Sanders sospende la campagna di spot elettorali sui social

Secondo Axios, il senatore del Vermont sarebbe a un passo dal ritiro dalle primarie. Il portavoce della campagna smentisce.

Bernie Sanders ha sospeso la sua campagna di spot elettorali su Facebook, un chiaro segnale che il senatore democratico è a un passo dal ritiro dalla campagna per le presidenziali americane. Lo riporta Axios. Il portavoce della campagna elettorale ha smentito la notizia. Anche Pete Buttigieg e Michael Bloomberg poco prima di gettare la spugna avevano interrotto le loro campagne sul social media.

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Biden trionfa in Michigan e ipoteca la nomination democratica

Per l'ex vicepresidente successo anche in Mississipi e Missouri. Sanders ormai defilato. Mentre l'emergenza coronavirus irrompe in campagna elettorale.

Joe Biden mette le mani sulla nomination democratica, mentre Bernie Sanders, salvo clamorose sorprese, appare ormai a fine corsa. Per l’ex vicepresidente il mini Super Tuesday delle primarie democratiche, in cui si votava in sei Stati, si è trasformato in un nuovo trionfo elettorale. Suo il Mississippi, suo il Missouri. Ma soprattutto suo lo Stato del Michigan, quello dove c’era la posta in gioco più alta, ben 125 delegati, e dove Bernie Sanders non è riuscito a ripetere l’impresa del 2016 contro Hillary Clinton.

VITTORIA NETTA IN MICHIGAN

La vittoria nello stato del Michigan, fino all’ultimo in bilico, è netta, e unita a quella del Missouri dà la misura di come Biden sia destinato ad avere vita facile anche negli altri Stati del Midwest in cui si deve ancora votare, dall’Ohio, all’Illionois passando per il Wisconsin. Qui i sondaggi sono già tutti a favore di Biden, come quelli della Florida e della Pennsylvania, gli altri due grandi Sati chiave in cui devono ancora svolgersi le primarie.

PER SANDERS POTREBBE GIÀ ESSERE TROPPO TARDI

Ora Biden e Sanders sono attesi domenica prossima per la prima sfida tivù a due, quella che precede un nuovo martedì elettorale. Ma ormai per il senatore progressista potrebbe essere troppo tardi. E Biden, nel festeggiare l’ennesima vittoria, gli ha teso la mano. «Io e Bernie condividiamo lo stesso obiettivo e insieme batteremo Donald Trump», ha detto l’ex vicepresidente lanciando una sorta di appello all’unità, per concentrarsi d’ora in poi solo su quello che per i democratici veramente conta: sconfiggere il tycoon alle urne il 3 novembre. «Abbiamo bisogno di una vera leadership in questo Paese, una leadership che sia di nuovo affidabile e credibile», ha detto Biden, ribadendo come «in queste elezioni c’è in gioco la democrazia e l’anima, i valori del nostro Paese».

L’EMERGENZA CORONAVIRUS ENTRA IN CAMPAGNA ELETTORALE

Intanto l’emergenza coronavirus travolge la campagna elettorale, con entrambe i candidati democratici che hanno cancellato i primi comizi elettorali da quando è scoppiata l’epidemia. La serata elettorale infatti per entrambe doveva concludersi in Ohio, a Cleveland, ma le rispettive campagne hanno preferito annullare gli appuntamenti dopo l’appello del governatore a evitare ogni tipo di assembramento. Biden ha cancellato anche un comizio a Tampa, in Florida, mentre Donald Trump, in controtendenza, ha annunciato un nuovo evento per il 19 marzo a Milwaukee, in Wisconsin, dove lancerà la campagna “Catholics for Trump”.

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L’uscita di Warren può cambiare la sfida tra Biden e Sanders

La senatrice lascia la corsa dopo il disastroso Super Tuesday. Ma non scioglie le riserve sull'endorsement a Sanders o Biden. Che la corteggia esplicitamente.

Fiato sospeso nell’attesa di capire a chi Elizabeth Warren offrirà il suo endorsement e con esso anche i suoi delegati per le primarie democratiche. La senatrice del Massachussets lascia la corsa dopo i magri risultati del Super Tuesday ma senza sciogliere le riserve sul suo candidato favorito, tra i due sfidanti Bernie Sanders e Joe Biden.

«HO BISOGNO DI PIÙ TEMPO»

«Oggi non farò alcun endorsement. Non sono ancora pronta, ho bisogno ancora di un po’ di tempo», ha spiegato commossa, quasi in lacrime, in una conferenza stampa davanti a casa a Cambridge, Massachusetts, confermando il suo ritiro dopo il disastroso Super Tuesday in cui non ha vinto nessuno dei 14 Stati ed è arrivata addirittura terza nel suo.

«I CAMBIAMENTI ARRIVERANNO NEGLI ANNI A VENIRE»

L’abbandono è stato anticipato al suo staff con una telefonata. «È stata quella che non avrei mai voluto fare: non sarò più in gara ma la nostra battaglia non è finita», ha ammonito. «Rifiuto l’idea che la delusione impedisca a me o a voi di vedere quello che abbiamo realizzato: non abbiamo raggiunto il nostro obiettivo ma quello che abbiamo costruito insieme ha fatto una durevole differenza, non delle dimensioni che volevamo ma essa conta e i cambiamenti risuoneranno negli anni a venire».

«BLOOMBERG NON HA POTUTO COMPRARSI LE ELEZIONI»

Quindi ha tracciato il bilancio di una campagna «in cui siamo sempre stati pronti a lottare e, quando necessario, abbiamo lasciato il sangue e i denti sul pavimento: penso ad un miliardario al quale è stata negata la possibilità di comprarsi queste elezioni», si è vantata la senatrice, che nei dibattiti tv ha annichilito con i suoi attacchi Michael Bloomberg. La Warren, la prima a scendere in campo fra i democratici, aveva raccolto sostegni importanti alla sua piattaforma progressista, dalla famiglia Kennedy al New York Times che le aveva dato il suo endorsement, e per un certo periodo era stata la frontrunner della corsa. Poi Sanders ha messo la freccia conquistando la leadership dei liberal e ora spera di ereditarne i voti e il sostegno, trattandosi di piattaforme del tutto simili.

IL CORTEGGIAMENTO DI BIDEN

Ma non sembra così scontato, e non solo per qualche battibecco in campagna e la reciproca ostilità tra i rispettivi supporter. Anche per la Warren infatti la priorità è battere Trump e quindi l’eleggibilità del candidato dem: se scegliesse l’ex vicepresidente, probabilmente sarebbe la fine della corsa per Bernie, che da frontrunner ora si trova a fare l’inseguitore (566 delegati contro i suoi 501). Biden l’ha subito corteggiata con un tweet: «La senatrice Elizabeth Warren è la più fiera dei combattenti per le famiglie del ceto medio. Il suo lavoro a Washington, in Massachussetts e nella campagna elettorale ha fatto veramente la differenza nella vita delle persone. Avevamo bisogno della sua voce in questa corsa ed abbiamo bisogno che continui il suo lavoro al Senato».

