Russia, l’oppositore di Putin Alexei Navalny in condizioni gravi per un presunto avvelenamento


Alexei Navalny, famoso oppositore del presidente russo Vladimir Putin, è stato ricoverato in terapia intensiva per un presunto avvelenamento. Lo ha reso noto la sua portavoce Kira Yarmysh, spiegando che Navalny si è sentito male durante un volo dalla Siberia a Mosca, costringendo l’aereo su cui viaggiava a un’atterraggio di emergenza.
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Putin annuncia: “Abbiamo il vaccino anti-Covid, l’ho fatto iniettare anche a mia figlia”


La Russia è il primo Paese al mondo a registrare un vaccino contro il Covid-19. L'annuncio è arrivato direttamente dal presidente Vladimir Putin, che ha dichiarato che a una delle sue figlia è stata somministrata una dose. L'Oms avverte: vaccino dovrà essere sottoposto a "rigorosi esami e valutazioni di tutti i dati richiesti sulla sicurezza e l'efficacia" prima di ottenere l'approvazione.
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Addio a Saturn, l’alligatore sopravvissuto alla dittatura nazista e comunista: aveva 84 anni


L'alligatore Saturn è morto di vecchiaia all’età di 84 anni nello zoo di Mosca. Nato in Mississippi e regalato a Berlino per i giochi olimpici del 1936, è sopravvissuto a ben due dittature, quella nazista e sovietica, scampando anche a un devastante bombardamento durante la seconda guerra mondiale. "Ha visto molti di noi da bambini. Speriamo di non averlo deluso” hanno scritto dallo Zoo di Mosca.
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Pubbliche relazioni: la Russia sfida le superpotenze a colpi di engagement

La presenza della società di pubbliche relazioni Ketchum dietro il governo russo ha destato stupore e scandalo. Eppure, per gli addetti ai lavori, questa sembra quasi una banalità. Comunicazione e pubbliche relazioni, in uno scenario così delicato in cui i social rappresentano il maggior canale di divulgazione delle informazioni, costituiscono mezzi utili ai governi nella costruzione del proprio posizionamento. È dunque importante fermarsi a ragionare su come reinventare il settore alla luce di queste nuove esigenze.

In un periodo storico in cui tutte le notizie diverse dal coronavirus passano in secondo piano, c’è un’altra questione ha particolarmente colpito e che è, forse, passata un po’ di nascosto nella cronaca monopolizzata in questi giorni dalla difesa dal Covid-19 e dalle decisioni europee: Vladimir Putin e le Pr di Stato, per citare il titolo dell’articolo pubblicato pochi giorni fa sull’Huff Post.

Ma andiamo per gradi. Molti giornali e trasmissioni italiane si sono interrogati sul ruolo giocato dalla Russia sullo scacchiere mondiale nel corso della pandemia da quando, a marzo, cortei militari russi hanno calpestato il suolo nostrano per sostenere il governo di Roma nel fronteggiare il dilagare del coronavirus. L’intervento russo non ha tardato a sollevare perplessità, tanto che un importante quotidiano come La Stampa, sempre a fine marzo, aveva manifestato i propri dubbi in merito pubblicando un’inusuale lettera aperta indirizzata al direttore dall’ambasciatore russo in Italia, Sergei Razov.

Alla lettera, il giornalista de La Stampa rispondeva sottolineando il fatto di essere in possesso di informazioni provenienti da «fonti politiche di alto livello», asseriva che «l’80% degli aiuti russi sarebbe totalmente inutile o poco utile». Un attacco plateale che ha goduto fin da subito di una grande eco. La risposta di Sergei Razov non ha tardato ad arrivare, ribadendo che non ci sono stati, né mai ci saranno, secondi fini negli aiuti russi.

IL LAVORO DELL’AGENZIA KETCHUM PER IL GOVERNO RUSSO

Dietro queste polemiche si cela una realtà incontrovertibile e oramai impossibile da eludere: l’Italia è diventata lo scenario di una serrata competizione tra le maggiori potenze mondiali che stanno cercando di ridefinire le loro influenze nel nostro Paese. La pandemia ha infatti offerto un’occasione unica per chiarire i bilanciamenti di interessi e poteri. In un Paese in cui la comunicazione è controversa e inquinata e si confondono gli aiuti cinesi e il sostengo degli Stati Uniti, la Russia sembra aver trovato terreno fertile per incrementare quella potrebbe sembrare una grandissima operazione di pubbliche relazioni internazionali, il cosiddetto soft power. Ci si è sorpresi che a supportare le iniziative del governo russo e del suo presidente, Vladimir Putin, vi fosse la società di pubbliche relazioni Ketchum che, dietro compenso pari a 23 milioni di dollari da metà 2006 a metà 2012 più altri 17 provenienti da Gazprom, avrebbe “piazzato” molti articoli filo governativi su giornali di rilevante importanza internazionale come il New York Times. Inoltre, l’agenzia Ketchum sarebbe riuscita, grazie ad un sottile lavoro di lobby, a riconoscere a Vladimir Putin il ruolo e la copertina di Personaggio dell’anno pubblicata sul Times nel 2007.

L’USO DI PR PER LA COMUNICAZIONE POLITICA RISALE ALLA GUERRA DEL GOLFO

Aldilà del giudizio morale che può facilmente scappare dalle nostre labbra, è possibile ancora stupirsi davvero dinnanzi a queste notizie? Anzi, come sottolineato dall’articolo dell’Huff Post, è molto più strano che, al giorno d’oggi, una informazione del genere diventi notizia, piuttosto dovremo stupirci se gli Stati, ed i governi protempore che li guidano, non si avvalgono di professionisti della comunicazione, soprattutto per iniziative che escono dalla gestione ordinaria della cosa pubblica. Certamente, alla luce della delicatissima situazione che stiamo vivendo, l’idea di essere diventati terreno di una campagna di pubbliche relazioni internazionale ci può sorprendere e forse anche spaventare, ma quel che è certo è che questo modo di operare non è nuovo: già nel corso della Guerra del Golfo del 1991 si era parlato molto dell’ingaggio di società di pubbliche relazioni da parte del Kuwait. Mentre la Casa Bianca per decenni si è avvalsa del colosso Usa delle Pr, Burston & Marseller. Avevamo dunque veramente bisogno dell’inchiesta di BuzzFeed News e di ProPublica per ricordare l’importanza delle pubbliche relazioni e della comunicazione anche per i Governi? Forse sì e questo ci permette di riflettere sul nostro mestiere e sulle sue implicazioni future.

SERVE TRASPARENZA DA PARTE DEI GOVERNI

In un’era sempre più digitalizzata e in una società che sta vivendo uno sconvolgimento che sembra essere inarrestabile, la notizia relativa al lavoro svolto dalla società Ketchum per il governo russo ha destato scalpore e diffidenza. Comunicata nel modo corretto, questa informazione sarebbe servita semplicemente a ribadire un concetto che, troppo spesso, è stato omesso e soppiantato: le attività di pubbliche relazioni, di comunicazione e di stakeholder engagement sono diventate, e lo saranno sempre più, imprescindibili anche per i governi. Solo una comunicazione trasparente e chiara su cosa svolgono queste società e come vengono ingaggiate dai governi potrà evitare che l’opinione pubblica si sorprenda o si schernisca. Oggi è normale per gli Stati affidare la propria comunicazione ad agenzie, perché, in un mondo sempre più complesso, nessuno, neanche gli Stati, possono prescindere dalle pubbliche relazioni, dalla creazione di strategie comunicative adeguate e dalla costruzione ragionata ed efficace della propria reputazione che è sempre più alla mercé di chiunque. È importante, dunque, che chiunque operi nel settore possa farlo senza doversi celare nell’ombra, screditando così la sua stessa attività.

Creare una strategia di stakeholder engagement e di comunicazione su territorio straniero è controverso quanto complesso

In conclusione, seppure le attività svolte dalla Russia possano spaventare per ambizione e determinazione, quel che risulta essere evidente è che la Federazione è certamente molto avanti rispetto a noi: creare una strategia di stakeholder engagement e di comunicazione su territorio straniero è controverso quanto complesso. È dunque necessario, per tutti quelli che “stanno a guardare” cercare di orientare i propri pensieri e il proprio business verso una nuova forma di brand reputation, quella degli Stati. Questo richiederà una profonda revisione di strategie, obiettivi e mezzi e richiederà agli addetti ai lavori di allargare i propri orizzonti e di reinventarsi: ora, più che mai, su un terreno così sconnesso, gli Stati avranno sempre più bisogno di questo appoggio.

Gianluca Comin è professore di Strategie di comunicazione alla Luiss di Roma

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La strategia della Russia dietro agli aiuti per il coronavirus

L'intreccio tra i reparti militari per le emergenze biologiche e i servizi segreti. La figura del generale Kikok tra le armi chimiche in Siria e l'epidemia di Ebola in Africa. Tutte le mosse di Putin in soccorso a Conte e a Trump.

“Dalla Russia con amore”, letteralmente. L’intrigo da 007 calza a pennello con gli aiuti inviati da Vladimir Putin in Italia per l’emergenza sanitaria del Covid 19. Ambiguamente il Cremlino ha scelto proprio il nome del film con James Bond per la corposa missione umanitaria: 130 medici militari, tra cui virologi, epidemiologi e rianimatori, guidati da un pezzo da novanta del dipartimento della Difesa da agenti nucleari, chimici e biologici (Nbc), il comandante Sergey Kikot al centro di crescenti speculazioni. Con loro mascherine, ventilatori, attrezzature per la disinfestazione e la sanificazione delle aree, tamponi e laboratori da capo per la sterilizzazione e per la profilassi chimico-batteriologica e altro personale sanitario, a bordo dei 15 aerei cargo atterrati alla fine di marzo nella base dell’aeronautica italiana di Pratica di Mare, nel Lazio, e dislocato in questi giorni soprattutto nella Bergamasca martoriata dall’epidemia.

COLONNE DI MILITARI «DISINTERESSATI»

Cuori adesivi con i colori delle bandiere dell’Italia e della Russia e lo slogan, dall’esplicito doppio senso, appiccicati su camion militari. Colonne di mezzi che hanno attraversato lo stivale e solcano la Lombardia in un clima vagamente post-bellico: un aiuto prezioso, nell’emergenza della fase più acuta, ma che disorienta. «Disinteressato» ha precisato anche l’ambasciata russa a Roma, «nello spirito che fu di Pratica di Mare e che ora acquisisce il nuovo significato di aiutare il popolo amico italiano». In effetti Pratica di Mare fu la sede dell’accordo del 2002 tra la Nato e la Russia, promosso dall’allora premier Silvio Berlusconi, lombardo e tuttora in grande rapporto di amicizia con Putin. Tutto torna: tanto più che in Russia chi si occupa di protezione civile, inclusa la lotta alle epidemie, è personale esclusivamente militare. Lo stesso dei nucleo dell’Nbc già inviato, in passato, in Africa per l‘Ebola, di solida preparazione scientifica e sul campo.

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Il presidente russo Vladimir Putin.

IL COMANDANTE KIKOT

Il comandante Kikot, definito dal sito internazionale d’informazione russo Sputnik vice comandante delle Nbc, ha partecipato a precedenti interventi del reparto in Guinea, per l’epidemia, e per missioni in teatri di guerra come l’Afghanistan. Tra le poche informazioni a disposizione, il suo nome figurava nel 2019 tra i relatori del dossier in difesa del presidente siriano Bashar al Assad, contro l’accusa della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja di uso di armi chimiche contro i civili a Duma. Il ruolo di ponte, sulla Siria, con la politica è valso a Kikot l’etichetta di «ripulitore di Assad» dai crimini di guerra del regime di Damasco. Da fonti riservate del quotidiano La Stampa, che svolge delle inchieste sulla missione russa in Italia, il suo comandante, come vice del generale russo Igor Kirillov capo dell’Nbc, sarebbe ai vertici del programma delle «armi biologiche russe, una delle parti più segrete del ministero della Difesa».

