Un Rilancio tutto in salita

Il governo cerca ancora la quadra sul nuovo decreto da 55 miliardi. Nella bozza niente Irap a giugno, reddito di emergenza per le famiglie più bisognose, risorse per la scuola e premi per il personale sanitario. E maggiori aiuti alle imprese. Ma resta il nodo della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Le misure sul tavolo.

Niente Irap a giugno per le imprese, Reddito di emergenza in due tranche per aiutare le famiglie più bisognose, risorse per le misure di contenimento del Covid nelle scuole e per potenziare i centri estivi, premi fino a 1.000 euro per medici e infermieri; 2,5 miliardi per aiutare le imprese che si devono adeguare alle norme per la ripartenza e niente Tosap sui tavolini all’aperto di bar e ristoranti.

Spazia dalle famiglie alle aziende, dalla scuola alla sanità, il campo d’azione del decreto Rilancio. Un provvedimento con risorse per 55 miliardi, che nelle ultime bozze si presenta come un maxi-decreto con 258 articoli.

Il lavoro di limatura non è ancora finito ma al momento sono confermati i grandi capitoli, dal rinnovo degli ammortizzatori al pacchetto congedi-bonus baby sitter, fino al rinvio a settembre delle scadenze fiscali e a un aiuto concreto per le prossime vacanze degli italiani, su cui è appena arrivato l’atteso via libera del premier Giuseppe Conte.

IMPEGNO PER VELOCIZZARE LA CIG IN DEROGA

Il decreto in arrivo è «molto corposo» come dimostra la «mole imponente», ha spiegato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in serata, annunciando a sorpresa la misura chiesta a gran voce dalle imprese e per primo dal presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi. «Abboneremo», ha annunciato, «il saldo e acconto dell’Irap» di giugno. Mentre sui tasti dolenti della liquidità e dei ritardi della cig promette che il governo farà di più: nel decreto ci saranno misure per accelerare la cig in deroga e sulla liquidità viene chiesto «un impegno maggiore» anche alle banche. Niente sovietizzazione delle Pmi, ha assicurato Gualtieri in risposta a Iv e all’opposizione, mentre aiuti in arrivo per le attività che riapriranno e via la Tosap per i tavolini all’aperto.

ARRIVA IL REDDITO DI EMERGENZA

Per andare in soccorso delle famiglie più in difficoltà arriva il reddito di emergenza. La misura è destinata ai nuclei che non beneficiano di altri sussidi (con un limite di Isee di 15 mila euro e patrimonio entro i 10 mila euro) e sarà riconosciuto in due quote tra i 400 e gli 800 euro ciascuna in base al nucleo: la domanda andrà presentata entro la fine di giugno. Per aiutare chi è più in difficoltà ci saranno anche altri 100 milioni per il Fondo affitti.

UN MILIARDO IN DUE ANNI PER L’ISTRUZIONE

E mentre si elaborano gli scenari per la ripresa della scuola, il governo stanzia 1 miliardo in due anni per l’istruzione, con il vincolo di destinare le risorse alle misure anti-contagio negli istituti scuole statali. In arrivo anche aiuti per il sistema 0-6 anni con un contributo di 65 milioni per chi gestisce in via continuativa i servizi educativi (come gli asili nido) e le scuole dell’infanzia non statali, come sostegno economico per la riduzione o mancano versamento delle rette. Mentre 150 milioni andranno a potenziare i centri estivi e contrastare la povertà educativa.

CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO PER PMI, COMMERCIANTI E AUTONOMI

Capitolo corposo è poi quello delle imprese, a partire dai contributi a fondo perduto per Pmi, artigiani, commercianti e autonomi fino a 5 milioni di ricavi o compensi. Per le imprese che abbiano subito una diminuzione del fatturato di almeno il 50%, inoltre, è previsto un credito d’imposta fino al 60% dell’affitto (meno rispetto al ristoro integrale promesso nei giorni scorsi). In arrivo anche un alleggerimento delle bollette per le piccole imprese (600 milioni che gestirà l’Arera). Sul capitolo trasporto aereo, risorse per il fondo di settore e la creazione della newco da 3 miliardi per Alitalia (nella bozza non c’è riferimento esplicito alla compagnia, ma questa è la dotazione indicata dal ministro Patuanelli). Infine, sovvenzioni per pagare i salari dei dipendenti delle imprese (compresi i lavoratori autonomi) ed evitare così i licenziamenti e un credito d’imposta dell’80% per le spese necessarie per la riapertura.

