Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

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Il ministro Gualtieri contro il terrorismo di Salvini sul Mes

Il titolare del Mef ha attaccato il leader del carroccio e Borghi per la polemica sul Meccanismo europeo di stabilità.

«Quella sul Mes è una discussione che ci sarebbe stata comunque, a prescindere da questo dibattito sopra le righe, ma è avvenuta in un contesto in cui la Lega, Salvini e Borghi con cinismo hanno iniziato a fare una campagna terroristica per spaventare le persone». È stato l’affondo del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ospite a Mezz’ora in più. «Certo», ha continuato, «se non ci si riesce a esprimersi con competenza e serietà sulla Nutella è evidente che la credibilità su ciò che si dice sul Mes sia piuttosto scarsa».

«Il rinvio», ha aggiunto il capo del Tesoro, «è un fatto, ci sono anche dei miglioramenti che vanno valutati, c’è un orizzonte più largo sul pacchetto. Auspico che ci sia una risoluzione positiva che guardi in avanti e che raccolga il sostegno delle forze responsabili, anche non della maggioranza. Certo, chi vuole l’incidente, chi spaventa le persone in modo molto cinico dicendo che ci tolgono i soldi dai conto correnti, dubito possa convergere».

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Cosa ha ottenuto l’Italia all’Eurogruppo sul Mes

Il ministro Gualtieri: «Giornata positiva, abbiamo un accordo di principio». La firma slitta al 2020. Ora la parola passa al Consiglio europeo del 13 dicembre.

Dopo un lunghissimo negoziato notturno a Bruxelles, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è soddisfatto.

L’Italia, a suo giudizio, ha ottenuto le tre cose che chiedeva all’Eurogruppo sulla riforma del Mes e sulla “road map” verso lo Schema europeo di garanzia dei depositi bancari.

«Giornata positiva», ha commentato il titolare del Tesoro. Anche perché i partner europei hanno accettato di rinviare la firma del trattato ai primi mesi del 2020 e il parlamento italiano avrà quindi tutto il tempo per esprimersi. Il rinvio della firma, e il fatto che il tema potrebbe non essere oggetto del Consiglio europeo del 13 dicembre, sono due elementi che dovrebbero contribuire a far calare di molto la tensione nella maggioranza. Il governo Conte bis dovrebbe quindi riuscire a superare senza intoppi il voto in parlamento sulla risoluzione che il M5s sta mettendo a punto.

LE CLAUSOLE DI AZIONE COLLETTIVA

Gualtieri, entrando nei dettagli, ha spiegato che sulle clausole di azione collettiva l’Italia ha ottenuto «un meccanismo che rende le cosiddette single lib cacs più simili alle double limb. Per noi è una cosa importante e questo aspetto richiederà un lavoro aggiuntivo solo dopo il quale sarà possibile la finalizzazione dell’accordo e poi la firma e le procedure di ratifica». Tradotto, significa che il nuovo meccanismo di maggioranza semplice (single limb) deciso per rivalutare i titoli in caso di ristrutturazione del debito potrà contenere dei sotto-insiemi per garantire tutti gli investitori e non solo alcuni. La richiesta verrà accordata su base volontaria: ogni Stato potrà decidere se dotarsi oppure no di queste sub-aggregazioni.

RESPINTE LE IPOTESI DI CONDIZIONALITÀ SUL BACKSTOP

È «importante anche che per il backstop sono state respinte tutte le ipotesi di condizionalità, quindi è una condivisione di risorse senza condizionalità, primo caso in Ue». Mentre sull’Unione bancaria «la discussione è stata lunga e difficile, dovremo continuare a lavorare su questo tema, abbiamo ottenuto l’eliminazione dalla roadmap di riferimenti al trattamento prudenziale dei titoli sovrani, quindi il lavoro dovrà continuare». La ponderazione dei titoli di Stato «sarebbe stata per noi assolutamente negativa e questo obiettivo è stato raggiunto, assieme alla subaggregazione e a quello di non raggiungere un accordo oggi, cosicché il Parlamento possa esprimersi», ha concluso il ministro.

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Gualtieri, come buttare il ministero dell’Economia in Vacca

Il titolare di via XX Settembre è in ambasce a causa del suo staff. Il principale "imputato" è il capo segreteria che la fa da padrone. Seguono il capo di gabinetto Luigi Carbone, rimasto su pressione di Tria e del Nazareno, e il portavoce ombra Roberto Basso che coordina il consiglio di comunicazione.

«A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio». La formula attribuita a Oscar Wilde sembra una seconda pelle per lo staff di Roberto Gualtieri. Il ministro dell’Economia è un po’ in ambasce. E non soltanto perché – come ama dire – «ho recuperato in 23 giorni i 23 miliardi di aumento dell’Iva». Ma anche perché si sta rendendo conto che alcune scelte di staff stanno mostrando la corda. Il principale indagato è Ignazio Vacca, il suo capo della segreteria, figlio del filosofo comunista Giuseppe Vacca, che in via XX Settembre la fa da padrone, tanto da essere considerato una sorta di ministro ombra. Forse perché abituato all’ufficio del personale delle Poste dove ha lavorato, una delle prime mosse che ha fatto è stata quella di sostituire le segretarie. E pensare che sedevano al loro posto da una ventina d’anni, indifferentemente dal colore politico del ministro. 