TRUMP: «IL RITARDO DI WARREN COSTERÀ LA NOMINATION A BERNIE»

Silenzio per ora da Sanders, che però ostenta ottimismo: «Credo di avere ogni ragione di credere che vinceremo queste primarie e che possiamo battere Donald Trump». Ma il tycoon lo ha gelato: “Elizabeth ‘Pocahontas’ Warren ha appena lasciato le primarie democratiche… Troppo tardi, tre giorni dopo. È costato al pazzo Bernie almeno Massachusetts, Minnesota e Texas. Probabilmente gli costerà la nomination!». Biden invece ha potuto beneficiare del ritiro e dell’endorsement di due candidati moderati, Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, alla vigilia del Super Tuesday, e di quello di Michael Bloomberg subito dopo. Oltre che della regia discreta dietro le quinte di Barack Obama, come suggeriscono i media, anche se Biden nega: “Immaginate se mi avesse dato l’endorsement e avessimo vinto alla grande come è successo, avreste detto tutti che ho vinto grazie a Obama. Invece sto vincendo grazie a me. Me lo sta guadagnando da solo». Chissà se si guadagnerà anche quelli della più fiera dei combattenti per i ceti medi.

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Joe Biden, un cattolico per sfidare l’evangelico Trump?

L'elettorato statunitense fedele alla Chiesa di Roma potrebbe essere l'ago della bilancia nelle prossime elezioni nazionali americane. Così l'ex vicepresidente democratico può essere avvantaggiato in una eventuale sfida contro l'attuale inquilino della Casa Bianca.

Fra i diversi fattori di cui tener conto nello scenario politico americano e ancor più nella corsa alla Casa Bianca, c’è anche l’elemento religioso. Se pesano le componenti sociali e etniche, anche la fede dei singoli candidati può giocare il suo ruolo, e in ogni caso le diverse correnti del cristianesimo made in Usa influiscono sulle elezioni.

Di certo l’attuale presidente Donald Trump ha avuto nel sostegno degli evangelici bianchi della classe media, il suo zoccolo duro di consenso al momento del voto e anche negli anni successivi; si tratta di una base solida che crede ‘a prescindere’ in Trump, convinta che abbia una missione da compiere per salvare l’America da tutto ciò che la minaccia: migrazioni, meticciato, instabilità economica, globalizzazione, confronto-conflitto con la Cina. È pur vero che, in base agli ultimi sondaggi, anche nel fronte evangelico si è aperta qualche crepa: in particolare fra le donne che apprezzano sempre meno il machismo del tycoon, mentre nell’elettorato nero evangelico Trump non è mai stato troppo apprezzato.

Tuttavia il capo della Casa Bianca ha già iniziato la sua campagna presso gli evangelici partecipando a incontri, promuovendo appelli rivolti a quel segmento specifico di elettorato, diventando il paladino dell’identità cristiana più radicale, dai tratti a volte fondamentalisti. Trump cerca anche il consenso del movimento “pro-life” da sempre impegnato nella battaglia contro l’aborto nei singoli Stati e il cui fine politico ultimo è quello di capovolgere lo storico pronunciamento della Corte Suprema risalente al 1973, che di fatto apriva la strada – pur con alcune importanti limitazioni –  alle normative favorevoli al diritto di aborto per la donna anche in assenza di gravi motivi di salute (leggi pro choice). In questo modo Trump, come altri candidati e presidenti repubblicani negli ultimi decenni, ha intercettato anche una parte del voto cattolico, quello più impegnato nella contesa sull’aborto e più simile nella visione di un cristianesimo nazionale e identitario alla galassia evangelica.

L’ELETTORATO CATTOLICO DA SEMPRE AGO DELLA BILANCIA NEGLI USA

Ma le cose anche sotto questo profilo stanno cambiando: il cattolicesimo americano è sempre più ‘latino’ – una tendenza in corso da anni rafforzata dalle migrazioni da centro e Sud America – e ormai non più identificabile con un solo gruppo sociale o etnico. In questo scenario si sta affermando un nuovo possibile candidato di provata fede cattolica fra i democratici: Joe Biden. Quest’ultimo ha infatti vinto alla grande il super-martedì, ovvero la tornata delle primarie democratiche nella quale si vota contemporaneamente in diversi stati chiave per scegliere il candidato alla Casa Bianca. Secondo il Washington Post ora i democratici hanno un nuovo front runner, e anche se la corsa verso la nomination è ancora aperta – Bernie Sanders è battuto ma ancora forte e in gara – ora c’è un favorito. L’ex vice di Barack Obama, fra l’altro è stato portato al successo nel super-martedì dall’elettorato di colore.

Il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni

Biden è il classico cattolico liberal, non intransigente sulle tematiche bioetiche (nell’ottobre scorso un sacerdote gli ha negato la comunione per le sue posizioni pro choice in materia di aborto), e più in sintonia con il magistero della Chiesa sui temi sociali: a partire dall’attenzione verso i poveri e gli emarginati, i disoccupati e i senzatetto, passando per le migrazioni, le questioni legate alla tutela dell’ambiente, la critica rivolta alle speculazioni finanziarie. Senza contare che Biden è stato un sostenitore della riforma sanitaria voluta da Obama in base alla quale tutti hanno diritto a un minimo di assistenza per salvaguardare la propria salute.

Joe Biden con elettori democratici.

Biden  – che ha incontrato personalmente papa Francesco con il quale è in sintonia su diverse questioni – ha più volte fatto riferimento alla propria fede ricordando come pure grazia a essa sia riuscito a superare i gravi lutti che lo hanno colpito (ha perso la moglie e una figlia in un incidente stradale e un altro figlio per malattia). Si vedrà chi fra lui e Sanders (che pure ha avuto qualche anno fa un colloquio con il papa) alla fine la spunterà e si presenterà come sfidante di Donald Trump. Una cosa però è certa: il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni, tuttavia tradizionalmente quando si vota per la Casa Bianca, il candidato democratico o repubblicano che conquista la maggioranza dell’elettorato cattolico diventa presidente.

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Bloomberg si ritira dopo aver speso 570 milioni nelle primarie

Il miliardario ex sindaco di New York ha sborsato una fortuna di tasca propria in pubblicità senza riuscire a conquistare il pubblico. L'unica consolazione? La vittoria nelle Samoa. Ora appoggerà Biden.