I LEGAMI CON L’INTELLIGENCE RUSSA

L’ex comandante del reparto della Nato equivalente alla Nbc, Hamish De Bretton-Gordon, ha dichiarato al quotidiano di non nutrire dubbi su «ufficiali del Gru, il direttorato dei servizi segreti militari russi» nel reparto di Kikot arrivato in Italia anche per «scoprire il più possibile sulle forze italiane». Per De Bretton-Gordon «tutto ciò che riguarda armi chimiche e biologiche, avviene in Russia sotto la stessa guida». È d’altronde scontato che, anche al Cremlino, il dipartimento militare che si occupa di armi e di protezioni da attacchi nucleari, chimici e batteriologici abbia compenetrazioni con il ramo dell’intelligence. L’ingresso di questi alti gradi militari e delle loro apparecchiature nell’area della Nato, per di più in un periodo di sanzioni degli Usa alla Russia, è fuori di dubbio un colpo grosso messo a segno dall’ex agente del Kgb Putin. Per disperata necessità, l’Italia è la prima linea dell’intelligence militare russa in Europa.

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Un’ambulanza a Mosca per malati di Covid 19.

IL CARICO DI AIUTI RUSSI VERSO NEW YORK

Uno sfondamento geopolitico che è continuato con le forniture fatte decollare subito dopo da Mosca, più in sordina, verso gli Usa: 60 tonnellate tra respiratori, mascherine, ventilatori polmonari e altri equipaggiamenti medici sono atterrati il 2 aprile scorso con un gigante An-124 dell’aeronautica russa al JFK di New York, mentre l’epidemia divampava drammaticamente nella Grande mela. «Aiuti umanitari di mutua assistenza», ha fatto sapere il Cremlino, «giacché per il Covid 19 in futuro potremmo avere bisogno anche noi degli americani». Per il Dipartimento di Stato Usa il materiale è stato invece «acquistato». Come che sia, c’è stata una telefonata tra Putin e un Donald Trump apparso poi molto soddisfatto alla conferenza stampa quotidiana con la task force contro il coronavirus dell’arrivo dell’«aereo dei russi pieno, ma proprio pieno, un gesto davvero carino».

SOFT E HARD POWER RUSSO

Con questo atto straordinario, in Russia Putin ha riequilibrato la percezione sugli americani, nella memoria collettiva, venuti a dispensare aiuti nel 1990, tra le macerie dell’Urss in disfacimento: uno strumento di propaganda interna formidabile – prima ancora che di soft (e hard) power tra le democrazie occidentali – benché con l’aumentare dei contagi da Covid 19 la popolazione russa inizi a infastidirsi delle regalie del governo all’esterno. Lo stesso è avvenuto nel Nord Italia: stavolta sono stati i russi, prima e molto di più degli americani, a venire in soccorso alla popolazione. A maggior ragione il carico militare-sanitario del Cremlino, di emergenza, verso gli States era qualcosa di impensabile, ancora fino a una settimana fa. Un intervento che, nell’anno delle Presidenziali americane destinate con ogni probabilità a slittare, Oltreoceano fa rinfocolare le polemiche sulla presunta vicinanza, per non dire affiliazione, di Trump al Cremlino.

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Anche Putin deve arrendersi al coronavirus

Stop al referendum e Paese in lockdown per una settimana. Mentre i casi di contagio aumentano costantemente.

A causa del Covid-19 che minaccia anche la Russia, Vladimir Putin rinvia il referendum sui cambiamenti alla costituzione studiati per dargli la possibilità di rimanere al Cremlino fino al 2036. In un discorso televisivo alla nazione, il presidente ha spiegato che il voto, fissato per il 22 aprile, sarà posticipato a data da destinarsi. Quando, dipenderà dalle valutazioni di medici e tecnici sull’evoluzione dell’epidemia. Putin ha anche annunciato lo stop per una settimana di tutte le attività non essenziali: il periodo dal 28 marzo al 5 aprile sarà considerato di ferie, e i lavoratori che resteranno a casa verranno pagati regolarmente. Oltre a questa misura volta ad arginare il diffondersi del virus col distanziamento sociale, il leader russo ha elencato una serie di provvedimenti di supporto ad aziende e famiglie. Tra questi, un aumento dei sussidi di disoccupazione e un deferimento degli obblighi fiscali per le piccole e medie imprese. 

CONTAGIO CONTENUTO MA INEVITABILE

«Grazie alle misure da noi prese in anticipo, siamo finora stati capaci di contenere il contagio, ma vista la posizione geografica della Russia, sarà impossibile creare una barriera in grado di bloccarne completamente la penetrazione», ha detto Putin. Invitando i russi a stare a casa, senza però istituire – al momento – un vero e proprio obbligo a farlo. Riguardo al referendum costituzionale, «sapete quanto sia per me importante», ha sottolineato .«Ma priorità assoluta sono la salute, la vita e la sicurezza dei cittadini». Finora era prevalso il desiderio del Cremlino di dare una piega ottimistica agli eventi e andare avanti con il voto del 22 aprile, cruciale per la visione politica di “nuova Russia” ancor più autoritaria che il presidente – secondo la maggior parte degli osservatori – sta delineando. Evidentemente, qualcosa ha fatto ricredere Putin. 

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli. E il numero reale dei casi è probabilmente ancora più alto, riconoscono adesso le autorità. Che, nonostante la situazione sia al momento migliore rispetto a quella di molti altri Paesi investiti dalla pandemia, si preparano ad affrontare scenari più duri. I contagiati “ufficiali” erano 658 alle 12 del 25 marzo: 163 in più rispetto al giorno precedente. Non si era mai visto un tale aumento giornaliero. Da alcuni giorni a Mosca, la città più colpita, la lista dei contagiati è compilata in base ai risultati immediati di un singolo tampone. Non viene più atteso l’imprimatur di positività dai laboratori ministeriali di Novosibirsk. Il sindaco della capitale, Sergei Sobyanin, incontrando il presidente Putin, aveva definito «serio» il quadro, aggiungendo che il numero dei malati è superiore a quanto finora accertato. 

QUALCHE BUGIA, MA NESSUN COMPLOTTO

Le rigidità burocratiche e la volontà governativa di non creare allarme e dichiarare «sotto controllo» l’epidemia hanno certamente contribuito a ridimensionarne i numeri. Che però restano obiettivamente contenuti: la Russia di oggi non è la vecchia Unione Sovietica, e non è nemmeno la Cina. Certo, la maggior parte dei media sono governativi e fanno propaganda. Ogni tentativo organizzato dall’alto di occultare una realtà estremamente più grave di quella che è verrebbe presto smascherato sui social, che pullulerebbero di testimonianze del depistaggio in atto. Cosa che non sta avvenendo. Si sono smascherati episodi singoli, anche gravi. Ma di un complotto del potere per nascondere l’epidemia non c’è proprio traccia. 

Intanto, social e giornali, intanto sono pieni delle immagini di Putin in tuta e maschera protettiva durante una visita nell’ospedale moscovita dove sono concentrati i malati di Covid-19. Il comandante in capo va in prima in linea. Tipico Putin. L’intento propagandistico è evidente. E non è solo rivolto al consenso interno. Secondo alcuni analisti, il Cremlino sta già utilizzando questa crisi globale per mettere a segno colpi di propaganda sull’arena internazionale: visto che l’epidemia adesso uccide nelle democrazie occidentali e non più in Cina dove è stata fermata, «la battaglia contro il virus finisce per rappresentare una competizione fra sistemi politici», ha notato su carnegie.ru il politologo Alexander Baunov

SISTEMI POLITICI A CONFRONTO

«Quale sistema è più efficace in queste circostanze così difficili? Quello autoritario, alla cinese, o quello occidentale? Questa competizione è ancora agli inizi, ma vista la decisione di Putin di estendere il suo regno attraverso le riforme costituzionali, il presidente sta facendo una scelta finale in favore dell’autoritarismo e dimostra di volersi spendere con tenacia per la vittoria di tale sistema». Una chiave di lettura che, secondo Baunov, può essere applicata anche all’operazione “Dalla Russia con amore, che ha portato medici militari e apparecchiature da Mosca a Bergamo: l’Italia è il Paese che ha sofferto di più per la pandemia, ed è quindi adatto ad esercitare soft power. «Mentre i Paesi Ue si chiudono addosso le frontiere e Bruxelles è in preda alle divisioni interne», scrive l’analista, «gli spauracchi dei media occidentali – Russia, Cina e Cuba – corrono a portare aiuto medico di emergenza all’Italia». Che peraltro può solo sinceramente ringraziare.

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Coronavirus, il maxi contingente russo in Italia

Militari, circa 150 medici, camion Kamaz, ospedali modulari da campo: in cosa consistono gli aiuti inviati da Putin. Le foto.

Un altro aereo russo è arrivato in Italia la mattina del 25 marzo nell’ambito degli aiuti inviati da Mosca per affrontare le conseguenze della pandemia di coronavirus. «L’aereo da trasporto militare Ilyushin Il-76 delle Forze Aerospaziali Russe che trasporta attrezzature per la diagnosi e la disinfezione ha consegnato, presso la base aerea italiana di Pratica di Mare, mezzi speciali per combattere il coronavirus», ha detto il ministero della Difesa russo a Interfax. Complessivamente, nelle ultime ore sono arrivati in Italia 15 aerei da trasporto militare IL-76 pieni di personale medico e militare e mezzi.

I medici inviati dalla Russia opereranno nella zona di Bergamo, secondo quanto ha spiegato il vice comandante delle forze russe per la Difesa da radiazioni, agenti chimici e batteriologici (Nbcr), Serghiei Kikot. «Un gruppo di specialisti militari russi si sta preparando per il dispiegamento nell’area prescelta», ha spiegato l’ufficiale. Il contingente è composto da militari, 150 medici, operatori sanitari e sanificatori, ed è atteso la sera del 25 marzo a Bergamo. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, ha detto che opererà nell’ospedale da campo dell’Associazione nazionale Alpini. Oltre agli uomini, i mezzi: camion Kamaz per la disinfezione e, stando a fonti bene informate, «ospedali modulari da campo, circa 100 ventilatori polmonari e 500 mila mascherine mediche».

I RADICALI: «ALTRO CHE AIUTI, SEMBRA UN CAVALLO DI TROIA»

Gli aiuti di Mosca, al pari di quelli di Pechino, non sono passati inosservati. I Radicali hanno manifestato riserve: «Più che di fronte a un ‘caval donato’, potremmo avere davanti un cavallo di Troia», è la posizione di Massimiliano Iervolino, Giulia Crivellini e Igor Boni, segretario, tesoriera e presidente di Radicali Italiani, riferendosi agli «aiuti della Cina, ma si tratta di forniture pagate e non donate», e alla «favola degli aiuti russi, arrivati a 24 ore da una telefonata tra Putin e Conte».

Gli italiani hanno il diritto di ricevere al più presto risposte adeguate, in mancanza delle quali sarà lecito supporre che dietro a tanta apparente generosità ci possano essere altri progetti

Radicali

«La crisi coronavirus», hanno aggiunto, «si inserisce in un quadro europeo e internazionale già estremamente fragile, che vede il nostro Paese esposto al rischio di essere strumentalizzato da regimi autoritari. Ci rivolgiamo al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro degli Esteri: gli italiani hanno il diritto di ricevere al più presto risposte adeguate, in mancanza delle quali sarà lecito supporre che dietro a tanta apparente generosità ci possano essere altri progetti».

