Toccare Matera in Matheriae

Nell’anno dell’elezione a Capitale Europea della Cultura, Matera viene celebrata  Ernesto Terlizzi  in una  mostra itinerante  visitabile a Salerno, sino al 31 ottobre, nella Pinacoteca Provinciale 

Di ARISTIDE FIORE

Realizzata da ArtiVisiveGallery di Matera e dalla Provincia di Salerno, con il Matronato della Fondazione Donnaregina di Napoli per le Arti Contemporanee, questa esposizione presenta opere ispirate dal fecondo rapporto dinamico fra princìpi opposti, generato dallo svuotamento della roccia e dal suo riutilizzo per edificare altre parti della città. Di contrasti fecondi vive l’intera opera di Terlizzi, nella sapiente combinazione di segni grafici e materiali vari che gli consente di ottenere una forma di espressione in continua evoluzione, memore della lezione dell’arte informale, come precisato da Dambruoso nel catalogo. Il risultato è un insieme di vive impressioni e emozioni che si pensa di poter condividere in queste righe con un ipotetico visitatore, senza nulla pretendere in fatto di autorevolezza, ma con la modesta intenzione di stimolare un ideale dialogo a distanza. A tale proposito, vale la pena scorrere la sequenza delle opere esposte, soffermandosi sulle impressioni suscitate da alcune di esse. Tenendo conto dei ragionevoli limiti di spazio e dell’impossibilità di sostituire, con queste brevi note, il contatto visivo, diretto, sembrerebbe opportuno limitare la scelta a quelle a cui l’autore ha voluto conferire una ben definita chiave di lettura, attribuendo loro un titolo. In “La Cova” la verticalità della composizione accentua il gravare della materia, concretizzatasi nei toni brunastri di una vecchia lamina di ferro, su un fragile serto di penne d’uccello, il quale tuttavia, in accordo col titolo rassicurante, non viene schiacciato, ma protetto, così come la roccia, attraverso i secoli, ha offerto a molti un riparo, sicuro ancorché modesto. Anche “Nido di Pietra” allude al rifugio offerto da una roccia accogliente, adatta a essere scavata, scarificata a partire da tempi immemorabili; un senso di protezione atavico, simbolico, che travalica la città dei sassi e si manifesta attraverso un rimando agli uccelli, spesso ricorrente in queste opere, mediante vere penne di volatile, entrate a far parte della “tavolozza” polimaterica dell’artista, nelle quali si ritrova trasfigurata la scheggia affusolata individuabile come forma-segno distintiva della sua poetica. In “Dentro e Fuori” l’intera città di pietra sembra sprofondare o rivelarsi in fondo a una simbolica voragine, che cattura scaglie dorate come foglie colpite da un raggio di sole prima di essere inghiottite, accompagnando lo sguardo nella profondità temporale dalla quale scaturisce questa colossale impresa corale che ha sfidato i secoli per riproporsi al giorno d’oggi come scrigno di storia e esperienza e centro fecondo di cultura, come mostrato attraverso i “Fiori di Pietra”, nel quadro eponimo, i quali sbocciano dalla città antica, squadernata da fenditure nella massa rocciosa evocata ancora una volta da inserti lamiera arrugginita, a ribadirne la fecondità culturale, frutto dell’incontro tra la storia e i fermenti contemporanei, dei quali è ovviamente partecipe lo stesso autore. Concetto, questo, ripreso più avanti anche con “Bulbo alato” e “Alberi”. In “Buio e Luce” viene colta l’emozione di scrutare il centro storico dall’interno di una delle tante grotte scavate nel fianco opposto della Gravina: poveri ricoveri, spesso promiscui, di uomini e animali, ormai abitati solo dal vento che vi si insinua trasportandovi resti di piante e altre cose leggere.  