Michael Bloomberg perde la sfida tra miliardari contro Donald Trump senza nemmeno dover entrare nel vivo della battaglia: l’ex sindaco di New York ha annunciato il ritiro dalle primarie democratiche. Nonostante una spesa di tasca propria di 570 milioni di dollari, Bloomberg non è riuscito a imporsi, e il D-Day del Super Tuesday si è rivelato una disfatta. La Virginia e l’Arkansas, gli Stati su cui più aveva scommesso, gli hanno girato le spalle per premiare Joe Biden. Il magnate dei media, con una fortuna stimata intorno ai 58 miliardi di dollari, ha garantito per il resto della campagna elettorale il suo sostegno proprio all‘ex vicepresidente di Obama.

LA SPESA DEGLI ALTRI CANDIDATI

Per fare un paragone, basti calcolare che Bernie Sanders per ora ha speso 55 milioni di dollari, Pete Buttigieg 36, Elizabet Warren 27, Amy Klobuchar 17 e Joe Biden 16. E questi candidati, a differenza di Bloomberg, non hanno tirato fuori i soldi dai loro portafogli ma tramite raccolte fondi.

LO SFOTTÒ DI TRUMP

Il risultato non è sfuggito al presidente americano, che da mesi si accanisce su ‘Mini Mike‘, come ama prenderlo in giro. «È il vero perdente della serata. Ha buttato via 700 milioni (esagerando la cifra, ndr) per niente. Le uniche cose che ha ottenuto sono il soprannome ‘Mini Mike’ e la totale distruzione della sua reputazione», ha twittato il tycoon al quale Bloomberg proprio non è mai andato giù.

Quasi in segno di sfida l’ex sindaco di New York ha seguito i risultati dalla Florida, da quella West Palm Beach dove si trova Mar-a-Lago e che tanto sta a cuore a Trump. Per Bloomberg, che finora non aveva mai perso una elezione a cui aveva partecipato, si tratta di una ‘sconfitta’ che brucia. Una sconfitta che si è disegnata nelle ultime giornate con il ritiro dalla corsa alla Casa Bianca di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar e il confluire dei loro voti sul moderato Joe Biden. Una catena di eventi imprevista e non ipotizzata quando Bloomberg ha deciso di scendere in campo solo tre mesi fa. Ma che ha cambiato radicalmente la dinamica della campagna elettorale, mettendo le ali all’ex vice presidente e frenando la marcia di Bernie Sanders verso la nomination.

LA VITTORIA NELLE SAMOA

L’unica consolazione per Bloomberg è stata la vittoria nelle isole Samoa. difficile che possa valere 500 milioni di dollari.

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Il Super Tuesday in 6 grafici: come hanno votato gli americani

Biden diventa il nuovo front runner delle primarie dem, spinto soprattutto dal voto afroamericano. Sanders tiene ma il suo "socialismo" non va oltre la California. Ora la palla passa ai primi Stati del Midwest che potrebbero cambiare ancora le carte in tavola. L'analisi.

Con ogni probabilità ci ricorderemo per diverso tempo il Super Tuesday del 2020. I sondaggi delle ultime settimane avevano fotografato un Bernie Sanders in ascesa con un affaticato Joe Biden a inseguire. Ma il voto in Sud Carolina e le successive 48 ore hanno dato uno slancio notevole alla candidatura dell’ex vice presidente che dopo il Super Martedì è balzato in testa nel numero di delegati, sorpassando il senatore del Vermont.

Quello del 3 marzo è stato anche un grosso banco di prova in vista delle presidenziali di novembre. Si è votato in 14 Stati con milioni di elettori chiamati alle urne e realtà molto diverse tra loro, basti pensare solo alla Bible Belt negli Stati del Sud o agli Stati dem per antonomasia come Massachusetts e California.

Per questo motivo gli exit poll e i dati raccolti aiutano a capire come si sono distribuiti gli elettori e che indicazioni utili si possono avere in vista della sfida di novembre. Biden si mostra come un candidato unitario, mentre Sanders tiene ma non riesce ad allargare la sua base.

I GIOVANI CONTINUANO A PREFERIRE SANDERS

Secondo i dati raccolti dal Washington Post è possibile vedere come gli elettori si sono posizionati in base alle caratteristiche personali. In particolare che l’elettorato maschile si è distribuito abbastanza equamente tra Joe Biden (36%) e Bernie Sanders (34%) lasciando a Michael Bloomberg (12%) ed Elizabeth Warren (9%) le briciole. Le elettrici invece hanno preferito l’ex vice presidente, seguito dal senatore del Vermont, mentre solo il 16% di loro ha votato per la candidata del Massachusetts. Se per un attimo prendiamo la lente di ingrandimento e andiamo ad osservare due tra gli Stati più rappresentativi, California e Texas, vediamo qualche differenza rispetto alla media di tutti gli Stati coinvolti. Ad esempio nel Golden State gli uomini hanno scelto in massa Sanders, 37% contro il 16%. Nel Lone Star State invece le differenza è stata meno marcata: 38 a 32.

In realtà i dati più interessanti riguardano l’età degli elettori. Secondo le rilevazioni ci sono due blocchi ben distinti: il primo va dai 18 a 44 anni e vota in maggioranza per Sanders (con una media del 52%). Il secondo segmento, dai 45 in su, ha preferito Biden anche se con numeri più contenuti. Il 42% della fascia 45-64 ha votato per l’ex vice di Barack Obama mentre gli elettori sopra il 65 anni sono stati il 48%.

Per quanto riguarda invece l’educazione c’è un dato mediano interessante. Il 33% di chi ha frequentato l’università ha scelto di votare per l’ex vice presidente contro il 25% di Sanders che potrebbe aver perso dei punti in questo segmento a causa di Warren che ha racimolato il 17% dei voti. I numeri invece appaiono molto più omogenei se si considerano tutti gli elettori con livelli di istruzione più bassi. Biden resta in testa col 37% ma il senatore del Vermont porta a casa il 35%.

BERNIE NON CAMBIA MARCIA TRA GLI AFROAMERICANI

I numeri più interessanti in realtà si notano se si guardano minoranze e gruppi etnici. Tutti gli Stati hanno confermato che la maggioranza degli afroamericani preferisce Biden. È stato votato da sette elettori su 10 in Alabama e Virginia e sei su 10 in Nord Carolina e Texas. In media il 57% di loro lo ha scelto, contro il 17% di Sanders e il 14% di Bloomberg. A questo proposito è significativo guardare a quanto successo in Virginia. Qui il 27% degli elettori è afroamericano e Bloomberg aveva investito 18 milioni di dollari in spot televisivi nello Stato contro i 360 mila dollari di Biden, ma alla fine il bilancio è stato impietoso, solo il 7% di loro ha scelto il miliardario newyorkese.

