Teresa Bellanova porta a destra il partito di Matteo Renzi

La ministra ha detto che Italia viva non voterà Emiliano in Puglia accusandolo di trasformismo. Proprio lei che è passata, con avanzamento di carriera, dalla prima linea dalemiana a quella del senatore di Rignano. Forse nella decisione di far perdere il candidato di centrosinistra c’è una strategia tesa a fare favori a Salvini & Co. Il Pd reagisca.

Come tutti i piccoli partiti, soprattutto quelli destinati all’irrilevanza elettorale, Italia viva, fondata con un gruppo di amici e amiche da Matteo Renzi ha bisogno di occupare ogni giorno la prima scena mediatica. Parlo dunque sono.

Domenica il meeting renziano si è prodotto su due temi e su due obiettivi. L’uno aveva come centro la polemica, giusta, contro il ministro Alfonso Bonafede, autore di una riforma sulla prescrizione aberrante. Renzi deve aver capito che il Pd uscito dalla battaglia emiliano-romagnola non sarà molto concessivo (almeno spero) verso l’alleato grillino e vuole perciò intestarsi la sperabile marcia indietro del governo sulla disgraziata prescrizione.

Ma dopo il colpo alla botte è venuto il colpo al cerchio che è stato affidato alla guardia regia renziana, sostanzialmente formata da una persona sola, Teresa Bellanova. Chi mi legge sa che non ho alcuna stima di questo personaggio. Non si passa dal socialismo a Emmanuel Macron senza pagare dazio. Io non ho mai criminalizzato i cambi di casacca. Mi piacciono poco quelli/e che cambiano casacca, anzi rovesciano casacca, negando di averlo fatto anzi accusando gli abbandonati di averli costretti al tradimento.

BELLANOVA ALL’ATTACCO DI EMILIANO

Bellanova, che non ha un voto in Puglia, appartiene a questa genìa di voltagabbana che sono capaci di sostenere che centinaia di migliaia di persone hanno cambiato orientamento per giustificare il fatto di essersi messi al servizio, con grandi vantaggi personali, di un’altra ditta politica. All’assemblea di Italia viva Bellanova si è prodotta nel più duro attacco a Michele Emiliano, governatore uscente della Puglia, preannunciando che il suo partito non lo voterà perché voterà un proprio candidato (se medesima?).

GLI ERRORI DEL GOVERNATORE

Sono stato amico di Emiliano, credo di aver svolto un ruolo decisivo nel favorire il suo ingresso in politica. Forse gli sono amico tuttora. Ma qui non c’entrano i rapporti personali. C’entra la politica. Emiliano è stato un ottimo sindaco di Bari e il suo successore e amico, Antonio De Caro, è ancora più bravo di lui. Poco si parla di quel che questo sindaco presidente dell’Anci sta facendo per trasformare la sua città anche nei quartieri meno ricchi e soprattutto sul terreno della legalità. Emiliano presidente di Regione ha commesso molti errori ovvero ha affrontato male molti dossier spinosi.

Il centrosinistra non è riuscito a opporre un altro candidato a Emiliano. Nessuno ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che Roma avrebbe risolto la grana come ha fatto con il povero Oliverio

L’ho criticato apertamente e non mi sono piaciute le sue iniziative tese a ingaggiare personaggi dell’altra parte del campo, anche se in sé non ci sarebbe nulla di male. Tuttavia il centrosinistra non è riuscito a opporre altro candidato a Emiliano. C’erano pretendenti espliciti o “coperti” ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di scendere in campo. Tutti hanno pensato che “Roma” avrebbe risolto la grana un po’ come ha fatto con il  governatore della Calabria il povero Mario Oliverio tagliato fuori da iniziative dei magistrati.

LE PRIMARIE PRODUCONO SOLO FALSA DEMOCRAZIA

Emiliano quindi ha vinto le primarie, uno strumento di partecipazione alla designazione dei candidati che andrebbe proibito per la sua capacità di produrre falsa democrazia. Ma le ha vinte. Ieri, però, il “randello di Renzi” cioè l’ineffabile Bellanova, notoriamente voto-repellente, ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano e lo ha accusato di trasformismo. Avete letto bene, accusandolo di trasformismo. Siano arrivati al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana alla prima linea renziana, con opportuno avanzamento di carriera, dal socialismo europeo a Macron accusa qualcun altro di trasformismo. Non ci si può credere.

