Sul coronavirus lo sciacallaggio di Salvini viene messo in quarantena dagli altri politici

L'ex ministro dell'Interno usa l'emergenza per attaccare Conte: «Se non sa difendere i confini dell'Italia si faccia da parte». Ma il premier dice no alla sospensione di Schengen. E i toni della Lega sono isolati da destra e non solo: Forza Italia, Fdi, M5s e Renzi chiedono serietà e responsabilità.

La politica italiana poteva prendersi una pausa dalle polemiche di Palazzo per compattarsi almeno nell’affrontare l’emergenza coronavirus. Ma non l’ha fatto. Perché se è vero che si è placato il dibattito sulla verifica di maggioranza (Italia viva dentro oppure fuori? Matteo Renzi ha detto che adesso bisogna «sostenere l’azione del governo»), si è acceso un nuovo scontro per colpa di Matteo Salvini – che tra l’altro ha annunciato di voler andare nella Sala operativa della Regione Lombardia senza avere cariche che giustificassero la sua presenza lì – che ha attaccato il premier Giuseppe Conte.

LA RICHIESTA «DA PAPÀ» DI BLINDARE I CONFINI

Il leader della Lega infatti non è riuscito a interrompere la sua propaganda, chiedendo «da papà» di «blindare i confini una volta per tutte», soprattutto bloccando gli sbarchi dall’Africa. Anche il contagio in Italia è arrivato tramite aereo, dove viaggiava il manager padano che dovrebbe aver contagiato le persone nel Lodigiano. Il presidente del Consiglio, invece, da Bruxelles ha rassicurato: «Eravamo preparati a questa evenienza, trattandosi di agenti virali facilmente trasmissibili. La popolazione non deve essere preoccupata, avevamo un piano e lo stiamo attuando».

LE LEGA VUOLE SOSPENDERE SCHENGEN

Ma l’ex titolare del Viminale ha affondato il colpo usando l’epidemia per fini elettorali: «Se qualcuno non ha fatto o non farà tutto il suo dovere per proteggere il popolo italiano ne risponderà davanti alla gente. Se Conte non è in grado di difendere l’Italia e gli italiani si faccia da parte». Sempre la Lega è arrivata a chiedere a Conte la sospensione di Schengen, la convenzione che regola l’apertura dei confini tra Paesi dell’Unione europea. Soluzione che per ora non ha convinto il presidente del Consiglio: «Non è necessaria, occorre dare risposte adeguate e proporzionali».

TONI PERÒ ISOLATI DAGLI ALTRI PARTITI

I toni di Salvini sono rimasti isolati nel centrodestra. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, ha scelto di non utilizzare politicamente il coronavirus per criticare l’esecutivo. In un tweet nemmeno lo ha citato il governo: «Per l’emergenza mondiale serve serietà, buonsenso e fermezza. Chi arriva dalla Cina o da eventuali zone reputate ad alto rischio deve essere tenuto in quarantena, per il bene di tutti. Non si perda altro tempo». Ha evitato la polemica anche Forza Italia: la capogruppo azzurra al Senato, Annamaria Bernini, ha chiesto al premier Conte e al ministro della Salute Roberto Speranza di tenere costantemente informato il parlamento, a partire dalla convocazione di un vertice dei capigruppo a Palazzo Chigi. Per Luigi Di Maio del Movimento 5 stelle «proprio in questi momenti serve una politica con senso di responsabilità, che deve guardarsi negli occhi e pensare prima di tutto all’interesse dei cittadini che rappresenta». Almeno lo sciacallaggio non pare essere contagioso.

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Mario Draghi si difenderà da Renzi e Salvini

Il leader di Italia viva non solo accarezza un suo ruolo all'opposizione e il sogno di una grande destra, ma adesso si gioca pure la carta della candidatura a premier dell'ex presidente della Bce. Come aveva fatto il segretario della Lega. Usando il suo rispettabilissimo nome solo per fare un po' di casino.

Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi, scrive oggi sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli, che sarà bello fare opposizione.

Lo dice a noi che all’opposizione ci siamo stati fino al governo Prodi a parte quei mesi disperati del governo Andreotti mentre Aldo Moro era nelle prigioni delle Br.

Sì, è vero all’opposizione si sta bene e ci si ingrassa pure. Servono alcuni attrezzi, però. Serve una attrezzatura culturale che dia al partito che sta all’opposizione un’aura di forza necessaria, serve un progetto di lungo respiro che tenga in piedi la speranza, serve alternare momenti di filibustering con la collaborazione parlamentare per far fare cose utili per il popolo. Chi sta all’opposizione deve cioè essere una persona seria. Non si sta all’opposizione per giocare.

RENZI HA PERSO CREDIBILITÀ ED È SEMPRE PIÙ SOLO

È questo il primo vero problema che ha Renzi. Nessuno in Italia pensa più che lui sia una persona seria e anzi si moltiplicano quelli che pubblicamente dicono che si sono sbagliati ad appoggiarlo. Questi non mi piacciono. Scappare dopo le sconfitte non è mai bella cosa. Mi fa quasi più simpatia Roberto Giachetti che non avendo mai vinto nulla appena vede una sconfitta ci si avventa sopra.

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IL SOGNO DELLA GRANDE DESTRA

Un’altra ragione perché non sarà bello stare all’opposizione per Renzi e le sue girl è che quel luogo è affollato di gente che non ha bisogno di lui. L’ex premier, uno dei numerosi ego-mostri che girano per la politica italiana, è convinto che con il suo arrivo farebbe una flebo salvifica a Forza Italia, stingebbe il nero di Giorgia Meloni, e convincerebbe Matteo Salvini a bere di meno. Insomma, già si sente di dire ai nuovi amici di avventura: «Ora basta, la ricreazione è finita». Ma colui che disse questa frase, che chiuse un moto di popolo, era un generalone, un padre della patria, uno che parlava, come si dice dalle mie parti, «come un testamento» ovvero come dice Lino Banfi «una parola è poco e due sono troppe».

ANCHE L’EX ROTTAMATORE SI È GIOCATO LA CARTA DRAGHI

L’arrivo di Renzi nel circo in cui si esibiscono Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Vittorio Feltri e altri stupendi cabarettisti di destra aggiunge poco allo spettacolo. Cosa può dire Renzi di più e di peggio sul Pd? Quelli sono più avanti. Renzi però crede di essere furbissimo e ha lanciato, in vista della caduta del governo Conte, la candidatura di Mario Draghi. La stessa cosa che mesi fa fecero sia Salvini sia Giancarlo Giorgetti. Io ho notizia, da fonte sicura, che Mario Draghi sia stato visto recentemente in una falegnameria di Roma mentre ordinava due bastoni molto nodosi. Vuoi vede che vuole suonarli sulla testa di questi cretini che, non sapendo che diavolo fare, o dire, usano il suo rispettabilissimo nome per fare un po’ di casino?

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Le mosse di Zingaretti e del Pd per arginare Renzi

Tra i dem la parola d'ordine è minimizzare. E cercare di arginare le boutade del leader di Iv. Ma in caso la situazione diventasse insostenibile, il segretario è pronto ad andare al voto. Ipotesi che per Mattarella non sarebbe un tabù. Una linea che però è osteggiata dai governisti dem, Guerini e Lotti in primis. Il retroscena.

La parola d’ordine è minimizzare. Il Partito democratico deve concentrarsi sull’azione di governo e non sul «chiacchiericcio», Nicola Zingaretti dixit, che fa venire «mal di testa agli italiani».

Di fronte alle forzature di Matteo Renzi, i vertici di Largo del Nazareno hanno scelto una strategia precisa: rispondere con i fatti alle polemiche, ridimensionandole. Anche perché la convinzione più radicata è che il leader di Italia viva stia spingendo, seppure in maniera esagerata, per avere visibilità e un ruolo per le nomine delle partecipate, a partire da Eni ed Enel (dove il supporto dell’ex premier potrebbe addirittura danneggiare Francesco Starace vicino alla riconferma). Insomma, un bluff.

«Una guerra simulata», osserva un deputato dem. Intanto Zingaretti guarda avanti e propone alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, affiancata – in caso di elezione all’Assemblea nazionale Pd – dalle vice Anna Ascani e Debora Serracchiani. Insomma non si vive di solo Renzi.

IN CASO DI CRISI, ZINGARETTI PRONTO AL VOTO

Ma il senatore di Rignano è imprevedibile, come sanno bene dalle parti della segreteria dem. Per questo sono state vagliate tutte le opzioni e Zingaretti ha fissato un paletto. Nel caso in cui la situazione dovesse davvero precipitare, il Pd non si cimenterà in alchemiche operazioni per far nascere un altro esecutivo.

Il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti (Ansa).

Il segretario è giusto disposto ad appoggiare un governo elettorale, ammesso che il presidente Sergio Mattarella prospetti l’ipotesi, per poi andare al voto appena possibile, alla prima data utile nel 2020. La linea è netta: nessun assist a Renzi che vuole evitare le urne proponendo nuove formule di maggioranza. A quel punto meglio giocarsi la partita elettorale contro le destre.

L’INCOGNITA DEL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Spiega a Lettera43.it un deputato della maggioranza: «Renzi sa bene che è possibile votare quest’anno, a differenza di quanto dice. Dopo il più che probabile taglio dei parlamentari con il referendum, il presidente della Repubblica può sciogliere le Camere in estate senza alcun ostacolo». Peraltro, come qualcuno ricorda in Transatlantico, Mattarella non ha tabù in merito: nel 2018, quando faticava a decollare un accordo di governo, il Quirinale aveva addirittura ventilato l’ipotesi di un voto a luglio. Figurarsi se non può essere sdoganato il voto a fine estate, nei primi giorni di settembre. Sarebbe la tempesta perfetta per la quasi totalità dei parlamentari, compresi i renziani: andare al voto pochi mesi dopo l’entrata in vigore della riduzione del numero dei seggi alla Camera e al Senato. Uno scenario che Zingaretti non vuole escludere a priori. Intanto è un messaggio per gli alleati di Italia viva.

Il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini (Ansa).

LA TENTAZIONE RENZIANA: PALAZZO CHIGI A UN DEM

Nel Pd sono anche consapevoli che l’ex segretario, se accelerasse per lo showdown del governo, potrebbe preparare la tipica offerta che non si può rifiutare: un esecutivo con un esponente dem a Palazzo Chigi. L’identikit è quello di Dario Franceschini, capodelegazione del partito nel Conte bis e tessitore del dialogo con il Movimento 5 Stelle. Un’ipotesi che però viene smontata da un parlamentare di lungo corso: «Davvero Luigi Di Maio, o chi per lui nei 5 stelle, potrebbe accettare un premier del Pd, votando la fiducia come se niente fosse? Per carità, tutto è possibile. Però…». A quel punto lo smottamento tra i pentastellati sarebbe immediato. Con buona pace dei sogni di gloria renziani.

IL PD TRA GOVERNISTI E PONTIERI

La linea dura di Zingaretti è largamente condivisa nel partito. Qualche perplessità monta tra i governisti, di cui il punto di riferimento è proprio il ministro dei Beni culturali.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa.

