Cosa sapere sull’eventuale rinvio del referendum sul taglio dei parlamentari

La consultazione prevista per il 29 marzo potrebbe slittare a causa dell'emergenza. E magari essere accorpata con le Regionali. Un'ipotesi che permetterebbe di risparmiare 300 milioni ma che divide comitati e politica.

Con l’emergenza coronavirus Sars-Cov-2 è passata in secondo piano la quotidiana dialettica politica.

Silenziato il dibattito, resta però un interrogativo: il prossimo 29 marzo si terrà ugualmente il referendum sul taglio dei parlamentari o è destinato a essere posticipato proprio come le partite di calcio, le fiere internazionali e, più in generale, qualsiasi evento destinato a creare assembramenti?

LA SFORBICIATA ALLE CAMERE

In attesa di una risposta, ricordiamo l’oggetto della consultazione. Dopo i quattro passaggi di rito, la legge sul taglio dei parlamentari è stata approvata definitivamente dalla Camera lo scorso 8 ottobre. Con la nuova norma si passerà da 945 membri ai futuri 600. Una sforbiciata degli eletti, fortemente voluta dal Movimento 5 stelle, che nella sostanza prevede un dimagrimento della rappresentanza democratica pari al 36,5%. Montecitorio passerà da 630 a 400 deputati, mentre il Senato da 315 a 200 rappresentati.

UN RISPARMIO IRRISORIO SE PARAGONATO ALL’INTERA SPESA PUBBLICA

Il Movimento 5 stelle, che voleva la riforma costituzionale fin dai tempi del governo gialloverde ed è riuscito a portarla a compimento con l’esecutivo Conte bis, sostiene che consenta di risparmiare mezzo miliardo a legislatura, ovvero 100 milioni di euro l’anno. Cifre che possono apparire di un certo rilievo ma che sono destinate a sparire rispetto alle leggi di Bilancio sui 30 miliardi varate annualmente nell’ultimo periodo. Comunque, l‘Osservatorio dei Conti pubblici dell’economista Carlo Cottarelli ha in più occasioni contestato i calcoli dei pentastellati: l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori permetterebbe, al più, di risparmiare 57 milioni di euro annui, appena lo 0,007% della spesa pubblica.

FAVOREVOLI E CONTRARI: LE POSIZIONI (ALTALENANTI) DEI PARTITI

Ma a parte i 5 stelle chi è a favore e chi contro? Bella domanda. Perché la geografia parlamentare dei partiti a favore e contro la riforma costituzionale è mutata più e più volte, assieme agli assetti del governo. Dando per buona la fotografia scattata l’8 ottobre, all’ultimo passaggio alla Camera, i favorevoli alla sforbiciata erano M5s, Pd, Iv, Leu e, tra le forze di opposizione, Lega, FdI e Forza Italia. Tra i contrari solo +Europa, Pier Ferdinando Casini e qualche esponente del Gruppo Misto. Ma se quel voto fosse realmente una fotografia, sarebbe una istantanea molto mossa. Tutti ricordano per esempio che, all’inizio il Partito democratico era fortemente contrario al taglio. Emanuele Fiano parlò di «rischio per la democrazia», Roberto Giachetti lo definì «una cazzata». Poi, caduto il Conte uno, salito il Conte due, tutto è cambiato. Il Pd è passato dal “no” al “sì”. Giachetti, che nel frattempo era passato dal Pd a Italia viva, giustificò così il suo voto favorevole «alla cazzata»: «Un secondo dopo aver votato sì mi adopererò per costituire il Comitato per il referendum per il no», cristallizzando in una unica dichiarazione la confusione in seno alla maggioranza.