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I NODI DI CARBONE E BASSO

Al secondo posto, pari merito, ci sono il suo capo di gabinetto, Luigi Carbone, e il suo portavoce “ombra” Roberto Basso. Il primo, Gualtieri lo voleva sostituire con il dalemiano Roberto Garofoli, ma non c’è riuscito: un po’ per le pressioni ricevute anche dal Nazareno (Carbone è arrivato pure lì, senza usare il monopattino), un po’ per le pressanti richieste di Giovanni Tria per confermarlo. Più articolata la situazione per il portavoce. Formalmente, il Mef non ha un portavoce. Ha un consigliere per la comunicazione. Si racconta che con questa formula Basso sia riuscito a confermare le consulenze che ha accumulato come professionista, anche nel pianeta del ministero dell’Economia. Per salvare capra e cavoli (incarico istituzionale e contratti privatistici), Vacca si è inventato una specie di consiglio della comunicazione, coordinato da Basso e animato dal capo ufficio stampa, Michele Baccinelli, e da altri due giovani professionisti piovuti dal Nazareno piddino.

I CONSULENTI DEM BLOCCATI DA DAL VERME

In realtà, proprio dal Pd erano attesi una trentina di consulenti di vario genere per supportare il ministro nelle scelte strategiche. In realtà non se n’è visto nessuno. A stopparli, si racconta, sarebbe stato l’atteggiamento disincentivante di Alessandra Dal Verme. La ruvida dirigente della Ragioneria generale dello Stato sembra abbia operato una resistenza passiva all’ingresso di questi esperti dem. Tale da indurre il ministro, da una parte, e i potenziali candidati dall’altra, tutti presi per stanchezza, a soprassedere all’operazione. D’altra parte, Dal Verme è molto ascoltata al Nazareno: è pur sempre la cognata dell’ex premier Paolo Gentiloni, e nessuno ha il coraggio di mandarla a quel paese. Tuttavia, dopo la fallita scalata alla poltrona di Ragioniere generale dello Stato, Dal Verme avrebbe puntato quella di direttore del Demanio. Ma l’uscita dai radar romani di Gentiloni (trasferito a Bruxelles) e la titubanza nelle nomine dello staff di Gualtieri, rischiano di rovinarle l’operazione.  

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Luisa Pannone, il sergente di ferro da Tria a Dadone

L'ex segretaria particolare di Tria è ora passata alla Funzione pubblica. Un sollievo per gli uomini di Gualtieri che non sapevano più come allontanare l'ingombrante presenza.

A Palazzo Vidoni, sede del dipartimento della Funzione pubblica, è arrivata una zarina. No, non si tratta della ministra Fabiana Dadone, la 35enne cuneese (pentastellata per puro caso). Bensì di un’altra donna dei “poteri romani”, Luisa Pannone, ben nota al ministero dell’Economia per essere stata nelle vesti del sergente di ferro la segretaria particolare del ministro Giovanni Tria, e pressoché sconosciuta alla Presidenza del Consiglio, nonostante sia inquadrata proprio fra le dipendenti di Palazzo Chigi.

LO SCHEMA DEL MEF APPLICATO ALLA FUNZIONE PUBBLICA

Con il predecessore di Roberto Gualtieri, Pannone era il cerbero che bloccava (come un semaforo) gli ingressi nello studio del ministro. O addirittura cacciava gli ospiti. Come quando a fare le spese del suo (brutto) carattere furono il ragioniere generale dello Stato, il direttore generale del Tesoro e un’altra mezza dozzina di persone che erano in riunione con Tria. Di punto in bianco, Pannone irruppe nello studio e cacciò tutti fuori dicendo: «Il professore deve riposare». Lo stesso schema Pannone cerca ora di riproporlo a Palazzo Vidoni: blocca con impegni ridicoli l’agenda di Dadone e impedisce alla ministra di incontrare altre persone. Tra l’altro, la mite Fabiana è ignara di tutto quel che accade nella sua segreteria. Lei Pannone l’ha presa su richiesta proprio di Tria al suo capo di gabinetto, Guido Carpani, tra l’altro facendo un favore enorme a Gualtieri che non sapeva più come allontanare l’ingombrante presenza della signora. 

L’OSTILITÀ DI VIA XX SETTEMBRE

Pannone, infatti, non aveva sloggiato dal precedente incarico dopo il cambio del governo e occupava manu militari i corridoi di via XX Settembre. Pertanto, quando Madame è traslocata a Palazzo Vidoni, non pochi al Mef hanno stappato una bottiglia. D’altra parte, l’ambiente Mef le è particolarmente ostile, soprattutto dopo che la Guardia di Finanza aveva scoperto che aveva un falso profilo Facebook, Luisa Fenech, sul quale postava foto del ministro Tria in giro per il mondo. Da notare che nessun ministro dell’Economia si è mai fatto seguire dalla segretaria particolare nelle missioni all’estero

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