La bomba sanitaria dello scaricabarile Ue sui migranti

Profughi lasciati in mare a Sud di Lampedusa. Chiusi in quarantena nei campi greci senza acqua, distanze di sicurezza e cure. Il rimpallo tra Bruxelles e Stati europei accresce il pericolo del coronavirus per tutti.

Esaurito, per forza di cose, lo stupido scaricabarile sul coronavirus tra Stati interni ed esteri dell’Ue (merci trattenute e frontiere e voli bloccati agli uni e non agli altri, infine a tutti o quasi), un altro ne prosegue, in miniatura e ancora più vergognoso, ed è quello sui richiedenti asilo nell’emergenza sanitaria. Con i soliti egoismi e particolarismi che, nella mancanza generale di visione dei leader europei, violano gravemente i diritti umani mettendo a repentaglio, insistono a ribadire le associazioni umanitarie, l’Alto commissariato dell’Onu per i profughi (Unhcr) e anche membri del Parlamento europeo, mettono a grave rischio la «salute di tutti». Eppure da settimane non si evacuano i soggetti più fragili dai campi e dai centri profughi che, con migliaia di richiedenti asilo ammassati senza che possano essere rispettate le minime norme igieniche, rischiano di diventare focolai del Covid 19, se ancora non lo sono.

MIGRANTI RIFIUTATI PER IL COVID

Accade sulle isole greche davanti alla Turchia e alle porte di Atene, presto, di questo passo, bombe sanitarie. Ma anche nel Mediterraneo, dove a centinaia di migranti, rimbalzati tra l’Italia e Malta, a bordo quando va bene delle navi delle Ong, non viene concesso lo sbarco a terra con la motivazione dell’alt agli ingressi per l’emergenza del coronavirus. Sebbene nello stop agli ingressi nell’Ue disposto per arginare la pandemia non siano ricompresi i richiedenti asilo. Ma tant’è: è del 7 aprile 2020 l’sos dell’ong Sea Eye su circa 150 naufraghi raccolti a bordo della Alan Kurdi in acque libiche, ma rifiutati sia dalle autorità di Roma sia della Valletta, a quanto riferito, con la motivazione del dover prima far fronte «all’emergenza Covid 19», avrebbero fatto sapere i ministeri dell’Interno dei due Stati dell’Ue. Così, poiché la Sea Eye è un’organizzazione tedesca, l’equipaggio si è appellato al ministero degli Esteri di Berlino.

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Richiedenti asilo al porto di Lesbo, in Grecia. GETTY.

QUARANTENA IMPOSSIBILE NEGLI HOTSPOT

Inutile anche che contro i salvati avessero sparato le vedette delle milizie libiche, e che una volta a terra, fossero smistati in altri Stati dell’Ue. Non sussisterebbero le condizioni di sicurezza: anche in una nota della Farnesina alla diplomazia tedesca, l’Italia fa presente che le forze di polizia sono assorbite dai controlli sui decreti per l’emergenza sanitaria e non possono essere dirottate su questo e su altri sbarchi; le strutture sanitarie del Paese sono poi sotto grande pressione; anche i richiedenti asilo sono obbligati alla quarantena negli hotspot dove i migranti in isolamento, si ammette, non hanno spazi per rispettare il distanziamento sociale; inoltre i voli per il ricollocamento nell’Ue si fa presente siano sospesi. Su sollecitazione del Viminale, l’Italia conferma la sua situazione drammatica e chiede alla Germania di farsi carico delle navi umanitarie battenti bandiera tedesca.

L’Italia ha chiesto alla Germania di farsi carico delle navi delle Ong nel Mediterraneo battenti bandiera tedesca

I FOCOLAI DEI CAMPI PROFUGHI GRECI

A Lampedusa, dove i migranti riusciti a sbarcare vengono messi in quarantena (gli ultimi, 36, in giornata), dallo screening compiuto sugli abitanti dell’isola non risultano casi di Covid 19, al di fuori di un’italiana rientrata da Bergamo. Ben peggiore la situazione a Lesbo, in Grecia, dove si contano alcuni contagi di locali di coronavirus, mentre le condizioni nel più grande campo profughi d’Europa di Moria, sull’isola, sono invivibili. Specie in tempi di pandemia: «In alcune parti c’è un rubinetto ogni 1300 persone. Manca il sapone. E famiglie di 5 o 6 persone devono dormire in meno di tre metri quadri», denuncia Medici senza frontiere (Msf) su uno spazio con una capacità di 2.200 posti, ma al momento con circa 20 mila richiedenti asilo. A fronte, sull’isola, di sei posti di terapia intensiva. Con il piano nazionale di emergenza di Covid, sono state vietate le visite nel campo, ed è stata sospesa ogni attività inclusa quella scolastica.

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La disinfestzione di Sultanahmet, a Istanbul. GETTY.

IL RISCHIO PER TUTTA L’UE

Una quarantena che nei due campi profughi nell’hinterland di Atene, il Malaska e il Ritsona con insieme circa 5 mila richiedenti asilo tra i quali alcuni risultati positivi al Covid 19, è regime di «isolamento sanitario completo». Poi in Grecia ci sono altri 2 mila profughi, entrati dopo il 1 marzo grazie all’apertura delle frontiere della Turchia, per i quali è stata sospesa per decreto la richiesta d’asilo. Stipati in tende da 25 persone ciascuna, senza potersi muovere e privati di ogni diritto, in due strutture chiuse a Malaska e nella città di Serres, a Nord di Atene, questi profughi partiti per lo più dalla Siria, e tra loro diverse donne incinte e minori, si trovano di fatto in stato di detenzione. Anche per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) lo stato dei circa 100 mila richiedenti asilo in Grecia è esplosiva, «mette tutti a rischio». Per i sindacati della polizia di Atene è «matematicamente certo che questa bomba scoppierà per la mancanza di protezioni sanitarie».

SITUAZIONE ESPLOSIVA ANCHE IN TURCHIA

Neanche i richiedenti asilo più a rischio per il coronavirus vengono evacuati, come chiedono l’Unhcr, le Ong e l’Europarlamento che ha scritto alla Commissione Ue. Il governo greco scarica la responsabilità sul «mancato sostegno di Bruxelles», che da parte sua sprona alla messa in sicurezza nei centri profughi degli Stati membri, ma senza il «concerto» con i singoli governi resta l’inazione. Sono quasi da invidiare gli oltre 4 milioni di profughi siriani con, sulla carta, l’accesso all’assistenza sanitaria gratuita in Turchia. In realtà, per la metà in stato di povertà, senza lavori fissi e con un quarto dei bambini malnutriti, e molti tra loro malati cronici. Soggetti a rischio di Covid 19 nei campi dove, specie di grandi città come Istanbul, anche in Turchia le condizioni igieniche sono pessime, anche l’acqua scarseggia. Mentre l’epidemia di coronavirus corre a ritmi esponenziali in Turchia (ai confini con la Grecia), difficilmente i profughi avranno soccorsi rapidi.

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