Mohamed Ali e le ragioni delle proteste in Egitto contro al Sisi

Le accuse di corruzione lanciate dall'ex imprenditore vicino al governo. Ma anche la povertà dilagante e la crisi. Ecco perché nel Paese si respira l'aria di una nuova Primavera araba. Lo scenario.

L’Egitto pare essere alla vigilia di una nuova Primavera araba: proteste, arresti di massa (oltre 2.000 in meno di due settimane) e tensioni sono tornati all’ordine del giorno dal 20 settembre scorso, giorno in cui migliaia di persone si sono riversate nelle strade del Cairo, concentrandosi in piazza Tahrir, esattamente come accaduto nel 2011 prima della caduta del presidente Hosni Mubarak. Allora – era inizio anno, tra gennaio e febbraio – le proteste durarono 18 giorni. Questa volta invece si presenta un autunno caldo per il governo guidato al generale Abdel Fattah al-Sisi.

Proteste antigovernative al Cairo il 20 settembre 2019.

LA MICCIA CHE HA INNESCATO LE PROTESTE

La nuova ondata di contestazioni è cominciata il 20 settembre, al termine di una partita di calcio tra le due principali squadre del Paese. Ben presto, però, le urla dei tifosi hanno lasciato il posto agli slogan contro il presidente egiziano: «Il popolo vuole la caduta del regime» gridava la folla. Parole rilanciate nelle ore e nei giorni precedenti via social, e alimentate da Mohammed Ali, imprenditore edile che dopo aver fatto affari con l’apparato statale e militare, ha denunciato la corruzione del governo, rifugiandosi coi figli in Europa. Le proteste hanno colto alla sprovvista la polizia, che ha disperso i manifestanti ricorrendo ai gas lacrimogeni. Al Jazeera ha riferito di decine di arresti, diventati centinaia nei giorni successivi, non solo al Cairo, ma anche in altre città teatro di cortei spontanei come Alessandria, Mahallah, Damietta, Port Said e Suez.

MOHAMED ALI, L’UOMO CHE SFIDA AL SISI

Mohamed Alì ha 45 anni, è imprenditore nel settore edile e fino a qualche settimana fa aveva fatto affari con lo stesso entourage di al Sisi, ora diventato il suo nemico numero uno. Amante di maglioni a girocollo bianchi e camicie eleganti, con la sua Amalaak Group era uno dei 10 contractor del governo con appalti soprattutto per costruzioni militari. L’ex palazzinaro ha anche un passato da attore: ha recitato in un film, L’altra terra, co-prodotto dal ministero dell’Immigrazione, girato per dissuadere gli egiziani a imbarcarsi alla volta dell’Europa, ed è stato una delle star del Cairo Film Festival. Ora, però, la svolta: dopo essersi rifugiato in Spagna, con l’account MohamedSecrets su YouTube e sui social denuncia il sistema clientelare di cui lui stesso faceva parte.

L’ex attore ed ex imprenditore egiziano Mohamed Ali.

SPRECHI E CORRUZIONE: L’ATTACCO AL PRESIDENTE

Nei suoi video punta il dito contro il presidente egiziano, la moglie Intissar e i generali dell’esercito, parlando di spreco di denaro pubblico per realizzare mastodontici edifici inutili, al solo scopo di soddisfare le velleità del generale-presidente, come nel caso del raddoppio del canale di Suez, della realizzazione di una nuova capitale egiziana o della ristrutturazione – a suo dire inutile – di palazzi presidenziali. «Aprite gli occhi», ha esortato l’imprenditore, «non mi sto inventando nulla! Al-Sisi costruisce per soddisfare il suo ego. Non ci sono studi di fattibilità, non c’è bisogno di quelle opere. Basta! Bisogna ribellarsi!». Poi, dopo aver ricordato i «30 milioni di egiziani che dormono in mezzo alla strada», ha lanciato un appello al popolo egiziano a scendere in piazza in modo pacifico.

Proteste contro il presidente al Sisi.