I PROMOTORI DELLA CONSULTAZIONE

E si arriva così al referendum per confermare la riforma costituzionale, che ha visto nuovamente variare i contorni della schizofrenica geografia parlamentare tra forze contrarie e quelle favorevoli. I promotori sono, oltre al già citato Giachetti, il dem Tommaso Nannicini e gli azzurri Andrea Cangini (ex direttore del Resto del Carlino) e Nazario Pagano cui si sono presto aggiunte le firme degli ex 5 stelle Gregorio De Falco e Paola Nugnes (entrambi votarono già contro la riforma nel luglio 2019). Il solo a essere rimasto al proprio posto è il gruppo di +Europa, che votò contro in Aula e ora sostiene il comitato promotore del referendum. Ma anche la Lega, che pure ha sempre sostenuto il taglio dei parlamentari in tutte e quattro le votazioni, sotto-sotto vorrebbe che fosse abrogato, più forse per dare un colpo al Conte bis che per motivi di sostanza.

IL QUESITO E L’ASSENZA DEL QUORUM

Veniamo alle questioni tecniche. Partiamo dal quesito che, da decreto del Presidente della Repubblica del 28 gennaio scorso, sarà: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvato dal parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?». C’è poi un aspetto che rende incerto l’esito così come la tenuta dell’esecutivo (a livello politico, se il taglio venisse bocciato sarebbe una ecatombe per i 5 stelle, che sulla lotta agli sprechi della politica hanno fondato la loro esistenza). Contrariamente a quanto prevedono i referendum abrogativi, per la validità della consultazione non servirà il quorum (non serve, cioè, che si rechi alle urne la metà più uno degli aventi diritto). Basta un voto in più per decretare la conferma (“sì”) o l’abrogazione (“no”) della riforma costituzionale varata dal parlamento.

L’IPOTESI DI ELECTION DAY

Per questo, i radicali (oggi riconducibili a +Europa) già da qualche tempo hanno iniziato a ventilare l’ipotesi di rinviarlo per l’emergenza coronavirus. Le notizie del contagio, del resto, hanno assorbito così tanto l’opinione pubblica che non si è ancora iniziata la campagna elettorale. Ma c’è di più, perché il voto stesso potrebbe confliggere con le misure per contenere i contagi. Quindi niente comizi, niente gazebo e, parrebbe logico, niente chiamata alle urne il prossimo 29 marzo. Il referendum, in caso di rinvio, potrebbe essere accorpato alle prossime Regionali e fissato per il 17 o il 31 maggio. Così scatterebbe l’Election Day in Veneto, Puglia, Campania, Toscana, Liguria, Marche. Questa ipotesi, comporterebbe un risparmio di 300 milioni.

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Contrari all’ipotesi di accorpare i due voti sono i Comitati noiNO. «Non è una questione di convenienza di parte, è una questione tecnica che, per la sua complessità, non può essere affrontata in tempi così stretti», hanno fatto sapere chiedendo «maggiore spazio nell’informazione radiotelevisiva». Contraria a un rinvio anche Giorgia Meloni. «Politicamente mi dispiacerebbe che fosse rinviato o che il tema sanitario fosse utilizzato per scopi politici», ha dichiarato la leader di FdI. «Finché non si fa il referendum», ha aggiunto, «si dirà che non si può andare a votare. Una volta fatto si potrà chiedere di mandare a casa il governo e di votare». «In una scala da zero a dieci il mio interesse rispetto al referendum è meno diciassette», ha invece tagliato corto Matteo Renzi. «È il trionfo del populismo, è una discussione che non tocca il cuore dei problemi del Paese».

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Arrestato per mafia un esponente dei Radicali italiani

Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero di Italia viva, è accusato di aver sfruttato il suo ruolo per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all'esterno le direttive.

Assistente parlamentare e mafioso. Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero – passata da Liberi e uguali a Italia viva e non coinvolta nelle indagini – è stato arrestato con l’accusa di aver sfruttato il suo ruolo di assistente parlamentare per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all’esterno le direttive.

IL «NOSTRO PRIMO MINISTRO» MATTEO MESSINA DENARO

Fra le persone che Nicosia ha incontrato c’è anche il cognato di Matteo Messina Denaro. Nel corso di alcune intercettazioni rese pubbliche dagli inquirenti, lo stesso Nicosia definiva il capo di Cosa nostra latitante «il nostro primo ministro», mentre la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone veniva derubricata a «un incidente sul lavoro».

