Perché non ha senso essere scettici sul riscaldamento globale

Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse. Ma mettere in dubbio i cambiamenti climatici è negazionismo. Intervista all'ingegnere ambientale Caserini: «Sul tema non c'è una teoria scientifica alternativa. Greta? Ha meriti, però non si può ricondurre tutto a lei».

«Se tutti gli esperti concordano, non è obbligatorio essere d’accordo con loro, ma come ha scritto Bertrand Russell, essere certi del contrario di quanto sostengono non è saggio». È una frase tratta da A qualcuno piace caldo di Stefano Caserini, ingegnere ambientale e docente di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano.

UN ESPERTO TRA LIBRO, BLOG E CONFERENZE

Impegnato nella sensibilizzazione alle questioni ambientali, ha pubblicato un secondo libro sul tema dei cambiamenti climatici, Il clima è (già) cambiato, tiene conferenze in tutta Italia e cura il blog Climalteranti. Parlando a Lettera43.it di informazione scientifica, fake news e falsi miti sul riscaldamento globale è emersa una visione molto più sobria e realistica della climatologia.

«LA CERTEZZA ASSOLUTA NON È COMUNQUE POSSIBILE»

«Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse», ha dichiarato. «Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile».

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DOMANDA. Il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia e l’intero decennio 2010-2019 ha registrato temperature da record. Quanto sono preoccupanti questi dati?
RISPOSTA. Non lo sono in modo particolare, non si tratta di dati nuovi. La tendenza è chiarissima, per cui non è una sorpresa che il 2019 si trovi al secondo posto. Ciò che è preoccupante è che il cambiamento si sta verificando.

Eppure molte persone non la pensano affatto come lei, anzi vedono gli ambientalisti come una setta di invasati. Lei si sente un radicale?
No, mi sembra non ci sia nulla di radicale nel chiedere azioni sul clima quando è evidente che sono necessarie. Va dato il merito agli ambientalisti di 30 anni fa di essere stati i primi a sollevare la questione del riscaldamento globale, che ha poi portato alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici nel 1992.

Cosa accadde all’epoca?
Il tema fu snobbato dai politici, ma ora si sono accorti che gli ambientalisti avevano ragione. Ai tempi però non furono creduti.

Greta non va messa troppo al centro della questione, la mobilitazione è fatta da milioni di persone, non si può ricondurre tutto a lei

A Greta Thunberg va dato qualche merito?
Dal mio punto di vista non va messa troppo al centro della questione. Sicuramente ha un merito enorme ed è stata molto efficace nel far crescere le attenzioni sul tema, ma la mobilitazione è fatta da milioni di persone. Non si può ricondurre tutto a lei.

Certo non si può dare torto a chi sostiene che la scienza dei cambiamenti climatici non ha certezze da offrire…
Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse; esiste un metodo scientifico che porta a risultati con gradi più o meno elevati di confidenza. Ci sono sempre dei gradi di incertezza, pretendere il contrario è tipico di chi non conosce la scienza.

Eppure spesso viene rinfacciato.
L’argomento “non c’è l’assoluta certezza” è usato da chi non sa nulla di scienza, più per fare polemica che per altro, perché nelle scienze complesse una tale certezza non c’è quasi mai. Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile.

Quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo

Se non ci sono certezze, allora forse ha ragione chi si dichiara scettico di fronte a certe questioni?
Io mi ritengo uno scettico; essere scettici però non significa esserlo sempre e comunque, per partito preso; quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo, è non voler accettare il metodo, è screditare la scienza.

Ci sono delle prove?
L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha dichiarato 13 anni fa che il riscaldamento globale è inequivocabile, chi lo nega semplicemente non accetta i dati, non è uno scettico. Lo scetticismo è una cosa nobile in campo scientifico.

Come si valuta l’incertezza nel campo dei cambiamenti climatici?
L’Ipcc chiede agli autori dei vari “Rapporti di valutazione” di comunicare l’incertezza delle valutazioni facendo riferimento a linee guida. La valutazione dell’incertezza avviene a volte con metodi qualitativi, a volte in modo semi-quantitativo, a volte in modo quantitativo, in termini probabilistici, stimando cioè la probabilità che un determinato evento sia accaduto o possa accadere in futuro.