LA REPRESSIONE E GLI ARRESTI

L’appello è stato accolto, provocando però una dura reazione da parte dell’apparato governativo: sono stati bloccati i social network e oltre 500 siti web. Si sono anche moltiplicati gli arresti. A finire in manette attivisti per i diritti umani, dirigenti dei partiti di opposizione e di estrazione islamista, docenti universitari e giornalisti, tutti accusati di aver diffuso notizie false o di far parte di reti terroristiche. Lo stesso presidente al-Sisi, prima di volare a New York per l’Assemblea Onu, in tivù si è definito «onesto, leale, affidabile», ammettendo: «Sì, sto costruendo palazzi. E allora? Pensate di spaventarmi con le vostre critiche? Continuerò a costruire. Queste opere non sono per me, sono per l’Egitto».

Supporter d Al Sisi alla contromanifestazione del Cairo il 27 settembre scorso.

LE VOCI CONTRO ALI

Non mancano voci critiche contro Ali, come quella di Whael Ghonim, ex leader della rivolta 2011 contro Mubarak, secondo cui la battaglia dell’imprenditore è mossa da un «tornaconto personale» ed è «troppo facile» perché condotta dal suo esilio estero. Nel quartiere di Nasr City al Cairo, che ospita palazzi presidenziali, governativi e insediamenti militari, il 27 settembre si è invece svolta una grande manifestazione a favore di al-Sisi, anche se resta il dubbio che a sfilare siano stati soldati di leva e dipendenti pubblici appositamente ingaggiati e retribuiti.

LEGGI ANCHE:La lunga militarizzazione di Sharm el-Sheikh

LA CRISI ECONOMICA ALLA BASE DELLE PROTESTE

Ma non è solo la miccia accesa da Ali a infiammare il Paese. Dalla cacciata dei Fratelli musulmani che dal 2013 sopravvivono in clandestinità, al-Sisi ha rinnovato periodicamente lo stato di emergenza, invocando la necessità di reprimere il terrorismo (anche quello dell’Isis che colpisce nel nord del Sinai), e facendosi rieleggere due volte, l’ultima con il 97% di voti lo scorso aprile. Ma anche le condizioni economiche dell’Egitto sono preoccupanti: il debito pubblico cresce del 19% l’anno, un terzo della popolazione (32,5%) vive in condizioni di povertà nonostante gli indicatori macroeconomici indichino una crescita generale. Per la Banca mondiale il Pil segna un +5,5% annuo e l’inflazione è all’11,3%, in lieve flessione. Una crescita resa però possibile dal prestito concesso dal Fmi e dall’Arabia Saudita. Le politiche di austerity messe in atto dal governo e il taglio dei sussidi hanno colpito le classi sociali più povere che rappresentano la maggioranza del Paese.

IL SILENZIO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Nonostante le denunce da parte delle associazioni per i diritti umani per quello che è definito uno «stato di polizia» e un «regime», con arresti indiscriminati nei confronti di oppositori politici, il governo del generale al-Sisi non ha ricevuto condanne formali da parte della comunità internazionale. Una situazione spiegata anche dal fatto che il Paese è considerato una delle “roccaforti” contro l’espansione del fondamentalismo islamico e un elemento cardine nel mantenimento dei fragili equilibri nell’area mediorientale e Nord africana, dalla Libia alla Palestina, arrivando all’Iran.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le cose da sapere sulle Legislative della Tunisia del 5 ottobre 2019

Voglia di astensione tra i giovani. Partiti al governo in crisi e forze dell'antipolitica senza una maggioranza. Difficile per il Paese uscire dallo stallo. E bloccare i migranti in partenza per l'Italia.

C’è forse più attenzione in Italia verso le Legislative del 5 ottobre 2019 in Tunisia che non tra i tunisini. Il voto è fissato nel weekend prima delle Presidenziali, il cui primo turno ha segnato l’esclusione dal ballottaggio del premier in carica Youssef Chahed. Ma il dato più eclatante della tornata elettorale del 14 settembre – indicativa per l’imminente rinnovo del parlamento – è stata l’astensione della metà (51%) degli oltre 7 milioni di aventi diritto al voto. La maggioranza di quel 49% andato alle urne ha scelto candidati anti-establishment. Il partito di Chahed, Tahya Tounes, è dato sotto al 10%. Gli islamisti di Ennahda con lui nella coalizione di governo sono in perdita continua di consensi dal 2011, come i socialisti di Nidaa Tounes che si sono scissi nella formazione di Chahed. È alta la probabilità di un risultato frammentato che non riesca a esprimere una maggioranza per formare un esecutivo e dare così alla Tunisia una stabilità attesa anche in Italia per arginare gli sbarchi in aumento.

