Gli insulti e le aggressioni ai giornalisti a Pontida

Al raduno della Lega il "popolo del pratone" se l'è presa con un videomaker di Repubblica: pugno alla telecamera e microfono rotto. Minacciato anche Gad Lerner. Salvini: «L'odio non abita qui».

A sentire Matteo Salvini, «l’odio e la paura non abitano a Pontida. Col sorriso si risponde agli insulti». Il problema è che gli insulti sono arrivati anche dal “popolo del pratone“. E le aggressioni pure. Nel mirino i giornalisti considerati “ostili” alla Lega. Nel giorno del grande raduno padano nella Bergamasca infatti Antonio Nasso, un cronista videomaker collaboratore de la Repubblica, è stato aggredito da un militante del Carroccio sotto il palco.

UN UOMO URLAVA: «MATTARELLA MAFIOSO»

Dopo diverse minacce verbali, un uomo gli ha rotto il microfono della telecamera rendendola inutilizzabile. Nasso, mentre faceva delle interviste sul pratone, ha sentito una persona urlare «Mattarella mafioso», replicando tra l’altro gli “apprezzamenti” rivolti il giorno prima («Mi fa schifo») al presidente della Repubblica dal deputato Vito Comencini. Si è così avvicinato per riprenderlo, ma l’uomo ha cominciato a insultarlo e minacciarlo: «Sei un provocatore, se non te ne vai ci incazziamo». A quel punto un secondo leghista ha sferrato un pugno alla telecamera rompendo il microfono.

PESANTI OFFESE A GAD LERNER

Non solo. Anche per la firma de la Repubblica Gad Lerner è stato riservato un trattamento poco accogliente. «Massone, straccione, vai a casa, figlio di 100 padri, spargi sempre merda su di noi, oggi sei tu che hai la merda, provocatore»: così decine di leghisti lo hanno attaccato duramente appena è arrivato. I contestatori lo hanno seguito minacciosamente sino all’area stampa, allestita a fianco del palco dove poi ha preso la parola Salvini. Che tra le altre cose ha detto: «Questa è l’Italia che vincerà. Qua ci sono uomini e donne con valori».

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Salvini vuole un referendum se cambia il decreto sicurezza

Il leader della Lega insiste con la propaganda sull'immigrazione: «L'Italia torna a essere un campo profughi. Smontano la mia legge? Sia il popolo a opporsi alla scelte del palazzo».

La nuova arma preferita da Matteo Salvini sembra essere diventata quella del referendum. Dopo averne proposto uno per il superamento della legge elettorale, il Rosatellum, ne ha lanciato un altro possibile sull’argomento che gli è tanto caro a livello di propaganda, e cioè l’immigrazione: «Il problema è che l’Italia torna a essere un campo profughi. Lo vedremo nelle prossime settimane. Le Ong hanno festeggiato. Se smonteranno il decreto sicurezza sarà un’altra occasione di referendum, perché sia il popolo a opporsi alle scelte del palazzo. Sull’immigrazione la vedo grigia nei prossimi mesi, la vedo male», ha detto il leader della Lega da Pontida.

«A MATTARELLA BISOGNA PORTARE RISPETTO…»

L’ex ministro dell’Interno ha commentato anche le parole del deputato leghista Vito Comencini contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Mi fa schifo»): «Possono essere sbagliati i toni, bisogna sempre portare rispetto. Sicuramente sono state fatte scelte che non corrispondono alla volontà popolare. Io però non uso l’insulto e propongo agli italiani un cambiamento».

Io voglio che ogni italiano sappia per chi vota, senza che ci siano partitini che tengono in ostaggio il Paese

Poi Salvini è tornato sul sistema di voto, spiegando che gli alleati del centrodestra «sono d’accordo con un referendum sulla legge elettorale. Ne avevo parlato con entrambi. Io voglio che ogni italiano sappia per chi vota, senza che ci siano partitini che tengono in ostaggio il Paese».

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Cos’è il patto civico per l’Umbria proposto da Di Maio

Il capo politico del M5s ha chiesto alle forze politiche di fare un passo indietro alle Regionali 2019: «Ognuno corra con il proprio simbolo e il presidente sia fuori dai partiti». Il dem Verini: «L'intesa si può praticare». Ma Salvini stronca l'ex alleato: «Un disperato che chiede aiuto al Pd».

