenere in pugno gli affaristi senza scrupoli della città, come hanno raccontato Fiona Hill e Clifford Gaddy in Mr. Putin: operative in the Kremlin (Brookings, 2013).

Quello schema elaborato negli anni più selvaggi della storia russa recente gli sarebbe poi servito da paradigma per trattare con gli oligarchi dal Cremlino. Il capo dell’agenzia delle Entrate di San Pietroburgo fece carriera: nel 2008 Viktor Zubkov fu nominato primo ministro da Putin, per lasciare il posto a Putin otto mesi dopo. Era l’operazione tandem con cui di lo zar aggirò i limiti costituzionali del mandato presidenziale per mantenere il potere.  

premier russia Mikhail Mishustin
Il nuovo premier russ Mikhail Mishustin.

PERCHÉ MISHUSTIN È IL PREMIER IDEALE

La scelta di Mikhail Mishustin, fino a ieri capo del Fisco di tutte le Russie, come premier che dovrà assicurare la fluidità della transizione verso il nuovo ordine istituzionale, seppure inattesa non sorprende. «Era il candidato ideale: l’agenzia delle tasse ha intimi legami con i servizi di sicurezza, e il suo aiuto è stato utilizzato per risolvere ogni sorta di questioni, conflitti d’affari compresi», nota Andrei Kalesnikov, il “putinologo” di punta del think thank Carnegie di Mosca. «Grazie a Mishustin Putin costruirà una nazione a somiglianza dell’agenzia fiscale, con verbali, ispezioni, forze dell’ordine e – dove necessario – digitalizzazione su tutto il territorio».

UNA FIGURA DI CERNIERA TRA DUE MONDI

Le tecnologie digitali introdotte da Mishustin hanno fatto del Fisco l’amministrazione statale più efficiente del Paese. Le ricevute di ogni transazione da San Pietroburgo a Vladivostok arrivano alle autorità entro 90 secondi. Il servizio online nalog.ru è facile da usare e popolarissimo tra i contribuenti. Gli sportelli al pubblico sono moderni e tirati a lucido tanto da sembrare boutique. Risultato: entrate fiscali raddoppiate. Per l’efficacia manageriale dimostrata e la particolarità dell’amministrazione che ha diretto, «Mishustin appartiene contemporaneamente a due mondi: quello del potere dei siloviki (capi di servizi di sicurezza e affini, ndr) e quello dell’economia», scrive sul sito di Carnegie il politologo Alexander Baunov. «La Russia è governata da una coalizione di uomini delle forze di sicurezza, che sono responsabili della sovranità, e di rappresentanti dell’economia, responsabili della crescita. La dualità del nuovo premier fa appello alle due componenti di questa coalizione».

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Nel processo innescato da Putin per perpetuare il putinismo alla scadenza del suo mandato, Mishustin potrebbe non essere solo una parabola, uno “scalda sedia” come fu nel 2008 il suo ex collega Zubkov. Che poi non è finito così male: oggi è presidente del colosso energetico Gazprom, la più grande azienda russa. 

MEDVEDEV ANCORA PARAFULMINE DELLO ZAR

«Immaginate questo quadro: Putin a capo del Consiglio di Stato e padre della nazione, Medvedev come presidente, e un tecnocrate – Mishustin – come primo ministro», suggerisce Kalesnikov. Nel progetto di revisione costituzionale di Putin, il Consiglio di Stato vedrà rafforzato il suo ruolo e la presidenza redistribuirà parte del potere esecutivo al parlamento e al premier. I russi da qualche giorno scherzano con gusto sulla ”Medvexit”, ma il fedelissimo appena sacrificato potrebbe tornare alla ribalta. Continuando a fare quel che sa far meglio: il parafulmini di Putin.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

L’insoddisfazione per le condizione socio-economiche è in aumento. Secondo l’analisi di Kalesnikov, le riforme previste permettono a Putin di «incanalare il malcontento verso il futuro presidente della Russia, il primo ministro e il presidente della Camera dei deputati, che saranno responsabili in solido delle nomine dei ministri e dei loro eventuali fallimenti». Difficilmente lo zar troverebbe una figura con un curriculum di lealtà e accettazione della gerarchia comparabile a quello di Dimitri Medvedev, per il posto di presidente depotenziato che sta prefigurando. Intanto gli ha creato la posizione di suo vice nel Consiglio di Sicurezza. Un trampolino? «Potrebbe esserci un gentlemen agreement: Putin responsabile di tutto quel che va bene, Medvedev di quel che va male», scherza ma non troppo Kalesnikov. È solo un’ipotesi. Quel che è certo, spiega l’analista, «è che le riforme proposte dimostrano che ogni residua illusione che Putin possa suggerire per la posizione di presidente qualcuno con idee liberali, come Alexei Kudrin (ministro delle Finanze prima dell’involuzione autoritaria del 2012, ndr), è ora fermamente relegata nel regno dell’utopia». 

LE PROPOSTE PER LA NUOVA RUSSIA

Intanto, Putin preme sull’acceleratore. Ha istituito e subito riunito un gruppo di lavoro per preparare le proposte di modifica della Costituzione. Difficile che il progetto dello zar possa trovare intralci, visto il carattere autoritario del regime. Che secondo la maggior parte degli osservatori diventerà ancora più autoritario. La norma prevista per impedire la candidatura alla presidenza a chi ha vissuto per dei periodi all’estero la dice lunga in questo senso: mette automaticamente fuori gioco personalità dell’opposizione come Alexey Navalny, che ha studiato a Yale, e Mikhail Khodorkovsky, in esilio al Londra.

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Ma le maggiori ripercussioni potrebbero arrivare dalla normativa che dovrebbe porre la Costituzione al di sopra del diritto internazionale. Significa, tra l’altro, che le vittime dei frequenti soprusi del sistema giudiziario russo non potranno più esser ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Russia è sulla strada di un sempre maggior isolamento dall’Occidente. La Carta fondamentale in vigore dal 1993 era ispirata a criteri liberali, anche se da tempo alcune sue parti, come gli articoli sulla libertà di riunione, vengono disapplicate o travisate. Negli emendamenti allo studio «c’è un distacco netto dal modo di pensare occidentale, si va verso qualcos’altro – verso idee orientali, o dell’antica Roma», commenta Alexander Baunov. E in molti, a Mosca, parlano già di «golpe costituzionale».

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L’Ue che vuole Putin non piacerà ai putiniani europei

Mosca vuole un’Europa amica e questo va benissimo, ma ben rispettosa degli interessi russi, soprattutto con la sua industria, e che riconosca al vicino orientale un ruolo di grande potenza. Insomma, un’Europa finlandizzata.

In Germania da una decina d’anni sono chiamati Putinversteherfilo-Putin

Sono gli eredi degli Antiwestler, gli anti-occidentali degli Anni 90, cioè l’ennesima incarnazione di un certo disagio di alcuni tedeschi con l’Occidente, tradizionalmente rintracciabile in quella “terra di mezzo” che è da sempre la Germania, estesa dalla Renania quasi atlantica, a Ovest, alla parte terminale delle grandi pianure che confinano con l’Asia, a Est.

E l’Asia comincia, a prendere il noto giudizio attribuito a Klemens von Metternich, sulla Landstrasse tra Vienna e Budapest, poco fuori Vienna. Con Berlino che è 700 chilometri più a Nord ed è altrettanto a Est della capitale austriaca di ieri e di sempre e ugualmente ha le sue Landstrassen.

PUTIN SI PREPARA PER RESTARE AL VERTICE

Molti altri Paesi europei, e non solo, hanno avuto e hanno la loro versione di Putinversteher perché al leader moscovita è attribuito il merito di avere risollevato la Russia dall’abisso in cui era precipitata con l’ingloriosa fine del comunismo. Seguirono il fallito tentativo di occidentalizzazione dell’economia, il disordine e la crisi economica nel decennio scarso di Boris Yeltsin, concluso nel 99 con l’ascesa di Putin, allora capo dei servizi di sicurezza federali. Putin è quindi al potere da 20 anni prima come presidente poi primo ministro per necessaria regola costituzionale e poi di nuovo, dal 2012, come presidente con due mandati in scadenza nel 2024. Le improvvise dimissioni nei giorni scorsi chieste e subito ottenute del premier Dmitri A. Medvedev sono interpretate a Mosca e in Occidente come l’inizio di una fase di revisione costituzionale che consentirà alla fine a Putin di rimanere ai vertici del potere, non si sa ancora con quale formula.

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Qualcuno ipotizza una versione di ciò che ha fatto in Kazakhistan l’eterno Nursultan A. Nazarbayev, che da un anno non è più formalmente leader ma con il titolo inedito di leader del popolo è rimasto fermamente con i pieni poteri. È probabile che Putin prepari una soluzione un po’ più elegante, ma dall’analogo risultato, secondo numerosi Kremlin watcher, come venivano chiamati una volta. Anche finito il comunismo le vie del Cremlino restano spesso misteriose. La scelta di Putin potrebbe essere la presidenza di un rinnovato Consiglio di Stato, da lui creato nel 2020 come aiuto al presidente e al premier, e che con una riforma costituzionale e un referendum potrebbe diventare il vero centro di potere sui temi più importanti, interni ed esteri. 

I 20 ANNI DELLO ZAR TRA LUCI E OMBRE

Il grande successo di Putin è l’aver ridato peso e un certo prestigio internazionale alla Russia, basti vedere il crescente ruolo che la disordinata ritirata americana da parti notevoli del Medio Oriente, dettata tutta da spinte di politica interna, ha lasciato a Mosca, arrivata ormai a un ruolo di primo piano anche in Libia. Del resto Mediterraneo e Golfo Persico sono assai più vicini a Mosca che a Washington, come il Cremlino ha sempre sostenuto dal 1947, da quando cioè gli americani invertirono la smobilitazione militare decisa e attuata subito a partire dal 1945 e cominciarono a organizzare quella che presto sarebbe diventata la Nato. A volte i Putinversteher tendono anche ad apprezzare l’efficacia che il sistema russo, “sistemata” senza troppi complimenti l’opposizione, lascia a chi comanda. Una managed democracy come amano definirla gli esegeti di Putin, lasciando incerto che cosa resti di democrazia in mezzo a tanto management.  

