“Dobbiamo dare il massimo per far capire ai cittadini l’importanza di votare no, solo così possiamo evitare questa sciagura”, Nicola Parisi presenta il comitato socialista per il no al referendum

di Erika Noschese
“Sono eretici che devono giustificare le tante cose dette e le poche cose fatte”. E’ un fiume in piena Nicola Parisi, sindaco di Buccino e presidente del comitato salernitano socialista per il no che, ieri mattina, con il presidente nazionale del comitato Bobo Craxi ha ribadito le ragioni del no al taglio dei parlamentari. “E un referendum che andrebbe a penalizzare ulteriormente le aree interne del territorio locale”, ha infatti dichiarato il primo cittadino.
Sindaco, lei è il presidente del comitato socialista per il no. Perchè ha aderito al comitato?
“Io penso che tutti i sindaci, a mio modesto avviso e al di là delle appartenenze, dovrebbero partecipare al comitato per il no perchè il sindaco impersonifica il rapporto quotidiano con la gente, la comunità ed è un rapporto importante. Noi sappiamo tutti che il più grande furto alla democrazia rappresentativa è stata l’attuale legge elettorale che ha allontanato la politica dai territori e, in particolare, alla gente. Innanzitutto, è un taglio lineare che non ha nè testa nè cosa e il sì al taglio dei parlamentari non è strutturato, l’unica differenza è dovuta al fatto che la legge non è votata con un numero x ma numero y e questa è l’unica differenza. Questa famigerata riduzione della spesa politica ci può stare ma noi abbiamo già avuto esempi negativi per i territori, prima con la riduzione dei consiglieri comunali, poi con la soppressione delle province. Se qualcuno ci teneva a far risparmiare lo Stato poteva proporre l’abbattimento del 50% dell’indennità da parlamentare, senza neanche il referendum. Sono eretici che devono dare una giustificazione a quello che è stato detto fino ad ora e quel poco che è stato fatto e vanno avanti verso il sì. Il no sta recuperando alla grande, noi dobbiamo fare ammenda a noi stessi perchè fino a qualche settimana fa campeggiava solo il sì, c’era quasi timore di parlare ma spiegando le motivazioni e le ragioni i cittadini stanno capendo. Altra considerazione che mi ha spinto ad assumere questa funzione è che la riduzione dei parlamentari e questo referendum è contro le aree interne e la mancanza di rappresentanza porterebbe le aree interne a morire, più di quanto non stia già accadendo, con il no conserviamo almeno il diritto di critica”.
Cosa potrebbe accadere se dovesse vincere il sì?
“In maniera molto semplice e banale, i rappresentanti del Comune di Milano, inteso come entità territoriale, ci sono stati e ci saranno, i rappresentanti del territorio di Buccino invece non ci saranno più e noi dobbiamo correre ai riparti votando per il no”.
Stamattina (ieri per chi legge ndr) era presente anche Bobo Craxi. Un comitato, il vostro, che ha il compito di spiegare perchè votare no…
“Se c’è una critica da fare, questa è stata una caratteristica di tutti i referendum: fino a qualche settimana fa non si parlava del referendum, anzi e ancora oggi, soprattutto nei comuni dell’entroterra dove non c’è la scadenza amministrativa legata al Comune, molta gente non lo sa nemmeno. Dobbiamo fare un’azione incisiva in questi giorni per informare tutti e far sì che questa sciagura non si abbatta sull’Italia ma soprattutto sulle aree interne. Noi non ci troviamo di fronte ad una riforma, come dicono, strutturata nel senso che ci può essere una riduzione del numero dei parlamentari ma deve esserci una modifica dei regolamenti perchè è lì che si dovrebbero incidere in quanto l’iter legislativo resta lo stesso e non si incide sull’efficenza del parlamento e quando dicono questo mentono sapendo di mentire”.
Mancano pochi giorni al voto e si cerca di far capire ai cittadini quanto sia importante votare. Se potesse lanciare un appello agli elettori per impedire questa astensione di massa cosa direbbe?
“Con la dovuta accortezza, sicurezza, circostanziata ai fatti e ai momenti ognuno di noi, al di là di quello che è un dovere civile come impartisce la costituzione, dobbiamo fare ogni sforzo per andare a votare, per il referendum votando per il no e per le regionali, ovviamente – per quanto ci riguarda – per Vincenzo De Luca. E’ un dovere, stiamo vivendo un momento difficile sotto l’aspetto socio sanitario ma tutti insieme possiamo superarlo, con la dovuta accortezza”.
Silvano Del Duca: “La nostra democrazia non può valere meno di una tazza di caffè”