Un esempio?
Scrivendo «la frequenza degli eventi con precipitazioni intense è probabilmente aumentata» s’intende che la probabilità che ciò sia avvenuto è maggiore del 66%. Oltre il 90% è «molto probabile», oltre il 95% «estremamente probabile», dal 99% in su è «virtualmente certo». Tra il 50% e il 66% si dice che è «più probabile che non». Al contrario, meno del 33% è «improbabile», «molto improbabile» al di sotto del 10%, «estremamente improbabile» sotto il 5%.

Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è che l’autorevolezza riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici

A volte però a pontificare contro i cambiamenti climatici non sono persone qualunque, bensì autorevoli scienziati…
Il passo dall’autorevolezza all’incompetenza è molto più breve di quanto si pensi. La complessità, la settorialità e la specificità della ricerca scientifica fanno sì che l’autorevolezza sia strettamente limitata alla propria disciplina. Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è proprio questo: che l’autorevolezza (molte volte indiscutibile nel loro campo) riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici.

Carlo Rubbia è autorevole? Alludo ovviamente alle sue dichiarazioni in Senato di qualche tempo fa.
Non è il suo settore la scienza del clima, sono discipline scientifiche diverse. Rubbia è un grandissimo scienziato, ma si è occupato di fisica delle particelle. Sul clima ha raccontato delle storielle che aveva sentito, riciclando bufale e luoghi comuni, come la tesi del grande caldo nel Medioevo: sono cose che fanno sorridere.

Perché l’ha fatto?
Si tratta di argomenti screditati già da molto tempo, prima di lui le stesse cose sono state dette da molte altre persone. Sono cose che si dicono e che di tanto in tanto catturano l’attenzione pubblica, grazie anche ai media che danno spazio a certe notizie; dietro però non c’è alcun spessore scientifico. Poi Rubbia si è corretto, c’è un’intervista in cui smentisce quanto ha detto in Senato. Diciamo che è stato un incidente di percorso.

Per evitare gli incidenti di percorso generalmente la comunità scientifica si affida al metodo della “peer review” (“revisione dei pari”). Come funziona questo processo?
È un consolidato sistema attraverso cui si garantisce il vaglio di una tesi da parte di persone dello stesso settore disciplinare, in modo da favorire la qualità e la fondatezza delle affermazioni. Gli autori della peer review sono spesso anonimi e non vengono pagati. Il prestigio di una rivista dipende dalla serietà di questo processo, più è rigoroso e più aumenta il valore della rivista. Science e Nature, due tra le riviste scientifiche più famose al mondo, scartano praticamente il 95% degli articoli che ricevono, perché non ci devono essere errori, sbavature, ogni argomento deve essere inattaccabile.

Sembra un metodo infallibile. È sempre affidabile?
È fatto da esseri umani, quindi per definizione è fallibile. Non è un processo perfetto, ma in generale funziona, assicurando una selezione dei lavori scientifici più validi e interessanti. Sono scappati errori in diversi articoli pubblicati, nel complesso un numero davvero molto limitato.

Quali sono le riviste scientifiche più importanti sulla climatologia?
Oltre a Science e Nature, che si occupano anche di molti altri temi, ci sono il Journal of Geophysical Research, il Geophysical Research Letters, il Journal of Climate, Nature Climate Change e il Journal of the Atmospheric Sciences. Gli studi sull’influenza del sole sono pubblicati sul Journal of Atmospheric and Solar-Terrestrial Physics. Gli studi sugli scenari emissivi su Climate Policy, Climatic Change, Environmental Science and Technology e Atmospheric Environment. Le ultime due riviste, però, non sono specifiche sui cambiamenti climatici, per questo sono considerate minori su questo tema.

Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che il sole causa il riscaldamento globale

Le tesi dei negazionisti si incontrano in queste riviste?
No. Non c’è una teoria scientifica alternativa rispetto a quella accettata dalla comunità internazionale. Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che è il sole a causare il riscaldamento globale; sa già che il suo articolo non vorrebbe mai pubblicato, perché non ci sono dati o teorie a supporto, dei bravi revisori massacrerebbero queste teorie senza fondamento scientifico. I negazionisti quindi non ci provano nemmeno, sanno già che è tempo perso confrontarsi a quei livelli, sanno che non possono competere con la scienza seria.

La rivista più vicina al negazionismo climatico?
Senza dubbio Energy and Environment, su cui è stati pubblicata la grande maggioranza degli articoli più controversi su questo tema. La rivista ha pubblicato diversi articoli con errori macroscopici ed è stata accusata di evitare deliberatamente un efficace peer review degli articoli. La mancanza di chiarimenti ne ha poi provocato l’inevitabile screditamento.