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Anche Putin chiude la Russia per una settimana

Disposto lo stop di tutte le attività non essenziali nel tentativo di contenere l'avanzata dell'epidemia. E spunta una 'oligarc-tax'.

La Russia «è riuscita a contenere il coronavirus» fino adesso, ma il Paese non è in grado di «bloccare» completamente la minaccia. Lo ha detto Vladimir Putin parlando alla nazione, sottolineando che ora è «imperativo» rispettare le indicazioni delle autorità. Per contenere l’epidemia, Putin ha annunciato che verrà introdotto «una settimana di stop» alle attività non essenziali, dal 28 marzo al 5 aprile. «State a casa», ha detto Putin in televisione.

«NECESSARIO PREVENIRE LA MINACCIA DELLA MALATTIA»

«Ora è estremamente importante prevenire la minaccia della rapida diffusione della malattia, pertanto la prossima settimana sarà una settimana di ferie e prevederà il pagamento dello stipendio», ha detto Putin. «Tutte le raccomandazioni devono essere seguite, dobbiamo proteggere noi stessi e coloro che ci sono vicini», ha aggiunto.

NUOVA TASSA DESTINATA AGLI OLIGARCHI

Il presidente ha poi chiesto l’imposizione di una tassa del 15% sui capitali che dalla Russia vengono esportati all’estero nonché l’introduzione di una tassa del 13% (equiparata dunque a quelle sul reddito) sugli interessi generati da investimenti finanziari (ma solo se il capitale investito è superiore a 1 milione di rubli, ovvero circa 12 mila euro al cambio attuale). I proventi verranno utilizzati per finanziare le misure sociali anti-crisi.

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Coronavirus, com’è (davvero) la situazione in Russia

Solo 93 casi ufficiali, ma pochi tamponi e un aumento esponenziale delle polmoniti. Il direttore di un ospedale di Mosca: «I cittadini colpiti dal Covid-19 sono tantissimi».

La Russia ha oltre 4.200 chilometri di confine e un interscambio transfrontaliero forte e – fino al gennaio scorso – privo di formalità con la Cina,  ma sembra uno dei Paesi meno colpiti dal coronavirus. I contagiati ufficiali lunedì 16 marzo erano 93, di cui solo due in terapia intensiva. E si tratta soprattutto di persone che avevano viaggiato all’estero. L’incremento però è del 47% rispetto al giorno precedente. Il che fa sospettare – e non c’è bisogno di una laurea in statistica – che i malati siano molti di più, e che la conta sia stata iniziata in ritardo. 

POCHI CONTAGI UFFICIALI, E TROPPE POLMONITI

«Anche dal punto di vista teorico, è chiaro che i russi colpiti dal Covid-19 sono tantissimi», secondo il direttore dell’ospedale privato Semeinya di Mosca Pavel Brand. L’istituto federale di indagini statistiche Rosstat ha registrato un aumento delle polmoniti a Mosca pari al 37% in questo gennaio rispetto al gennaio del 2019. La authority per i consumatori e la salute Rospotrebnadzor ha subito chiarito che tutti i pazienti con polmonite sono stati sottoposti al tampone per identificare l’eventuale positività al virus. Fatto sta che nelle ultime settimane di tamponi ne sono stati fatti pochi. I media russi hanno riportato la vicenda di una persona con tosse forte e febbre alta rientrata dal Nord ItaIia e in isolamento da due settimane come richiesto (pena: cinque anni di galera), a cui i medici non hanno fatto il test spiegando che «son passati 14 giorni dal rientro e quindi non può avere il coronavirus». Diagnosi piuttosto singolare. La vice premier Tatiana Golykova ha detto che si stanno producendo 100 mila kit giornalieri per il test, e che ne verrà allargato l’utilizzo, anche in assenza a di sintomi. E anche negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie e in quelle degli autobus. 

I PROVVEDIMENTI CONTRO L’EPIDEMIA

È evidente che finora si sia cercato di minimizzare, ma che ci si stia infine preparando ad affrontare la grande epidemia. A Mosca il sindaco Sergei Sobyanin ha ridotto da 5 mila a 50 persone il limite dei pubblici assembramenti. Significa niente più concerti né spettacoli. Il Bolshoi e gli altri teatri hanno cancellato tutto il cartellone almeno fino al 10 aprile. Dal 21 marzo al 12 aprile saranno chiuse scuole e università della capitale. Il presidente Vladimir Putin ha creato un gruppo di lavoro del Consiglio di Stato per la lotta al Covid-19, presieduto da Sobyanin. Tutte le università del Paese hanno la raccomandazione di continuare i corsi via internet. Nuove responsabilità sono state assegnate ai datori di lavoro:  si deve misurare la temperatura dei dipendenti, distanziare le postazioni lavorative e disinfettare gli uffici. E si stanno preparando provvedimenti molto più radicali se le cose si dovessero metter male. Intanto, secondo un piano comprensivo di cui i quotidiani Vedemosti e Kommersant hanno anticipato i dettagli, il governo ha stanziato l’equivalente di 36 miliardi di euro a sostegno delle famiglie e delle aziende. Queste alcune delle altre misure che si stanno valutando: le persone in quarantena saranno considerate in malattia; niente tasse per chi perde il lavoro e imposte ridotte per le piccole e medie aziende; pagamento anticipato delle pensioni; stop agli eventi sportivi; consegna a domicilio dei medicinali; riconoscimenti e bonus ai medici; fornitura garantita di materiali protettivi; azzeramento delle tariffe sull’import di apparecchiature medicali. Ma la Russia ha vietato di esportare all’estero le mascherine che produce.

VERSO UN RINVIO DEL REFERENDUM SULLA COSTITUZIONE

Una fonte vicina all’amministrazione presidenziale ha riferito al quotidiano online Meduza che Putin, in un appello alla nazione, annuncerà il rinvio del referendum sugli emendamenti alla Costituzione previsto per il 22 aprile. Mosca, nel frattempo ha cancellato il Forum dell’Economia che avrebbe dovuto tenersi a San Pietroburgo dal 3 al 6 di giugno. Si tratta della “Davos russa”, alla quale avrebbero dovuto partecipare lo stesso Putin insieme a centinaia di leader politici e imprenditoriali di tutto il mondo. Potrebbero saltare anche i solenni festeggiamenti  del 9 maggio anniversario della vittoria nella “Grande guerra patriottica” contro il nazismo. Secondo il Brand, solo verso la prima settimana di maggio si potrà iniziare a valutare l’impatto dell’epidemia sulla Russia. Brand teme che se i numeri fossero equivalenti a quelli che stiamo vedendo in Italia sarebbe una catastrofe: «Negli ospedali di Mosca ci sono al massimo tra 1.500 e 2 mila posti in terapia intensiva, e Mosca è tra cinque e se volte più grande di Milano. Inoltre, la parte pubblica e la parte privata del sistema sanitario non comunicano né si compensano. Il sistema scoppierebbe. È necessario prendere da subito misure di contenimento drastiche quanto quelle italiane». I contagiati probabilmente sono molti di più dei 93 ufficializzati. Ma l’esplosione ancora non c’è stata e si sarebbe ancora in tempo per limitarla. A Mosca, finora la vita è andata avanti come sempre. Ristoranti e bar sono aperti. All’ora di punta di lunedì 16 marzo alla centralissima stazione di Kitai Gorod si aspettava la metropolitana pigiati l’uno all’altro come sempre. Centinaia di persone sulla piattaforma della linea 8. Tra queste, solo due con una mascherina di protezione. 

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I piani di Putin per restare al potere in Russia fino al 2036

Approvato un emendamento che gli permetterà di stare al comando altri due mandati. Prima però servono referendum e parere della Corte costituzionale. L'opposizione annuncia manifestazioni. Ma non può scendere in piazza (coincidenza?) per i divieti anti-coronavirus.

Vladimir Putin presidente della Russia all’infinito, o quasi. La possibilità, spesso prospettata in passato, è diventata parecchio realistica. Parlando alla Duma, la Camera dei deputati, il capo del Cremlino ha dato il suo via libera a un emendamento costituzionale che gli può consentire di restare al comando fino al 2036.

LA DEMOCRATIZZAZIONE È ANCORA RINVIATA

Ha premesso che la normativa dovrà essere sottoposta a voto referendario e parere della Corte costituzionale. «Sono del tutto convinto che un forte potere presidenziale sia assolutamente necessario per la Russia», ha detto Putin ai parlamentari, menzionando non meglio specificate «vulnerabilità» del Paese e stigmatizzando le «troppe rivoluzioni» della storia russa. Una reale democratizzazione, insomma, è quantomeno rinviata.

POTREBBE ANCHE DIVENTARE “PADRE DELLA PATRIA”

L’emendamento ad hoc è stato approvato in pochi minuti dal parlamento. In sostanza, prevede un limite di due mandati presidenziali di sei anni, ma lo azzera per il presidente attualmente in carica. Che quindi, se lo vorrà, potrà ripresentarsi alle elezioni del 2024, e ancora alle successive. La norma entra a far parte del pacchetto di cambiamenti alla Costituzione annunciati in gennaio e che saranno oggetto di un referendum popolare fissato per il 22 aprile. Alcuni di queste modifiche, in particolare l’aumento dei poteri del Consiglio di Stato, secondo la maggior parte degli osservatori erano mirate a ritagliare un ruolo di alto rilievo politico, da “padre della patria” e stratega della politica estera a un Putin non più presidente dopo il 2024.

RIMARREBBE SE NON TROVASSE UN DEGNO SUCCESSORE

Mark Galeotti, esperto di cose russe e autore di We Need To Talk About Putin (Ebury, 2019), spiega a Lettera43.it: «Credo che si stia creando più opzioni possibili. Putin non sa ancora cosa farà nel 2024, dipenderà dalla situazione. Si tiene le porte aperte. Se non trovasse un successore adeguato, la nuova norma gli permetterebbe di rimanere presidente. Ma anche il Consiglio di Stato resta per lui una possibilità, e i cambiamenti costituzionali previsti gli consentiranno di avere altre chance».

LA TATTICA DI LASCIARE TUTTI COL FIATO SOSPESO

La streategia del presidente è chira: «Così questo modo lascia tutti col fiato sospeso, che è da sempre una sua tattica. Ha un motivo politico preciso: se esplicitasse le sue intenzioni, i membri della élite che lo circonda inizierebbero a fare piani per salvaguardare i loro benefici. Così invece li mantiene “off balance”, limitando il rischio di guerre interne ai vertici del potere in un momento cruciale». Dopotutto, Putin è un judoka e sa come giocare con l’equilibrio di chi ha di fronte.

EMENDAMENTO PROPOSTO DALLA PRIMA DONNA NELLO SPAZIO

L’emendamento in questione, per la cronaca, è stato proposto da Valentina Tereshkova, deputata del partito di governo Russia Unita ed ex cosmonauta: la prima donna nello spazio. Una leggenda in Russia e non solo. «Il Paese corre rischi imprevedibili e necessita di un’assicurazione affidabile», ha detto Tereshkova all’Aula. Il successivo intervento di Putin, che raramente si fa vedere in parlamento, ufficialmente non era previsto ed è stato chiesto dal presidente della Duma Vyacheslav Volodin vista la delicatezza della materia.

VLADIMIR, 67 ANNI, ANDREBBE IN PENSIONE A 83

Secondo Galeotti «conoscendo i tempi che occorrono per organizzare la sicurezza degli spostamenti anche minimi del presidente, e dato che comunque Putin non è il tipo che ama fare le cose all’ultimo momento, mi pare che tutto fosse stato organizzato con cura: fa parte del “teatro” che Putin ha creato intorno alla questione delle riforme costituzionali». Putin ha 67 anni, ed è al potere da 20. Solo Stalin è durato di più al Cremlino. Ha detto più volte che non vorrebbe rimanervi vita natural durante. Se si facesse altri due mandati, andrebbe “in pensione” a 83 anni.

