Salvini & Co sbagliano: Draghi non si farà imbrigliare

Le opposizioni spingono per elezioni a breve puntando sulla candidatura dell'ex presidente della Bce. Ma un uomo come lui, in sintonia con il capo dello Stato, non si farebbe imprigionare da qualche decina di facinorosi di Lega e FdI. Lo prendessero chiavi in mano. E dopo la sua cura si vedrà quale forza politica sopravviverà.

Ci sono due virus minori che infestano l’Italia. L’uno, innocente, è la voglia di ottimismo che trasforma pochi dati positivi in segnali eclatanti di svolta con seguente richiesta di tornare alla normalizzazione.

Il secondo, il peggiore, è che le forze politiche di opposizione si sono fatte il film di un rapido ritorno alle urne e così iniziano a bombardare il fragilissimo quartiere generale con ogni mezzo.

Pensate che oggi Libero è così spudorato da trasformare in vittime, non delle loro incapacità, le due regioni focolaio del coronavirus e di additare il Sud, stavamo scarsi, nuovamente come un pericolo nazionale.

ORA UNA CAMPAGNA ELETTORALE SAREBBE SANGUINOSA

Una osservazione anche superficiale delle cose dice, invece, che i segnali di ottimismo ci sono ma vanno molto soppesati prima di dare il “tana liberi tutti” e che il quadro politico è tutt’altro che indirizzato al voto subito. Una campagna elettorale oggi sarebbe sanguinosa. Sbagliano le destre a dimenticare che le piazze e le tivù possono essere riempite dalle cialtronerie dette da Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Attilio Fontana e Luca Zaia. Lì c’è un repertorio di dilettantismo persino criminale. Sbagliano quando pensano che a una opinione pubblica che desidera più sanità pubblica si potrà opporre il modello Formigoni, cioè spartizione fra pubblico e privato dei fondi, ma le rogne solo al pubblico.

DRAGHI NON SI LASCERÀ IMBRIGLIARE DAI FACINOROSI

Il Paese è stato immobilizzato dall’invidia di Salvini verso Luciana Lamorgese che con poche parole ha tenuto l’Italia in pugno. E poi se proprio dovesse cadere Giuseppe Conte, ci sarebbe Mario Draghi. Draghi è anche candidato delle destre. Ma le destre si illudono se pensano che un uomo come lui, in sintonia con il capo dello Stato, si farebbe imprigionare da alcune decine di facinorosi che in parlamento urlano in nome della Lega o di Fratelli d’Italia. Draghi ve lo prendete chiavi in mano e dopo la cura Draghi si vedrà quale forza politica sopravviverà. La destra può vincere solo se Salvini segue il consiglio di Vittorio Feltri e accende l’Italia. Vincerà in un Paese bruciato che non saprà che farsene di lui e di Feltri, inseguiti dai forconi della loro stessa gente.

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Conte: «Se l’Ue non è coesa, non sarà competitiva»

Il premier italiano alla tivù tedesca: «Non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia». E su Angela Merkel: «Abbiamo espresso due visioni diverse».

Giuseppe Conte protagonista anche sulla tivù tedesca. In Germania, però, il nostro premier non interrompe le trasmissioni per presentare e spiegare un nuovo decreto. È invece protagonista di un’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. «Io e Angela Merkel abbiamo espresso due visioni diverse durante la nostra discussione», ha spiegato il primo ministro italiano secondo quanto anticipato. «Ne approfitto e lo dico a tutti cittadini tedeschi: noi non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia», ha continuato riferendosi alla lotta al coronavirus.

«SE NON SIAMO COESI NON SAREMO COMPETITIVI»

Conte ha poi sottolineato che dell’emergenza non è responsabile nessun singolo Paese: «Non si tratta di tensioni finanziarie», ha detto per poi lanciare una provocazione all’Unione Europea: «L’Ue come risponde? L’Ue compete con la Cina, con gli Usa che hanno stanziato duemila miliardi per reagire, in Ue cosa vogliamo fare? Ogni Stato membro vuole andare per conto suo?». Secondo il primo ministro italiano, infatti, se la reazione non sarà coesa, vigorosa, coordinata, l’Europa diventerà sempre meno competitiva nello spazio globale di mercato. E sui Coronabond: «Vorrei ricordare che questo meccanismo, le obbligazioni in euro, non significa che i cittadini tedeschi dovranno pagare anche solo un euro di debito italiano. Significa solo che agiremo insieme per ottenere migliori condizioni economiche, di cui tutti beneficiano»

M5S: «LA SOLUZIONE È L’EMISSIONE DI EUROBOND»

Una teoria sposata dal Movimento 5 Stelle che in una nota congiunta dei suo portavoce in Commissione Politiche Ue dice: «In vista del vertice del 7 aprile auspichiamo che risulti vincente la proposta del governo e del premier Conte di costruzione di un’Europa più solidale e giusta. È il momento della svolta. Servono nuovi strumenti per sopperire a questa crisi sanitaria ed economica ed insistiamo nel dire che la soluzione non passa per il Mes ma per l’emissione di eurobond».

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All’Italia ora serve un De Gasperi e noi abbiamo Draghi

Questa Europa si sta suicidando. Contro lo schiaffo di Paesi come l'Olanda, la Danimarca, la Repubblica Ceca serve una reazione decisa. E questo governo non è forte abbastanza. Per questo abbiamo bisogno di un uomo di talento e carisma come l'ex presidente della Bce.

Nella raccolta, postuma, degli ultimi scritti di quello storico geniale che fu Tony Judt, sua moglie, Jennifer Homans, curatrice del bellissimo volume (Laterza), mette d’apertura una citazione attribuita a John Maynard Keynes che dice così: «Quando i fatti cambiano, io cambio opinione. Lei cosa fa?».

La domanda retorica ce la dobbiamo porre noi europeisti sfegatati di fronte all’ennesimo e più crudele fallimento di questa mostruosa impalcatura fitta di banchieri e burocrati ma senza anima e senza popolo.

SENZA CORONABOND NON SI RIPARTE

Carlo Cottarelli si sforza di dirci che con il Quantitative easing noi italiani possiamo ottenere risorse importanti, ma poi tace sul fatto che senza i coronabond noi Paesi più feriti dalla pandemia non abbiamo la possibilità di fare nuovo debito per dare soldi cash ai cittadini, evitare le rivolte del pane e domani fare un ricostruzione di proporzioni gigantesche. Dobbiamo, invece, come Paesi del Sud Europa, passare gli esami a cui vogliono sottoporci con parole ignobili alcuni miserabili cialtroni, ministri di Paesi canaglia come l’Olanda, cioè Paesi che lucrano sul fatto di essere sede dell’evasione mondiale.

LEGGI ANCHE: La Ue e il messaggio (non recepito) di Draghi sul coronavirus

Devo dire che ho trovato la reazione italiana francamente debole. Non si protesta come se ci si fosse trovati di fronte a un rutto dopo un cena di gala. Qui il nostro Paese e tutti quelli sofferenti dell’Europa del Sud sono stati mortalmente offesi. Perché non ritirare gli ambasciatori fino a ottenere le scuse formali e l’allontanamento del personaggio nazisteggiante che ha pronunciato frasi così indecenti?

I TRE FRONTI DELL’ITALIA

Noi stiamo combattendo su tre fronti. Il primo è quello del contenimento e della ipotetica sconfitta del virus. Lo facciamo contando sulla disciplina dei nostri concittadini, che tutto sommato c’è, e sul lavoro di medici e infermieri e tutti coloro che garantiscono la cura della nostra vita. Il secondo fronte su cui c’è un ritardo pazzesco è una discussione programmatica, direi riformista, su quale debba diventare il profilo economico-industriale-civile del Paese. Infine il tema delle alleanze internazionali. Dopo una guerra si verifica lo stato delle alleanza. Noi che c’entriamo con l’Olanda, la Danimarca, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia, mezza Germania? Il nostro mondo è al Sud dell’Europa, deve sperare nell’amicizia con la Francia, deve sperare in un cambio a Londra e Washington per allacciare rapporti transatlantici che con Donald Trump non sono stati possibili.

AL NOSTRO PAESE SERVE MARIO DRAGHI

L’Europa che c’è, e su cui abbiamo speso parole e cuore, e che abbiamo difeso dalle parole offensive di Matteo Salvini, questa Europa non c’è più. Si è suicidata come nella Grande abbuffata. Sarà difficile sciogliersi da questa Europa, avremo difficoltà e danni ma anche per loro sarà difficile vivere di evasione fiscale, prostituzione e tulipani, in compagnia del regime che più si avvicina al fascismo come quello di Viktor Orban che ha oramai esautorato il parlamento. Serve ai nostri governi un gesto forte. Saranno in grado di farlo? Temo di no. Molti pensano che un gesto forte lo possa fare un uomo di molti talenti e di grande carisma, magari non nella direzione che io sto suggerendo ma nella direzione di imporre un maggior rispetto per l’Italia. Sono fra quelli che ha seguito passo passo Giuseppe Conte sottolineando gli errori e le tante cose giuste. C’è un momento in cui un Paese ha bisogno di De Gasperi. Noi ce l’abbiamo, è Mario Draghi. Io non c’ero all’epoca, neppure come giovane comunista, ma da anziano comunista dico oggi senza remore che meno male che ci fu lui e che vinse lui. Fu un bene per tutti, anche per la sinistra.

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La Bce non può fare come la Fed, sostenerlo è demenziale

Gli Stati Uniti sono una nazione da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Chi pensa al loro modello deve sapere che come minimo serve un superministero Ue dell’Economia che, se necessario, possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi.

La fine dell’avventura europea è il rischio che incombe sull’Italia e su altri, e sull’intero quasi secolare progetto europeo (incominciò già prima del 1950), se l’eccezionale peso economico che il coronavirus ci costringe a pagare non vedrà un minimo indispensabile di unità e solidarietà. Gli europei si ricorderanno chi c’era e chi non c’era nel momento del bisogno, ha ammonito il 26 marzo di fronte a un Europarlamento vuoto (erano quasi tutti in teleconferenza, dati i tempi), la presidente della Commissione dell’Unione europea, l’ex ministro tedesco Ursula von der Leyen.

Poi la Realpolitik della scena interna tedesca l’ha costretta a una marcia indietro, faremo la nostra parte, ma no eurobond/coronabond, parola vietata in Germania e altrove. E poi ancora un’altra correzione, a fronte dell’irritazione italiana e non solo: faremo comunque qualcosa di importante. Presto, si spera.

Non è che in 70 anni si sia fatto poco per avvicinare i popoli europei, impresa lunga e contrastata come si è visto, svaniti gli entusiasmi iniziali. Tutt’altro. Ma ora, aldilà della facciata dell’Unione che rimarrebbe chissà quanto a lungo, è in gioco la sostanza, e c’è il rischio di un rapido svuotamento. È già vuota, dicono molti all’attacco della Ue in Italia, espressione più nota i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni e i loro più tipici collaboratori, alla Claudio Borghi.

Tutti questi però si guardano bene dal chiedersi e dal chiedere alle folle a che punto sarebbe la situazione finanziaria, italiana e di altri, e il nostro spread, senza l’euro e gli acquisti illimitati della Bce. Giocano solo sul negativo, sull’Europa matrigna, non dicono dove e come piantare le tende andando via dall’Europa alla riscoperta della vera madre nazionale, e nazionalista. Si fermano qui, al nazionalismo puro e semplice, e inarticolato. Sono leader?

L’ITALIA NON È SOLA COME LA GRECIA

Esistono invece possibili vie d’uscita che, ma qui non resta che incrociare le dita, potrebbero offrire risposte positive all’appello della von der Leyen (in sintesi un «occorre agire insieme da europei»), ma con alla fine, fuori dall’emergenza, una gestione più europea delle politiche di bilancio, un patto di stabilità rafforzato e non solo, un potere centrale vero e proprio che ci dice che cosa non va nel nostro bilancio e alla fine, se lo ritiene, se appoggiato dal Parlamento europeo, ci obbliga a cambiarlo. Ci piacerà?

Come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini

Sarebbe infatti un’ulteriore e grossa cessione di sovranità per tutti. Negli ultimi giorni è emerso per l’Italia un dato non disprezzabile in questi tempi terribili: non siamo soli come la Grecia alcuni anni fa, ma esiste un fronte con gli iberici, l’appoggio della Francia e altri disposti a sfidare il rigore nordico, comprensibile in termini contabili, suicida in termini politici. Una mediazione tra le due logiche è urgente, e il Consiglio Ue ha accettato il 26 maggio due settimane di tempo, chiamando “rinvio” quello che è stato per ora un fallimento. Ma tutto è affidato a Giuseppe Conte e a Roberto Gualtieri, all’appoggio che Mario Draghi ha lanciato loro con la sua uscita sul Financial Times, alla sagacia di uomini e donne dell’Economia e della Farnesina e dei loro omologhi in alcune altre capitali, alla mediazione di Bruxelles e Francoforte, e al buon senso di tutti.