Vladimir Putin.

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Il grande insuccesso di Putin e di vari altri leader che l’hanno preceduto al  Cremlino è quello economico. La Russia è un Paese che è riuscito a creare una industria essenzialmente in campo militare, in parte nel settore delle grandi infrastrutture (centrali e altro), e molto meno in quello dei prodotti industriali di massa (auto e molto altro) e dei generi di consumo da tempo universali in Occidente. Il reddito medio è assai meno della metà di quello Ue e senza confronti con quello di Germania, Olanda e altri, e nemmeno in una categoria confrontabile con quello italiano. Su questo non ci sono svolte epocali rispetto all’era sovietica, nonostante miglioramenti soprattutto nelle grandi città. Basti un dato spesso dimenticato: la Russia ha tre volte più popolazione, infinitamente più risorse energetiche e minerarie, ma ha lo stesso Pil della Spagna. Non di rado i vertici del potere e lo stesso Putin – sostengono anche accreditati osservatori come Nina  Khrushcheva che parla di cleptocrazia – si sono nel frattempo arricchiti.

Esistono anche in Italia i Putinversteher, presenti soprattutto nella Lega, Matteo Salvini si era iscritto ma eravamo prima dei fatti dell’Hotel Metropol, e forse fra pochi nostalgici della sinistra ex stalinista

I Putinversteher vanno oltre e apprezzano un altro aspetto del putinismo, piaciuto anche da Donald Trump: il nazionalismo e l’ethos del popolo come entità suprema cui sempre fare appello. Come noto, chi parla sempre della volontà del popolo è perché sa dove vuole condurlo. Esistono anche in Italia i Putinversteher, presenti soprattutto nella Lega (Matteo Salvini si era iscritto ma eravamo prima dei fatti dell’Hotel Metropol) e forse fra pochi  nostalgici della sinistra ex stalinista.

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Putin, lo ha ripetuto varie volte, crede che l’identità nazionale cementata dalla lingua e dalla religione sia fondamento essenziale di legittimità e quando parla di «fine dell’ordine liberale» che è «sopravvissuto ai suoi obiettivi», come ha fatto a giugno 2019 in una lunga intervista al Financial Times, implica il suo giudizio negativo sull’Unione europea. La vede destinata a sfaldarsi, a partire da quando alla fine di questo decennio i Paesi dell’Est come Polonia e Ungheria non saranno più beneficiati dagli aiuti strutturali di Bruxelles ma diventeranno contributori netti al bilancio dell’Unione. Ha smentito di volere uno sfaldamento dell’Unione, il più importante partner economico di Mosca, ma sono pubbliche le simpatie per i cosiddetti sovranisti Ue, cioè i neonazionalisti che poco amano Bruxelles. C’è una precisa scuola geopolitica che da Mosca ha sempre guardato con sospetto a Cee e poi Ue, considerate parte di un sistema creato più o meno insieme alla Nato per condurre politiche contrarie agli interessi  russi.

I TIMORI DELL’EUROPA

Per l’Europa il dato centrale dei grandi cambiamenti in atto – segnati dal neo-isolazionismo americano, dalla crisi della Nato e dalla riaffermata  volontà russa, con Putin, di contare come grande potenza – è molto semplice: l’Unione più o meno forte economicamente, scoperta dal punto di vista energetico, disarmata o quasi a fronte di un vicino russo che ha il più potente (quantitativamente) arsenale nucleare del mondo. Per questo Angela Merkel, in una intervista di questi giorni, anche lei al Financial Times, ritiene l’Unione irrinunciabile in termini di interesse nazionale tedesco perché è una «polizza vita» in un mondo difficile. «La Germania è troppo piccola per avere una influenza geopolitica propria ed è per questo che dobbiamo utilizzare tutti i benefici del mercato unico», per proiettare nel mondo anche una dimensione europea.

Da sinistra, Angela Merkel e Vladimir Putin.

MOSCA E LA NOSTALGIA DEL POTERE

I Putinversteher possono continuare ad apprezzare quanto il leader russo  fa e farà per il suo Paese. Sarà dal 2024 in una posizione probabilmente meno vistosa ma più che mai al centro del potere. Il sogno russo è sempre stato quello di mantenere e, quando sono state perdute, di riconquistare le dimensioni di potere raggiunte dallo zar Alessandro II (1855-1881) quando  San Pietroburgo e Mosca, le due capitali di un Paese la cui classe dirigente  andava sul Baltico per sentirsi europea e tornava a Mosca per riscoprirsi russa, comandavano anche a Varsavia e a Helsinki e raggiungevano i massimi della loro potenza. Il “cuscinetto” a Occidente tranquillizzava le ansie russe perché da Occidente erano sempre venuti, dagli svedesi nel  1610 in poi, i problemi. Esattamente come l’attuale “cuscinetto” a Oriente, Ucraina compresa, tranquillizza in qualche modo l’Occidente

Mosca vuole un’Europa finlandizzata. Gli europei dovranno decidere fino a che punto questa visione è nel loro interesse e gli anni dopo il 2024 imporranno anche ai Putinversteher tale scelta

Oggi interessa meno il controllo territoriale, e assai più la sfera di influenza. Mosca vuole un’Europa amica e questo va benissimo, ma ben rispettosa degli interessi russi e questo è da concordare, soprattutto con la sua industria, e che riconosca al vicino orientale un ruolo di grande potenza che l’Europa stessa, priva di una vera identità continentale dice Mosca, non potrà mai tornare ad avere. Insomma, un’Europa finlandizzata, come si diceva a suo tempo. Gli europei dovranno decidere fino a che punto questa visione è nel loro interesse e gli anni dopo il 2024 imporranno probabilmente anche a vari Putinversteher tale scelta.

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La campagna libica di Putin vista dalla Russia

Il summit di Mosca non è stato un flop. Anzi. Il Cremlino continua ad accreditarsi come mediatore nel conflitto. Visti anche gli interessi petroliferi nel Paese. Ma l'obiettivo principale è rafforzare la partnership con Ankara in Medio Oriente. L'analisi.

Al Cremlino la mancata firma dell’accordo sul cessate il fuoco in Libia da parte di Khalifa Haftar non era stata vissuta come uno smacco.

Si ritiene che la mediazione russo-turca per il processo di pace potesse ancora aver successo, e che il generale libico dopo aver lasciato la conferenza di Mosca sbattendo la porta avrebbe preso presto la strada di Canossa. Come sta avvenendo.

Una strada che, secondo osservatori vicini all’amministrazione di Vladimir Putin, non passa da Berlino. E a finire di percorrerla potrebbe non essere Haftar.  

A MOSCA UN INCONTRO ASIMMETRICO

«Nessuno si aspettava davvero che dalla riunione moscovita arrivasse subito a un risultato», ha detto in un’intervista al canale televisivo governativo Rossiya-24 Fyodor Lukyanov, responsabile della rivista diplomatica pro-Cremlino Russia in Global Affairs. Gli organizzatori sapevano che non sarebbe stato possibile risolvere la crisi al primo colpo. Il compito che si erano dati era più modesto: fermare i combattimenti, garantire l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione, fare comunque dei primi passi. L’intransigenza di Haftar – si sottolinea a Mosca – è stata una conseguenza delle sue vittorie nelle battaglie di Sirte e delle periferie di Tripoli, costate troppo per poter fare concessioni immediate e palesi agli avversari.

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Si nota inoltre che nel consesso moscovita non erano rappresentati i Paesi che sostengono l’uomo forte di Bengasi e che recentemente hanno intensificato i rifornimenti di armi e aumentato l’efficacia della propaganda a suo favore: mancava l’Egitto, mancavano gli Emirati Arabi. L’incontro era asimmetrico. Gli interessi del generale e dei suoi alleati non potevano essere garantiti. Ma tutto questo era scontato e considerato spendibile, da parte del Cremlino. In vista di risultati nel prossimo futuro, ritenuti a portata di mano grazie a una rafforzata partnership con Ankara sull’intero scacchiere mediorientale e nordafricano.  

SUMMIT DI BERLINO A RISCHIO FLOP

«L’atteggiamento di Haftar è influenzato dalle pressioni dei suoi sostenitori e dall’andamento del conflitto, che era sembrato preludere a una soluzione militare per lui vittoriosa. Solo la discesa in campo della Turchia ha cambiato la situazione», spiega Lukyanov. Che reputa probabile una temporanea ripresa delle ostilità. «Ma Haftar non riuscirà a risolvere la situazione militarmente: ci saranno presto nuovi incontri diplomatici». E a guidare il gioco saranno ancora Russia e Turchia. Perché dal summit di Berlino c’è da aspettarsi poco: «Non mi pare che la conferenza abbia senso, ad appena quattro giorni di distanza da quella moscovita. Comunque, l’Europa in questo conflitto è periferica. Germania e Francia non hanno alcun effetto leva da far valere in Libia. Per non parlar dell’Italia, nonostante i suoi legami storici con Tripoli. Si è visto il fiasco dell’iniziativa di qualche giorno fa a Roma. E anche Berlino sarà un fiasco. I tedeschi farebbero bene a risparmiarselo».

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Mosca ritiene che la conferenza del 19 gennaio abbia il solo scopo di «risolvere un problema interno all’Ue: quello della rivalità creatasi tra Francia e Italia come conseguenza del conflitto in Libia», nota Grigory Lukyanov (stesso cognome, altro politologo), titolare del corso di Conflitti internazionali e peacemaking all’Alta scuola di economia – la Bocconi russa. 

