Il referendum contro il taglio dei parlamentari si terrà il 29 marzo

La data è stata indicata ufficialmente dal Consiglio dei minitri.

Il Consiglio dei ministri ha deciso di indicare la data del 29 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale per il taglio dei parlamentari. Lo si apprende da fonti di governo: la decisione è stata ufficializzata in questi minuti.

Ecco il comunicato di Palazzo Chigi: «Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha convenuto sulla data del 29 marzo 2020 per l’indizione – con decreto del Presidente della Repubblica – del referendum popolare previsto dall’articolo 138 della Costituzione sul testo di legge costituzionale recante: “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dalle due Camere e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 240, del 12 ottobre 2019».

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Sì della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari

L'Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all'articolo 138 della Costituzione. Alle urne tra la fine di marzo e la prima domenica di giugno.

Via libera della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari. L’Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all’articolo 138 della Costituzione e ha accertato la legittimità del quesito formulato dai promotori della consultazione popolare.

QUALI SONO LE PROSSIME TAPPE

La convocazione del referendum spetta al presidente della Repubblica, che dovrà emanare un apposito decreto su deliberazione del Consiglio dei ministri. Il governo, a sua volta, ha 60 giorni di tempo per riuirsi e decidere la data, in un periodo compreso tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo allo svolgimento del Consiglio dei ministri. Quindi si dovrebbe andare alle urne tra gli ultimi giorni di marzo e la prima domenica di giugno.

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Perché il referendum respinto è un sollievo per Conte

Il no della Consulta al voto chiesto dalla Lega sul maggioritario evita l'ennesima decisione che gli italiani avrebbero preso pro o contro l'ex ministro dell'Interno. Che però ora può far partire la sua campagna contro i "poltronari" di maggioranza. Le ripercussioni.

Pericolo scampato. La Corte costituzionale ha fatto un “favore” al governo respingendo il referendum della Lega per il maggioritario. Era una mina per l’esecutivo: rischiava di diventare l’ennesimo voto pro o contro Matteo Salvini. Ora invece è rimasto “solo” l’ostacolo delle elezioni regionali del 26 gennaio 2020.

VERIFICA DI GOVERNO PIÙ TRANQUILLA

Da Palazzo Chigi è trapelato solo che Giuseppe Conte «ha preso atto» della decisione della Consulta. Ma tutti concordano, tra i giallorossi, che adesso il premier può affrontare con più tranquillità la verifica di governo attesa dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria.

RESTANO I NODI SU PRESCRIZIONE E AUTOSTRADE

In realtà di pericoli ne restano, proprio a partire da un’eventuale sconfitta di Stefano Bonaccini. In più c’è la spina del fianco rappresentata da Italia viva, che dalla prescrizione alla revoca della concessione ad Autostrade, non abbassa il tiro, sapendo tra l’altro di essere determinante in parlamento, numeri alla mano: i renziani continuano a dire che la tenuta del governo (ma non per colpa loro, precisano) è una incognita.

SERVE UNA PROSPETTIVA DI ANNI

Dopo le Regionali per Conte, osserva un ministro, è imperativo provare ad aprire e chiudere la verifica di governo nel più breve tempo possibile: blindare la maggioranza indicando una prospettiva di anni è il modo più efficace per arginare le fibrillazioni nel Movimento 5 stelle e dare il segnale che Salvini può mettersi l’anima in pace perché non si voterà a lungo.

IL PROPORZIONALE INDEBOLIREBBE LA LEGA

Indebolire le prospettive della Lega, anche con una legge elettorale proporzionale, è l’arma migliore – osserva un capogruppo di maggioranza – per arginare le fuoriuscite dal M5s verso la Lega al Senato e mettere al riparo i numeri senza rendere necessari “soccorsi” di responsabili da Forza Italia.

LA QUESTIONE TAGLIO DEI PARLAMENTARI NON FA PAURA

Impensierisce meno la finestra elettorale aperta dal referendum per il taglio dei parlamentari: chi volesse bloccare la riforma dovrebbe tentare subito la spallata al governo, ma dovrebbe pagare il prezzo di un’operazione molto impopolare.

BUONE CHANCE DI APPROVARE IL GERMANICUM

Due sono intanto gli effetti immediati della bocciatura del referendum leghista. Il Germanicum, il sistema proporzionale con sbarramento al 5%, ha ora buone chance di essere approvato. Certo, si può fare con più calma: il taglio dei parlamentari spingerebbe ad accelerare, ma tradizionalmente le leggi elettorali si fanno a ridosso del voto per non destabilizzare la maggioranza.

MA SALVINI HA GIÀ PRONTO IL CONTRATTACCO

Il secondo effetto è più immediato ed è l’apertura della campagna di Salvini contro i “poltronari” di maggioranza: è su quel refrain che il leader leghista vuole puntare per la spallata a Bonaccini. E comunque, avvertono da via Bellerio, prima o poi si tornerà a votare e la Lega sarà ancora forte. Ma tra i leghisti c’è chi ammette qualche timore: per dare più chance al referendum Calderoli di passare, i salviniani hanno firmato anche il referendum contro il taglio dei parlamentari e ora questa mossa si è rivelata un boomerang.