ORA ZINGARETTI METTA IL VETO SU UN RENZIANO

È qui la ragione della disistima verso la politica. Quando accade che un personaggio del piccolo teatrino politico diventa prim’attore e dice cose che dovrebbe tacere per coprire i propri “vizi”, vuol dire che non c’è più religione.

Bellanova ha fatto sapere che il suo gruppetto non voterà Emiliano. Siano al punto che una voltagabbana passata dalla prima linea dalemiana a quella renziana, con opportuno avanzamento di carriera, accusa qualcun altro di trasformismo

Bellanova dovrebbe ricordare il proverbio nostrano di quel bove che disse cornuto all’asino che, cadendo, si era fatto un bitorzolo sulla testa. Forse però non siamo di fronte all’estemporanea uscita di una politicante di serie B. Forse nella decisione di Renzi e Bellanova di far perdere Emiliano c’è l’inizio di una strategia dei due forni tesa a fare favori alla destra mentre si resta dall’altra parte. Spero che il Pd non porga l’altra guancia e che, se Renzi boicotta Emiliano, Nicola Zingaretti metta il veto da un’altra parte su un renziano. A brigante, brigante e mezzo.

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Radiografia della mafia foggiana: clan e faide

L'attentato al centro per anziani ha riacceso i riflettori sulla criminalità organizzata locale. Il punto tra le lotte per il controllo del Gargano, terminal dei traffici dall'Albania, e le alleanze d'affari.

L’ultimo attentato a Foggia ha riguardato un centro per anziani: una bomba è stata fatta esplodere davanti all’istituto Il sorriso di Stefano, una struttura che fa parte del gruppo Sanità Più dei fratelli Luca e Cristian Vigilante.

Quest’ultimo, già vittima di un attentato dinamitardo la sera del 3 gennaio, è testimone in una delicatissima inchiesta che riguarda la mafia foggiana, la cosiddetta “quarta mafia“.

I numeri sono impressionanti: da inizio anno sono già 10 gli attentati commessi nel Foggiano. Cinque nel capoluogo e altrettanti in provincia, cui va aggiunto l’omicidio di Roberto D’Angelo il 2 gennaio scorso, avvenuto a Foggia poco distante dalla zona dalla bomba al centro anziani. Un quartiere in una zona semi-centrale a pochi passi da dove il 10 gennaio scorso è partita la marcia organizzata da Libera contro le mafie, che ha portato per strada 20 mila persone.

IL NUOVO MONDO DI MEZZO

Le marce, tuttavia, non bastano. Secondo la recente relazione della Dia aggiornata al primo semestre 2019, ciò che emerge nella provincia dauna è «il forte legame dei gruppi criminali con il territorio, i rapporti familistici di gran parte dei clan foggiani e la massiccia presenza di armi ed esplosivi» che «favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento». Gli investigatori, infatti, concordano su un punto: l’assoggettamento del tessuto socio-economico, quando non è direttamente connesso ad atti intimidatori, «è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella».

Una operazione delle squadre mobili di Foggia e Bari e del Servizio Centrale Operativo della Polizia, coordinati nelle indagini dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari (Ansa).

Cioè, con la morte. Tutto questo porta inevitabilmente alla creazione di un’area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori e pubbliche amministrazioni. Una «terra di mezzo», si legge ancora nel rapporto della Dia, «dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi e confondersi». Non è un caso che nel 2019 ben quattro Comuni siano stati sciolti per infiltrazioni mafiose: Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola.

VERSO UN NUOVO ASSETTO ORGANIZZATIVO DEI CLAN

In questa terra di nessuno è vietato ribellarsi. Ma il sangue scorre anche per la presenza magmatica di più clan. Nel capoluogo c’è la Società Foggiana, fondata sul modello della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che conta la presenza di tre batterie: i Sinesi-Francavilla, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Per anni, tutti contro tutti, così da dividersi non solo gli affari, ma anche i morti ammazzati. Oggi invece, rivelano gli investigatori, si starebbe andando verso «nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in un’ottica espansionistica, la ‘ndrangheta». Le ultime inchieste hanno infatti rivelato la gestione di una cassa comune e il controllo condiviso delle estorsioni, con tanto di ruoli interni, gerarchie e relativo “stipendio”. È uno dei pochissimi pentiti esistenti della quarta mafia a rivelarlo nell’operazione Decima Azione: «Tu incominci come picciotto, picciotto d’onore. Picciotto d’onore, dopo tu, se vuoi salire di livello, devi ammazzare la gente, e incominci a diventare sgarrista, incominci a prendere di più al mese…».