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Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Per l’Italia non è semplice però invocare uno sforzo corale mentre al governo e all’opposizione ci sono forze che hanno compiuto grandi balzi in avanti nel 2018 grazie a facili promesse elettorali incompatibili con gli impegni di bilancio. Quando la nebbia si alzerà sulle paludi del miasma virale sarà chiaro, è questione di settimane, come e quanto la pesantezza del conto economico potrà cambiare gli italiani. L’Italia è oggi uno dei due simboli dello scontro in corso fra i partner dell’Unione. L’altro è la Germania, con in avanscoperta l’Olanda. Ma come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini, e dire,cosa nota, che sono come al solito rigidi, craponi e ottusi. Tedeschi, insomma.

IL PESO DEI LANDER ORIENTALI DELLA GERMANIA

Per capire l’ascendente dei sentimenti neonazionalisti tedeschi applicati ora al caso Unione europea occorre mettere insieme due grandi episodi della storia tedesca ed europea recente e due unioni monetarie, quella fra Germania Ovest e Germania Est del 1991 e il progetto euro avviato a Maastricht nel dicembre dello stesso anno e perfezionato nel 1998 con la molto discussa – in Germania soprattutto – inclusione dell’Italia. Fu tenacemente voluta da Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi e molti altri, e dal cancelliere Helmut Kohl, ma non certo dal suo intero governo, come i documenti ottenuti nel 2012 dallo Spiegel hanno dimostrato. E per niente dal suo sfidante al voto del 1998, Gerhard Scrhöder, che vinse e lo spodestò anche a causa dell’euro, come Kohl scriverà nelle sue memorie, senza peraltro rinnegare l’euro, tutt’altro.

I nazionalpopulisti tedeschivogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco

In pochi anni molti  tedeschi dell’Ovest furono spesso spaventati due volte, e la seconda volta più ancora quelli dell’Est, e naturalmente tutti si ricordano molto più queste paure che non i vantaggi ottenuti e regalati al Paese da chi ha voluto queste mosse, Kohl essenzialmente. Furono spaventati dai costi di un’unione monetaria 1 a 1 con la vecchia e inesistente valuta orientale, e dai costi di un euro che sostituiva il loro solidissimo deutsche mark. Era stata questa moneta la bandiera della rinascita tedesca dal 1948, simbolo di una nuova Germania fondata sul successo economico e non più sul militarismo, perno monetario dell’Europa, una Germania pienamente occidentalizzata come Konrad Adenauer, il grande renano sempre sospettoso della Prussia, aveva tenacemente voluto.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. GETTY.

Questa profonda occidentalizzazione, naturale da tempo nella Germania renana e meno altrove, è però del tutto ovviamente mancata dal 1945 al 1991 ai sei Länder orientali. Per loro l’unificazione tedesca è stato il ricongiugimento al sognato deutsche mark, e a questo molti di loro sono rimasti, a una moneta tedesca, un sogno tedesco, un nazionalismo tedesco. Sanno poco del progetto europeo, costretti come erano al tempo a suonare un’altra campana. Per il 20% circa e forse più sono sostanzialmente neonazisti o comunque “giustificazionisti”, per il resto nazionalisti o nazionalpopulisti. Sostanzialmente antieuropei come ogni buon nazionalista, vogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco. Sono arrivati al Bundestag, prima assenti, con ben 94 deputati nel 2017 quando democristiani e socialdemocratici ne perdevano 65 e 40. Non si può genericamente imprecare contro la Germania, come molti in Italia stanno facendo oggi, senza sapere queste cose. Sapendole, si può continuare a imprecare se si vuole, c’è spazio per farlo, ma non più da sprovveduti.

LA BCE NON PUÒ ESSERE COME LA FED, CHI LO DICE NON CONOSCE LA POLITICA

Quanto a noi, abbiamo rispettato alcuni aspetti delle regole Ue di bilancio, quelle dell’avanzo primario in sostanza, ma non abbiamo quasi mai imbrigliato la dinamica crescente del debito, anzi. E le previsioni di molti, tedeschi e altri, ministri deputati e alti funzionari, sono state confermate. Non solo, abbiamo leader politici di primo piano e loro accoliti che continuano a sparare fesserie colossali, e di successo direbbero i sondaggi.  «Il gioco è sempre lo stesso, i tedeschi vogliono far pagare il debito pubblico italiano ai risparmiatori italiani», tuona la Meloni. A parte che non si tratta in senso stretto di pagare nessun debito, ma di invertirne la tendenza, chi dovrebbe sopportare il grosso di questa operazione, i tedeschi, o altri? È logico che il ruolo principale spetterà agli italiani. O no?

Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni

E ancora Meloni: «Se la Ue fosse una cosa seria, sul modello degli Usa, ci penserebbe la Bce che, come la Fed, dovrebbe avere il compito di garantire la crescita e favorire il lavoro». Oh pensosa, americanista signora! Qui siamo alla demenza, anche se la frase è da tempo ripetuta da molti, al bar soprattutto. Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Una Bce come la Fed? Come minimo serve un superministero Ue dell’economia che se necessario possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi o altrove, naturalmente con un europarlamento che lo giustifichi democraticamente. Le starebbe bene, signora?

uscita italia euro conseguenze borghi
Claudio Borghi.

Noi continuiamo a mettere in campo gente come il Borghi, mai sufficientemente sbertucciato tanto le spara grosse, che sa solo fare battute e avanzare proposte lunatiche. Nei giorni scorsi Ferdinando Giugliano, economista e commentatore di buon livello, invitava via tweeter a riflettere su quanto già Bce e Bruxelles fanno da giorni per sostenere i Paesi europei e sull’importanza degli acquisti di titoli per l’Italia, e parlava di «…credibilità e potenza di fuoco della Bce». Tweet beffardo di Borghi in risposta, quattro parole: «credibilità…potenza di fuoco…». Ogni commento è superfluo. O Borghi, proviamo a farne a meno? «Sono abbastanza indigeno», scriveva nel 1946 Corrado Alvaro, dimenticato oggi forse perché troppo sincero nella denuncia dei mali nazionali e regionali italiani, «per rendermi conto dell’animo con cui i miei connazionali lavorano inconsciamente a rovinarsi la reputazione».

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La polemica tra Regione Lombardia e governo del 29 marzo

Proseguono le polemiche tra Regione Lombardia e governo. Per Boccia «Nessuno ce l'avrebbe fatta da solo». Ma Caparini replica: «Eresia, il governo è incapace di gestire l'ordinarietà, figurarsi l'emergenza».

Ancora uno scontro tra Regione Lombardia e governo sulla gestione dell’emergenza coronavirus. Ancora un attacco frontale da parte della Giunta Fontana contro l’esecutivo guidato dal premier Giuseppe Conte. «Il governo è incapace di gestire l’ordinarietà, figuriamoci l’emergenza», ha accusato l’assessore al Bilancio Davide Caparini. «Quando Boccia afferma che nessuna regione ce l’avrebbe fatta da sola dice un’eresia. Se contiamo i nostri morti è anche a causa di un governo che non ha fatto le zone rosse quando e dove gliele abbiamo chieste. Lo abbiamo chiesto con il supporto della scienza: abbiamo implorato di fare lo shutdown arrivato dopo due settimane».

BOCCIA: «NESSUNA REGIONE CE L’AVREBBE FATTA DA SOLA»

Il riferimento è alle parole che il ministro Francesco Boccia ha pronunciato a L’Intervista di Maria Latella, su Sky TG24: «Se l’autonomia è sussidiarietà è un conto, se l’autonomia è fare da soli perché si pensa di fare meglio la risposta è ‘no perché crolli’», aveva detto il ministro, «nessuna Regione ce l’avrebbe fatta da sola, sarebbero crollate tutte». E ancora, sulle contestatissime mascherine inviate dal governo alle Regioni: «Se non ci fosse lo Stato non ci sarebbe quasi nulla se non le cose che erano nei depositi, anche abbastanza modesti e piccoli sui territori».

CAPARINI: «IN PIEDI NONOSTANTE IL GOVERNO»

«Ci siamo procurati tutto da soli: unità intensive, medici e dispositivi di protezione individuale», ha rivendicato Caparini. «Ci stiamo producendo le mascherine e ci siamo costruiti gli ospedali. A parte ad accogliere negli aeroporti le squadre di Cuba, Russia, Albania e Polonia arrivate grazie alle nostre relazioni internazionali e a Guido Bertolaso questo governo che ha fatto? Nulla. Adesso lavoriamo tutti a testa bassa, se il governo va in tv lo faccia per spiegare ciò che fa non per polemizzare. La Lombardia sta uscendo dalla crisi malgrado questo governo incapace di gestire l’ordinarietà, figuriamoci l’emergenza».

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Le prossime decisioni del governo sulla quarantena

Il 3 aprile le misure di contenimento saranno prolungate. L'annuncio del ministro Francesco Boccia. Poi, dal 18, si potrebbe iniziare a ripartire. Ma solo a condizione che l'indice di contagio sia sceso sotto l'unità. Prima le aziende, poi ristoranti e bar, quindi le scuole. E controlli stretti su chi rientra dall'estero.

Non era difficile da prevedere, ma ora la notizia comincia ad assumere i canoni dell’ufficialità. L’Italia non uscirà dalla quarantena il 3 aprile, forse comincerà a farlo due settimane dopo, passata una Pasqua in clausura, con una serrata particolarmente rigida. La conferma è arrivata dal ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia: «Le misure in scadenza il 3 aprile inevitabilmente saranno allungate. I tempi li deciderà, come è sempre accaduto, il Consiglio dei ministri sulla base di un’istruttoria che fa la comunità scientifica. Penso che in questo momento parlare di riapertura sia inopportuno e irresponsabile. Tutti noi vogliamo tornare alla normalità, ma prima dobbiamo riaccendere un interruttore per volta».

SENZA FRETTA

Boccia ne ha parlato a L’Intervista di Maria Latella su Sky Tg24. «Voglio dirlo a chi dice di aver fretta, prima mettiamo in sicurezza la sanità e le terapie intensive triplicandole, poi lentamente, ripartendo da alcune attività produttive, riaccendiamo un interruttore per volta. Poi toccherà anche alla popolazione e non escludo che gli scaglioni anagrafici possano essere un metodo».

PROLUNGAMENTO ALMENO FINO AL 18 APRILE

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il 3 aprile arriverà dunque il prolungamento delle misure di isolamento fino al 18 dello stesso mese. Durante queste due settimane, il governo comincerà a discutere sui criteri per la ripresa delle attività. Che avverrà, però, solo a condizione che l’indice di contagiosità R0 sia inferiore a 1 (meno di un contagiato per ogni malato). Le prime a riaprire dovrebbero essere alcune aziende, fermo restando il rispetto delle misure di sicurezza, tra mascherine e distanziamento sociale. Gli ultimi cancelli a riaprirsi saranno invece quelli dei locali a più alta concentrazione di persone: discoteche, bar, cinema, teatri, persino i ristoranti. A patto di poter garantire il rispetto delle misure di sicurezza. A maggio, poi, si dovrebbe tornare a scuola. Misure strettissime, con controlli, autocertificazioni e isolamento preventivo per chiunque tornerà dall’estero (si attendono circa 300 mila italiani).

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Catalfo firma il decreto: 600 euro ai professionisti delle casse di previdenza private

Il bonus andrà chiesto al proprio ente e sarà erogato a chi ha avuto redditi fino a 35mila euro o, tra 35 e 50mila, a chi abbia subito cali di attività di almeno il 33% nei primi tre mesi 2020.

Anche professionisti e autonomi iscritti alle casse di previdenza private avranno un indennizzo di 600 euro per il mese di marzo. La ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, ha firmato il decreto interministeriale che fissa le modalità di attribuzione del fondo per il reddito di ultima istanza. Il bonus andrà chiesto alla propria cassa e sarà erogato a chi ha avuto redditi fino a 35mila euro o, tra 35 e 50mila, a chi abbia subito cali di attività di almeno il 33% nei primi tre mesi 2020.

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Il discorso alla nazione di Mattarella è un appello all’Europa

Il capo dello Stato Interviene con un messaggio agli italiani: «Viviamo giorni tristi, ma serve un'azione comune. Basta con i vecchi schemi».

Un messaggio alla nazione nel giorno più nero, col numero di morti più alto registrato in Italia dall’inizio della pandemia. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ribadito la necessità delle «misure, rigorose ma indispensabili», prese con norme di legge – sia all’inizio che dopo la fase di necessario continuo aggiornamento – quindi sottoposte all’approvazione del parlamento.

Ma ha, soprattutto, destinato un messaggio a quell’Europa che nelle ultime ore non è stata capace di mostrare un volto unitario per fronteggiare la più grande crisi dal Dopoguerra. «Nell’Unione europea», ha detto Mattarella, «la Banca centrale e la Commissione hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal parlamento europeo. Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali. Ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni».

E ancora: «Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa. La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse».

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Tensione alle stelle tra Conte e Gualtieri. Preoccupazione al Quirinale

Il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e Mef è altissimo, tanto che è dovuto intervenire in modo informale il Colle attraverso il segretario generale Ugo Zampetti. Due i motivi di frizione: il sostegno di 600 euro agli autonomi (troppo alto per il Tesoro) e la minaccia di strappare con l'Ue.