AIUTI AL PERSONALE SANITARIO

Resta alta infine l’attenzione per la sanità, con aiuti al personale in prima linea e misure per aiutare i cittadini nell’acquisto delle mascherine, che ci accompagneranno a lungo anche nelle prossime fasi. Non ci sarà quindi l’Iva su mascherine, gel disinfettanti e su tutti i dispositivi di protezione anti-coronavirus nel 2020. In arrivo poi un premio fino a 1000 euro per tutti gli operatori sanitari, medici, infermieri, tecnici. Per rafforzare il sistema, compresa la medicina territoriale, sono previsti quasi 10 mila infermieri in più, 3.500 posti terapia intensiva strutturali e risorse per riqualificare 4.225 posti letto di terapia semi intensiva che si possano riconvertire in caso di nuova emergenza. Oltre alla sanità, infine, fondi per la Protezione civile, per gli straordinari delle Forze dell’ordine e 500 militari in più per il programma Strade Sicure.

IL NODO DELLA REGOLARIZZAZIONE DEI LAVORATORI MIGRANTI

Tra le misure su cui si sta ancora discutendo, la regolarizzazione dei lavoratori migranti, chiesta dai renziani con in testa la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e appoggiata da Leu e Pd, ma sulla quale c’è il muro del M5s.

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Dopo l’Eurogruppo è ancora polemica sul Mes

Eurogruppo, il giorno dopo. È ancora bufera sul Mes. Nonostante le rassicurazioni arrivate nella notte da fonti del Mef sulla..

Eurogruppo, il giorno dopo. È ancora bufera sul Mes. Nonostante le rassicurazioni arrivate nella notte da fonti del Mef sulla decisione del nostro Paese di non fare ricorso al fondo Salva Stati.

«È bene chiarire che l’Italia ha solo concorso a definire un rapporto che prevede la possibilità di istituire quattro nuovi strumenti per affrontare la crisi del Covid-19», hanno fatto sapere fonti del ministero dell’Economia subito dopo la riunione aggiungendo che la nuova linea di credito per le spese per cure e prevenzione sanitarie legate all’epidemia è «senza alcuna condizionalità» e attivabile da qualsiasi Paese membro che lo voglia.

Eppure le opposizioni sono partite all’attacco chiedendo la sfiducia al governo, e la testa del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE: «NON HO CAMBIATO POSIZIONE SUL MES»

Ulteriori chiarimenti sono arrivati in mattinata sia dal premier Giuseppe Conte sia dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Io ho una sola parola: la mia posizione e quella del governo sul Mes non è mai cambiata e mai cambierà», ha chiarito in un tweet il presidente del Consiglio, annunciando una conferenza stampa in mattinata.

GUALTIERI: «INTRODOTTA UNA LINEA DI LIQUIDITÀ FINO AL 2% DEL PIL»

«Sul Mes è stata eliminata ogni condizionalità, si è introdotto uno strumento facoltativo, una linea di liquidità fino al 2% del Pil, che può essere attivato senza condizione», ha spiegato Gualtieri a Uno Mattina. «Non chiediamo la mutualizzazione del debito passato, ma che le risorse necessarie per la sfida contro il virus siano risorse comuni. Più saranno tante, più saremo forti per superare la crisi e far ripartire l’economia», ha aggiunto.