LA LOTTA PER IL CONTROLLO DEL GARGANO

Ma la pax mafiosa potrebbe essere solo apparente: nell’area garganica, le rivalità restano infuocate. Specie tra due famiglie: da una parte i Romito, dall’altra i Li Bergolis. Famiglie che sarebbero coinvolte nella famosa strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, quando furono freddate quattro persone. La pressione si riverbera su tutta la criminalità locale. A Vieste, per esempio, è ancora in piedi la faida tra i clan Perna e Raduano: diversi sono i ferimenti e i tentati omicidi nel 2019, culminati negli agguati del 21 marzo 2019, a Mattinata, e del 26 aprile 2019, a Vieste, in cui sono stati uccisi da una parte il reggente del clan Romito, Francesco Pio Gentile, cugino di Mario Luciano Romito (ucciso proprio a San Marco in Lamis); e dall’altra, in risposta, il capoclan Girolamo Perna.

Un omicidio nel Foggiano dopo la strage di San Marco in Lamis (Ansa).

CLE MANI SUI TERMINAL PER LE ROTTE DEI TRAFFICANTI ALBANESI

Il controllo delle coste garganiche, d’altronde, è fondamentale: come emerso in più inchieste (la più recente è stata Ultimo Avamposto), l’area è utilizzata come terminal per le rotte dei trafficanti di marijuana provenienti dall’Albania, da smerciare anche su scala nazionale. E quella zona, oggi, è in mano ai Perna. Dunque ai Li Bergolis. «Se questo sta in giro lo uccido col martello in mezzo alla strada che poi mi devo mangiare il cuore. Gli devo zappare in testa, gli devo tagliare le mani. Lo uccido, poi dobbiamo giocare a pallone con la testa sua», si sente in una delle intercettazioni captata nell’operazione Neve di marzo dell’ottobre scorso: a parlare è un membro della famiglia Raduano proprio contro il boss dei Perna.

IL TARIFFARIO DELLE ESTORSIONI E L’OMERTÀ DIFFUSA

La strategia dei foggiani è chiara: come rivelano anche gli ultimi attentati, chi osa parlare, rischia grosso, finanche la morte. E così il clima di omertà in territorio dauno è spaventoso. Basta leggere le carte dell’inchiesta, già citata, Decima Azione. Alle richieste estorsive che la criminalità faceva praticamente per qualunque tipo di attività (da quelle imprenditoriali fino alle onoranze funebri), il silenzio delle vittime era totale. Alla proprietaria di un negozio di alimentari i foggiani avevano estorto 4 mila euro nel periodo natalizio: davanti ai carabinieri e, soprattutto, alle intercettazioni, la titolare ha negato tutto. Cinquecento euro al mese era la somma ottenuta invece da una barista, alla quale avevano fatto capire che se non avesse pagato avrebbe subito diverse rapine. Agli inquirenti ha risposto: «Sono onesta […] Io non pago nessuno». Stesso copione con il proprietario di un agriturismo-resort, cui la mafia aveva chiesto il pagamento di 1.500 euro: quando la squadra mobile lo ha convocato, lui ha negato e poi è corso ad avvisare gli uomini del clan.

Inquirenti sul luogo in cui è stato ucciso Pasquale Ricucci, di 45 anni, presunto elemento di elemento di spicco di un clan mafioso del Gargano, nella frazione ‘Macchia’ di Monte Sant’Angelo (Foggia), 11 novembre 2019 (Ansa).