Possiamo quindi dire che il consenso della comunità scientifica è unanime sulle principali questioni legate al riscaldamento globale?
Non c’è mai l’unanimità assoluta, in nessuna scienza. Troverà sempre qualcuno che non è d’accordo, come tra i medici trova lo 0,1% che dice che fumare fa bene. È quasi unanime, molto vicino al 100%, ma è così che funziona la scienza.

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Come convertire un negazionista del riscaldamento globale

Non è solo una questione di evidenze scientifiche. Chi rifiuta l'idea dei cambiamenti climatici lo fa per autodifesa della propria integrità. Respingendo l'accusa di essere colpevole del deterioramento del Pianeta. Ecco perché serve un approccio costruttivo che discuta delle ragioni psicologiche.

È già da un po’ che circola la notizia che il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia, dato che diventa ancora più allarmante se dalle temperature medie globali si passa a quelle europee, dove si trova addirittura al primo posto.

IL DECENNIO PIÙ CALDO DELLA STORIA

Il record appartiene al 2016, ma ci è mancato davvero poco che il 2019 non riuscisse ad aggiudicarsi il primato, dopo aver già scalzato il 2017 dal secondo posto. Si tratta di una competizione tutt’altro che felice, e, come possiamo constatare da questi semplici dati, tre degli ultimi quattro anni si trovano sul podio. Subito dopo vengono il 2015 e il 2018: gli ultimi cinque anni hanno registrato le temperature più alte di sempre, e, più in generale, il decennio che va dal 2010 al 2019 è stato il più caldo della storia. Anche in Italia.

EPPURE QUALCHE POLITICO CI SCHERZA SU

Si tratta di dati preoccupanti che mostrano in maniera inequivocabile l’avanzamento del riscaldamento globale. Ma i politici da tutte le parti del mondo ignorano la situazione e addirittura non mancano occasione di scherzarci sopra, di minimizzare o di alimentare le false credenze sul clima (per esempio: se fa così freddo in primavera, come si fa a parlare di global warming?).

TRUMP HA UNO SCETTICISMO CRONICO

Il New York Times nel gennaio 2019 si avventurò nel contare tutte le volte che Donald Trump aveva parlato pubblicamente del clima manifestando il suo scetticismo: più di 100 a partire dal 2011.

impeachment usa trump procedura tappe
Donald Trump.

GRETA MANIPOLATA E ALTRE CONTRO-ARGOMENTAZIONI

A parte quelle del presidente americano, quali sono i classici argomenti utilizzati dai negazionisti? Qualche esempio: se nevica a maggio non può esserci alcun riscaldamento globale; non è la prima volta che cambia il clima e l’uomo è sempre riuscito ad adattarvisi; l’uomo non è responsabile del cambiamento climatico, l’aumento di Co2 è naturale; durante la prima rivoluzione industriale non c’erano tutti i controlli che ci sono ora, e nessuno allora parlava mai di riscaldamento globale; infine: Greta Thunberg è messa lì dai poteri forti e dalle grandi lobby finanziarie (che non c’entra nulla col clima, ma viene sempre chiamato in causa durante una discussione sul tema). Nonostante le prove contrarie fornite dalla scienza, su certe questioni non c’è proprio verso di convincerli. Dunque come far cambiare idea a un negazionista climatico?

chi è Greta Thunberg
Greta Thunberg.

È UN PROCESSO DI RESISTENZA AL CAMBIAMENTO

In un recente studio pubblicato sul Current Opinion in Environmental Sustainability, le ricercatrici Gabrielle-Wong Parodi e Irina Feygina hanno mostrato come le ragioni ideologiche siano strettamente correlate a quelle psicologiche. La negazione degli effetti causati dal riscaldamento globale, nonostante l’evidenza dei fatti e gli argomenti sostenuti dalla comunità scientifica, farebbe parte infatti di un processo più generale di resistenza al cambiamento. Secondo i risultati della ricerca, questa resistenza è riconducibile a quattro ragioni principali:

