La corsa a ostacoli per cercare una nuova Terra

Su K2-18b, esopianeta avvistato da Hubble nel 2017, è stata rilevata la presenza di acqua. Ma ha una forza di gravità enorme e probabili radiazioni. E, soprattutto, è distante 110 anni luce da noi. Così difficilmente potrà essere una seconda "casa".

Si chiama K2-18b, è un pianeta distante 110 anni luce da noi ed è stato avvistato per la prima volta da Hubble nel 2017. Non solo. L’11 settembre 2019, è stata rilevata la presenza di acqua. Se si aggiunge che appartiene alla cosiddetta zona abitabile, cioè con un’orbita alla giusta distanza dalla propria stella, K2-18b è diventato il primo pianeta potenzialmente abitabile mai scoperto. Lo riferisce il sito Globalscience (al link l’approfondimento), indicando però come la ricerca di una “Terra 2.0” ponga non poche incognite.

RADIAZIONI E 110 ANNI LUCE DI DISTANZA

Cominciamo dai dati certi (e positivi): la presenza di vapore acqueo, ipotizzata anche per ciascuno dei 4 mila esopianeti scoperti fino a oggi, non era mai stata confermata. Se a questo si aggiunge una temperatura compatibile per la vita, si capisce perché gli scienziati ritengano K2-18b molto simile alla Terra. Ma abitabilità non vuol dire presenza esseri viventi: sono state individuate alcune criticità che smentirebbero il fatto che il pianeta sia adatto a essere abitato dall’uomo. La forza di gravità, innanzitutto, sarebbe molto maggiore rispetto a quella terrestre, visto che K2-18b ha una massa otto volte superiore. E poi c’è la probabile presenza di radiazioni emesse dalla stella intorno a cui ruota, più piccola del Sole ma più pericolosa. Infine, l’ostacolo al momento insormontabile rimane la distanza: 110 anni luce significano qualcosa come 110 mila miliardi di chilometri, un’abisso impossibile da colmare con la tecnologia attuale.

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Forse ritrovato il relitto della Endeavour, la nave di James Cook

La scoperta sul fondale al largo di Newport, cento km a est di New York, dopo vent'anni di ricerche. La nave trasportò i primi uomini che sbarcarono sulla costa est dell'Australia nel 1770.

Potrebbe essere stato trovato il relitto della nave Hms Endeavour di James Cook, che fece sbarcare i primi uomini occidentali in Australia. Lo riferisce il quotidiano britannico Daily Mail, aggiungendo che la nave potrebbe trovarsi sui fondali al largo di Newport, negli Stati Uniti, un centinaio di chilometri a Est di New York.

UNA RICERCA DURATA VENT’ANNI: «CERCHIAMO LA PROVA REGINA»

I ricercatori del Rhode Island Marine Archaeology Project, che si sono occupati delle ricerche negli ultimi vent’anni, sono ora a caccia della prova definitiva che certifichi l’identità della leggendaria nave. Per questo il prossimo passo è l’uso di sub per prelevare dei campioni di legno e ferro dallo scafo e la successiva analisi in laboratorio. «Ciò che abbiamo visto nell’ultimo anno combacia con quello che sappiamo sulla Endeavour», ha detto al portale Live Science la direttrice del RIMAP Kathy Abbass, «se trovassimo qualcosa che confermi che fosse una nave usata per il trasporto di merci e prigionieri a Newport sapremo con certezza che è lei». Il passo successivo, dopo l’identificazione, è capire se il vascello possa essere recuperato.

LA LEGGENDARIA SPEDIZIONE DI JAMES COOK DEL 1770 E LO SBARCO IN AUSTRALIA

Costruita nel 1764, la HMS Endeavour fu la prima nave a sbarcare sulla costa est dell’Australia durante il primo dei tre viaggi nell’Oceano Pacifico di James Cook, scopritore anche delle isole Hawaii e primo uomo a circumnavigare la Nuova Zelanda. La nave fu autoaffondata nel 1778 durante la Guerra Civile Americana, nel corso dell’assedio della baia di Narragansett. Furono recuperati soltanto sei cannoni e un’ancora, ma il relitto non era mai stato individuato. Fino ad oggi.

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Niente “capelli” per i buchi neri: lo dicono le onde gravitazionali

Einstein ipotizzò che i corpi celesti non avessero strutture in grado di tenerli "aggrappati" allo spazio. Uno studio sulla loro collisione gli dà ragione.

Il primo segnale della collisione fra due buchi neri, il cinguettio di un’onda gravitazionale, dà ragione ad Albert Einstein. L’analisi delle increspature dello spazio-tempo prodotte da quell’evento dimostra che i buchi neri, a differenza di quanto ipotizzato finora, non generano attorno a loro filamenti di energia simili a “capelli”. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Physical Review Letters dal gruppo di astrofisici dell’Università Stony Brook di New York, coordinato da Will Farr, in collaborazione con i colleghi del Mit di Boston e del California Institute of Technology. Si pensava finora che i “capelli” dei buchi neri fossero delle forze sconosciute in grado di tenerli ‘ancorati’ all’universo. Di queste strutture, però, non c’è traccia nell’analisi delle collisioni tra coppie di buchi neri che scuotono lo spazio-tempo con l’emissione di onde gravitazionali. Il primo segnale di una collisione tra buchi neri era stato ascoltato a settembre 2015.