Per molti le Regionali 2019 sono il primo vero banco di prova per la tenuta del nuovo governo giallorosso. Uno “stress test” con il fantasma del ritorno prepotente di Matteo Salvini e della Lega (alleata con Silvio Berlusconi) che aleggia su Partito democratico e Movimento 5 stelle, impegnati nel tentativo di dialogo in ottica coalizione. In Umbria per esempio si vota domenica 27 ottobre dopo che la governatrice dem Catiuscia Marini si è dimessa in seguito agli sviluppi di un’inchiesta sulla sanità locale e su presunte irregolarità nelle assunzioni di medici, infermieri e personale ausiliario. E qui Luigi Di Maio ha lanciato la proposta di «un patto civico».

«NESSUNA PRETESA DI ASSESSORATI O ALTRI INCARICHI»

Di cosa si tratta? Il capo politico grillino lo ha spiegato in una lettera a La Nazione: «Tutte le forze politiche di buon senso facciano un passo indietro e lascino spazio a una Giunta civica, che noi sosterremo solo con la presenza in Consiglio regionale, senza pretese di assessorati o altri incarichi. Ovviamente ci aspettiamo che tutti gli altri facciano lo stesso. Ognuno correrà con il proprio simbolo in sostegno di un presidente civico, fuori dalle appartenenze partitiche, e con un programma comune».

«UMBRIA CULLA DI UNA NUOVA POLITICA»

Insomma secondo Di Maio «l’Umbria può essere la culla di un nuovo modo di innovare la politica a partire dal locale, di un nuovo modo di fare imprenditoria coinvolgendo i giovani e il territorio». Quello lanciato è «un appello chiaro a tutte le forze politiche che hanno a cuore il bene comune: facciamo tutti un passo indietro mentre tutti gli umbri di buona volontà ne facciano uno in avanti».

L’idea è stata salutata positivamente da un neo collega di governo di Di Maio, Roberto Speranza. Su Twitter il segretario nazionale di Articolo Uno e ministro della Salute ha infatti scritto: «Una nuova stagione di civismo è la strada giusta per l’Umbria. Da Di Maio arrivano oggi parole di buon senso, che non devono essere lasciate cadere. Per me il punto essenziale è la difesa dei valori portanti della Costituzione, a partire dalla dignità del lavoro e dalla lotta contro le diseguaglianze».

IL DEM VERINI: «INCONTRI RAVVICINATI SUI PROGRAMMI»

Il commissario umbro del Partito democratico Walter Verini, rispondendo all’Ansa, ha detto: «Mi pare che le parole di Di Maio rappresentino un fatto nuovo e significativo, un’intesa a livello regionale può essere praticata». Secondo Verini «Di Maio offre un terreno di confronto con alcuni punti certamente condivisibili e da noi già da tempo acquisiti e altri sui quali dialogare». La linea, «così come avvenuto per il governo nazionale, sarà quella di incontri ravvicinati sui programmi. Tutto questo nell’interesse e per il futuro di una regione come l’Umbria non non può e non vuole essere “presa” dai sentimenti di odio e intolleranza che Salvini diffonde a piene mani».

ZINGARETTI: «IL CONFRONTO PUÒ ANDARE AVANTI»

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha commentato così: «Anche in Umbria il confronto può andare avanti. Ci sono tutte le condizioni per un processo nuovo che valorizzi la qualità e metta al centro il lavoro, la sostenibilità e il bene dei cittadini umbri».

SALVINI: «IL M5S TEME DI SPARIRE ANCHE LÌ»

Ovviamente Salvini non l’ha presa bene. E in una nota ha dichiarato: «Di Maio è evidentemente disperato e supplica il Pd per evitare che il M5s possa sparire anche in quella regione. Fortunatamente i cittadini umbri potranno votare, a differenza degli altri Italiani, e quindi chi ha preferito la poltrona alla dignità ha le ore contate. Pd e M5s non possono scappare dai cittadini per sempre. Dopo 50 anni di sinistra, in Umbria c’è voglia di cambiare: non c’è trucco di palazzo che possa evitarlo».