“Questo referendum è uno scempio democratico”. Così Bobo Craxi a proposito del referendum per il taglio dei parlamentari. Il presidente nazionale del comitato per il no del Psi ieri mattina è intervenuto a Salerno, con il segretario provinciale del Psi Silvano Del Duca e il presidente provinciale del comitato, il sindaco di Buccino Nicola Parisi per spiegare le ragioni del no al taglio dei parlamentari. “No perchè è un referendum sbagliato che non riforma ma taglia la rappresentanza parlamentare e da un cattivo segnale democratico al resto dell’Europa e del mondo. Il mondo va verso versioni neoautoritarie, neoreazionarie contro la democrazia e la politica e gli italiani non possono orientarsi verso quell’orizzonte. E’ sbagliato nel merito, non cambia alcunché e la politica deve cambiare e non si ragiona così; l’argomento principe che era quello del taglio operato per ragioni economiche non sta in piedi perchè si vogliono fare dei tagli ci si comporta in altro modo – ha dichiarato Bobo Craxi – E’ una concessione ad un anti politica che sta mostrando la corda e sta arrivando al capolinea, la coscienza democratica di molti cittadini rovescerà l’orientamento maggioritario del parlamento. Questo referendum sta facendo fare una brutta figura al parlamento perchè comunque vada i no saranno una valanga. E’ stato fatto un errore, l’unico rimedio è non parlarne ma di più: è stato messo questo referendum accompagnandolo alle elezioni per il voto regionale e amministrative locali, suscitando un certo imbarazzo perchè non si può scegliere, in contemporanea, una cosa che dura per sempre come la costituzione e una cosa che dura 5 anni, cioè l’amministrazione locale. E’ una vera e propria offesa nei confronti dei cittadini e quindi si preferisce non parlarne, tenerlo sotto traccia ma in questi giorni, lo ripeto, sta montando una coscienza democratica che, intendiamoci, non è quella che vuole difendere la poltrona o la mala politica ma vuole difendere ciò che si è conquistato: la rappresentanza del popolo e non si può tagliare in nome del popolo, è uno scempio democratico”. Del comitato per il no fanno parte, oltre al sindaco di Buccino che – tra le altre cose – sta facendo un percorso di riavvicinamento alla casa socialista, anche Massimiliano Natella, capogruppo Psi al Comune di Salerno e vice segretario provinciale del partito e Marco La Monica, vice segretario regionale per la Campania. “Vogliamo dare un forte slancio al no, per un referendum che punta ad una riforma che noi riteniamo scellerata e lo abbiamo fatto mettendo a capo del comitato un sindaco che rappresenta la vicinanza agli elettori, visto che questa riforma punta ad abbattere ed abolire la rappresentanza territoriale”, ha dichiarato il segretario provinciale del Psi Silvano Del Duca. “Siamo fortemente ancorati ad un no per tre ragioni: è una bufala il ragionamento legato all’abbattimento dei costi in quanto si risparmia non più di un euro a cittadino l’anno e la nostra democrazia non può valere meno di un costo di caffe; noi vogliamo abolire e abbattere i costi di gestione, ridurre gli stipendi dei parlamentari ma non uccidere la democrazia perché stiamo presentando una proposta miope, non c’è una riforma che prevede le regole del gioco e lascia il bicameralismo perfetto intatto e questo è un ossimoro – ha aggiunto Del Duca – Noi abbiamo bisogno di rivedere il sistema del bicameralismo perfetto e dobbiamo chiedere ai parlamentari meglio e bene e non alla democrazia di pagare lo scotto di un gruppo di parlamentari che non fa bene il proprio loro”. Per il segretario provinciale del Psi, infatti, si andrebbe a penalizzare ancor di più le aree interne, le piccole province che rischiano di non essere rappresentate in parlamento mentre i poteri forti, i ricchi e le lobby “continueranno a tenere sotto scacco e governare il parlamento”.
Consiglia

Cosa sapere sull’eventuale rinvio del referendum sul taglio dei parlamentari

La consultazione prevista per il 29 marzo potrebbe slittare a causa dell'emergenza. E magari essere accorpata con le Regionali. Un'ipotesi che permetterebbe di risparmiare 300 milioni ma che divide comitati e politica.