Accenti surrealistici permeano “La Sposa”, nel quale un lembo di pizzo applicato a una composizione che evoca la facciata di una casa, ne adorna l’uscio, alludendo a un modesto fasto nuziale ma evocando al tempo stesso la presenza di una ragazza in procinto di convolare a nozze, attraverso una metonimia visiva. Il contrasto tra leggerezza e gravità, tra la libertà degli uccelli che sorvolano il canyon e albergano lungo le sue pareti e l’asprezza della vita nel sasso, svuotato a fatica fino a strappare alla roccia un riparo, uno spazio vitale, è evidente ne “La Piuma”. Inevitabile ricordare il legame di questi luoghi col grande cinema, ammirando “Crocifissione”. Al di là degli interventi di Pasolini e Gibson, che colsero la similitudine del luogo con un’antica Palestina forse più immaginata che reale, vi si potrebbe leggere la parabola della città, passata da vergogna nazionale a patrimonio dell’umanità, attraverso un percorso di rivalutazione che ne ha determinato, dopo la minaccia di cancellazione avviata con lo sventramento della città vecchia, risalente all’epoca fascista, la resurrezione. Gli fa eco “In Volo”, nel presentare la giustapposizione tra la vista frontale di una porzione di città e di un motivo labirintico che sembra richiamarne la planimetria. L’approccio analitico al paesaggio materano prosegue con “Totem”, una composizione che pone in risalto la stratificazione, prima geologica e poi storica, che lo caratterizza, la cui ampia dimensione temporale viene sottolineata dalla prevalenza dello sviluppo verticale della composizione, del resto comune a gran parte delle opere senza titolo in mostra, il cui coronamento ideale potrebbe essere rappresentato da “Luce Sacra”, la cui scansione verticale, comprendendo una doppia fiamma, delineata marcatamente da applicazioni in lamiera arrugginita, in basso, e riproposta, appena accennata, mediante una tenue figura celata da una garza, in alto, fa pensare alla trascendenza che si manifesta mediante segni e atti concreti, così come lo spirito delle generazioni che hanno abitato la rupe materana, che si eleva al di sopra delle vestigia del passato, come sembra di cogliere nelle figure volteggianti su un paesaggio screpolato dal tempo, quasi corroso, in “Colature”. In “Scultura Nei Sassi” una sorta di cava/anfiteatro accoglie un masso bianco e ovoidale che sembra ripescato dall’alveo del torrente che scorre in fondo alla Gravina: le profonde occhiaie scavate nella sua massa riecheggiano le arcate aperte nella roccia, rendendolo simile a una maschera che richiama alla mente le “Muse inquietanti” di De Chirico. L’aspetto metafisico degli scorci idealizzati della città antica che ricorrono in queste opere, qui sintetizzato attraverso elementi caratteristici del paesaggio (la pietra, i terrazzamenti), sembra affermare il legame tra questo luogo antico e la cultura moderna, foriero di fermenti che culminano nell’importante riconoscimento valso alla città, che questa mostra intende celebrare.