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Storia del raduno leghista di Pontida tra riti e folklore

Le ampolle sacre con l'acqua del Po. Il matrimonio celtico di Calderoli. Alberto da Giussano forse mai esistito. Lapidi col dubbio della contraffazione. Da Bossi a Salvini, come si è evoluto l'appuntamento bergamasco dell'orgoglio padano che torna il 15 settembre.

Ben prima che rosari, crocifissi e madonnine prendessero piede nelle dissacranti ostensioni elettorali di Matteo Salvini, i leghisti delle origini consacravano la loro battaglia politica a ben altre divinità che nulla avevano a che fare con le radici cattoliche del nostro Paese. Su ampolle sacre prelevate dal Po, druidi e rievocazioni storiche parecchio romanzate – se non inventate di sana pianta – Umberto Bossi ha costruito il suo, folkloristico, partito. Ed è stato così almeno fino alla fatidica “notte delle scope” del 2012, quando, oltre al cerchio magico, sono state ramazzate tutte quelle note di colore che hanno anticipato la dismissione del “Nord” dal simbolo e il cambio cromatico del partito da verde a blu.

OBIETTIVO: MONITORARE GLI UMORI DEL NORD PROFONDO

Sono cambiati i leader (da Bossi a Salvini con la breve apparizione di Roberto Maroni), è cambiato persino il pantheon di riferimento, ma la marcia su Pontida è comunque rimasta nel calendario delle festività della Lega. Anzi, nel 2019 il partito acciaccato dalle giravolte agostane di Salvini prova a ripartire in grande stile proprio dal pratone della Bergamasca Tèra de Berghem») promettendo numeri da record. È l’occasione per testare non solo se l’ex titolare del Viminale ha mantenuto la sua capacità attrattiva, ma anche per monitorare gli umori di quel Nord profondo, schietto e risoluto con il quale Pontida ha sempre rappresentato una sorta di cordone ombelicale.

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Salamelle a Pontida nel 2015. (Ansa)

ORIGINI: TUTTO NACQUE CONTRO “IL BARBAROSSA”

Perché i leghisti hanno scelto proprio quel manto erboso per la loro festa più importante? Bisogna tornare indietro di diversi secoli, al 1167, quando nacque la “lega lombarda” tra cinque Comuni del Nord Italia contro l’imperatore Federico I detto “il Barbarossa”. E qui storia e mito si fondono con il folklore padano tessuto da Bossi ma, soprattutto, da Gianfranco Miglio, il costituzionalista comasco che pensò di scardinare la Costituzione, il democristiano che parlava come avrebbero parlato prima i leghisti e, oggi, i cinque stelle. Perché non si sa nemmeno se il giuramento di Pontida sia avvenuto realmente. Qualche tempo fa, sul Corriere, Dino Messina ricordava che la sola prova rinvenuta in quell’area, una lapide con l’incisione: “Federatio longobarda pontide, sub. Ausp. Alexandri III P.M. die VII aprilis MCLXVII Monaci Posuere” fosse in realtà una contraffazione. A insospettire gli studiosi proprio il termine “federatio” che, per i latinisti, non era nelle corde dello spirito dell’epoca.

SIMBOLI: GUERRIERO CON LA SPADA E SOLE DELLE ALPI

Ma gli storici nutrono più di un interrogativo anche sull’esistenza dello stesso Alberto da Giussano, il condottiero stilizzato che per decadi è stato simbolo della Lega di Bossi (riposto poi in soffitta da Salvini assieme al “sole delle Alpi”, anche se in periodi più recenti l’attuale segretario del partito è tornato a indossare la spilletta che lo ritrae con quel suo spadone alzato). Secondo il folkore leghista, questo mitico guerriero padano avrebbe condotto alla vittoria i popoli del Nord nella storica battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 combattuta tra la Lega Lombarda e l’esercito di Federico Barbarossa. Si perde nella leggenda persino il motivo che portò Umberto Bossi, che storico non era, a rifarsi proprio alle gesta di Alberto da Giussano: c’è chi dice lo avesse semplicemente visto riprodotto sulle biciclette di marca “Legnano” inforcate da Gino Bartali. Sul sito del produttore si legge: «Già nel 1915 compare il guerriero, la spada al cielo nella destra, lo scudo nella sinistra, riproduzione del monumento ad Alberto da Giussano eretto a Legnano nel 1900».