Ma tra le fila di chi vuole assolutamente evitare il voto c’è la corrente Base riformista, ossia gli ex renziani rimasti nel Pd, capeggiati dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e da Luca Lotti, che è stato braccio destro e sinistro dell’ex presidente del Consiglio. Al momento, certo, non c’è alcuna intenzione di alimentare polemiche interne. Ma Renzi vuole incunearsi tra le divergenze. «Bisogna stare tranquilli. La maggioranza c’è, ha avuto la fiducia al Senato sul decreto Intercettazioni. Non ci concentriamo su ipotetici scenari, la legislatura a oggi va avanti», raccontano i dem nell’area di governo, sfoggiando ottimismo e indossando così i panni dei pontieri tra le varie forze politiche della maggioranza. E un altro deputato afferma sicuro: «Renzi non ha alcun interesse a provocare una crisi sulla prescrizione…».

L’IPOTESI RESPONSABILI IRRITA I VERTICI

In questa fase caotica c’è anche chi, come Goffredo Bettini, ha spinto per la sostituzione di Italia viva con una pattuglia di responsabili al Senato, e magari qualcuno alla Camera. Al Pd non dispiacerebbe. Per niente. Tuttavia, la fuga in avanti di Bettini ha suscitato qualche irritazione ai vertici del partito: ha favorito la propaganda vittimista di Renzi sulla volontà di «buttarlo fuori», come ha ripetuto in vari interventi amplificati dai suoi fedelissimi.

Nicola Zingaretti con Goffredo Bettini (Ansa).

Su questo punto un profondo conoscitore di meccanismi parlamentari osserva: «Queste operazioni non si annunciano, si portano avanti e si concludono. A fari spenti». Solo che al Senato il capogruppo del Pd è un ex renziano di ferro, Andrea Marcucci, che ha adottato una strategia di “non aggressione” verso Italia viva e nei confronti del suo collega presidente di gruppo di Iv, Davide Faraone. Gli spostamenti, nel caso in cui ci fossero in direzione Pd, sarebbero su base volontaria. O preparati da altri senatori dem, meno ossequiosi verso i renziani.

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Chi è Valentina Cuppi, la presidente del Pd designata

Sindaca di Marzabotto, 36 anni, sarà proposta dal segretario Zingaretti all'assemblea nazionale. Un passato in Sel, è insegnante di storia e filosofia.

Valentina Cuppi, 36 anni, proposta da Nicola Zingaretti alla presidenza del Pd, ha una lunga carriera da amministratrice del Comune di Marzabotto, dove è stata eletta sindaca nello scorso maggio con il 71% dei voti, alla guida di una coalizione di centrosinistra. Nel 2013 è stata candidata alla Camera per le liste di Sel. Negli anni precedenti era stata assessore, occupandosi, in particolare, di temi legati alla pace e alla memoria della strage nazifascista avvenuta nel suo paese. Sul suo profilo Facebook compaiono foto in difesa del Rojava curdo, della Palestina e a sostegno di Podemos e Syriza. È sposata con un figlio e di lavoro fa l’insegnante di storia e filosofia.

«All’assemblea nazionale del partito di sabato proporrò come presidente una giovane donna, Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto. Credo che Valentina possa rappresentare al meglio il percorso di apertura che stiamo costruendo», ha annunciato Zingaretti, «se Valentina verrà eletta presidente, sarà affiancata dalle vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani e per la prima volta al vertice del partito ci saranno tre donne».

«Credo tanto nell’amministrare partecipato, nel dialogo costante con la popolazione; progettare e fare insieme sono sempre stati il motore e il metodo di lavoro che mi sono data», si legge sempre profilo Fb da candidata sindaca, «che ha caratterizzato anche il modo di rapportarsi ai cittadini di tutto il nostro gruppo consiliare. I progetti che abbiamo portato avanti sono nati con il coinvolgimento delle persone e spesso dalle loro idee e proposte, perché operando insieme per il bene comune si arricchisce la comunità tutta e si uniscono più punti di vista, mantenendo alta l’attenzione per le esigenze di tutti gli abitanti».

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Storia e funzionalità del modello “sindaco d’Italia” di Renzi

Il leader di Italia viva propone l'elezione diretta del premier. Lo slogan era di Segni, poi la formula fu ripresa da D'Alema, Prodi e Veltroni. Darebbe più poteri al capo del governo. Ma in Israele l'idea non ha funzionato. E per diversi costituzionalisti anche da noi è inapplicabile. L'analisi.

Un capo di governo eletto direttamente dal popolo e di cui si sappia il nome «un minuto dopo il risultato delle elezioni»: è la proposta che Matteo Renzi ha portato a Porta a porta. «Siccome non si può andare avanti così con le scene che abbiamo visto, fermi tutti: faccio un appello a tutte le forze politiche. Dico: portiamo il sistema del sindaco d’Italia a livello nazionale. Si vota una persona che sta lì cinque anni ed è responsabile. Per me la soluzione è l’elezione diretta del presidente del Consiglio», è stato il tono dell’appello. E per arrivarci il leader di Italia viva ha annunciato l’inizio di una raccolta di firme.

L’ORIGINE: DA UN’IDEA DI SEGNI

Lo stesso termine “sindaco d’Italia” indica che l’idea viene dal modello di elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione. Il primo caso è a due turni, l’altro a un turno unico, ma entrambi sono riforme che hanno funzionato e che a cui i cittadini si sono abituati. Vennero fatte in contemporanrea alla riforma elettorale per il parlamento, in seguito alla stessa campagna iniziata da Mariotto Segni. E dopo queste riforme si parlò di un passaggio da una Prima a una Seconda Repubblica: anche perché Tangentopoli aveva nel frattempo completamente scombussolato il sistema dei partiti, pur se la Costituzione non era stata formalmente toccata.

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Dopo le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, però, il sistema dei due terzi di seggi uninominali e un terzo proporzionale soprannominato Mattarellum fu sostituito nel 2006 da un sistema proporzionale con premio di maggioranza soprannominato Porcellum. Nel gennaio 2014 la Corte costituzionale dichiarò però l’illegittimità costituzionale parziale della legge, annullando il premio di maggioranza e introducendo la possibilità di esprimere un voto di preferenza.

CONSULTELLUM E POI ITALICUM

La legge elettorale proporzionale così risultante, soprannominata Consultellum, rimase in vigore, senza peraltro essere mai stata effettivamente utilizzata, per l’elezione della Camera, fino alla sua sostituzione con l’Italicum a decorrere dal primo luglio 2016, e per l’elezione del Senato fino al novembre del 2017.

LA SCURE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

L’Italicum prevedeva un sistema proporzionale con eventuale doppio turno, premio di maggioranza, soglia di sbarramento e 100 collegi plurinominali con capilista bloccati, con la possibilità per lo stesso candidato di partecipare all’elezione in 11 collegi. Nel gennaio 2017 la Corte costituzionale dichiarò però incostituzionale sia il turno di ballottaggio sia la possibilità per i capilista bloccati che fossero stati eletti in più collegi di scegliere discrezionalmente l’effettivo collegio di elezione.

IL ROSATELLUM E LA NUOVA POSSIBILE LEGGE

Senza essere stata mai utilizzata, anche qesta legge è stata abrogata in seguito all’entrata in vigore del Rosatellum, con cui si è votato nel 2018, e che ha reintrodotto un 37% di seggi uninominali. Ma di nuovo si sta discutendo su una possibile nuova legge elettorale (il Germanicum?), che sarebbe comunqe necessaria se va in porto il taglio dei parlamentari.

LA PROPOSTA: RIDARE CREDIBILITÀ ALLE ISTITUZIONI

«Eleggiamo il sindaco d’Italia», spiega il sito di Italia viva che raccoglie le firme. «L’Italia non può restare ancora ferma bloccata dai litigi quotidiani dei partiti. E noi che siamo parte di questo spettacolo siamo i primi a riconoscerlo. Per questo proponiamo di cambiare. Il mondo fuori da noi corre. Le sfide del futuro richiedono un Paese capace di decidere. I cittadini hanno votato per partiti che hanno visto i propri rappresentanti – tutti – allearsi con forze politiche radicalmente diverse. La distanza tra gli impegni pre-elettorali di non fare accordi con nessuno e la realtà del giorno dopo sta diventando insopportabile e rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni, ma soprattutto la fiducia delle persone verso la politica».

I MOTIVI: CON LE REGOLE ATTUALI NON SI PUÒ GOVERNARE DA SOLI

La critica è che «con le regole di oggi nessuno può governare da solo. E infatti negli ultimi anni si sono succeduti governi con maggioranze diverse ma con il medesimo tasso di litigiosità. Così l’Italia dell’economia che stava faticosamente riprendendosi è tornata alla crescita zero». Italia viva quindi osserva: «C’è solo un modello istituzionale che piace alla grande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria elettorale: è il modello delle amministrazioni locali. I sindaci possono governare, i sindaci devono farlo. E chi viene eletto per questo incarico sa di poter lavorare per anni con tranquillità perché protetto da un sistema istituzionale che garantisce la stabilità».

PETIZIONE PER UNA MODIFICA NELLA NOSTRA CARTA

La petizione chiede che l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri sia introdotta non con sola legge, ma tramite modifica costituzionale: una “blindatura” che richiederebbe a quante più forze politiche possibile di lavorarci assieme.

PIÙ POTERI AL PREMIER: ANCHE LA REVOCA DEI MINISTRI

Renzi da Bruno Vespa ha specificato che il presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo «potrà revocare i ministri. Con il sistema di oggi serve una mozione di sfiducia o le dimissioni. Il premier sarebbe un premier più forte, come i sindaci. Il presidente della Repubblica terrebbe la funzione di garanzia, verrebbe meno quello di designazione».

LE REAZIONI: CONTRARIO IL PD

Malgrado l’appello, Partito democratico e Liberi e uguali hanno manifestato ostilità. Pur in passato renziano di ferro, il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ha detto che «le riforme istituzionali non sono la prima emergenza del Paese». Secondo lui la legislatura deve andare avanti «dedicando tutte le energie del governo e del parlamento alla crescita e al lavoro». Meglio dunque se Renzi concorda «su priorità che sono indiscutibili» e se Italia viva contribuisce con le sue proposte «a questa maggioranza in modo leale».

FRECCIATINA DI FRANCESCHINI VIA TWITTER

Senza entrare in dettagli Dario Franceschini, capo delegazione del Pd all’interno dell’esecutivo, via Twitter ha icasticamente paragonato Renzi allo scorpione che nella favola di Esopo aveva chiesto un passaggio alla rana, che poi aveva punto pur al costo di annegare.

Per suo conto il rappresentante di Leu al governo, il ministro della Salute e segretatrio di Articolo 1-Mdp Roberto Speranza, ha ricordato che «il modello dell’Italicum è stato già bocciato definitivamente dagli italiani il 4 dicembre 2016. Non si torna indietro».

FAVOREVOLI: FORZA ITALIA E FRATELLI D’ITALIA

Per Forza Italia, la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini ha preso atto di come «dopo anni» Renzi sia venuto sulle «posizioni storiche» forziste. Aggiungendo però: «È ovvio che Italia viva, per essere credibile su questi temi, deve sciogliere il nodo in merito al sostegno al governo Conte 2. Renzi per essere coerente e concreto deve far cadere questo esecutivo. Provvedimenti scandalosi come lo stop alla prescrizione o il decreto intercettazioni non possono e non devono andare avanti».

Prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme


La posizione di Fratelli d’Italia

Per Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Francesco Lollobriga si è detto favorevole, ma ha respinto la proposta di larghe intese: almeno per il momento. «Solo un nuovo parlamento può mettere mani alle riforme», ha spiegato. Prima di aggiugere: «Noi, a differenza di Renzi, abbiamo sempre avuto una posizione chiara sull’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. È naturale la nostra disponibilità a convergere su questa proposta, ma non vorremo che sia una scusa per tenere in vita un governo che fa danni all’Italia. Per questo prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme».

LA LEGA RILANCIA: MODELLO PRESIDENZIALISTA

La Lega dal canto suo ha rilanciato, chiedendo a Renzi di schierarsi direttamente per la sua proposta presidenzialista: «Sull’elezione diretta del presidente della Repubblica abbiamo raccolto 100 mila firme in un fine settimana. Quindi chiunque sostenga questo cambiamento di modernità ed efficienza proposto dalla Lega può andare in tutti i Comuni italiani a firmare», ha commentato Matteo Salvini.

DI MODA IN PASSATO: D’ALEMA, PRODI E VELTRONI

Il “sindaco d’Italia” fu uno slogan di Mariotto Segni. Anche Leoluca Orlando, quando uscì dal fronte del maggioritario per passare alla difesa del proporzionale, specificò però che restava a favore dell’elezione diretta degli esecutivi. In seguito la formula fu di nuovo ripresa da Massimo D’Alema quando fu presidente della fallita Commissione bicamerale per le riforme istituzionali del 1997. Poi da Romano Prodi e Walter Veltroni, come leader del centrosinistra nel 2006 e 2008.

C’È GIÀ STATO L’OBBLIGO DI INDICARE LEADER E PROGRAMMA

In teoria, l’elezione diretta del presidente del Consiglio fu implicitamente introdotta con il Porcellum, che prevedeva per le coalizioni l’obbligo di indicare il leader e il programma, aggiungendo un premio di maggioranza a quella arrivata prima. Il principio costituzionale per cui la rappresentanza del Senato è regionale impedì però di stabilirvi un premio di maggioranza nazionale, e in più il divieto costituzionale di vincolo di mandato permetteva che eletti e partiti uscissero dalle coalizioni.

LE MAGGIORANZE PERSE DA BERLUSCONI E BERSANI

Già nel 2006 Prodi vinse con una maggioranza risicata al Senato, che poi perse in capo a due anni. Ma anche Silvio Berlusconi dopo aver vinto nel 2008 con una maggioranza molto più ampia la perse, e nel 2013 Pier Luigi Bersani non poté diventare presidente del Consiglio pur avendo vinto le elezioni.

COME BLINDARE I GOVERNI: GLI ESEMPI ALL’ESTERO

In effetti nel mondo la posizione dei capi di governo piuttosto che con l’elezione diretta viene blindata o attraverso sistemi elettorali che assicurano una maggioranza, secondo il modello britannico. O con procedure di sfiducia costruttiva che impediscono di rimuovere un capo di governo se non si elegge contestualmente il suo successore, secondo il modello tedesco e spagnolo. In alternativa, si va sui sistemi presidenziali puri in stile Usa. O semi-presidenziali alla francese. Lì a essere eletto dal popolo è il capo dello Stato, anche capo del governo: nella variante semi-presidenziale, con un primo ministro.

IN ISRAELE L’ESPERIMENTO È FALLITO

Una elezione diretta del capo del governo separatamente dal voto per la Knesset fu introdotta in Israele nel 1992. Nel 1996 e 1999 gli israeliani votarono dunque per deputati e primo ministro, nel 2001 per il solo primo ministro: fu eletto Ariel Sharon, ma restava una Knesset in cui i laburisti erano primo partito, e il vincitore dovette costituire un goverrno di unità nazionale. Nello stesso 2001 l’elezione diretta del primo ministro fu dunque abolita.

E IN ITALIA? SARTORI STORICO CRITICO

Noto antipatizzante dell’idea, l’insigne politologo Giovanni Sartori commentò: «L’elezione diretta del premier fu inventata in Israele con l’intento di contrastare la frammentazione partitica dovuta a un proporzionalismo che è il più proporzionale al mondo. Israele si è gia rimangiato dopo tre elezioni questo esperimento, che è risultato disastroso». In Israele il proporzionale è ineliminabile, per via di una società altamente frammentata, con minoranze che non si possono escudere dsalla Knesset: dagli arabi ai religiosi passando per sefarditi o “russi”.

PER MOLTI COSTITUZIONALISTI È IMPRATICABILE

Scriveva ancora Sartori: «Che l’esperimento sia fallito nell’unico Paese che l’ha tentato risulta del tutto indifferente ai nostri aspiranti premier. E ai suddetti non importa un fico che per una lunghissima maggioranza di costituzionalisti la formula del “sindaco d’Italia” sia ingannevole e impraticabile».

SERVIREBBERO COMUNQUE DIVERSI AGGIUSTAMENTI

Anche se in teoria il sistema di elezione diretta israeliano era esplicito e quello italiano del Porcellum solo implicito, il secondo avrebbe dovuto essere più solido. Incentivava infatti i partiti ad allearsi, e garantiva al vincitore un premio di maggioranza. Il tallone d’Achille fu però l’obbligo della fiducia da parte di entrambe le Camere: una particolarità che c’è solo in Italia. La riforma costituzionale di Renzi puntava appunto a rimuovere l’obbligo della fiducia in Senato, ma fu bocciata per referendum. Anche adesso la riforma dovrebbe essere completata da vari aggiustamenti costituzionali. Il riferimento alla legge dei sindaci lascia intuire che verrebbe richiesto perlomeno un doppio turno.

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Renzi chiede un incontro a Conte per mettere fine al «teatrino»

Il leader di Iv chiede un incontro al premier Conte. Per mettere fine al «teatrino». Poi però non si presenta al voto di fiducia al decreto intercettazioni in Senato. Che passa con i sì anche di Italia viva.

Dopo la bombetta lanciata a Porta a Porta, Matteo Renzi ha chiesto un incontro al premier Giuseppe Conte. «Ci siamo scritti in questi giorni e credo che la cosa più pulita, più seria sia quella di vederci di persona la settimana prossima», ha detto il leader di Italia viva. «Gli porteremo il nostro decreto per lo sblocco dei cantieri e lui farà le valutazioni che crede e noi faremo le nostre».

«Le telenovelas funzionano quando poi c’è un elemento di chiarezza», ha aggiunto. «La settimana prossima conto di poter mettere la parola fine a questo teatrino». E, ancora: «Noi non abbiamo il desiderio di rompere, ma cerchiamo di trovare dei compromessi, finché sarà possibile. Un chiarimento si imporrà. Mi ero dato un arco di tempo fino a Pasqua. Forse sono stato troppo morbido». Renzi ha sottolineato come la sua compagine sia stata «argine del buonsenso». «Continueremo a farlo», ha aggiunto, «sia che stiamo nella maggioranza sia che stiamo nell’opposizione».

All’osservazione di Piero Grasso che faceva notare come votare la fiducia al governo sul decreto intercettazioni equivalesse a confermare la fiducia anche al Guardasigilli Alfonso Bonafede, Renzi ha risposto che no, «il decreto intercettazioni non è di fiducia a un singolo ministro. Grasso non è ancora fra le fonti normative». E poi l’affondo: «Se Grasso ha interesse a vedere una mozione di sfiducia a un ministro non ha che da attendere», ha detto il senatore di Rignano ribadendo la volontà di sfiduciare Bonafede se non ci sarà un passo indietro sulla prescrizione.

Detto questo al voto di fiducia sul decreto legge intercettazioni al Senato non si è presentato (risultava in congedo). Assente anche la new entry di Italia viva Tommaso Cerno. L’Aula ha confermato la fiducia al governo con 156 voti favorevoli, tra cui quelli dei renziani, 118 contrari e nessuna astensione.

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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I dubbi crescenti di Conte sull’incontro con le Sardine

Telefonata notturna tra il premier, che pensa già a una futura lista col Pd, e Santori. Con la promessa di un appuntamento che i "pesciolini" volevano fissare in un centro sociale occupato. Ma Palazzo Chigi ha frenato. Anche per le dure prese di posizione del movimento su decreti sicurezza, De Luca, Egitto e le polemiche coi grillini.

Ci provano i pesciolini. Dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna la fase due delle Sardine ha come obiettivo il consolidamento, primo indispensabile passo per la sopravvivenza in mare aperto. Una missione che vogliono completare, da un lato, attraverso la creazione di una “struttura” interna che ha già provocato le prime scissioni. Dall’altro, attraverso l’accreditamento “istituzionale”.

MISSIONE: RECUPERARE CREDIBILITÀ

Così, dopo la photo-(in)opportunity con i Benetton, Mattia Santori & friends hanno provato a recuperare credibilità incontrando prima il ministro Giuseppe Provenzano, poi Francesco Boccia e adesso puntano al bersaglio grosso, cioè Palazzo Chigi.

AL PREMIER PIACE L’ATTENZIONE AL “SUO” SUD

La lettera precedentemente inviata dalle Sardine a Giuseppe Conte, infatti, non è rimasta inascoltata. Il premier l’ha letta attentamente e, specialmente dopo l’attenzione riservata al “suo” Sud, ha deciso di darne seguito. Come? Innanzitutto telefonando a Santori in una tarda domenica notte, in modo da stabilire un contatto diretto. E poi ragionando con lui sull’immediato futuro e sulla possibilità di un incontro.

LOCATION: SPIN TIME NO, CASA DELLE DONNE?

Certo, il primo ministro è rimasto un po’ stupito quando come luogo dell’incontro gli è stato proposto Spin Time, centro sociale della Capitale nel vortice delle polemiche per un’occupazione abusiva che dura dal 2012, quello a cui l’elemosiniere del papa riattaccò la luce illegalmente. Sempre complicata, ma almeno possibile, l’idea di vedersi alla Casa internazionale delle donne. Ma certo, dalle parti di Palazzo Chigi sono convinti che le Sardine non si rendano affatto conto della situazione e degli equilibri dell’attuale fase politica.

TRA PROGETTI DI “LISTA CONTE” E PENTIMENTO CRESCENTE

Conte ha così deciso di prendere tempo, rinviando un incontro che si sarebbe già potuto organizzare. D’altra parte, le Sardine potrebbero essere un tassello importante se dovesse in futuro davvero nascere una “lista Conte” alleata con il Partito democratico. Ma il premier valuta anche un presente ballerino. Le prese di posizione delle Sardine sui decreti sicurezza, contro la candidatura di Vincenzo De Luca, contro l’Egitto per la questione Zaki e, soprattutto, la polemica ai ferri cortissimi tra i pesciolini e i grillini rischiano infatti di mettere in (ulteriore) imbarazzo il premier. Che, dice chi gli sta vicino, di quella chiamata notturna un po’ si sta pentendo.

