Perché il verdetto su Weinstein è il tassello finale sul risveglio #MeToo

A oltre due anni dalle denunce di abusi che hanno cambiato la coscienza mondiale, la Corte di New York decide sull'ex boss di Miramax. Su di lui pendono cinque gravi capi di accusa. Tra cui quella di predatore sessuale che potrebbe portarlo all'ergastolo. Ma la sua avvocata sostiene non ci siano sufficienti prove. Il punto.

Era l’ottobre 2017 quando il giornalista e attivista Ronan Farrow (figlio di Mia Farrow e Woody Allen) pubblicò sul New Yorker un’inchiesta sulle molestie sessuali denunciate da alcune attrici per mano di uno degli uomini più potenti di tutta Hollywood. La vita e la carriera di Harvey Weinstein (classe 1952, di New York) boss e fondatore di Miramax, nell’industria cinematografica americana da oltre 30 anni, stavano per cambiare irreversibilmente. Come la coscienza collettiva mondiale.

IL RISVEGLIO COLLETTIVO CHIAMATO #METOO

Sono passati oltre due anni e in mezzo c’è stato un risveglio sociale all’inizio inarrestabile chiamato #MeToo: le testimonianze degli abusi subiti da milioni di donne che una dopo l’altra hanno deciso di raccontare le loro storie, le manifestazioni nelle piazze, le moltissime teste cadute di imprenditori, Ceo, chef e direttori di orchestra. Il mondo è cambiato almeno un po’, ma nonostante l’opinione pubblica lo abbia già condannato da tempo, manca ancora un tassello all’era #MeToo, quello finale: l’assoluzione o colpevolezza di Weinstein. Il processo a New York è iniziato il 6 gennaio 2020 e il verdetto è atteso per il 18 febbraio.

Harvey Weinstein in aula a New York il 6 febbraio 2020.

UNA DENUNCIA DOPO L’ALTRA

Sposato dal 2007 con la stilista Georgina Chapman che lo ha lasciato dopo lo scandalo, padre di due figli, contro di lui hanno puntato il dito centinaia di dipendenti e attrici, da Ashley Judd ad Asia Argento, da Gwyneth Paltrow a Rose McGowan, scatenando, dopo alcune testimonianze pubblicate sul New York Times, un effetto domino di denunce senza fine. La caduta di Weinstein è stata rapida e inesorabile: espulso anche dal club degli Accademy degli Oscar, aveva realizzato assieme al fratello grandi successi come Shakespeare in Love, Genio Ribelle, The Iron Lady , The Imitation Game, Il discorso del re. I suoi film hanno ottenuto oltre 300 nomination agli Oscar, vincendone 70.

IN GIURIA CINQUE DONNE E SETTE UOMINI

Come nel celebre film del 1957 di Sidney Lumet e in tante altre produzioni di Hollywood ispirate alle aule giudiziarie, la parola va adesso alla giuria: cinque donne e sette uomini devono decidere se riconoscere l’ex boss della Miramax è colpevole di molestie e stupri: in questo caso Weinstein, 68 anni, potrebbe passare in prigione il resto dei suoi giorni. Potrebbero volerci giorni prima del verdetto: basterà che nell’aula della Corte Suprema di Manhattan uno solo dei 12 abbia un «ragionevole dubbio» sulla colpevolezza per spedire il caso costruito dalla procura di New York contro l’ex produttore su un binario morto. Su Weinstein pendono in totale cinque capi di accusa: uno di atti sessuali criminali, due di stupro e due di atti da predatore sessuale, reato che si commette quando si compiono più stupri (accusa più grave per la quale rischia l’ergastolo).

L’avvocata Donna Rotunno assieme ad Harvey Weinstein.

L’AVVOCATA CHE DIFENDE WEINSTEIN

Weinstein, che ha sempre sostenuto di aver fatto sesso con partner consenzienti, è stato accusato di molestie e stupri da un centinaio di donne – 105 per la precisione – ma solo due, l’ex assistente della Miramax Mimi Haleyi e l’allora aspirante attrice Jessica Mann, avevano superato gli standard della procura per metterlo sul banco degli imputati. Sono casi difficili quelli di stupro, perché non ci sono quasi mai testimoni presenti: la parola di lui si scontra con quella di lei. Ed è su questo che si sono basati i difensori di Weinstein. «Le prove sono dalla nostra parte», sostiene l’avvocata Donna Rotunno, fortemente attaccata dalle femministe – non è curioso che ci sia una giovane donna a difenderlo? – che dopo oltre un mese di dibattito aveva accusato la magistratura di New York di aver creato un «universo alternativo» che «toglie alle donne senso comune, autonomia e responsabilità». Per la Rotunno, che durante il processo aveva prodotto come prove una serie di email in cui le due accusatrici mostravano di esser rimaste in contatto con Weinstein anche dopo le presunte violenze, «il ripensamento non esiste in questo universo. Solo il ripensamento ribattezzato come stupro».

PER LA PROCURATRICE LE ATTRICI COME «MERCE A DISPOSIZIONE»

Per corroborare le deposizioni della Haley e della Mann i procuratori avevano invitato altre quattro donne a testimoniare usando una strategia risultata vincente al secondo processo contro il papà dei Robinson Bill Cosby (la sua è stata la prima condanna penale nell’epoca #MeToo) dopo che, nel primo procedimento, la giuria non era riuscita a mettersi d’accordo e il comico era uscito dal palazzo di giustizia un uomo libero. «Weinstein pensava di essere un tale pezzo grosso a Hollywood» e che le aspiranti attrici erano «merce completamente a sua disposizione», ha detto la sostituta procuratrice Joan Illuzzi-Orbon nella requisitoria, mentre su un monitor vicino al palco sfilavano le foto delle sei attrici, tra cui Annabella Sciorra della serie tivù I Soprano, che avevano deposto contro Weinstein. A parte la Sciorra, le altre erano «completamente spendibili», ha detto la Iluzzi, passando in rassegna le diverse testimonianze e osservando che «non ci sono sfumature. C’e’stato un crimine e un totale disprezzo di altre persone». Resta da sapere se la giuria la penserà allo stesso modo.