GLI INTERESSI DELLA RUSSIA IN LIBIA

La Russia rivendica un ruolo da mediatore indipendente e vero pacificatore nel conflitto. Ha sempre sostenuto di non aver particolari interessi in Libia, e di voler mantenere contatti con tutte le parti in causa al solo fine di promuovere la pace. In realtà è interessata eccome. Ha forti motivi economici per voler consolidare le sue posizioni. La Libia ha le maggiori riserve provate di greggio del continente africano. Nel 2017, il gigante degli idrocarburi Rosneft, controllato dal Cremlino, ha firmato un accordo di esplorazione e produzione con la società petrolifera nazionale libica (Noc). Nel dicembre 2019, un’altra compagnia russa, la Tatneft ha ripreso le sue attività di esplorazione nel Paese, interrotte nel 2011 alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Mosca vorrebbe ripristinare almeno una parte dei contratti multimiliardari a suo tempo siglati con la Libia del colonnello. E poi ci sono i motivi geopolitici. I porti sul Mediterraneo sono logisticamente preziosi per le rinnovate ambizioni africane del Cremlino, esplicitate nella conferenza Russia-Africa di Sochi dell’ottobre scorso. Senza contare il peso che avrebbe nei rapporti con i Paesi Ue una stabile influenza sulle coste da cui, oltre che gas e petrolio, partono i flussi migratoriUn aspetto che la nostra diplomazia dovrà considerare con cura. 

I MERCENARI DELLA WAGNER E L’AMBIGUITÀ DEL CREMLINO

Riserve petrolifere e zone costiere sono per la maggior parte nel territori controllati da Haftar. I mercenari della compagnia militare privata russa Wagner stanno combattendo a fianco delle milizie del generale. Lo hanno raccontato i media internazionali, lo ha affermato il presidente turco Erdogan, e lo ha implicitamente ammesso lo stesso Vladimir Putin che sostiene di non averli mandati lui. Potrebbe anche essere vero. Le attività degli “imprenditori politici” che si muovono all’ombra del Cremlino a volte prendono uno slancio proprio. Ma certo la verticale del potere di Mosca, dove la politica estera la fa il capo, implica in questo caso il via libera del presidente. Fatto sta che i mercenari della Wagner cominciarono a essere avvistati in Libia alla fine del 2018, poco dopo un incontro di Haftar col ministro della Difesa russo Sergey Shoigu alla presenza di Evgeny Prigozhin, l’imprenditore amico di Putin considerato finanziatore e organizzatore della Wagner.

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In quel periodo il supporto della Russia al comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna) era sembrato totale. Ma il rapporto ha sempre avuto una dose di ambiguità. Solo Haftar e i media di Prigozhin lo hanno pubblicizzato come un appoggio incondizionato, il Cremlino è stato più cauto. E dopo l’arenarsi dell’offensiva dell’Lna su Tripoli, la scorsa estate, ha cercato di bilanciare narrativa e iniziative diplomatiche per evitare un’identificazione troppo diretta con le posizioni del generale. Arrivando a invitare il suo nemico Fayez al-Sarraj, capo del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli al summit di Sochi, in dicembre. 

LA PARTNERSHIP CON LA TURCHIA

Non che Mosca abbia mai “mollato” Haftar, ma certo sta cercando di differenziare i suoi investimenti nel caos libico. L’impressione è che del generale la Russia potrebbe benissimo fare a meno, se lasciasse il campo a politici meno divisivi e quindi più adatti a raggiungere un compromesso. L’investimento maggiore, per il quale si vuol massimizzare il ritorno, è quello sulla partnership con la Turchia. Per cercare di replicare in Libia il modello sviluppato con Ankara per la Siria: divisione in zone di influenza e processo di pace, nel rispetto dei reciproci interessi. Un successo permetterebbe di agevolare anche l’impegno russo sul fronte siriano. La cooperazione con la Turchia su singoli interessi coincidenti era da oltre tre anni un Leitmotif della politica mediorientale del Cremlino. Ora, il raggiungimento di un accordo in Nordafrica potrebbe farne l’architrave. A creare quest’opportunità per Mosca e Ankara ha fortemente contribuito l’Europa, che sulla Libia ha avuto una politica divisa e divisiva, concentrata solo sul problema dell’immigrazione, senza alcuna strategia per pacificare e stabilizzare il Paese. Senza immaginazione. 

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Chi è il nuovo premier russo Mikhail Mishustin

Tecnocrate low profile per anni alla guida del Fisco, appassionato di tecnologia e hockey, è stato scelto per mettere in pratica il piano di riforme di Putin. Ed è già nel mirino di Navalny.

L’attuale capo del Fisco russo, Mikhail Mishustin, è il nuovo primo ministro di Vladimir Putin. Mishustin è stato proposto dal presidente in sostituzione di Dmitri Medevedev, e la Duma (il parlamento russo) ha approvato la decisione con la maggioranza bulgara di 383 si, 41 astenuti e 0 contrari. Un tecnico quindi, peraltro lontano dai clan politici più blasonati, funzionale per mettere in pratica la visione di Putin per il futuro della Russia. Un funzionario importante ma low profile per far dimenticare al popolo russo le accuse di corruzione che da troppo anni aleggiavano intorno a Medvedev.

«La cosa più importante è rimuovere gli ostacoli alle imprese, ridurre i loro costi, in ogni caso dialogare in modo significativo con le imprese», ha detto il premier in una riunione con i deputati di Russia Unita, il partito dello zar.

Nato a Mosca nel 1966, ha lavorato nel settore dell’informatica per tutti gli anni ’90 per poi entrare nel Fisco agli inizi del 2000. Grande appassionato di tecnologia, gli viene riconosciuto il merito di aver digitalizzato e semplificato il sistema di riscossione fiscale statale da quando ne ha preso la guida nel 2010. Le innovazioni apportate da Mishustin, secondo i media russi, avrebbero portato a un crollo dell’evasione fiscale e alla riduzione dell’economia sommersa. Sposato con tre figli, è appassionato di hockey e pianoforte.

Nel 2019, ha dichiarato al quotidiano Kommersant che la Russia ha bisogno di muoversi verso lo sviluppo delle nuove tecnologie e in particolare dell’intelligenza artificiale, dichiarando che «se non capiamo come si svilupperà questo mondo, se rimaniamo parte del vecchio ordine, diventeremo una vittima di quello nuovo».

Nemmeno il tempo di essere insediato che già il celebre attivista Alexey Navalny ha iniziato a fargli le pulci. E in un post sul suo sito ha subito messo in luce lo strano caso della moglie, Vladlena, che dal 2010 al 2018 – stando ai dati della sua dichiarazione dei redditi – è riuscita a guadagnare quasi 800 milioni di rubli, ovvero oltre 11 milioni di euro. «E tutto ciò crescendo tre figli», sottolinea Navalny. «Sarebbe una bella storia sui risultati di una donna forte, ma, sfortunatamente, non si trovano tracce di aziende di successo. Non ci sono persone giuridiche registrate nel nome di Vladlena Mishustin. Su Internet non si trova nulla di lei. Ma ogni anno guadagna regolarmente un milione di dollari, poi due, poi quattro. Perché? Come? Il mistero è avvolto nelle tenebre, come sempre nel caso dei nostri funzionari», conclude Navalny.

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Perché nella transizione voluta da Putin non c’è posto per Medvedev

Le dimissioni del premier, ormai inviso all'élite e al popolo, sono il primo atto del percorso verso il nuovo ordine post-zar. E servono ad aumentare il consenso per i prossimi rivolgimenti istituzionali. Mentre il presidente lavora per crearsi un ruolo forte alla fine del mandato nel 2024.

Le dimissioni del premier Dmitri Medvedev, arrivate tre ore dopo il discorso in cui Vladimir Putin aveva delineato una serie di riforme costituzionali che modificheranno l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sanciscono l’inizio della transizione verso il nuovo ordine della Russia post-putiniana.

MEDVEDEV ERA ORMAI UNA «FIGURA TOSSICA»

In una sequenza di eventi orchestrata e rapida, il presidente ha fatto la prima mossa della partita per la sua successione spostando una pedina che, per dove si trovava, avrebbe potuto esser d’intralcio.

Medvedev, da troppi anni sul palcoscenico del potere prima come delfino e poi come parafulmine dello zar, è ormai «una figura tossica», nota Tatiana Stanovaya, fondatrice dell’istituto di analisi politica R.Politik. 

Il premier russo Medvedev il 15 gennaio ha rassegnato le sue dimissioni (Getty Images).

Come primo ministro era inviso tanto alla élite – all’interno della quale il capo del Cremlino dovrà scegliere il suo erede – quanto, dicono i sondaggi, all’Ivan Ivanovich di Kazan – equivalente russo del signor Rossi. A cui, solo per volontà del presidente perché la maggioranza bulgara di cui gode alla Duma sarebbe bastata, sarà chiesto con un referendum l’assenso ai cambiamenti del quadro istituzionale preannunciati.

PROMOZIONE O PENSIONAMENTO?

Resta però da capire se Medvedev sia stato mandato in pensione oppure promosso. Il Consiglio di sicurezza di cui diventerà il numero due formalmente è un organo consultivo. È presieduto da Putin, e composto dai vertici delle più importanti amministrazioni federali e regionali. Servizi segreti compresi. Nel disegno che si sta tracciando per la Russia del prossimo futuro potrebbe vedersi riconosciuto il potere decisionale che di fatto spesso esercita, diventando «una riedizione del Politburo sovietico», secondo il direttore di Echo Moskvy Alexy Venediktov

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Vladimir Putin.

PUTIN SI TIENE APERTE DIVERSE OPZIONI PER IL FUTURO

È presto per capire esattamente quali forme prenderà il processo avviato, ma si possono individuare alcune linee guida. I poteri attualmente accentrati nelle mani del presidente saranno in parte distribuiti al parlamento e ad altre istituzioni. Putin, alla scadenza del suo mandato nel 2024, lascerà la presidenza ma manterrà un ruolo forte. A fronte di un presidente più debole.