Per Sanders questo resta un duro colpo. Nel 2016, durante la campagna contro Hillary Clinton, il senatore aveva notato le profonde difficoltà a fare breccia nell’elettorato afroamericano e nel 2020 ha provato a correre ai ripari. Ha introdotto nella sua piattaforma idee per i college e università a maggioranza nera e individuato proposte per affrontare le disuguaglianze economiche dettate da pregiudizi razziali. In molti comizi ha anche fatto riferimento al suo movimento come una “coalizione multigenerazionale e multirazziale”. Ma tutto questo non è bastato. L’unica cosa che è riuscito a smuovere è stato il voto ispanico. Il 34% infatti ha votato per lui mentre solo il 24% ha scelto Biden. Percentuali che aumentano in Texas (dove il 31% dell’elettorato è ispanico), 45 a 24, e in California, 49% a 19%.

LA QUESTIONE IDENTITARIA: IL SOCIALISMO NON CONVINCE

Nell’analizzare il voto Matthew Yglesias e Zack Beauchamp hanno scritto su Vox che il voto del 3 marzo ha mostrato che l’equazione Biden uguale “moderati” e Sanders uguale “progressisti” non è così banale e infondata. Se è vero che gli endorsement da soli non decidono i destini del voto, è altrettanto vero che l’addio alla campagna di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar ha avuto avuto un certo impatto visto che i potenziali elettori non sono confluiti verso Warren o Sanders. Anzi, hanno mostrato che esiste un blocco moderato. Sotto l’aspetto dell’ideologia infatti chi si definisce moderato o conservatore e piuttosto liberal ha votato per l’ex senatore del Delaware (47 e 38%). Il 50% di chi invece si definisce molto liberal ha scelto invece Sanders contro il 18 di Biden. Il resto è andato a Warren (20%).

Guardando ai numeri un altro dato che salta all’occhio riguarda la differenza tra gli elettori che si definiscono democratici e indipendenti: il primo gruppo ha votato in massa per l’ex vice di Obama (41%), il secondo per il senatore del Vermont (36%). Scontato invece il rapporto degli elettori con la parola “socialismo“: il 45% di chi la vede come favorevole ha scelto Sanders, contro il 46% degli elettori che la vede come una cosa sfavorevole che hanno votato l’altro candidato.

PUNTI DI FORZA E ALTRI TEMI CALDI

Il prossimo appuntamento segnato sul calendario è il 10 marzo, quando altri sei Stati saranno chiamati alle urne. Nei prossimi giorni resterà da capire quale sarà il destino di Bloomberg e Warren, ma intanto sembra delineato un testa a testa finale tra Biden e Sanders. E i temi sul tavolo non mancano. Fino ad ora i candidati si sono cimentati negli Stati del Sud, o Stati complessi come California e Texas, ma all’appello manca ancora il Midwest, se si escludono Minnesota e Iowa che hanno già votato. La partita in quelle regioni è tutta da giocare, come dimostrano alcuni dati interessanti in materia economica e sanitaria, senza dimenticare il nemico comune Donald Trump.

Manifestazione contro la chiusura di una fabbrica a Lordstown in Ohio.

I temi che scaldano gli elettori dem riguardano soprattutto la questione razziale, la sanità, il cambiamento climatico e la disuguaglianza economica. Sui primi due Biden è piazzato bene con rispettivamente il 47% e 38% di elettori interessati a quei temi che lo hanno scelto. Discorso diverso per la disuguaglianza. Il 37% degli elettori che danno importanza alla lotta per redditi più equi ha scelto Sanders mentre solo il 29% ha preferito l’ex vice presidente. Tra gli Stati in cui si vota il 10 aprile ce ne sono alcuni che da anni affrontano situazioni difficili. Ben quattro, Nord Dakota, Michigan, Mississippi e Missouri, fanno parte di quella fascia di Stati americani che si trova a fronteggiare una bassa crescita dei salari accompagnata da un altrettanto lento aumento dei posti di lavoro.

Per entrambi i candidati sarà quindi un banco di prova chiave per capire la tenuta delle proprie piattaforme. C’è però un ultimo numero che rimescola tutte le previsioni. Secondo i dati raccolti Biden ha raccolto circa la metà dei suoi voti al Super Tuesday (il 49%) da elettori che hanno deciso chi votare solo negli ultimi giorni mentre il 36% di chi aveva già deciso ha scelto Sanders. Bisogna quindi vedere quanto durerà il “momentum” dell’ex presidente e se il fronte liberal si ricompatterà dietro al senatore del Vermont con il possibile addio di Warren.

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Ecco perché al Super Tuesday voto per Bernie Sanders

Se Joe Biden è riuscito a rinvigorire i moderati del partito democratico, il senatore del Vermont è carismatico e punta dritto ai problemi che affliggono questo Paese. Dopo quattro anni di Trump, se l’America deve cambiare, che cambi in meglio.

Alla fine eccoci: è arrivato il Super Tuesday in cui siamo chiamati a votare chi tra i dem potrebbe sconfiggere Donald Trump.

Sembra facile: dopotutto è stato il presidente peggiore del secolo, ne ha fatte di cotte e di crude. Ha superato un impeachment, ha distrutto tutto quello che (di buono) aveva fatto Barack Obama negli otto anni della sua presidenza; ha alienato gli Stati Uniti dal resto del mondo. Insomma, un disastro.

E finalmente si può votare una persona che lo cacci dalla Casa Bianca. E ripristini una volta per tutte ciò che di positivo gli Stati Uniti rappresentano. 

BIDEN HA RINVIGORITO I CENTRISTI DEM

Eppure credo che sia tutt’altro che una passeggiata scegliere chi potrebbe davvero riuscire nell’impresa. Il partito dell’Asinello si trova in una posizione difficile: c’è chi crede fermamente nella sua centralità, rinvigorita da Joe Biden – che lunedì ha raccolto i voti di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, i due candidati ritirati dalle Primarie – e chi crede che non sia il momento di proporre programmi estremi, almeno per gli Stati Uniti, come quelli di Elizabeth Warren e Bernie Sanders

LE DUE FACCE DELL’EX VICEPRESIDENTE

Joe Biden rappresenta un ritorno alla politica americana pre-Trump. Dopo quattro anni di incredibile smarrimento, è una certezza: l’America vera sta nel centro, senza nessuna esagerazione a destra come a sinistra. Biden ha un curriculum eccezionale, e non solo grazie a Obama di cui è stato il vice. È riuscito a far passare leggi importanti grazie alla sua capacità di accettare compromessi con i repubblicani. È riuscito a salvare le fabbriche automobilistiche; ha supportato il Violence against Women’s Act. Ed è in grado di intercettare il voto degli afroamericani e delle minoranze, fattore importante se non decisivo per vincere le primarie.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Ma anche dei lati oscuri: ha votato per la guerra in Iraq, è tra i responsabili della legge che ha fatto finire in carcere tantissimi ragazzi per crimini minori. Insomma, è un democratico di centro, bravo, ma non sempre convincente. Gli mancano, va detto, due cose importanti: il carisma di Obama e l’entusiasmo che potrebbe portare i giovani (che sono il vero punto interrogativo delle elezioni) a spegnere Netflix e andare a votare. Se fossi una persona coerente, forse voterei per lui. L’America post Trump ha bisogno di sicurezze, di stabilità. Di una persona che conosce bene come funziona Washington e che sa come e cosa proporre. Anche se è ben lontano dal fascino di Obama, ne sposa comunque la linea politica.