Perché stamattina la prima riunione della cabina di regia fra governo e opposizioni sui provvedimenti economici per affrontare l’emergenza coronavirus si è svolta nella sede del ministero per i Rapporti con il parlamento e non a Palazzo Chigi?

Perché ha visto coinvolti, con i capigruppo e i responsabili economici dei partiti di opposizione, solo il ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, i viceministri dell’Economia Laura Castelli e Antonio Misiani con le sottosegretarie Cecilia Guerra e Simona Malpezzi?

Certo, c’era in video collegamento il ministro Roberto Gualtieri, ma insomma, ci si aspettava qualcosa di più. Il fatto è che negli ultimi giorni il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e ministero dell’Economia è stato altissimo, tanto che è dovuto intervenire il Quirinale, seppure in modo discreto e informale attraverso il segretario generale Ugo Zampetti.

AUTONOMI ED EUROPA: I MOTIVI DI SCONTRO

I momenti più alti della querelle sono stati due. Il primo sui 600 euro da dare ai lavoratori autonomi, norma ricompresa nel primo decreto economico: per Gualtieri, spalleggiato dalla burocrazia del Tesoro, erano troppi (ai fini degli effetti sul bilancio, ovviamente), per Conte erano pochi. «Chiedi al Ragioniere generale, se non ci credi che così andiamo a put…», ha sbottato il ministro a un certo punto, rivolto al premier. Secondo momento, ancora più grave: la possibile rottura con l’Europa. Per Gualtieri, una vita passata a Bruxelles, la minaccia è come una bestemmia in Chiesa. Ma Conte manco gli parla più.

CONTE ACCUSATO DI AVER USATO IL METODO “ALPA”

Dunque, ora ciascuno va per la sua strada. Ma così non può andare avanti. Chi vince? Dopo giorni di resistenza, alla fine il Tesoro finirà per capitolare. Ma questo non significa la vittoria di Conte. Che viene accusato da tutti, 5 stelle in testa ma anche da molti esponenti di punta del Pd, di aver sbagliato le scelte degli uomini, usando quello che nella Roma dei palazzi viene definito il “metodo Alpa” (dal nome dell’avvocato con cui Conte prima lavorava), e cioè scelgo sempre l’amico fidato. In questo senso, prima di tutto gli si imputa di aver optato per Domenico Arcuri anziché per Guido Bertolaso, da tutti – per primo il numero uno della Protezione Civile Angelo Borrelli – ritenuto più idoneo a fare il commissario all’emergenza.

LEGGI ANCHE: I piani dei partiti per disarcionare Conte

LA SCELTA CONTESTATA DI VECCHIONE AL DIS

La seconda scelta che gli viene contestata è Gennaro Vecchione al Dis, da tutti ritenuto poco idoneo al ruolo e oggi oltretutto in aperto contrasto con il Copasir, presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Tanto che nella sua ultima riunione, mercoledì 25 marzo a palazzo San Macuto, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha dovuto polemicamente sollecitare il governo a trovare soluzioni per evitare che soggetti esteri possano approfittarsi del coronavirus per mettere le mani sulle realtà industriali e finanziarie italiane o per metterle in difficoltà ed ereditare così le loro quote di mercato, dopo aver inutilmente chiesto ai Servizi di fare qualcosa. Così che Conte è stato costretto a rispondere in parlamento promettendo per proteggere i più preziosi asset strategici si userà il «prossimo provvedimento normativo che stiamo predisponendo per aprile».

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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E se il vaffa all’Europa lo dicessimo noi, allievi di Spinelli?

Al netto dei soliti tragediatori, i lavoratori e gli imprenditori italiani hanno bisogno di aiuto. Ora. Se abbiamo deciso di fare spesa in deficit, la si faccia. Sostenendo anche chi ha poco o nulla. Non ha senso voler condividere i destini con i rigoristi dell'Ue.

In questa discussione, molto di palazzo, attorno alla candidatura di Mario Draghi al vertice dello Stato con uno schieramento parlamentare largo (ipotesi che ha una sua fondatezza e anche un suo fascino) si sta svolgendo il solito inutile dibattito.

In primo luogo perché indebolisce il governo che c’è proprio nel momento in cui assume posizioni più che dignitose di fronte gli alleati europei. In secondo luogo perché elude il tema costituzionale.

Come ci si arriva al governo Draghi? Chi si dimette? E se non si dimette alcuno? Quali tempi avrà di fronte a sé chi lo dovrebbe nominare? L’Italia ha il tempo di una crisi politica ancorché breve?

LE FACILONERIE DI UNA CLASSE DIRIGENTE SENZA MESTIERE

Piccolo questioncelle che tuttavia fanno a cazzotti con la realtà, con le regole costituzionali, con il buon senso e che si ritrovano nel filone facilistico di questa nuova classe dirigente poco più che quarantenne, e senza mestiere, che, non avendo passato, immagina che la politica sia una cosetta che si amministra in piccoli conciliaboli invece che nei faticosi caminetti di democristiana memoria.

SERVONO PIÙ TECNICI CHE POLITICI

Quello che non appare è l’emergere di due questioni. La prima la presenza decisiva più che di politici di ogni schieramento, di tecnici di ogni formazione. Abbiamo capito che non c’è nessuno che sa scrivere un regolamento che disciplini la libertà di movimento degli italiani. Sappiamo che, ancora oggi, nessuno ha detto a questa o quella fabbrica: ti pago io sull’unghia, ma mi produci un tot di mascherine al giorno. Meno male che ci sono Armani e pochi altri. Non c’è nessuno che ha mandato al diavolo i signori del calcio o quelli di Autostrade. Volete soldi? Guadagnateveli.

BASTA CON I TRAGEDIATORI, DA NORD A SUD

Si proclama il dirigismo statale e poi nessuno vuole comandare. A fronte di questa fuga dalla responsabilità, c’è il fatto che si ignora come la gente vive davvero. Sui social è apparsa ieri quella drammatica scena sulle vie centrali di Bari dove una coppia di commercianti inveiva violentemente contro una banca chiusa perché, non avendo più liquidità, non riusciva più ad andare avanti. Nel Sud ci sono molti tragediatori, come al vertice della regione Lombardia. Mettiamo anche che vi sia chi soffia sul fuoco, ma il tema è gigantesco.

L’EUROPA DEVE DARE RISPOSTE AI CITTADINI

Chi ha gestito in questi anni piccole iniziative imprenditoriali a debito spendendo poco per sé e molto per l’approvvigionamento spesso sono ragazzi con famiglie. Quanto tempo dovranno aspettare che l’Europa dica sì prima di vedere un euro? E nel frattempo che cosa mangiano? Come pagano l’affitto dell’esercizio chiuso? Mettere oggi soldi in tasca agli italiani vuol dire essere umani ma anche evitare una rivolta sociale che può diventare ingovernabile. Se abbiamo deciso di stare in deficit facciamo subito sia grandi scelte sia qualcosa per dare sostegno a chi ha poco o nulla e vaffa all’Europa, frase che da vecchio europeista mi brucia sulla lingua. Ma che senso ha condividere i destini con la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Olanda, l’Ungheria? La Germania alterna momenti di apertura a momenti di chiusura? Peggio per loro se un giorno scopriranno che a guidare il fronte che vuol far saltare questa Europa matrigna non ci saranno i facinorosi di Matteo Salvini, ma gente inappuntabilmente allieva di Altiero Spinelli.

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Vedo troppi giochini su Draghi, ora creano solo confusione

L'ex presidente Bce è una di quelle riserve della Repubblica su cui l'Italia può contare. Ed è un bene che si possa contare su di lui. È meschino invece contrapporlo in questo momento all’attuale presidente del Consiglio.

Gli strateghi dell’operazione Draghi stanno danneggiando il candidato e la stessa prospettiva per cui si battono. Cos’è la strategia Draghi? È l’ipotesi di portare al vertice dello Stato, a capo di un governo eccezionale, una personalità internazionalmente stimata, in grado di governare anche con una certa fermezza la stagione di probabile fuoriuscita dall’epidemia e soprattutto i disastro economico successivo.

Draghi è una di quelle due o tre riserve della Repubblica su cui questo Paese può contare. Ed è un bene che noi si possa pensare che in situazioni eccezionali si possa contare su di lui. È meschino invece contrapporre Mario Draghi all’attuale presidente del Consiglio.

Si ostacola una attività che, fra contraddizione ed errori, è fra le migliori dell’Occidente e fra le migliori che potesse darci la classe politica (non oso pensare alla coppia Meloni-Salvini) al vertici di uno Stato aggredito dal coronavirus. Agitare l’ipotesi Draghi di fronte a un governo che c‘è è poco più che un giochetto fra scenaristi dei quotidiani e fra politici che hanno scovato la birrozza da sorseggiare con il facinoroso del pub del Nord.

SERVE ANALIZZARE GLI ERRORI DEL PASSATO E SAPER GUARDARE AL FUTURO

Il tema Draghi si porrà, se si porrà, ed io credo si porrà, quando questo ciclo sarà finito e noi potremo sperabilmente dichiarare chiusa la fase più terribile e iniziare due ragionamenti: uno retrospettivo che faccia capire come mai il Paese sia apparso così indifeso soprattutto nelle sue zone forti. Ci sono scelte fatte che vanno ridiscusse, c’è una classe dirigente nordista che ha fallito, in toto. Non ve la cavate con Roberto Formigoni. C’eravate tutti.

Basta con i costituzionalisti, quelli delle leggi elettorali, i magistrati. Buttiamo via tutti gli studiosi del diritto che hanno prodotto le leggi  e il dibattito più stupido dell’Occidente

Il secondo ragionamento riguarda la riconversione dell’economia italiana. Qui si è rotto tutto. L’asse turistico è a pezzi. L’agricoltura avrà bisogno di ristabilire un rapporto col mercato mentre oggi è stretta fra la grande distribuzione, la piccola filiera alimentare, il fai da te a km zero. C’è poi il grande tema della riconversione industriale. Ci sono settori, fra cui il bio-medicale, che possono trovare spazio nell’Italia del futuro. C’è tutta quell’Italia ultra specializzata che va nello spazio, che costruisce droni e elicotteri che serve al Paese come il pane.

Mario Draghi.

Ci sono tante altre attività su cui bisogna sollecitare la fantasia di giovani e non giovani imprenditori dando loro largamente fiducia e denaro. C’è un mondo riformista che va rifondato, in primo luogo sanità, scuola, ricerca , casa. Basta con i costituzionalisti, quelli delle leggi elettorali, i magistrati. Buttiamo via tutti gli studiosi del diritto che hanno prodotto le leggi  e il dibattito più stupido dell’Occidente. Qui forse un uomo come Draghi e uno schieramento parlamentare adeguati e che non rompa i coglioni possono fare molto. Quando dico sgarbatamente «uno schieramento parlamentare che non rompa i coglioni» non mi riferisco a chi critica anche pesantemente. Mi riferisco agli eterni dibattiti sulle stupidaggini.

RIFLETTERE SUL COME E PERCHÉ LA SANITÀ PUBBLICA È STATA MASSACRATA

Oggi stiamo discutendo e lo faremo per tutto il giorno sulla stupidaggine del Covit 19 inventato dai cinesi. Mezza classe politica ci ha fatto perdere tempo coi no vax. Un’intera classe politica ha chiuso a rotta di collo ospedali pubblici favorendo i privati e persino la sottoscrizione generosa di Fedez e Ferragni è andata a un’impresa sanitaria privata. Bisogna indagare anche nelle relazioni fra grande informazione e grandi complessi medicali. Insomma il tempo di Draghi si avvicina, però ho paura che nell’ultimo miglio il solito Pierino vorrà fare da sé e sprecare una carta vincente che potrà essere giocata solo da un forte giocatore e solo se si darà l’onore delle armi al premier attuale, che a me personalmente è piaciuto.

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Conte in parlamento difende il governo sul coronavirus: «La storia ci giudicherà»

Informativa urgente del premier alle Camere: «Abbiamo agito con determinazione e speditezza. Ora è il tempo dell'azione». E cita Manzoni: «Del senno del poi sono piene le fosse».

Dopo le accuse di aver un po’ troppo snobbato il parlamento, un decreto dopo l’altro, Giuseppe Conte si è infine presentato alle Camere. Alle 18 di mercoledì 25 marzo, a oltre un mese dallo scoppio dell’emergenza coronavirus, il presidente del Consiglio ha riferito in Aula con un’informativa urgente le misure assunte dal governo nel contenimento del contagio, provando a fornire quei chiarimenti che gli venivano chiesti da più parti. E bacchettando l’Europa: «L’Unione agisca subito, le risposte tardive non sono utili». Un intervento che alla fine è stato applaudito solo dalla maggioranza, altro che spirito di unità nazionale di fonte alla crisi sanitaria.