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Un simpatizzante leghista accanto a una statua di Alberto di Giussano sulla spianata di Pontida, 19 giugno 2011. (Ansa)

PRIMO RADUNO: NEL 1990 ALLA PRESENZA DI POCHI MILITANTI

Fatti e personaggi dimenticati per secoli tornarono prepotentemente alla ribalta della cronaca politica il 25 marzo del 1990, quando Bossi organizzò la prima Woodstock del popolo padano. Sul pratone quattro gatti (leghisti e bergamaschi), su un palchetto traballante il Senatùr. Ci ritornò due mesi più tardi per fare giurare 800 consiglieri comunali, provinciali e regionali eletti tra le file della Lega Nord.

PONTIDA DI GOVERNO: QUANDO NEL 1994 SI RUPPE COL CAV

Bisogna attendere quattro anni per la prima “Pontida di governo”. Da un palco ormai più stabile e professionale, Bossi non prendeva più atto del giuramento dei suoi militanti ma giurava fedeltà a sua volta a Silvio Berlusconi. Una fedeltà che durò solo fino al 22 dicembre di quello stesso anno, quando la Lega dopo soli sette mesi staccò la spina al primo esecutivo del Cavaliere (la causa scatenante viene spesso ricondotta al famoso un invito a comparire che i magistrati recapitarono a Berlusconi, in realtà c’erano già aspri dissidi in tema di pensioni e lo stesso Bossi temeva a sua volta di essere scaricato con un ribaltone).

Umberto Bossi dal palco nel 1995. (Ansa)

NASCITA DEL TERZO POLO: LA SVOLTA DEL 1995

«Giuda, traditore, ladro con scasso e ricettatore di voti, personalità doppia, tripla e quadrupla». Le parole che Berlusconi, durante il suo discorso alla Camera del 22 dicembre 1994, indirizzò a Umberto Bossi contribuirono a fare sì che, pochi mesi dopo, sul pratone di Pontida nascesse il «terzo Polo», che si proponeva alternativo tanto al buongoverno berlusconiano quanto all’Ulivo di Romano Prodi. Su quello stesso palco, 12 mesi dopo, si manifestò plasticamente la prima divisione interna alla Lega: mentre il popolo padano giurava sulla «Costituzione del Nord» Umberto Bossi e Irene Pivetti litigavano sulla linea da tenere circa la possibilità di tornare assieme a Berlusconi (il Senatùr non ne voleva sapere). Bossi tenne il punto e Prodi, pochi mesi dopo, vinse le elezioni.

ROMANTICISMO 1998: LE NOZZE CELTICHE DI CALDEROLI

Nel 1998 a Pontida Roberto Calderoli annunciò che avrebbe sposato Sabina Negri «con rito celtico». Al posto del druido d’ordinanza a officiare le nozze pagane l’ex sindaco di Milano Marco Formentini. Anni dopo la Negri raccontò ai giornali che Formentini corse da lei preoccupato chiedendole: «Come si sposavano i celti?».

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Roberto Calderoli firma autografi nel 1998. (Ansa)

RILANCIO DI BOSSI: IL 1999 POST DISFATTE ELETTORALI

Chissà se Matteo Salvini per il suo discorso di rilancio prenderà spunto da quello che fece Bossi nel 1999, una delle “Pontide” più difficili per il Senatùr e per la Lega, reduci da una serie di disfatte elettorali a ripetizione (alle Europee non raggiunsero nemmeno il 4,5%). Nessun mea culpa arrivò dal vecchio leone padano, nessuna orazione funebre fu cantata quel giorno. Sul pratone bergamasco, anzi, riecheggiarono aspre parole battagliere, degne dell’erede del mitico Alberto da Giussano: «Voi, voi… Voi del “tutto e subito” non siete padani per niente. Voi fanfaroni, pantofolai, chiacchieroni, padani dal freno tirato, voi che mi avete obbligato ad arrampicarmi sui vetri con la vostra padanità da strapazzo, voi… siete solo italiani in camicia verde». Le dimissioni furono messe solo apparentemente sul piatto: «Posso andarmene ma se mi direte di restare mi costringerete a fare cose tremende: sbatterò via i dirigenti che hanno la gotta per troppe bistecche mangiate, obbligherò a lavorare i deputati, aprirò il movimento ai nuovi padani».