Tunisia Legislative 2019 migranti Italia
Il leader di Ennahda Rached Ghannouchi, in corsa per le Legislative del 2019 in Tunisia. GETTY.

L’ITALIA PUNTA SULLA TUNISIA

Per risolvere l’emergenza migranti, il nuovo governo giallorosso ha grandi aspettative sull’interlocuzione con le controparti tunisine, arrivate ai ferri corti con l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Insediato alla Farnesina, Luigi Di Maio prepara una visita a Tunisi per «salutare personalmente il nuovo governo e discutere della priorità di accordi di riammissione e di rimpatrio». Ci sono i trattati bilaterali da ridefinire insieme, presumibilmente sulla base del decreto interministeriale sui migranti presentato il 4 ottobre dai titolari di Esteri, Giustizia e Interni. Nel testo la Tunisia è tra i 13 Paesi dichiarati «sicuri» verso i quali si promettono «rimpatri entro 4 mesi». L’ex prefetto Luciana Lamorgese, che ha sostituito Salvini al Viminale, identifica il motivo dell’aumento degli sbarchi «soprattutto nella situazione politica in Tunisia». Secondo i dati del ministero dell’Interno, nel mese di settembre «gli sbarchi autonomi, per lo più dalla Tunisia, sono più che raddoppiati rispetto ai 701 del settembre dell’anno scorso».

LA NUOVA ROTTA DEI BARCHINI

Le partenze dalla Libia restano difficili, in seguito ai controversi accordi  stretti dall’Italia con il governo di Tripoli, anche per riunire le milizie in una guardia costiera libica. Le rotte dei trafficanti si sono quindi spostate verso il Marocco (e poi la Spagna) e verso la Tunisia, da dove partono soprattutto piccole imbarcazioni di legno dirette verso Lampedusa. A bordo, in gran parte giovani tunisini che non vedono prospettive nel loro Paese a causa della crisi economica che la politica non è riuscita a risolvere né a smorzare dalle proteste del 2011, esplose per la stessa motivazione. A settembre è morto a 83 anni in una clinica dell’Arabia Saudita, dove era in esilio dalle rivolte che lo avevano deposto, l’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali che, con metodi sempre più autoritari, aveva guidato il Paese dal 1987. Mohamed Beji Caid Essebsi, ultimo presidente della nuova Tunisia, è scomparso a 92 anni poco dopo, nel luglio scorso. Fondatore nel 2012 di Nidaa Tounes, con lui si può dire se ne sia andato l’ultimo attore di peso della politica tunisina.

Tunisia Legislative 2019 migranti Italia
Alle Legislative del 2019 in Tunisia è attesa molta astensione. GETTY.

LA DISPERSIONE DEL VOTO

Il leader storico di Ennahda, Rashid al Ghannushi, – in corsa – è insidiato dai rivali all’interno del partito che però alla fine ha candidato il costruttore di ponti Abdelfattah Mourou. Il vasto elettorato musulmano ha preferito l’outsider radicale Kais Saied, che con il 18% il 13 ottobre sfiderà il Berlusconi tunisino Nabil Karoui (16%), in carcere per accuse di riciclaggio e secondo per preferenze. Le percentuali delle ultime Presidenziali la dicono lunga sulla dispersione del voto: alle Legislative gli oltre 15 mila candidati ai 217 seggi del parlamento fanno capo, dai dati dell’Alta commissione elettorale indipendente, a 1.592 liste, 642 delle quali indipendenti. I partiti che impattano sul territorio sono una decina, e tra questi il nuovo movimento popolare di Karoui, Qalb Tounes, potrebbe avere la meglio sulle altre forze laiche in declino, Nidaa e Tahya Tounes. L’elettorato musulmano si potrebbe invece ricompattare su Ennahda, considerato che il giurista indipendente Saied non risponde a forze politiche