EINSTEIN E WHEELER L’AVEVANO DETTO: «NESSUN CAPELLO»

Aveva, quindi, ragione John Wheeler, il fisico che ha coniato l’espressione buco nero per descrivere un oggetto cosmico con un’attrazione gravitazionale talmente intensa che nulla può sfuggire al suo abbraccio, luce compresa. Lo studioso scomparso nel 2008, dava ragione ad Albert Einstein secondo cui «un buco nero non ha capelli», massa e rotazione sono cioè tutto ciò che serve a descriverlo. Per Farr, i futuri segnali emessi dalle collisioni di buchi neri e captati dai cacciatori di onde gravitazionali Ligo e Virgo, dal 2019 di nuovo in attività dopo un periodo di manutenzione che ne ha migliorato la sensibilità, «permetteranno di studiare in modo sempre più preciso le caratteristiche di questi oggetti esotici del cosmo» .

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Se il buco nero nella Via Lattea è sempre più affamato

Sagittarius A* negli ultimi mesi ha iniziato ad assorbire una quantità enorme di materia, a livelli mai visti. La ragione? Una stella o qualche asteroide, finiti troppo vicini al corpo celeste.

Sagittarius A*, il buco nero al centro della Via Lattea, da almeno quattro mesi assorbe una quantità di materia sempre maggiore. La spia dell’aumento vertiginoso sono le variazioni della luminosità intorno al buco nero, osservate per la prima volta dopo 25 anni di ricerche. La scoperta, pubblicata sull’Astrophysical Journal Letters, si deve agli astrofisici guidati da Andrea Mia Ghez, dell’Università della California a Los Angeles.

SAGITTARIUS A* HA RADDOPPIATO LA SUA LUMINOSITÀ

«Non abbiamo mai visto nulla di simile in tanti anni di studi su questo buco nero», ha rilevato Ghez, «di solito è tranquillo e ha una dieta contenuta, ma adesso non sappiamo le ragioni del suo straordinario banchetto». Comprendere cosa stia accadendo, ha aggiunto, aiuterà a capire «come si sviluppano i buchi neri e come influenzano l’evoluzione delle galassie». I ricercatori hanno analizzato più di 13 mila osservazioni di Sagittarius A*, raccolte grazie all’Osservatorio Keck alle Hawaii e al Very Large Telescope (Vlt) dell’Osservatorio europeo meridionale (Eso) in Cile. Si è scoperto così che il 13 maggio scorso l’area che circonda il buco nero al centro della nostra galassia ha raddoppiato la luminosità rispetto alla norma. Un fenomeno senza precedenti.

LE CAUSE: INGLOBAMENTO DI STELLE O ASTEROIDI

La causa è nelle radiazioni emesse da una grande quantità di gas e polveri risucchiati. Gli astronomi hanno avanzato almeno tre ipotesi per tentare di spiegare l’origine di quei materiali: la ‘vittima’ del buco nero potrebbe essere la stella chiamata S0-2, che si sarebbe avvicinata troppo nell’estate 2018 scagliando una nube di gas; una seconda ipotesi riguarda la coppia di stelle chiamata G2, anch’essa troppo vicina al punto che il buco nero potrebbe averne risucchiato lo strato di gas più esterno; infine Sagittarius potrebbe avere attirato e divorato uno sciame di grandi asteroidi che passava nelle vicinanze.

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I nuovi step della pillola anti-età

Essere anziani non significherà più dover rinunciare alla qualità della vita. Lo dimostra una ricerca nell'ambito di una specifica branca della medicina che combatte contro i segni del tempo.

Rimanere giovani per sempre? Oggi si può. O, quantomeno, ci si può provare. Lo dimostra lo sviluppo della cosiddetta medicina anti-vecchiaia, un’area di ricerca che vuole annullare gli effetti del tempo. Un’utopia che, come racconta il The Guardian, è già realtà nel regno animale, e che potrebbe presto riguardare anche gli esseri umani.

Lo studio cominciato negli Stati Uniti

Parola del dottor Ming Xu, dell’università del Connecticut che, insieme al suo team di ricercatori, punta a migliorare le condizioni in cui il nostro corpo sperimenta il tramonto della vita. Nel mirino degli studi di Xu e colleghi ci sono le cosiddette cellule “zombie”, responsabili del degradamento della salute dell’organismo e degli acciacchi connessi alla terza età.

La pillola anti-vecchiaia e i possibili profitti della Silicon Valley

La scienza, nel 2011, aveva trovato il modo di liberarsi di queste “cellule della vecchiaia” sperimentando il primo mix di pillole su due topolini coetanei. Il primo, a cui era stato iniettato l’elisir di lunga vita, risultava in splendida forma. A differenza del fratello che, non avendo ricevuto cure, mostrava i naturali segni di decadimento. Delirio di onnipotenza o passo in avanti epocale? Difficile stabilirlo. Quel che è certo, è che molti investitori della statura economica di Jeff Bezos e Paypal leggono in questa ricerca una ricca possibilità di guadagno poiché, come dichiarano dalla Silicon Valley, «portare sul mercato un antidoto alla vecchiaia significherebbe offrire qualcosa di cui c’è universalmente bisogno».

Un campo di ricerca agli esordi

E mentre i grandi imprenditori cominciano a fare i primi conti, resta la necessità di adattare i medicinali validi sugli animali alla complessità dell’organismo umano. Per ora i risultati più tangibili sono circoscritti ad alcune patologie particolari, come l’osteoartrite, dove alcuni pazienti hanno mostrato miglioramenti dopo l’iniezione di un composto senolitico. A regalare credibilità a questo ambito di ricerca sono anche gli effetti benefici testati su malati di cancro e su persone affette da obesità. Chemioterapie e grasso eccessivo offrono infatti terreno fertile al prematuro proliferare delle cellule “zombie”. Che, ora, possono essere uccise dalla pillola anti-tempo. La ricerca in questo ambito è solo agli albori. Ma per ritoccare l’antidoto alla vecchiaia gli scienziati hanno una vita intera. Che, certamente, sarà da oggi molto più lunga.

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