Ordinary man, lo straziante congedo di Ozzy Osbourne

Nell'ultimo disco del vampiro del rock c'è tutto il suo mondo: dai cori gotici al respiro affannoso di chi decapitava uccelli, fino al metallo incandescente. Un auto-epitaffio che nessuno avrebbe voluto ma che tutti aspettavano e ameranno. La recensione.

Ozzy Osbourne sta morendo. Inutile girarci attorno, il Madman, il pazzo se ne sta andando. Lo sa anche lui, e lo canta. Tra malanni maledetti, stentate convalescenze, concerti annunciati ma tour rinunciati, ammissioni di Parkinson, appelli ai fan.

Vecchio vampiro che ancora si alimenta del sangue del loro entusiasmo, Ozzy va a morire e lo sa e lo canta nell’unico modo che sa fare. Con la solita follia, con orgoglio smisurato e una classe che non va via.

Non manca niente in quest’ultimo, davvero ultimo Ordinary Man consegnato oggi al mondo: 50 minuti per riassumere una vita scellerata, per tirar su la rete di un destino senza senso e in troppe direzioni. Così è la vita della rockstar e così è la sua morte, che arriva prima, che lascia un morto scalciante e un disco postumo in vita.

TUTTO IL MONDO DI OZZY IN 50 MINUTI

Patetico, tenero, orribile Ozzy in copertina, con le unghie laccate e il solito ghigno. E chissà quanto ci è voluto a prendere quello scatto a un malato di Parkinson. Ma dentro, dentro c’è il mondo di Ozzy.

Ozzy Osbourne con Slash (Getty Images).

C’è quel suo heavy metal che pesante lo è di certo, ma mai proprio metal, sempre sul bilico dell’hard rock. C’è la classicità che è solo sua, ma anche le sonorità disturbanti e frastuonose di oggi, magistralmente adoperate per far paura.

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C’è Elton John, con cui costruire uno struggimento, e c’è Slash per ricamare di filo spinato, e c’è Chad Smith e c’è Duff McKagan perché gli Anni 80 furono la Mecca di Ozzy, e c’è Post Malone perché se proprio bisogna andarsene, meglio farlo da vivi, non da reduci. E proprio il rapper è complice di un paio di tracce sorprendenti, in particolare It’s a Raid, un gran bordello di puro Ozzy concentrato, una baraonda infernale, spastica di tempi, di ritmi spezzettati che fai fatica ad arrivare in fondo a quei 4 minuti. 

Ozzy Osbourne sul palco (Getty Images).

PEZZI ACCHIAPPA TEENAGER E PEZZI CHE EVOCANO INCUBI

Ci sono momenti fatti apposta per acchiappare adolescenti incasinati, esattamente come 40 anni fa, momenti di demoniaco ruffianismo. Ci sono passaggi costruiti, come la manierata Holy For Tonight, tra Queen e Electric Light Orchestra, e la fin troppo ozzyana Under The Graveyard, e incubi inconfondibili e realmente spaventosi quali Eat Me e Scary Little Green Men, vagamente Alice In Chains. C’è un sacco di roba e c’è tutto, dai cori gotici, di messa funebre, al respiro affannoso di chi decapitava uccelli, al metallo incandescente di Goodbye

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Tutti titoli così, che sottolineano il congedo, riassumono esistenze e una volta tanto è tutto vero, non un gioco macabro per tenere in piedi il personaggio. Ozzy muore e lo sa. Ma muore a modo suo, alle sue condizioni, muore da pazzo.

E la convinzione è tale da superare il patetismo: Ordinary Man è l’autoepitaffio che nessuno avrebbe voluto ma che tutti aspettavano e ameranno. Inciso tra indicibili fatiche – l’inferno in terra, quasi una espiazione – è riuscito insospettabilmente vibrante, ispirato, pazzo, commovente, antico e post moderno. Post tutto. Con dentro una ballata assolata di sangue, lucida di lacrime quale All My Life, così, a voce spiegata per cantare, per gridare l’orgoglio di una vita tutta sbagliata, tutta sballata, ma che adesso, tirando su la rete, trova il senso di una ragione. Trova il suo ordine. Trova la via d’uscita in quella camera di contenimento, le pareti imbottite, nessuna maniglia da dentro, che è stata la vita di Ozzy. Così è la vita di una rockstar, che si riscatta quando finisce nell’ultimo battito d’ali. E che battito è Ordinary Man! È un chiedere scusa senza pentirsi, è l’ammissione di non poter essere altro, l’addio di chi addosso ha un mantello di tempo e non può rinnegarlo. 

