I manager condannati per il rogo Thyssen andranno in galera

I giudici tedeschi hanno respinto il ricorso dei due dirigenti già condannati in Italia: sconteranno cinque anni in Germania.

Il Tribunale regionale superiore di Hamm in Germania ha respinto il ricorso dei due manager di Thyssenkrupp, già condannati in Italia, e ora sconteranno 5 anni di carcere in Germania: lo rende noto il tribunale del Nord Reno Westfalia. In precedenza il tribunale di Essen aveva dichiarato esecutive le pene italiane ma le aveva adeguate al diritto tedesco, che in questi casi prevede una detenzione massima di 5 anni. I manager, accusati di omicidio colposo e incendio doloso per negligenza, avevano fatto ricorso, ma l’istanza oggi è stata respinta.

«Era una ferita da rimarginare», è il commento di Raffaele Guariniello, pubblico ministero del caso Thyssenkrupp, alla notizia del respingimento del ricorso dei due manager tedeschi. Il magistrato (ora in pensione) si riferisce al fatto che i condannati italiani avevano già cominciato a scontare la pena. «Non era giusto», dice. «Ma un’altra cosa importante da sottolineare», aggiunge Guariniello, «è che la pronuncia dei magistrati di Hamm conferma che il processo Thyssenkrupp fu un processo giusto».

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Cosa c’è nella bozza di riforma del processo penale

Stop alla prescrizione per i condannati in primo grado. Mentre in caso di impugnazione della sentenza di proscioglimento, è prevista una sospensione al massimo di due anni. Le misure.

È composta da 35 articoli, con norme che vanno dalla prescrizione alla riorganizzazione del Csm, la bozza di legge delega per la riforma del processo penale. sul tavolo del vertice di maggioranza a Palazzo Chigi.

L’articolo 1 delega il governo ad attuare i decreti legislativi necessari «per l’efficienza del processo penale, per la riforma complessiva dell’ordinamento giudiziario e della disciplina su eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati nonché disposizioni sulla costituzione e funzionamento del Csm».

Per quanto riguarda invece la prescrizione, è previsto uno stop per i condannati in primo grado. Il calcolo riprende qualora la sentenza d’appello stabilisca il proscioglimento dell’imputato. In caso di impugnazione della sentenza di prosciglimento, invece, è prevista una sospensione «per un tempo non superiore a due anni».

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Firme false per il M5s, la procura di Palermo chiede 14 condanne

Le richieste di pena sono comprese tra un anno e 6 mesi e 2 anni e 3 mesi. Coinvolti attivisti, ex deputati regionali e nazionali dei 5 Stelle e un cancelliere del tribunale.

La procura di Palermo ha chiesto la condanna a pene comprese tra un anno e 6 mesi e 2 anni e 3 mesi dei 14 tra attivisti e ex deputati regionali e nazionali dei 5 Stelle e di un cancelliere del tribunale per la vicenda delle firme false presentate nel 2012 a sostegno della lista del Movimento per le comunali. Sono accusati a vario titolo di falso e violazione della legge regionale del ’60 sulle consultazioni elettorali.

COPIATE MIGLIAIA DI FIRME IN UNA NOTTE

La pena più alta, 2 anni e 3 mesi, è stata chiesta per il cancelliere Giovanni Scarpello e l’avvocato Francesco Menallo, mentre un anno e sei mesi, pena più lieve, è stata invocata per l’ex deputata regionale Claudia La Rocca che ha collaborato con gli inquirenti. Per tutti gli altri imputati è stata chiesta la condanna a due anni. I reati contestati si prescrivono tutti a febbraio. Secondo la procura, nella notte del 3 aprile 2012, al comitato
del Movimento furono ricopiate migliaia di firme per provare a rimediare a un banale errore relativo al luogo di nascita di un sottoscrittore.

I COINVOLTI: DA NUTI A LA ROCCA

Accortisi dello sbaglio, temendo di non riuscire a presentare in tempo la lista del Movimento per le Comunali, dovendo recuperare le sottoscrizioni una a una, si sarebbe provveduto a ricopiarle. Le firme false sarebbero state autenticate dal cancelliere Scarpello. L’indagine coinvolse a vario titolo l’ex deputato nazionale Riccardo Nuti, allora candidato sindaco di
Palermo, Giulia Di Vita e Claudia Mannino, ex parlamentari nazionali. Coinvolti anche i deputati regionali Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, che però hanno ammesso le loro responsabilità e accusato i «colleghi». Ciaccio, però, come ha sottolineato il pm nella requisitoria, non ha ripetuto in aula le accuse. Secondo la ricostruzione della procura, Riccardo Nuti, candidato sindaco, e un gruppo ristretto di attivisti a lui vicini – Samantha Busalacchi, Claudia Mannino e Giulia Di Vita – avrebbero pensato a un rimedio: correggere il vizio di forma e, vista l’impossibilità di ricominciare la raccolta e raggiungere il numero delle firme necessarie, ricopiare dalle originali quelle già in loro possesso. In una notte convulsa sarebbero state falsificate migliaia di sottoscrizioni. Gli altri imputati sono: Giuseppe Ippolito, Stefano Paradiso, Toni Ferrara, Alice Pantaleone, Riccardo Ricciardi, Pietro Salvino.

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