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«Ancora devono decidere sul nome di Caldoro? Vogliono perdere le elezioni»

di Adriano Rescigno

Eva Longo non le manda a dire. Già senatrice della Repubblica con il Popolo delle Libertà e sindaco di lungo corso di Pellezzano, presidente del Consiglio provinciale e consigliere regionale, non vede di buon occhio quello che sta accadendo attualmente nel centrodestra in vista delle elezioni regionali. Il totonomi è ancora in corso tra Gennaro Sangiuliano e Stefano Caldoro e la Longo: «Si ponga fine a questa lunga e sterile telenovela sul nome del candidato presidente della regione Campania». «Perchè non candiare Stefano Caldoro? Perchè ha perso contro De Luca? Anche De Luca ha perso contro Caldoro e poi ha vinto… Credo che si stia solamente perdendo tempo, Caldoro è il miglior candidato presidente, e Caldoro può essere l’unico candiato del centrodestra moderato. Una persona perbene competente che ha dato già prova di come si risana una regione, non lo dimentichiamo. Non si è ancora scelto? Vuol dire che si vuol perdere la campagna elettorale», continua e poi la stoccata. «Chi non è stato mai presente non ha diritto di parola in questa vicenda», specificando che le sue parole non sono rivolte alla Lega. Insomma ancora grinta da vendere e voglia di battagliare per il centrodestra che volente o nolente dovrà trovare una quadra e far partire il treno della campagna elettorale contro in avversario che è già in marcia.

Consiglia

Le Sardine chiedono il passo indietro di De Luca

di Adriano Rescigno

E se il leader delle Sardine, Mattia Santori, etichetta come “divisivo” Vincenzo De Luca, lo stesso si offre per un incontro al fine di «Andare oltre il sentito dire». «Anche le Sardine sono state “divisive” a Bologna – dice De Luca a Santori – att quando si sono opposte ai rigurgiti di razzismo e di antisemitismo, e al linguaggio violento che dilaga. Anche Papa Francesco è “divisivo” quando parla di ambiente, di Amazzonia, di povertà. Figuriamoci la Campania; qui è divisivo chi usa parole chiare e parla con i fatti». Excusatio non petita da parte delle Sardini che non sentono storie e chiedono il passo indietro di De Luca in nome dell’unità del polo che si oppone alla destra: «Abbiamo affermato che la figura e non la persona di De Luca è divisiva. Divisiva verso un percorso di unità che contrapponga un pluralismo di forze politiche e sociali alle destre, al sovranismo e ai valori ai quali ci opponiamo dal 14 novembre. Crediamo di non dovere nessuna risposta nel merito dei suoi pregi o demeriti amministrativi. Le sardine campane avranno modo e tempo di rimarcare le problematiche emerse in questi 5 anni! Abbiamo molto da ridire sul linguaggio spesso adottato dal presidente della regione Campania; anche questo è un tema sul quale sempre ci batteremo. Quello che ci preme ribadire è la richiesta di un atto di generosità da parte di De Luca, nel fare un passo di lato e mettersi a disposizione di un processo unitario». De Luca non ci sta ad essere appellato “divisivo” e dunque: «Qui, nelle nostre istituzioni, c’è chi risana i bilanci, e chi sprofonda nei debiti; c’è chi combatte le clientele, e chi le coltiva; c’è chi combatte la camorra e le intimidazioni, e chi le subisce; c’è chi parla di lavoro e chi lo realizza; c’è chi risana la sanità, e chi la distrugge; chi risana le aziende di trasporto, e chi le porta al fallimento; c’è chi dà il trasporto gratuito a 130.000 studenti, e chi lo toglie anche ai pensionati; chi realizza opere pubbliche, e chi non riesce a manutenere neanche i cimiteri; chi sostiene le università e la ricerca e le borse di studio, e chi promuove matrimoni neomelodici con cavalli bianchi; c’è chi investe nella cultura, e chi alimenta il plebeismo… E si potrebbe continuare a lungo – dice il governatore – che passa al contrattacco anche se poi termina con l’apertura al dialogo consapevole di non dover essere “divisivo” – Le sardine, in Emilia, hanno detto cose importanti: rifiutare la violenza del linguaggio; difendere i valori umani e costituzionali; respingere le banalità, il propagandismo, valorizzare le competenze, i fatti concreti. Io sono d’accordo. So che ci sarà una iniziativa delle sardine a Scampia. Se si ritiene può essere un’occasione importante per un confronto di merito, a partire dalla conoscenza piena della realtà regionale, oltre il “sentito dire”».

Consiglia

Crisi in maggioranza per Napoli i “fedelissimi” fanno opposizione

di Erika Noschese

Un consiglio comunale dai toni particolarmente accessi quello che si è tenuto ieri mattina a Palazzo di Città. A preoccupare il sindaco Napoli è la sua stessa maggioranza – che ieri in diverse occasioni sembrava la vera opposizione – sempre più critica nei confronti del suo (mancato) operato. E così, ancora una volta, i consiglieri Pietro Stasi, Leonardo Gallo, Nico Mazzeo, Antonio D’Alessio e Claudio Naddeo non hanno risparmiato accuse e, soprattutto, non hanno nascosto il loro malcontento per l’andamento dell’amministrazione Napoli. Particolarmente critico il consigliere Stasi che ha rivolto un appello ai giovani studenti dell’Alfano I, presenti al consiglio comunale (per volontà del consigliere d’opposizione Dante Santoro con il suo Open Comune) affinché imparino a riconoscere il giusto e si rendano conto che «la giustizia non sempre vince» ma «voi almeno avrete la coscienza pulita». Minaccia di lasciare la maggioranza, per aderire al gruppo misto il consigliere Nico Mazzeo che ancora una volta punta l’attenzione sul viadotto Gatto chiedendo all’amministrazione un intervento immediato: «non ci sono ancora risvolti, sui lavori», ha infatti attaccato Mazzeo che chiede chiarezza anche sulla zona Pip e sui terreni della Litoranea per il progetto di recupero del fiume su cui attualmente «vige un caos totale». Punta il dito contro l’assenza del sindaco (giunto in assise solo a consiglio inoltrato a causa di alcuni impegni ndr) il consigliere D’Alessio che parla di «mancanza totale di dialogo». Al centro delle polemiche le mancate riunioni dei capigruppo di maggioranza che, almeno fino a qualche tempo fa, anticipavano il consiglio comunale, utili anche per fare il punto della situazione. Particolarmente polemico anche il consigliere Naddeo che chiede di rendere fruibile l’auditorium e di completare i lavori su corso Vittorio Emanuele per permettere agli imprenditori di investire sulla città capoluogo. Non poche (e tantomeno leggere) le accuse lanciate da Naddeo che parla di lavoratori a nero che girano attorno alla movida, ragion per cui – a suo dire – sarebbe necessario ripristinare il turno notturno 23-2 della polizia municipale anche per assicurare una maggiore sicurezza in città. Polemiche sollevate anche dal consigliere Gallo che si dice pronto a non votare più alcun provvedimento della maggioranza. E sempre l’avvocato salernitano in più occasioni si è scusato con la scolaresca presente per lo show a cui hanno assistito. «Chiedo scusa, scusateci ma io lo avevo preannunciato», ha infatti detto Gallo. E poi la polemica: «Fra un anno quando dovremo dar conto ai nostri elettori cosa diremo? Che è stato necessario l’intervento di De Luca figlio per trovare una soluzione – ha infatti dichiarato l’avvocato a proposito dei problemi relativi ad una scuola, risolti solo con l’intervento del parlamentare salernitano – Bene un intervento da Roma ma si evidenzi anche il nostro lavoro e le nostre continue proposte». A consiglio inoltrato, i consiglieri D’Alessio, Naddeo e lo stesso Gallo hanno abbandonato l’aula senza votare il provvedimento sui dehors, come ferma presa di posizione anche per il mancato riconoscimento del loro operato. Acceso botta e risposta anche tra il primo cittadino e Stasi: quest’ultimo infatti chiedeva un maggiore rispetto delle regole dopo che il consigliere Zitarosa si era accomodato al posto del presidente del consiglio comunale. «Stia al suo posto, consigliere», ha attaccato Napoli che ha ricevuto una pronta risposta: «Io rispetto le regole e pretendo lo facciano anche gli altri, è una questione di rispetto». Intanto, il consigliere nonchè capogruppo di Davvero Verdi Giuseppe Ventura ha chiesto di bloccare la gara per l’affidamento della pulizia del verde all’interno dei parchi cittadini. I dipendenti, stando a quanto emerge dal capitolato d’appalto, passano da 9 a 5 e invece di 30 ore di lavoro ne dovranno svolgere solo 25. «Se non si blocca la gara domani (oggi per chi legge ndr) andrò in Procura – ha infatti detto Ventura – Bisogna fare una gara unica e soprattutto bisogna salvaguardare i posti di lavoro». Ad oggi, per la pulizia del verde all’interno del parco del Seminario, la cooperativa guadagna circa 140mila euro; 480mila per il parco Pinocchio e Ventura chiede maggiore chiarezza nell’affidamento degli incarichi, denunciando di essere stato anche minacciato, nei giorni scorsi.

Consiglia

Enel, il supporto di Renzi a Starace rischia di nuocergli

La certezza della riconferma è venuta un po' meno. Nel Pd e nel M5s è ancora vivo il ricordo dell'entente cordiale tra l'ad e l'ex rottamatore. E ora che nella maggioranza si è vicini al punto di rottura, il supporto del leader di Iv potrebbe essere controproducente.

Finora il suo nome era rimasto fuori dalla mischia: per tutti la riconferma di Francesco Starace alla guida di Enel era sicura.

E se il manager proprio avesse dovuto lasciare gli uffici romani di viale Regina Margherita lo avrebbe fatto per andare in Eni, al posto di Claudio Descalzi.

Ma nel gran bailamme delle nomine prossime venture, dove come nella maggioranza vige il tutti contro tutti, ora questa sicurezza è venuta un po’ meno. 

L’ECCESSIVO DECISIONISMO DEL “NAPOLEONE DELL’ENEL”

Il Bonaparte dell’Enel – in azienda lo hanno ribattezzato Napoleone per il piglio decisionista talvolta un po’ sopra le righe che lo contraddistingue – ha infatti rotto qualche uovo nel paniere. Per esempio, non è piaciuto a nessuno, né al Pd né tantomeno ai 5 stelle, il fatto che abbia posto con un tono da “prendere o lasciare” il tema della riconferma, oltre che sua, della presidente Maria Patrizia Grieco, con cui evidentemente Starace si è trovato a suo agio in questi anni. Si sa infatti che al tavolo delle nomine prudono le mani verso i presidenti uscenti, in particolare proprio Grieco (qualcuno non dimentica i suoi trascorsi socialisti) ed Emma Marcegaglia, per cui entrambe hanno chance vicine allo zero di essere riconfermate.

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«E quindi», è stata la reazione degli addetti alle nomine, «se Starace la mette in questi termini, vanno fuori sia lei che lui». Anche perché a quel tavolo l’ad di Enel non riscuote eccessive simpatie, anzi. 

Matteo Renzi con l’ad di Enel Francesco Starace, nel 2016 (Ansa).