I QUATTRO STRUMENTI PROPOSTI

Gli strumenti proposti dall’Eurogruppo per affrontare la crisi sono quattro: il fondo per la ripresa finanziato da titoli comuni; un grande fondo Bei per sostenere la liquidità; il meccanismo Shure per la cassa integrazione; e l’utilizzo di una linea di credito del Mes senza condizionalità. Al primo punto Gualtieri ha ricordato «la proposta di un fondo per la ripresa finanziato con titoli comuni, che è esattamente la proposta dell’Italia». Poi, ha aggiunto, «è stata proposta la costituzione di un grande fondo da 200 miliardi della Bei per sostenere il credito e la liquidità delle imprese di tutti i paesi europei. Inoltre un meccanismo della commissione che si chiama Shure che con 100 miliardi alimenterà strumenti quali la cassa integrazione di vari Paesi. Infine sul Mes, contrariamente alla proposta originaria, è stata eliminata ogni condizionalità per cui ai Paesi che lo vorranno, perché si tratta di uno strumento facoltativo al quale l’Italia non ha deciso di accedere, si mette a disposizione un’altra linea di liquidità che può arrivare fino al 2% del Pil che può essere attivata senza alcuna condizione».

IL MURO DEL M5S

A mettere la croce sopra il ricorso al Mes ci ha pensato il capo politico M5s Vito Crimi. «Non è stato firmato o attivato nessun Mes e non lo faremo, basta bufale», ha scritto su Facebook. «Non importa quanto siano ridotte le condizionalità. Il M5s continua a sostenere la linea di sempre, che è anche la linea del governo più volte rivendicata dal presidente Conte: sì eurobond, no Mes». In ogni caso, ha aggiunto Crimi a Radio Anch’io, «noi non accettiamo il Mes perché le condizioni non ci sono ora ma ci saranno: il testo dice di no ma il Trattato dice di sì. Noi riteniamo il Mes uno strumento non idoneo ad affrontare la crisi: non adesso ma nel futuro. Certo potremmo avere un atteggiamento opportunistico, procediamo ora, poi un domani si vedrà: ma non lo faremo»

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Trame e sospetti dietro al take-fake Ansa su Draghi

Il falso lancio di agenzia sull'istituzione di una task force per la ricostruzione post-coronavirus ha scatenato il ping pong di responsabilità tra Palazzo Chigi e il Mef. Continua così la guerra tra lo staff di Conte e quello di Gualtieri.

Chi ha scritto il falso take Ansa che ieri è circolato nei palazzi del potere facendo sobbalzare sulle loro poltrone tutti i potentoni romani, e che è stato poi ufficialmente smentito dall’agenzia di stampa con tanto di denuncia alla Polizia Postale?

Nella guerra in corso tra Palazzo Chigi e via XX Settembre, di cui oggi qualche quotidiano si è finalmente accorto dopo che qui era da più di una settimana che la si segnalava, si è aggiunto anche un rimpallo di responsabilità su questa strana vicenda.

IL TAM TAM DELLA BUFALA SUI SOCIAL

Ieri, infatti, è cominciata a girare su social e WhatsApp una notizia Ansa titolata «++ Coronavirus, colloqui Colle-Chigi per task force ricostruzione a guida Draghi ++ (ANSA) – ROMA, 02 APR», nella quale si sosteneva che sarebbero state in corso «interlocuzioni tra il Quirinale e Palazzo Chigi per una task force per la ricostruzione, che sarà operativa per gestire la fase 2 dell’emergenza da coronavirus» e che tale task force sarebbe stata guidata «dall’ex presidente della Bce, Mario Draghi».

IL RIMPALLO DI RESPONSABILITÀ TRA PALAZZO CHIGI E MEF

Notizia falsa, ma in fondo verosimile. Ma la cosa che più ha attratto è il seguito, assai meno verosimile e che ha fatto sentire a più d’uno puzza di bruciato. Il take proseguiva infatti affermando che «tra i nomi dei componenti già al vaglio» per la task force guidata da SuperMario ci sono «quello del giurista Sabino Cassese, dell’ex presidente del Consiglio e giudice della Corte Costituzionale Giuliano Amato, e dell’attuale Capo di Gabinetto del Mef, Luigi Carbone». Ecco, è proprio quest’ultimo nome, noto per le sue corse in monopattino per i lunghi corridoi del Tesoro (notizia che avete letto solo qui), ad aver fatto scattare i campanelli d’allarme: come era possibile che fosse messo sullo stesso piano di Draghi, Amato e Cassese? Così è partito il ping-pong delle responsabilità. Al ministero dell’Economia dicono «sono stati quelli di palazzo Chigi», i cortigiani di Conte sostengono il contrario. E la guerra continua.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Tensione alle stelle tra Conte e Gualtieri. Preoccupazione al Quirinale

Il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e Mef è altissimo, tanto che è dovuto intervenire in modo informale il Colle attraverso il segretario generale Ugo Zampetti. Due i motivi di frizione: il sostegno di 600 euro agli autonomi (troppo alto per il Tesoro) e la minaccia di strappare con l'Ue.

