Arrestato per mafia un esponente dei Radicali italiani

Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero di Italia viva, è accusato di aver sfruttato il suo ruolo per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all'esterno le direttive.

Assistente parlamentare e mafioso. Antonello Nicosia, componente del Comitato nazionale dei Radicali italiani e collaboratore della deputata Pina Occhionero – passata da Liberi e uguali a Italia viva e non coinvolta nelle indagini – è stato arrestato con l’accusa di aver sfruttato il suo ruolo di assistente parlamentare per entrare in carcere, parlare con potenti boss e portarne all’esterno le direttive.

IL «NOSTRO PRIMO MINISTRO» MATTEO MESSINA DENARO

Fra le persone che Nicosia ha incontrato c’è anche il cognato di Matteo Messina Denaro. Nel corso di alcune intercettazioni rese pubbliche dagli inquirenti, lo stesso Nicosia definiva il capo di Cosa nostra latitante «il nostro primo ministro», mentre la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone veniva derubricata a «un incidente sul lavoro».

IN MANETTE ASSIEME AL BOSS DI SCIACCA

La procura di Palermo gli contesta il reato di associazione mafiosa. Assieme a lui sono state arrestate altre quattro persone: Accursio Dimino, considerato il boss di Sciacca in provincia di Agrigento, e tre presunti favoreggiatori. Dimino era stato scarcerato nel 2016 dopo due condanne per associazione mafiosa interamente scontate. E appena uscito di galera era tornato al suo posto, al vertice della famiglia mafiosa di Sciacca.

LA BATTAGLIA PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI CARCERARIE DEI DETENUTI

Nicosia, 48 anni, è originario della stessa città di Dimino. Oltre a portare all’esterno i messaggi dei mafiosi, avrebbe gestito gli affari del clan negli Stati Uniti e riciclato denaro sporco. Dopo essersi lasciato alle spalle una condanna per traffico di droga, aveva iniziato a battersi per migliorare le condizioni carcerarie dei detenuti. Conduceva anche un programma televisivo, Mezz’ora d’aria, sull’emittente locale AracneTv.

LE ISPEZIONI E I COLLOQUI “RISERVATI”

Nicosia ha accompagnato la deputata Occhionero in alcune ispezioni all’interno delle prigioni siciliane. E secondo gli inquirenti, durante quelle visite, i boss gli avrebbero affidato messaggi da recapitare all’esterno. Perché, come lui stesso spiegava, «quando entri con un deputato non è come quando entri con i Radicali, chiudono la porta».

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Cosa c’è dietro l’ennesima battaglia M5s su Radio radicale

Di Maio aveva provocato: «Gli 8 milioni di fondi diamoli ai terremotati». Alla fine arriva l'intesa: stanziamento confermato e gara nel 2020. Anche perché tutte le forze politiche difendono l'emittente. A parte i grillini che la usano per ottenere concessioni su altro. Il retroscena.

Radio radicale, ancora lei. A dividere i giallorossi come aveva fatto con i gialloverdi, quando la Lega alla fine votò assieme al Partito democratico. La costante, del resto, è la posizione del Movimento 5 stelle, arrivato in passato a definirla Radio Soros e già protagonista con Vito Crimi di una battaglia per revocare la convenzione tra l’emittente e il ministero dello Sviluppo economico. Cambiato il governo, non è cambiata la questione: la maggioranza si è inceppata ancora sui finanziamenti per Radio radicale.

LA DEMAGOGIA GRILLINA CON I TERREMOTATI

È stato Luigi Di Maio a dare lo stop al rinnovo della convenzione con l’emittente: «Ci sono di nuovo 8 milioni di euro all’anno per tre anni a Radio radicale. Ma diamoli ai terremotati…». La nuova rottura è stata sancita da un tweet del capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci: «Radio radicale è viva, il M5s, che voleva chiuderla, ha già perso».

Poi la mediazione, in extremis. La manovra ha confermato lo stanziamento per Radio radicale, ma il 30 aprile del 2020 il servizio va a gara. Di Maio ha esultato così: «È finita la mangiatoia», usando una espressione cara al collega Alessandro Di Battista e di cui Maurizio Crozza ne aveva fatto una parodia.

IN UNA MANOVRA DA 30 MILIARDI SONO DECISIVI 8 MILIONI?

Ma a parte i cinque stelle praticamente tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione, stanno dalla parte di Radio radicale. L’arroccamento del leader grillino è sembrato quindi un modo per tornare allo spirito battagliero del Movimento, per ribadire le antiche posizioni. Ma anche – si ragiona in ambienti della maggioranza – per chiedere qualche concessione su altro. Su una manovra da 30 miliardi, è la riflessione degli alleati, appare sproporzionato far dipendere l’accordo da una convenzione da 8 milioni di euro l’anno per tre anni.

A mettere la parola fine ci ha pensato il deputato dem Filippo Sensi: «La delegazione del Pd ha battagliato su Radio radicale e confermato lo stanziamento, legato – come già era – per il 2020 alla gara che la radio per prima vuole. Grazie a tutti coloro che si sono battuti, occhi restano aperti perché su libera informazione non si scherza».

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