Con l’emergenza coronavirus Sars-Cov-2 è passata in secondo piano la quotidiana dialettica politica.

Silenziato il dibattito, resta però un interrogativo: il prossimo 29 marzo si terrà ugualmente il referendum sul taglio dei parlamentari o è destinato a essere posticipato proprio come le partite di calcio, le fiere internazionali e, più in generale, qualsiasi evento destinato a creare assembramenti?

LA SFORBICIATA ALLE CAMERE

In attesa di una risposta, ricordiamo l’oggetto della consultazione. Dopo i quattro passaggi di rito, la legge sul taglio dei parlamentari è stata approvata definitivamente dalla Camera lo scorso 8 ottobre. Con la nuova norma si passerà da 945 membri ai futuri 600. Una sforbiciata degli eletti, fortemente voluta dal Movimento 5 stelle, che nella sostanza prevede un dimagrimento della rappresentanza democratica pari al 36,5%. Montecitorio passerà da 630 a 400 deputati, mentre il Senato da 315 a 200 rappresentati.

UN RISPARMIO IRRISORIO SE PARAGONATO ALL’INTERA SPESA PUBBLICA

Il Movimento 5 stelle, che voleva la riforma costituzionale fin dai tempi del governo gialloverde ed è riuscito a portarla a compimento con l’esecutivo Conte bis, sostiene che consenta di risparmiare mezzo miliardo a legislatura, ovvero 100 milioni di euro l’anno. Cifre che possono apparire di un certo rilievo ma che sono destinate a sparire rispetto alle leggi di Bilancio sui 30 miliardi varate annualmente nell’ultimo periodo. Comunque, l‘Osservatorio dei Conti pubblici dell’economista Carlo Cottarelli ha in più occasioni contestato i calcoli dei pentastellati: l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori permetterebbe, al più, di risparmiare 57 milioni di euro annui, appena lo 0,007% della spesa pubblica.

FAVOREVOLI E CONTRARI: LE POSIZIONI (ALTALENANTI) DEI PARTITI

Ma a parte i 5 stelle chi è a favore e chi contro? Bella domanda. Perché la geografia parlamentare dei partiti a favore e contro la riforma costituzionale è mutata più e più volte, assieme agli assetti del governo. Dando per buona la fotografia scattata l’8 ottobre, all’ultimo passaggio alla Camera, i favorevoli alla sforbiciata erano M5s, Pd, Iv, Leu e, tra le forze di opposizione, Lega, FdI e Forza Italia. Tra i contrari solo +Europa, Pier Ferdinando Casini e qualche esponente del Gruppo Misto. Ma se quel voto fosse realmente una fotografia, sarebbe una istantanea molto mossa. Tutti ricordano per esempio che, all’inizio il Partito democratico era fortemente contrario al taglio. Emanuele Fiano parlò di «rischio per la democrazia», Roberto Giachetti lo definì «una cazzata». Poi, caduto il Conte uno, salito il Conte due, tutto è cambiato. Il Pd è passato dal “no” al “sì”. Giachetti, che nel frattempo era passato dal Pd a Italia viva, giustificò così il suo voto favorevole «alla cazzata»: «Un secondo dopo aver votato sì mi adopererò per costituire il Comitato per il referendum per il no», cristallizzando in una unica dichiarazione la confusione in seno alla maggioranza.

I PROMOTORI DELLA CONSULTAZIONE

E si arriva così al referendum per confermare la riforma costituzionale, che ha visto nuovamente variare i contorni della schizofrenica geografia parlamentare tra forze contrarie e quelle favorevoli. I promotori sono, oltre al già citato Giachetti, il dem Tommaso Nannicini e gli azzurri Andrea Cangini (ex direttore del Resto del Carlino) e Nazario Pagano cui si sono presto aggiunte le firme degli ex 5 stelle Gregorio De Falco e Paola Nugnes (entrambi votarono già contro la riforma nel luglio 2019). Il solo a essere rimasto al proprio posto è il gruppo di +Europa, che votò contro in Aula e ora sostiene il comitato promotore del referendum. Ma anche la Lega, che pure ha sempre sostenuto il taglio dei parlamentari in tutte e quattro le votazioni, sotto-sotto vorrebbe che fosse abrogato, più forse per dare un colpo al Conte bis che per motivi di sostanza.