QUELLO DI SANDERS PER NOI È SOLO BUON SENSO

Eppure è difficile rimanere impassibili al programma e al carisma di Bernie Sanders. Soprattutto per noi europei che ci siamo trasferiti qui malgrado tutto. Ci sembra ovvio che la Sanità e l’Istruzione siano un diritto di ogni cittadino. Così come che la classe media abbia bisogno del sostegno del governo. Non si tratta di socialismo, parola che fa venire la grattarola a molti americani. Si tratta di senso comune. Da questa parte dell’Atlantico però significa votare per chi sembra essere un rivoluzionario, un outsider, e dopo quattro anni di destabilizzazione, mi chiedo se l’America sia pronta per altri quattro anni di confusione, di rivoluzione, o se sarebbe meglio ancora una volta votare per la solidità: cioè Biden.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

Questa volta però ho deciso di rischiare e scegliere Bernie. Perché siamo nel 2020 e il Pianeta sta andando a catafascio, perché ci sono ancora milioni di persone che muoiono perché non hanno accesso alle cure mediche. Perché Wall Street deve cominciare a contribuire al bene comune. Ma soprattutto perché se l’America deve cambiare, spero che cambi per il meglio. E che Dio mi benedica.

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Tutti contro Sanders: Trump si gode la rissa tra i dem

Il senatore del Vermont sotto assedio in vista delle primarie in South Carolina: gli avversari vogliono azzoppare quello che è ormai considerato il frontrunner. Il presidente Usa gongola: «Datemi un avversario».

Bernie Sanders sotto assedio nell’ultima sfida tv tra i candidati democratici alla Casa Bianca prima delle primarie in South Carolina (sabato) e del Super Tuesday (il 3 marzo). E non poteva essere diversamente, con i moderati sul palco che hanno tentato in tutti i modi di mettere in difficoltà il senatore socialista, attuale frontrunner e più che mai lanciato nella corsa alla nomination. Mentre Elizabeth Warren, l’altra candidata progressista, non potendo colpire Sanders per l’agenda simile alla sua è tornata a sferzare Michael Bloomberg, con l’ex sindaco di New York che ha dovuto nuovamente incassare le accuse di sessismo e discriminazione sul luogo di lavoro. Ma anche quelle di aver fatto affari con la Cina e di non voler svelare le sue dichiarazioni fiscali.

TRUMP GONGOLA: «DATEMI UN AVVERSARIO»

Il risultato è stata una serata caotica, di cui a tratti i moderatori hanno rischiato di perdere il controllo. Con la gioia del presidente Donald Trump e dei molti repubblicani che su Twitter hanno esultato per le divisioni all’interno del fronte avversario. Divisioni – e questa è anche la preoccupazione dell’establishment del partito democratico – che alla fine rischiano di avvantaggiare proprio il tycoon e la sua rielezione il prossimo 3 novembre. «Un dibattito da pazzi e caotico ieri sera. Datemi un avversario!», ha ironizzato su Twitter, dando ai dem una sorta di voto in pagella.

E con Trump è andato in scena anche un duello a distanza sulla vicenda del coronavirus, dopo che le autorità sanitarie federali hanno messo in guardia da un’impennata dei casi quasi certa anche negli Usa.

I DEM D’ACCORDO SUL CORONAVIRUS

E se i candidati dem – uno dei pochi punti su cui si sono mostrati d’accordo – hanno attaccato la gestione dell’emergenza da parte dell’amministrazione Trump, accusandola anche di aver tagliato i fondi alla sanità, il presidente non ci ha pensato due volte e ha risposto in diretta su Twitter: «La mia amministrazione sta facendo un grande lavoro, compresa l’immediata chiusura dei nostri confini a certe aree del mondo. Una misura a cui i democratici erano contrari». Il risultato, ha aggiunto, è che finora negli Usa non c’e’ stata alcuna vittima.

LE ACCUSE DI COMUNISMO A SANDERS

Sanders si è dovuto difendere dalle accuse di essere aiutato dalla Russia («non è vero») e di aver difeso la Cuba di Fidel Castro («ho detto le stesse cose di Obama»), ma soprattutto dal portare avanti un’agenda progressista che rischia di far vincere nuovamente Trump. «Putin vuole la rielezione di Trump ed è per questo la Russia ti sta aiutando», ha attaccato un Bloomberg leggermente più efficace e a suo agio rispetto al precedente dibattito televisivo. «Vi immaginate», ha aggiunto, «i repubblicani moderati che votano per Sanders? E se non succede questo non si vince contro Trump». Sulla stessa linea d’onda Pete Buttigieg: «Se la nomination andrà a Sanders avremo altri quattro anni di Trump, lo speaker della Camera sarà repubblicano e i democratici non riusciranno a riconquistare il Senato. Non è solo la presidenza che conta». In soccorso del senatore è arrivata la ‘collega’ Warren: «L’agenda progressista è molto popolare. Noi parliamo di come costruire il futuro. È questo quello che conta».

BIDEN PROVA A DARSI UNA SVEGLIATA

Più vivace del solito anche l’ex vicepresidente Joe Biden, che in South Carolina è ancora in testa ai sondaggi e si gioca già gran parte delle sue chance di proseguire la corsa. La sfida a Sanders è lanciata: «Sabato vincerò io, e conquisterò il voto degli afroamericani», ha detto, nella speranza di ricompattare la grande alleanza che portò al trionfo di Barack Obama. Ma nei sondaggi Sanders, che già lo sovrasta a livello nazionale, è in gran rimonta e fa paura.

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Chi è Amy Klobuchar, la sorpresa delle primarie Dem

La senatrice del Minnesota appoggiata dal Nyt ha battuto Biden e Warren nel voto in New Hampshire. E ora si contende con Buttigieg la leadership dei moderati.

La sorpresa delle primarie del New Hampshire è la senatrice moderata del Minnesota Amy Klobuchar, che si piazza terza quasi col 20% insidiando la leadership di Pete Buttigieg e vincendo nettamente la sfida tutta femminile con la più blasonata collega Elizabeth Warren, precipitata dal podio sotto il 10%. L’ascesa della Klobuchar era stata preannunciata dai sondaggi ma il suo è un vero e proprio exploit perché fa terra bruciata tra sé e Joe Biden, anche lui sotto la doppia cifra.