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«Vorrà continuare a gestire le questioni più importanti della politica estera, e rimanere il garante della stabilità dello Stato a fronte di eventuali dispute tra i suoi vertici», sottolinea Stanovaya. Per farlo, si tiene aperte diverse opzioni. Potrebbe restare alla guida del Consiglio di Stato, di cui ha preannunciato la trasformazione in un’agenzia governativa a rilevanza costituzionale. Una sorta di esecutivo per gli affari strategici? O potrebbe essere primo ministro. Nominato dal parlamento e non più diretto dipendente della presidenza, prevedono gli emendamenti in cantiere.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

Il fatto che al posto di Medvedev abbia nominato il “tecnico” Mikhail Mishustin gli garantisce spazio per una manovra in questa direzione. E poi, certo, c’è l’inquietante ipotesi del “Consiglio di sicurezza Politburo”. «La linea di fondo è quella delle molteplici alternative e della flessibilità», commenta l’analista di Crisis Group Anna Arutunyan: «Nel preparare la transizione, Putin non ha ancora scelto le forme necessarie ad assicurarne l’esito. Vuole avere diverse possibilità. Sta creandosi delle opzioni e valuterà quale può funzionar meglio». 

COMINCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE LEGISLATIVE 2021

Un elemento di valutazione sarà il gradimento popolare. Non si sa quando le riforme della Costituzione saranno pronte e sottoposte a referendum. Di certo, nel 2021 ci saranno le elezioni legislative. Che alla luce del prospettato rafforzamento dei poteri del parlamento assumono una valenza inedita, e forse sono il vero motivo dell’accelerazione degli eventi impressa da Putin.

Putin e Medvedev lasciano l’incontro con i membri del governo russo, il 15 gennaio 2020 (Getty Images).

«C’è la sensazione che siamo all’inizio della campagna elettorale per la Duma (la camera dei deputati, ndr)», spiega a Lettera43.it Mark Galeotti, tra i maggiori esperti di Russia a livello internazionale. La scelta dell’economista Mishustin può essere letta come una risposta alla diffusa insoddisfazione per la stagnazione che ha segnato gli anni di Medvedev, nell’ottica della creazione di consenso per i rivolgimenti istituzionali che si preparano.

PIÙ POTERI AL PARLAMENTO E CIOÈ A RUSSIA UNITA

I propagandisti di Putin parlano già di democrazia parlamentare: «Il potere in Russia si sta spostando verso il ramo legislativo», ha scritto la direttrice del canale televisivo Rt Margarita Simonyan. In realtà, le caratteristiche di un sistema di governo sono determinate dalla reale distribuzione del potere nella società e dal livello di concorrenza nel sistema politico. I candidati per la Duma, nella “democrazia controllata” russa, di fatto li sceglie il governo.

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«In un sistema non competitivo in cui non vi è libero accesso alle elezioni per partiti e candidati», fa notare sul suo blog il politologo Kirill Rogov. «[…] Il trasferimento di alcuni poteri al parlamento significa solo trasferirli alla direzione del partito che domina il parlamento». Ovvero a Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. 

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Russia, Putin chiede modifiche alla Costituzione: si dimettono premier e governo


Il premier russo Dmitrij Medvedev e tutto il governo hanno rassegnato a sorpresa le dimissioni per permettere a Vladimir Putin di portare avanti le riforme costituzionali annunciate durante l'annuale discorso alla nazione davanti alle Camere riunite, che darebbero al Parlamento il potere di scegliere il primo ministro russo. "Dobbiamo offrire al nostro presidente l’opportunità di intraprendere le misure necessarie".
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Il premier russo Medvedev e il suo governo si sono dimessi

La decisione in vista della modifica della Costituzione. Putin: «Dmitri sarà numero due nel Consiglio di Sicurezza».

Il premier russo Dmitri Medvedev e il suo governo hanno rassegnato le dimissioni. Lo riportano i media russi. Il presidente Vladimir Putin, nel corso di una riunione del Consiglio dei ministri, ha commentato: «Da parte mia, voglio ringraziarvi per tutto ciò che è stato fatto in questa fase del nostro lavoro congiunto, voglio esprimere soddisfazione per i risultati che sono stati ottenuti». Il presidente russo ha precisato che «non tutto è stato fatto, ma non tutto riesce sempre in modo completo».

Medvedev si è sempre occupato di temi come il rafforzamento delle capacità difensive e della sicurezza

Vladimir Putin

Medvedev, che era in carica dal maggio del 2012 (in precedenza è stato presidente per quattro anni), dovrebbe diventare vice capo del Consiglio di Sicurezza russo, secondo quanto dichiarato il 15 gennaio da Putin. Una carica che verrebbe creata ad hoc: «Ritengo che sia possibile, e me ne occuperò nei prossimi giorni», ha detto il presidente. «Dmitri si è sempre occupato di temi come il rafforzamento delle capacità difensive e della sicurezza».

LA MODIFICA DELLA COSTITUZIONE ALL’ORIZZONTE

Medvedev, parlando con Putin, ha detto di «ritenere giusto, sulla scia delle proposte di modifica della Costituzione, che il governo rassegni le dimissioni. Dopo l’adozione di tali emendamenti (e si è detto che è probabile che ciò avvenga dopo un dibattito) si avranno cambiamenti significativi non solo in una varietà di articoli costituzionali, ma nell’equilibrio del potere, in particolare in quello esecutivo, legislativo e in rami del potere giudiziario», ha detto il primo ministro. «In questo contesto, è evidente che noi, in quanto governo della Federazione Russa, dovremmo offrire al presidente del nostro Paese l’opportunità di prendere tutte le decisioni necessarie in queste condizioni. Credo sia giusto che il governo della Federazione Russa si dimetta in conformità con l’articolo 117 della Costituzione russa», ha aggiunto Medvedev.

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Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

I segnali positivi non mancano. E il 2020 può portare a un riavvicinamento. Ma la pacificazione resta lontana. Dalla questione del gas allo scambio di prigionieri: perché non bisogna essere (troppo) ottimisti.

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio.

IL CONTRATTO SUL GAS NON RISOLVE TUTTI I PROBLEMI

In primo luogo la questione del gas: dal primo gennaio è in vigore il nuovo contratto tra Mosca e Kiev, firmato in zona Cesarini, che evita un’ennesima guerra energetica e le prevedibili conseguenze per mezza Europa. In sostanza però è stata messa solo una pezza temporanea, valida per i prossimi cinque anni, e al di là dei dettagli (ripianamento dei debiti di Gazprom, riduzione del transito e ridefinzione delle tariffe) è evidente che si tratta solamente di una tregua che non appiana certo le contraddizioni di fondo. In attesa di vedere come andrà a finire il caso Nordstream 2, il progetto russo-tedesco per aggirare Europa centrale e Ucraina, che a causa delle sanzioni americane è bloccato. La partenza sarà ritardata, ma da quando potrà funzionare a pieno regime è ancora un’incognita.

IL DONBASS E LE RESISTENZE DEI FALCHI

In secondo luogo la questione del Donbass: a fine anno si è svolto lo scambio di prigionieri, concordato il 9 dicembre nel vertice di Parigi, in cui si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia il presidente ucraino Volodymir Zelensky e quello russo Vladimir Putin. Non è stato semplice, viste soprattutto le resistenze dei falchi ucraini – l’ala radicale nazionalista composta in parlamento dal partito dall’ex presidente Petro Poroshenko e fuori dal variegato spettro della destra radicale e paramilitare – nel rilasciare alcuni membri delle forze speciali Berkut in carcere con l’accusa di aver partecipato al massacro di Maidan nel febbraio del 2014. Se alla fine l’ha spuntata la diplomazia e la volontà di dare uno slancio al processo di pace da troppo tempo in stallo, in realtà c’è poco da sorridere. Già negli accordi di Minsk firmati nel 2015 era in programma lo scambio totale di prigionieri: è arrivato con quasi cinque anni di ritardo e non si sa nemmeno se sia stato davvero completo. Fonti ucraine hanno parlato ancora di decine se non centinaia di persone rinchiuse nelle carceri delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk.

Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia

Nel summit di Parigi è stata inoltre accennata una road map per intensificare nei prossimi mesi il processo di pacificazione, dalla demilitarizzazione della linea di contatto fino alle elezioni locali nel Donbass. Anche in questo caso non si tratta altro che di indicazioni riprese dagli accordi di Mnsk che sino ad oggi nessuno, da Mosca a Kiev passando per i leader separatisti che sottostanno in parte agli ordini di Putin e in parte giocano la loro partita, ha voluto veramente rispettare. Ad aprile è previsto un nuovo incontro in formato normanno (Putin, Zelensky e i due arbitri Angela Merkel ed Emmanuel Macron), ma le speranze che qualcosa cambi davvero sono al minimo. Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia. Se a questo si aggiunge il fatto che il cessate il fuoco è tutt’altro che duraturo e il conflitto continua sottotraccia, con il numero dei morti che ha già oltrepassato le 13 mila unità, non è difficile intuire che l’ottimismo è fuori luogo.

A DETTARE LE REGOLE RIMANE IL CREMLINO

È vero comunque che qualcosa si è mosso, soprattutto sul versante ucraino, dopo l’elezione alla Bankova di Zelensky. Il nuovo presidente, sebbene continui sostanzialmente il corso del suo predecessore Poroshenko, ha aperto un minimo dialogo con Putin che si è mostrato più disposto all’ascolto. Zelensky è stato eletto a furor di popolo con la promessa di mettere la parola fine alla guerra ed è disposto a più compromessi rispetto a Poroshenko. A dettare le regole rimane comunque il Cremlino: la soluzione definitiva per il Donbass rimane lontana e i rapporti tra le due ex repubbliche sovietiche non potranno certo più tornare quelli di prima. Kiev ha scelto di stare sotto l’ombrello occidentale, con gli Stati Uniti a fare da guardaspalla, e Mosca farà sempre fatica ad accettarlo, tentando in ogni modo di condizionare il vicino, con cui i rapporti rimangono, anche solo per ragioni geografiche. L’Ucraina resta spaccata, tra il centro e le regioni dell’Ovest che tendono verso l’Europa e quelle orientali verso la Russia. Se alla guerra non verrà davvero posta la parola fine, il rischio è che il paese si possa ancora lacerare.

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TurkStream, il patto del gas tra Erdogan e Putin

Operativa la pipeline che corre dalla Russia all'Europa, passando per la Turchia. Un tassello in più nella cooperazione tra Mosca e Ankara.