IL QUESITO E L’ASSENZA DEL QUORUM

Veniamo alle questioni tecniche. Partiamo dal quesito che, da decreto del Presidente della Repubblica del 28 gennaio scorso, sarà: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvato dal parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?». C’è poi un aspetto che rende incerto l’esito così come la tenuta dell’esecutivo (a livello politico, se il taglio venisse bocciato sarebbe una ecatombe per i 5 stelle, che sulla lotta agli sprechi della politica hanno fondato la loro esistenza). Contrariamente a quanto prevedono i referendum abrogativi, per la validità della consultazione non servirà il quorum (non serve, cioè, che si rechi alle urne la metà più uno degli aventi diritto). Basta un voto in più per decretare la conferma (“sì”) o l’abrogazione (“no”) della riforma costituzionale varata dal parlamento.

L’IPOTESI DI ELECTION DAY

Per questo, i radicali (oggi riconducibili a +Europa) già da qualche tempo hanno iniziato a ventilare l’ipotesi di rinviarlo per l’emergenza coronavirus. Le notizie del contagio, del resto, hanno assorbito così tanto l’opinione pubblica che non si è ancora iniziata la campagna elettorale. Ma c’è di più, perché il voto stesso potrebbe confliggere con le misure per contenere i contagi. Quindi niente comizi, niente gazebo e, parrebbe logico, niente chiamata alle urne il prossimo 29 marzo. Il referendum, in caso di rinvio, potrebbe essere accorpato alle prossime Regionali e fissato per il 17 o il 31 maggio. Così scatterebbe l’Election Day in Veneto, Puglia, Campania, Toscana, Liguria, Marche. Questa ipotesi, comporterebbe un risparmio di 300 milioni.

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Contrari all’ipotesi di accorpare i due voti sono i Comitati noiNO. «Non è una questione di convenienza di parte, è una questione tecnica che, per la sua complessità, non può essere affrontata in tempi così stretti», hanno fatto sapere chiedendo «maggiore spazio nell’informazione radiotelevisiva». Contraria a un rinvio anche Giorgia Meloni. «Politicamente mi dispiacerebbe che fosse rinviato o che il tema sanitario fosse utilizzato per scopi politici», ha dichiarato la leader di FdI. «Finché non si fa il referendum», ha aggiunto, «si dirà che non si può andare a votare. Una volta fatto si potrà chiedere di mandare a casa il governo e di votare». «In una scala da zero a dieci il mio interesse rispetto al referendum è meno diciassette», ha invece tagliato corto Matteo Renzi. «È il trionfo del populismo, è una discussione che non tocca il cuore dei problemi del Paese».

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Il referendum contro il taglio dei parlamentari si terrà il 29 marzo

La data è stata indicata ufficialmente dal Consiglio dei minitri.

Il Consiglio dei ministri ha deciso di indicare la data del 29 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale per il taglio dei parlamentari. Lo si apprende da fonti di governo: la decisione è stata ufficializzata in questi minuti.

Ecco il comunicato di Palazzo Chigi: «Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha convenuto sulla data del 29 marzo 2020 per l’indizione – con decreto del Presidente della Repubblica – del referendum popolare previsto dall’articolo 138 della Costituzione sul testo di legge costituzionale recante: “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dalle due Camere e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 240, del 12 ottobre 2019».

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Sì della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari

L'Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all'articolo 138 della Costituzione. Alle urne tra la fine di marzo e la prima domenica di giugno.

Via libera della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari. L’Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all’articolo 138 della Costituzione e ha accertato la legittimità del quesito formulato dai promotori della consultazione popolare.

QUALI SONO LE PROSSIME TAPPE

La convocazione del referendum spetta al presidente della Repubblica, che dovrà emanare un apposito decreto su deliberazione del Consiglio dei ministri. Il governo, a sua volta, ha 60 giorni di tempo per riuirsi e decidere la data, in un periodo compreso tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo allo svolgimento del Consiglio dei ministri. Quindi si dovrebbe andare alle urne tra gli ultimi giorni di marzo e la prima domenica di giugno.

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Perché il referendum respinto è un sollievo per Conte

Il no della Consulta al voto chiesto dalla Lega sul maggioritario evita l'ennesima decisione che gli italiani avrebbero preso pro o contro l'ex ministro dell'Interno. Che però ora può far partire la sua campagna contro i "poltronari" di maggioranza. Le ripercussioni.