GLI AFFARI DELLA MAFIA CERIGNOLANA

Non ci sono, però, solo il Gargano e Foggia. In questa rete criminale in cui un giorno si è alleati e quello dopo si torna ad ammazzare per il controllo del territorio, c’è anche la malavita cerignolana che, a differenza delle faide garganiche, dimostra «una comprovata capacità di assoggettare il tessuto criminale locale in modo pragmatico, riducendo al minimo le frizioni in seno allo stesso, nonostante la pluralità di soggetti e di interessi illeciti in gioco», si legge nella relazione della Dia. Tutti d’accordo, dunque, sotto l’egida delle famiglie Ditommaso e Piarulli-Ferraro che a loro volta hanno base non in Puglia ma in Lombardia. Gli interessi riguardano soprattutto il settore agroalimentare. Non è un caso che a ottobre scorso anche il Comune di Cerignola sia stato sciolto per mafia. Ma, d’altronde, spiegano gli investigatori, quella cerignolana è «una mafia degli affari, sempre meno legata a una struttura rigida basata su vincoli familiari (aspetto peculiare delle mafie foggiana e garganica) e più proiettata al raggiungimento di obiettivi economico-criminali a medio-lungo termine».

I COLPI DEL BRACCIO ARMATO

Non manca il braccio armato, vero incubo delle società dei portavalori e dei tir. I cerignolani sono una vera e propria organizzazione para-militare che, nel corso degli anni, ha messo a punto furti da film d’azione: nel 2015 lungo la A14 “prelevarono” 4,7 milioni di euro dopo aver bloccato in due minuti esatti l’arteria autostradale, speronato i portavalori, azionato i kalashnikov e smantellato i blindati per andarsene con le casseforti. Lo scorso gennaio a Mellitto, Bari, un furgone diretto agli uffici postali di Matera carico dei soldi è stato letteralmente sfondato da due ruspe blindate. Due milioni di euro il bottino. Nulla in confronto a quanto accadde a Catanzaro nel 2016. Il sodalizio tra cerignolani e calabresi mise a segno uno dei furti più sensazionali degli ultimi anni: pochi minuti per bloccare le vie di fuga, aprire il caveau di un istituto di vigilanza con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubare 8,5 milioni di euro e fuggire via tra le campagne.

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La Puglia è ora il laboratorio pro-Salvini di Renzi e Calenda

I due leader di micro-partiti hanno deciso di non appoggiare Emiliano. Insomma, si sono messi sul mercato. Così una guerra di piccole nomenklature nazionali senza voto viene trasferita sulle spalle degli elettori di centro-sinistra pugliesi per avviare il primo vero inciucio con la destra.

In Puglia sta iniziando l’ultima, in ordine di tempo, delle guerre autolesioniste e strutturalmente cretine nel centro-sinistra. Michele Emiliano ha vinto le primarie con risultato eclatante e partecipazione al di sotto delle attese.

Le primarie ormai sono uno dei tanti modi per esercitare la democrazia dall’alto inventati in questa lunga transizione verso il nulla che caratterizza l’Italia.

Non si sa chi vota, c’è una larga partecipazione di gruppi organizzati, talvolta transfughi di altri partiti, i candidati dicono cose al vento e soprattutto si taglia la strada alla novità. Non a caso in Puglia contro Emiliano c’erano due personaggi della vecchia nomenklatura.

ANCHE A DESTRA CON FITTO SI FA RICORSO ALLA VECCHIA NOMENKLATURA

L’avversario di Emiliano che rappresenterà il centro-destra è un ex giovane Dc che poi è stato berlusconiano e infine si è accasato con Giorgia Meloni. Raffaele Fitto fu un enfante prodige della politica pugliese e italiana. Sembrava bravo ma del suo periodo di presidenza della Regione si ricorda poco. Non dico questo per pregiudizio verso un moderato di destra. Il sindaco di Bari Simeone Di Cagno Abbrescia, di Forza Italia, fece bene, a parer mio il primo cittadino del capoluogo.

Da Salvini alla Meloni e a Fitto, a destra c’è la stessa passione per i pachidermi del passato che c’è a sinistra

Fitto ha anche la caratteristica di parlare come una delibera prefettizia. Nel tempo in cui Matteo Salvini sembra uscito dal Roxy Bar, la destra propone un attempato ex enfante prodige per tornare al governo. Diciamolo: da Salvini alla Meloni e a Fitto, a destra c’è la stessa passione per i pachidermi del passato che c’è a sinistra. Emiliano, a mio parere, è un personaggio dalle molte facce, quasi nessuna da prediligere. È disinvolto fino all’opportunismo più intollerabile, è sleale, non ha una posizione politica se non quella che accresce il suo potere e la sua immagine. Insomma è uno di quei leader meridionali che non aiutano il Mezzogiorno. Ma non c’è altro.