Perché stamattina la prima riunione della cabina di regia fra governo e opposizioni sui provvedimenti economici per affrontare l’emergenza coronavirus si è svolta nella sede del ministero per i Rapporti con il parlamento e non a Palazzo Chigi?

Perché ha visto coinvolti, con i capigruppo e i responsabili economici dei partiti di opposizione, solo il ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, i viceministri dell’Economia Laura Castelli e Antonio Misiani con le sottosegretarie Cecilia Guerra e Simona Malpezzi?

Certo, c’era in video collegamento il ministro Roberto Gualtieri, ma insomma, ci si aspettava qualcosa di più. Il fatto è che negli ultimi giorni il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e ministero dell’Economia è stato altissimo, tanto che è dovuto intervenire il Quirinale, seppure in modo discreto e informale attraverso il segretario generale Ugo Zampetti.

AUTONOMI ED EUROPA: I MOTIVI DI SCONTRO

I momenti più alti della querelle sono stati due. Il primo sui 600 euro da dare ai lavoratori autonomi, norma ricompresa nel primo decreto economico: per Gualtieri, spalleggiato dalla burocrazia del Tesoro, erano troppi (ai fini degli effetti sul bilancio, ovviamente), per Conte erano pochi. «Chiedi al Ragioniere generale, se non ci credi che così andiamo a put…», ha sbottato il ministro a un certo punto, rivolto al premier. Secondo momento, ancora più grave: la possibile rottura con l’Europa. Per Gualtieri, una vita passata a Bruxelles, la minaccia è come una bestemmia in Chiesa. Ma Conte manco gli parla più.

CONTE ACCUSATO DI AVER USATO IL METODO “ALPA”

Dunque, ora ciascuno va per la sua strada. Ma così non può andare avanti. Chi vince? Dopo giorni di resistenza, alla fine il Tesoro finirà per capitolare. Ma questo non significa la vittoria di Conte. Che viene accusato da tutti, 5 stelle in testa ma anche da molti esponenti di punta del Pd, di aver sbagliato le scelte degli uomini, usando quello che nella Roma dei palazzi viene definito il “metodo Alpa” (dal nome dell’avvocato con cui Conte prima lavorava), e cioè scelgo sempre l’amico fidato. In questo senso, prima di tutto gli si imputa di aver optato per Domenico Arcuri anziché per Guido Bertolaso, da tutti – per primo il numero uno della Protezione Civile Angelo Borrelli – ritenuto più idoneo a fare il commissario all’emergenza.

LEGGI ANCHE: I piani dei partiti per disarcionare Conte

LA SCELTA CONTESTATA DI VECCHIONE AL DIS

La seconda scelta che gli viene contestata è Gennaro Vecchione al Dis, da tutti ritenuto poco idoneo al ruolo e oggi oltretutto in aperto contrasto con il Copasir, presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Tanto che nella sua ultima riunione, mercoledì 25 marzo a palazzo San Macuto, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha dovuto polemicamente sollecitare il governo a trovare soluzioni per evitare che soggetti esteri possano approfittarsi del coronavirus per mettere le mani sulle realtà industriali e finanziarie italiane o per metterle in difficoltà ed ereditare così le loro quote di mercato, dopo aver inutilmente chiesto ai Servizi di fare qualcosa. Così che Conte è stato costretto a rispondere in parlamento promettendo per proteggere i più preziosi asset strategici si userà il «prossimo provvedimento normativo che stiamo predisponendo per aprile».