Pericolo scampato. La Corte costituzionale ha fatto un “favore” al governo respingendo il referendum della Lega per il maggioritario. Era una mina per l’esecutivo: rischiava di diventare l’ennesimo voto pro o contro Matteo Salvini. Ora invece è rimasto “solo” l’ostacolo delle elezioni regionali del 26 gennaio 2020.

VERIFICA DI GOVERNO PIÙ TRANQUILLA

Da Palazzo Chigi è trapelato solo che Giuseppe Conte «ha preso atto» della decisione della Consulta. Ma tutti concordano, tra i giallorossi, che adesso il premier può affrontare con più tranquillità la verifica di governo attesa dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria.

RESTANO I NODI SU PRESCRIZIONE E AUTOSTRADE

In realtà di pericoli ne restano, proprio a partire da un’eventuale sconfitta di Stefano Bonaccini. In più c’è la spina del fianco rappresentata da Italia viva, che dalla prescrizione alla revoca della concessione ad Autostrade, non abbassa il tiro, sapendo tra l’altro di essere determinante in parlamento, numeri alla mano: i renziani continuano a dire che la tenuta del governo (ma non per colpa loro, precisano) è una incognita.

SERVE UNA PROSPETTIVA DI ANNI

Dopo le Regionali per Conte, osserva un ministro, è imperativo provare ad aprire e chiudere la verifica di governo nel più breve tempo possibile: blindare la maggioranza indicando una prospettiva di anni è il modo più efficace per arginare le fibrillazioni nel Movimento 5 stelle e dare il segnale che Salvini può mettersi l’anima in pace perché non si voterà a lungo.

IL PROPORZIONALE INDEBOLIREBBE LA LEGA

Indebolire le prospettive della Lega, anche con una legge elettorale proporzionale, è l’arma migliore – osserva un capogruppo di maggioranza – per arginare le fuoriuscite dal M5s verso la Lega al Senato e mettere al riparo i numeri senza rendere necessari “soccorsi” di responsabili da Forza Italia.

LA QUESTIONE TAGLIO DEI PARLAMENTARI NON FA PAURA

Impensierisce meno la finestra elettorale aperta dal referendum per il taglio dei parlamentari: chi volesse bloccare la riforma dovrebbe tentare subito la spallata al governo, ma dovrebbe pagare il prezzo di un’operazione molto impopolare.

BUONE CHANCE DI APPROVARE IL GERMANICUM

Due sono intanto gli effetti immediati della bocciatura del referendum leghista. Il Germanicum, il sistema proporzionale con sbarramento al 5%, ha ora buone chance di essere approvato. Certo, si può fare con più calma: il taglio dei parlamentari spingerebbe ad accelerare, ma tradizionalmente le leggi elettorali si fanno a ridosso del voto per non destabilizzare la maggioranza.

MA SALVINI HA GIÀ PRONTO IL CONTRATTACCO

Il secondo effetto è più immediato ed è l’apertura della campagna di Salvini contro i “poltronari” di maggioranza: è su quel refrain che il leader leghista vuole puntare per la spallata a Bonaccini. E comunque, avvertono da via Bellerio, prima o poi si tornerà a votare e la Lega sarà ancora forte. Ma tra i leghisti c’è chi ammette qualche timore: per dare più chance al referendum Calderoli di passare, i salviniani hanno firmato anche il referendum contro il taglio dei parlamentari e ora questa mossa si è rivelata un boomerang.

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Taglio dei parlamentari, la battaglia sul referendum allunga la vita al governo

A tre giorni dalla scadenza del 12 gennaio, si tirano indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sono almeno otto. Ora diventa cruciale il ruolo della Lega, che potrebbe decidere di invertire la rotta.

Il destino del referendum contro il taglio dei parlamentari è appeso a una manciata di firme. A tre giorni dalla scadenza del termine per la presentazione della richiesta, prevista per il 12 gennaio, si sono infatti tirati indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sarebbero di più, almeno otto. E sono pronti al ritiro anche tre senatori del Pd.

La consultazione rischia quindi di saltare: se ciò accadesse, la legge entrerebbe subito in vigore. Ma a “salvare” il referendum potrebbero pensarci altri senatori di Forza Italia, o più probabilmente della Lega. Perché in un intreccio pericolossimo per le sorti del governo, solo se ci sarà il referendum sul taglio dei parlamentari ha buone probabilità di tenersi anche il referendum promosso dal Carroccio per il maggioritario in tema di legge elettorale, su cui il 15 gennaio è chiamata a esprimersi la Corte Costituzionale.

