Ex collaboratrici favorite, chiesti due anni e mezzo in Appello per Maroni

In primo grado l'ex governatore della Lombardia è stato condannato a un anno (pena sospesa) e a 450 euro di multa.

Il sostituto pg Vincenzo Calia ha chiesto di condannare a due e mezzo l’ex presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni, imputato a Milano nel processo d’Appello con al centro le presunte pressioni per favorire due sue ex collaboratrici quando era ministro dell’Interno. In primo grado Maroni è stato condannato a un anno (pena sospesa) e a 450 euro di multa per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente, ma è stato assolto dall’accusa di induzione indebita.

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La recensione della terza e quarta puntata di 1994

Più politica, meno esagerazioni. E un (amaro) Amarcord sportivo. Con la terza e la quarta puntata, la serie targata Sky decolla. Al centro della trama Pietro Bosco alle prese con Bossi e Maroni e Antonio Di Pietro che dichiara guerra a Berlusconi. La recensione.

Più politica, un tocco di sport e tanta giustizia: è la ricetta accattivante del terzo e del quarto episodio di 1994, andati in onda l’11 ottobre su Sky Atlantic. Sarà che meno spazio è concesso alle macchinazioni di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), sarà che vanno in scena gli attori più convincenti, ma la serie sembra finalmente uscire dal bozzolo di inverosimiglianza (ed esagerazione) delle prime due puntate e alza il livello.

IL TRIANGOLO LEGHISTA BOSCO-BOSSI-MARONI

Ad aprire le danze, un Pietro Bosco (Guido Caprino) scatenato, che durante un confronto a Tele Brianza denuncia: «La Sicilia ha 30 mila guardie forestali, neanche in Canada! I meridionali stiano succhiando il sangue ai bravi lavoratori del Nord!». Slogan non lontani da quelli usati in epoca salviniana, con la sostituzione degli immigrati ai meridionali.

Silvio Berlusconi premier.

I DUBBI DEL SENATÙR SU BERLUSCONI

Proprio su Bosco e sul suo ruolo nel triangolo tra segretario della Lega Nord Umberto Bossi e il neo ministro degli Interni Roberto Maroni (un ottimo Rosario Lisma, siciliano che riesce a sembrare un vero lumbard) si concentra la terza puntata. Bossi è preoccupato che Maroni possa subire troppo il fascino di Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon) e delle sue promesse e chiede a Bosco di tenere gli occhi aperti, che Berlusconi «è il demonio e con tutti i soldi che c’ha ci mette niente a convincere anche il tuo migliore amico a mollarti». Maroni invece non sospetta certo del suo sottosegretario agli Interni, anzi lo coinvolge quando il Cav lo invita a pranzo ad Arcore.

Il leghista Pietro Bosco in un dibattito a Tele Brianza.

UN DOPPIO GIOCO PERICOLOSO

Tra un’insalata caprese e una foto ricordo con la coppa dei Campioni vinta dal Milan, Berlusconi palesa presto le sue vere intenzioni: fare guerra alla Procura di Milano, e vuole l’appoggio della Lega. Provocato dall’indagine sulla presunta corruzione degli ufficiali della Guardia di Finanza da parte di quattro aziende del gruppo Fininvest, ha già pronto il decreto Biondi (dall’allora Guardasigilli Alfredo Biondi) il cosiddetto salvaladri, che vieta la custodia cautelare in carcere per i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Bosco, facendo il doppio gioco con Bossi, spinge Maroni ad abbozzare davanti alle richieste di Berlusconi per rimanere al governo, ma sarà proprio lui a pagarne presto il prezzo sul piano personale, fino a che non deciderà di dire basta «a questa porcata».

Scaglia con Di Pietro. Alle spalle la torre Velasca.

DI PIETRO ALL’ATTACCO DEL CAV

Nel quarto episodio Silvio alletta Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi) offrendogli il Viminale. È tutto un parlare per metafore, dalla bella donna che potrebbe compiacere più d’uno al treno che deve sapere quando fermarsi. Ma la lusinga non attacca e anzi assistiamo alle dimissioni del pool Mani Pulite. La gente scende in piazza e vediamo le immagini di repertorio delle proteste. Il braccio di ferro si conclude a favore di Di Pietro, con il ritiro del decreto: una vittoria che fa da contraltare alla partita di calcio nella notte della notizia. L’Italia ha perso la finale dei Mondiali.

Veronica Castello (Miriam Leone) con Leonardo Notte (Stefano Accorsi).

LEONARDO NOTTE E UN NUOVO GIRO DI TANGENTI

Nel frattempo assistiamo alla lotta personale di Dario Scaglia (Giovanni Ludeno), braccio destro del pm ed ex finanziere, contro la sua stessa famiglia: nel corso delle indagini dovrà infatti affrontare la verità sul padre colonnello e sul fratello e ovviamente schierarsi gli costerà caro. La puntata termina a Milano con l’interrogatorio di Leonardo Notte: Di Pietro ha scoperto un giro di tangenti che potrebbe portare a Berlusconi, ma gli serve un testimone. Notte, chiaramente, glissa. Ma il sostituto procuratore ora gli sta alle calcagna, in attesa di un passo falso. Lo vedremo nella quinta puntata?