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Gualtieri, Di Maio: l’opposizione che sta dentro al governo

L'ultimatum dei 5 stelle, già divisi al loro interno, al ministro dell'Economia perché a Bruxelles insista per i coronabond facendo la voce grossa contro l'Olanda e i rigoristi del Nord preoccupa il Quirinale. In questa fase di emergenza una crisi sarebbe drammatica.

L’ultimo motivo di discordia è quella che qualcuno ha chiamato la dichiarazione di guerra all’Olanda.

C’è chi vorrebbe che l’Italia lasciasse perdere linutile richiesta di sostegno attraverso il Mes – che intanto a capo del Meccanismo europeo di stabilità c’è l’economista tedesco Klaus Regling che ci odia e non farà mai passare nulla a nostro favore – e si concentrasse nel pretendere la nascita di un debito federale attraverso l’emissione di eurobond (nello specifico coronabond).

E siccome ad opporsi a questa ipotesi è il governo olandese guidato da Mark Rutte – cui probabilmente una componente importante dei popolari tedeschi, ostili ad Angela Merkel e oltranzisti, ha delegato il compito di costituire il fronte anti-eurobond – ecco che si è chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di battere i pugni sul tavolo, ricordare a L’Aja che quello dei tulipani è un Paese paradiso fiscale che ci porta via tasse (vedi gli Agnelli), e se del caso rompere.

L’ULTIMATUM DEI 5 STELLE CHE PREOCCUPA IL QUIRINALE

Ma Gualtieri, che ha passato la vita a Bruxelles e si sente integrato nella comunità dei politici e dei burocrati europei, si è rifiutato, in questo spalleggiato da Giuseppe Conte. Ecco, allora, che i 5 stelle si sono mossi, mandando ultimatum neanche troppo velati al premier e all’uomo di via XX Settembre. Scatenando così una rissa che preoccupa il Quirinale, convinto che in una fase di emergenza come questa una crisi sarebbe esiziale. Anche perché questi scontri si sommano a quelli già in corso da tempo del fronte Di Maio-Fraccaro – quasi sempre uniti, nonostante non manchino distinzioni, non fosse altro perché entrambi devono fronteggiare sia l’area Fico, da un lato, che quella Di Battista, dall’altro – sia con il duo Conte-Casalino per quanto riguarda la gestione del governo e della sua comunicazione, considerate in entrambi i casi individualistiche e accentratrici, sia con il Tesoro (Gualtieri ma anche il direttore generale Alessandro Rivera), soprattutto sul fronte delle nomine.

IL PROBLEMA POLITICO È TUTTO INTERNO AL GOVERNO

Insomma, altro che le opposizioni indisciplinate. Con il parlamento in quarantena e i partiti desaparecidi, compreso quello di Matteo Renzi, il problema politico, ai fini della tenuta del Conte bis, è tutto dentro il governo.

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Le misure economiche del governo contro il Coronavirus

Mentre i casi superano quota 1000 e American Airlines cancella i voli verso Malpensa, il ministro Gualtieri annuncia un pacchetto di risorse da 3,6 miliardi.

Nel giorno in cui America Airlines annunucia la sospensione dei voli verso Milano, il governo corre ai ripari contro l’emergenza Coronavirus. Mentre i casi di positività al test hanno superato quota 1000, con 29 morti, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, intervistato da Repubblica, ha promesso un pacchetto di risorse da 3,6 miliardi, pari allo 0,2% del Pil.

INTERVENTI CONCORDATI CON LE PARTI SOCIALI

Gli interventi, ha spiegato Gualtieri, saranno concordati con parti sociali, associazioni di categoria ed enti locali e il decreto relativo sarà varato entro venerdì 6 marzo. Stanziamenti aggiuntivi, ha aggiunto, per i quali sarà chiesta l’autorizzazione parlamentare e compatibili con la flessibilità del patto di stabilità: «Non ho ragione di temere che Bruxelles possa contestare la nostra richiesta».