L’OPPOSIZIONE IMBAVAGLIATA… DAL CORONAVIRUS

Secondo l’istituto di sondaggi indipendente Levada, il 44% degli elettori vorrebbe che lasciasse nel 2024, mentre il 45% vorrebbe vederlo ancora presidente. Alla notizia dell’approvazione della norma che gli permetterebbe di ripresentarsi, alcuni movimenti di opposizione hanno annunciato manifestazioni di protesta per il 21 e il 22 marzo a Mosca. Ma non saranno consentite: il sindaco della capitale Sergey Sobyanin ha vietato ogni evento pubblico che possa radunare oltre 5 mila persone, come prevenzione dal contagio del coronavirus – che sta iniziando a preoccupare anche in Russia. Un timing sospetto, secondo il leader anti-Putin Alexei Navalny. Ma forse si tratta solo di una coincidenza.

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Coronavirus, donna fugge dall’ospedale in Russia dov’erano in quarantena: “Era una gabbia”


“La nostra Costituzione ci garantisce la libertà. Non capisco perché dovrei stare in una gabbia in ospedale”, si è lamentata Alla Ilyina, casalinga di 32 anni, finita alla clinica Botkinskaya di San Pietroburgo dopo aver accusato mal di gola di ritorno da un viaggio in Cina. Non si tratterebbe però dell'unica "fuga" dalla quarantena in Russia.
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Come sta reagendo la Russia al “vicino di casa” coronavirus

I territori di Primorsky, Khabarovsk e Amur confinano con la Cina settentrionale. Così Mosca sta provando a rendere la frontiera impermeabile. Ma l'impresa è ardua, vista l'intensità e la facilità degli scambi.

Gli esperti governativi temono che possano registrarsi casi di coronavirus in Russia nel mese di febbraio. E la chiusura del confine nelle regioni estremo orientali del Paese deciso dal primo ministro Mikhail Mishustin potrebbe non essere sufficiente a impedirlo, vista l’intensità e la facilità degli scambi e dell’attraversamento nelle zone economiche speciali a ridosso delle frontiere con la Cina.

ALTO RISCHIO DI IMPORTARE UN CEPPO

La possibilità di importare un ceppo del virus «deve essere considerata alta», secondo un rapporto del vicedirettore del Centro di ricerca pneumologica del ministero della Sanità Vladimir Chulanov pubblicato dalla rivista specializzata Pharmvestnik e ripreso dai media russi. Nel rapporto si fa riferimento all’aumento dell’incidenza del contagio nelle province della Cina settentrionale confinanti con i territori russi di Primorsky, Khabarovsk e Amur.

CONTROLLI CON UN KIT DIAGNOSTICO AD HOC

Una situazione «esplosiva», vista anche la concomitanza con le festività del capodanno cinese, che creano situazioni favorevoli al propagarsi della malattia. Chulanov ritiene comunque che la possibilità di una epidemia in Russia siano «basse», sempre che il virus «non si trasformi». I controlli già in atto, grazie soprattutto a un kit diagnostico ad hoc che dà risultati sicuri in meno di quattro ore, dovrebbero escludere una moltiplicazione dei casi che potrebbero verificarsi, dicono gli esperti. Che sperano si riesca a sviluppare in tempi brevi un vaccino.

MISSIONE VACCINO: CONSEGNATO AI RUSSI IL GENOMA DEL VIRUS

Pechino ha consegnato alle autorità sanitarie russe il genoma del coronavirus. Si sta lavorando. Ci vorrà almeno un mese, se tutto va bene. Intanto, nella regione di Khabarovsk «sono pronti 12 ospedali specializzati in malattie infettive, che possono ospitare oltre 1.600 nuovi pazienti», ha detto al canale televisivo Rbk la specialista del ministero Anna Kuznetsova. Non sono ancora stati confermati casi di coronavirus in Russia.

SOSPESI I VISTI ELETTRONICI AI VIAGGIATORI CINESI

La chiusura delle frontiere dell’Estremo Oriente è già «operativa», ha spiegato il premier Mishustin all’agenzia Tass. Bloccati 16 dei 25 varchi lungo il confine tra Russia e Cina. Mosca ha sospeso il rilascio di visti elettronici ai viaggiatori di nazionalità cinese. All’inizio della settimana era già stato impedito l’ingresso di alcuni gruppi di turisti. La Russia è una delle tre principali destinazioni di vacanza per i cinesi – che spesso scelgono proprio il periodo del loro capodanno per rilassarsi all’estero. Ma sono molti anche i russi che visitano la Cina: in questo momento oltre 5.600, secondo l’Agenzia federale del turismo, che ha reso noti i dati aggiornati ricevuti dai tour operator. Tutti devono rientrare entro il 4 febbraio.

Controlli russi all’aeroporto di Mosca. (Ansa)

PURE MCDONALD’S HA CANCELLATO UN EVENTO PUBBLICO

Evacuazione immediata, invece, per chi si trova nell’area di Wuhan: più di 170 persone erano in quarantena nella città del contagio. La proseguiranno in centri sanitari in patria. Tutti i charter per la Cina sono stati sospesi. Sui voli di linea ancora operanti, e non solo su quelli diretti, si stanno effettuando controlli con kit rivelatori di eventuali stati febbrili. Misure di controllo e prevenzione sono state disposte negli alberghi e nei luoghi di interesse turistico a Mosca. Dove lo storico ristorante McDonald’s di piazza Pushkin, il primo aperto dalla catena statunitense nell’allora Unione Sovietica, ha cancellato una promozione per celebrare i 30 anni della sua esistenza su richiesta del governo: eventi pubblici ad alto tasso di partecipazione possono favorire il diffondersi del virus.

PROTOCOLLI USATI NEGLI ANNI 80 CONTRO IL COLERA

La raccomandazione, perentoria, è arrivata dall’autorità ad hoc appena istituita per suggerire e implementare ogni provvedimento utile a contenere i rischi. I protocolli contro le epidemie, in Russia, sono stati elaborati a partire dai primi Anni 80, quando il colera imperversava nelle repubbliche e nelle regioni meridionali dell’Urss. Oggi il pericolo viene dalla parte opposta. Nelle aree al confine della Cina, in particolare negli oblast di Amur e Khabarovsk, l’economia e la vita quotidiana dei russi è in simbiosi con quella dei loro dirimpettai cinesi. Che hanno comprato e sviluppato aree agricole, imprese industriali e attività commerciali. I cittadini dei due Paesi lavorano quotidianamente gomito a gomito. Attraversare il ponte sul fiume Amur che collega il territorio di Khabarovsk con la provincia cinese di Heilongjiang non comporta alcuna formalità – abbiamo potuto constatare di persona recentemente. Rendere la frontiera impermeabile al coronavirus sarà una bella impresa.

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Perché la Russia non venderà missili S-300 e S400 all’Iraq

L’eventualità di un aumento dell’influenza di Mosca su Baghdad attraverso una commessa per armamenti è rinviata. Troppo vincolante l'accordo di sicurezza tra Stati Uniti e il Paese mesopotamico. Ma il Cremlino teme anche di rafforzare la posizione di Teheran e indebolire la relazione con Israele.

La Russia non ha intenzione di fornire i suoi più avanzati sistemi di difesa anti-aerea all’Iraq, che comunque non si troverebbe nella posizione di poterli acquisire. È quanto ritengono osservatori vicini ai centri del potere di Mosca e di Baghdad.

L’eventualità di un drastico aumento dell’influenza del Cremlino nel Paese mesopotamico a scapito di quella americana attraverso una commessa per armamenti ad alta valenza geopolitica si era prospettata nella seconda settimana di gennaio, dopo lo scambio di ostilità tra Usa e Iran sul territorio iracheno. Ma appare quantomeno rinviata. La più letale delle sue armi convenzionali, Vladimir Putin se la riserva per obbiettivi meno ovvi. 

«Nella situazione attuale, ogni trattativa per la fornitura di missili terra-aria S-300 o S-400 è destinata ad abortire», dice a Lettera43 Ruslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali (Riac), di cui è partner l’amministrazione presidenziale russa. «A Baghdad non ci sono indicazioni che si sia vicini all’acquisto di tali armamenti», afferma dalla capitale irachena Ali Mamouri, editor della testata specializzata in affari mediorientali Al-Monitor, rispondendo in audio-conferenza a una domanda di Lettera43.

L’ANNUNCIO DI UNA TRATTATIVA BAGHDAD-MOSCA PER NUOVE ARMI

Dopo il raid che ha ucciso il comandante iraniano Qassem Suleimani nei pressi dell’aeroporto di Baghdad e la rappresaglia di Teheran sulle basi statunitensi in Iraq, politici e funzionari iracheni, tra cui il presidente della Commissione difesa del parlamento Mohammad Reza al-Haider, altri membri della stessa commissione e l’ambasciatore a Teheran Saad Jawal Qandil avevano dichiarato a media governativi russi e al Wall Street Journal che erano in corso negoziati con Mosca «visto che gli americani ci hanno più volte deluso nel rifornirci di armi adeguate». Si era lasciato intuire che il contratto potesse essere a portata di mano. Le dichiarazioni seguivano un voto parlamentare, peraltro non vincolante ed espresso solo dalla maggioranza sciita in assenza dei deputati curdi e della maggior parte dei sunniti, a favore del ritiro delle forze Usa.

Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati Uniti

Ruslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali

Una richiesta in tal senso è stata fatta dal premier Adel Abdul Mahdi al capo della diplomazia statunitense Mike Pompeo. L’atteggiamento di Washington è apparso confuso e contraddittorio, e non è stato del tutto chiarito dal comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato in cui si legge che un ritiro non è in discussione ma un riposizionamento sì. L’Iraq è legato a un accordo di sicurezza siglato con Washington nel 2008. «Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati Uniti, e in questo momento non vuole certo vederle oltremodo danneggiate da sanzioni di Washington», secondo Mamedov.

DIFFICILE PER L’IRAQ ROMPERE LA COOPERAZIONE CON GLI USA

Le batterie S-300 e S-400 sono prodotte dal gruppo russo Almaz-Antay, nella lista nera redatta dagli Usa dopo che Putin si è annesso la Crimea. La minaccia di sanzioni americane ha contribuito in passato a bloccare altre trattative tra Russia e Iraq per l’acquisto dei sistemi missilistici. L’ultima, quella aperta nel settembre del 2019 dopo attacchi di droni – israeliani, secondo Baghdad – contro installazioni della Forza di mobilitazione popolare (Pmu), milizia sciita irachena pro-Teheran.

Soldati americani in Iraq (foto Shawn Baldwin/ReflexNews/Lapresse).

Ma non è solo una questione di sanzioni. «È difficile che l’Iraq possa rompere con gli Usa», dice Mamouri. «La cooperazione tecnico-militare con la Russia probabilmente aumenterà nel prossimo futuro. Ma in termini compatibili con i rapporti con Washington». Comunque, il premier Mahdi è dimissionario: resta in carica solo per gli affari correnti e non ha il potere di mettere in discussione l’accordo di sicurezza del 2008, né di prendere decisioni strategiche quali una fornitura di S-400. «Semmai, se ne potrebbe riparlare se le prossime elezioni chiariranno il quadro politico», dice Ruslan Mamedov. In aprile in Iraq si terranno le elezioni per i governatorati locali. 