RENZI E CALENDA IN PUGLIA SEGUONO INTERESSI PERSONALI

In questi anno, dal fronte interno al Pd, non è venuta alcuna alternativa. Anche negli anni di Matteo Renzi e nella breve stagione di Carlo Calenda. Tuttavia i due si scoprono scandalizzati dall’ipotesi che Emiliano rivinca e promettono di mettere in campo un proprio candidato. Escluso che sia una candidata perché Teresa Bellanova e il voto popolare sono alternativi l’uno all’altro. Chi sarà allora? Devo confessare che anche a un pugliese emigrato come me la faccenda appare del tutto irrilevante tranne che per una ragione. Per quanto gravi siano le colpe di Emiliano, dare la Puglia alla destra che si sta presentando in gara è una operazione politica criminale.

Da sinistra, Matteo Renzi e Carlo Calenda (Foto LaPresse – Mourad Balti Touati).

Non solo Emiliano è il meno peggio, ma c’è nella scelta di Renzi e Calenda un primato della propria visibilità come persone e come gruppo politico figlie del meridionalismo accattone. Non è per caso che né Renzi né Calenda siano meridionali e che Renzi negli anni di governo non abbia dimostrato alcuna sensibilità verso il Sud (ho un giudizio di verso su Calenda e il caso Italsider). Resta il dato che una guerra di piccole nomenklature nazionali senza voto viene trasferita sulle spalle degli elettori di centro-sinistra pugliesi per avviare il primo vero inciucio con la destra.

Io penso che la colpa maggiore della sinistra sia stata quella di sentirsi figlia di un dio minore per cui è potuto accadere che un Renzi qualsiasi l’abbia schiaffeggiata impunemente

I due ex ragazzi con l’operazione Puglia non vogliono solo vendicarsi di Emiliano o sfiduciarlo (cosa che non scandalizza), ma probabilmente avviare una fase politica di loro indifferenza verso i due schieramenti opposti. Insomma si sono messi sul mercato. Molti pensano che la sinistra abbia fra le sue colpe maggiori quella di aver fatto poco autocritica. Io penso che la colpa maggiore sia stata quella di sentirsi figlia di un dio minore per cui è potuto accadere che un Renzi qualsiasi l’abbia schiaffeggiata impunemente. Non amo Emiliano, non più. Ma se Renzi e Calenda lavorano per umiliare il mondo del centro-sinistra, è bene che vadano in pace dall’altra parte, dove culturalmente già sono.

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Zingaretti e le sardine salvino la Puglia da Emiliano

L'Ilva, la xylella, ora la Banca popolare di Bari: la regione è sull'orlo del baratro, per colpa di una classe dirigente immobile e vanesia. Il segretario dem intervenga. E la piazza gli dia una mano.

Sono pugliese ma non è solo questa la ragione per cui mi voglio occupare dell’ultima disgrazia di questa regione, la Banca popolare di Bari, salvata il 15 dicembre da un decreto del governo Conte. Voglio far solo due osservazioni. La prima è che se la Puglia perde la sua eccentricità e diventa come quasi tutte le altre regioni meridionali, la battaglia per il Sud diventa impossibile. La seconda riguarda da vicino una parte politica, quella per la quale voto. Nell’arco di pochi anni, tutti segnati da una prevalenza del centrosinistra nelle maggiori città e nella regione, la Puglia ha avuto tre guai evitabili. Penso all’Ilva di Taranto, penso alla xylella, penso al dramma in corso della banca popolare.