SOSPESA PER MALATTIA: L’ICTUS DEL SENATÙR NEL 2004

Non ci fu alcun raduno nel 2004. Per la Lega quell’anno c’era ben poco da festeggiare: nel mese di marzo infatti Umberto Bossi venne colpito da un ictus e, nel periodo di Pontida, la sua sorte restava appesa a un filo. Tornò a calcare quel palco 12 mesi dopo, provato dalla lunga degenza ma ancora in grado di infiammare il suo popolo quando gridò «Padania libera».

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Umberto Bossi al raduno nel 2016. (Ansa)

INCHIESTE: IL 2012 TRA DIAMANTI IN TANZANIA E FONDI A CIPRO

Scoppiò nel 2012 la famosa inchiesta sui 49 milioni (per la precisione, 48.969.617 euro). L’allora tesoriere Francesco Belsito venne indagato con le accuse di truffa ai danni dello Stato e riciclaggio per la sua gestione dei rimborsi elettorali che, tra il 2008 e il 2010, almeno secondo l’accusa sarebbero finiti investiti in diamanti in Tanzania e in fondi a Cipro. La Lega non era più il partito degli onesti che combatteva contro «Roma ladrona». Nottetempo qualcuno violò il sacrario padano e trasformò la scritta che campeggia sul pratone «Padroni a casa nostra» in «Ladroni a casa nostra».

La scritta modificata in “Ladroni a casa nostra”. (Ansa)

BATTESTIMO DI SALVINI: LA RIPARTENZA DEL 2014. E ORA?

Non avvenne versando sulla testa del neo segretario l’acqua del Po ma a Pontida il battesimo di Matteo Salvini in quel delicato raduno del 2014. Appena il futuro ministro dell’Interno salì sul palco sparirono le cicatrici lasciate da Belsito, dal cerchio magico, dal “Trota” con la sua laurea albanese, dalle mutande verdi e dalla Family. Tramontava il sole delle Alpi che rappresentava la Lega conosciuta dai militanti padani fino a quel giorno, sorgeva la stella di Salvini destinata a durare almeno fino all’agosto 2019. Per capire se brillerà ancora nel firmamento sovranista bisognerà attendere il raduno del 15 settembre.

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Nel 2009 erano ancora lontani i tempi di “Prima gli italiani”. (Ansa)

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La destra preme per una legge elettorale maggioritaria

Salvini chiede un referendum per il cambiamento della legge. Fratelli d'Italia parla di voto diretto anche per il Capo dello Stato. Forza Italia frena per un istante ma sembra orientata ad accodarsi.

Matteo Salvini non ci sta. E dopo aver incassato e a fatica digerito l’auto esclusione dal governo, spianando di fatto la strada a un esecutivo targato Pd-M5s, torna all’attacco. Questa volta lo fa sulla legge elettorale. Che per lui, come per buona parte della destra, dovrebbe essere un maggioritario e non proporzionale. «Il traditore Conte parla di proporzionale per garantirsi l’inciucio a vita. Il maggioritario significa che vincono gli elettori», ha tuonato il leade del carroccio rispondendo a una domanda sulle elezioni al suo arrivo all’assemblea degli amministratori della Lega a Milano.

UN REFERENDUM PER CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE

Salvini resta infatti convinto che l’attuale governo non abbia intenzionato a modificare il Rosatellum. Da qui la proposta di un referendum per cambiare la legge elettorale e renderla «totalmente maggioritaria come quella per i sindaci». La volonta, come ha ribadito dal palco dell’assemblea degli amministratori della Lega, è di «cancellare la possibilità di inciucio a vita e togliere la quota proporzionale: 631 collegi in cui gli italiani sanno per nome e cognome chi eleggono e quindi c’è un governo». Il leader del Carroccio ha poi spiegato come, «se in futuro riusciremo a occuparci di elezioni dirette vorrei che anche il Presidente della Repubblica venisse scelto dagli italiani».