La maggioranza vuole provare a evitarli entrambi. Da una parte pressa i senatori per il ritiro delle firme, dall’altra deposita il “Germanicum”, una proposta di legge elettorale proporzionale. Mentre prosegue il lavoro sotterraneo per “blindare” la maggioranza e metterla al riparo dagli smottamenti nel M5s, magari con l’ingresso di un gruppetto di senatori in uscita da Forza Italia.

LE APERTURE DI CONTE

Tra i parlamentari non sono passate inosservate le parole con cui il premier Giuseppe Conte ha risposto a una domanda del quotidiano Il Foglio sulla possibilità che una parte degli azzurri possa appoggiare maggioranza, votando con Pd e M5s come già avvenuto al parlamento europeo: «Se si dovesse verificare questa condizione la valuteremo. Sarebbe un passaggio senz’altro significativo». Antonio Tajani ha subito parlato di «ipotesi dell’irrealtà», ma di un gruppo di deputati e senatori cosiddetti “responsabili” si vocifera con insistenza.

IL GESTO DEGLI AZZURRI VICINI ALLA CARFAGNA

Del resto i quattro senatori Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che hanno annunciato di aver ritirato le firme sulla richiesta di referendum per «impedire a qualcuno di farsi prendere dalla tentazione di andare a votare senza ridurre prima il numero degli eletti», sono tutti di Forza Italia. Il gesto prelude allo sbarco in maggioranza degli azzurri che fanno riferimento a Mara Carfagna? Fonti vicine alla vice presidente della Camera, per il momento, negano: «Voce libera vuole che il governo cada. Ma non si può andare a votare con mille parlamentari, alimentando ancora il M5s anti casta».

I CALCOLI CHE STANNO DIETRO AI GIOCHI POLITICI

La tesi prevalente è che se venisse indetto il referendum, si aprirebbe una finestra per far saltare il governo e andare a votare per eleggere 630 deputati e 315 senatori, prima che vengano ridotti a 400 e 200. In tal caso chi vince vincerebbe di più, e chi perde perderebbe di meno. Ma nei giochi politici di queste ore viene fatto anche un altro calcolo: per un cavillo giuridico, se verrà indetto il referendum costituzionale, avrà più probabilità di essere ammesso anche il referendum promosso dalla Lega per una legge elettorale maggioritaria. A quel punto potrebbe essere indetto un election day capace di far fibrillare l’esecutivo, in coincidenza con le elezioni regionali di primavera.

LA MAGGIORANZA PROVA A SMINARE IL CAMPO SULLA LEGGE ELETTORALE

«Rischierebbe di essere un mega-referendum su Salvini», osservano fonti del Pd. E anche per non dare all’ex ministro dell’Interno altre armi di propaganda, il governo prova a tenersi fuori dalla battaglia. Conte e i capi delegazione di maggioranza hanno deciso infatti di non costituire l’esecutivo in giudizio di fronte alle Corte costituzionale. Per “sminare” la questione e dimostrare alla Consulta che sul sistema di voto sta già legiferando il parlamento, è stata accelerata anche la presentazione del Germanicum, nato da un primo accordo di maggioranza che non convice in pieno Liberi e uguali.

IL SEGNALE SALVINI: «FAREI REFERENDUM SU TUTTO»

Il testo è stato depositato da Giuseppe Brescia del M5s. Prevede un sistema con soglia di sbarramento al 5% (nell’iter parlamentare, complici i voti segreti, c’è il rischio che scenda) e diritto di tribuna per i piccoli partiti. Anche in nome di questa prima bozza di legge elettorale tre senatori del Pd, Roberto Rampi e gli orfiniani Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo, potrebbero ritirare le firme sul taglio dei parlamentari. I senatori dem che hanno firmato in tutto sono sette, gli altri quattro resistono. Il 10 gennaio anche i Radicali presenteranno i risultati della loro raccolta. Ma adesso sarà determinante il ruolo della Lega: «Io farei referendum su tutto», ha detto in serata Salvini. E sembra un segnale chiaro rivolto ai suoi: invertire la rotta sul tema della riduzione del numero dei parlamentari, firmare e metterci la faccia.

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