L’ENDORSEMENT DI RENZI RISCHIA DI ESSERE CONTROPRODUCENTE

Nel Pd, come nei 5 stelle, è ancora vivo il ricordo della sua entente cordiale con Matteo Renzi, sia ai tempi della sua nomina in Enel sia ora, visto che l’ex presidente del Consiglio non si esime dal ribadire pubblicamente che Starace è il miglior manager italiano e che «o lo mandiamo all’Eni o gli dovremo chiedere la cortesia di restare all’Enel». Sapendo l’insofferenza di Palazzo Chigi e del Pd verso l’ex rottamatore, tanto da essere arrivati ormai a un punto di rottura, il suo reiterato supporto rischia per Starace di essere assai controproducente.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Il tatticismo di Renzi non ha fatto i conti col M5s in subbuglio

Il leader di Italia viva tira la corda della crisi di governo. Convinto che la paura del voto anticipato prevalga tra i partiti. Ma lo sfaldamento della maggioranza creerebbe un "liberi tutti" tra i grillini. Col ritorno di Di Battista e degli anti-renziani. Il rischio harakiri "alla Salvini" è concreto.

Un gioco pericoloso, sul filo dell’alta tensione, con il più classico dei conti fatti senza l’oste. Matteo Renzi, dalle alture dell’Himalaya, ha preconizzato lunga vita a questa legislatura. Con un altro governo, come se lo avesse già in tasca. Parole che sono state un calmante per i parlamentari di Italia viva, inquieti per il possibile precipitare degli eventi e del Conte 2.

L’EX ROTTAMATORE VUOLE COMANDARE IL GIOCO

L’ex rottamatore è andato ancora all’attacco, convinto di poter dettare i tempi, sfruttando il vuoto di potere nel Movimento 5 stelle e dando dunque per scontato che gli altri lo seguano. Compreso il Partito democratico, a meno che non si materializzino i fantomatici responsabili al Senato.

FINO A SETTEMBRE FINESTRA ELETTORALE CHIUSA

Certo, la paura delle elezioni anticipate e la voglia di evitarle restano le uniche certezze in un periodo molto caotico. Ed è la leva su cui Renzi fa forza, consapevole che comunque fino a settembre la finestra elettorale è praticamente chiusa (ammesso che vincano i “sì” al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari). Ma il leader di Iv ignora una questione: il M5s continua a essere una pentola a pressione. E la (eventuale) deflagrazione dell’esecutivo produrrebbe effetti imprevedibili.

CON CRIMI SAREBBE UN’IMPRESA TENERE IL M5S UNITO

L’ulteriore sfarinamento dei cinque stelle può rendere alquanto complicato cercare una nuova maggioranza. Del resto già nell’estate del 2019 è stata una fatica mettere in piedi l’alleanza, nonostante ci fosse Luigi Di Maio in carica come capo politico e la pressoché unanime convinzione di confermare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ora, con Vito Crimi nel ruolo di reggente e un Conte azzoppato, ci vorrebbe un’impresa per tenere unito il Movimento. Per molti sarebbe l’occasione per un “liberi tutti”.

Beppe Grillo e Vito Crimi. (Ansa)

I MALUMORI INTERNI AI GRILLINI NON SONO FINITI

Spiega a Lettera43.it un parlamentare pentastellato: «I malumori interni non sono finiti con le dimissioni di Di Maio. Tutt’altro. Attendiamo gli Stati generali, che già non si annunciano una passeggiata perché ci sono molti aspetti su cui confrontarci. Ma arrivarci con una crisi di governo complicherebbe le cose…». Mette in evidenza un altro deputato del Movimento: «Abbiamo perso gli elettori, vero, ma non gli eletti. Qualsiasi maggioranza non può prescindere dai parlamentari dei cinque stelle nella loro interezza».

ALTRO CHE SOSTITUZIONE INDOLORE DI CONTE

Insomma, i grillini lanciano un avvertimento: lo sfaldamento della maggioranza potrebbe risultare letale per la legislatura, nonostante la tenace resistenza contro il ritorno al voto. Perché è vero che settembre non è dietro l’angolo, ma nemmeno è una prospettiva a lunga scadenza. E così salterebbero del tutto i piani di Renzi, che immagina una sostituzione quasi indolore di Conte a Palazzo Chigi, continuando a essere al centro della scena fino al 2023.

PRONTI A TORNARE ALLA CARICA GLI ANTI-RENZIANI COME DIBBA

Uno dei principali nemici di questo esecutivo, Alessandro Di Battista, non spera altro che l’implosione del Conte 2. Dal suo “auto esilio” iraniano sta studiando la strategia per rientrare in grande stile nella vita del Movimento, riportandolo sulle sue posizioni: anti-liberista, anti-europeista, anti-Casta. Di sicuro contro il centrosinistra. Una linea da competitor – e chissà se non da possibile alleato – della Lega. La crisi di governo, insomma, è l’assist perfetto per Dibba che aspetta tornare in scena e cannoneggiare sull’alleanza con l’odiato Pd e l’odiatissimo Renzi.

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Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. (Ansa)

DI MAIO HA UNO STRANO APLOMB, MA SE LE SCINTILLE CONTINUANO…

Nei Palazzi non passa inosservato l’aplomb di Di Maio. Dopo le dimissioni da capo politico, ha solo lanciato la mobilitazione contro i vitalizi, dedicandosi poi quasi esclusivamente al lavoro di ministro degli Esteri. Una compostezza di stile che prima o poi è destinata a interrompersi di fronte alle provocazioni di Italia viva. Altri affondi contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sarebbero inaccettabili. E a quel punto sarebbe messa sul tavolo l’opzione più dura, una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”: una replica dura a Renzi per lo showdown definitivo e l’archiviazione di questo governo.

RENZI RESTA IL NEMICO GIURATO ANCHE DI GRILLO

Scenario che al titolare della Farnesina non dispiace tanto, perché gli consentirebbe di ritrovare la sintonia con Di Battista. Nemmeno Beppe Grillo avrebbe possibilità di obiettare alcunché: ha riabilitato l’alleanza con il Pd, ma non l’ex sindaco di Firenze che resta nemico giurato.

OCCHIO AL BOOMERANG IN STILE SALVINI-PAPEETE

Renzi continua una partita pericolosa, muovendosi sul crinale di sondaggi tutt’altro che lusinghieri. Le minacce di rottura lanciate a Palazzo Chigi non sono affatto prive di rischi. Osserva un parlamentare della maggioranza: «Negli ultimi mesi ci siamo abituati a tutto. Ma immaginare i cinque stelle a rimorchio di Renzi, in un nuovo governo, rischia di superare la fantasia». Così il tatticismo renziano che ha beffato Matteo Salvini può diventare un boomerang. E colpire Italia viva.

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Il Capitano Ultimo nominato assessore all’Ambiente in Calabria

Il colonnello Sergio De Caprio, l'uomo che arrestò Totò Riina, scelto dalla neo-presidente della Regione Jole Santelli.

«Vi presento il nostro prossimo assessore all’Ambiente», ha detto la presidente della Calabria, Jole Santelli presentando a Montecitorio il Capitano Ultimo. “Il mio obiettivo è tutelare l’autodeterminazione delle comunità calabresi senza l’interferenza delle mafie di ogni tipo”. Lo afferma il Capitano Ultimo, accettando l’incarico di assessore all’ambiente della regione Calabria, offertogli dalla presidente Jole Santelli.

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Pazza idea nel M5s: ticket Di Battista-Appendino per la leadership

Lo scapigliato del Movimento di ritorno dall'Iran: l'idea sarebbe quella di unire l'anima rivoluzionaria con quella governista. Con il benestare di Di Maio.

Il ritorno dall’Iran di Alessandro Di Battista, previsto intorno al 21 febbraio, sta come al solito provocando turbamenti all’interno del M5s. Secondo il Corriere della Sera, starebbe prendendo quota l’idea di un ticket tra il Che Guevara del Movimento e Chiara Appendino. Il Dibba rappresenterebbe l’area radicale e rivoluzionaria, la sindaca di Torino quella moderata e governista. Il tutto con l’approvazione dell’ex leader Luigi Di Maio.

«Nel momento in cui dovesse tornare Alessandro Di Battista non conta in che ruolo ma conta il contributo che può dare. Braccia aperte per Alessandro, credo che sia un risorsa fondamentale per il Movimento e per il Paese», ha detto il capo politico del M5s Vito Crimi a “L’Intervista di Maria Latella” il 15 febbraio.

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Dibennardo a un passo da Anas, ma i 5 stelle fanno muro

Nella corsa per la poltrona di Simonini, il numero uno di Concessioni Autostradali Venete ha oscurato Cristiano Cannarsa, dato per favorito. Ma dovrà vedersela con l'opposizione di diversi pentastellati pronti anche a fare cadere il governo se la nomina fosse avallata dalla ministra De Micheli.

Scalpita sempre più forte Ugo Dibennardo, ora a capo di Concessioni Autostradali Venete, per cercare di scalzare Massimo Simonini dalla guida di Anas, la società che gestisce le strade in Italia.

Dibennardo è talmente votato allo scopo che potrebbe anche mettere in ombra il candidato numero uno per il posto di Simonini, ovvero Cristiano Cannarsa, attuale amministratore delegato di Consip in scadenza e manager molto vicino alla ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Ma in Anas a ballare è anche la poltrona del presidente Claudio Gemme.  

In passato il nome di Dibennardo è uscito in molte delle inchieste su Anas, ma senza mai essere indagato. In anni ormai lontani, era il 2002, fu arrestato in Calabria su ordine della Dda di Catanzaro per un’inchiesta per gli appalti della Salerno-Reggio: si fece 22 giorni di prigione ingiustamente tanto che poi fu risarcito con tante scuse.

DIBENNARDO, DA LUPI AL PD

Cresciuto sotto l’egida dell’ex ministro del Trasporti Maurizio Lupi, ha amicizie che contano nel centrodestra e nel centrosinistra. Stava quasi per diventare leghista ma si è fermato sull’uscio della porta. Oggi è pronto a indossare la casacca del Partito democratico, anche se non disdegna di andare spesso a cena con il governatore del Veneto Luca Zaia.

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L’OPPOSIZIONE DEI PENTASTELLATI

Grande amico del boiardo socialista Ercole Incalza, Dibennardo ha detto di essere pronto ad assumere la carica. Ma allo stesso tempo diversi senatori 5 stelle sono pronti a far cadere il governo nel caso la ministra De Micheli dovesse avallarne la scelta. Ce la farà? Come è noto in questa tornata di nomine il Pd mira a fare filotto, ma non è detto che alla fine possa dare via libera anche a uno non organico come Dibennardo, nonostante Simonini stia ottenendo buoni risultati e vanti apprezzamenti da parte di tutta la maggioranza giallorossa

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Matteo Renzi e il sogno della grande destra

È probabile che il senatore di Rignano voglia diventare il traghettatore di uno schieramento elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei. Zingaretti non commetta l'errore di sospingerlo in quella direzione: lasci fare tutto a lui.

La discussione sulla sopravvivenza del governo Conte allontanerà molti altri cittadini dalla politica e potrebbe ingrassare Matteo Salvini o Giorgia Meloni.