FRATELLI D’ITALIA SPINGE PER IL SUPERAMENTO DEL ROSATELLUM

«Elezione diretta del Capo dello Stato, legge elettorale maggioritaria come stabilito dal popolo con un referendum e abolizione dei senatori a vita». Anche Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni chiedono il superamento del Rosatellum. «Queste sono le battaglie che abbiamo portato avanti in questi anni e che in passato sono state bocciate, purtroppo, anche dalla Lega al governo», ha spiegato Meloni. Che poi ha chiesto al Carroccio e Forza Italia di trovare nuova unità e sottoscrivere «un impegno ufficiale su queste sfide, le uniche in grado di fermare la deriva antidemocratica in cui il Pd vuole gettare l’Italia con l’aiuto dei grillini voltagabbana e poltronari».

FI DICE SÌ AL MAGGIORITARIO MA A UNA CONDIZIONE

Il superamento del Rosatellum pare convincere anche Forza Italia. Che però mette le mani avanti con le parole della capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini: «Nessuno può pensare di chiedere a Forza Italia di sostenere una legge maggioritaria per fare poi i propri interessi e continuare a dire, come ad esempio ha fatto la Meloni in questi mesi che l’alleanza dei sovranisti è autosufficiente».

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Piero De Luca resta fuori Tofalo unico salernitano

di Andrea Pellegrino

Resiste solo Angelo Tofalo nel Conte bis. E’ l’unico salernitano ad aver ricevuto la riconferma come sottosegretario nel nuovo governo. Il grillino salernitano resterà al suo posto, contrariamente al senatore Andrea Cioffi (più vicino all’area Fico) che perde il posto al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Salerno resta, dunque, quasi a secco: zero sottosegretari e viceministri del Partito democratico, uno solo del Movimento 5 Stelle. Anche i De Luca perdono la propria partita nazionale. Due i fattori che avrebbero inciso sulla scelta di escludere Piero De Luca dal governo: il veto del Movimento 5 Stelle, campano e non solo, e anche la volontà del gruppo Renzi di restare fuori dall’esecutivo. Un’esclusione, quella di De Luca jr, che potrebbe giocare a favore anche del papà governatore, pronto naturalmente alla riconferma alla guida della Regione Campania in una sfida che si prospetta, a prescindere, contro il Movimento 5 Stelle. Fuori anche Tommaso Pellegrino (sindaco di Sassano e presidente del parco nazionale del Cilento) ma anche Nicola Oddati, ritenuto tra i più fedeli di Nicola Zingaretti. Stessa sorte per il deputato dem Lello Topo. Anche lui sarebbe caduto sotto i veti del Movimento 5 Stelle della Campania. Salerno e Campania, dunque, raccolgono poca roba dalle ultime nomine. Anche i socialisti si fermano, così come si ferma in particolare la scalata di Enzo Maraio, il salernitano segretario nazionale del Psi che sperava in un posto nel Conte bis. Maraio d’altronde deve fare i conti con una spaccatura interna al partito e soprattutto con l’area Craxi, meno propensa ad un sostegno all’attuale governo. Infine, nulla da fare neppure per Federico Conte, deputato Leu e protagonista dell’accordo di governo con Pd e Movimento 5 Stelle. Leu conquista due sottosegretari: in squadra c’è anche Peppe De Cristofaro.

 

Consiglia

Cosa mi aspetto dal governo Conte bis per noi disabili

Il premier ha cominciato il suo secondo mandato col piede giusto incontrando una delegazione delle organizzazioni e assumendo le deleghe dal ministero della Famiglia. Ora però, archiviata l'era salviniana, deve passare ai fatti.

Dal governo appena insediato mi piacciono due cose: che Matteo Salvini e la Lega non ne facciano parte e che le deleghe alla Disabilità siano passate dal ministero della Famiglia alla presidenza del Consiglio. Spero che sia l’inizio di un nuovo capitolo, per quanto riguarda le politiche e l’attenzione nei confronti delle persone con disabilità.

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Il primo governo Conte è stato uno dei più biechi e pelosi nei nostri confronti. Non ho mai sentito parlare tanto di disabilità come durante l'”era glaciale” (perché agghiacciante) gialloverde. Vero, in passato, con altre forze politiche al potere, le priorità e i diritti dei cittadini disabili erano in fondo all’agenda. Le persone con disabilità parevano essere diventate invisibili o essersi addirittura estinte.