UNA SITUAZIONE LASCIATA DEGENERARE

Il caso dell’Ilva riguarda migliaia di famiglie di operai non solo di Taranto e altre migliaia di famiglie della città che temono per la propria salute e per quella dei propri figli. La xylella riguarda il “giacimento di petrolio” della regione, cioè quella larga, meravigliosa distesa di ulivi che producono, per quantità e qualità, fra le migliori tipologie di olive e soprattutto di olio extra-vergine. Infine la Banca popolare di Bari in cui si sono riconosciuti molti risparmiatori e che interessa, come raggio d’azione, gran parte dell’economia pugliese. È esagerato dire che siamo di fronte a un burrone che si è aperto? No, non esageriamo. Soprattutto non esageriamo se diciamo che questo burrone non si è spalancato sotto i nostri piedi nel giro di poco tempo. La situazione è stata colpevolmente lasciata degenerare. Anche per l’ultimo caso, quello della banca popolare, siamo di fronte a una vicenda che è esplosa oggi ma che si sapeva sarebbe esplosa. Lo sapeva soprattutto la classe dirigente.

È mai possibile che Emiliano abbia attraversato la vita pubblica per decenni e mai si sia reso conto dei drammatici problemi che aveva di fronte?

Ovviamente qui mi interessa mettere l’accento sulla classe dirigente che governa anche se non si può dire che quella di opposizione abbia dato buona prova di sé. Taranto, uliveti e Popolare di Bari sono i tre banchi di prova non superati da chi ha governato la Puglia ad ogni livello, presidenti di regione, sindaci, ministri/e, consiglieri regionali e comunali compresi. Un fallimento totale e mi dispiace mettere nel calderone il bravo sindaco di Bari. La Puglia ha la classe dirigente più immobile, è dominata da poche figure egemoni che si sentono al di sopra delle critiche e, temo, delle leggi. Quando hanno preso decisioni, penso all’Ilva e alla xylella, hanno sbagliato gravemente. Non dovremo fare l’analisi del voto fra qualche mese, se il centrodestra, azzeccando il/la candidato/a, vincerà le prossime regionali. Come è possibile votare per i personaggi proposti dal Pd? È mai possibile che Michele Emiliano abbia attraversato la vita pubblica per decenni e mai si sia reso conto dei drammatici problemi che aveva di fronte ovvero abbia preso, come per la xylella e l’Ilva decisioni sbagliate, gravemente e colpevolmente sbagliate?

SE NON SI FANNO LE PULIZIE, LA REGIONE È PERSA

Non sente Emiliano che è arrivato il momento di salutare a centrocampo e di andare negli spogliatori e con lui la sua competitrice Elena Gentile, ex assessora alla sanità regionale ed eurodeputata e l’altro consigliere regionale, Fabiano Amati, anche lui da anni al vertice del potere? A casa, andate a casa. Leggiamo analisi sofisticate sulle ragioni delle sconfitte della sinistra. E se mettessimo in conto che perde perché in certe situazioni è del tutto incapace di affrontare e risolvere problemi complessi, perché spesso li complica di più, perché, come nel caso della Popolare, è complice o silente di fronte a banchieri avventurosi? Il fatto è che questi leader della sinistra non hanno tempo da perdere con i problemi dovendo occuparsi della propria immagine, in realtà molto sfigurata. Non so se ci sono sardine in Puglia. Non so che cosa pensi di fare Nicola Zingaretti. So che se non si fanno le grandi pulizie in Puglia, la regione è persa. Bisogna trovare altre figure pubbliche, più giovani, più generose, più capaci meno vanesie. Ci sono, ce ne sono quante ne volete, ma, per favore, Zingaretti commissari il Pd e le sardine aiutino questa gigantesca operazione di rinnovamento.

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Allerta meteo da Nord a Sud: temporali in tutta Italia

Allarme rosso in Calabria, Basilicata e Sicilia. Rischio nubifragi e allagamenti a Roma, maree eccezionali previste a Venezia. Neve sull'arco alpino sopra i 1.200 metri. Il quadro del maltempo nella giornata del 12 novembre.

Una forte perturbazione sta portando temporali in tutta Italia, da Nord a Sud. Per la giornata del 12 novembre la Protezione civile ha diramato l’allerta rossa su gran parte della Calabria, sui settori costieri della Basilicata e sulla Sicilia orientale. Allerta arancione per la Puglia e per i restanti settori di Basilicata, Calabria e Sicilia. Gialla su Emilia-Romagna, Lazio, Umbria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Campania e settori di Lombardia, Veneto, Toscana e Sardegna.