LA CONFERMA DI CONTE

A confermare la linea del governo ci ha pensato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha ribadito come l’esecutivo lavori per mitigare l’impatto negativo sull’economia dell’emergenza coronavirus e abbia intenzione di agire in deroga al patto di stabilità sforando il limite di deficit imposto dagli accordi europei. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il premier ha anche bocciato le recenti ipotesi di larghe intese come «ammucchiate da irresponsabili» e ha fatto sapere a Renzi di aspettarsi lealtà e disponibilità.

GUALTIERI: «CIFRA COERENTE»

«È una cifra coerente e sostenibile», ha spiegato Gualtieri. Poi, nel caso fosse necessario, «scatterà la fase tre: da martedì prossimo avvierò una discussione con i miei colleghi europei per studiare un piano straordinario e coordinato dalla Ue». Il ministro ha respinto la bocciatura da parte di Salvini: «Evidentemente ignora le procedure costituzionali che richiedono un passaggio parlamentare per modificare i saldi di bilancio».

CREDITO D’IMPOSTA E RIDUZIONE DELLE TASSE

Fra i punti della fase due, il credito d’imposta per le aziende che abbiano subito un calo del fatturato superiore al 25%, come si è fatto per il terremoto, riduzioni delle tasse, il contributo aggiuntivo per i fabbisogni operativi del servizio sanitario nazionale alla Cassa integrazione in deroga: «Nessuno dovrà restare senza cure o perdere il lavoro per il coronavirus», ha assicurato Gualtieri. Per quanto riguarda Borse e spread, il ministro ha spiegato che in questa fase «è normale che ora ci siano tensioni sui mercati. Ma per quanto ci riguarda siamo abbondantemente entro i margini di sicurezza».

FASE QUATTRO: IL PIANO DELLA CRESCITA

Resta comunque necessario il piano della crescita al quale il governo stava già pensando: «Possiamo definirlo la fase quattro», ha detto Gualtieri. «Faremo la riforma fiscale, dalle rimodulazioni dell’Irpef alla revisione delle “tax expenditures”: la legge delega era prevista per aprile, e faremo di tutto per rispettare i tempi. E accelereremo anche sulle semplificazioni e la digitalizzazione della Pubblica amministrazione».

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Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

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Il ministro Gualtieri contro il terrorismo di Salvini sul Mes

Il titolare del Mef ha attaccato il leader del carroccio e Borghi per la polemica sul Meccanismo europeo di stabilità.

«Quella sul Mes è una discussione che ci sarebbe stata comunque, a prescindere da questo dibattito sopra le righe, ma è avvenuta in un contesto in cui la Lega, Salvini e Borghi con cinismo hanno iniziato a fare una campagna terroristica per spaventare le persone». È stato l’affondo del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ospite a Mezz’ora in più. «Certo», ha continuato, «se non ci si riesce a esprimersi con competenza e serietà sulla Nutella è evidente che la credibilità su ciò che si dice sul Mes sia piuttosto scarsa».

«Il rinvio», ha aggiunto il capo del Tesoro, «è un fatto, ci sono anche dei miglioramenti che vanno valutati, c’è un orizzonte più largo sul pacchetto. Auspico che ci sia una risoluzione positiva che guardi in avanti e che raccolga il sostegno delle forze responsabili, anche non della maggioranza. Certo, chi vuole l’incidente, chi spaventa le persone in modo molto cinico dicendo che ci tolgono i soldi dai conto correnti, dubito possa convergere».

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Cosa ha ottenuto l’Italia all’Eurogruppo sul Mes

Il ministro Gualtieri: «Giornata positiva, abbiamo un accordo di principio». La firma slitta al 2020. Ora la parola passa al Consiglio europeo del 13 dicembre.

Dopo un lunghissimo negoziato notturno a Bruxelles, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è soddisfatto.

L’Italia, a suo giudizio, ha ottenuto le tre cose che chiedeva all’Eurogruppo sulla riforma del Mes e sulla “road map” verso lo Schema europeo di garanzia dei depositi bancari.