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La magia del colore September Song

Di Marco Vecchio

Non ha peso il colore. Viaggia leggero come una piuma nel mondo, forse e’ un Dio invisibile che si diverte a confondere, si nasconde tra i cieli lontani in cui lo sguardo si perde innamorato; l’ora azzurra, quando uno sciame di rondini attraversa gli occhi e disegna cerchi infiniti. Sono affascinato dal fluire di quei segni come partiture musicali, o il mutare cangiante delle nuvole, una sfida alla tavolozza di Tiepolo! Come definire il colore se non armonia? Armonia nel suo caos, nelle ombre di una città di pietra che ritrova se stessa lontana dal rumore, e poi, l’inarrestabile azzurro! “E’ già autunno! Ma perché rimpiangere un eterno sole, se siamo impegnati nella scoperta dello splendore divino, lontano da tutti gli altri che sulle stagioni muoiono…” scrive Arthur Rimbaud nel suo Addio. Credo che nel colore sia il senso della vita, dev’essere quello che non si puo’ evitare di dire, e che una magia traduce…

 

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L’ Apostolo Matteo raccontato a colori

Di MARCO ALFANO

Settembre è il tempo di Matteo Apostolo, che ricordiamo per la narrazione delle sue vicende dipende innanzitutto dai caratteri suggeriti nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Ma al di là dell’iconografia classica del nostro Patrono, c’è una celebre, ma forse ancora poco nota narrazione “colorata” delle vicende dal Suo libro, vale a dire nel Vangelo. Siamo parlando degli coloratissimi affreschi che decorano la volta della celebre Cripta del Duomo di Salerno, dove si celebra l’opera di Matteo quale scrittore sacro. L’egregia opera è databile al 1606 e sancita magnificamente dal grande stemma che orna l’altare bifronte che è quello di sua maestà di Spagna, Filippo II, campione della cultura controriformata. La regale committenza affida l’impresa della decorazione di Salerno ad alcuni tra i maggiori maestri attivi a Napoli nel corso del primo decennio del secolo XVII, dagli architetti Domenico e Giulio Fontana dello scultore Michelangelo Naccherino e dal pittore Belisario Corenzio. Dello scultore toscano, ancora poco studiato ma ben noto a Firenze per un gruppo scultoreo, successivo all’opera salernitana (che esegue le due statue identiche bronzee di Matteo sugli altari della cripta), che orna una delle uscite minori del Giardino di Boboli, rappresentante Adamo ed Eva, in cui alcuni caratteri di rigidità formale d’origine bandinelliana ricordano l’apprendistato del Nacherino presso il maestro Vincenzo de’ Rossi, già ravvisabile nei modi vigorosi della figura di San Matteo e nella più vivace figura dell’angelo che lo ispira. Altra opera del nostro scultore, che si era stabilito a Napoli nel 1573, il bellissimo Cristo alla colonna ora a Montelupo Fiorentino. L’impresa decorativa prestigiosa pensando al regale committente, sarà replicata nello stesso anno nella cripta del Duomo di Amalfi, dov’era conservato il corpo di un altro apostolo: Andrea. Ebbene a guardare le scene affrescate a Salerno dal pittore greco Belisario Corenzio, che si era lasciato sicuramente aiutare da una folta schiera di collaboratori, appare davanti ai nostri occhi di osservatori moderni e un po’ distratti, una specie di libro squadernato, il libro scritto da Matteo, il cui corpo riposa in quella stessa cripta; in uno stile pienamente controriformato, quindi pienamente leggibile e comprensibile da tutti, ritroviamo il racconto biblico trascritto in immagini, tra cui la lettura dolorosamente partecipe che egli, Matteo, l’Evangelista, aveva offerto della Passione di Cristo, oppure quello una personalissima e appunto ancora più commovente narrazione della propria tardiva conversione (Matteo 9, 9-13), quando Matteo di Cafarnao – o meglio Levi che era il suo vero nome ebraico –, narrando di sé in terza persona, si presenta come un “pubblicano”, vale a dire un esattore delle tasse per conto dei Romani, che era quindi considerato, a tutti gli effetti, un traditore del suo popolo, un peccatore al servizio dei dominatori pagani; in altri termini un arricchito che speculava sulla pelle della sua gente. A ben considerare la vicenda terrena di Matteo, si evince la dolorosa storia di un uomo, Matteo, l’Evangelista, ma anche l’idea di un cristianesimo come dolorosa e tragica situazione degli uomini. Al centro di una difficile tragica scelta morale, nella consapevolezza che per l’uomo è impossibile vivere e lavorare nel mondo, e insieme cercare il Regno di Dio. “Nessuno può servire due padroni … non si può servire Dio e il denaro” (Matteo 6, 24). Sarebbe stato impossibile, in altri termini, per Matteo seguire Gesù e insieme continuare a fare l’appaltatore di imposte: per questo il pubblicato il peccatore, Matteo rinnega la sua vita passata, il suo posto nella società, per diventare uno degli apostoli. Matteo si converte lasciando tutto e seguendo Gesù. Una scandalosa scelta con un valore attuale poiché egli è l’immagine del cristiano (il cittadino) che arriva alla Regno dei Cieli (al Bene), con sofferenza, contraddicendosi, sbagliando.

 

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