«NON CI DIMENTICHEREMO DELLO SFORZO DEI SANITARI»

Conte, con una frase a effetto, ha detto: «Saremo all’altezza? La storia ci giudicherà, verrà il tempo dei bilanci, tutti avranno la possibilità di sindacare». Ha parlato poi dello «sforzo straordinario» di medici, infermieri e di chi è in prima linea: «Mi ha scritto Michela, un’infermiera che lavora al reparto Covid dell’ospedale di Senigallia. Con grande dignità mi ha chiesto che i rischi che si stanno assumendo lei e suoi colleghi non siano dimenticati. A nome del governo, ma credo anche del parlamento, dico che noi non ci dimenticheremo di voi».

«IL GOVERNO HA AGITO CON DETERMINAZIONE E SPEDITEZZA»

Il premier ha rivendicato le modalità degli interventi dell’esecutivo: «Ci sarà tempo per tutto, ma questo è il tempo dell’azione. Il governo ha agito con la massima determinazione, con assoluta speditezza».

CITATO MANZONI: «DEL SENNO DEL POI SONO PIENE LE FOSSE»

Conte non si è fatto mancare una citazione letteraria: «In questi giorni molti hanno riletto ed evocato, anche pubblicamente, le pagine sulla peste scritte da Manzoni nei Promessi sposi: proprio in quest’opera viene ricordato un antico proverbio, ancora oggi fortemente in auge, per cui “del senno del poi son piene le fosse”. Ci sarà un tempo per tutto. Ma oggi è il tempo dell’azione, il tempo della responsabilità».

CHIESTA ALL’EUROZONA UN «SALTO DI QUALITÀ»

Il presidente ha spiegato che «l’Italia sta lavorando alla creazione di strumenti di debito comune dell’Eurozona», chiarendo che lo stop al patto di stabilità «è stato essenziale per ulteriori stanziamenti di risorse. Tuttavia l’impatto finanziario della pandemia sarà tale da chiedere alla governance dell’Eurozona un salto di qualità all’altezza della sfida. L’unione monetaria potrà uscire vincitrice solo se le sue istituzioni saranno rafforzate nel segno della solidarietà e dell’unità».

APPELLO AI PAESI SUL RISCHIO DI UN CONTAGIO DI RITORNO

Il nostron premier ha rivolto un appello agli altri Stati che stanno affrontando la nostra stessa sfida: «Nessuno può accettare, men che meno l’Italia che sta facendo sacrifici enormi per contrastare il virus, che altri Paesi non raccolgano questa soglia di attenzione di precauzione massima. Immaginate la iattura di un contagio di ritorno, ove la soglia di altri Paesi nella linea di precauzione non fosse rigorosa».

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I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Governo, i mal di pancia della Casaleggio

Il socio fondatore Luca Eleuteri critica le misure anti-virus dell'esecutivo e propone delle alternative. Un segnale, e non è il primo, dell'agitazione crescente all'interno della maggioranza.

Alcuni piccoli segnali mostrano le crepe che si stanno formando all’interno della maggioranza di governo, all’apparenza compatta nell’affrontare l’emergenza coronavirus. Nel M5s, in particolare, iniziano ad emergere i malumori per come Palazzo Chigi sta gestendo diversi dossier, a partire dalle trattative con l’Ue fino ad arrivare alle misure per tenere a galla l’economia italiana. Non è passato inosservato un post su LinkedIn di Luca Eleuteri, socio fondatore della Casaleggio Associati, in cui si critica in maniera velata l’operato dell’esecutivo.

Eleuteri racconta di «un sogno» in cui poteva scegliere cosa fare per aiutare un’azienda «in quarantena». Le misure: «la sospensione temporanea degli affitti e dei costi fissi di un ufficio deserto», «l’erogazione del solo netto in busta paga (la parte dell’imprenditore) senza versare la differenza al lordo (la parte lavoratore) e senza tasse (la parte dello Stato) affinché nessuno #restiacasa #senzalavoro, come prodotto mi sembrava più gustoso della cassa integrazione», «il pagamento dell’iva ad incasso, e non dilazionata, sia perché non mi è mai piaciuto indebitare l’azienda, sia perché credo che molti di noi non “passeranno la nottata” e molte fatture non potranno mai essere pagate, purtroppo».

A chiusura la stoccata che rende manifesta tutta la frustrazione dell’influente socio della Casaleggio: «Poi mi sono svegliato ed il sogno è svanito». Un piccolo messaggio di insoddisfazione per il pacchetto di aiuti all’economia italiana mandato dalla società che gestisce l’organizzazione del M5s a Giuseppe Conte. Che in questi giorni, più che dalle opposizioni, deve guardarsi dagli alleati.

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Gualtieri, Di Maio: l’opposizione che sta dentro al governo

L'ultimatum dei 5 stelle, già divisi al loro interno, al ministro dell'Economia perché a Bruxelles insista per i coronabond facendo la voce grossa contro l'Olanda e i rigoristi del Nord preoccupa il Quirinale. In questa fase di emergenza una crisi sarebbe drammatica.

L’ultimo motivo di discordia è quella che qualcuno ha chiamato la dichiarazione di guerra all’Olanda.

C’è chi vorrebbe che l’Italia lasciasse perdere linutile richiesta di sostegno attraverso il Mes – che intanto a capo del Meccanismo europeo di stabilità c’è l’economista tedesco Klaus Regling che ci odia e non farà mai passare nulla a nostro favore – e si concentrasse nel pretendere la nascita di un debito federale attraverso l’emissione di eurobond (nello specifico coronabond).

E siccome ad opporsi a questa ipotesi è il governo olandese guidato da Mark Rutte – cui probabilmente una componente importante dei popolari tedeschi, ostili ad Angela Merkel e oltranzisti, ha delegato il compito di costituire il fronte anti-eurobond – ecco che si è chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di battere i pugni sul tavolo, ricordare a L’Aja che quello dei tulipani è un Paese paradiso fiscale che ci porta via tasse (vedi gli Agnelli), e se del caso rompere.

L’ULTIMATUM DEI 5 STELLE CHE PREOCCUPA IL QUIRINALE

Ma Gualtieri, che ha passato la vita a Bruxelles e si sente integrato nella comunità dei politici e dei burocrati europei, si è rifiutato, in questo spalleggiato da Giuseppe Conte. Ecco, allora, che i 5 stelle si sono mossi, mandando ultimatum neanche troppo velati al premier e all’uomo di via XX Settembre. Scatenando così una rissa che preoccupa il Quirinale, convinto che in una fase di emergenza come questa una crisi sarebbe esiziale. Anche perché questi scontri si sommano a quelli già in corso da tempo del fronte Di Maio-Fraccaro – quasi sempre uniti, nonostante non manchino distinzioni, non fosse altro perché entrambi devono fronteggiare sia l’area Fico, da un lato, che quella Di Battista, dall’altro – sia con il duo Conte-Casalino per quanto riguarda la gestione del governo e della sua comunicazione, considerate in entrambi i casi individualistiche e accentratrici, sia con il Tesoro (Gualtieri ma anche il direttore generale Alessandro Rivera), soprattutto sul fronte delle nomine.

IL PROBLEMA POLITICO È TUTTO INTERNO AL GOVERNO

Insomma, altro che le opposizioni indisciplinate. Con il parlamento in quarantena e i partiti desaparecidi, compreso quello di Matteo Renzi, il problema politico, ai fini della tenuta del Conte bis, è tutto dentro il governo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Via Sgarbi, dentro Capua: ecco la nostra Brigata Garibaldi

L'emergenza Covid-19 sta mostrando una Italia diversa da quella raccontata finora dai talk show. Finirà l'epoca di chi parla a vanvera senza sapere nulla. La nostra Brigata Garibaldi sarà composta da chi ora sta tenendo in piedi il Paese e la nostra Sanità pubblica.

Non sono sicuro che accadrà, ma la speranza è che alle prossime Politiche ci sia una morìa di cretini.

L’Italia sta vedendo un film, di cui è prim’attrice, in cui recitano parti diverse uomini e donne della Sanità, della sicurezza, dell’informazione e di tanti altri campi.

Per fortuna ci siamo tolti dalle palle i costituzionalisti e gli esperti di leggi elettorali, i magistrati e, se non sbaglio, pure il dottor Davigo tace da un bel po’, grazie a Dio.

LA RIVINCITA DEGLI ESPERTI

Invece hanno preso a parlare e a mostrarsi italiane e italiani che sanno e fanno. Non sempre l’azzeccano, ma sono esperti. Hanno studiato. Ci dicono cose che non sappiamo. Forse è finita un’epoca. È finita l’epoca dei cretini, di quelli che con un decina di like su una lista creata da un blog privato diventavano candidati a dirigere addirittura il Paese e ovviamente città e Regioni. Ci siamo misurati in questi anni non solo con analfabeti. Magari. La classe dirigente parlamentare dei primi anni della Repubblica e quella della ripresa era piena di operai e braccianti agricoli, nonché funzionari politici, di poche lettere ma di grande cervello e di conoscenza del Paese reale.

LEGGI ANCHE: Basta con gli eroi e gli angeli: medici e infermieri vanno rispettati. Sempre

VEDIAMO UN’ITALIA DIVERSA DA QUELLA RACCONTATA NEI TALK

Forse ora ci libereremo di quelli che parlano a schiovere, i Vittorio Sgarbi si faranno quattro risate al pub con Matteo Salvini. Ci vorrebbe un format televisivo, magari diretto da Massimo Giletti, in cui mettere tutte queste persone, compreso Mario Giordano, Feltri nel senso di Vittorio, Pietro Senaldi e Francesco Borgonovo, per non dimenticare il sudaticcio ultra-cattolico di destra, e Nicola Porro una volta guarito. Un bad format che lasci sfogo a tutti quelli che non sanno e che hanno cattivi pensieri, per esempio il sogno che gli italiani si ammazzino fra di loro. Da buonista incallito, e ne me ne vanto, trovo il mio idolo in quel prete che ha ceduto il suo respiratore a un giovane. Stiamo vedendo un’Italia incredibile, così diversa dai talk televisivi, con un Sud persino più ordinato malgrado l’opinione contraria, e non autorevole, della attempata giornalista pariolina.

LEGGI ANCHE: Feltri consiglia Salvini: siamo alla circonvenzione di incapace

CHE SI FACCIA STRADA LA NOSTRA BRIGATA GARIBALDI

Se queste facce nuove in parte arrivassero in parlamento assieme a professionisti della politica (aridatece i veri professionisti della politica!), il prossimo coronavirus se la vedrà male. Oggi comunque, nella disperazione quotidiana di giornate lunghe, di jettatori che ti dicono che in base all’età e alla patologie il prossimo sarai tu, guardando lo spettacolo di governatori che piangono come vecchi “tragediatori” nel loro ricco Nord regalato alle cliniche private, io spero di vedere un parlamento in cui torni Ilaria Capua, in cui ci sia l’oncologo di Napoli, l’immunologo pugliese, il mio Marco Ranieri e tanti altri che non conosco ma che stanno tenendo in piedi il Paese. È la nostra Brigata Garibaldi.

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Via Sgarbi, dentro Capua: ecco la nostra Brigata Garibaldi

L'emergenza Covid-19 sta mostrando una Italia diversa da quella raccontata finora dai talk show. Finirà l'epoca di chi parla a vanvera senza sapere nulla. La nostra Brigata Garibaldi sarà composta da chi ora sta tenendo in piedi il Paese e la nostra Sanità pubblica.

Non sono sicuro che accadrà, ma la speranza è che alle prossime Politiche ci sia una morìa di cretini.

L’Italia sta vedendo un film, di cui è prim’attrice, in cui recitano parti diverse uomini e donne della Sanità, della sicurezza, dell’informazione e di tanti altri campi.

Per fortuna ci siamo tolti dalle palle i costituzionalisti e gli esperti di leggi elettorali, i magistrati e, se non sbaglio, pure il dottor Davigo tace da un bel po’, grazie a Dio.

LA RIVINCITA DEGLI ESPERTI

Invece hanno preso a parlare e a mostrarsi italiane e italiani che sanno e fanno. Non sempre l’azzeccano, ma sono esperti. Hanno studiato. Ci dicono cose che non sappiamo. Forse è finita un’epoca. È finita l’epoca dei cretini, di quelli che con un decina di like su una lista creata da un blog privato diventavano candidati a dirigere addirittura il Paese e ovviamente città e Regioni. Ci siamo misurati in questi anni non solo con analfabeti. Magari. La classe dirigente parlamentare dei primi anni della Repubblica e quella della ripresa era piena di operai e braccianti agricoli, nonché funzionari politici, di poche lettere ma di grande cervello e di conoscenza del Paese reale.

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VEDIAMO UN’ITALIA DIVERSA DA QUELLA RACCONTATA NEI TALK

Forse ora ci libereremo di quelli che parlano a schiovere, i Vittorio Sgarbi si faranno quattro risate al pub con Matteo Salvini. Ci vorrebbe un format televisivo, magari diretto da Massimo Giletti, in cui mettere tutte queste persone, compreso Mario Giordano, Feltri nel senso di Vittorio, Pietro Senaldi e Francesco Borgonovo, per non dimenticare il sudaticcio ultra-cattolico di destra, e Nicola Porro una volta guarito. Un bad format che lasci sfogo a tutti quelli che non sanno e che hanno cattivi pensieri, per esempio il sogno che gli italiani si ammazzino fra di loro. Da buonista incallito, e ne me ne vanto, trovo il mio idolo in quel prete che ha ceduto il suo respiratore a un giovane. Stiamo vedendo un’Italia incredibile, così diversa dai talk televisivi, con un Sud persino più ordinato malgrado l’opinione contraria, e non autorevole, della attempata giornalista pariolina.