Il gasdotto TurkStream è ufficialmente operativo. Alla cerimonia di battesimo, oltre al presidente russo Vladimir Putin e al suo omologo Recep Tayyip Erdogan, hanno preso parte anche il primo ministro bulgaro Boyko Borisov e il presidente serbo Aleksandr Vucic. Tutti i quattro leader hanno girato la valvola che dà il via alle forniture. La nuova linea è la seconda a collegare Russia e Turchia dopo il BlueStream e punta a portare il gas in Europa passando per il Mar Nero e per la parte europea della Turchia, bypassando l’Ucraina. La Turchia riceverà 15,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno; altrettanti andranno in Europa.

ERDOGAN: «UN PROGETTO DI PORTATA STORICA»

«L’implementazione della costruzione del gasdotto transmediterraneo è la prova del partenariato strategico tra Russia e Turchia che ha prodotto risultati significativi e tangibili», ha dichiarato Putin alla cerimonia. «La cooperazione tra Russia e Turchia sta andando avanti in quasi tutti i segmenti. Nonostante la complicata situazione globale e i tentativi di alcuni attori internazionali di impedire l’espansione della cooperazione tra i nostri Paesi, i nostri sforzi continuano», ha osservato Putin. TurkStream, ha sottolineato Mosca, è un progetto «strategico» che contribuirà «alla stabilità della regione». Erdogan, da parte sua, ha commentato: «Il TurkStream, per cui abbiamo fatto molti sforzi con i nostri amici russi, è un progetto di importanza storica sia a livello delle nostre relazioni bilaterali che della mappa energetica».

LE CRISI SUL TAVOLO DEI DUE LEADER

Prima dell’inaugurazione del gasdotto, Putin ed Erdogan hanno avuto un faccia a faccia. Sul tavolo le crisi in Siria, Libia e Iraq. Putin è giunto in Turchia proprio dalla Siria, dove si è recato per un incontro a sorpresa con Bashar al Assad e ha fatto tappa per la prima volta dall’inizio della guerra anche a Damasco. Un colloquio preparatorio in vista di quello con Erdogan su Idlib, principale nodo irrisolto del conflitto, dove l’intensificarsi dei raid di Mosca e Damasco contro l’ultima roccaforte ribelle ha provocato nelle ultime settimane una nuova ondata migratoria di circa 250 mila persone verso la frontiera turca. L’altro capitolo chiave riguarderà la Libia, dove Erdogan ha annunciato l’invio “graduale” di truppe a sostegno del governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj contro l’offensiva delle forze del generale Khalifa Haftar, appoggiate da Putin. Una tregua aprirebbe la strada a una spartizione di fatto del Paese tra le regioni di Tripolitania e Cirenaica.

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Perché le tensioni tra Usa e Iran possono rafforzare la Russia

Mosca non vuole l'escalation. E potrebbe ergersi a mediatore tra Washington e Teheran. Sfruttando il ruolo di pivot delle crisi mediorientali conquistato in seguito alla campagna siriana. Un ruolo che questa mossa di Trump contribuisce a rafforzare.

È esattamente il tipo di «azione sconsiderata» che la diplomazia di Mosca temeva da parte di un Donald Trump nervoso per l’impeachment e teso a rafforzare il suo gradimento interno anche con mosse imprevedibili sull’arena internazionale. Ora ci si aspetta una pericolosa escalation. La Russia potrebbe offrire la sua mediazione per frenarla.

«Consideriamo l’uccisione di Qassem Soleimani in seguito al raid missilistico Usa nelle vicinanze di Baghdad come un passo all’insegna dell’avventurismo che porterà a un aumento della tensione in tutta la regione», è stato il primo commento del ministero degli Esteri russo. Secondo il presidente della Commissione esteri del senato Konstantin Kosachev «si è realizzato lo scenario più pessimistico possibile». La conseguenza immediata sarà quella di «nuovi scontri fra gli americani e il radicalismo sciita in Iraq», ha detto Kosachev in un’intervista all’agenzia Ria Novosti. Sottolineando poi su Facebook che gli Usa «hanno bombardato» ogni speranza di un controllo sul programma nucleare iraniano, e che Teheran potrebbe ora andare avanti nella costruzione di armi nucleari «anche se prima non ne aveva l’intenzione».

Uno dei maggiori esperti russi di politica internazionale, Dmitri Trenin prevede un surriscaldamento: «L’uccisione di Soleimani non sarà un deterrente per l’Iran», ha scritto su Twitter. «Molto più probabilmente, intensificherà i conflitti nella regione, a partire dall’Iraq». Trenin nota come, dopo essersi sostanzialmente ritirato dai conflitti mediorientali, Trump ora rischi un coinvolgimento militare diretto in luoghi che per gli Usa hanno «meno significato di quanto lo avesse in passato».

LA COLLABORAZIONE MILITARE TRA IRAN E RUSSIA

Con l’Iran la Russia ha stabilito una stretta collaborazione militare fin dall’inizio del suo intervento in Siria a supporto del regime di Bashar al-Assad. Negli ultimi giorni dello scorso anno, i due paesi hanno effettuato manovre navali congiunte insieme alla Cina nell’Oceano Indiano e nel golfo di Oman. Nella guerra siriana, le truppe di Hezbollah armate e dirette da Teheran e la stessa Guardia Rivoluzionaria di cui fanno parte le forze speciali dell’unità Qods di cui il generale ucciso era al comando hanno combattuto sotto la copertura aerea fornita da Mosca. Soleimani era stato coinvolto in prima persona dagli esperti militari russi nella messa a punto delle operazioni. «È andato a più riprese sul fronte, per assicurare il coordinamento con gli alleati», ha confermato una fonte del ministero della Difesa russo al quotidiano Vedemosti.

È improbabile che si arrivi a una guerra su vasta scala, ma Teheran, oltre ad annullare ogni accordo sul suo programma nucleare, potrebbe per esempio reagire bloccando lo stretto di Hormuz

Fonti diplomatiche sentite dallo stesso giornale definiscono «imprevedibili» le conseguenze dell’uccisione di Soleimani: «È improbabile che si arrivi a una guerra su vasta scala, ma Teheran, oltre ad annullare ogni accordo sul suo programma nucleare, potrebbe per esempio reagire bloccando lo stretto di Hormuz». Nell’azione statunitense «non c’è una logica visibile». Secondo Maxim Shepovalenko, analista del think tank moscovita Cast e coautore del volume Persian Bastion sul potenziale militare dell’Iran,  gli Stati Uniti non possono certo illudersi che l’Iran non sia in grado di sostituire adeguatamente Soleimani, e l’obiettivo del raid è stato probabilmente quello di «dimostrare la forza di Trump sullo sfondo dell’impeachment».

L’ARMA DELLA DIPLOMAZIA

L’attacco americano all’aeroporto di Baghdad «non sposta niente nei rapporti tra la Russia e Teheran», dice a Lettera43 Nikolay Kozhanov, docente all’Istituto del Medio Oriente di Mosca. Nel caso di un conflitto aperto tra Usa e Iran, il Cremlino non potrebbe che appoggiare diplomaticamente e semmai con aiuti militari indiretti il partner persiano. Ma «non ha a disposizione le risorse che sarebbero necessarie per un vero e proprio coinvolgimento bellico». Quindi cercherà di arginare per quanto possibile l’escalation «perché non sarebbe in linea con gli interessi russi». Mosca, pur condannando sonoramente ogni azione di Washington contro Teheran,   potrebbe mediare «offrendo canali di comunicazione» per impedire il peggio, sfruttando il ruolo di pivot delle crisi mediorientali conquistato in seguito alla campagna siriana. Un ruolo che questa mossa di Trump potrebbe paradossalmente contribuire a rafforzare. 

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Luci e ombre del ventennio targato Vladimir Putin

L'ascesa al potere da semi-sconosciuto. Gli anni d'oro, suoi e della Russia. Le crisi economiche e quelle diplomatiche. Com'è cambiato il capo del Cremlino dal 1999 a oggi.

Il fatto che fosse già primo ministro non rendeva la scelta poi così ovvia. Di primi ministri Boris Yeltsin ne aveva già consumati parecchi. Ma quando il presidente, il 31 gennaio del 1999, si dimise e lo nominò suo successore ad interim, Vladimir Putin non era più un premier qualsiasi. Durante i cinque mesi scarsi del suo governo era diventato molto popolare. Dopo gli attentati agli edifici residenziali che in settembre avevano provocato oltre 300 morti e un migliaio di feriti nella capitale e in due altre città della Russia, Putin aveva immediatamente accusato i separatisti della Cecenia e ordinato il bombardamento di Grozny. «Li annienteremo anche giù per il cesso, se è il caso», aveva dichiarato mentre scatenava la seconda e definitiva guerra di Mosca contro la repubblica caucasica ribelle.

Lo stile di Putin era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss

Il suo stile “da gangster” ai russi era piaciuto. Era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss e di uscire dagli sconvolgimenti politici, economici e sociali che negli Anni 90 avevano devastato la vita dei cittadini. Una certa dose di brutalità si confaceva ai tempi: poteva esser considerato un prezzo da pagare in vista di una futura normalità

L'”OPERAZIONE SUCCESSORE” DI YELTSIN

Le ipotesi secondo cui gli attentati ai condomìni fossero stati organizzati dai servizi di sicurezza per chiudere i conti con la secessione cecena e per portare Putin alla presidenza sono circostanziate. Il Cremlino anziché fugare i dubbi li ha alimentati intralciando la ricerca della verità. Comunque stiano le cose, in seguito a quegli eventi l’uomo che nell’ultimo giorno del millennio fu messo a capo della Russia aveva ormai un gradimento sufficientemente alto da far prevedere un’agevole conferma elettorale alle presidenziali che ci sarebbero state in primavera. L’”operazione successore”  studiata da Yeltsin e dal suo entourage poteva dirsi riuscita. 

Vladimir Putin è al quarto mandato da presidente della Federazione Russa.