Il Pd dovrebbe tenerlo a mente. Il tema gli si presenta quotidianamente perché quotidianamente il Pd deve fare i conti con le esternazioni di Matteo Renzi e delle sue girl.

La “questione Renzi” l’hanno in parte risolta, e la risolveranno, gli elettori. A lui il Pd deve la grave sconfitta, a lui i naviganti disperati di Iv dovranno la non rielezione in parlamento. Tuttavia il Pd deve decidere come interloquire con lui. Può farlo alla maniera di Goffredo Bettini minacciando l’intervento di truppe cammellate parlamentari raccattate qui e là. E allora sceglierebbe la strada che potremmo definire “via Tafazzi”. Oppure potrebbe cominciare a porsi alcuni interrogativi e scegliere che fare.

RENZI, RE MIDA ALLA ROVESCIA

Renzi si agita molto non perché vuole il primato in politica, anche chi ha un ego mostruoso come il suo sa che il suo obiettivo massimo è sopravvivere anche per non essere stritolato dai magistrati. La questione che lo riguarda, e sulla quale lui non ha ancora preso una decisione, è dove collocare quel 4-5% dei voti che raccoglierà. Finora aveva dato l’idea di volersi collocare in posizione critica nel centrosinistra, addirittura allargato ai grillini, per fare quello che fanno i piccoli partiti: grande casino, grande potere. A mano a mano che le cose vanno avanti appare sempre più chiaro che questa prospettiva non eccita più il ragazzo che ha sfasciato tutto quello che gli è capitato di toccare, vero Re Mida alla rovescia.

L’OBIETTIVO È DIVENTARE TRAGHETTATORE DEL CENTRODESTRA

È molto probabile che quel Renzi che dichiara che dopo Conte c’è un altro Conte e che a quel punto lui andrà all’opposizione stia facendo le prime prove per un radicale cambio di prospettiva. Qualcuno avverta Teresa Bellanova che si volta gabbana un’altra volta. L’idea che, secondo me, Renzi ha in testa è di diventare il traghettatore di un centrodestra elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei e dalla presenza di una Meloni di cui tanti non si fidano.

LA CORREZIONE CENTRISTA

Collocandosi in questa area Renzi potrebbe diventare il dominus dello schieramento di destra fornendogli, con Forza Italia, il crisma della correzione centrista. Del resto le politiche di Renzi non hanno grandi conflitti con quelle della destra a parte l’immigrazione che resta un tema divisivo solo perché Salvini quando ne parla è già sovreccitato di suo. Detto in altre parole. Renzi a sinistra non sa chi è, a destra sa chi è o almeno crede di saperlo.

LE MOSSE DI ZINGARETTI

Nicola Zingaretti, al netto dei suoi consiglieri romani, può fare alcune cose. Può essere il leader della forza di governo che tiene in piedi a certe condizioni di contenuto. Oggi, per esempio, impedendo l’applicazione della riforma Bonafede e abolendo la legislazione securitaria. Lo stesso Zingaretti però deve avere una politica verso Renzi. Non si tratta di diplomatizzare i rapporti. Renzi è un maleducato e merita tutti i vaffa che ci sono in giro. Tuttavia sospingerlo o aiutarlo a sospingersi verso destra è un errore capitale. L’avvenire della sinistra sta nel fatto di cercare di radunare quante più forze è possibile. Poi accadrà che alcune di esse si sottrarranno all’incontro e andranno dall’altra parte, ma dovrà essere chiaro che l’hanno scelto loro. «Che fai mi cacci?», la frase di Gianfranco Fini che Renzi adopera contro Giuseppe Conte deve apparire per quello che è, cioè ridicola.  È tempo, quindi, che i dirigenti del Pd – ma qualcuno più nuovo e meno compromesso con pasticci romani precedenti non c’è? – si avvino sulla strada della politica perché i muscoli non servono, soprattutto quando non ci sono.

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L’opa di Salvini sulle candidature del centrodestra

Agli stati generali la Lega mette a punto la strategia per le prossime Regionali e comunali. L'obiettivo è dare le carte senza irritare la Meloni. Ma sui nomi c'è ancora prudenza.

Nell’incontro ‘romano’ ribattezzato ‘gli Stati generali’ della Lega per oltre tre ore è stata messa a punto la strategia per i prossimi appuntamenti elettorali. “Ci stiamo preparando a vincere in primavera – dice Matteo Salvini – le elezioni regionali e le comunali. L’anno prossimo, voteranno tante città – Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna – vogliamo arrivarci pronti allargando i confini del centrodestra e coinvolgendo gente nuova, fresca con idee giovani e concrete”.

Una vera ‘Opa’ leghista sulle prossime candidature del centrodestra. Poi, alla domanda se esistano già dei nomi, Salvini frena, evitando almeno per ora altri attriti con la leader di Fratelli d’Italia – e romana doc – Giorgia Meloni: «Non parlo di nomi ma di idee: alle regionali come alle comunali dobbiamo scegliere la squadra migliore». Inevitabile la replica di FdI. Giorgia Meloni da Milano ribadisce che “Raffaele Fitto in Puglia è una candidatura estremamente autorevole. Così è stato pattuito e mi aspetto che tutti rispettino i patti”. Ironico il commento di Ignazio La Russa: “Salvini quando chiede i candidati migliori ha ragione: faremo come dice lui dalla prossima volta. Chiudiamo questa tornata cominciata con Emilia Romagna e Umbria in cui si è scelto il metodo dei candidati di partito. Dalla prossima si può fare per Lombardia, Veneto, Sicilia. Poi ci pensiamo”.

Il leader del Carroccio intanto va avanti tutta sul progetto di Lega nazionale. Prima annuncia l’apertura di una nuova sede nel centro storico della Capitale, poi torna a mettere al centro delle sue priorità la futura conquista del Campidoglio. Da mesi il segretario federale attacca senza tregua l’amministrazione di Virginia Raggi, denunciando con cadenza pressoché quotidiana le sue criticità, dalla sicurezza ai trasporti, dall’edilizia popolare alla gestione dei rifiuti. Oggi l’ennesimo passo verso la conquista di Roma, scegliendo il roof garden del Palazzo delle Esposizioni per una riunione con oltre 200 amministratori regionali leghisti.

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Agli stati generali la Lega mette a punto la strategia per le prossime Regionali e comunali. L'obiettivo è dare le carte senza irritare la Meloni. Ma sui nomi c'è ancora prudenza.

Nell’incontro ‘romano’ ribattezzato ‘gli Stati generali’ della Lega per oltre tre ore è stata messa a punto la strategia per i prossimi appuntamenti elettorali. “Ci stiamo preparando a vincere in primavera – dice Matteo Salvini – le elezioni regionali e le comunali. L’anno prossimo, voteranno tante città – Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna – vogliamo arrivarci pronti allargando i confini del centrodestra e coinvolgendo gente nuova, fresca con idee giovani e concrete”.

Una vera ‘Opa’ leghista sulle prossime candidature del centrodestra. Poi, alla domanda se esistano già dei nomi, Salvini frena, evitando almeno per ora altri attriti con la leader di Fratelli d’Italia – e romana doc – Giorgia Meloni: «Non parlo di nomi ma di idee: alle regionali come alle comunali dobbiamo scegliere la squadra migliore». Inevitabile la replica di FdI. Giorgia Meloni da Milano ribadisce che “Raffaele Fitto in Puglia è una candidatura estremamente autorevole. Così è stato pattuito e mi aspetto che tutti rispettino i patti”. Ironico il commento di Ignazio La Russa: “Salvini quando chiede i candidati migliori ha ragione: faremo come dice lui dalla prossima volta. Chiudiamo questa tornata cominciata con Emilia Romagna e Umbria in cui si è scelto il metodo dei candidati di partito. Dalla prossima si può fare per Lombardia, Veneto, Sicilia. Poi ci pensiamo”.

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Renzi apre la crisi e va in Pakistan a sciare

L'ex premier immortalato in una foto insieme al primo ministro Imran Khan, Jose Maria Aznar, un top manager di Tim, la principessa Beatrice di York e alcuni finanzieri. Poco chiari i motivi della visita.

Dopo aver messo il governo in stand by con lo scontro sulla prescrizione, Matteo Renzi è volato in Pakistan a sciare con l’alta società. In una foto pubblicata su Facebook dal primo ministro pakistano Imran Khan si vedono, oltre a Renzi, la principessa Beatrice di York, l’ex premier spagnolo Jose Maria Aznar, i finanzieri Zia Chishti e Sayed Zulfikar Bukhari, il top manager di Tim Federico Rigoni e il rappresentante del Pakistan per gli investimenti stranieri Ali Jehangir Siddiqui. «Il gruppo è in visita per uno “ski-trip”», scrive lo stesso Khan.

HRH Princess Beatrice of York , Jose Maria Aznar(Former Prime Minister of Spain), Matteo Renzi (Former Prime Minister of…

Posted by Imran Khan (official) on Friday, February 14, 2020

«Avevo preso l’impegno di incontrare il presidente della Repubblica, il primo ministro, il Capo dell’Esercito a Islamabad assieme all’ex premier spagnolo José María Aznar. Un politico degno di questo nome ha anche relazioni internazionali. Se ad altri non capita non so che farci. Poi, con alcuni amici, siamo andati due giorni a sciare a 4 mila metri, in luoghi bellissimi. Posso fare due giorni sugli sci o devo chiedere il permesso al Tribunale dell’antirenzismo?», ha scritto Renzi il giorno dopo nella e-news spiegando le ragioni della scelta di andare in Pakistan.

LA SOCIETÀ DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE AFINITI

L’escursione è stata organizzata in teoria per promuovere il turismo sciistico in Pakistan. Secondo il quotidiano La Verità c’è però un’altra ipotesi: «nel gruppo di “amici” ritratti nello scatto in questione, ci sono almeno tre persone che hanno legami forti con Afiniti, una società di intelligenza artificiale: si tratta di Aznar, attualmente nel board di Afiniti, che tra i fondatori vede anche Ziullah Chishti e come ex membro del cda (al pari di David Cameron) Jehangari Siddiqui. Collegamenti tra la presenza di Renzi e la società di intelligenza artificiale? Nessuno può dirlo. Ciò che appare certo, invece, è che nei giorni in cui il governo italiano è attraversato da forti fibrillazioni interne, colui che ha provocato queste tensioni si trovi in Pakistan, nella più semplice delle ipotesi per sciare».

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Il teatrino di Renzi che non vuole né il voto né il Conte ter

Il leader di Italia viva: «Cercano 10 Scilipoti dal mio partito però non ci sono. Non hanno i numeri per la terza maggioranza diversa in tre anni. Ma niente elezioni subito. La prescrizione non vale la fine del governo».

Cosa vuole davvero Matteo Renzi? Il protagonista del braccio di ferro interno alla maggioranza che sta agitando il governo sul tema della giustizia ha fatto il punto della situazione. Voto anticipato? No grazie. Conte ter? Impossibile. E allora cosa?