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CHE SI FACCIA STRADA LA NOSTRA BRIGATA GARIBALDI

Se queste facce nuove in parte arrivassero in parlamento assieme a professionisti della politica (aridatece i veri professionisti della politica!), il prossimo coronavirus se la vedrà male. Oggi comunque, nella disperazione quotidiana di giornate lunghe, di jettatori che ti dicono che in base all’età e alla patologie il prossimo sarai tu, guardando lo spettacolo di governatori che piangono come vecchi “tragediatori” nel loro ricco Nord regalato alle cliniche private, io spero di vedere un parlamento in cui torni Ilaria Capua, in cui ci sia l’oncologo di Napoli, l’immunologo pugliese, il mio Marco Ranieri e tanti altri che non conosco ma che stanno tenendo in piedi il Paese. È la nostra Brigata Garibaldi.

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Il complottista novax Barillari espulso dal M5s per colpa del coronavirus

Il consigliere regionale del Lazio aveva creato un sito di "controinformazione" sul Covid-19. Beccandosi una denuncia alla polizia postale e la presa di distanza di tutto il gruppo grillino. Fino alla cacciata. Ma lui: «Un pretesto, in realtà do fastidio al Pd di Zingaretti». Le posizioni anti-vaccini, contro la scienza e i battibecchi con Burioni: la sua "carriera".

Tempi duri per i novax. Anche in politica. Nel mezzo dell’emergenza coronavirus è saltata la testa del consigliere regionale del Lazio Davide Barillari, espulso dal Movimento 5 stelle. Anti-vaccini, spesso contro la scienza, “rivale” del virologo Roberto Burioni su Twitter, complottista, nemico giurato di Nicola Zingaretti – tanto da aver partecipato a un dossieraggio contro di lui da parte di neofascisti – e da sempre contrario all’alleanza di governo “giallorossa” tra i grillini e il Partito democrativo: questo il curriculum di Barillari, inciampato infine sul Covid-19.

QUEL DOMINIO TROPPO SIMILE ALL’ASSESSORATO ALLA SANITÀ

Tutta colpa del suo sito di “controinformazione” sulla pandemia e la sanità nel Lazio, aperto però su un dominio un po’ troppo simile a quello dell’assessorato alla Sanità, con tanto di simbolo del Movimento. Iniziativa che gli è valsa una denuncia alla polizia postale. E nessuno tra i cinque stelle l’ha difeso, anzi. Il gruppo del Movimento nel Lazio ha parlato di «gravità inaudita» e «azione infantile» visto che «siamo in una pandemia, ci vuole serietà». Così è arrivato il “cartellino rosso”, come da lui stesso annunciato.

ANNUNCIATA LA VIDEOCONFERENZA PER CACCIARLO

«Oggi è il mio ultimo giorno nel M5s. Domani verrò espulso, in videoconferenza», ha detto su Facebook e Twitter. Il suo sito era stato apertamente sconfessato anche dal Blog delle Stelle. Ma secondo il consigliere il motivo della cacciata è un altro: «La verità è che do fastidio al Pd».

Barillari ha pubblicato sui social network il testo di una convocazione da parte della capogruppo Roberta Lombardi di una videoconferenza del prevista per mercoledì sera alle 21. All’ordine del giorno si legge “espulsione dal gruppo consiliare e dall’Associazione del consigliere Davide Barillari”. Game over, insomma.

LUI RILANCIA: «MOZIONE DI SFIDUCIA ALLA LOMBARDI»

Eppure il consigliere non si è dato per vinto: «Io invece ho chiesto che all’ordine del giorno come primo punto ci sia la mozione di sfiducia a Roberta Lombardi. La motivazione ufficiale è aver creato un sito internet che “confonde” i cittadini, ma che in realtà contiene solo atti presentati in Regione e informazioni sull’emergenza coronavirus. Un pretesto. La vera motivazione è che do fastidio al Pd e non mi sono mai allineato a Zingaretti, svolgendo il mio ruolo di opposizione senza mai abbassare la testa».

Luigi Di Maio e Roberta Lombardi.

Poi Barillari ha fatto una sorta di bilancio della sua esperienza: «Dieci anni di battaglie nel M5s. Ci ho messo sempre anima e cuore. Ho lavorato con migliaia di attivisti, denunciando sempre impicci, ingiustizie e corruzione. Sono stato il primo candidato presidente che ha sfidato Zingaretti. Ma il M5s ormai è cambiato, e abbiamo perso oltre a milioni di voti anche la coerenza e l’onestà che ci caratterizzava. Oggi è il mio ultimo giorno nel M5s e dedico a tutti voi, che credete in me, ogni attimo di lavoro di oggi. Vi assicuro che non smetterò mai di combattere».

CONTRO I VACCINI E LE CASE FARMACEUTICHE

Durante la crisi sanitaria Barillari, da sempre contro la vaccinazione obbligatoria, aveva detto che «quando c’è un’emergenza c’è sempre qualcuno che ci guadagna. Abbiamo evidenza di chi ci sta guadagnando: le case farmaceutiche. Chi produce il vaccino ci guadagna tanto».

Inizialmente si era detto contrario alla chiusura delle scuole. E dopo le misure di contenimento all’insegna dello “state a casa” aveva mosso dubbi sulla legittimità di certe decisioni governative in riferimento ai diritti costituzionali.

Su Twitter ha spesso battibeccato con Burioni, su tematiche scientifiche ma non solo. E adesso la carriera politica di Barillari nel Movimento è arrivata al capolinea.

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Conte lavora a un nuovo decreto da 25 miliardi

Rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, un intervento per sostenere i Comuni, il possibile rinnovo dei congedi speciali, gli indennizzi per gli autonomi. Queste alcune delle misure previste. Ma il premier deve trovare i fondi in Ue.

Si fa ancora più salato il conto del coronavirus. Dopo aver esteso la serrata a tutti i servizi non essenziali, il decreto che il governo sta preparando per gli inizi di aprile dovrebbe avere un valore almeno pari al Cura Italia, varato a marzo: già in partenza ci si muove su una ventina di miliardi ma c’è chi ipotizza che servirà di più.

POTREBBERO ESSERCI LE PRIME MISURE PER LA RIPARTENZA

Il “decreto aprile” – che dovrebbe essere varato al massimo entro metà mese – ha l’obiettivo di sostenere imprese e famiglie come fatto a marzo e potrebbe già contenere le prime misure per la ripartenza come una spinta ai cantieri già finanziati e ristori per le aziende danneggiate. Sul quadro economico in cui ci si muoverà, dirà qualcosa di più il Def atteso entro il 10 aprile: il governo ha già chiesto al Parlamento di autorizzare 25 miliardi in deficit e presto potrebbe arrivare una nuova richiesta di sforamento, ma bisogna muoversi con cautela anche perché incidere ancora sul debito potrebbe innescare ripercussioni sui mercati.

LA GUERRA DI CONTE CONTRO LE RESISTENZE DEL NORD EUROPA

Ecco perché il premier Giuseppe Conte, con il ministro Roberto Gualtieri, ha intensificato in queste ore i contatti a livello europeo. Il patto di stabilità è sospeso, il deficit ora non è un problema. La presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen ha già messo sul tavolo 11 miliardi: sono fondi strutturali non utilizzati dall’Italia in passato che potranno essere usati senza vincoli. Ma è appena un inizio, di fronte a una frenata economica che si annuncia di entità mai vista dal dopoguerra. Perché il debito non diventi troppo pesante, poter usare la leva dei fondi Ue, a partire dalla richiesta di attivare i Coronabond o un fondo di garanzia “adeguato”, è la priorità. Nel giorno in cui la Germania ha stimato un calo del proprio Pil di almeno un 5% e Confindustria ha lanciato l’allarme per una perdita di 100 miliardi al mese, il premier italiano lavora per infrangere le resistenze dei leader del Nord Europa per ottenere almeno, se non i Coronabond, l’accesso all’utilizzo dei fondi del Mes senza condizionalità o un altro fondo di vasta portata per aiutare la sanità e i cittadini degli Stati membri. È cruciale per l’intervento che il governo sta immaginando.

RIFINANZIAMENTO DELLA CASSA INTEGRAZIONE E INDENNIZZI PER GLI AUTONOMI

Un intervento che dovrebbe prevedere un rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, per coprire le nuove aziende che hanno dovuto chiudere, un intervento per sostenere i Comuni, il possibile rinnovo dei congedi speciali, gli indennizzi per gli autonomi. L’entità delle misure dipenderà dalla durata dello stop di fabbriche e scuole. E si vedrà nei prossimi giorni anche quanti soldi ci sono in cassa, grazie a chi non ha approfittato dello stop delle tasse e a marzo ha pagato: non sono pochi, ha detto fiducioso il ministro Gualtieri. Il governo lavora anche a un ampliamento della Golden power: l’idea è proteggere da eventuali speculazioni tutte le aziende quotate in borsa, grandi e piccole. Ma si sta studiando l’intervento, atteso nei prossimi giorni, tenendo conto anche delle diverse sensibilità della maggioranza.

CONTE INCONTRA LE OPPOSIZIONI

Intanto il 23 marzo Conte ha parlato con le opposizioni convocate a Palazzo Chigi dopo l’escalation di polemiche dei giorni precedenti. Il 26 il premier è atteso in parlamento per riferire sulla gestione dell’emergenza coronavirus. Entro inizio maggio le Camere devono convertire in legge il decreto Cura Italia, che accorperà tutte le misure economiche finora adottate. Quel testo sarà aperto ad alcune modifiche, ad esempio sul tema degli autonomi.

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Feltri consiglia Salvini: siamo alla circonvenzione di incapace

Il direttore di Libero è preoccupato che il capo della Lega sia entrato in un cono d’ombra e gli intima: «Cavalca le paure della gente come sai fare tu». Qualcuno lo fermi prima che l'ex ministro, chiaramente in difficoltà, lo ascolti.

La famiglia di Matteo Salvini, o anche quella persona assennata che è Giancarlo Giorgetti, dovrebbero denunciare Vittorio Feltri a norma dell’articolo 643 del codice penale per circonvenzione di incapace. Il più grande sobillatore della destra italiana è preoccupato che il capo della Lega sia entrato in un cono d’ombra e lo invita, anzi gli intima: «Cavalca le paure della gente come sai fare tu». Conoscendolo, Salvini lo farà, per questo occorre che un familiare o un amico blocchi Feltri prima che faccia scoppiare la “bomba umana Salvini” sulla testa del Paese.

Feltri lo invita a reagire come se si trovasse di fronte a una nave di immigrati, ovviamente negri, e non dice a cosa dovrebbe portare questo suscitare nuova paura, l’importante è che si faccia un gran casino e che, per via di questo casino sulla pelle degli italiani, la Lega prenda voti e Feltri venda con il suo prode Pietro Senaldi più copie del suo giornale diventato facinoroso.

Si concede il suddetto Feltri un unico momento di umanità quando chiede al suo protetto, ovvero al suo dipendente-Salvini, di non ostacolare misure svuota-carceri. È una scelta giusta che gli serve per attutire la velenosità del consiglio principale.

Il quadro ormai è questo. Non sappiamo se il coronavirus stia declinando, ma sappiamo che anche se le previsioni ottimistiche si avvereranno ci vorrà tempo per dirci fuori. Bene? Bene per le persone normali. Non bene per i nullafacenti della politica e i pesci pilota che navigano attorno a questi balenotteri. Perché se tutto si calma, si potrà ragionate su poche cose chiare: su chi ha smontato la sanità, sul perché in Lombardia, su che cosa sarebbe accaduto a questo disgraziato Paese se invece del prefetto Luciana Lamorgese avessimo avuto al Viminale un consumatore seriale di moijto.

È ben vero che Salvini l’ha portata in alto. Ma vogliamo paragonare il quoziente di intelligenza di costui con la classe dirigente, di cui era ragazzo di bottega

Il tema, lo dico da tempo, non è la destra. Magari ci fosse. Ne abbiamo un gran bisogno come abbiamo bisogno di una sinistra. Il tema è sottrarre l’Italia ai facinorosi, cioè dalle mani di tutti quei soggetti che dalla crisi del ‘92 hanno iniziato a cercare di stabilire un nuovo ordine dapprima sposando il giustizialismo, poi il garantismo per correre dietro a Silvio Berlusconi, poi declamando la fine dei partiti, poi tifando per ogni movimento che avesse programmi nullisti e leader francamente cretini.

Vittorio Feltri (foto LaPresse – Andrea Campanelli).

Pensate alla Lega. È ben vero che Salvini l’ha portata in alto. Ma vogliamo paragonare il quoziente di intelligenza di costui con la classe dirigente, di cui era ragazzo di bottega, che lo ha portato al successo? Ora dietro di loro si sono assestati una decina di opinion leader, nei giornali di carta, a Mediaset, all’Huffington Post, sul La7. Mediamente non capiscono molto, basta che si faccia un po’ di casino. Io spero che l’Italia esca da questo momento. Spero che un minuto dopo ci sia un voto e che al voto si mettano al confronto diversi schieramenti in cui vinca il migliore purché perda il peggiore, cioè quello a cui pensa Vittorio Feltri.