LA COOPERAZIONE RUSSIA-IRAQ IN CRESCITA DAL 2014

La cooperazione militare tra Mosca e Baghdad è aumentata sensibilmente a partire dal 2014. Con l’intervento russo in Siria, sono stati implementati contratti che hanno rafforzato gli apparati di sicurezza iracheni, e si sono moltiplicate le consegne di aerei e carri armati. Però il sistema di difesa aerea S-400, versione potenziata dell’S-300, è un altro paio di maniche. Unanimemente considerato il più efficace al mondo, può distruggere a 30 mila metri di altezza come a bassa quota tutto quello che vola nel giro di 460 chilometri, anche se l’obbiettivo viaggia a 17 mila km all’ora. Almeno dal novembre 2015 è attivo in Siria, dove di fatto ha assicurato il controllo dello spazio aereo a Bashar al-Assad e ai suoi alleati.

Gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion

È una chiave del successo dell’avventura mediorientale di Vladimir Putin. Sul piano militare, ma anche su quello politico: il potenziale sbandierato sul campo ha garantito un effetto leva utile nel far viaggiare su binari desiderabili per il Cremlino i rapporti ad hoc instaurati con i governi più o meno direttamente coinvolti nel conflitto. Per capirci: gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion. E qualsiasi aereo decolli dal Sud della Turchia, base Usa di Incirlik compresa, è a tiro non appena alza le ruote dall’asfalto.

Vladimir Putin (Foto LaPresse/AP Photo/Alexander Zemlianichenko).

A Mosca si fa notare che in un Iraq a deriva filo iraniana e anti-americana la fornitura di tali armamenti aumenterebbe indebitamente il peso geopolitico di Teheran. Con cui la Russia ha interessi in comune nella regione, ma anche divergenze. Senza contare che verrebbe inevitabilmente messa a rischio la “relazione speciale” instaurata con Israele. Gli S-400 si possono vendere alla Turchia, come avvenuto, o all’Arabia Saudita, come si sta cercando di fare. E creare così effetti divisivi tra gli Usa e i loro alleati, secondo il disegno strategico di annullare “l’eccezionalismo americano” sull’arena internazionale. Ma nelle zone di guerra combattuta, per ora della sua arma letale la Russia vuol tenersi il monopolio. 

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Cosa prevede la riforma costituzionale voluta da Putin

Il presidente presenta il ddl alla Duma. Limite massimo di due mandati, più poteri al primo ministro e al Consiglio di Stato e l'introduzione di un salario mensile minimo.

Il presidente russo Vladimir Putin ha presentato alla Duma il progetto di legge che modifica la Costituzione della Federazione Russa. La Duma (la camera bassa del parlamento) prevede di discutere in prima lettura il disegno di legge costituzionale, in riunione plenaria, il prossimo 23 gennaio (giovedì). Lo ha detto alla Tass una fonte della Duma, informazione poi confermata dal primo vicepresidente Ivan Melnikov.

«Il disegno di legge verrà esaminato in una riunione plenaria alle 10 del mattino del 23 gennaio», ha affermato. Secondo quanto riportano i media, tra gli emendamenti previsti c’è il limite massimo a due mandati per il presidente della Federazione Russa, il potere del parlamento di nominare il primo ministro, il mandato al presidente di formare il Consiglio di Stato e l’introduzione di un salario mensile minimo non inferiore all’indice di sussistenza.

Secondo la maggior parte degli analisti, le modifiche permetterebbero a Putin di perpetuare il proprio dominio sulla politica russa oltre il 2024, anno in cui scadrà il quarto e ultimo mandato al Cremlino. Essendo questo il secondo mandato consecutivo, Putin non potrà ricandidarsi. E, secondo alcuni analisti, potrebbe allora puntare alla carica di premier, già ricoperta tra il 2008 e il 2012 e ora investita di un maggior potere.

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La nuova Russia di Putin e il rischio di un golpe costituzionale

Il presidente accelera sulla modifica alla Costituzione. Molti osservatori temono un'ulteriore stretta autoritaria e isolazionista. Che permetterebbe allo zar di mantenere il potere anche alla fine del mandato, scaricando le responsabilità di eventuali fallimenti su fedelissimi. L'analisi.

Vladimir Putin ha sempre avuto un debole per gli ispettori delle tasse.

Quando faceva il vicesindaco nella Banditskiy Piterburg, la San Pietroburgo banditesca degli Anni 90, utilizzava le informazioni del capo della locale agenzia delle Entrate per tenere in pugno gli affaristi senza scrupoli della città, come hanno raccontato Fiona Hill e Clifford Gaddy in Mr. Putin: operative in the Kremlin (Brookings, 2013).

Quello schema elaborato negli anni più selvaggi della storia russa recente gli sarebbe poi servito da paradigma per trattare con gli oligarchi dal Cremlino. Il capo dell’agenzia delle Entrate di San Pietroburgo fece carriera: nel 2008 Viktor Zubkov fu nominato primo ministro da Putin, per lasciare il posto a Putin otto mesi dopo. Era l’operazione tandem con cui di lo zar aggirò i limiti costituzionali del mandato presidenziale per mantenere il potere.  

premier russia Mikhail Mishustin
Il nuovo premier russ Mikhail Mishustin.

PERCHÉ MISHUSTIN È IL PREMIER IDEALE

La scelta di Mikhail Mishustin, fino a ieri capo del Fisco di tutte le Russie, come premier che dovrà assicurare la fluidità della transizione verso il nuovo ordine istituzionale, seppure inattesa non sorprende. «Era il candidato ideale: l’agenzia delle tasse ha intimi legami con i servizi di sicurezza, e il suo aiuto è stato utilizzato per risolvere ogni sorta di questioni, conflitti d’affari compresi», nota Andrei Kalesnikov, il “putinologo” di punta del think thank Carnegie di Mosca. «Grazie a Mishustin Putin costruirà una nazione a somiglianza dell’agenzia fiscale, con verbali, ispezioni, forze dell’ordine e – dove necessario – digitalizzazione su tutto il territorio».

UNA FIGURA DI CERNIERA TRA DUE MONDI

Le tecnologie digitali introdotte da Mishustin hanno fatto del Fisco l’amministrazione statale più efficiente del Paese. Le ricevute di ogni transazione da San Pietroburgo a Vladivostok arrivano alle autorità entro 90 secondi. Il servizio online nalog.ru è facile da usare e popolarissimo tra i contribuenti. Gli sportelli al pubblico sono moderni e tirati a lucido tanto da sembrare boutique. Risultato: entrate fiscali raddoppiate. Per l’efficacia manageriale dimostrata e la particolarità dell’amministrazione che ha diretto, «Mishustin appartiene contemporaneamente a due mondi: quello del potere dei siloviki (capi di servizi di sicurezza e affini, ndr) e quello dell’economia», scrive sul sito di Carnegie il politologo Alexander Baunov. «La Russia è governata da una coalizione di uomini delle forze di sicurezza, che sono responsabili della sovranità, e di rappresentanti dell’economia, responsabili della crescita. La dualità del nuovo premier fa appello alle due componenti di questa coalizione».

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Nel processo innescato da Putin per perpetuare il putinismo alla scadenza del suo mandato, Mishustin potrebbe non essere solo una parabola, uno “scalda sedia” come fu nel 2008 il suo ex collega Zubkov. Che poi non è finito così male: oggi è presidente del colosso energetico Gazprom, la più grande azienda russa. 

MEDVEDEV ANCORA PARAFULMINE DELLO ZAR

«Immaginate questo quadro: Putin a capo del Consiglio di Stato e padre della nazione, Medvedev come presidente, e un tecnocrate – Mishustin – come primo ministro», suggerisce Kalesnikov. Nel progetto di revisione costituzionale di Putin, il Consiglio di Stato vedrà rafforzato il suo ruolo e la presidenza redistribuirà parte del potere esecutivo al parlamento e al premier. I russi da qualche giorno scherzano con gusto sulla ”Medvexit”, ma il fedelissimo appena sacrificato potrebbe tornare alla ribalta. Continuando a fare quel che sa far meglio: il parafulmini di Putin.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

L’insoddisfazione per le condizione socio-economiche è in aumento. Secondo l’analisi di Kalesnikov, le riforme previste permettono a Putin di «incanalare il malcontento verso il futuro presidente della Russia, il primo ministro e il presidente della Camera dei deputati, che saranno responsabili in solido delle nomine dei ministri e dei loro eventuali fallimenti». Difficilmente lo zar troverebbe una figura con un curriculum di lealtà e accettazione della gerarchia comparabile a quello di Dimitri Medvedev, per il posto di presidente depotenziato che sta prefigurando. Intanto gli ha creato la posizione di suo vice nel Consiglio di Sicurezza. Un trampolino? «Potrebbe esserci un gentlemen agreement: Putin responsabile di tutto quel che va bene, Medvedev di quel che va male», scherza ma non troppo Kalesnikov. È solo un’ipotesi. Quel che è certo, spiega l’analista, «è che le riforme proposte dimostrano che ogni residua illusione che Putin possa suggerire per la posizione di presidente qualcuno con idee liberali, come Alexei Kudrin (ministro delle Finanze prima dell’involuzione autoritaria del 2012, ndr), è ora fermamente relegata nel regno dell’utopia». 

LE PROPOSTE PER LA NUOVA RUSSIA

Intanto, Putin preme sull’acceleratore. Ha istituito e subito riunito un gruppo di lavoro per preparare le proposte di modifica della Costituzione. Difficile che il progetto dello zar possa trovare intralci, visto il carattere autoritario del regime. Che secondo la maggior parte degli osservatori diventerà ancora più autoritario. La norma prevista per impedire la candidatura alla presidenza a chi ha vissuto per dei periodi all’estero la dice lunga in questo senso: mette automaticamente fuori gioco personalità dell’opposizione come Alexey Navalny, che ha studiato a Yale, e Mikhail Khodorkovsky, in esilio al Londra.

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Ma le maggiori ripercussioni potrebbero arrivare dalla normativa che dovrebbe porre la Costituzione al di sopra del diritto internazionale. Significa, tra l’altro, che le vittime dei frequenti soprusi del sistema giudiziario russo non potranno più esser ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Russia è sulla strada di un sempre maggior isolamento dall’Occidente. La Carta fondamentale in vigore dal 1993 era ispirata a criteri liberali, anche se da tempo alcune sue parti, come gli articoli sulla libertà di riunione, vengono disapplicate o travisate. Negli emendamenti allo studio «c’è un distacco netto dal modo di pensare occidentale, si va verso qualcos’altro – verso idee orientali, o dell’antica Roma», commenta Alexander Baunov. E in molti, a Mosca, parlano già di «golpe costituzionale».

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L’Ue che vuole Putin non piacerà ai putiniani europei

Mosca vuole un’Europa amica e questo va benissimo, ma ben rispettosa degli interessi russi, soprattutto con la sua industria, e che riconosca al vicino orientale un ruolo di grande potenza. Insomma, un’Europa finlandizzata.

In Germania da una decina d’anni sono chiamati Putinversteherfilo-Putin

Sono gli eredi degli Antiwestler, gli anti-occidentali degli Anni 90, cioè l’ennesima incarnazione di un certo disagio di alcuni tedeschi con l’Occidente, tradizionalmente rintracciabile in quella “terra di mezzo” che è da sempre la Germania, estesa dalla Renania quasi atlantica, a Ovest, alla parte terminale delle grandi pianure che confinano con l’Asia, a Est.

E l’Asia comincia, a prendere il noto giudizio attribuito a Klemens von Metternich, sulla Landstrasse tra Vienna e Budapest, poco fuori Vienna. Con Berlino che è 700 chilometri più a Nord ed è altrettanto a Est della capitale austriaca di ieri e di sempre e ugualmente ha le sue Landstrassen.