IN MANETTE ASSIEME AL BOSS DI SCIACCA

La procura di Palermo gli contesta il reato di associazione mafiosa. Assieme a lui sono state arrestate altre quattro persone: Accursio Dimino, considerato il boss di Sciacca in provincia di Agrigento, e tre presunti favoreggiatori. Dimino era stato scarcerato nel 2016 dopo due condanne per associazione mafiosa interamente scontate. E appena uscito di galera era tornato al suo posto, al vertice della famiglia mafiosa di Sciacca.

LA BATTAGLIA PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI CARCERARIE DEI DETENUTI

Nicosia, 48 anni, è originario della stessa città di Dimino. Oltre a portare all’esterno i messaggi dei mafiosi, avrebbe gestito gli affari del clan negli Stati Uniti e riciclato denaro sporco. Dopo essersi lasciato alle spalle una condanna per traffico di droga, aveva iniziato a battersi per migliorare le condizioni carcerarie dei detenuti. Conduceva anche un programma televisivo, Mezz’ora d’aria, sull’emittente locale AracneTv.

LE ISPEZIONI E I COLLOQUI “RISERVATI”

Nicosia ha accompagnato la deputata Occhionero in alcune ispezioni all’interno delle prigioni siciliane. E secondo gli inquirenti, durante quelle visite, i boss gli avrebbero affidato messaggi da recapitare all’esterno. Perché, come lui stesso spiegava, «quando entri con un deputato non è come quando entri con i Radicali, chiudono la porta».

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Cosa c’è dietro l’ennesima battaglia M5s su Radio radicale

Di Maio aveva provocato: «Gli 8 milioni di fondi diamoli ai terremotati». Alla fine arriva l'intesa: stanziamento confermato e gara nel 2020. Anche perché tutte le forze politiche difendono l'emittente. A parte i grillini che la usano per ottenere concessioni su altro. Il retroscena.

Radio radicale, ancora lei. A dividere i giallorossi come aveva fatto con i gialloverdi, quando la Lega alla fine votò assieme al Partito democratico. La costante, del resto, è la posizione del Movimento 5 stelle, arrivato in passato a definirla Radio Soros e già protagonista con Vito Crimi di una battaglia per revocare la convenzione tra l’emittente e il ministero dello Sviluppo economico. Cambiato il governo, non è cambiata la questione: la maggioranza si è inceppata ancora sui finanziamenti per Radio radicale.

LA DEMAGOGIA GRILLINA CON I TERREMOTATI

È stato Luigi Di Maio a dare lo stop al rinnovo della convenzione con l’emittente: «Ci sono di nuovo 8 milioni di euro all’anno per tre anni a Radio radicale. Ma diamoli ai terremotati…». La nuova rottura è stata sancita da un tweet del capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci: «Radio radicale è viva, il M5s, che voleva chiuderla, ha già perso».

Poi la mediazione, in extremis. La manovra ha confermato lo stanziamento per Radio radicale, ma il 30 aprile del 2020 il servizio va a gara. Di Maio ha esultato così: «È finita la mangiatoia», usando una espressione cara al collega Alessandro Di Battista e di cui Maurizio Crozza ne aveva fatto una parodia.

IN UNA MANOVRA DA 30 MILIARDI SONO DECISIVI 8 MILIONI?

Ma a parte i cinque stelle praticamente tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione, stanno dalla parte di Radio radicale. L’arroccamento del leader grillino è sembrato quindi un modo per tornare allo spirito battagliero del Movimento, per ribadire le antiche posizioni. Ma anche – si ragiona in ambienti della maggioranza – per chiedere qualche concessione su altro. Su una manovra da 30 miliardi, è la riflessione degli alleati, appare sproporzionato far dipendere l’accordo da una convenzione da 8 milioni di euro l’anno per tre anni.

A mettere la parola fine ci ha pensato il deputato dem Filippo Sensi: «La delegazione del Pd ha battagliato su Radio radicale e confermato lo stanziamento, legato – come già era – per il 2020 alla gara che la radio per prima vuole. Grazie a tutti coloro che si sono battuti, occhi restano aperti perché su libera informazione non si scherza».

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