Mentre i rating e la salute del capo andavano a picco e si faceva sempre più concreta la possibilità di azioni penali legate alle liberalizzazioni selvagge che avevano messo l’economia ex-sovietica in mano agli oligarchi, si trattava di dare il potere a qualcuno in grado di garantire che il presidente uscente e le persone a lui vicine non fossero perseguite, e che gli asset creati da quella che è stata definita “la svendita del secolo” non fossero messi in discussione. Fu scelto un burocrate con un background nei servizi segreti, di cui erano noti efficienza, pragmatismo scevro da pretese ideologiche e assoluta fedeltà ai superiori. Ma senza alcuna esperienza politica. Non aveva quasi mai parlato in pubblico ed era sconosciuto ai cittadini. In meno di 150 giorni da premier, Putin aveva ovviato a questi svantaggi. 

UN REGIME CHE NON SI È FATTO STATO

Vent’anni dopo, Putin è il leader di un regime diventato il faro dei populismi e delle destre alternative mondiali, impegnato in un confronto politico con l’Occidente condito di idee sovraniste e tradizionaliste, a scapito di ogni tentativo serio di modernizzare e sviluppare l’economia. Lo zar ha raggiunto gli obiettivi di preservare l’unità della Russia, costruendo una verticale del potere sulle basi autoritarie proprie della tradizione nazionale, e di ristabilirne il ruolo di grande potenza. Ha fallito nel creare una classe dirigente che abbia a cuore i reali interessi del paese. Come ha scritto lo storico Dmitri Trenin, «il regime politico che ha rimpiazzato il caos degli Anni 90 non è  riuscito a maturare in uno Stato a pieno titolo: è prevalentemente al servizio di una stretta élite che sfrutta le risorse seguendo interessi personali e collettivi». E gli interessi dei siloviki, gli uomini legati ai servizi di sicurezza a cui Putin ha messo in mano la Russia, hanno avuto la meglio sull’esigenza di dare prospettive strutturali alla forte crescita economica coincisa con i primi due mandati del presidente. 

UN VENTENNIO SPACCATO IN DUE

«Se Putin avesse lasciato nel 2008 sarebbe passato alla storia come uno dei leader russi di maggior successo», notava il politologo Kirill Rogov in un articolo sul quotidiano Vedemosti. Dal 1999 al 2008 la ricchezza nazionale crebbe del 94%, e il Pil pro capite raddoppiò. Soprattutto grazie all’aumento dei prezzi petroliferi, ma anche alle riforme fiscali e alle facilitazioni per l’apertura di nuove imprese introdotte da Putin. L’inizio delle trattative per l’entrata della Russia nel Wto spinse gli investimenti stranieri e contribuì al rafforzamento del rublo. Il presidente si presentava come uno statista pragmatico e orientato al mercato. In politica internazionale, era dichiaratamente filo-occidentale. Chiese di partecipare alla Nato, assicurò supporto a Washington nella campagna militare in Afghanistan seguìta all’11 settembre; in un discorso in tedesco al Bundestag auspicò la costruzione di una grande Europa «da Lisbona a Vladivostok».

Putin è nato a San Pietroburgo nel 1952.

La seconda parte del ventennio putiniano può essere letta come l’opposto della precedente, ed è all’insegna delle crisi. Due furono crisi economiche: nel 2009 e nel 2015, quando  andamenti al ribasso dei corsi del greggio punirono la mai risolta dipendenza dell’economia russa dalle esportazioni di idrocarburi. Di fronte a un modello di crescita chiaramente esaurito, e all’obsolescenza di impianti produttivi e infrastrutture, sarebbe servito accelerare le riforme. Che invece si sono sostanzialmente fermate. I decreti per i ”progetti nazionali” firmati dal Putin nel maggio 2018 prevedono investimenti statali su larga scala che costeranno ai contribuenti migliaia di miliardi di rubli e che rischiano di essere poco efficaci, in un Paese dove la corruzione è imperante. Esperti e finanzieri internazionali hanno poca fiducia. «La soluzione ai problemi della Russia va proprio nella direzione opposta», secondo Sergey Guriev, capo economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo: «Servirebbe implementare riforme lungamente promesse per la protezione dei diritti di proprietà, per la concorrenza, per la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, per la lotta alla corruzione e per la reintegrazione nell’economia globale», ha scritto Guriev su Vedemosti. Intanto, dalla crescita vertiginosa della ”prima era” di Putin, nella seconda si è passati alla stagnazione: nel 2008 il Pil pro capite era arrivato ad essere pari al 22,5% di quello Usa e al 32% di quello della media Ue, nel 2018 le percentuali erano rispettivamente del 21,5 e del 31. 

L’ERA DELLE CRISI E DELLE GUERRE

Alla frenata economica hanno contribuito pesantemente le crisi politiche e diplomatico-militari che hanno caratterizzato la “seconda era” dei venti anni di Putin al potere. Le proteste di massa contro il regime a Mosca nel 2011-2012 determinarono l’inasprimento dei caratteri autoritari del sistema e l’aumento dell’influenza degli apparati di sicurezza nelle decisioni del Cremlino. L’annessione della Crimea a il conflitto nell’Ucraina orientale ne furono in buona parte una conseguenza. Così come il successivo intervento nel conflitto siriano. Il confronto con l’Occidente diventò il tema centrale dell’azione della Russia e della sua narrativa propagandistica. Il costo non è solo quello delle sanzioni internazionali a cui Mosca è oggi sottoposta.

LE RICADUTE SULLA VITA DEI CITTADINI

L’aumento delle spese per la difesa ha ricadute sui servizi sociali e sul tenore di vita dei cittadini. E rischia di diventare esponenziale in seguito allo smantellamento del sistema di controllo sugli armamenti iniziato dagli Usa in questo clima da nuova Guerra Fredda. Putin potrebbe finire per pagarla cara anche politicamente, sullo scacchiere internazionale: «L’assenza di una strategia di lungo termine e il gusto per astuzie opportunistiche e manovre tattiche espone la politica estera a rischi sostanziali», sostiene Trenin. «L’ossessione di Putin per cambiare l’ordine esistente, ovvero per cercare attivamente di eliminare l’egemonia globale degli Usa, è dannoso, perché non rafforza necessariamente le proprie posizioni ma crea problemi aggiuntivi. Quel che è importante per la Russia non è l’ordine globale di per sé, ma il posto della Russia in questo ordine». 

Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto

Putin ha davanti a sé altri quasi cinque anni di mandatoCome minimo. Difficile dar giudizi su un periodo che è ancora in corso. Certamente, il presidente ha dato al suo Paese una relativa stabilità, e su di essa fonda la legittimità del suo regime. Ma non l’ha reso quel Paese finalmente normale che i russi auspicavano alla fine degli Anni 90. Come in quel periodo, la prosperità finanziaria è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza col potere, e la certezza del diritto è aleatoria. E tipica degli Anni 90 è la retorica “da gangster” che accompagna l’azione del Cremlino in politica interna, con la più o meno spudorata repressione di ogni reale opposizione, e in politica estera. Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto. Normalità, giustizia e reale sviluppo continuano a esser relegate a un futuro indefinito. Per non parlar di democrazia. 

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Sventato attentato terroristico a San Pietroburgo per la notte di Capodanno


Come ammesso dalle stesse autorità di Mosca, fondamentale per sventare il piano terroristico le informazioni raccolte dai servizi segreti statunitensi. Gli attentatori avrebbero ideato un attacco terroristico durante le celebrazioni del 31 dicembre in una delle più affollate piazze della città russa proprio mentre si festeggiava l'arrivo del nuovo anno.
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A tu per tu con Lyubov Sobol, l’influencer anti-Putin

Blogger della Fondazione anti-corruzione di Navalny. Tra le 100 donne del 2019 secondo la Bbc. A L43 dice: «La società russa è cambiata. Ci saranno nuove proteste, e scoppieranno all'improvviso». L'intervista da Mosca.

Nello studio da dove trasmette i programmi che denunciano il malaffare alla corte di Vladimir Putin manca anche il cavalletto: «Ce l’hanno sequestrato, con l’impianto luci e il resto dell’attrezzatura. Ma andiamo avanti lo stesso: la nostra ultima inchiesta è stata vista da 5 milioni di persone». Lyubov Sobol quando si leva gli occhiali dimostra ancora meno dei suoi 32 anni. Avvocato e blogger di punta della Fondazione anti-corruzione (Fbk) di Alexey Navalny, secondo la Bbc è una delle 100 donne più influenti e ispiratrici del 2019. Di sicuro è tra le maggiori influencer della Russia: i suoi live su Youtube hanno oltre 1 milione di sottoscrittori. Bandita dalle elezioni per la Duma di Mosca, ha guidato la campagna per il “voto intelligente” contro Russia Unita, il partito del presidente. Diventando il catalizzatore delle proteste di piazza della scorsa estate. «Non si può fermare l’Amore», gridavano i manifestanti. Lyubov in russo significa “amore”. Prima dell’intervista si scusa di non poterci presentare il direttore di Fbk: «Oggi non è in ufficio, è in prigione. Deve finire di scontare 15 giorni di arresto amministrativo per manifestazione non autorizzata».

DOMANDA. Cosa rimane delle proteste della scorsa estate?
RISPOSTA. Il risultato più importante è che i moscoviti si sono resi conto di avere il potere di cambiar le cose. Ora sanno che Russia Unita può perdere.

Infatti nel parlamentino della capitale ha perso seggi. Andati però a esponenti della cosiddetta “opposizione di sistema”, che non è certo anti-Putin. È davvero cambiato qualcosa, alla Duma di Mosca? 
C’è un’aria nuova. I deputati eletti in seguito alle manifestazioni e alle nostre indicazioni di “voto intelligente” capiscono di avere un mandato per rappresentare davvero i cittadini. Affrontano i problemi reali, in modo indipendente. Hanno contatti con me, con Navalny e con altri attivisti democratici. Questa indipendenza fa paura alle autorità, che cercano di limitarla. 

La tattica del “voto intelligente” potrebbe funzionare anche alle elezioni del 2021 per la Duma federale?  
Sì, per raccogliere il voto di protesta intorno a figure dei partiti di sistema e rendere più difficile a quello di governo raggiungere la maggioranza. Fa parte della nostra strategia. 