«Hello America, sono Amy Klobuchar e batterò Donald Trump», si è presentata ai fan, orgogliosa di aver ridefinito la parola «grit» (fegato) e di aver smentito le Cassandre: «Sono tornata e ho messo a segno il risultato. L’America merita un presidente resiliente come il suo popolo».

L’ENDORSEMENT DEL NEW YORK TIMES

Klobuchar 59 anni, senatrice del Minnesota al terzo mandato ed ex procuratrice, esprime il pragmatismo del Midwest e appartiene all’ala centrista e pragmatica del partito. Alla vigilia delle primarie ha ricevuto a sorpresa l’endorsement del New York Times, condiviso con la Warren.

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Primarie in New Hampshire, vince Sanders ma Buttigieg insegue

Bernie ha meno di due punti di vantaggio sull'ex sindaco di South Bend. Terza Klobuchar, Biden soltanto quinto: per lui e Warren nessun delegato. Si ritirano Bennet, Patrick e Yang.

«Abbiamo appena vinto le primarie del New Hampshire. Quello che abbiamo fatto insieme qui non è nulla di meno dell’inizio di una rivoluzione politica, Grazie a questa vittoria vinceremo anche le prossime», annuncia Bernie Sanders davanti a una folla di fan esultanti.

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Confermando i pronostici della vigilia, il senatore socialista si aggiudica il secondo turno delle primarie dem in New Hampshire con il 26%, staccando di meno di due punti Pete Buttigieg, ex sindaco di South Bend, che in Iowa lo aveva battuto di un soffio strappando due delegati in più.

Entrambi escono dalle urne rafforzati come i frontrunner della corsa e come i portabandiera delle due anime del partito, quella radicale e quella moderata. Vivendo nel vicino Vermont, Bernie aveva il vantaggio di giocare quasi in casa in questo piccolo stato bianco e progressista del New England, dove nel 2016 aveva trionfato col 60,40%, superando di 22 punti l’unica rivale, Hillary Clinton.

Oggi invece doveva fare i conti con un parterre di altri nove candidati che hanno disperso il voto, anche se due hanno già annunciato il ritiro: l’imprenditore di origine asiatica Andrew Yang e il senatore del Colorado Michael Bennet. A ore è atteso quello dell’ex governatore del Massachusetts Deval Patrick.

Può cantare vittoria anche Mayor Pete: «Avete scelto una nuova era di sfide con una nuova generazione di leader», afferma davanti ai suoi supporter, ringraziando il marito Chasten («l’amore della mia vita che mi tiene con i piedi per terra») e tutti i candidati, a partire da Sanders, «che ammiro sin da quando ero studente e rispetto». Poi è abile a fare appello anche agli indipendenti e ai «futuri ex repubblicani» per creare una coalizione «ampia, inclusiva». E ad attaccare Trump, «il presidente più divisivo della storia americana» che «ha compromesso la credibilità degli Usa nel mondo».

La sorpresa della serata è la senatrice centrista del Minnesota Amy Klobuchar, che si piazza terza quasi col 20% insidiando la leadership di Buttigieg e vincendo nettamente la sfida tutta femminile con la più blasonata collega Elizabeth Warren, precipitata dal podio sotto il 10%. L’ascesa della Klobuchar era stata preannunciata dai sondaggi, ma il suo è un vero e proprio exploit perché fa terra bruciata tra sé e Joe Biden.

«Hello America, sono Amy Klobuchar e batterò Donald Trump», si è presentata ai fan, orgogliosa di aver ridefinito la parola “grit” (fegato) e di aver smentito le Cassandre: «Sono tornata e ho messo a segno il risultato. L’America merita un presidente resiliente come il suo popolo». Debacle invece per la Warren, che non ha beneficiato neppure della vicinanza del suo Massachusetts e che ora dovrà riflettere se continuare il duello fratricida con Sanders per la guida dell’ala progressista.

Per ora tuttavia non getta la spugna, smentendo le previsioni di Trump che la dava di ritorno a casa per «bere una bella birra fredda col marito». La battaglia per «salvare la nostra democrazia è una battaglia in salita, ma la nostra campagna è costruita per una lunga distanza e abbiamo appena cominciato». La senatrice si è complimentata con Sanders, Buttigieg e Klobuchar, ma ha detto che «la battaglia tra fazioni nel nostro partito ha preso una svolta aspra nelle ultime settimane» e pensa di essere ancora la candidata migliore per unire i dem.

L’altro sconfitto (annunciato) della serata è il candidato moderato dell’establishment del partito, Joe Biden, che però è andato peggio del previsto, scivolando dal quarto posto in Iowa al quinto posto in New Hampshire con un imbarazzante 8,4%. L’ex vicepresidente, che partiva come favorito all’inizio della corsa, aveva messo le mani avanti preannunciando che dopo il colpo subito in Iowa ne avrebbe preso un altro in New Hampshire.

La batosta era così nell’aria che ha preferito ‘scappare’ ad urne aperte in South Carolina, che col Nevada è la sua ultime sue speranza di ‘backback’ grazie a neri e latinos. «La mia gara non è finita, siamo solo all’inizio, la comunità afroamericana e ispanica non si è ancora espressa», ha rilanciato. Ma il 3 marzo lo attende la prova del Super Tuesday, quando scenderà in campo anche il miliardario Michael Bloomberg, dato in decollo dai sondaggi sull’onda dei suoi spot milionari e già bersaglio dei tweet al veleno di Donald Trump.

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Alle primarie del New Hampshire si gioca il futuro dei centristi democratici

Dal Granite State dipendono le sorti dei moderati del partito dell'Asinello. Se Biden bisserà il tonfo dell'Iowa, rischia una catastrofe mediatica. Occhi puntati sull'outsider Buttigieg. E, in vista del Super Tuesday, su Mike Bloomberg. L'analisi.

I democratici si accingono al voto in New Hampshire tra mille incertezze.

Martedì prossimo, avranno infatti luogo le primarie nel cosiddetto Granite State, un appuntamento elettorale fondamentale.

Non tanto per il numero dei delegati in palio (sono appena 24) ma perché, contrariamente a quanto avviene in Iowa, in questo Stato si tengono primarie ibride: aperte, cioè, anche agli elettori indipendenti.