Ozzy Osbourne negli Anni 80 (Getty Images).

OZZY LASCIA UNO STILE, UN’EREDITÀ E UN VUOTO

Ozzy è stato il Madman, il fuori di testa, a volte imbarazzante, grottesco, caricaturale. Il decapitatore di pipistrelli e la macchietta da sitcom, il principe delle tenebre che perde i pezzi. Compatito dalle rockstar dell’Olimpo: ma lascia uno stile, una eredità, un vuoto. Lascia questo disco, straziante e bellissimo, ultimo hurrah di un pugile che vince l’ultimo incontro ma scende sul ring tremante, ammalato. Eppure non rinuncia a proclamare: «Io sono Ozzy, sono quello che sono sempre stato, e me ne vado così. A modo mio, alle mie regole: non saprei come altro fare, e tu goditi quel che resta di me, mentre mi preparo a sparire».

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Così è la morte di una rockstar: passi la vita a irriderla, a scamparla, ma poi quella arriva un attimo prima, ti lascia vivo per un po’, gioca con te così come tu hai giocato con lei e si riprende tutto. Ma ti rispetta. Rispetta il coraggio di sfidarla e ti lascia ancora il tempo per un ultimo agghiacciante meraviglioso commiato. E la canzone che battezza l’album, quella con Elton John, sarà pure quanto di più paraculo, ma non puoi non sentirti qualcosa in pancia mentre la senti: è Ozzy che se ne va, capisci? Lo capisci? E svanisce in un vento d’archi desolati. Ma sì, che tanto non cambia niente. Ma sì, che quelli come noi sono dannati, non gli basta una preghiera in articulo mortis per salvarsi. 

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50 anni di glam rock, tra moda e leggerezza musicale

Da Marc Bolan a David Bowie, passando per i Roxy Music e Gary Glitter. Ecco come negli Anni 70 è cambiato il panorama musicale.

Una delle tante rivoluzioni della musica ha preso via all’alba degli Anni 70. Accantonata per un momento le canzoni impegnate del decennio precedente, il mondo della musica aveva bisogno di leggerezza. È nato da questo il glam rock, abbreviazione di glamour e di una tipologia musicale ben definita. Da allora sono passati 50 anni, ma quel periodo ha segnato intere generazioni Senza ombra di dubbio il capostipite di questo genere è Marc Bolan, leader dei T-Rex. A renderlo immortale, però, ci hanno pensato personaggi come David Bowie piuttosto che i componenti dei Roxy Music. Tanto che a 50 anni di distanza, alcune delle loro canzoni, sono sopravvissute insieme allo stile decadente tipico di quel periodo musicale.

COME È NATO IL GLAM ROCK

Ma partiamo con ordine, e con l’inizio del movimento che di fatto coincide con l’apparizione – tra la fine degli Anni 60 e i primi deli Anni 70 – sulle scene musicali di Marc Bolan. Riccioli, glitter, satin e occhi bistrati, voce melodica e chitarra elettrica. Questo artista portava un misto di sensualità e androginia che colpì le ragazzine dell’epoca. Dopo un inizio in sordina Bolan e i T-Rex pubblicano il disco Hot Love scalando le classifiche. Poi la loro partecipazione allo show musicale della Bbc Top of the Pops. Ma se Bolan è considerato il capostipite, il musicista simbolo del ‘glam rock’ è senza dubbio David Bowie nelle vesti del suo alter ego Ziggy Stardust. Il suo look ha fatto epoca. Bowie nei concerti dal vivo raccontava spesso uno dei momenti clou della sua vita, proprio l’incontro con Marc Bolan e il segreto del loro look: «La sera facevamo shopping nei bidoni della spazzatura a Carnaby Street, era un periodo d’oro».

GLI ALTRI ARTISTI DEL GLAM

Nelle fila del glam rock però si trovano tanti altri artisti. Tra questi è giusto citare Mott the Hoople, Faces, Slade, Gary Glitter e soprattutto i Roxy Music. Questi ultimi sono nati nel 1970, sono i principi decadenti del ‘glam’, il lato intellettuale del fenomeno. Con il singolo Virginia Plain arrivano nella Top 10 britannica, poi Eno esce dal gruppo e indugiano più sul lato estetico che su quello sperimentale. Anche Elton John, Rod Stewart e Freddie Mercury hanno adottato stili glam agli albori della loro carriera seguendo poi strade diverse. Il fenomeno, inoltre, molto più marcato in Gran Bretagna, suggestiona anche alcuni musicisti americani come Alice Cooper, i New York Dolls, Lou Reed e Iggy Pop. In Italia, invece, Renato Zero.

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