«SE CADE IL CONTE BIS? UN NUOVO GOVERNO»

Il leader di Italia viva ha ridimensionato diversi scenari politici nella sua e-news: «Alt! Io non voglio andare a elezioni. Erano altri quelli che avevano già fatto l’accordo con Salvini. In più le elezioni non ci saranno per mesi, perché dopo il referendum di marzo vanno rifatti i collegi e dunque servono tempi tecnici. Per cui, se cade il governo Conte bis, ci sarà un nuovo governo. Non le elezioni».

«POSSIAMO STARE FELICEMENTE ALL’OPPOSIZIONE»

Ma non sarà un governo Conte ter. Visto che secondo Renzi mancano i numeri: «Da giorni, molti nostri senatori sono avvicinati da inviti a lasciare Italia viva. Se 10 senatori di Iv passassero dall’altra parte ci sarebbe il Conte ter: terzo governo in tre anni, con terza maggioranza diversa. Io non ci credo, anche perché conosco i senatori di Iv e non ne vedo 10 pronti ad andarsene, per adesso non ne vedo nemmeno uno. Per me, non hanno i numeri e se ne stanno accorgendo proprio in queste ore. Non ci sono i 10 Scilipoti. Ma se avranno i senatori che stanno cercando e i numeri per il Conte ter noi saremo felicemente all’opposizione».

«NOI NON SFIDUCIAMO. MA BONAFEDE SI FERMI PRIMA»

Chi continua a tirare la corda? «Nessuno di noi ha detto che vuole sfiduciare Conte. Abbiamo detto che non condividiamo la battaglia sulla prescrizione. E che faremo valere su quella i nostri numeri. Punto. Noi su questo non torniamo indietro. Per noi la prescrizione non vale la fine del governo: ecco perché Bonafede farebbe bene a fermarsi lui, prima di combinare il patatrac», ha detto Renzi.

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I numeri che smentiscono la propaganda anti aborto di Salvini

Il leader della Lega apre una campagna incivile contro le interruzioni di gravidanza ripetute. Ma i casi in Italia sono in costante diminuzione. L'unico motivo per fare dell'allarmismo è la ricerca di nuovi temi divisivi.

Alla ricerca di nuovi temi divisivi per rilanciare la Lega, Matteo Salvini ha dato il via a una campagna contro gli aborti ripetuti di donne straniere in pronti soccorsi usati come «bancomat sanitari».

«Abbiamo avuto segnalazione che alcune donne, né di Roma né di Milano, si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l’interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile», ha detto domenica dal palco dell’incontro su Roma capitale. «Qualcuno ha preso il pronto soccorso come il bancomat sanitario per farsi gli affari suoi senza pagare una lira», ha aggiunto concludendo: «La terza volta che ti presenti, paghi». Senza entrare nel merito di quanto incivili siano queste parole, che colpevolizzano le donne per scelte dolorosissime prese sul proprio corpo, e tralasciando il fatto che in Italia interrompere volontariamente una gravidanza in Pronto soccorso è impossibile, bisognerebbe chiedersi perché Salvini sceglie proprio ora di aprire questa polemica. I numeri sugli aborti in Italia, infatti, sono in costante diminuzione anche per quanto riguarda le interruzioni di gravidanza volontarie. E sono in calo anche per quanto riguarda le donne straniere. Il sospetto è che il leader della Lega cerchi nuove munizioni per la sua propaganda politica.

Gli aborti ripetuti in Italia sono in costante diminuzione dagli anni ’90, ben inferiori alle soglie attese e rappresentano il valore più basso registrato a livello internazionale. È quanto emerge dall’ultima relazione al parlamento sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), depositata nel 2019 dal ministero della Salute su dati del 2017, gli ultimi disponibili.

La percentuale di Ivg effettuate da donne con precedente esperienza abortiva è risultata pari al 25.7% (26.4% nel 2016). Le percentuali corrispondenti per cittadinanza nel 2017 sono 21.3% per le italiane e 36.0% per le straniere (erano 22.1% e 37.0% rispettivamente, nel 2016). La percentuale di aborti ripetuti riscontrata in Italia è più bassa rispetto a quella degli altri Paesi.

A livello regionale, nel 2017, la frequenza più alta di ivg ripetute per le italiane si è avuta nelle regioni del Sud con il 23,4%, mentre se si considerano italiane e straniere è maggiore al Nord in Liguria (32,8%), al Centro in Toscana (29,5%) e al Sud in Puglia (32,0%). Se si fa il confronto con altri Paesi, il valore italiano rimane il più basso a livello internazionale: in Inghilterra e Galles è del 39%, in Olanda del 35,2%, in Spagna del 37,6% mentre in Svezia e Stati Uniti del 43,7%. “L’evoluzione della percentuale di aborti ripetuti che si osserva in Italia – si legge nella relazione – è la più significativa dimostrazione della reale diminuzione nel tempo del rischio di gravidanze indesiderate e del conseguente ricorso all’Ivg”. Infatti, se tale rischio fosse rimasto costante, conclude, “avremmo avuto dopo 40 anni dalla legalizzazione una percentuale poco meno che doppia rispetto a quanto osservato. La spiegazione più plausibile è il maggiore e più efficace ricorso a metodi per la procreazione consapevole, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge”.

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«C’è volontà di camminare insieme, restituiamo immagine unitaria»

di Adriano Rescigno

Sabato sera il tavolo congiunto del centrodestra per fare il punto della situazione sui venti comuni al voto. «C’è la volontà di avanzare tutti insieme», commenta al termine il senatore azzurro Vincenzo Fasano. . L’incontro – a cui hanno preso parte l’onorevole Enzo Fasano, coordinatore provinciale di Forza Italia, l’onorevole Nino Marotta, commissario provinciale dell’Udc, Nicholas Esposito, coordinatore provinciale della Lega, Alfonso Baviera e Luigi Cerruti per Cambiamo con Toti e i portavoce provinciali di FdI Imma Vietri e Ugo Tozzi – è stato proficuo ed ha rispettato le aspettative di tutti i partecipanti, perché da tutte le componenti è stata espressa la volontà di collaborare in vista delle elezioni amministrative della primavera prossima, con l’obiettivo di trovare candidature unitarie nei Comuni chiamati al voto. Al termine dell’incontro la quadra, come già preannunciato, non è stata trovata anche alla luce del fatto che il centrodestra ancora deve trovare un nome per il suo candidato alla presidenza della regione Campania, che però con molta probabilità sarà Stefano Caldoro. A far il punto della situazione, al termine dell’incontro è stato il senatore Vincenzo Fasano, che chiosa: «Dobbiamo riaggiornarci, questione di pochi giorni, l’importante è che abbiamo restituito un’immagine unitaria al centrodesta in provincia di Salerno». Cava de’ Tirreni, Eboli e Pagani i nodi più importanti da sciogliere per gli addetti ai lavori, visto che: «Su Cava de’ Tirreni – dice Fasano, c’è l’avvocato Murolo che ha avanzato la candidatura, ci sono convergenze, ma il quadro ancora deve delinearsi. Su Eboli siamo in alto mare perchè nessuno si è espresso. L’altra volta ci siamo divisi, adesso cerchiamo un nome condiviso». Rimane spinoso anche il caso Pagani: «Siamo appesi alla decisione del sindaco uscente. Se si ricandida Gambino? Vediamo». Dal suo canto Forza Italia dei 20 comuni chiamati al voto ha avocato a se la scelta del candidato della coalizione, il dirigente di Forza Italia Francesco D’Antuono: «Ha sempre lavorato bene per il partito – conclude Fasano – e noi abbiamo la volontà di valorizzare il suo impegno con la candidatura a sindaco».

Consiglia

Dante Santoro: «La direzione regionale Pd? Spero si redima e non presenti De Luca»

di Adriano Rescigno

Schierato al fianco del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris c’è il consigliere comunale e provinciale di Salerno, Dante Santoro, il cui obiettivo è: «Liberare la Campania», e quindi candidato al prossimo Consiglio regionale..

Cosa intende per “liberare la Campania?

«Intendo dire basta al sistema neofeudale instaurato dai De Luca, noi siamo l’alternativa giovane, coerente e preparata, idonea al governo di una regione bella e complicata come la nostra».

Oggi c’è la direzione regionale del Pd, cosa pensa che possa accadere?

«Io spero in una redenzione di massa, spero che questa direzione voglia dire no al familismo, agli scandali, all’inconcludenza. E’ difficile, ma può accadere».

Lei è diventato famoso per la sua “operazione fiato sul collo”…

«E’ un modo di rispondere concretamente alle istanze dei cittadini. In giro per la provincia tocchiamo con mano il problema e lo portiamo in tutte le sedi idonee ed opportune al fine di risolverlo. Rispondiamo concretamente, con fatti, non solamente con la propaganda».

In ultimo le tocca una riflessione sul centrodestra…

«Quello del centrodestra rimane uno scenario difficile da interpretare, credo che il candidato sia Caldoro, ma francamente il totonomi non mi interessa, non sono mai stato bravo, sono bravo sui temi, nella risoluzione dei problemi».

Consiglia

Luca Cascone: «Le priorità: trasporti ed aeroporto di Salerno»

di Adriano Rescigno

Prima della direzione regionale di oggi pomeriggio a fare il punto della situazione su quanto c’è ancora da fare e quanto è stato fatto, c’è il consigliere regionale Luca Cascone, che un pò a tutto tondo traccia la linea. Il perchè del continuare con Vincenzo De Luca alla presidenza della regione è scontanto dunque per il consigliere, che: «Mi sembra scontato che si continui con De Luca alla luce dei tanti risultati raggiunti, il primo tra tutti quello della sanità con la fuoriuscita dal commissariamento», e se gli si chiede dell’allenaza con il Movimento 5 Stelle: «Siamo aperti a chiunque vuole continuare i progetti avviati dal presidente De Luca. Partiamo da due assunti: c’è un programma e c’è un presidente, chi abbraccia questi due dati è il benvenuto, e non parlo solo del Movimento 5 Stelle, ma anche di tutte quelle forze moderate che vogliono avvicinarsi». Ancora tanto da lavorare dunque per la regiona Campania e quindi per una continuità di governo: «C’è ancora tanto da fare, prima tra tutti rendere efficiente il sistema dei trasporti su scala regionale, e poi per quanto riguarda la provincia di Salerno ancor più da vicino, c’è da chiudere la questione dell’aeroporto Salerno – Costa d’Amalfi». Non si spaventa dell’agone elettorale dunque Cascone che non teme il centrodestra in qualunque sua declinazione di proposte come candidato: «Abbiamo fatto tanto e continueremo a lavorare per la regione, non mi spaventa nè Caldoro, nè Sangiuliano».

Consiglia

Alfonso Andria: «La politica è evoluzione, alleanza con M5S è un dato strutturale»

di Adriano Rescigno

Questo pomeriggio alle 17.00 a Napoli la direzione regionale del Partito democratico. Tra i presenti, anche Alfonso Andria, ex presidente della provincia di Salerno che della direzione regionale è vicepresidente. Tanti i temi sul tavolo della direzione, due tra tutti: la riconferma del candidato alla presidenza della regionale e l’alleanza tra il Partito democratico ed il Movimento 5 Stelle. Su questi due temi, senza svelare il discorso di oggi pomeriggio, Alfonso Andria ha condiviso con noi il suo pensiero.