CRESCE IL SENTIMENTO DELL’ANTI-POLITICA TRA I TUNISINI

Ma il ramo tunisino della Fratellanza musulmana appare lontano dal 37% del 2011, e anche dal 28% di cinque anni fa. Anche posto che riesca a trovare un’intesa insieme i deputati del tycoon Karoui e quelli di Ennahda, potrebbe non avere una maggioranza. Lo stesso, vista la disaffezione per i partiti di Essebsi e Chahed, può valere per la solita vecchia coalizione tra destra e sinistra moderate: una formula che per molti è riuscita ad accumulare solo fallimenti dalle rivolte. Tant’è che tutti i partiti in corsa negano nuove larghe intese. La disoccupazione, al 15% su scala nazionale, in alcune aree raggiunge il 30%, l’inflazione ha sfiorato l’8% nel 2018. Tanti giovani dichiarano di non andare a votare: la democrazia che, nonostante tutto, si è affermata con la Primavera araba alla lunga non ha portato benessere, né fermento politico. Da sola, con buona pace di Di Maio, neanche l’esca anti-sistema di Karoui che si proclama «prigioniero politico» basterà con ogni probabilità a bloccare lo stallo di un parlamento popolato anche da piccoli partiti con pochi seggi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le Presidenziali anti establishment della Tunisia

Primo a sorpresa il giurista ultraconservatore Saied. Dietro il tycoon Karoui nei guai con la giustizia. L’elettorato islamista e dei socialisti ha punito i partiti tradizionali al governo. Riversandosi sugli outsider.

La disaffezione degli elettori era attesa, meno il risultato delle Presidenziali in Tunisia del 15 settembre che ha spazzato via al primo turno tutti i candidati convenzionali. Anticipare la chiamata alle urne, per influire sulle Legislative del 6 ottobre prossimo, ha accentuato la voglia di anti politica dei tunisini che per oltre il 55% hanno scelto di non votare alle elezioni democratiche. Il restante 45% (nel 2014 l’affluenza fu del 64%) ha fatto emergere a sorpresa l’outsider ultraconservatore Kais Saied (con il 19%), giurista indipendente tra i meno favoriti nelle intenzioni di voto. Al secondo turno dovrà sfidare il magnate della tivù Nabil Karoui (15%), dalle idee e dalla vita opposte alle sue. Il premier rottamatore Youssef Chahed è arrivato invece solo quinto con una manciata di voti (7%), dopo il ministro uscente della Difesa indicato come successore ideale del defunto presidente Beji Caid Essebsi, Abdelkarim Zbidi (10%). A sua volta dietro il leader degli islamisti di Ennahda Abdelfattah Mourou (13%).

Tunisia elezioni ballottaggio Saied Karoui
Il giurista indipendente Kais Saied, ultraconservatore, arrivato primo al primo turno delle Presidenziali in Tunisia. GETTY.

IL COSTITUZIONALISTA ULTRA-CONSERVATORE

Nessuno alla vigilia del voto avrebbe scommesso sul costituzionalista Saied, che senza strutture di partito ha condotto una campagna con mezzi minimi. Ma in linea di massima le idee degli oltre 7 milioni di aventi diritto al voto tunisini non sono cambiate: i due candidati anti-establishment riflettonono nella sostanza le visioni contrapposte dei partiti di massa al governo senza successo dalle Primavere arabe. Saied ha attinto dalla base del movimento degli islamisti della Fratellanza musulmana, puniti per il lustro trascorso nella grande coalizione (con vari rimpasti) con i laici progressisti. Accademico di lungo corso, 61 anni, il frontrunner delle Presidenziali del 2019 è contro la depenalizzazione del reato di omosessualità e per la pena di morte. Saied è anche un duro oppositore della legge per la parità tra uomini e donne in caso di eredità: una riforma voluta da Essebsi, morto il 25 luglio scorso a 93 anni, ma non ancora approvata in parlamento per l’aspro dibattito.