IN NEW HAPSHIRE IL VOTO È TRASVERSALE

Questo elemento garantisce la presenza di un voto potenzialmente trasversale che risulta solitamente dirimente per riuscire ad arrivare poi alla Casa Bianca. Se infatti nel caucus dell’Iowa si esprimono soltanto gli attivisti di partito, in New Hampshire conta invece molto di più il voto pragmatico (e meno quello ideologico). Al momento, la media dei sondaggi di Real Clear Politics dà in vantaggio Bernie Sanders con il 26% dei consensi, seguito da Joe Biden al 17%. Terzo risulterebbe invece Pete Buttigieg al 15% e quarta Elizabeth Warren al 14%. Si tratta ovviamente di dati che vanno presi con le pinze, soprattutto dopo che i risultati del caucus dell’Iowa hanno smentito gran parte delle previsioni della vigilia. Quel caucus dell’Iowa che, oltre all’eclatante confusione nello spoglio del voto, ha generato una profonda situazione di incertezza anche per l’intero processo delle primarie democratiche. 

Pete Buttigieg saluta i supporter a Portsmouth, in New Hampshire (Getty Images).

I DEM IN PREDA ALLE DIVISIONI INTERNE

Il sostanziale testa a testa tra Sanders e Buttigieg ha mostrato in primo luogo una situazione frastagliata e senza chiarezza all’interno del partito dell’Asinello: è quindi altamente probabile che l’intero processo delle primarie possa rivelarsi particolarmente lento e preda delle divisioni intestine. Il rischio è, cioè, il protrarsi di quel clima da guerra civile che sta ormai accompagnando la campagna elettorale dem da oltre un anno. E, per quanto sia prematura una previsione in tal senso, un simile scenario non fa che alimentare timori per quanto potrà accadere nella convention estiva di Milwaukee.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

L’AVANZATA DEGLI OUTSIDER CHE PREOCCUPA L’ESTABLISHMENT

In secondo luogo, non bisogna trascurare che, al netto delle differenze politiche, i due “vincitori” del caucus democratico dell’Iowa risultino degli outsider: figure, cioè, non propriamente gradite alle alte sfere dell’Asinello e che non hanno mai risparmiato critiche ai circoli politici di Washington. Un chiaro campanello d’allarme per l’establishment del partito, sprofondato da anni in una lacerante crisi di credibilità. Una crisi aggravata dal delirio organizzativo verificatosi in Iowa (si pensi solo alle numerose critiche piovute addosso, nelle ultime ore, agli alti funzionari dem). 

BIDEN INSIDIATO DA BUTTIGIEG

Adesso bisognerà capire quali reali speranze abbiano in New Hampshire Sanders e Buttigieg. Il primo stravinse in questo Stato durante le primarie del 2016 ed è per questo plausibile ritenere che possa replicare quel successo. Più incerta appare la situazione sul fronte centrista. Se è vero che, come abbiamo detto, i sondaggi diano Biden al secondo posto, è altrettanto indubbio che l’ottimo risultato dell’Iowa possa in realtà fungere adesso da spinta propulsiva per Buttigieg.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Se tradizionalmente le primarie democratiche del New Hampshire venivano vinte dai candidati vicini all’apparto del partito (Al Gore nel 2000, John Kerry nel 2004 e Hillary Clinton nel 2008), dal 2016 gli elettori locali sembrano invece mossi da sentimenti marcatamente anti-establishment. Ragion per cui, non si può escludere che Biden possa riscontrare delle difficoltà in questo territorio. Ricordiamo tra l’altro che, come l’Iowa, anche il Granite State risulti povero di minoranze etniche, le stesse su cui l’ex vicepresidente americano sta scommettendo molto, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali in Nevada e South Carolina.

L’EX VICEPRESIDENTE RISCHIA UNA CATASTROFE MEDIATICA

È quindi senz’altro vero che, sulla carta, Biden non abbia estremo bisogno di vincere in New Hampshire: i delegati, come detto, sono pochi e l’ex vicepresidente non ha certo necessità di incrementare la propria notorietà mediatica. Tuttavia il mesto quarto posto rimediato in Iowa lo costringe adesso a non sfigurare nel Granite State, perché, qualora dovesse registrare un’ulteriore performance deludente, ne scaturirebbe una catastrofe in termini di immagine. È infatti vero che tradizionalmente il caucus dell’Iowa mobiliti un tipo di elettore non propriamente in linea con le prospettive moderate di Biden. Ma non dimentichiamo che – fatta eccezione per Barack Obama nel 2008 – in questo Stato nelle ultime tornate abbiano sempre vinto candidati di tendenza centrista. Teniamo inoltre presente che, dal 2000, nessun candidato democratico che non ha vinto né in Iowa né in New Hampshire è riuscito a conquistare poi la nomination del proprio partito. 

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L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg.

LE MOSSE DI BLOOMBERG PER IL SUPER TUESDAY

Tra l’altro, Buttigieg non è l’unico contendente a turbare i sonni di Biden. Non dimentichiamoci infatti di Mike Bloomberg, che entrerà nella mischia il 3 marzo, in occasione del Super Tuedsay. La strategia dell’ex sindaco di New York è infatti quella di lasciare gli altri candidati a scannarsi nei primi appuntamenti elettorali e cercare di ottenere un buon risultato in California (che quest’anno ha anticipato le sue primarie proprio al 3 marzo). Sulla carta, la mossa ha un suo senso. Ma non dimentichiamo che Rudolph Giuliani, adottando una linea simile, fallì clamorosamente alle primarie repubblicane del 2008.

ELIZABETH WARREN IN AFFANNO

Infine, non poche preoccupazioni si registrano nel comitato elettorale di Elizabeth Warren. Non solo la senatrice si è dovuta accontentare di un terzo posto in Iowa ma, stando ai sondaggi, anche in New Hampshire non dovrebbe brillare. Il Granite State si configurerà quindi come una prova fondamentale per la sua campagna elettorale. Anche perché, fronteggiare un eventuale nuovo fiasco, potrebbe per lei rivelarsi particolarmente difficile.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata alle Primarie democratiche (Getty Images).

Come Sanders e Buttigieg, anche Warren riscontra problemi nell’attrarre le minoranze etniche. Una partenza troppo fiacca potrebbe quindi danneggiarla seriamente, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali negli Stati meridionali (dove Biden teoricamente dovrebbe risultare avvantaggiato). Non è certo possibile ancora dire che la campagna elettorale di Warren sia irrimediabilmente compromessa. Tuttavia un profilo spostato a sinistra come il suo avrebbe dovuto ottenere un risultato migliore in Iowa e quel terzo posto potrebbe pesare come un macigno sul suo futuro. Perché l’elettorato di sinistra, almeno per ora, sembrerebbe intenzionato a preferirle Bernie Sanders. 

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L’impeachment e il caos in Iowa picconano l’idea di democrazia in Usa

La posizione dei repubblicani nel processo per l'impeachment da un lato, i pasticci nel voto alle Primarie democratiche dall'altro alimentano la sensazione di impotenza. Anche le elezioni, unico modo per lasciarsi alle spalle questa amministrazione, si dimostrano fallimentari.