Ma prima cercherete di partecipare direttamente?
Certo, lotteremo per esserci. Ma il regime probabilmente non lo permetterà. Al Cremlino sanno bene che il gradimento di Russia Unita non supera il 30%. Leggono i sondaggi. Capiscono che se ci ammettono alle elezioni, e se ci danno accesso alla tivù di stato che finora ci ignora, del loro potere presto non rimarrà niente. 

Lei proverà a candidarsi? 
Ci sto pensando ma non ho ancora deciso. Comunque non è così importante. Io continuo il mio lavoro sociale e politico. Le elezioni sono solo uno degli strumenti per promuovere le idee democratiche e cambiare il Paese.  

Un altro strumento che usate è la piazza. Crede che ci saranno presto altre proteste? 
Ne sono sicura. E scoppieranno all’improvviso. C’è stanchezza nei confronti del potere. La società russa è cambiata: vuole vera rappresentanza politica, certezza del diritto. E non riceve risposte. La situazione non può che esplodere. Le persone torneranno in strada, non appena si verificherà qualche evento catalizzante. Nessuno avrebbe mai immaginato che intorno alle elezioni di Mosca potesse di punto in bianco crearsi un tale movimento. Ma è successo.

E ci sono stati migliaia di arresti, seguìti da processi e condanne anche severe. Un bel deterrente. 
Sono state arrestate e condannate persone per accuse del tutto inconsistenti. Vogliono far vedere che possono sbattere in galera anche chi passava di lì per caso. E le prigioni russe non son proprio quelle della Scandinavia. Ma la gente non si è presa paura. Non vedo in giro la depressione che effettivamente seguì le grandi manifestazioni del 2012. I cittadini oggi sono pronti a farsi sentire, a combattere. 

Forse a Mosca. Ma la Russia è grande. E i sondaggi, che pure registrano un aumento della propensione alla protesta, fotografano anche conformismo e apatia…
Più che conformismo, è sfiducia nella politica. In parte è un’eredità sovietica, ma ha radici anche in ciò che successe negli Anni 90, quando chi doveva costruire la democrazia ha costruito solo poche ed enormi ricchezze private. Oggi c’è insoddisfazione per come è governato il Paese, ma molti pensano solo alla loro vita privata. È vero: è un atteggiamento diffuso. Sta a noi democratici creare fiducia in una politica migliore nel futuro.

I ripetuti raid della polizia nelle vostre sedi a caccia di reati finanziari e la recente iscrizione nel registro degli “agenti stranieri” stanno pesando sulle attività della vostra organizzazione?  
È la reazione delle autorità a quel che facciamo, e che evidentemente è efficace. Purtroppo è un anche bell’aggravio per il nostro bilancio: computer e apparecchiature sequestrati, conti correnti bloccati. Ma non abbiamo niente da nascondere, e loro lo sanno. Il fatto che ci abbiano dichiarato “agente straniero” è un sigillo propagandistico. In teoria, se un giornale ci cita deve specificare che siamo “agenti stranieri“. Intanto, dobbiamo inviare un report per ogni singola donazione che riceviamo dai comuni cittadini che ci sostengono. Lavoro burocratico e costi in più. 

Secondo una nuova legge, oltre alle organizzazioni anche un singolo individuo può esser considerato “agente straniero”. Pensa che potrebbe riguardarla?
Può darsi. A quanto pare basta anche solo diffondere media stranieri, per esempio fare un retweet o un re-post di Radio Svoboda (emittente finanziata dal governo Usa, ndr). Ma nessuno ha capito bene come la nuova legge potrà funzionare. Non esiste una procedura scritta. Gli stessi parlamentari che l’hanno approvata dichiarano che sarà applicata in modo selettivo. In pratica si è preparato il terreno giuridico per un’attività repressiva. Contro chi attuarla, verrà deciso di volta in volta dall’alto. 

Suo marito è sopravvissuto a un avvelenamento a colpi di siringa e lei ha subito aggressioni e minacce, dopo la pubblicazione di una sua indagine sulle attività di Yevgeny Prigozhin, uno degli uomini più potenti della Russia. È stato lui il mandante?
Certo che è stato Prigozhin. L’ho sempre sostenuto e ormai nemmeno gli aggressori materiali lo nascondono (Prigozhin ha smentito, ndr). 

E ci sono state altre azioni aggressive contro di lei e la sua famiglia? 
Recentemente no. A quanto ho saputo, Prigozhin ha avuto uno stop dal Cremlino: niente violenza contro Sobol. Putin non vuole perdere la faccia davanti ai leader mondiali. Però io so bene che Prigozhin è uno che non perdona. 

È vero che state per pubblicare un’inchiesta sulle ricchezze accumulate dagli amici di più vecchia data di Putin, come i fratelli Rotenberg (ex sparring partner di judo del futuro presidente diventati imprenditori edili e banchieri, ndr)?
Non posso anticipare niente sulle prossime inchieste. Anche perché non crederà mica che siamo i soli a registrare questa conversazione (indica sul tavolo il registratorino che stiamo utilizzando per l’intervista, ndr)?

Vuol dire che in questo momento siamo intercettati da microfoni dell’Fsb (servizio di sicurezza erede del Kgb sovietico, ndr)?  
Certamente sì. Non abbiamo alcun dubbio che qui nei nostri uffici ci ascoltino. Ma siamo abituati a lavorare in queste condizioni. E non abbiamo niente da nascondere. A parte i risultati delle nostre indagini, fino alla pubblicazione. Posso solo dirle che sicuramente indaghiamo sugli amici di Putin e sui vertici del regime. E continueremo a farlo. 

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La Germania espelle due diplomatici russi per l’omicidio di un ribelle ceceno

La procura federale di Berlino ha prove sufficienti per affermare che è stato ucciso «o per conto delle autorità statali russe o per conto della Repubblica cecena autonoma, parte della Federazione russa», Il Cremlino lo consdera «un atto ostile».

La Germania ha annunciato l’espulsione di due diplomatici russi dopo che i pubblici ministeri che si occupano dell’inchiesta hanno dichiarato che dietro l’uccisione di un ex comandante ribelle ceceno in un parco di Berlino potrebbe esserci il governo di Mosca. Zelimkhan Khangoshvili era stato stato ucciso il 23 agosto scorso, presumibilmente da un russo, arrestato poco dopo. Il ministero degli Esteri di Berlino ha reso noto che i due diplomatici sono stati dichiarati «persone indesiderate con effetto immediato».

«UN ATTO OSTILE»

Dura la risposta del ministero degli Esteri russo, In una nota ripresa dalla Tas la diplomazia guidata da Sergej Lavrov sostiene: «Mosca considera le dichiarazioni della Germania e l’espulsione dei diplomatici russi come infondate e un atto ostile» e «risponderà in modo simmetrico».

«PROVE SUFFICIENTI: UCCISO PER CONTO DI RUSSIA O CECENIA»

Secondo la ricostruzione di Der Spiegel la decisione del ministero degli Esteri di espellere due funzionari russi dei servizi segreti è stata presa in seguito alle informazioni assunte dalla procura federale di Karlsruhe, e pubblicate sul suo sito internet. Questa mattina è stato convocato l’ambasciatore russo a Berlino Sergej J. Netschajew a cui è stata comunicata verbalmente la richiesta di espulsione. La ragione sarebbe la mancata collaborazione della Federazione russa nell’indagine sull’omicidio del cittadino georgiano, ex militare in Cecenia, a Berlino in pieno giorno il 23 agosto scorso. La procura federale ha confermato di avere prove sufficienti per ritenere che l’uccisione sia stata compiuta «o per conto delle autorità statali russe o per conto della Repubblica cecena autonoma, parte della Federazione russa», è scritto nel comunicato ufficiale della procura federale, che si occupa di sicurezza interna e internazionale.

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Putin firma la legge contro i giornalisti “agenti stranieri”

Le autorità potranno bollare reporter indipendenti e blogger con una definizione molto simile a quella di "spia".

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato ieri sera una controversa legge che permette alle autorità russe di bollare come «agenti stranieri» anche gli individui, compresi i blogger e i giornalisti. La legge prevede che un individuo o un ente giuridico russo che diffondano notizie prodotte da testate inserite nella lista nera degli agenti stranieri o partecipino alla loro creazione possano essere riconosciuti a loro volta come «agenti stranieri». La legge entra in vigore immediatamente.

LA RISPOSTA AGLI USA

Il provvedimento era stato approvato in via definitiva dalla Duma il 21 novembre e dal Senato il 25. Per Amnesty International e Reporter senza frontiere si tratta di «un ulteriore passo verso la limitazione dei media liberi e indipendenti» in Russia. Il marchio di «agente straniero», che tanto ricorda quello di «spia», è usato dal Cremlino per contrassegnare le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero e sono impegnate in non meglio precisate «attività politiche». Dal novembre del 2017, dopo che la tv finanziata dal Cremlino Russia Today era stata a sua volta definita «agente straniero» negli Usa, questa definizione in Russia è applicabile anche ai media. Le organizzazioni identificate come «agente straniero» devono presentarsi come tali nei materiali che producono.

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Il gasdotto che avvicina Putin e Jinping

I due leader tengono a battesimo la pipeline. Costruita da Gazprom, fornirà alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Il progetto.

Il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo cinese Xi Jinping, in video collegamento rispettivamente da Sochi e da Pechino, hanno tenuto a battesimo il lancio del gasdotto ‘Forza della Siberia’, costruito da Gazprom, che fornirà alla Cina, a regime, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il contratto fu firmato nel 2014 sull’onda della crisi ucraina e del grande gelo fra Russia e Occidente. «Il rapporto energetico fra Russia e Cina raggiunge un altro livello», ha detto Putin dando il via alle forniture.