Forte dell’etere, per le Presidenziali del 2019 ha creato il movimento popolare Qalb Tounes, «cuore della Tunisia»

IL TYCOON SOCIALISTA BRACCATO DALLA GIUSTIZIA

Non avrebbe opposto resistenze al testo Karoui (che al ballottaggio dovrà vedersela con Saied), definito il Berlusconi tunisino. Le similitudini nell’ascesa e nelle vicissitudini politico-giudiziarie tra i due imprenditori sono impressionanti. Patron della tivù commerciale Nessma fondata nel 2007 grazie all’appoggio del regime laico socialista di Ben Ali, dopo le rivolte del 2011 Karoui si è riciclato appoggiando movimento socialdemocratico Nidaa Tounes, depurato da Essebsi dall’autoritarismo e antitetico all’islamismo. Ma è andata a finire che Nidaa Tounes ed Ennahda sono state costrette a governare insieme, come poi dal 2016 gli scissionisti di Nidaa Tounes del premier e leader del nuovo partito Tahya Tounes, Chahed. A destra ci ha guadagnato Saied. A sinistra invece il tycoon che, forte dell’etere, per le Presidenziali del 2019 ha creato il movimento popolare Qalb Tounes, il «cuore della Tunisia». Dicono i detrattori per salvarsi dai processi con l’immunità.

Tunisia elezioni ballottaggio Saied Karoui
Salwa Smaoui, moglie del magnate Nabil Karoui arrestato durante la campagna per le Presidenziali in Tunisia. GETTY.

I GUAI CON LE LICENZE E L’INCHIESTA PER RICICLAGGIO

Nessma è compartecipata dal 2008 da Mediaset (25%) e da Quinta Communications di Tarak Ben Ammar (25%). In primavera l’Authority indipendente per la comunicazione audiovisiva (Haica) della Tunisia ha sequestrato le attrezzature della tv, con l’accusa di trasmettere senza licenza dal 2014. Nel giugno dopo Karoui è sceso in campo per le Presidenziali. Ma il 23 agosto è stato arrestato, per un’inchiesta sul «riciclaggio di denaro» aperta dalla magistratura sulla base delle accuse anche di appropriazione indebita di fondi all’estero, tramite società cinematografiche, mosse dalla Ong tunisina I Watch, partner di Transparency. Ed è scattato il blocco di Haica a Nessma a trasmettere la campagna elettorale di Karoui. Ma la sua corsa è andata avanti con successo, attraverso la moglie Salma Smaoui diventata star dei comizi. E attraverso la rete assistenziale creata, alla morte del figlio nel 2016 in un incidente stradale, per la beneficenza tra i ceti umili e disagiati.

IL POPULISMO GARANTISTA BATTE IL GIUSTIZIALISMO

Le Monde ha definito il risultato del primo turno in Tunisia «un’insurrezione elettorale contro il sistema dei partiti». Il ballottaggio potrebbe tenersi con le Legislative: un duello descritto tra «populismo e ultraconservatorismo». L’arresto di Karoui ha dato vigore alla sua corsa: il 56enne, ex venditore e pubblicitario, denuncia dal carcere la persecuzione giudiziaria. E sebbene la Cassazione abbia respinto un ricorso per la sua liberazione, anche i repubblicani liberali di Afek Tounes e la Lega tunisina per i diritti umani chiedono il rispetto dello stato di diritto e sospettano di giustizia a orologeria il premier uscente. Di certo Chahed, che i garantisti temono aver smosso i giudici, ha fatto approvare in parlamento un emendamento per vietare le candidature alle Presidenziali di soggetti finanziati da associazioni di beneficenza o dall’estero. Un testo poi mai firmato dal capo dello Stato. Chahed potrebbe, come il governo Renzi in Italia, durare una stagione. Se gli elettori islamisti e socialisti si coaguleranno, come è probabile, sugli outsider.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Presidenziali in Tunisia: candidati e scenari

Il voto per il capo di Stato influirà sulle Legislative dl'autunno. Tra rottamatori, tycoon alla Berlusconi, ex ministri e nostalgici del regime, la partita è aperta. In corsa anche il primo candidato islamista.