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La sanità privata pagata da noi: qui cade il modello Lombardia

Lo spostamento di risorse pubbliche a favore di strutture private che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi.

Accanto alla Grande guerra contro il virus si stanno combattendo molte guerricciole, tutte legittime, alcune ricche di senso, altre miserabili. Non sono guerre segrete perché si svolgono alla luce del sole, in televisione, sui quotidiani di carta, sui social.

La prima guerra, insisto legittima, è contro il governo Conte. Al presidente del Consiglio si rimprovera tuttora il fatto di aver scaricato Matteo Salvini (peraltro auto-capottato) e aver scelto il campo avverso. Non gliel’hanno perdonata né quelli che sono stati fatti scendere dalle loro poltrone né i cerchiobottisti ormai pronti al patto con Salvini e sempre in agitazione quando vedono pezzi di sinistra ex Pci vicini al governo. Al governo viene rimproverato tutto, anche di prendere le decisioni che i suoi critici invocavano, spesso in contraddizione con le loro prese di posizione precedenti.

Campione di questa guerricciola è il mitico Salvini, l’uomo che sostiene tutte le posizioni nel disperato tentativo di azzeccare il tempo giusto per quella buona. Ma anche qui non manca il contributo di intellettuali titolati che, fra lamenti sopra la laboriosità dei lombardi messa a confronto con l’inettitudine dei meridionali (campionessa di questa sciocchezza è la nota nordica Barbara Palombelli), si addentrano in analisi antropologiche che per fortuna i fati smentiscono, a parte l’errore di massa di    quei ragazzi tornati al Sud tutti in una volta.

TUTTI VORREBBERO MISURE CHE NON TOCCHINO LA VITA PRIVATA

Il grande tema, ed è un grande tema, ora riguarda la libertà di movimento. In mezzo ci si è messo pure un appello golpista di un certo comandante Alfa che andrebbe sottoposto al Tso. Tutti vorrebbero misure che non incidano sulla propria vita privata. Ci sono quelli che vanno a trovare i nipotini, che vanno in due a fare la spesa, che fanno jogging, che fanno quello che gli parte ma che si lamentano se vedono gli altri fare lo stesso. Ora il governo ha deciso una “stretta”, io sarei stato per il coprifuoco, e tutti urlano al rischio democratico. L’HP ha preso questa bandiera che sventola con irresponsabilità.

Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito: la democrazia non è in pericolo

La mia opinione è che se non si chiude per davvero, il virus non lo fermiamo. Già il 22 marzo abbiamo avuto qualche timido segnale, che potrebbe essere subito smentito, frutto di chiusure recenti. Fra 10 giorni potrebbe andare meglio. Ma è a rischio la nostra libertà? Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito una sola cosa: la democrazia non è in pericolo. Una volta Giulio Andreotti, di fronte a chi gli agitava la minaccia di un colpo di Stato, rispose: «Non è possibile, non c’è lo Stato». Io, più modestamente, credo di conoscere gli apparati di forza e se c’è qualcuno a cui possano venire cattive idee, in sono 10 pronti ad arrestarlo.

LA LOMBARDIA DOVRÀ CAMBIARE MODELLO SANITARIO

L’altra guerricciola si svolge sul fronte lombardo. È difficile negare, lo ha raccontato bene Selvaggia Lucarelli, che quella regione paghi il prezzo di come è stata amministrata e di come è governata oggi. Poi ci sono cose strutturali, ci sono più fabbriche, più densità di popolazione, aria più inquinata. Tuttavia è del tutto evidente che la classe dirigente leghista che tutti, dico tutti, avevamo apprezzato, questa volta è stata al di sotto dei suoi compiti. Lamentosa, inetta e soprattutto poco libera.

Arrivo delle ambulanze all’ospedale Bolognini di Bergamo.

In Lombardia si sta combattendo un’altra battaglia che è una battaglia italiana. L’ha capito Bruno Vespa quando ha vergognosamente attaccato le Ong fra cui Gino Strada e Medici senza frontiere. Vespa sa quel che vuole un certo mondo e lo racconta, ovviamente gratuitamente. Il “modello lombardo” è lo spostamento di risorse pubbliche a favore del privato che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma che mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi. La Lombardia non può pensare di uscire da questo dramma con lo stesso sistema sanitario immaginato da Roberto Formigoni e magari rilucidato da Guido Bertolaso.

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Conte firma il nuovo Dpcm sulle restrizioni per l’emergenza coronavirus

È di 80 voci l'elenco delle attività che possono rimanere aperte. Chiuderà buona parte dell'industria. Ecco cosa prevede il decreto.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il Dpcm che dispone nuove misure restrittive per l’emergenza coronavirus. L’annuncio della nuova stretta era arrivato nella tarda serata del 21 marzo, tramite una diretta Facebook del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La firma è giunta solo dopo che, ha fatto sapere Palazzo Chigi, «al ministero dello Sviluppo economico sono stati severamente impegnati a vagliare tutte le richieste delle aziende che sostenvano la necessità di proseguire nelle proprie attività e invocavano comunque il carattere essenziale delle stesse, la rilevanza strategica ai fini dell’economia nazionale, lo scopo comunque connesso e accessorio rispetto alle attività consentite in via principale, la funzione strumentale alla risposta sanitaria in corso».

La validità dei Dpcm e delle ordinanze finora emanate, come quella che vieta a tutti di «trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in Comune diverso da quello in cui si trovano», viene uniformata al 3 aprile. Il decreto lascia tempo fino al 25 marzo alle imprese che devono fermarsi per completare le attività necessarie alla sospensione, «compresa la spedizione della merce in giacenza». Le attività che con il provvedimento, vengono sospese, precisa il provvedimento «possono comunque proseguire se organizzate in modalità a distanza o lavoro agile».

È invece di 80 voci l’elenco delle attività che possono rimanere aperte. L’allegato al Dpcm precisa che continueranno a essere consentita anche attività legate alle famiglie, dalle colf e badanti conviventi ai portieri nei condomini. Resteranno in funzione l’intera filiera alimentare per bevande e cibo, quella dei dispositivi medico-sanitari e della farmaceutica e, tra i servizi, quelli dei call center. La lista potrà essere aggiornata con decreto del Mise sentito il Mef.

PRODODUZIONE: SI FERMA IL COMPARTO METALMECCANICO

In una giornata segnata da più bozze e più liste in circolazione, le imprese, per voce del presidente di Confindsutria Vincenzo Boccia, hanno esplicitamente chiesto più tempo, almeno per riuscire a consegnare la merce già pronta in magazzino, per mandare al minimo gli impianti che non possono essere chiusi, per organizzare laddove si può lo smart working e per capire quali tutele garantire ai propri lavoratori. Una risposta che poi è arrivata con la previsione che si possano completare «le attività necessarie alla sospensione entro il 25 marzo». Nel decreto viene permessa «sempre l’attività di produzione, trasporto, commercializzazione consentita e consegna di farmaci, tecnologia sanitaria e dispositivi medico-chirurgici nonché di prodotti agricoli e alimentari. Resta altresì consentita ogni attività comunque funzionale a fronteggiare l’emergenza». Resterà aperta anche l’industria dell’aerospazio e della difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, previa autorizzazione del Prefetto. Le attività sospese, si legge nel testo, possono continuare con lavoro agile.

Molte industrie, soprattutto le più grandi, in realtà hanno già deciso in autonomia di chiudere i battenti o di ridurre al minimo le attività

Nel centinaio di voci iniziali erano spuntate anche i codici 24 e 25, cioè “metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo” che avevano messo in agitazione i sindacati perché, includerle, di fatto, avrebbe significato lasciare aperto «il 70% delle imprese metalmeccaniche». Molte industrie, soprattutto le più grandi, in realtà hanno già deciso in autonomia di chiudere i battenti o di ridurre al minimo le attività: da Fca, che ha fermato quasi tutti gli stabilimenti, all’ex Ilva gestita da ArcelorMittal che ha ridotto a 3.800 le presenze degli operai (ma essendo a ciclo continuo non si può permettere la chiusura e, proprio per questo motivo, risultano tra quelle esentate), fino a Luxottica che ha deciso di fermarsi già a partire da domani. Tra i nodi ancora da risolvere, osserva però la Cna, quella delle imprese che stanno avviando la riconversione per produrre mascherine e gli altri dispositivi di protezione che al momento scarseggiano sul mercato e che, al momento, non hanno quindi un codice Ateco.

I PROFESSIONISTI CONTINUANO A LAVORARE

Le attività professionali non saranno sospese per le prossime due settimane. Nell’elenco compaiono, tra l’altro, le attività legali e contabili oltre a quelle finanziarie e assicurative, ma anche gli studi di architetti e ingegneri. Attiva anche l’intera filiera della stampa, dalla carta al commercio all’ingrosso di libri, riviste e giornali fino ai servizi di informazione e comunicazione.

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Il governo vara un’ordinanza per bloccare gli spostamenti Nord-Sud

Il divieto è valido dal 22 marzo. Salvo «comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza o per motivi di salute». Non si potrà partire né con mezzi pubblici né privati. E le stazioni saranno presidiate.

Un ulteriore giro di vite. Il ministero dell’Interno e quello della Salute hanno emanato un’ordinanza che, a partire dal 22 marzo e con effetto fino all’entrata in vigore di un nuovo decreto del presidente del Consiglio vieta a tutti di «trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in Comune diverso da quello in cui si trovano», salvo che «per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza o per motivi di salute». La notizia è stata riportata in esclusiva dal Corriere della Sera. L’obiettivo è quello di arrestare l’esodo da Nord a Sud cominciato a partire dall’8 marzo, che ha costretto diverse regioni del Meridione ad adottare misure di sicurezza speciali. Anche le stazioni saranno presidiate per i controlli.

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Le opposizioni chiedono di riaprire il parlamento per il coronavirus

Tutti contro Conte. Renzi: «Questo non è il Grande Fratello». Salvini: «Basta coi decreti annunciati di notte e che poi la mattina dopo non ci sono». Meloni: «Basta smanie di protagonismo».

All’indomani della diretta Facebook con cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato le nuove restrizioni anti Coronavirus, l’opposizione torna a far sentire la sua voce. Il ritornello, pronunciato all’unisono da più voci, è lo stesso: riaprire le Camere. Lo dice Matteo Renzi, che su Twitter aggiunge «si facciano conferenze stampa, non show su Facebook: questa è una pandemia, non il Grande Fratello». Lo ribadiscono Salvini e Meloni.

L’APPELLO DI SALVINI A MATTARELLA

«Chiediamo ufficialmente al presidente Mattarella di convocare tutte le opposizioni unite», ha detto il leader della Lega in un video su Facebook, «vogliamo fortemente, con il cuore e con la testa, dare il nostro contributo. Non vorremmo che qualcuno sottovalutasse anche l’emergenza economica, dopo aver sottovalutato quella sanitaria».

«CERTE SCELTE VANNO PRESE INSIEME»

Salvini ha attaccato il governo: «Non è possibile andare avanti così, con decreti annunciati di notte e che poi la mattina non ci sono e lasciano mezzo Paese nel caos, occorre chiarezza e il coinvolgimento di tutti, occorre riaprire il parlamento perché certe scelte vanno prese tutte insieme, non da soli in una stanza a mezzanotte», ha detto il leader leghista. «Se non ci ascolta qualcuno al governo ci faremo ascoltare dal presidente della Repubblica. L’Italia ha bisogno di tutti, non solo di qualcuno, ha bisogno di certezze, non di annunci su Facebook dati la notte e smentiti la mattina dopo».

MELONI: «GOVERNO NON IN GRADO»

Sulla stessa lunghezza d’onda Giorgia Meloni: «Con l’ennesima puntata de ‘il decreto’, il governo Conte dimostra di non essere in grado di gestire l’emergenza», ha detto la leader di Fratelli d’Italia chiedendo «la convocazione immediata e ad oltranza del parlamento. Basta smanie di protagonismo: è il momento di mettere insieme tutte le energie migliori per affrontare questa frase complessa. L’Italia è nel caos ci sono migliaia di aziende, lavoratori e famiglie che aspettano risposte e il parlamento non si riunisce da oltre due settimane perché Conte vuole fare tutto da solo. Noi diciamo basta».

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Cinque pillole contro il virus nazionalista di Meloni & co

La leader di Fratelli d'Italia attacca l'Unione Europea sulla gestione dell'emergenza sanitaria. Alcune risposte a lei e ai peronisti di ritorno.