PUTIN SI PREPARA PER RESTARE AL VERTICE

Molti altri Paesi europei, e non solo, hanno avuto e hanno la loro versione di Putinversteher perché al leader moscovita è attribuito il merito di avere risollevato la Russia dall’abisso in cui era precipitata con l’ingloriosa fine del comunismo. Seguirono il fallito tentativo di occidentalizzazione dell’economia, il disordine e la crisi economica nel decennio scarso di Boris Yeltsin, concluso nel 99 con l’ascesa di Putin, allora capo dei servizi di sicurezza federali. Putin è quindi al potere da 20 anni prima come presidente poi primo ministro per necessaria regola costituzionale e poi di nuovo, dal 2012, come presidente con due mandati in scadenza nel 2024. Le improvvise dimissioni nei giorni scorsi chieste e subito ottenute del premier Dmitri A. Medvedev sono interpretate a Mosca e in Occidente come l’inizio di una fase di revisione costituzionale che consentirà alla fine a Putin di rimanere ai vertici del potere, non si sa ancora con quale formula.

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Qualcuno ipotizza una versione di ciò che ha fatto in Kazakhistan l’eterno Nursultan A. Nazarbayev, che da un anno non è più formalmente leader ma con il titolo inedito di leader del popolo è rimasto fermamente con i pieni poteri. È probabile che Putin prepari una soluzione un po’ più elegante, ma dall’analogo risultato, secondo numerosi Kremlin watcher, come venivano chiamati una volta. Anche finito il comunismo le vie del Cremlino restano spesso misteriose. La scelta di Putin potrebbe essere la presidenza di un rinnovato Consiglio di Stato, da lui creato nel 2020 come aiuto al presidente e al premier, e che con una riforma costituzionale e un referendum potrebbe diventare il vero centro di potere sui temi più importanti, interni ed esteri. 

I 20 ANNI DELLO ZAR TRA LUCI E OMBRE

Il grande successo di Putin è l’aver ridato peso e un certo prestigio internazionale alla Russia, basti vedere il crescente ruolo che la disordinata ritirata americana da parti notevoli del Medio Oriente, dettata tutta da spinte di politica interna, ha lasciato a Mosca, arrivata ormai a un ruolo di primo piano anche in Libia. Del resto Mediterraneo e Golfo Persico sono assai più vicini a Mosca che a Washington, come il Cremlino ha sempre sostenuto dal 1947, da quando cioè gli americani invertirono la smobilitazione militare decisa e attuata subito a partire dal 1945 e cominciarono a organizzare quella che presto sarebbe diventata la Nato. A volte i Putinversteher tendono anche ad apprezzare l’efficacia che il sistema russo, “sistemata” senza troppi complimenti l’opposizione, lascia a chi comanda. Una managed democracy come amano definirla gli esegeti di Putin, lasciando incerto che cosa resti di democrazia in mezzo a tanto management.  

Vladimir Putin.

LEGGI ANCHE: I sogni di Putin si scontrano con la capacità produttiva russa

Il grande insuccesso di Putin e di vari altri leader che l’hanno preceduto al  Cremlino è quello economico. La Russia è un Paese che è riuscito a creare una industria essenzialmente in campo militare, in parte nel settore delle grandi infrastrutture (centrali e altro), e molto meno in quello dei prodotti industriali di massa (auto e molto altro) e dei generi di consumo da tempo universali in Occidente. Il reddito medio è assai meno della metà di quello Ue e senza confronti con quello di Germania, Olanda e altri, e nemmeno in una categoria confrontabile con quello italiano. Su questo non ci sono svolte epocali rispetto all’era sovietica, nonostante miglioramenti soprattutto nelle grandi città. Basti un dato spesso dimenticato: la Russia ha tre volte più popolazione, infinitamente più risorse energetiche e minerarie, ma ha lo stesso Pil della Spagna. Non di rado i vertici del potere e lo stesso Putin – sostengono anche accreditati osservatori come Nina  Khrushcheva che parla di cleptocrazia – si sono nel frattempo arricchiti.

Esistono anche in Italia i Putinversteher, presenti soprattutto nella Lega, Matteo Salvini si era iscritto ma eravamo prima dei fatti dell’Hotel Metropol, e forse fra pochi nostalgici della sinistra ex stalinista

I Putinversteher vanno oltre e apprezzano un altro aspetto del putinismo, piaciuto anche da Donald Trump: il nazionalismo e l’ethos del popolo come entità suprema cui sempre fare appello. Come noto, chi parla sempre della volontà del popolo è perché sa dove vuole condurlo. Esistono anche in Italia i Putinversteher, presenti soprattutto nella Lega (Matteo Salvini si era iscritto ma eravamo prima dei fatti dell’Hotel Metropol) e forse fra pochi  nostalgici della sinistra ex stalinista.

LEGGI ANCHE: Cosa Salvini ignora della politica estera russa, dagli zar a Putin

Putin, lo ha ripetuto varie volte, crede che l’identità nazionale cementata dalla lingua e dalla religione sia fondamento essenziale di legittimità e quando parla di «fine dell’ordine liberale» che è «sopravvissuto ai suoi obiettivi», come ha fatto a giugno 2019 in una lunga intervista al Financial Times, implica il suo giudizio negativo sull’Unione europea. La vede destinata a sfaldarsi, a partire da quando alla fine di questo decennio i Paesi dell’Est come Polonia e Ungheria non saranno più beneficiati dagli aiuti strutturali di Bruxelles ma diventeranno contributori netti al bilancio dell’Unione. Ha smentito di volere uno sfaldamento dell’Unione, il più importante partner economico di Mosca, ma sono pubbliche le simpatie per i cosiddetti sovranisti Ue, cioè i neonazionalisti che poco amano Bruxelles. C’è una precisa scuola geopolitica che da Mosca ha sempre guardato con sospetto a Cee e poi Ue, considerate parte di un sistema creato più o meno insieme alla Nato per condurre politiche contrarie agli interessi  russi.

I TIMORI DELL’EUROPA

Per l’Europa il dato centrale dei grandi cambiamenti in atto – segnati dal neo-isolazionismo americano, dalla crisi della Nato e dalla riaffermata  volontà russa, con Putin, di contare come grande potenza – è molto semplice: l’Unione più o meno forte economicamente, scoperta dal punto di vista energetico, disarmata o quasi a fronte di un vicino russo che ha il più potente (quantitativamente) arsenale nucleare del mondo. Per questo Angela Merkel, in una intervista di questi giorni, anche lei al Financial Times, ritiene l’Unione irrinunciabile in termini di interesse nazionale tedesco perché è una «polizza vita» in un mondo difficile. «La Germania è troppo piccola per avere una influenza geopolitica propria ed è per questo che dobbiamo utilizzare tutti i benefici del mercato unico», per proiettare nel mondo anche una dimensione europea.

Da sinistra, Angela Merkel e Vladimir Putin.

MOSCA E LA NOSTALGIA DEL POTERE

I Putinversteher possono continuare ad apprezzare quanto il leader russo  fa e farà per il suo Paese. Sarà dal 2024 in una posizione probabilmente meno vistosa ma più che mai al centro del potere. Il sogno russo è sempre stato quello di mantenere e, quando sono state perdute, di riconquistare le dimensioni di potere raggiunte dallo zar Alessandro II (1855-1881) quando  San Pietroburgo e Mosca, le due capitali di un Paese la cui classe dirigente  andava sul Baltico per sentirsi europea e tornava a Mosca per riscoprirsi russa, comandavano anche a Varsavia e a Helsinki e raggiungevano i massimi della loro potenza. Il “cuscinetto” a Occidente tranquillizzava le ansie russe perché da Occidente erano sempre venuti, dagli svedesi nel  1610 in poi, i problemi. Esattamente come l’attuale “cuscinetto” a Oriente, Ucraina compresa, tranquillizza in qualche modo l’Occidente

Mosca vuole un’Europa finlandizzata. Gli europei dovranno decidere fino a che punto questa visione è nel loro interesse e gli anni dopo il 2024 imporranno anche ai Putinversteher tale scelta

Oggi interessa meno il controllo territoriale, e assai più la sfera di influenza. Mosca vuole un’Europa amica e questo va benissimo, ma ben rispettosa degli interessi russi e questo è da concordare, soprattutto con la sua industria, e che riconosca al vicino orientale un ruolo di grande potenza che l’Europa stessa, priva di una vera identità continentale dice Mosca, non potrà mai tornare ad avere. Insomma, un’Europa finlandizzata, come si diceva a suo tempo. Gli europei dovranno decidere fino a che punto questa visione è nel loro interesse e gli anni dopo il 2024 imporranno probabilmente anche a vari Putinversteher tale scelta.

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La campagna libica di Putin vista dalla Russia

Il summit di Mosca non è stato un flop. Anzi. Il Cremlino continua ad accreditarsi come mediatore nel conflitto. Visti anche gli interessi petroliferi nel Paese. Ma l'obiettivo principale è rafforzare la partnership con Ankara in Medio Oriente. L'analisi.

Al Cremlino la mancata firma dell’accordo sul cessate il fuoco in Libia da parte di Khalifa Haftar non era stata vissuta come uno smacco.

Si ritiene che la mediazione russo-turca per il processo di pace potesse ancora aver successo, e che il generale libico dopo aver lasciato la conferenza di Mosca sbattendo la porta avrebbe preso presto la strada di Canossa. Come sta avvenendo.

Una strada che, secondo osservatori vicini all’amministrazione di Vladimir Putin, non passa da Berlino. E a finire di percorrerla potrebbe non essere Haftar.  

A MOSCA UN INCONTRO ASIMMETRICO

«Nessuno si aspettava davvero che dalla riunione moscovita arrivasse subito a un risultato», ha detto in un’intervista al canale televisivo governativo Rossiya-24 Fyodor Lukyanov, responsabile della rivista diplomatica pro-Cremlino Russia in Global Affairs. Gli organizzatori sapevano che non sarebbe stato possibile risolvere la crisi al primo colpo. Il compito che si erano dati era più modesto: fermare i combattimenti, garantire l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione, fare comunque dei primi passi. L’intransigenza di Haftar – si sottolinea a Mosca – è stata una conseguenza delle sue vittorie nelle battaglie di Sirte e delle periferie di Tripoli, costate troppo per poter fare concessioni immediate e palesi agli avversari.

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Si nota inoltre che nel consesso moscovita non erano rappresentati i Paesi che sostengono l’uomo forte di Bengasi e che recentemente hanno intensificato i rifornimenti di armi e aumentato l’efficacia della propaganda a suo favore: mancava l’Egitto, mancavano gli Emirati Arabi. L’incontro era asimmetrico. Gli interessi del generale e dei suoi alleati non potevano essere garantiti. Ma tutto questo era scontato e considerato spendibile, da parte del Cremlino. In vista di risultati nel prossimo futuro, ritenuti a portata di mano grazie a una rafforzata partnership con Ankara sull’intero scacchiere mediorientale e nordafricano.  

SUMMIT DI BERLINO A RISCHIO FLOP

«L’atteggiamento di Haftar è influenzato dalle pressioni dei suoi sostenitori e dall’andamento del conflitto, che era sembrato preludere a una soluzione militare per lui vittoriosa. Solo la discesa in campo della Turchia ha cambiato la situazione», spiega Lukyanov. Che reputa probabile una temporanea ripresa delle ostilità. «Ma Haftar non riuscirà a risolvere la situazione militarmente: ci saranno presto nuovi incontri diplomatici». E a guidare il gioco saranno ancora Russia e Turchia. Perché dal summit di Berlino c’è da aspettarsi poco: «Non mi pare che la conferenza abbia senso, ad appena quattro giorni di distanza da quella moscovita. Comunque, l’Europa in questo conflitto è periferica. Germania e Francia non hanno alcun effetto leva da far valere in Libia. Per non parlar dell’Italia, nonostante i suoi legami storici con Tripoli. Si è visto il fiasco dell’iniziativa di qualche giorno fa a Roma. E anche Berlino sarà un fiasco. I tedeschi farebbero bene a risparmiarselo».