«Giornata positiva», ha commentato il titolare del Tesoro. Anche perché i partner europei hanno accettato di rinviare la firma del trattato ai primi mesi del 2020 e il parlamento italiano avrà quindi tutto il tempo per esprimersi. Il rinvio della firma, e il fatto che il tema potrebbe non essere oggetto del Consiglio europeo del 13 dicembre, sono due elementi che dovrebbero contribuire a far calare di molto la tensione nella maggioranza. Il governo Conte bis dovrebbe quindi riuscire a superare senza intoppi il voto in parlamento sulla risoluzione che il M5s sta mettendo a punto.

LE CLAUSOLE DI AZIONE COLLETTIVA

Gualtieri, entrando nei dettagli, ha spiegato che sulle clausole di azione collettiva l’Italia ha ottenuto «un meccanismo che rende le cosiddette single lib cacs più simili alle double limb. Per noi è una cosa importante e questo aspetto richiederà un lavoro aggiuntivo solo dopo il quale sarà possibile la finalizzazione dell’accordo e poi la firma e le procedure di ratifica». Tradotto, significa che il nuovo meccanismo di maggioranza semplice (single limb) deciso per rivalutare i titoli in caso di ristrutturazione del debito potrà contenere dei sotto-insiemi per garantire tutti gli investitori e non solo alcuni. La richiesta verrà accordata su base volontaria: ogni Stato potrà decidere se dotarsi oppure no di queste sub-aggregazioni.

RESPINTE LE IPOTESI DI CONDIZIONALITÀ SUL BACKSTOP

È «importante anche che per il backstop sono state respinte tutte le ipotesi di condizionalità, quindi è una condivisione di risorse senza condizionalità, primo caso in Ue». Mentre sull’Unione bancaria «la discussione è stata lunga e difficile, dovremo continuare a lavorare su questo tema, abbiamo ottenuto l’eliminazione dalla roadmap di riferimenti al trattamento prudenziale dei titoli sovrani, quindi il lavoro dovrà continuare». La ponderazione dei titoli di Stato «sarebbe stata per noi assolutamente negativa e questo obiettivo è stato raggiunto, assieme alla subaggregazione e a quello di non raggiungere un accordo oggi, cosicché il Parlamento possa esprimersi», ha concluso il ministro.

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Gualtieri, come buttare il ministero dell’Economia in Vacca

Il titolare di via XX Settembre è in ambasce a causa del suo staff. Il principale "imputato" è il capo segreteria che la fa da padrone. Seguono il capo di gabinetto Luigi Carbone, rimasto su pressione di Tria e del Nazareno, e il portavoce ombra Roberto Basso che coordina il consiglio di comunicazione.

«A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio». La formula attribuita a Oscar Wilde sembra una seconda pelle per lo staff di Roberto Gualtieri. Il ministro dell’Economia è un po’ in ambasce. E non soltanto perché – come ama dire – «ho recuperato in 23 giorni i 23 miliardi di aumento dell’Iva». Ma anche perché si sta rendendo conto che alcune scelte di staff stanno mostrando la corda. Il principale indagato è Ignazio Vacca, il suo capo della segreteria, figlio del filosofo comunista Giuseppe Vacca, che in via XX Settembre la fa da padrone, tanto da essere considerato una sorta di ministro ombra. Forse perché abituato all’ufficio del personale delle Poste dove ha lavorato, una delle prime mosse che ha fatto è stata quella di sostituire le segretarie. E pensare che sedevano al loro posto da una ventina d’anni, indifferentemente dal colore politico del ministro. 

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I NODI DI CARBONE E BASSO

Al secondo posto, pari merito, ci sono il suo capo di gabinetto, Luigi Carbone, e il suo portavoce “ombra” Roberto Basso. Il primo, Gualtieri lo voleva sostituire con il dalemiano Roberto Garofoli, ma non c’è riuscito: un po’ per le pressioni ricevute anche dal Nazareno (Carbone è arrivato pure lì, senza usare il monopattino), un po’ per le pressanti richieste di Giovanni Tria per confermarlo. Più articolata la situazione per il portavoce. Formalmente, il Mef non ha un portavoce. Ha un consigliere per la comunicazione. Si racconta che con questa formula Basso sia riuscito a confermare le consulenze che ha accumulato come professionista, anche nel pianeta del ministero dell’Economia. Per salvare capra e cavoli (incarico istituzionale e contratti privatistici), Vacca si è inventato una specie di consiglio della comunicazione, coordinato da Basso e animato dal capo ufficio stampa, Michele Baccinelli, e da altri due giovani professionisti piovuti dal Nazareno piddino.