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Taglio dei parlamentari, la battaglia sul referendum allunga la vita al governo

A tre giorni dalla scadenza del 12 gennaio, si tirano indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sono almeno otto. Ora diventa cruciale il ruolo della Lega, che potrebbe decidere di invertire la rotta.

Il destino del referendum contro il taglio dei parlamentari è appeso a una manciata di firme. A tre giorni dalla scadenza del termine per la presentazione della richiesta, prevista per il 12 gennaio, si sono infatti tirati indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sarebbero di più, almeno otto. E sono pronti al ritiro anche tre senatori del Pd.

La consultazione rischia quindi di saltare: se ciò accadesse, la legge entrerebbe subito in vigore. Ma a “salvare” il referendum potrebbero pensarci altri senatori di Forza Italia, o più probabilmente della Lega. Perché in un intreccio pericolossimo per le sorti del governo, solo se ci sarà il referendum sul taglio dei parlamentari ha buone probabilità di tenersi anche il referendum promosso dal Carroccio per il maggioritario in tema di legge elettorale, su cui il 15 gennaio è chiamata a esprimersi la Corte Costituzionale.

La maggioranza vuole provare a evitarli entrambi. Da una parte pressa i senatori per il ritiro delle firme, dall’altra deposita il “Germanicum”, una proposta di legge elettorale proporzionale. Mentre prosegue il lavoro sotterraneo per “blindare” la maggioranza e metterla al riparo dagli smottamenti nel M5s, magari con l’ingresso di un gruppetto di senatori in uscita da Forza Italia.

LE APERTURE DI CONTE

Tra i parlamentari non sono passate inosservate le parole con cui il premier Giuseppe Conte ha risposto a una domanda del quotidiano Il Foglio sulla possibilità che una parte degli azzurri possa appoggiare maggioranza, votando con Pd e M5s come già avvenuto al parlamento europeo: «Se si dovesse verificare questa condizione la valuteremo. Sarebbe un passaggio senz’altro significativo». Antonio Tajani ha subito parlato di «ipotesi dell’irrealtà», ma di un gruppo di deputati e senatori cosiddetti “responsabili” si vocifera con insistenza.

IL GESTO DEGLI AZZURRI VICINI ALLA CARFAGNA

Del resto i quattro senatori Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che hanno annunciato di aver ritirato le firme sulla richiesta di referendum per «impedire a qualcuno di farsi prendere dalla tentazione di andare a votare senza ridurre prima il numero degli eletti», sono tutti di Forza Italia. Il gesto prelude allo sbarco in maggioranza degli azzurri che fanno riferimento a Mara Carfagna? Fonti vicine alla vice presidente della Camera, per il momento, negano: «Voce libera vuole che il governo cada. Ma non si può andare a votare con mille parlamentari, alimentando ancora il M5s anti casta».

I CALCOLI CHE STANNO DIETRO AI GIOCHI POLITICI

La tesi prevalente è che se venisse indetto il referendum, si aprirebbe una finestra per far saltare il governo e andare a votare per eleggere 630 deputati e 315 senatori, prima che vengano ridotti a 400 e 200. In tal caso chi vince vincerebbe di più, e chi perde perderebbe di meno. Ma nei giochi politici di queste ore viene fatto anche un altro calcolo: per un cavillo giuridico, se verrà indetto il referendum costituzionale, avrà più probabilità di essere ammesso anche il referendum promosso dalla Lega per una legge elettorale maggioritaria. A quel punto potrebbe essere indetto un election day capace di far fibrillare l’esecutivo, in coincidenza con le elezioni regionali di primavera.

LA MAGGIORANZA PROVA A SMINARE IL CAMPO SULLA LEGGE ELETTORALE

«Rischierebbe di essere un mega-referendum su Salvini», osservano fonti del Pd. E anche per non dare all’ex ministro dell’Interno altre armi di propaganda, il governo prova a tenersi fuori dalla battaglia. Conte e i capi delegazione di maggioranza hanno deciso infatti di non costituire l’esecutivo in giudizio di fronte alle Corte costituzionale. Per “sminare” la questione e dimostrare alla Consulta che sul sistema di voto sta già legiferando il parlamento, è stata accelerata anche la presentazione del Germanicum, nato da un primo accordo di maggioranza che non convice in pieno Liberi e uguali.

IL SEGNALE SALVINI: «FAREI REFERENDUM SU TUTTO»

Il testo è stato depositato da Giuseppe Brescia del M5s. Prevede un sistema con soglia di sbarramento al 5% (nell’iter parlamentare, complici i voti segreti, c’è il rischio che scenda) e diritto di tribuna per i piccoli partiti. Anche in nome di questa prima bozza di legge elettorale tre senatori del Pd, Roberto Rampi e gli orfiniani Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo, potrebbero ritirare le firme sul taglio dei parlamentari. I senatori dem che hanno firmato in tutto sono sette, gli altri quattro resistono. Il 10 gennaio anche i Radicali presenteranno i risultati della loro raccolta. Ma adesso sarà determinante il ruolo della Lega: «Io farei referendum su tutto», ha detto in serata Salvini. E sembra un segnale chiaro rivolto ai suoi: invertire la rotta sul tema della riduzione del numero dei parlamentari, firmare e metterci la faccia.

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