LE PREVISIONI METEO PER LE REGIONI DEL NORD

Per l’Italia del Nord le previsioni meteo annunciano un 12 novembre ambivalente: nelle regioni occidentali (Liguria, Piemonte e Val d’Aosta) non sono previste piogge significative, anche se il cielo resterà grigio. Il grosso delle precipitazioni si abbatterà invece sulle regioni orientali (Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige) e in parte sulla Lombardia. Piogge anche in Emilia-Romagna, ma in quantità ridotta. Prevista neve sull’arco alpino sopra i 1.200 metri. Nel corso della giornata la tendenza si confermerà, per poi attenuarsi a partire dalla tarda mattinata del 13 novembre. A Venezia sono possibili maree eccezionali: martedì mattina è previsto un picco di 140 centimetri, martedì sera di 145 centimetri, mercoledì mattina di 145 centimetri.

LE PREVISIONI METEO PER LE REGIONI DEL CENTRO

Il 12 novembre sarà molto nuvoloso anche sul Centro Italia. Le piogge potranno assumere carattere temporalesco su Sardegna, Umbria e regioni tirreniche. Per quanto riguarda in particolare la Sardegna, a causa di un ciclone sul Mediterraneo occidentale sono attesi pioggia, vento e mareggiate fino a sera. Nel Lazio le precipitazioni più intense colpiranno le province di Viterbo, Latina, Frosinone e Roma, con il rischio concreto di nubifragi e locali allagamenti. Anche sulla Capitale sussiste quindi la possibilità di violenti rovesci specie durante il pomeriggio di martedì, accompagnati da raffiche di vento in prevalenza dai quadranti meridionali.

LE PREVISIONI METEO PER LE REGIONI DEL SUD

L’ondata di maltempo colpirà soprattutto le regioni del Sud, con allerta rossa per Calabria, Basilicata e Sicilia orientale, dove sarà elevato il rischio di fenomeni alluvionali. Forti venti di scirocco accompagneranno piogge intense, in risalita dal Mar Mediterraneo verso la Sicilia, a partire dalla serata di lunedì 11 novembre, con mareggiate e onde alte fino a quattro metri su tutte le coste esposte. In sole sei ore potrebbero cadere fino a 80 millimetri d’acqua, ovvero 80 litri d’acqua su una superficie di un metro quadrato. Non sono da escludere anche grandinate e locali trombe d’aria soprattutto a Ragusa, Agrigento, Siracusa, Caltanissetta, Enna e Catania. Nella notte e nelle prime ore del 12 novembre lo spostamento del minimo depressionario dalla Tunisia al Mar Tirreno farà sì che le intense precipitazioni si concentreranno tra la Sicilia orientale e la Calabria ionica, dove potranno verificarsi alluvioni e allagamenti. Il maltempo sarà associato anche in questo caso a forti venti di scirocco, sia sul Mar Ionio, sia sulle vette appenniniche della Sila e dell’Aspromonte. La situazione andrà migliorando nel corso della mattinata di martedì.

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Vedo il dramma dell’ex Ilva di Taranto e odio questi politicanti

La città culla del movimento operaio pugliese ha conosciuto ben prima del fenomeno Salvini e 5 stelle l’irruenza selvatica di un populismo straccione che ha distrutto ogni connessione cittadina. E ora è in mano a incapaci locali e nazionali. Ecco perché da qui deve partire la riscossa di una vera e nuova sinistra.

Leggo le tragiche notizie sull’ex Ilva di Taranto e mi vengono tanti pensieri. Uno è per Alessandro Leogrande, giovane, straordinario intellettuale, morto due anni fa che tanto scrisse su Taranto con una lucidità e una passione incredibili. Non l’ho mai conosciuto, e solo da poco tempo sto leggendo tutto ciò che ha scritto. Sono testi fondamentali. Uno straordinario cronista che ha spiegato una crisi industriale, una città lasciata sola, la deriva di un popolo, la débâcle di una classe dirigente. Se ci fosse oggi, e tutti noi avremmo voluto che ci fosse, avrebbe scritto articoli da levare la pelle a tutti questi ciarlatani che affollano la politica italiana e pugliese.