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Mosca ritiene che la conferenza del 19 gennaio abbia il solo scopo di «risolvere un problema interno all’Ue: quello della rivalità creatasi tra Francia e Italia come conseguenza del conflitto in Libia», nota Grigory Lukyanov (stesso cognome, altro politologo), titolare del corso di Conflitti internazionali e peacemaking all’Alta scuola di economia – la Bocconi russa. 

GLI INTERESSI DELLA RUSSIA IN LIBIA

La Russia rivendica un ruolo da mediatore indipendente e vero pacificatore nel conflitto. Ha sempre sostenuto di non aver particolari interessi in Libia, e di voler mantenere contatti con tutte le parti in causa al solo fine di promuovere la pace. In realtà è interessata eccome. Ha forti motivi economici per voler consolidare le sue posizioni. La Libia ha le maggiori riserve provate di greggio del continente africano. Nel 2017, il gigante degli idrocarburi Rosneft, controllato dal Cremlino, ha firmato un accordo di esplorazione e produzione con la società petrolifera nazionale libica (Noc). Nel dicembre 2019, un’altra compagnia russa, la Tatneft ha ripreso le sue attività di esplorazione nel Paese, interrotte nel 2011 alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Mosca vorrebbe ripristinare almeno una parte dei contratti multimiliardari a suo tempo siglati con la Libia del colonnello. E poi ci sono i motivi geopolitici. I porti sul Mediterraneo sono logisticamente preziosi per le rinnovate ambizioni africane del Cremlino, esplicitate nella conferenza Russia-Africa di Sochi dell’ottobre scorso. Senza contare il peso che avrebbe nei rapporti con i Paesi Ue una stabile influenza sulle coste da cui, oltre che gas e petrolio, partono i flussi migratoriUn aspetto che la nostra diplomazia dovrà considerare con cura. 

I MERCENARI DELLA WAGNER E L’AMBIGUITÀ DEL CREMLINO

Riserve petrolifere e zone costiere sono per la maggior parte nel territori controllati da Haftar. I mercenari della compagnia militare privata russa Wagner stanno combattendo a fianco delle milizie del generale. Lo hanno raccontato i media internazionali, lo ha affermato il presidente turco Erdogan, e lo ha implicitamente ammesso lo stesso Vladimir Putin che sostiene di non averli mandati lui. Potrebbe anche essere vero. Le attività degli “imprenditori politici” che si muovono all’ombra del Cremlino a volte prendono uno slancio proprio. Ma certo la verticale del potere di Mosca, dove la politica estera la fa il capo, implica in questo caso il via libera del presidente. Fatto sta che i mercenari della Wagner cominciarono a essere avvistati in Libia alla fine del 2018, poco dopo un incontro di Haftar col ministro della Difesa russo Sergey Shoigu alla presenza di Evgeny Prigozhin, l’imprenditore amico di Putin considerato finanziatore e organizzatore della Wagner.

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In quel periodo il supporto della Russia al comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna) era sembrato totale. Ma il rapporto ha sempre avuto una dose di ambiguità. Solo Haftar e i media di Prigozhin lo hanno pubblicizzato come un appoggio incondizionato, il Cremlino è stato più cauto. E dopo l’arenarsi dell’offensiva dell’Lna su Tripoli, la scorsa estate, ha cercato di bilanciare narrativa e iniziative diplomatiche per evitare un’identificazione troppo diretta con le posizioni del generale. Arrivando a invitare il suo nemico Fayez al-Sarraj, capo del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli al summit di Sochi, in dicembre. 

LA PARTNERSHIP CON LA TURCHIA

Non che Mosca abbia mai “mollato” Haftar, ma certo sta cercando di differenziare i suoi investimenti nel caos libico. L’impressione è che del generale la Russia potrebbe benissimo fare a meno, se lasciasse il campo a politici meno divisivi e quindi più adatti a raggiungere un compromesso. L’investimento maggiore, per il quale si vuol massimizzare il ritorno, è quello sulla partnership con la Turchia. Per cercare di replicare in Libia il modello sviluppato con Ankara per la Siria: divisione in zone di influenza e processo di pace, nel rispetto dei reciproci interessi. Un successo permetterebbe di agevolare anche l’impegno russo sul fronte siriano. La cooperazione con la Turchia su singoli interessi coincidenti era da oltre tre anni un Leitmotif della politica mediorientale del Cremlino. Ora, il raggiungimento di un accordo in Nordafrica potrebbe farne l’architrave. A creare quest’opportunità per Mosca e Ankara ha fortemente contribuito l’Europa, che sulla Libia ha avuto una politica divisa e divisiva, concentrata solo sul problema dell’immigrazione, senza alcuna strategia per pacificare e stabilizzare il Paese. Senza immaginazione. 

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Chi è il nuovo premier russo Mikhail Mishustin

Tecnocrate low profile per anni alla guida del Fisco, appassionato di tecnologia e hockey, è stato scelto per mettere in pratica il piano di riforme di Putin. Ed è già nel mirino di Navalny.

L’attuale capo del Fisco russo, Mikhail Mishustin, è il nuovo primo ministro di Vladimir Putin. Mishustin è stato proposto dal presidente in sostituzione di Dmitri Medevedev, e la Duma (il parlamento russo) ha approvato la decisione con la maggioranza bulgara di 383 si, 41 astenuti e 0 contrari. Un tecnico quindi, peraltro lontano dai clan politici più blasonati, funzionale per mettere in pratica la visione di Putin per il futuro della Russia. Un funzionario importante ma low profile per far dimenticare al popolo russo le accuse di corruzione che da troppo anni aleggiavano intorno a Medvedev.

«La cosa più importante è rimuovere gli ostacoli alle imprese, ridurre i loro costi, in ogni caso dialogare in modo significativo con le imprese», ha detto il premier in una riunione con i deputati di Russia Unita, il partito dello zar.

Nato a Mosca nel 1966, ha lavorato nel settore dell’informatica per tutti gli anni ’90 per poi entrare nel Fisco agli inizi del 2000. Grande appassionato di tecnologia, gli viene riconosciuto il merito di aver digitalizzato e semplificato il sistema di riscossione fiscale statale da quando ne ha preso la guida nel 2010. Le innovazioni apportate da Mishustin, secondo i media russi, avrebbero portato a un crollo dell’evasione fiscale e alla riduzione dell’economia sommersa. Sposato con tre figli, è appassionato di hockey e pianoforte.

Nel 2019, ha dichiarato al quotidiano Kommersant che la Russia ha bisogno di muoversi verso lo sviluppo delle nuove tecnologie e in particolare dell’intelligenza artificiale, dichiarando che «se non capiamo come si svilupperà questo mondo, se rimaniamo parte del vecchio ordine, diventeremo una vittima di quello nuovo».

Nemmeno il tempo di essere insediato che già il celebre attivista Alexey Navalny ha iniziato a fargli le pulci. E in un post sul suo sito ha subito messo in luce lo strano caso della moglie, Vladlena, che dal 2010 al 2018 – stando ai dati della sua dichiarazione dei redditi – è riuscita a guadagnare quasi 800 milioni di rubli, ovvero oltre 11 milioni di euro. «E tutto ciò crescendo tre figli», sottolinea Navalny. «Sarebbe una bella storia sui risultati di una donna forte, ma, sfortunatamente, non si trovano tracce di aziende di successo. Non ci sono persone giuridiche registrate nel nome di Vladlena Mishustin. Su Internet non si trova nulla di lei. Ma ogni anno guadagna regolarmente un milione di dollari, poi due, poi quattro. Perché? Come? Il mistero è avvolto nelle tenebre, come sempre nel caso dei nostri funzionari», conclude Navalny.

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Perché nella transizione voluta da Putin non c’è posto per Medvedev

Le dimissioni del premier, ormai inviso all'élite e al popolo, sono il primo atto del percorso verso il nuovo ordine post-zar. E servono ad aumentare il consenso per i prossimi rivolgimenti istituzionali. Mentre il presidente lavora per crearsi un ruolo forte alla fine del mandato nel 2024.

Le dimissioni del premier Dmitri Medvedev, arrivate tre ore dopo il discorso in cui Vladimir Putin aveva delineato una serie di riforme costituzionali che modificheranno l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sanciscono l’inizio della transizione verso il nuovo ordine della Russia post-putiniana.

MEDVEDEV ERA ORMAI UNA «FIGURA TOSSICA»

In una sequenza di eventi orchestrata e rapida, il presidente ha fatto la prima mossa della partita per la sua successione spostando una pedina che, per dove si trovava, avrebbe potuto esser d’intralcio.

Medvedev, da troppi anni sul palcoscenico del potere prima come delfino e poi come parafulmine dello zar, è ormai «una figura tossica», nota Tatiana Stanovaya, fondatrice dell’istituto di analisi politica R.Politik. 

Il premier russo Medvedev il 15 gennaio ha rassegnato le sue dimissioni (Getty Images).

Come primo ministro era inviso tanto alla élite – all’interno della quale il capo del Cremlino dovrà scegliere il suo erede – quanto, dicono i sondaggi, all’Ivan Ivanovich di Kazan – equivalente russo del signor Rossi. A cui, solo per volontà del presidente perché la maggioranza bulgara di cui gode alla Duma sarebbe bastata, sarà chiesto con un referendum l’assenso ai cambiamenti del quadro istituzionale preannunciati.

PROMOZIONE O PENSIONAMENTO?

Resta però da capire se Medvedev sia stato mandato in pensione oppure promosso. Il Consiglio di sicurezza di cui diventerà il numero due formalmente è un organo consultivo. È presieduto da Putin, e composto dai vertici delle più importanti amministrazioni federali e regionali. Servizi segreti compresi. Nel disegno che si sta tracciando per la Russia del prossimo futuro potrebbe vedersi riconosciuto il potere decisionale che di fatto spesso esercita, diventando «una riedizione del Politburo sovietico», secondo il direttore di Echo Moskvy Alexy Venediktov

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Vladimir Putin.

PUTIN SI TIENE APERTE DIVERSE OPZIONI PER IL FUTURO

È presto per capire esattamente quali forme prenderà il processo avviato, ma si possono individuare alcune linee guida. I poteri attualmente accentrati nelle mani del presidente saranno in parte distribuiti al parlamento e ad altre istituzioni. Putin, alla scadenza del suo mandato nel 2024, lascerà la presidenza ma manterrà un ruolo forte. A fronte di un presidente più debole.

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«Vorrà continuare a gestire le questioni più importanti della politica estera, e rimanere il garante della stabilità dello Stato a fronte di eventuali dispute tra i suoi vertici», sottolinea Stanovaya. Per farlo, si tiene aperte diverse opzioni. Potrebbe restare alla guida del Consiglio di Stato, di cui ha preannunciato la trasformazione in un’agenzia governativa a rilevanza costituzionale. Una sorta di esecutivo per gli affari strategici? O potrebbe essere primo ministro. Nominato dal parlamento e non più diretto dipendente della presidenza, prevedono gli emendamenti in cantiere.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

Il fatto che al posto di Medvedev abbia nominato il “tecnico” Mikhail Mishustin gli garantisce spazio per una manovra in questa direzione. E poi, certo, c’è l’inquietante ipotesi del “Consiglio di sicurezza Politburo”. «La linea di fondo è quella delle molteplici alternative e della flessibilità», commenta l’analista di Crisis Group Anna Arutunyan: «Nel preparare la transizione, Putin non ha ancora scelto le forme necessarie ad assicurarne l’esito. Vuole avere diverse possibilità. Sta creandosi delle opzioni e valuterà quale può funzionar meglio». 

COMINCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE LEGISLATIVE 2021

Un elemento di valutazione sarà il gradimento popolare. Non si sa quando le riforme della Costituzione saranno pronte e sottoposte a referendum. Di certo, nel 2021 ci saranno le elezioni legislative. Che alla luce del prospettato rafforzamento dei poteri del parlamento assumono una valenza inedita, e forse sono il vero motivo dell’accelerazione degli eventi impressa da Putin.

Putin e Medvedev lasciano l’incontro con i membri del governo russo, il 15 gennaio 2020 (Getty Images).

«C’è la sensazione che siamo all’inizio della campagna elettorale per la Duma (la camera dei deputati, ndr)», spiega a Lettera43.it Mark Galeotti, tra i maggiori esperti di Russia a livello internazionale. La scelta dell’economista Mishustin può essere letta come una risposta alla diffusa insoddisfazione per la stagnazione che ha segnato gli anni di Medvedev, nell’ottica della creazione di consenso per i rivolgimenti istituzionali che si preparano.

PIÙ POTERI AL PARLAMENTO E CIOÈ A RUSSIA UNITA

I propagandisti di Putin parlano già di democrazia parlamentare: «Il potere in Russia si sta spostando verso il ramo legislativo», ha scritto la direttrice del canale televisivo Rt Margarita Simonyan. In realtà, le caratteristiche di un sistema di governo sono determinate dalla reale distribuzione del potere nella società e dal livello di concorrenza nel sistema politico. I candidati per la Duma, nella “democrazia controllata” russa, di fatto li sceglie il governo.

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«In un sistema non competitivo in cui non vi è libero accesso alle elezioni per partiti e candidati», fa notare sul suo blog il politologo Kirill Rogov. «[…] Il trasferimento di alcuni poteri al parlamento significa solo trasferirli alla direzione del partito che domina il parlamento». Ovvero a Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. 

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Russia, Putin chiede modifiche alla Costituzione: si dimettono premier e governo


Il premier russo Dmitrij Medvedev e tutto il governo hanno rassegnato a sorpresa le dimissioni per permettere a Vladimir Putin di portare avanti le riforme costituzionali annunciate durante l'annuale discorso alla nazione davanti alle Camere riunite, che darebbero al Parlamento il potere di scegliere il primo ministro russo. "Dobbiamo offrire al nostro presidente l’opportunità di intraprendere le misure necessarie".
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Il premier russo Medvedev e il suo governo si sono dimessi

La decisione in vista della modifica della Costituzione. Putin: «Dmitri sarà numero due nel Consiglio di Sicurezza».

Il premier russo Dmitri Medvedev e il suo governo hanno rassegnato le dimissioni. Lo riportano i media russi. Il presidente Vladimir Putin, nel corso di una riunione del Consiglio dei ministri, ha commentato: «Da parte mia, voglio ringraziarvi per tutto ciò che è stato fatto in questa fase del nostro lavoro congiunto, voglio esprimere soddisfazione per i risultati che sono stati ottenuti». Il presidente russo ha precisato che «non tutto è stato fatto, ma non tutto riesce sempre in modo completo».

Medvedev si è sempre occupato di temi come il rafforzamento delle capacità difensive e della sicurezza

Vladimir Putin

Medvedev, che era in carica dal maggio del 2012 (in precedenza è stato presidente per quattro anni), dovrebbe diventare vice capo del Consiglio di Sicurezza russo, secondo quanto dichiarato il 15 gennaio da Putin. Una carica che verrebbe creata ad hoc: «Ritengo che sia possibile, e me ne occuperò nei prossimi giorni», ha detto il presidente. «Dmitri si è sempre occupato di temi come il rafforzamento delle capacità difensive e della sicurezza».

LA MODIFICA DELLA COSTITUZIONE ALL’ORIZZONTE

Medvedev, parlando con Putin, ha detto di «ritenere giusto, sulla scia delle proposte di modifica della Costituzione, che il governo rassegni le dimissioni. Dopo l’adozione di tali emendamenti (e si è detto che è probabile che ciò avvenga dopo un dibattito) si avranno cambiamenti significativi non solo in una varietà di articoli costituzionali, ma nell’equilibrio del potere, in particolare in quello esecutivo, legislativo e in rami del potere giudiziario», ha detto il primo ministro. «In questo contesto, è evidente che noi, in quanto governo della Federazione Russa, dovremmo offrire al presidente del nostro Paese l’opportunità di prendere tutte le decisioni necessarie in queste condizioni. Credo sia giusto che il governo della Federazione Russa si dimetta in conformità con l’articolo 117 della Costituzione russa», ha aggiunto Medvedev.

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Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

I segnali positivi non mancano. E il 2020 può portare a un riavvicinamento. Ma la pacificazione resta lontana. Dalla questione del gas allo scambio di prigionieri: perché non bisogna essere (troppo) ottimisti.

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio.

IL CONTRATTO SUL GAS NON RISOLVE TUTTI I PROBLEMI

In primo luogo la questione del gas: dal primo gennaio è in vigore il nuovo contratto tra Mosca e Kiev, firmato in zona Cesarini, che evita un’ennesima guerra energetica e le prevedibili conseguenze per mezza Europa. In sostanza però è stata messa solo una pezza temporanea, valida per i prossimi cinque anni, e al di là dei dettagli (ripianamento dei debiti di Gazprom, riduzione del transito e ridefinzione delle tariffe) è evidente che si tratta solamente di una tregua che non appiana certo le contraddizioni di fondo. In attesa di vedere come andrà a finire il caso Nordstream 2, il progetto russo-tedesco per aggirare Europa centrale e Ucraina, che a causa delle sanzioni americane è bloccato. La partenza sarà ritardata, ma da quando potrà funzionare a pieno regime è ancora un’incognita.

IL DONBASS E LE RESISTENZE DEI FALCHI

In secondo luogo la questione del Donbass: a fine anno si è svolto lo scambio di prigionieri, concordato il 9 dicembre nel vertice di Parigi, in cui si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia il presidente ucraino Volodymir Zelensky e quello russo Vladimir Putin. Non è stato semplice, viste soprattutto le resistenze dei falchi ucraini – l’ala radicale nazionalista composta in parlamento dal partito dall’ex presidente Petro Poroshenko e fuori dal variegato spettro della destra radicale e paramilitare – nel rilasciare alcuni membri delle forze speciali Berkut in carcere con l’accusa di aver partecipato al massacro di Maidan nel febbraio del 2014. Se alla fine l’ha spuntata la diplomazia e la volontà di dare uno slancio al processo di pace da troppo tempo in stallo, in realtà c’è poco da sorridere. Già negli accordi di Minsk firmati nel 2015 era in programma lo scambio totale di prigionieri: è arrivato con quasi cinque anni di ritardo e non si sa nemmeno se sia stato davvero completo. Fonti ucraine hanno parlato ancora di decine se non centinaia di persone rinchiuse nelle carceri delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk.

Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia

Nel summit di Parigi è stata inoltre accennata una road map per intensificare nei prossimi mesi il processo di pacificazione, dalla demilitarizzazione della linea di contatto fino alle elezioni locali nel Donbass. Anche in questo caso non si tratta altro che di indicazioni riprese dagli accordi di Mnsk che sino ad oggi nessuno, da Mosca a Kiev passando per i leader separatisti che sottostanno in parte agli ordini di Putin e in parte giocano la loro partita, ha voluto veramente rispettare. Ad aprile è previsto un nuovo incontro in formato normanno (Putin, Zelensky e i due arbitri Angela Merkel ed Emmanuel Macron), ma le speranze che qualcosa cambi davvero sono al minimo. Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia. Se a questo si aggiunge il fatto che il cessate il fuoco è tutt’altro che duraturo e il conflitto continua sottotraccia, con il numero dei morti che ha già oltrepassato le 13 mila unità, non è difficile intuire che l’ottimismo è fuori luogo.

A DETTARE LE REGOLE RIMANE IL CREMLINO

È vero comunque che qualcosa si è mosso, soprattutto sul versante ucraino, dopo l’elezione alla Bankova di Zelensky. Il nuovo presidente, sebbene continui sostanzialmente il corso del suo predecessore Poroshenko, ha aperto un minimo dialogo con Putin che si è mostrato più disposto all’ascolto. Zelensky è stato eletto a furor di popolo con la promessa di mettere la parola fine alla guerra ed è disposto a più compromessi rispetto a Poroshenko. A dettare le regole rimane comunque il Cremlino: la soluzione definitiva per il Donbass rimane lontana e i rapporti tra le due ex repubbliche sovietiche non potranno certo più tornare quelli di prima. Kiev ha scelto di stare sotto l’ombrello occidentale, con gli Stati Uniti a fare da guardaspalla, e Mosca farà sempre fatica ad accettarlo, tentando in ogni modo di condizionare il vicino, con cui i rapporti rimangono, anche solo per ragioni geografiche. L’Ucraina resta spaccata, tra il centro e le regioni dell’Ovest che tendono verso l’Europa e quelle orientali verso la Russia. Se alla guerra non verrà davvero posta la parola fine, il rischio è che il paese si possa ancora lacerare.

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TurkStream, il patto del gas tra Erdogan e Putin

Operativa la pipeline che corre dalla Russia all'Europa, passando per la Turchia. Un tassello in più nella cooperazione tra Mosca e Ankara.

Il gasdotto TurkStream è ufficialmente operativo. Alla cerimonia di battesimo, oltre al presidente russo Vladimir Putin e al suo omologo Recep Tayyip Erdogan, hanno preso parte anche il primo ministro bulgaro Boyko Borisov e il presidente serbo Aleksandr Vucic. Tutti i quattro leader hanno girato la valvola che dà il via alle forniture. La nuova linea è la seconda a collegare Russia e Turchia dopo il BlueStream e punta a portare il gas in Europa passando per il Mar Nero e per la parte europea della Turchia, bypassando l’Ucraina. La Turchia riceverà 15,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno; altrettanti andranno in Europa.

ERDOGAN: «UN PROGETTO DI PORTATA STORICA»

«L’implementazione della costruzione del gasdotto transmediterraneo è la prova del partenariato strategico tra Russia e Turchia che ha prodotto risultati significativi e tangibili», ha dichiarato Putin alla cerimonia. «La cooperazione tra Russia e Turchia sta andando avanti in quasi tutti i segmenti. Nonostante la complicata situazione globale e i tentativi di alcuni attori internazionali di impedire l’espansione della cooperazione tra i nostri Paesi, i nostri sforzi continuano», ha osservato Putin. TurkStream, ha sottolineato Mosca, è un progetto «strategico» che contribuirà «alla stabilità della regione». Erdogan, da parte sua, ha commentato: «Il TurkStream, per cui abbiamo fatto molti sforzi con i nostri amici russi, è un progetto di importanza storica sia a livello delle nostre relazioni bilaterali che della mappa energetica».

LE CRISI SUL TAVOLO DEI DUE LEADER

Prima dell’inaugurazione del gasdotto, Putin ed Erdogan hanno avuto un faccia a faccia. Sul tavolo le crisi in Siria, Libia e Iraq. Putin è giunto in Turchia proprio dalla Siria, dove si è recato per un incontro a sorpresa con Bashar al Assad e ha fatto tappa per la prima volta dall’inizio della guerra anche a Damasco. Un colloquio preparatorio in vista di quello con Erdogan su Idlib, principale nodo irrisolto del conflitto, dove l’intensificarsi dei raid di Mosca e Damasco contro l’ultima roccaforte ribelle ha provocato nelle ultime settimane una nuova ondata migratoria di circa 250 mila persone verso la frontiera turca. L’altro capitolo chiave riguarderà la Libia, dove Erdogan ha annunciato l’invio “graduale” di truppe a sostegno del governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj contro l’offensiva delle forze del generale Khalifa Haftar, appoggiate da Putin. Una tregua aprirebbe la strada a una spartizione di fatto del Paese tra le regioni di Tripolitania e Cirenaica.

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