Sono arrivata da qualche giorno a Milano, e tutti, dal tassista al panettiere, mi hanno chiesto come va con Donald Trump in America. «Però l’economia va bene»: la conversazione finisce sempre così.

Mi rimane sempre un po’ di amaro in bocca quando sento dire che in fondo Trump ha fatto anche del bene. Un po’ come dire che in fondo i treni arrivavano in orario quando c’era quello là. L’amaro in bocca è dovuto anche al fatto che una certa disinformazione è arrivata fino a qui. Sì, perché, benché sia vero che per alcuni americani, specialmente dopo la riforma fiscale, le cose vadano benone, rimangono sempre i problemi della sanità, dei servizi finanziari federali per gli anziani, dei tagli (sempre più frequenti) a tutti i servizi sociali, per dirne solo alcuni.

Ma soprattutto, rimane un’America divisa, inquietante. Sembra ormai che le fondamenta della nazione che si autodefinisce la più democratica del Pianeta si stiano sgretolando. Per rendersene conto è sufficiente riguardare il discorso sullo Stato dell’Unione che Trump ha trasformato in un comizio provocando la dura reazione di Nancy Pelosi.

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Nancy Pelosi strappa il discorso di Donald Trump.

TRUMP HA CANCELLATO OGNI LIMITE

Tornando al processo di impeachment, che Donald Trump abbia agito in modo anticostituzionale, mettendo i suoi interessi personali (la vittoria alle prossime elezioni) prima degli interessi della nazione non è più in discussione. Che abbia fatto di tutto per intralciare la giustizia, nemmeno. Qualche repubblicano ha provato a dire che la sua vittoria nel 2020 è di interesse nazionale, che tutto quello che si fa per vincere, alla fine, lo si fa per interesse della nazione e non per motivi personali. Ma sono discorsi che non stanno né in cielo né in terra, anche i bambini lo sanno. Perché se fosse così, allora dove si stabilisce il limite da non oltrepassare

IMPOTENTI DAVANTI ALL’INGIUSTIZIA

Eppure, come ormai sappiamo tutti, i testimoni cruciali come John Bolton e Mick Mulvaney non sono stati ammessi al processo al Senato dando a Trump la certezza di cavarsela, anche questa volta. Sembra che malgrado tutti gli sforzi fatti dai democratici, non si riesca a fermare una persona senza scrupoli come questo presidente. Questo crea un senso di impotenza di fronte all’ingiustizia. Anche gli strumenti pensati per combatterla sembrano inefficaci.

I PASTICCI DEL VOTO DEM IN IOWA

Come se non bastasse, sono arrivati i pasticci delle votazioni in Iowa dove si svolgevano i caucus dem. A parte l’imbarazzo dei democratici davanti al disordine e alla confusione a cui assistiamo ancora oggi, la sensazione è che, ancora una volta, la democrazia ormai sia solo un ideale del passato. Si vota, ma non si riescono a contare le schede. Si cerca di dare voce al popolo sovrano, ma ci si trova di fronte a un fallimento, a all’impossibilità di avere risposte chiare. Chi vuole lasciarsi alle spalle l’era buia e controversa dell’amministrazione Trump, ha ancora un’ultima possibilità per farlo: votare contro, anche se ormai anche le elezioni sembrano presentare dei rischi.

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In Iowa si sono svolti i caucus democratici.

La prima cosa che i responsabili dei seggi dell’Iowa hanno chiarito, infatti, è che questo caos non è dovuto ad alcuna interferenza estera, ma a un malfunzionamento dell’app usata per votare. Perché sanno bene che il rischio di un’infiltrazione c’è ed è reale, ma non vogliono disilludere chi partecipa alle elezioni. Insomma, i due eventi più importanti degli ultimi anni, l’impeachment e le elezioni, per ora sembrano dare a questo Paese così diviso, più delusioni che risposte, più perplessità che certezze. 

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Perché Kamala Harris ha lasciato le primarie dem

La senatrice della California ha lasciato la corsa verso le presidenziali. Negli ultimi mesi sondaggi in calo. Tra le motivazioni per l'addio la mancanza di fondi.

La campagna elettorale americana perde una stella che ha brillato per troppo poco tempo: la senatrice dem californiana Kamala Harris, 55 anni, definita da molti “l’Obama donna”, ha annunciato a sorpresa il suo ritiro. Per mancanza di fondi, come lei stessa ha spiegato, anche se questa non sembra l’unica ragione.

«Ho fatto il punto ed esaminato la situazione da tutti gli angoli e negli ultimi giorni sono arrivata ad una delle decisioni più difficili della mia vita: la mia campagna semplicemente non conta sulle risorse finanziarie necessarie di cui abbiamo bisogno per continuare», ha scritto in una mail. Poi l’annuncio su Twitter, con il monito che «continuerò a combattere ogni giorno per gli obiettivi di questa campagna: giustizia per la gente. Tutta la gente».

E pensare che nelle prime 24 ore dopo l’annuncio della sua candidatura, lo scorso 21 gennaio, aveva raccolto 1,5 milioni di dollari, superando per numero di contributi online il record di Bernie Sanders nella precedenza campagna. Segno dell’entusiasmo che aveva acceso nella base dem, scalando lentamente i sondaggi, col sogno di diventare la prima donna, peraltro di colore, a infrangere quel soffitto che Hillary Clinton aveva solo sfiorato.

INUTILE LA PARTENZA A RAZZO NEL PRIMO DIBATTITO DEM

La senatrice, una delle più acerrime nemiche di Donald Trump, soprattutto sul fronte dell’immigrazione, aveva fatto il grande balzo a fine giugno, dopo il primo dibattito dem in cui aveva attaccato Joe Biden per essersi vantato di aver collaborato in passato con alcuni senatori segregazionisti. La candidata era salita sul podio dei sondaggi, terza dopo Biden e Sanders. Sembrava il suo momento, ma non è durato. La senatrice ha perso terreno in estate finendo prima nel gruppo intermedio e poi tra i fanalini di coda, lasciando suo malgrado il testimone ad un’altra donna: la senatrice Elizabeth Warren, da alcuni mesi tra i frontrunner.

I LIMITI DELLA CANDIDATURA

Eppure Harris sembrava avere tutte le carte in regola per arrivare sino in fondo alla corsa. Figlia di immigrati (indo-americana la madre, giamaicano il padre), è stata il primo attorney generale donna in California e la sua età ne faceva il ponte ideale tra la generazione dei candidati più anziani e di quelli più giovani. Ma la sua energia e la sua piattaforma progressista (senza i radicalismi della Warren) non si è tradotta in una candidatura solida, scontrandosi anche con le carenze organizzative e strategiche di una campagna presieduta dalla sorella.

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