Si continuerà dunque con Vincenzo De Luca alla presidenza della regione?

«Mi sembra un dato evidente, anche alla luce dei risultati conseguiti in questi cinque anni».

E dunque nell’agone elettorale sarà anche lei presente tra le fila dei candidati?

«Non ci penso nemmeno – ride – mi limiterò a sostenere, come sempre fatto, il presidente uscente De Luca, anche in altre province diverse da Salerno, e voterò Partito democratico quindi il candidato del partito, non quello delle liste civiche in supporto. In sintesi, voterò Pd».

L’alleanza tra il Partito democratico ed il Movimento 5 Stelle sembra lontana…

«L’alleanza con il movimento pentastellato a me sembra invece un dato strutturale, piaccia o no. Basta guardare a Roma, sono l’alleanza di governo e nelle realtà periferiche, e mica tanto periferiche visto che la Campania è la prima regione del Meridione d’Italia, bisogna riprodurre questo schema, guai a non riprodurlo».

Nell’ipotesi in cui il Movimento dica “no” a De Luca a prescindere?

«Non so se questo avverrà. La politica è evoluzione. Perchè dovrebbero dire di no? Perchè sono all’opposizione? Anche nella formazione del governo Conte bis, il Pd era all’opposizione del Movimento, eppure sono al governo insieme oggi. Anch De Luca, infine potrebbe dire no al Movimento visto che attualmente è l’opposizione. La politica ripeto, è evoluzione».

Sangiuliano o Caldoro, qual è l’avversario peggiore da affrontare?

«Io non credo che Sangiuliano abbia intenzione di candidarsi. Credo piuttosto che il centrodestra abbia già scelto il suo candidato che per me è Stefano Caldoro, altro non posso dire perchè non mi occupo delle vicende del centrodestra».

Consiglia

Cosa dice la memoria di Matteo Salvini sul caso Open Arms

L'ex ministro dell'Interno ha presentato una memoria difensiva alla Giunta per le immunità. Nei documenti evidenzia come l'indicazione del porto sicuro spettasse a Madrid o Malta: «Italia non aveva alcun obbligo».

Matteo Salvini ha presentato la sua memoria difensiva alla Giunta per le Immunità che dovrà esprimersi sull’autorizzazione a procedere per il caso Open Arms. L’indicazione del Pos, porto sicuro, spettava alla Spagna o a Malta (e non certo all’Italia), ha spiegato l’ex ministro dell’Interno. Il comandante della nave ha deliberatamente rifiutato il Pos indicato successivamente da Madrid, perdendo tempo prezioso al solo scopo di far sbarcare gli immigrati in Sicilia come già aveva fatto nel marzo 2018 ricavandone un processo per violenza privata e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

SALVINI: «L’ITALIA NON AVEVA ALCUN OBBLIGO»

«L’Italia non aveva alcuna competenza e alcun obbligo con riferimento a tutti i salvataggi effettuati dalla nave spagnola Open Arms» avvenuti «al di fuori di aree di sua pertinenza», si legge ancora nel documento del leader della Lega. Lo dimostra lo scambio di corrispondenza tra La Valletta e Madrid nei primi giorni dell’agosto 2019. «È sicuramente lo Stato di bandiera della nave che ha provveduto al salvataggio», è l’osservazione di Salvini, «che deve indicare il Pos nei casi di operazioni effettuate in autonomia da navi Ong».

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Salvini parla perché non conosce il dolore di una donna che abortisce

Il leader della Lega ha detto che l'interruzione di gravidanza non può essere «la soluzione a uno stile di vita incivile». Offendendo chi decide di fare una scelta difficilissima. Che comporta effetti collaterali pesanti e ferite psicologiche. Uno schiaffo ai diritti per meri fini di propaganda. Da destra nessuna ha qualcosa da dirgli?

Di certo Matteo Salvini non ha mai ascoltato il racconto di un’interruzione di gravidanza. In Italia, da Nord a Sud, nel 2020 le donne vengono ancora umiliate per aver scelto di abortire. Trattate come numeri in coda al banco dei salumi al supermercato, senza la minima empatia mostrata dal personale sanitario che con arroganza dà loro qualche istruzione sommaria come a dire «l’hai voluto tu, ora arrangiati», spesso vengono sistemate a dividere la sala d’attesa con donne in gravidanza.

IN OSPEDALE SENZA SUPPORTO

Spesso vengono messe su un letto d’ospedale dopo aver assunto la Ru 486 (pillola che consente l’aborto farmacologico) senza essere informate di cosa succederà al loro corpo, senza essere preparate al dolore che proveranno, agli effetti collaterali devastanti che le aspettano. Per poi essere rimandate a casa con un calcio nel sedere, senza alcun tipo di supporto.

ABBIAMO UNA LEGGE DA 42 ANNI

E questo quando va bene. Quando non incontri gli obiettori di coscienza. Questa si chiama inciviltà. Inciviltà è colpevolizzare le donne per le scelte prese sul proprio corpo, inciviltà è giudicare le loro ragioni, inciviltà è permettere che un obiettore possa decidere della tua vita in un Paese in cui l’interruzione di gravidanza è regolamentata. La bistrattata legge 194 esiste da 42 anni (22 maggio 1978) e non dovrebbe essere più messa in discussione da nessuno, tanto meno da un rappresentante dello Stato.

PUÒ RESTARE UNA GROSSA FERITA PSICOLOGICA

Domenica 16 febbraio a Roma Salvini si è invece permesso di dire che abortire non può essere «la soluzione a uno stile di vita incivile». Le ragioni che spingono le donne a fare una scelta del genere sono svariate e indiscutibili, ma una cosa è certa: parlare di «stile di vita» è indecente e offensivo. Se Salvini avesse una vaga idea di quanto sia doloroso abortire, della ferita che può lasciare, soprattutto psicologicamente, non avrebbe mai osato pronunciare una frase del genere. Una delle prime cose che dovrebbe fare dopo scusarsi, azione che non ha fatto, è ascoltare qualcuno dei loro racconti.

LA FAVOLETTA SUL PRONTO SOCCORSO «BANCOMAT SANITARIO»

«Abbiamo avuto segnalazione che alcune donne, né di Roma né di Milano, si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l’interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile», ha detto dal palco dell’incontro su Roma capitale, aggiungendo che «qualcuno ha preso il pronto soccorso come il bancomat sanitario per farsi gli affari suoi senza pagare una lira». Per poi concludere: «La terza volta che ti presenti, paghi la ricetta».

SALVINI DIMOSTRA DI NON CONOSCERE NULLA DELL’ITER

Innanzitutto è assurdo che un ex vicepremier faccia propaganda sui diritti delle donne ignorando che in Italia interrompere volontariamente una gravidanza in Pronto soccorso è impossibile. L’iter non è immediato come presentarsi alla cassa di un supermercato: dopo una visita ginecologica e il rilascio del certificato di gravidanza è necessario un colloquio con un medico (la legge 194 impone che dopo una visita medica presso un pubblico ufficiale si debba attendere sette giorni prima di effettuare l’interruzione). Inoltre, chi ci assicura che quando Salvini parla di «sei interruzioni di gravidanza» riferendosi alle donne immigrate non si sia inventato un numero per fare propaganda sulla pelle delle straniere cercando il sostegno della fetta più bigotta e razzista della società? Certificati non ne ha mostrati.

LE DONNE DI DESTRA DOVE SONO?

Da Laura Boldrini che ha parlato di strumentalizzazione delle donne a Nicola Zingaretti che ha chiesto di non toccare i loro diritti né la sanità italiana, le reazioni politiche a sinistra sono state dure. Beatrice Brignone di Possibile ha ricordato che i problemi sono altri: consultori depotenziati, obiettori in aumento, mancanza di politiche per le famiglie. Per Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, «pur di alimentare l’odio verso le immigrate e di presentarsi come il difensore degli italiani Salvini non ha pudore a raccontare bugie, alterare la realtà e piegarla come più gli comoda». Attendiamo l’indignazione delle donne (e gli uomini) di destra. Perché la libertà di prendere decisioni sul proprio corpo dovrebbe riguardare anche loro.

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Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

Al top delle classifiche Descalzi, Del Fante e Starace. Fanalino di coda Morelli di Mps che guadagna 466 mila euro. E nelle milanesi Curci, ad di Fiera, quasi doppia quello di A2a Camerano. Intanto il Carroccio rischia di rimanere escluso nella sua Lombardia.

Tempo di nomine nelle aziende partecipate, ma anche in due controllate strategiche del Comune di Milano, come Fiera Milano e A2a.

Tra meno di un mese saranno presentate le liste per i nuovi consigli d’amministrazione di Eni, Terna, Poste, Leonardo, Mps e molte altre controllate dal ministero dell’Economia e da Cdp.

Oltre al peso politico nelle nomine, sul tavolo anche gli stipendi degli amministratori delegati, annuale oggetto di studio da parte di Mediobanca.

SUL TAVOLO GLI STIPENDI DEGLI AD

La banca milanese evidenziava lo scorso dicembre come in Italia un dirigente guadagni in media circa 220 mila euro. Ma gli amministratori delegati delle società arrivano a percepire in media 849 mila euro, con una punta massima nelle società pubbliche di oltre 6 milioni. I dati dell’ultimo rapporto di piazzetta Cuccia sulle remunerazioni dei board delle società italiane prendono in considerazione i compensi 2018 di 230 imprese con sede in Italia e quotate in Borsa. Mediobanca non cita i nomi, ma sul sito del Mef si possono trovare comunque le remunerazioni. Claudio Descalzi, ad Eni (6,456 milioni), è tra i manager più pagati. In Poste Italiane, l’amministratore delegato, Matteo del Fante, si avvicina ai 6 milioni, mentre quello di Enel Francesco Starace arriva a 5,03 milioni di euro. Particolare il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli, il cui stipendio nel 2018 è stato di 466.250 euro. Passando alle partecipate milanesi, ben diversa la situazione di A2a e Fiera. Nella municipalizzata dell’energia l’ad Luca Valerio Camerano arriva a uno stipendio di 980 mila euro, in Fiera il suo omologo Fabrizio Curci tocca quota 1,7 milioni di euro, calcolando anche i 460 mila euro previsti per il piano di incentivazione azionaria. 

CURCI MIRA ALLA RICONFERMA

Curci, nominato nel 2017 amministratore delegato da Giovanni Gorno Tempini, attuale presidente di Cdp, con l’endorsement del sindaco di Milano Giuseppe Sala, mira alla riconferma. Come anche la maggior parte degli altri amministratori delegati. E gli attori in capo sono sempre gli stessi. Gorno infatti avrà voce in capitolo sulle nomine a livello nazionale, mentre sul piano regionale lombardo bisognerà capire le mosse di Enrico Pazzali, chiamato alla guida della Fondazione Fiera Milano nell’estate 2019 dal governatore Attilio Fontana, che lo ha voluto vincendo i dubbi degli stessi leghisti memori dei suoi molteplici precedenti cambi di casacca. A quanto pare proprio Pazzali starebbe facendo asse con Sala per una riconferma di Curci. Con buona pace della Lega, totalmente esclusa da questo giro di nomine non solo a livello nazionale ma persino nella Regione che amministra.

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