BOCCHE CUCITE SUL PREZZO DI FORNITURA DEL GAS

Il gasdotto, lungo 3 mila chilometri, trasporterà il gas dai centri di produzione di Irkutsk e Yakutia ai consumatori dell’Estremo Oriente russo e quindi in Cina, attraverso la rotta orientale. Il prezzo di fornitura del gas è uno dei segreti di Stato più inaccessibili della Russia di Putin ma, stando a indiscrezioni pubblicate da alcuni media, varrà circa 400 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi 30 anni. Alla cerimonia di lancio del gasdotto ha partecipato anche l’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, che si trovava presso la città di confine fra Russia e Cina Blagoveshchensk, dove è dislocata una stazione di pompaggio del gasdotto.

XI JINPING: «UNA NUOVA FASE DELLA NOSTRA COOPERAZIONE»

«Quest’anno celebriamo i 70 anni da quando sono stati stabiliti i legami diplomatici tra Russia e Cina e iniziamo le forniture alla Cina», ha affermato Putin. «Questo passaggio porta il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico a un livello completamente nuovo e ci avvicina all’obiettivo di un interscambio commerciale di 200 miliardi di dollari entro il 2024», ha rimarcato Putin. «Lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi è e rimarrà una traiettoria prioritaria nella politica estera di ciascuno dei nostri Paesi», ha detto Xi Jinping, sottolineando come l’entrata in servizio del gasdotto sia «un importante risultato intermedio e l’inizio di una nuova fase della nostra cooperazione».

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È morta Goar Vartanyan, la “zarina” delle spie sovietiche

Si è spenta a 93 anni la leggendaria eroina dell'intelligence russa. Insieme al maritò sventò un attentato contro Roosevelt, Stalin e Churchill nel 1943 a Teheran.

Goar Vartanyan, la “zarina” di tutte le spie russe, figura a dir poco mitica dell’intelligence sovietica, è morta all’età di 93 anni e sarà sepolta nel cimitero di Troekurovsky, accanto al marito Gevorg, scomparso nel 2012 a 87 anni. Vartanyan, originaria dell’Armenia, si trasferì con la famiglia in Iran nei primi anni ’30 ed entrò a far parte del gruppo antifascista – capeggiato dal suo futuro marito – a 16 anni. Insieme contribuirono a sventare il piano nazista (operazione Long Jump) concepito per assassinare Winston Churchill, Franklin D. Roosevelt e Joseph Stalin nel corso del loro primo incontro, nel 1943, a Teheran. Vladimir Putin ha espresso le sue condoglianze ai parenti e agli amici di Vartanyan, che conosceva bene e di persona. “Senza di loro – ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov – la storia del mondo sarebbe stata molto diversa”. La coppia, dopo Teheran, ha svolto per conto dei servizi segreti sovietici un lavoro trentennale all’estero, così cruciale che, dicono gli esperti, non verrà mai declassificato.

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Nordstream 2 e la geopolitica del gas russo

Russia e Germania hanno vinto la partita sul gasdotto, a discapito degli Stati centrali dell'Europa, in particolare dell'Ucraina. Mentre Putin può tornare a occuparsi dei progetti già avviati con la Cina assetata di energia e per accaparrarsi le risorse dell'Artico.

Con il via libera della Danimarca a Nordstream 2, bloccato temporaneamente per questioni ambientali, si è chiusa, salvo imprevisti, la telenovela del gasdotto russo-tedesco sotto il Baltico.

Già in dirittura d’arrivo, si era incagliato nelle acque territoriali danesi e senza la luce verde di Copenaghen avrebbe dovuto allungare il percorso. Niente chilometri in più e altri ritardi, quindi, e così il progetto trainato dal colosso Gazprom dovrebbe chiudersi nei prossimi mesi e partire a pieno regime nel 2020.

Si tratta del raddoppio di Nordstream 1, già in funzione da quasi 10 anni, che porterà altri 55 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno direttamente in Germania. Aggirando da Nord l’Europa centrale e soprattutto l’Ucraina. Voluto con forza da Mosca e Berlino, Nordstream 2 è stato ostacolato fortemente da alcuni Stati dell’Ue, guidati dalla Polonia, e soprattutto dagli Stati Uniti, interessati a indebolire il legame energetico tra Russia ed Europa e sostituirsi almeno in parte a Mosca attraverso forniture di gas liquido proveniente da Oltreoceano.

UNA BATTAGLIA VINTA DA PUTIN E MERKEL

Se dunque è stata detta davvero l’ultima parola sui tubi della discordia, ad averla vinta sono stati in primo luogo Vladimir Putin e Angela Merkel, in questi ultimi mesi sotto pressione da Washington per lasciare incompiuto il lavoro fatto dal suo predecessore Gerhard Schröder, che all’inizio degli anni Duemila aveva detto il primo sì a Nordstream 1. A nulla sembra essere in definitiva servito il pesante lavoro di lobby americano, sia su Bruxelles che su singoli Stati europei: il Cremlino continua a essere in posizione di forza nella guerra del gas che va avanti, tra cambiamenti di scenari anche repentini, già da un paio di lustri, ma che vede come attori principali sul Vecchio continente sempre Russia e Germania. Se sul versante meridionale Mosca ha dovuto cambiare le carte, con l’abbandono di Southstream poi in parte sostituito con Blustream a fianco della Turchia, su quello settentrionale l’asse Mosca-Berlino non ha dato segni di cedimento, nonostante la crisi ucraina e le sanzioni occidentali, europee e statunitensi, che comunque non sono andate a toccare i progetti energetici.

KIEV E LA QUESTIONE DELLA DIPENDENZA UCRAINA DAL GAS RUSSO

Anche le minacce di ritorsioni economiche verso le aziende europee, non solo tedesche, ma anche olandesi, austriache, francesi e italiane, sono andate a vuoto. Putin e Merkel possono dirsi soddisfatti, Donald Trump un po’ meno, così come polacchi e baltici, insieme con gli ucraini, i perdenti. Sarà infatti Kiev a essere la più penalizzata dal doppio Nordstream, che in sostanza la taglierà fuori dal sistema di transito, o comunque da gran parte di esso. Addio quindi a 3 miliardi di dollari all’anno e la necessità a questo punto di dover affrontare la questione della dipendenza dal gas russo, in realtà non così complicata. Negli anni passati, già prima del regime change a Kiev e la guerra nel Donbass, il braccio di ferro tra Russia e Ucraina sulle questioni energetiche è stato ampiamente strumentalizzato da entrambe le parti per ragioni geopolitiche ed economiche, quando in realtà l’Ucraina, senza troppi sforzi come dimostrato proprio negli ultimi anni, potrebbe sensibilmente diminuire l’import di gas russo per il proprio fabbisogno interno.

Alcune tubazioni di gas in Ucraina (foto ©AP/Lapresse).

Gli interessi di Gapzrom e Naftogaz e degli oligarchi di riferimento, da una parte e dall’altra, hanno segnato i rapporti tra Mosca e Kiev nel settore più opaco e corrotto dell’economia di entrambi i Paesi. Yulia Tymoshenko, l’eroina della rivoluzione arancione del 2004, era stata sbattuta in galera dal presidente Victor Yanukovich nel 2011 con l’accusa di abuso di ufficio per aver firmato i contratti con Putin nel 2009, gli stessi che sono ancora in vigore fino alla fine di quest’anno e devono essere rinegoziati con la mediazione dell’Unione europea.

ORA MOSCA PUÒ APRIRE NUOVI MERCATI DEL GAS CON LA CINA

Tra battaglie legali e successi alterni davanti ai tribunali, Gazprom e Naftogaz sono di fronte a una nuova sfida sulla quale l’avvio di Nordstream pesa non poco. Il Cremlino ha anche stavolta il coltello dalla parte del manico, anche perché l’Ucraina, pur avendo ricevuto assicurazioni di massima da parte di Berlino e Bruxelles, è rimasta isolata e gli aiuti trasversali americani, non certo disinteressati, sono finiti in un disastro. Basti pensare al 2014 e all’entrata in scena di Hunter Biden, figlio dell’allora vicepresidente americano John, in Burisma, una delle maggiori società ucraine private energetiche.

Dal Cremlino intanto Putin può tornare a occuparsi dei progetti già avviati su quello orientale

In un contesto che ha visto l’Ucraina post Euromaidan commissariata con addirittura tre ministri stranieri, tra cui l’americaca Natalia Yaresko alle Finanze, il terreno di conquista si era allargato: controllata inizialmente da un oligarca vicino a Yanukovich, il suo consiglio di amministrazione è diventato dopo il cambio di governo filoccidentale a Kiev una cabina di regia proamericana dove sono finiti tra gli altri l’ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski e l’ex capo dell’antiterrorismo della Cia e vice ad di Blackwater (ora Academi) Joseph Cofer Black.

Xi Jingping e Vladimir Putin (foto LaPresse).

Paradossalmente, più che diventare un attore antitetico alla Russia, Burisma si è rivelata così solo il peccato originale sulla quale è scoppiato poi l’Ucrainagate che ha coinvolto Donald Trump. Ma questa è un’altra storia. Dal Cremlino intanto Putin, che con Nordstream ha infine stabilizzato il fronte occidentale, può tornare a occuparsi dei progetti già avviati su quello orientale, con la Cina assetata di gas, e la sfida alle risorse dell’Artico, dove per sicurezza è stata già piantata una bandiera russa.

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Russia, repressione contro testimoni di Geova, fedele condannato a 6 anni: “Setta estremista”


Continua la repressione delle autorità russe contro i testimoni di Geova, da tempo ormai considerati una setta estremista nel paese. Un tribunale ha condannato a sei anni un fedele finito agli arresti l'anno scorso perché accusato di esse a capo di un ramo locale dei testimoni di Geova e quindi considerato di fatto organizzatore di una rete estremista vietata.
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In Russia arrivano le lezioni di kalashnikov a scuola: “Sosteniamo patriottismo e identità”


Il ministero dell'Educazione russo ha promosso, in occasione del centesimo anniversario della morte di Mikhail Kalashnikov, lezioni sulla storia e l'utilizzo del famoso fucile d'assalto AK-47, dando agli insegnanti delle vere e proprie linee guida da seguire durante le lezioni: "Promuoveranno il patriottismo, aiuteranno gli studenti a formare un'identità nazionale".
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