Per cominciare, un po’ di storia, stranota a molti, e costantemente dimenticata dai più. Passeremo poi subito all’Europa, all’Italia di oggi e a Giorgia Meloni, campionessa del rinato nazionalismo italiano, una guida quindi per un futuro prossimo che la leader di Fratelli d’Italia erede dell’Msi dovrebbe incominciare a tratteggiare, visto che è lì che ci vuole portare. Resta invece oscuro, e sempre più peronista, cioè rivendicativo, velleitario e pericoloso. Molti argentini, anche in Vaticano, hanno ancora nostalgia di Perón perché li ha fatti sognare. Sono da oltre mezzo secolo rovinati, ma sognano ancora. Non è un esempio.

LA LUNGIMIRANZA DI POCHI

Quel tanto o quel poco di Europa organizzata che abbiamo e che oggi si chiama Unione Europea lo dobbiamo alla lungimiranza (alle illusioni, dicono gli iper nazionalisti) di pochi uomini nati a fine 800, testimoni dello scempio della Prima guerra e del definitivo suicidio europeo della Seconda. I nomi, anche italiani ovviamente, sono noti a tutti – salvo i distratti e i beoti ovviamente – e non è necessario ripeterli. Avevano in mente un modello sovranazionale, con concrete cessioni di sovranità, perché la loro esperienza, molto forte ad esempio in Jean Monnet, era che la semplice collaborazione volontaria non basta, troppo esposta a tutte le tentazioni nazionaliste e burocratico-corporative. Anche in vari parlamenti, senz’altro in quello italiano del 1956 eletto nel 53 e che approvò con i Trattati di Roma l’atto costitutivo del tutto, nemmeno la maggiorana dei parlamentari, in linea di massima favorevoli ad eccezione del Pci filosovietico, capiva bene di che si stesse parlando. Figuriamoci l’opinione pubblica.

LA CREATURA DI UN’ÉLITE

Il dato fondamentale di quel tanto o poco di Europa che abbiamo è che fu la creatura di un’élite, non dei popoli. I popoli erano e restano molto nazionali, anche se in realtà e nonostante le apparenze meno di ieri; questo è sia un bene, una identità forte, sia un difetto, perché limita le opzioni per un futuro che, se affidato solo e strettamente agli Stati nazionali, troppo numerosi sul nostro piccolo continente e troppo piccoli per il mondo di oggi, Germania compresa, apre un futuro molto incerto. Che invece per i nazionalisti doc come Meloni è l’unico possibile, e per gli opportunisti come Matteo Salvini (con il nazionalpopulismo ha risollevato alla grande le fortune elettorali della Lega) è il più fruttuoso.

Le linee di attacco della Meloni sono cinque, cinque fallimenti dell’Europa

Meloni ha ora avuto notevoli successi online con i suoi video anti Ue ispirati dalla crisi coronavirus. Ve ne sono in versione lunga da 25 minuti, un successone, e in versione breve. Uno lo ha intitolato “Brevi cenni sull’utilità di questa Unione europea”. Molti follower e molti commenti online hanno lodato la profonda conoscenza di cose europee. Si parte ovviamente dalla drammatica situazione creata da Covid-19 nei cui confronti l’Europa, dice Meloni non senza qualche valido argomento, ha dimostrato tutta la sua impotenza. Le linee di attacco della Meloni sono cinque, cinque fallimenti dell’Europa.

1. LA SANITA È COMPETENZA NAZIONALE PER VOLERE DEGLI STATI

Primo. Le persone circolano liberamente nell’area Schengen, o circolavano fino ai primi di marzo, «ma non esiste un protocollo unico» per definire il contagio e il che fare, denuncia giustamente Meloni. Certo, è una grave lacuna. Peccato che la sanità sia stata sostanzialmente definita di competenza nazionale e non dell’Unione dal trattato di Maastricht del 1992 (art.129) dove l’Unione viene chiamata «a incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri», tutto qua. Il Trattato di Amsterdam (1997) ampliava varie competenze, preparava l’allargamento a Est, ma proibiva –esatto, proibiva – l’armonizzazione sanitaria perché competenza degli Stati. Il massiccio passo in avanti fatto con il mercato unico e l’unione monetaria aveva reso gelosi gli Stati delle loro prerogative, e tra queste la sanità. Non molto è successo da allora, ci sono stati passi avanti anche nella sanità comune ma solo come sottoprodotto delle norme a tutela dei consumatori, e poco altro. Mancano i “protocolli” citati da Meloni? È una mancanza voluta, dagli Stati nazionali, e non risulta che l’Italia abbia fatto seria obiezione, all’epoca.

2. I PAESI MEMBRI HANNO STRETTO IL CONTROLLO SUGLI APPALTI

Secondo. Non esiste un sistema unico di certificazione, ha detto Meloni, cioè una regola per stabilire i livelli di diffusione del contagio, le cose fatte, e quindi «tutti possono puntare il dito contro l’Italia». Le risposte sono nei citati Trattati di Maastricht, Amsterdam e altre decisioni degli Stati, che hanno stretto il loro controllo sulla sanità al punto da riservare la maggior parte delle gare di appalto in materia di medicinali e attrezzature ai soli fornitori nazionali, a differenza di quanto accade per molti altri settori.

3. QUANTA CONFUSIONE SULLE CIFRE

Terzo, solo con l’allargamento dei casi a Germania e Francia si incomincia a parlare di miliardi, prima per l’Italia solo 200 milioni, dice Meloni. Qui c’è una grande confusione fra cifre nazionali e cifre Ue, e molti in Italia hanno confrontato i 500 circa miliardi di euro promessi in Germania per alleviare le conseguenze economiche con quanto fatto finora dall’Italia, e si sono sentiti traditi. Ma la Ue non c’entra molto. Non siamo un’Europa federale a governo unico, abbiamo delegato certi poteri, ma il centro del potere resta negli Stati. La Commissione ha messo a punto il 13 marzo un piano con fondi recuperati dal suo bilancio e pari a 1 miliardo di euro e che metterà in moto, agevolandoli, crediti pari a circa 8 mila miliardi ai quali l’Italia ha accesso. Varie numerose altre misure circa attrezzature e altro hanno avuto bisogno dell’approvazione degli Stati.

4. LA LINEA DELLA BCE È UN NUOVO WHATEVER IT TAKES

Quarto. Il caso Lagarde, le parole altamente inopportune, sullo spread che non riguarderebbe la Bce, pronunciate dal presidente della Banca centrale. Certamente c’è chi la pensa così nell’Unione, in Olanda e in Germania soprattutto. Per Meloni quelle parole sono parte di un «complotto». Ma il lancio mercoledì 18 marzo del PEPP, una linea di intervento sine die in risposta al coronavirus con massicci acquisti di titoli anche italiani, indica che la linea di Francoforte è fino a prova contraria intervenire, non stare a guardare, e risponde a un nuovo whatever it takes.

5. IL DEBITO NON PUÒ ESSERE SEMPLICEMENTE IGNORATO

Quinto e ultimo, la questione del Mes, il cosiddetto salva stati, le nuove regole in base alle quali può essere aiutato uno Stato membro in gravi difficoltà finanziarie. Non c’è dubbio che alcuni partner lo vedono come l’occasione per costringere l’Italia ad affrontare il suo abnorme debito pubblico, che tra l’altro sotto la spesa eccezionale coronavirus rischia di avvicinarsi a sfondare tutti i parametri, come cifra assoluta i 2.500 miliardi e in percentuale l’altra soglia psicologica del 150% del Pil, visti i forti cali che avrà quest’ultimo causa pandemia. L’Italia non vuole la troika, e ha ragione. Ma vorremo prima o poi far vedere che riusciamo a imbrigliare questo debito? O pensiamo forse di poter restare nell’euro all’infinito senza fare nulla?

Matteo Salvini.

“Quand’è che ci ribelliamo?” si chiede adesso e chiede all’Italia Meloni. Ribellarsi a che? Allo spread? Riecheggia il “che cos’è questo spread?”, interrogativo storico proposto con smorfia di disgusto da Salvini all’inizio del governo gialloverde, poco meno di due anni fa. Ma Meloni non ha avuto bisogno del coronavirus per dire che l’Europa di Bruxelles è uno schifo. Lo diceva già anni fa. «Un banale comitato d’affari di usurai», così Meloni definiva la Ue il 30 giugno 2015 a una trasmissione tv (Ballarò). Lo ha sempre detto. Lo ha sempre pensato. Quindi, venendo da lontano, dovrebbe avere meditato assai dove vuole andare e dovrebbe sapere dove vuole portarci.

Meloni, Salvini e l’ineffabile Borghi, l’uomo che ha la ricetta in tasca, cioè tornare alla lira e stampare moneta, fanno solo confusione, perché non indicano nessuna soluzione credibile

Finora Meloni, Salvini e l’ineffabile Claudio Borghi, l’uomo che ha la ricetta in tasca, cioè tornare alla lira e stampare moneta, fanno solo sostanzialmente confusione, perché non indicano nessuna soluzione credibile, salvo protestare. Uscire dall’euro? Uscire dalla Ue? La soluzione di Salvini si chiama Borghi, evidentemente. Meloni non è certo lontana da questo. Salvini che tanto ha battuto il tamburo anti euro e anti Ue cerca ora, surclassato, di suonare lo stesso piffero della collega di centrodestra. Per ora è solo un presente di protesta, di polemica, di ricerca dei “traditori”, e popolato da “nemici”. D’accordo, ma per andare dove? A epidemia sotto controllo, chiariremo i rapporti con la Ue, ha minacciato in questi giorni Salvini. Lui e Meloni cavalcano lo sconcerto attuale pensando ai voti in più che si potrebbero raccogliere. Non sono leader, se non del tipo di Juan Domingo Perón che , al potere nel 1946 con le casse nazionali argentine riempite dalla Seconda guerra mondiale, promise agli argentini la luna e poi fu costretto a farsela finanziare da una banca centrale opportunamente (e fraudolentamente) imbrigliata, e rovinò il Paese, innestando un’inflazione endemica mai vista prima e da allora inestricabile. Le fumose ricette Meloni, assai meno chiare delle denunce, i messaggi bellicosi di Salvini, la cura monetaria Borghi sanno tanto di peronismo di ritorno, cioè demagogia travestita da leadership.

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I sindaci del Bergamasco chiedono a Conte una nuova stretta

L'appello di 243 primi cittadini al capo del governo e a Fontana: «È arrivato il momento di fermarci, ma per davvero. Non lasciateci soli».

«È arrivato il momento di fermarci, ma per davvero. Confidiamo in voi»: è l’appello firmato dai 243 sindaci dei Comuni bergamaschi, a partire dal primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori, inviato al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al governatore lombardo Attilio Fontana. «Al momento», spiegano, «riteniamo che l’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi possa rappresentare l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine».

LETTERA FIRMATA DA SINDACI DI TUTTI I PARTITI

La lettera è firmata anche dal presidente della Provincia di Bergamo Gianfranco Gafforelli e dai primi cittadini di tutti i partiti politici: «La situazione che si vive nell’intera Regione Lombardia assume ormai i connotati dalla tragedia e questo è ancor più evidente purtroppo nella nostra provincia di Bergamo che in questi giorni sta vedendo morire tanti uomini e donne e cancellare intere generazioni, senza nemmeno poter dare un degno saluto». «Con questa nota», si legge nella lettera, «si vuole rimarcare la necessità condivisa e trasversale di una effettiva presa di coscienza della drammaticità del momento anche per chi non vive questa Provincia. Chiediamo, auspichiamo e sollecitiamo quindi un intervento maggiormente coercitivo che imponga nuove restrizioni: con i dati che tutti conosciamo non è pensabile che ancora oggi ci si debba basare sul buon senso dei cittadini chiamati a rispettare regole soggette alle più varie interpretazioni».

L’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi è l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine

I sindaci si dicono «consapevoli dell’importante presenza di attività produttive in Regione Lombardia che grande e operosa hanno fatto la nostra terra, e siamo consapevoli che maggiori restrizioni potrebbero comportare gravi conseguenze economiche, ma al momento tutto questo appare necessario per salvare delle vite e per tutelare il valore primario della salute che non può che precedere quello pur sacrosanto del mercato economico». «Al momento riteniamo che l’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi possa rappresentare l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine. I movimenti sul territorio sono ancora troppi, e molti inesorabilmente costituiscono un vettore per questo virus».

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Conte invoca lo scudo del Mes contro la crisi da coronavirus

«Aprire una linea di credito dell'Esm per tutti gli Stati membri, in modo da aiutarli a combattere le conseguenze dell'epidemia di Covid». Gentiloni: «Logica condivisibile». Scettico Crimi.

«Il Fondo salva-stati è stato creato con un diverso tipo di crisi in mente, dunque adesso deve essere adattato alle nuove circostanze»: non ha dubbi Giuseppe Conte che in un’intervista al Financial Times chiede l’attivazione del Mes e della sua potenza di fuoco da 500 miliardi di euro per rispondere all’emergenza coronavirus. Secondo il premier italiano, «la strada da seguire è quella di aprire una linea di credito dell’Esm per tutti gli Stati membri, in modo da aiutarli a combattere le conseguenze dell’epidemia di Covid, sulla base della condizione della piena responsabilità da parte di ciascun Paese sul modo in cui vengono spese le risorse».