Le Presidenziali in Tunisia del 15 settembre, le seconde dalla Rivoluzione dei gelsomini del 2011, costituiscono un passaggio cruciale per capire se continuerà o no l’evoluzione democratica nell’unico Paese dove, con qualche limitazione, è sopravvissuta la Primavera araba. Tra gli oltre 7 milioni di aventi diritto al voto non c’è forse mai stato, nella storia della Tunisia, tanto disorientamento. Il momento è così delicato perché il 25 luglio scorso – dopo anni di grave stallo politico e di crisi economica e sociale – è venuto a mancare il capo di Stato uscente Beji Caid Essebsi: leader 93enne e, per la fermezza istituzionale dimostrata, colonna della Tunisia che a fatica prende forma dalle macerie dopo quasi 25 anni di regime di Ben Ali. Dopo la sua morte, il voto per succedergli è stato anticipato dal 17 novembre.

IL VUOTO LASCIATO DA ESSEBSI

A dispetto dell’età, Essebsi sarebbe ricomparso sulle schede elettorali del 2019. Nidaa Tounes, la creatura politica da lui fondata nel 2012 per ricalcare la stagione laica e democratica dei primi anni della presidenza Bourghiba (1957-1987), non ha profili altrettanto spendibili, men che meno di rinnovamento. Con il vuoto, anche prevedibile, lasciato da Essebsi si è aperta un’autostrada per la corsa ad accaparrarsi i fulcri del potere da parte dei principali partiti politici. Ma anche delle nuove sigle createda chi si pone, come il premier Yussef al Shahed (scissionista di Nidaa Tounes) ma non è l’unico, come uomo del cambiamento.

presidente tunisia Essebsi morto
L’ex presidente Beji Caid Essebsi. GETTY.

I TUNISINI AL BIVIO

Il risultato può portare a un’era di rottamazione o di populismo. Può imporsi la restaurazione, come in Egitto e in Siria. O, al contrario, a dispetto del malcontento popolare, può proseguire la difficile transizione – ma inclusiva delle varie anime del Paese – attraverso un capo di Stato, e poi di un esecutivo, nel solco di Essebsi e dei governi di unità nazionale susseguitisi tra crisi e rimpasti dal 2014. Tra i 26 candidati ammessi, del centinaio che si erano presentati, ci sono nomi che vantano consensi significativi per ciascuna delle strade percorribili. Nessuno tra loro è maggioritario, solo un paio spiccheranno verso il ballottaggio del prossimo novembre, dopo le Legislative sulle quali tuttavia incideranno i candidati di peso. Non è facile capire chi la spunterà in una corsa carica di personalismi e colpi bassi. I tunisini per primi cercano di farsi un’idea su chi sia meglio eleggere nei duelli in tivù tra i candidati per la prima volta organizzati nel Paese. Almeno questo un segnale di democrazia.

Tunisia elezioni presidenziali 2019 scenari
Il ministro tunisino della Difesa Abdelkrim Zbidi, candidato alle Presidenziali 2019. GETTY.

ZBIDI, IL VOLTO DELLA CONTINUITÀ

Dovesse tra loro prevalere il ministro uscente della Difesa Abdelkrim Zbidi, 69enne, medico e già ministro tecnico della Salute sotto Ben Ali, le politiche del neo presidente non si discosterebbero troppo dalle precedenti. Proprio da Essebsi, che per Costituzione come capo di Stato ha prerogative sulle agenzie nazionali di sicurezza e sull’esercito, Zbidi fu voluto a ricoprire l’incarico alla Difesa. La sua candidatura da indipendente alle Presidenziali è stata spinta da Nidaa Tounes e dai liberali di Afek Tounes, e sebbene una sua vittoria equivalga nei fatti alla conferma dello status quo (nel governo, di un’altra grande coalizione) l’ipotesi non è peregrina. Il suo nome è in ascesa, proprio perché il suo mandato sarebbe il prosieguo di quello rassicurante di Essebsi. Come il defunto presidente, anche Zbidi si è schierato per un blando presidenzialismo.