Un ministero ad hoc non aveva senso perché noi persone con disabilità non siamo alieni. Rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”, è vero, ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a esigenze di tutti

Devono averlo creduto i ministri di allora, altrimenti non potrebbero essere giustificate certe politiche assolutamente inefficaci quando non addirittura scellerate (ricordiamo anni in cui, tanto per citare un esempio, il Fondo per la Non Autosufficienza è stato completamente azzerato).

L’ex ministro per la Famiglia e la Disabilità, il leghista Lorenzo Fontana.

L’ERA SALVINIANA NON CI HA RISPARMIATO NEMMENO L’OBLIO

Non è stato simpatico, in quei tempi, accorgerci sulla nostra pelle che per i rappresentanti politici di turno noi cittadini con disabilità contavamo meno di zero. Ma almeno sulle questioni che ci riguardavano regnava un silenzio condiviso. L’era salviniana invece non ci ha risparmiato nemmeno l’oblio: siamo stati usati come oggetto di propaganda, ci hanno fatto credere di essere una delle loro priorità ma di fatto ci hanno concesso solo briciole nella speranza di ammansirci e accaparrarsi i nostri voti. Che schifo. Ora vedremo cosa accadrà con il nuovo esecutivo.

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NOI DISABILI SIAMO PRIMA DI TUTTO CITTADINI

A parte il fatto che durante i suoi 14 mesi di vita non ho visto il ministero della Disabilità particolarmente attivo, continuo a ribadirne l‘inutilità. Non aveva senso di esistere perché le persone con disabilità sono cittadini come tutti gli altri che devono solo essere messi in condizione di usufruire delle stesse opportunità di cui gode il resto della popolazione. Anche le priorità sono le medesime, non siamo alieni anche se è vero che rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”. Ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a questioni ed esigenze comuni a tutti.

La cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza


Un esempio? Riprogettare l’impianto urbano secondo i principi della Progettazione Universale, che non significa solo abbattere le barriere architettoniche: non può essere ritenuta un politica ad hoc per noi persone con disabilità ma, al contrario, sarebbe di giovamento alla comunità. Lo stesso discorso vale per il lavoro, tanto è vero che oggi il ruolo del disability manager si sta trasformando in diversity manager, ovvero un esperto nella gestione delle differenze individuali in ambito aziendale, non specificatamente legate alla presenza di una condizione di disabilità.

UN PRIMO PASSO IMPORTANTE

Se un ministero ad hoc è inutile, invece la delega in materia di disabilità in capo al premier Giuseppe Conte mi sembra potenzialmente una buona strategia. Un ministero per la Disabilità, oltre a essere ghettizzante e quindi pericoloso, favorisce il meccanismo della delega. Promuovere politiche innovative che puntino a una reale partecipazione delle persone con disabilità alla vita, sociale, politica ed economica di questo Paese dovrebbe e deve essere l’obiettivo di tutti i ministeri, ognuno secondo le competenze specifiche attinenti alla sua materia.

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IN ITALIA SERVE UNA SVOLTA RADICALE

Fatto salvo questo, prevedere una regia è sensato, a patto che sia di sostanza e non di forma. Ha senso perché in Italia urge più che mai una svolta radicale nel modo in cui vengono considerate le persone con disabilità. In generale, a parte poche illuminate eccezioni, la cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza. Ogni tanto, di fronte a criticità lampanti e inderogabili, si interviene con qualche singolo provvedimento a mettere pezze ma non certo a risolverle.

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Il premier Giuseppe Conte.

CHIEDIAMO PROTAGONISMO E AUTODETERMINAZIONE

Servono linee politiche e strategiche di ampio respiro, non singole leggi o provvedimenti pensati per scalfire la punta dell’iceberg ma non certo per gestirne l’imponente massa che rimane sott’acqua. Abbiamo bisogno di qualcuno che osi rischiare e ribalti la prospettiva generale da cui si guardano e gestiscono le questioni che ci riguardano. È necessaria una rivoluzione culturale che investa sia i vertici sia la base del potere, cioè gli elettori: per troppo tempo siamo stati considerati oggetti di intervento, ora vogliamo riconoscerci e veder riconosciuti il nostro protagonismo e la nostra autodeterminazione. Chiedo al nuovo governo di non arroccarsi su un piedistallo per lanciarci ogni tanto qualche occhiata furtiva, ma di sedere al tavolo con noi, ascoltare la nostra voce per collaborare e promuovere una nuova cultura della disabilità e riformulare interamente le politiche a nostro favore. Le sfide sono tante, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