Scaglia con Di Pietro. Alle spalle la torre Velasca.

LA FRASE CULT

La presentazione tra Leonardo Notte e Pietro Bosco, ad Arcore.
«Notte».
«Bosco».
«Fa molto fratelli Grimm».
«Chi?».
Silenzio imbarazzante.
Interviene Berlusconi: «Va bene dai, va bene lo stesso».

IL MOMENTO FILOSOFICO

Il colonnello delle Fiamme gialle Scaglia al figlio Dario: «Che vuoi capire, tu? Pensavi solo ai buoni e ai cattivi! La vita sta in mezzo».

LO SCIVOLONE TRASH

Leonardo Notte non poteva che essere il protagonista dello scivolone trash, stavolta assieme a Di Pietro, che gli chiede: «Lei ci crede a Dio?». La sua risposta, solenne: «A un vecchio con la barba che sta lassù nel cielo e, anche se ci sono milioni di galassie, è interessato al mio destino e mi ama? No… non ci credo».

DALLA FICTION ALLA REALTÀ

Il decreto Biondi. Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi I, il decreto vietava la custodia cautelare in carcere per i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione, comprese la corruzione e la concussione. Un imputato poteva essere tenuto in carcere solo se il rischio di fuga era effettivo e ogni altra misura appariva inadeguata. Veniva inoltre ampliata la possibilità del patteggiamento.

I Mondiali del 1994. Le vicende politiche dell’estate 1994 hanno sullo sfondo le partite dei Mondiali statunitensi, commentate da Bruno Pizzul: il pareggio con il Messico, lo scontro con la Spagna, la maledetta finale persa ai rigori con il Brasile. Nella puntata vediamo il celeberrimo tiro al cielo di Roberto Baggio che ci costò la vittoria.

LA COLONNA SONORA

Tra le perle di questi due episodi End of a century dei Blur, Nuotando nell’aria dei Marlene Kuntz e la stupenda Glory Box dei Portishead.

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Maroni striglia Salvini: «Indeciso, lento e senza un piano B»

L'ex segretario della Lega critica l'attuale leader del Carroccio sulla gestione della crisi di governo: «Avrebbe dovuto ritirare la delegazione dei ministri, mettere alle strette Conte, invece ha cincischiato e dato tempo al sistema di riorganizzarsi. Ora rischia di erodere il consenso».

Non è tenera l’analisi dell’ex segretario della Lega Nord Roberto Maroni sulla gestione della crisi politica di questa estate fatta da l’attuale leader del Carroccio Matteo Salvini. «Si è fatto fagocitare dal rito romano. Ha concesso sette giorni e sette notti a Giuseppe Conte, ma in politica in una settimana può succedere di tutto», ha affermato l’ex ministro in un colloquio con il Fatto Quotidiano.

Una volta annunciata la sfiducia al premier, secondo Maroni, Salvini «avrebbe dovuto ritirare la delegazione dei ministri, così da obbligare il presidente del Consiglio a presentarsi subito dimissionario al Quirinale». Invece, ha fatto notare, «ha voluto attendere la famosa seduta in Senato del 20 agosto, dando tempo al sistema di riorganizzarsi et voilà: un’altra maggioranza si era già formata». Poi Maroni ha rincarato la dose, dicendo che per lui il Capitano «ha cincischiato, temporeggiato, si è mosso lentamente e senza un piano B, fidandosi di Zingaretti e di chissà chi altri, ma in politica la situazione è cangiante per definizione. Mi ha ricordato il Bersani post voto del 2013. È stato indeciso pure sul commissario europeo: avrebbe dovuto scegliere subito, magari Luca Zaia».

Avevo consigliato a Salvini di andare all’incasso con un rimpasto di governo per prendersi Economia e Infrastrutture, per poi votare nella primavera del 2020 dopo aver portato a casa autonomia e taglio dei parlamentari. Avrebbe vinto sul velluto

Roberto Maroni, ex segretario della Lega Nord

Dopo il successo alle Europee, ha continuato l’ex segretario leghista, «avevo consigliato a Salvini di andare all’incasso con un rimpasto di governo per prendersi Economia e Infrastrutture, per poi votare nella primavera del 2020 dopo aver portato a casa autonomia e taglio dei parlamentari. Avrebbe vinto sul velluto». E invece, «non si andrà a votare prima dell’elezione del capo dello Stato». Se poi nei prossimi mesi l’esecutivo giallorosso «imbrocca due o tre cose, a partire da una gestione meno emergenziale del fenomeno migratorio (per Maroni Lamorgese è “ottima”, ndr), il consenso della Lega potrebbe iniziare a erodersi».

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