GENTILONI: «LA LOGICA DI CONTE È CONDIVISIBILE»

Intervistato da Radio Anch’io, il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni si è schierato dalla parte di Conte: «La sua logica è assolutamente condivisibile. Le modalità con cui si può fare un’operazione di questo genere sono legate alla discussione su questi eurobond, cioè su strumenti che si costruiscono sul mercato e sono a disposizione per tutti i Paesi», ha detto. D’altronde la crisi «riguarda tutti», e che visto «che abbiamo strumenti coordinati dobbiamo provare ad usarli». L’ex capo del governo italiano ha poi spiegato che gli eurobond, o Coronabond, «devono essere lanciati da strutture finanziarie perché sono titoli finanziari europei. La struttura più adatta per lanciarli è il Mes». Ma a livello di dibattito «non ci siamo ancora, è inutile dire cose che non sono ancora nelle decisioni prese, la discussione deve andare avanti. Temo che con l’evoluzione della pandemia aumenterà anche la consapevolezza di tutti che bisogna reagire anche con strumenti finanziari». Secondo Gentiloni, infatti, la dimensione della risposta comune ancora non è adeguata: «Si fa fatica a capire che non è una crisi soltanto di uno o di pochi».

CRIMI: «NON CREDO NEL FONDO SALVA-STATI»

Più scettico invece Vito Crimi. «Il ricorso al Mes senza condizionalità? Purtroppo non ci credo», ha detto il capo politico del Movimento 5 Stelle a Radio 1.

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Parlamentari, voi non dovete stare a casa, fate il vostro dovere

Basta chiacchere e polemiche inutili, state su quelle belle poltrone di Camera e Sentato così che se serve un voto o una voce calda che incoraggi il Paese si sappia dovere trovarvi.

Dopo aver letto su un giornale qualsiasi o visto in tivù un medico o un infermiere/a raccontare il loro dramma e quello dei loro pazienti, sapere che di lì a qualche mezz’ora alcuni deficienti saranno in giro per la città per fare la spesuccia quotidiana o perché ritengono irrinunciabili la passeggiata o la corsetta o sapere che i parlamentari non sono dentro le Camere a discutere per tenersi pronti ad approvare decreti e mostrare la loro utilità, ti viene voglia di spaccare tutto.

Eppure non è necessario. Gran parte degli italiani sta facendo il proprio dovere e sta a casa. Poi ci sono gli eroi normali. Non solo medici e infermieri/e ma anche addetti alle pulizie, camionisti, farmacisti, commercianti dei servizi essenziali, operai e dirigenti di fabbriche non chiuse, operatori biologici, becchini, giornalisti, insomma l’elenco di chi sta facendo, come può e come sa, il proprio dovere è lungo.

Per le due categorie: i folli che si comportano come niente fosse e i parlamentari che se ne stanno a casa, servono due maniere diversamente forti. Per i primi serve una specie di coprifuoco, i militari in aggiunta alla polizia e ai carabinieri di fronte a chi non ha un fondatissimo motivo per stare per strada devono portarlo a casa e buttare la chiave. Per i parlamentari mi rivolgo, da ex parlamentare, ai presidenti e agli uffici di presidenza e anche a quei leader che reclamano il parlamento aperto e poi mandano deserte il 70% delle sedute. Qui non si scherza.

DOPO L’EPIDEMIA IL PAESE SARÀ CARICO DI TENSIONI DRAMMATICHE

Il dopo epidemia sarà un passaggio democratico drammatico. Gente senza lavoro, Italia in ginocchio, esasperazione, odio verso i privilegiati. Ci sarà una miscela esplosiva che potrà essere governata da un governo che sappia tenere il bandolo della matassa, e con buona pace di Pietro Senaldi e del mio amico Pigi Battista, Giuseppe Conte ha più palle di tanti altri. Serve un prestigio da spendere democraticamente da parte delle categorie eroiche che ci stanno salvando. Serve l’idea che il parlamento sia utile e che non sia popolato da buffoni. Quest’ultimo passaggio è il più difficile ma la selezione naturale che sta avvenendo nei talk tivù in cui vengono via via espulsi i cretini, può aiutare. I partiti nella loro totale inesistenza, tranne due o tre, dovrebbero costringere i propri deputati a stare a Roma o, dimostrandolo in modo circostanziato, sui territori.

I PARLAMENTARI CONTINUINO A LAVORARE SENZA CLAMORI

Non sarei scandalizzato né sentirei la democrazia minacciata se un giovane soldato mandasse imperiosamente a casa la coppietta che passeggia o chi fa footing o se il capo-partito o il presidente di Regione richiama nome per nome il parlamentare che sta chiuso in casa, lui che è l’unico a dover star fuori. A ciascuno è toccato un momento difficile. Non faccio paragoni, ma a me spettava, quando ero nell’ufficio del redattore capo, andare a ritirare i manifestini che le Br mettevano vicino al mio giornale. Come me lo hanno fanno in tanti. Senza clamore, neppure postumo. Oggi la richiesta è più banale: statevene a casa e, se parlamentari, state su quelle belle poltrone del Transatlantico così che se serve che diate un voto o facciate sentire una voce calda che incoraggi il Paese si sappia dovere trovarvi. Poche volte nella vita si è chiesto di fare gli eroi col culo al caldo.

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Salvini e Berlusconi rompono la tregua sul dl Cura Italia

La Lega blocca il tentativo della maggioranza di limitare al massimo le sedute parlamentari. Forza Italia voterà il decreto solo con dei cambiamenti. Lo scontro politico si riaccende.

La tregua vacilla: il centrodestra sale sulle barricate e minaccia di bocciare il decreto Cura Italia con le misure economiche anti-coronavirus. È questa la grana che piomba nel governo mentre si affacciano nuove difficili decisioni. Dopo lunga gestazione, con il protrarsi di qualche tensione in maggioranza, il maxi decreto entra in vigore: il premier Giuseppe Conte convoca a Palazzo Chigi i capi delegazione, Di Maio, Gualtieri, i sottosegretari al Mef, per capire come andare avanti e dare attuazione alle misure in tempi rapidi, mentre già si lavora al successivo decreto economico e si prepara una nuova stretta, con proroga, delle misure anti-contagio.

Ma il clima politico si fa rovente. Tanto che l’opposizione della Lega blocca il tentativo della maggioranza di limitare al massimo le sedute parlamentari: per varare il maxi decreto, che è già lungo 126 articoli ma assorbirà anche gli altri decreti finora approvati dal governo, dovranno riunirsi tutte le commissioni e dare i pareri. “Incredibile! La Lega in Senato fa ostruzionismo sul decreto per affrontare la crisi economica! Vi prego ripensateci, l’Italia ha bisogno di aiuto subito!!!”, tuona il Pd attraverso le parole del vicesegretario Andrea Orlando. Dopo una riunione dei capigruppo fiume e a tratti assai tesa, con urla che si sentono nei corridoi di un Palazzo Madama deserto, arriva la decisione che per giorni aveva tenuto banco nei dibattiti parlamentari: nessuna deroga alle regole, per votare il Cura Italia si riuniranno tutte le commissioni e poi, naturalmente, l’Aula. Forte era la spinta, soprattutto di una parte della maggioranza, perché si valutassero forme di voto a distanza. Per la piena funzionalità delle Camere, in linea con il Quirinale, si è espresso il presidente della Camera Roberto Fico. Il presidente del Senato Elisabetta Casellati parlando in un’Aula quasi vuota, sottolinea che le Camere “devono poter lavorare senza nessuna forzatura o limitazione delle prerogative parlamentari”. Presenza, dunque, sia pur nel rispetto delle distanze, tanto che Casellati convoca i capigruppo nell’emiciclo di Palazzo Madama e non nella sala delle riunioni perché possano essere più distanziati. La maggioranza proponeva di far lavorare solo la commissione Bilancio e poi decidere delle misure precauzionali per l’Aula. Ma il centrodestra, Lega in testa, si oppone: sconvocata l’informativa di Conte in programma il 25, dopo che è saltato il Consiglio europeo, al Senato dovranno riunirsi tutte le commissioni tra il 25 e il 26 per i pareri sul decreto, che accorperà anche le misure già varate in ambito giustizia, sanità ed economico, e dovrà essere convocata anche l’Aula per votare il calendario. Un “ostruzionismo deleterio e inutile”, lamenta dal Pd Andrea Marcucci. E dà voce ai tanti parlamentari preoccupati dai rischi di contagio. Nel merito, sia Matteo Salvini che Silvio Berlusconi si mettono di traverso. Bocciano le misure del Cura Italia, chiedono modifiche per votare il testo e la Lega non esclude di rivolgersi al Quirinale. L’accusa è essere stati interpellati – Conte ha informato i partiti sull’idea di rinviare, con una norma inserita in extremis nel decreto, il referendum costituzionale – ma non realmente ascoltati. “Collaborativi sì ma non complici”, dicono dalla Lega, lamentando misure come quelle per gli autonomi e il termine ridotto per la cassa integrazione in deroga estesa a tutti. Viene anche sollevato un sospetto: “Non è che qualcuno nel governo sta aiutando qualche colosso cinese sul 5G” dando accesso alle piattaforme della P.a? Il 5G e gli autonomi sono capitoli che agitano anche la maggioranza. Il tentativo del governo è limitare al massimo gli “assalti alla diligenza” tipici di ogni manovra. Ma un margine in Parlamento per cambiare, dicono fonti parlamentari, ci sarà. Ma intanto Conte si preoccupa di dare attuazione a norme molto attese dagli italiani: ne parla con i capi delegazione e i sottosegretari a palazzo Chigi. Agire in fretta è un imperativo. E intanto l’appello del sottosegretario Riccardo Fraccaro alle opposizioni è porre fine a polemiche che rischiano di essere “anti italiane”. Il fronte parlamentare, dopo la tregua, si fa sempre più caldo

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Raffaele Trano espulso dal Gruppo M5s alla Camera

Il deputato pentastellato era stato eletto grazie all'opposizione e a qualche falco tiratore alla presidenza della commissione Finanza alla Camera. Aveva avuto la meglio sul candidato indicato dalla maggioranza Nicola Grimaldi.

L’emergenza coronavirus non ferma le espulsioni in casa M5s. Il 18 marzo è toccato al deputato Raffaele Trano, recentemente eletto – con scia di polemiche – presidente della commissione Finanze alla Camera al posto di Carla Ruocco passata alla presidenza della commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario

L’ELEZIONE DELLE POLEMICHE

L’elezione di Trano aveva suscitato maldipancia nella maggioranza. Il commercialista, infatti, aveva avuto la meglio per un solo voto (20 a 19) sul collega pentastellato (e medico) Nicola Grimaldi – indicato ufficialmente non solo dal M5s, ma anche da Pd e Italia viva – grazie al voto compatto dell’opposizione (Lega, FdI e Fi), di qualche franco tiratore della maggioranza e di almeno due ex M5s passati al Misto.

IL J’ACCUSE DEL CAPOGRUPPO M5S DAVIDE CRIPPA

Una batosta per la maggioranza che aveva fatto pensare a un primo tentativo di mettere insieme una maggioranza alternativa di centrodestra e responsabili per un governo senza Giuseppe Conte. Non a caso il capogruppo 5 stelle a Montecitorio Davide Crippa aveva definito «inaccettabile» l’elezione del collega. «Questo risultato può essere il frutto di giochetti politici portati avanti dall’opposizione, con l’aiuto di qualche membro della maggioranza», aveva attaccato Crippa. Che, rivolgendosi a Trano aveva aggiunto: «Auspichiamo che non consentirà che la sua elezione possa essere strumentalizzata, lasciando così, alla maggioranza, la possibilità di procedere a una nuova votazione per la presidenza della commissione». A pochi giorni dall’elezione arriva l’espulsione comunicata da Vito Crimi, capo politico reggente del Movimento, senza nemmeno la ratifica degli iscritti.

DA TRANO NESSUN PASSO INDIETRO

Dura la reazione di Trano. «Stiamo vivendo i giorni più difficili dalla nascita della Repubblica e, anziché pensare a come gestire l’emergenza coronavirus, tutelando la salute pubblica e sostenendo l’economia fiaccata dal Covid-19, apprendo con stupore che il direttivo Movimento 5 stelle si preoccupa delle poltrone, procedendo con la mia espulsione dal gruppo senza darmi neppure la possibilità di un confronto», ha dichiarato il deputato. «La mia unica colpa è quella di essere stato democraticamente eletto presidente della Commissione finanze della Camera. Il Movimento 5 stelle in cui ho sempre creduto e credo è quello del rispetto delle regole, dell’onestà, della democrazia e dell’uno vale uno. Se il direttivo ha cambiato orientamento sono loro e non io ad essersi discostati dalle 5 stelle. E come parlamentare non posso che difendere le libere scelte che vengono fatte da tutti gli organi del parlamento. Compresa quella di eleggermi presidente. Continuerò dunque a lavorare con l’impegno di sempre, per contribuire a sostenere il nostro Paese e per svolgere al meglio possibile il mio ruolo di presidente della commissione Finanze». E, ancora: «Sull’espulsione valuterò con i miei legali se fare ricorso. All’Italia serve unità e non manovre di potere portate avanti da chi si interessa a una poltrona anziché al progetto».

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