Tunisia elezioni presidenziali 2019 scenari
Il premier della Tunisia Yussef al Shahed, candidato anche alle Presidenziali. GETTY.

AL SHAHED, DA PREMIER A PRESIDENTE?

La nuova Costituzione del 2014 aveva reso il Capo dello Stato garante delle istituzioni e figura di raccordo tra di esse, con molti meno poteri di Ben Ali. Fatto salvo un mandato limitato in materia di Affari esteri, Difesa e Sicurezza nazionale che pur Essebsi durante l’ultima legislatura aveva ampiamente esercitato, senza sconfinare nella deriva autoritaria, proclamando lo stato di emergenza a causa degli attentati ma anche per reprimere le manifestazioni e gli scioperi nelle fabbriche. Tutto il resto, in mano al governo e al parlamento, si era in gran parte arenato. E ormai anche gran parte dell’opinione pubblica vuole che si sblocchi, cambiando la Costituzione e garantendo un presidente della Repubblica più forte. Zbidi, laico e già competente in materia di sicurezza, sarebbe anche un interlocutore affidabile per i governi occidentali come l’Italia. Ma dovesse avere la meglio su di lui al Shahed, il giovane premier che punta anche alla presidenza, non cambierebbe lo stesso molto in Tunisia.

Tunisia elezioni presidenziali 2019 scenari
Nabil Karoui, il Berlusconi della Tunisia, candidato alle Presidenziali del 2019. GETTY.

IN CORSA IL BERLUSCONI TUNISINO 

Dal 2016 al Shahed guida il governo bipartisan con gli islamisti di Ennahda. Classe 1975, agronomo, è stato rapido a passare in pochi mesi da neo-ministro del governo tra Nidaa Tounes ed Ennahda a premier, intercettando la voglia di cambiamento dei tunisini. Il suo nuovo partito à la Macron, Tahya Tounes, diventato seconda forza del Paese, si è reso poi complice di impopolari misure di austerity. Ma con la sua nuova crociata contro la corruzione al Shahed confida di attrarre ancora milioni di voti. Sua, a detta dell’opposizione, sarebbe la mano dietro all’arresto a fine agosto, con l’accusa di riciclaggio, del tycoon tunisino Nabil Karoui. Proprietario (con Tarak Ben Ammar e Silvio Berlusconi) della tivù commerciale Nessma, a maggio il 56enne era stato tra i primi a candidarsi alle Presidenziali, fondando il movimento Qalb Tounes (Al cuore della Tunisia) che, attraverso il canale e una rete caritatevole, fa presa tra le fasce popolari.

Tunisia elezioni presidenziali 2019 scenari
La candidata alle Presidenziali Abir Moussi, nostalgica di Ben Ali. GETTY.

LA LAICA AUTORITARIA CONTRO L’ISLAMISTA MODERATO

I sospetti su società estere di copertura di Karoui circolavano da anni e dopo il blitz della cattura, fin troppo teatrale, adesso può passare da martire. Il magnate dei media, ex supporter dei socialisti di Nidaa Tounes, continua infatti a correre da dietro le sbarre. E si dichiara vittima di una giustizia a orologeria. A macchia di leopardo, trova consensi in Tunisia anche la nostalgica dell’autoritarismo Abir Moussi. La 44enne si spaccia come volto nuovo della politica, in realtà era molto attiva (poi mai pentita) nel partito di Ben Ali. A caccia di disillusi dalle Primavere arabe e di voti femminili, Moussi è per un presidenzialismo forte, è contro il velo tout court e considera tutto l’islam estremista. Per sgombrare il campo da equivoci, gli islamisti hanno invece rinunciato a ricandidare l’ideologo Rashid al Ghannushi, in favore del più moderato Abdelfattah Mourou, noto costruttore di ponti. Portavoce ad interim del parlamento, Mourou è anche il primo candidato nella storia di Ennahda alla presidenza della repubblica.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it