  1. DIFESA DEL SISTEMA. Il bisogno di difendere e sostenere l’attuale sistema socioeconomico e le sue istituzioni. È un bisogno che dà sicurezza e stabilità, e di fronte alle minacce allo status quo si manifesta nella tendenza a razionalizzare l’ordinamento sociale esistente invece che aprirsi al cambiamento e all’innovazione.
  2. IDENTITÀ. Il cambiamento climatico è diventato un fattore di forte polarizzazione sociale. Negli Stati Uniti, per esempio, chi si identifica con i democratici supporta la necessità di reagire al riscaldamento globale, chi invece si identifica con i repubblicani tende ad essere meno ricettivo del problema e a ignorarne le soluzioni. Come risultato, le persone non si formano le opinioni a partire dai fatti o dalle informazioni, ma dal loro bisogno di sentirsi accettati dal gruppo in cui si riconoscono.
  3. CONVENZIONI SOCIALI. Il bisogno di essere in sintonia con gli standard e i valori dei vari gruppi a cui uno appartiene. Le norme sociali anticipano il nostro pensiero, stabilendo in partenza quali azioni e quali valori sono permessi o proibiti all’interno di un determinato gruppo sociale. Le persone tendono ad attarsi alle norme per evitare di essere giudicate o marginalizzate.
  4. AUTO-AFFERMAZIONE. A essere minacciato dal cambiamento climatico è anche il senso dell’integrità personale. Ciascuno di noi ci tiene ad avere un’immagine positiva di se stesso, un’immagine di sé come persona moralmente forte, onesta e attaccata a sani principi etici. La responsabilità umana nel riscaldamento globale implica in qualche modo un errore nel proprio comportamento, una colpa, e questo cozza contro l’immagine idealizzata della propria integrità morale.

DIFFICILE AMMETTERE CHE IL PROPRIO STILE DI VITA SIA SBAGLIATO

Tutti noi possiamo constatare facilmente quanto questi fattori siano presenti nella nostra vita quotidiana. Facendo un esempio banale: se accuso qualcuno di non fare la raccolta differenziata, difficilmente questa persona riconoscerà le sue mancanze, ma cercherà invece delle giustificazioni che minimizzino la cosa: «Tanto non serve a niente», «il problema sono le grandi industrie, non la mia bottiglietta», «siccome è arrivata Greta Thunberg, adesso siamo tutti giustizieri». Dovremmo imparare a riconoscere che dietro questo atteggiamento di chiusura spesso si nasconde la percezione di essere minacciati nella propria integrità morale, piuttosto che l’adesione convinta a teorie anti-scientifiche. Nessuno è disposto ad ammettere tanto facilmente che ci sia qualcosa di sbagliato nel proprio stile di vita, qualcosa di non etico, e quando ci si sente aggrediti la prima naturale reazione è quella dell’autodifesa.

BISOGNA DISCUTERE SCENDENDO DAL PIEDISTALLO

La scienziata comportamentista Gabrielle Wong-Parodi ha detto una cosa interessante sul nostro modo di approcciarci ai negazionisti climatici: «Molte delle tattiche e delle strategie partono dal presupposto che ci sia qualcosa di sbagliato nei negazionisti climatici, invece di cercare di comprendere che anch’essi hanno una credenza e un’opinione che contano». Bisogna quindi scendere dal piedistallo e imparare a interessarsi veramente all’opinione dell’altro, senza partire dal presupposto di avere ragione e senza necessariamente condividerne il punto di vista. Quindi, nel caso dei negazionisti climatici, è importante saper dare spazio alla loro voce, incoraggiarli ad esprimere i loro valori, le loro credenze, i loro dubbi, e non aggredirli subito con informazioni di carattere scientifico che non lasciano più spazio ad alcuna risposta: in questo caso si ottiene il risultato opposto. Non essere presi sul serio in una discussione non fa piacere a nessuno, e chiunque preferirebbe evitare di interagire con persone che manifestano continuamente la loro presunta superiorità. Ascoltare l’opinione di un negazionista significa prima di tutto rispettarne la persona, e solo in questo è possibile avviare un dialogo costruttivo che possa soddisfare entrambe le parti.

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Dalla rovente Italia un altro allarme sul riscaldamento globale

Il 2019 è stato il quarto anno più cocente dal 1800. Dopo 2014, 2015 e 2018. Il decennio che si è chiuso risulta dunque il peggiore di sempre per il nostro Paese. Gli effetti dei cambiamenti climatici nei dati del Cnr.

E ora i negazionisti del riscaldamento globale saranno ancora un filo più imbarazzati. Perché dall’Italia è arrivata un’ulteriore conferma dei cambiamenti climatici che stanno interessando il Pianeta. Con il secondo dicembre più caldo dal 1800 a oggi, infatti, il 2019 ha chiuso con un’anomalia di +0,96 gradi sopra la media, risultando il quarto anno più caldo per il nostro Paese dopo il 2014, 2015 e 2018.