LEGGI ANCHE: La storia infinita della crisi dell’Ilva di Taranto in cinque tappe

IL TIRA E MOLLA SULL’ACCIAIO HA STRONCATO TARANTO

L’altro pensiero che mi viene in mente è per la mia povera Puglia. Una regione straordinaria. Una eccentricità nel Mezzogiorno, la definì Antonio Gramsci. E tuttora lo è. Si fabbricano addirittura aerei, ci sono imprese in ogni settore, università importanti, è uno straordinario set cinematografico (merito di tanti e soprattutto di Nichi Vendola), è meta di vacanzieri generalmente soddisfatti. In Puglia, però, c’è la più grande crisi industriale italiana con questo tira e molla sull’acciaio che ha stroncato una città che non sa scegliere fra il lavoro e la salute (ma perché bisogna fare questa scelta?). 

IN PUGLIA LA SINISTRA È SPARITA

In Puglia la risorsa maggiore, l’oliveto, è stata distrutta, o quasi, in una gran parte del Salento per una malattia come la xylella che i governanti e qualche magistrato volevano curare con una specie di “modello Panzironi” applicato all’agricoltura. In Puglia la sinistra è sparita perché se l’è presa un uomo gigantesco, fisicamente, pieno di vita, disinvolto come Matteo Salvini, e cinico come Luigi Di Maio, che ha annichilito amici e avversari e ha ammorbato l’aria con alleanze politicamente torbide che sono il vero cancro della democrazia meridionale. Questo signore si chiama Michele Emiliano. Simpatico è simpatico, ma sotto il suo regno Italsider e xylella sono diventati un dramma inaccettabile. Sono convinto che almeno sull’Italsider vi siano colpe anche di Vendola che comunque ora è fuori dalla politica. Emiliano è invece lì, pronto a chiedere un altro mandato per finire di sfasciare quello che è rimasto in piedi.

La mia speranza è che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di fare e che dopo Leogrande, sulla strada tracciata da lui, ci siano tanti giovani che prendano la sua bandiera 

Quando ho chiesto a Nicola Zingaretti di sciogliere il suo partito  chiamando forze nuove per fondarne un altro, pensavo proprio a una azione che ci liberasse degli Emiliano, senza cacciarli ma solamente costringendoli a fare da soli. Il dramma pugliese è che a destra c’è addirittura peggio. È lo stesso dramma emiliano-romagnolo con quella improbabile candidata leghista contrapposta a un diligente funzionario del Pd.

IL DRAMMA DI UNA CITTÀ DIMENTICATA

Tutti questi pensieri però si fermano di fronte al tema che sanguina. Taranto è una città dimenticata, ma è stata una delle più belle e operose città del Paese. Per un lungo tratto è stata più importante di Bari, di Lecce, era una vera Capitale: ha avuto operai, classe media, eccellenze navali militari, addirittura ha due mari e infine ha creato anche un modo di cucinare il pesce che solo ora nel Salento copiano, appropriandosene. Taranto è una città che trova le tracce della sua esistenza talmente lontano nella storia che solo per questo andrebbe rispettata. Taranto ha conosciuto ben prima del fenomeno Salvini e 5 stelle l’irruenza selvatica di un populismo straccione che ha distrutto ogni connessione cittadina. Taranto era la città del movimento operaio pugliese, con i suoi dirigenti duri e spesso schematici ma vere rocce a tutela del popolo. Taranto oggi è nelle mani di un gruppo di incapaci, locali e nazionali, del movimento 5 stelle che vuole fare esperimenti su di lei. Ve lo ripeto: voi non sapete che cos’è Taranto per il Paese come vi siete dimenticati cos’era Genova per il Paese.

DAL SUD E DA TARANTO DEVE PARTIRE LA RISCOSSA

Noi abbiamo il dovere di difendere le nostre città industriali, dobbiamo metterle al centro dell’attenzione nazionale, dobbiamo curare quelle popolazioni come figli preferiti. Ma è dal Sud, da Taranto e da altri territori che deve partire la riscossa. Non bisogna spettarsi niente dal Nord per come è politicamente ora. Non bisogna aspettarsi niente da una classe dirigente indigena che non ha mantenuto un solo impegno. Non possiamo assistere a un voto meridionale che rischia di andare ai nemici del Mezzogiorno o in un non lontano futuro alle liste neo-borboniche. La mia speranza è che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di fare e che dopo Leogrande, sulla strada tracciata da lui, ci siano tanti giovani che prendano la sua bandiera

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