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I manager condannati per il rogo Thyssen andranno in galera

I giudici tedeschi hanno respinto il ricorso dei due dirigenti già condannati in Italia: sconteranno cinque anni in Germania.

Il Tribunale regionale superiore di Hamm in Germania ha respinto il ricorso dei due manager di Thyssenkrupp, già condannati in Italia, e ora sconteranno 5 anni di carcere in Germania: lo rende noto il tribunale del Nord Reno Westfalia. In precedenza il tribunale di Essen aveva dichiarato esecutive le pene italiane ma le aveva adeguate al diritto tedesco, che in questi casi prevede una detenzione massima di 5 anni. I manager, accusati di omicidio colposo e incendio doloso per negligenza, avevano fatto ricorso, ma l’istanza oggi è stata respinta.

«Era una ferita da rimarginare», è il commento di Raffaele Guariniello, pubblico ministero del caso Thyssenkrupp, alla notizia del respingimento del ricorso dei due manager tedeschi. Il magistrato (ora in pensione) si riferisce al fatto che i condannati italiani avevano già cominciato a scontare la pena. «Non era giusto», dice. «Ma un’altra cosa importante da sottolineare», aggiunge Guariniello, «è che la pronuncia dei magistrati di Hamm conferma che il processo Thyssenkrupp fu un processo giusto».

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Cosa c’è nella bozza di riforma del processo penale

Stop alla prescrizione per i condannati in primo grado. Mentre in caso di impugnazione della sentenza di proscioglimento, è prevista una sospensione al massimo di due anni. Le misure.

È composta da 35 articoli, con norme che vanno dalla prescrizione alla riorganizzazione del Csm, la bozza di legge delega per la riforma del processo penale. sul tavolo del vertice di maggioranza a Palazzo Chigi.

L’articolo 1 delega il governo ad attuare i decreti legislativi necessari «per l’efficienza del processo penale, per la riforma complessiva dell’ordinamento giudiziario e della disciplina su eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati nonché disposizioni sulla costituzione e funzionamento del Csm».

Per quanto riguarda invece la prescrizione, è previsto uno stop per i condannati in primo grado. Il calcolo riprende qualora la sentenza d’appello stabilisca il proscioglimento dell’imputato. In caso di impugnazione della sentenza di prosciglimento, invece, è prevista una sospensione «per un tempo non superiore a due anni».

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Firme false per il M5s, la procura di Palermo chiede 14 condanne

Le richieste di pena sono comprese tra un anno e 6 mesi e 2 anni e 3 mesi. Coinvolti attivisti, ex deputati regionali e nazionali dei 5 Stelle e un cancelliere del tribunale.

La procura di Palermo ha chiesto la condanna a pene comprese tra un anno e 6 mesi e 2 anni e 3 mesi dei 14 tra attivisti e ex deputati regionali e nazionali dei 5 Stelle e di un cancelliere del tribunale per la vicenda delle firme false presentate nel 2012 a sostegno della lista del Movimento per le comunali. Sono accusati a vario titolo di falso e violazione della legge regionale del ’60 sulle consultazioni elettorali.

COPIATE MIGLIAIA DI FIRME IN UNA NOTTE

La pena più alta, 2 anni e 3 mesi, è stata chiesta per il cancelliere Giovanni Scarpello e l’avvocato Francesco Menallo, mentre un anno e sei mesi, pena più lieve, è stata invocata per l’ex deputata regionale Claudia La Rocca che ha collaborato con gli inquirenti. Per tutti gli altri imputati è stata chiesta la condanna a due anni. I reati contestati si prescrivono tutti a febbraio. Secondo la procura, nella notte del 3 aprile 2012, al comitato
del Movimento furono ricopiate migliaia di firme per provare a rimediare a un banale errore relativo al luogo di nascita di un sottoscrittore.

I COINVOLTI: DA NUTI A LA ROCCA

Accortisi dello sbaglio, temendo di non riuscire a presentare in tempo la lista del Movimento per le Comunali, dovendo recuperare le sottoscrizioni una a una, si sarebbe provveduto a ricopiarle. Le firme false sarebbero state autenticate dal cancelliere Scarpello. L’indagine coinvolse a vario titolo l’ex deputato nazionale Riccardo Nuti, allora candidato sindaco di
Palermo, Giulia Di Vita e Claudia Mannino, ex parlamentari nazionali. Coinvolti anche i deputati regionali Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, che però hanno ammesso le loro responsabilità e accusato i «colleghi». Ciaccio, però, come ha sottolineato il pm nella requisitoria, non ha ripetuto in aula le accuse. Secondo la ricostruzione della procura, Riccardo Nuti, candidato sindaco, e un gruppo ristretto di attivisti a lui vicini – Samantha Busalacchi, Claudia Mannino e Giulia Di Vita – avrebbero pensato a un rimedio: correggere il vizio di forma e, vista l’impossibilità di ricominciare la raccolta e raggiungere il numero delle firme necessarie, ricopiare dalle originali quelle già in loro possesso. In una notte convulsa sarebbero state falsificate migliaia di sottoscrizioni. Gli altri imputati sono: Giuseppe Ippolito, Stefano Paradiso, Toni Ferrara, Alice Pantaleone, Riccardo Ricciardi, Pietro Salvino.

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