DATI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

È finito così il decennio più rovente di sempre in Italia, secondo quanto ha rilevato Michele Brunetti, responsabile della Banca dati di climatologia storica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Bologna. Con buona pace dei giornali di destra che provano a smontare l’attivismo di Greta Thunberg, ogni volta che la temperatura cala, a suon di “Ma se fa freddo”.

TEMPERATURA IN CONTINUA CRESCITA

Analogamente a quanto è accaduto su scala globale, ha spiegato l’esperto del Cnr in una nota, anche nel nostro Paese ciascuno degli ultimi quattro decenni è risultato più caldo del precedente: dal 1980 a oggi la temperatura è cresciuta in media di 0,45 gradi ogni 10 anni. I dati relativi al 2019 non fanno che confermare questo trend in continua crescita.

NEL 2019 OTTO MESI SU 12 DA RECORD

Con dicembre (+1,9°C di anomalia rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010), sono otto i mesi dell’anno rientrati nella top 10 delle rispettive classifiche mensili: marzo (nono più caldo, +1,48°C), giugno (secondo più caldo, +2,57), luglio (settimo più caldo, +1,29°C), agosto (sesto più caldo, +1,42°C), settembre (decimo più caldo, +1,27°C), ottobre (quarto più caldo, +1,56°C), novembre (decimo più caldo, +1,33°C).

NEL 2014 E 2015 ANOMALIA DI OLTRE UN GRADO

Peggio del 2019 sono risultati solo il 2014 e il 2015 (+1°C sopra media) e il 2018 (l’anno più caldo con un’anomalia di +1,17°C rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010). Nonostante tutti, il mondo non riesce a mettersi d’accordo per cercare di arginare il fenomeno, come dimostra il fallimento della Cop25 di Madrid, la conferenza dell’Onu sul clima. Non ci resta che l’ironia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – ora impegnato su un altro fronte altrettanto “caldo”, con l’Iran – : «Il riscaldamento globale? Usiamolo contro il freddo».

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L’acqua alta a Venezia e chi nega il riscaldamento globale

Mentre la città finisce sommersa, Lega, Forza Italia e e Fratelli d'Italia hanno bocciato gli emendamenti in Regione per contrastare i cambiamenti climatici. Poco prima che anche l'aula consiliare si allagasse. Greenpeace e ambientalisti lanciano l'allarme. Ma c'è chi parla di «terrorismo» e «catastrofismo».

È il surriscalmento globale che ci presenta il conto? L’acqua alta che ha stravolto Venezia ha proiettato l’Italia sulle prime pagine di tutti i media internazionali. Che non hanno esitato a dare la colpa al «cambiamento climatico» per la «marea più alta degli ultimi 50 anni», come per esempio ha titolato in apertura il sito della Bbc, citando le parole del sindaco Luigi Brugnaro che ha parlato di un evento destinato a lasciare «segni indelebili» sulla città.

LA MAGGIORANZA “NEGAZIONISTA” FINISCE COI PIEDI A MOLLO

Eppure, forse anche per la simpatia che una parte politica proprio non riesce a sviluppare nei confronti dell’attivista Greta Thunberg e delle sue lotte ecologiste, nella Regione Veneto la maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ha appena bocciato gli emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici. E da lì a poco, ironia della sorte, l’aula consiliare si è allagata, come ha testimoniato Andrea Zanoni del Partito democratico.

Una parte del post su Facebook di Zanoni.

Anche qualcun altro è scettico. Tipo Arrigo Cipriani, 87enne volto storico di Venezia e da anni alla guida dell’Harry’s bar, locale simbolo della Laguna: «Si fa solo del terrorismo climatico senza senso. Nella storia c’è stato il secolo del Rinascimento, questo è il secolo del rimbecillimento», ha detto, parlando di «catastrofismi» che non fanno bene alla città.

MA PER GREENPEACE «NON È SOLO MALTEMPO»

Eppure secondo il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni, «l’ondata di eventi climatici estremi che ha interessato da Nord a Sud vaste zone dell’Italia non è maltempo, ma la conseguenza della crisi climatica. E quanto accaduto a Venezia non è, purtroppo, altro che un drammatico esempio dell’emergenza che già viviamo ogni giorno sulla nostra pelle».