I CONSULENTI DEM BLOCCATI DA DAL VERME

In realtà, proprio dal Pd erano attesi una trentina di consulenti di vario genere per supportare il ministro nelle scelte strategiche. In realtà non se n’è visto nessuno. A stopparli, si racconta, sarebbe stato l’atteggiamento disincentivante di Alessandra Dal Verme. La ruvida dirigente della Ragioneria generale dello Stato sembra abbia operato una resistenza passiva all’ingresso di questi esperti dem. Tale da indurre il ministro, da una parte, e i potenziali candidati dall’altra, tutti presi per stanchezza, a soprassedere all’operazione. D’altra parte, Dal Verme è molto ascoltata al Nazareno: è pur sempre la cognata dell’ex premier Paolo Gentiloni, e nessuno ha il coraggio di mandarla a quel paese. Tuttavia, dopo la fallita scalata alla poltrona di Ragioniere generale dello Stato, Dal Verme avrebbe puntato quella di direttore del Demanio. Ma l’uscita dai radar romani di Gentiloni (trasferito a Bruxelles) e la titubanza nelle nomine dello staff di Gualtieri, rischiano di rovinarle l’operazione.  

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Luisa Pannone, il sergente di ferro da Tria a Dadone

L'ex segretaria particolare di Tria è ora passata alla Funzione pubblica. Un sollievo per gli uomini di Gualtieri che non sapevano più come allontanare l'ingombrante presenza.

A Palazzo Vidoni, sede del dipartimento della Funzione pubblica, è arrivata una zarina. No, non si tratta della ministra Fabiana Dadone, la 35enne cuneese (pentastellata per puro caso). Bensì di un’altra donna dei “poteri romani”, Luisa Pannone, ben nota al ministero dell’Economia per essere stata nelle vesti del sergente di ferro la segretaria particolare del ministro Giovanni Tria, e pressoché sconosciuta alla Presidenza del Consiglio, nonostante sia inquadrata proprio fra le dipendenti di Palazzo Chigi.

LO SCHEMA DEL MEF APPLICATO ALLA FUNZIONE PUBBLICA

Con il predecessore di Roberto Gualtieri, Pannone era il cerbero che bloccava (come un semaforo) gli ingressi nello studio del ministro. O addirittura cacciava gli ospiti. Come quando a fare le spese del suo (brutto) carattere furono il ragioniere generale dello Stato, il direttore generale del Tesoro e un’altra mezza dozzina di persone che erano in riunione con Tria. Di punto in bianco, Pannone irruppe nello studio e cacciò tutti fuori dicendo: «Il professore deve riposare». Lo stesso schema Pannone cerca ora di riproporlo a Palazzo Vidoni: blocca con impegni ridicoli l’agenda di Dadone e impedisce alla ministra di incontrare altre persone. Tra l’altro, la mite Fabiana è ignara di tutto quel che accade nella sua segreteria. Lei Pannone l’ha presa su richiesta proprio di Tria al suo capo di gabinetto, Guido Carpani, tra l’altro facendo un favore enorme a Gualtieri che non sapeva più come allontanare l’ingombrante presenza della signora. 

L’OSTILITÀ DI VIA XX SETTEMBRE

Pannone, infatti, non aveva sloggiato dal precedente incarico dopo il cambio del governo e occupava manu militari i corridoi di via XX Settembre. Pertanto, quando Madame è traslocata a Palazzo Vidoni, non pochi al Mef hanno stappato una bottiglia. D’altra parte, l’ambiente Mef le è particolarmente ostile, soprattutto dopo che la Guardia di Finanza aveva scoperto che aveva un falso profilo Facebook, Luisa Fenech, sul quale postava foto del ministro Tria in giro per il mondo. Da notare che nessun ministro dell’Economia si è mai fatto seguire dalla segretaria particolare nelle missioni all’estero

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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