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SIGNOR PREMIER, ORA PASSI DALLE PAROLE AI FATTI

Devo ammettere che Conte, sotto questo aspetto, ha iniziato con il piede giusto, incontrando una delegazione di organizzazioni per la difesa dei diritti delle persone con disabilità, per un primo confronto in sede di consultazioni. Ho apprezzato molto questo gesto che sembrerebbe andare nella direzione tracciate dalla Convenzione Onu che traccia le basi per una reale collaborazione con le rappresentanze dei cittadini con disabilità. È stato un bel buongiorno. Mi auguro che a questo primo segnale positivo ne seguano altri altrettanto utili. Durante gli ultimi mesi siamo stati inondati di vacue parole. È giunto il momento di passare ai fatti.

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La fine del sogno berlusconiano e l’agghiacciante ritorno al ’93

Il Cav riuscì nel miracolo di ibernare la Dc, impedendo alle destre di diventare partiti di massa. Ora Lega e FdI, erede di An, non sono più divisi dal Po. Mentre Fi è ridotta ai numeri del Ccd.

Me lo ricordo quell’autunno del 1993. Fu l’autunno della Dc, travolta da Tangentopoli al debutto dell’elezione diretta dei sindaci, legge voluta dal democristiano Antonio Gava e rivelatasi fatale per il partito. La Dc fu esclusa dai ballottaggi a Milano, Roma, Napoli. Sul podio progressista saliva regolarmente il Pds di Achille Occhetto, su quello opposto si alternavano la Lega a Nord e il Msi al Sud.

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IL MIRACOLO DELLA BALENA AZZURRA

All’improvviso la Dc sperimentò l’eterogenesi dei fini: nate per puntellare l’egemonia democrisiana, le leggi maggioritarie finirono per accelerarne la decomposizione, aprendo la via alla successione di una destra bicefala, leghista a Nord e missina al Sud. Pochi mesi dopo, il miracolo berlusconiano fulminò la vittoria di Occhetto, e stravolse i connotati della nascente Seconda Repubblica: si materializzò dal nulla una balena azzurra appena più piccola di quella bianca, ma capace di alleare le due destre nemiche tra di loro. Berlusconi si alleò a Nord con Umberto Bossi e a Sud con Gianfranco Fini, li portò entrambi al governo, ma ne fece per 20 anni due comprimari, tarpando le ali al processo che dal ’93 in poi ne avrebbe fatto gli eredi dell’elettorato democristiano.

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COSÌ BERLUSCONI IBERNÒ LA DC

Il capolavoro di Berlusconi è stato di aver ibernato la Dc, impedendo alle destre di diventare partiti di massa: la pulsione reazionaria della destra italiana è stata temperata prima dalla mitezza della ispirazione Dc, poi dagli usi di mondo del geniale fondatore di Forza Italia. Il Pdl fu il trionfo di questo disegno: per la prima volta un partito di centro raggiungeva i consensi della Dc, la destra di An veniva incorporata, quella di Bossi lateralizzata.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

FINISCE IL SOGNO DI ETERNITÀ DEMOCRISTIANA

Poi sono venuti gli errori: una gestione munifica delle alleanze ha consegnato il Veneto alla Lega, e poi il Piemonte, e infine la Lombardia, core business del regolamento di conti tra padani e azzurri. Il monocolore leghista nel Nord ha cancellato qualsiasi velleità egemonica di Forza Italia. L’implosione del Pdl ha costretto gli ex An a rimettere a mare una scialuppa, e la energica e volitiva Giorgia Meloni in pochi anni l’ha trasformata in una corazzata quasi eguale a quella di An, e ormai più solida e confortevole della stessa Forza Italia. Il risultato è un agghiacciante ritorno al 1993, con le due destre non più divise dal Po: Meloni esiste anche a Nord e la Lega sfonda anche a Sud. Venticinque anni dopo gli eredi di Bossi e Fini si riprendono lo spazio e il tempo perduto. Il meraviglioso sogno della eternità democristiana perpetuata dal Cavaliere si è interrotto, con Forza Italia ridotta ai numeri del Ccd, e le destre insediate senza contraddizione sulle praterie conservatrici.

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