Il governo per i decenni a venire prevede un massiccio utilizzo del gas, che è parte del problema e non la soluzione


Greenpeace Italia

Greenpeace ha chiesto quindi al governo italiano di «fornire immediatamente supporto alle persone colpite da questi eventi estremi e di lavorare efficacemente sulle cause dei cambiamenti climatici, partendo da un rapido cambiamento dei piani energetici nazionali. In particolare, il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il governo sta portando avanti, e che verrà approvato entro la fine del 2019, prevede un massiccio utilizzo del gas per i decenni a venire. Così facendo si aggraverebbe la crisi climatica, perché il gas è parte del problema e non della soluzione, come cercano di far credere governo e grandi aziende del settore».

GLI AMBIENTALISTI: «DECISIONI UMANE SCELLERATE»

Marco Gasparinetti ha parlato invece a nome del Gruppo 24 Aprile, la piattaforma civica impegnata nella difesa ambientale di Venezia. Dicendo che «restare coi piedi per terra è un lusso che a noi è negato, dal cambiamento climatico in corso e da decisioni umane scellerate, dettate da avidità e corruzione. Venezia ha bisogno di scelte coraggiose, di passione contrapposta al cinismo affaristico, di persone integerrime e competenti». E che magari non negano il global warming.

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L’allarme di 11 mila ricercatori sull’emergenza climatica

Si parla di «indicibili sofferenze umane» se l'uomo non modificherà le sue attività. I rimedi? Rinnovabili, meno inquinamento, riduzione del consumo di carne, economia carbon free. Lo studio che dà ragione a Greta.

Quindi Greta ha ragione. Ora che la Terra sia in piena «emergenza climatica» non lo sostiene solo quella che, secondo i detrattori, è una ragazzina svedese manovrata da chissà chi e che dovrebbe tornare a scuola, ma anche uno studio sulla rivista BioScience firmato da più di 11 mila ricercatori di 153 Paesi, tra cui circa 250 italiani.

ECCESSIVE EMISSIONI DI GAS SERRA

Si parla di «indicibili sofferenze umane» che saranno inevitabili senza cambiamenti profondi e duraturi nelle attività dell’uomo che contribuiscono alle emissioni di gas serra e al surriscaldamento globale. Greta davanti ai leader mondiali all’Onu aveva detto: «Siamo all’inizio di una estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di fare è parlare di denaro e di favole di un’eterna crescita economica». La dichiarazione di allarme è basata sull’analisi di 40 anni di dati scientifici. I ricercatori propongono sei misure urgenti per fare fronte ai danni della febbre del Pianeta.

È un obbligo morale per noi scienziati lanciare un chiaro allarme all’umanità in presenza di una minaccia catastrofica

I primi firmatari della sono Thomas Newsome, dell’Università australiana di Sydney, William Ripple e Christopher Wolf, dell’Università statale americana dell’Oregon, Phoebe Barnard, dell’Università sudafricana di Cape Town e William Moomaw, dell’Università americana Tuft. Gli esperti scrivono: «È un obbligo morale per noi scienziati lanciare un chiaro allarme all’umanità in presenza di una minaccia catastrofica».

I SEGNALI PREOCCUPANTI: ALBERI, ANIMALI E GHIACCI

Gli scienziati hanno puntato il dito su diversi «segnali dell’attività umana», come la riduzione globale della copertura degli alberi e della crescita delle popolazioni animali o lo scioglimento dei ghiacci.

I RIMEDI: MENO CARNE E CARBONIO

Sei gli obiettivi chiave per gli scienziati: la riforma del settore energetico puntando sulle rinnovabili, la riduzione degli inquinanti, la salvaguardia degli ecosistemi naturali, quella delle popolazioni garantendo più giustizia sociale ed economica, l’ottimizzazione delle risorse alimentari riducendo il consumo di carne, e il passaggio a una economia “carbon free“, senza emissioni di carbonio.

LA SPERANZA: MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA DEI GIOVANI

Secondo lo studio «occorrono profonde trasformazioni dei modi in cui le società globali funzionano e interagiscono con gli ecosistemi naturali». Gli scienziati sottolineano anche la presenza di segnali positivi e incoraggianti, come una maggiore consapevolezza dei rischi legati ai mutamenti del clima, soprattutto tra gli studenti e le giovani generazioni. Infine, la conclusione: «Molti cittadini stanno chiedendo un cambiamento per sostenere la vita sul nostro Pianeta, la nostra sola casa e diverse comunità, Stati e province, città e imprese stanno iniziando a rispondere».

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