Chi sono i vincitori del premio Nobel per l’economia 2019

Premiati Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer per gli studi sperimentali nella lotta alla povertà globale.

Il premio Nobel per l’economia 2019 è stato assegnato congiuntamente agli economisti Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer per il loro approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale.

Banerjee, 58 anni, è indo-americano e lavora al Massachusetts Institute of Technology (Mit). Duflo, 47 anni, è franco-americana e anche lei lavora al Mit. I due sono sposati e Duflo è la più giovane studiosa ad aver vinto il Nobel per l’economia. Kremer, 54 anni, è americano e insegna all’Università di Harvard.

(notizie in aggiornamento)

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Aumentano i poveri: 75mila persone aiutate in pochi anni

di Francesco La Monica

Circa 75mila persone aiutate in pochi danni. Dati allarmanti quelli forniti dalla Caritas diocesana di Salerno che ha presentato il dossier “La voce dei numeri” che ha analizzato i dati raccolti dai vari servizi della Caritas territoriale sulle maggiori emergenze in termini di povertà, emarginazione e integrazione. «Per aiutare chi è in difficoltà è necessario un centro di ascolto, che deve essere presente in ogni comunità. Un luogo di relazione, fondamentale per aprire il nostro cuore agli altri», ha dichiarato don Marco Russo, direttore della Caritas di Salerno Campagna Acerno, nel corso della presentazione del dossier su povertà e risorse “La voce dei numeri”. All’interno del dossier è presente un’analisi su tutti i dati raccolti dai vari servizi della Caritas effettuati sul territorio sulle maggiori emergenze in termini di povertà, emarginazione e integrazione, che oggi affliggono gran parte della provincia. Attraverso la missione della Caritas diocesana, la Chiesa salernitana ha messo in campo progetti, interventi e strutture al fine di alleviare le sofferenze degli ultimi e dei dimenticati. Inoltre – come svela Don Marco Russo – all’interno del dossier sono riportati tutti gli interventi effettuati e i servizi offerti alla comunità a partire dal 2007: «Nella nostra Diocesi sono state ascoltate, in questi anni, ben 74404 persone, sia italiane che straniere. Il nostro dormitorio, in un anno, ha dato ospitalità per 4150 volte, in cui sono state servite 4319 cene e offerte 4288 docce». Inoltre, nel 2008 è nata la scuola della carità, in cui sono passati oltre 500 volontari desiderosi di dare il proprio contributo. «In un’epoca dove la povertà è in crescita esponenziale, abbiamo l’obbligo di creare sempre più servizi che possano alleviare le sofferenze della comunità – ha poi aggiunto il direttore della Caritas di Salerno – E’ necessario togliere i bisognosi dall’isolamento, perché un problema, se vissuto da solo, diventa un vero e proprio macigno». Presente anche l’arcivescovo di Salerno, Monsignor Andrea Bellandi: «Viviamo una realtà di sofferenza a diversi livelli, molto presente anche nel tessuto della società salernitana. Sofferenza dovuta a molti elementi e dimensioni, come le difficoltà economiche, la solitudine e la difficoltà nel trovare lavoro». Per Bellandi, la Caritas e le istituzioni non possono essere la panacea di tutti mali, ma possono e devono fare la propria parte: «Nel caso specifico, la Caritas deve accogliere e rispondere ai bisogni concreti e alle emergenze umane che, purtroppo, sono all’ordine del giorno». Per l’arcivescovo di Salerno, eliminare «del tutto la povertà è una pura utopia, che diventa dannosa nel momento in cui si intende delegare i problemi alle istituzioni, lavandosi le mani dal bisogno che bussa alla nostra porta». E ancora: «Spesso i problemi derivano anche dalla povertà d’animo e da quella culturale. Questi diversi aspetti di povertà, gioco forza, incidono sui principi umanitari di accoglienza, integrazione e solidarietà sociale», ha aggiunto monsignor Bellandi.

Consiglia

Per Oxfam in Italia chi nasce povero resta povero

Lo studio certifica che ai figli del 10% più indigente della popolazione servono cinque generazioni per arrivare al reddito medio nazionale.

L’ascensore sociale in Italia è bloccato e chi nasce povero resta povero. Sono queste le evidenze che emergono da uno studio Oxfam, dal quale si apprende che i «figli delle persone collocate nel 10% più povero della popolazione italiana, sotto il profilo retributivo, ad oggi avrebbero bisogno di cinque generazioni per arrivare a percepire il reddito medio nazionale». Il dossier rivela anche che «un terzo dei figli di genitori più poveri è destinato a rimanere al piano più basso dell’edificio sociale, mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale».

«I RICCHI SONO FIGLI DEI RICCHI E I POVERI FIGLI DEI POVERI»

«Viviamo in un Paese in cui ricchi sono soprattutto i figli dei ricchi e poveri i figli dei poveri, con rischi per la tenuta sociale e rottura del patto generazionale», ha commentato Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. E se l’istruzione offre minori garanzie di emancipazione sociale, le origini familiari hanno impatti non trascurabili sulle retribuzioni lorde dei giovani: il figlio di un dirigente ha oggi un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato, che abbia concluso un ciclo di studi di uguale durata.

NEL DEF CALANO GLI INVESTIMENTI PER L’ISTRUZIONE

Nell’ultimo Def, sottolinea il rapporto, l’investimento nell’istruzione per il 2020 scende al 3,5% del Pil (dal 3,7% del 2017) con «accentuati squilibri nella qualità dell’offerta formativa, nonché una forte incidenza degli abbandoni precoci». La diseguaglianza poi innesca contraccolpi nel mercato del lavoro: nel 2018 circa il 13% degli occupati tra i 16 e i 29 anni era working poor, ossia membro di una famiglia con reddito inferiore al 60% di quello medio nazionale. Un fenomeno che vede i giovani «penalizzati da quasi 40 anni nei livelli delle retribuzioni annue medie, rispetto agli occupati più anziani e che va di pari passo con la proliferazione di contratti di breve durata e il boom degli occupati in part-time involontario che ha visto un incremento di 1.500.000 di unità nel decennio 2008-2018».   

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