Ritornare al dialogo con la bellezza nella Casa dell’Angelo

Venerdì sera buon concorso di pubblico per il vernissage della mostra all’Eremo del Santo Spirito in Pellezzano , un omaggio all’Ugo Marano nascosto, alla sacralità della creazione, al confronto con cinque giovani artisti, Paolo Bini, Federica D’Ambrosio, Antonio Buonfiglio, Cristian Leperino e Ivano Troisi

Di OLGA CHIEFFI

La libertà, dopo questo periodo di clausura, è poter tornare a confrontarsi con la bellezza. Dovunque, si vada, ad un concerto, ad uno spettacolo, venerdì, sera all’ inaugurazione della mostra dedicata ad Ugo Marano, in dialogo con cinque giovani artisti, con la sua eredità artistica, le energie, l’entusiasmo, seppure con la costrizione del numero limitato e, quindi, del tempo di visita, che urta con l’istante infinito dell’arte, sembrano triplicate, e se ne può godere maggiormente la gioia, per aver realizzato  un sogno. Sì, un sogno che è stato condiviso da Andrea Marino, Assessore alla Cultura del comune di Pellezzano, che da tempo  desiderava omaggiare Ugo Marano, un figlio illustre di questa terra, il sogno del Sindaco Francesco Morra, che ha impreziosito con questa grande mostra il bicentenario del suo comune, riaprendo un sito caro all’intera popolazione, e pronto ad accogliere un turismo di alto profilo, il sogno della moglie di Ugo Marano, la signora Stefania Mazzola, nei suoi occhi, brillava una luce particolare, nell’annunciare che la casa dell’angelo è solo un punto di partenza, poichè di questi tempi il prossimo anno, si tenterà di riaprire la “fabbrica” di Ugo Marano, e l’impegno di Marco Alfano, il curatore, che ha impostato l’esposizione sul Marano nascosto, sull’Ugo disegnatore, designer, scultore, progettista, in dialogo con cinque giovani artisti di respiro internazionale, Paolo Bini, Antonio Buonfiglio, Federica D’Ambrosio, Christian Leperino e Ivano Troisi. Raccolti  sul primo terrazzamento interno dell’ Eremo, ci ha accolto un Ugo onirico che solleva la luna dal pozzo. E’ il  segno del sentire di Federica D’Ambrosio, in cui non possiamo non riconoscere quello del padre Gelsomino e quello di Federico Fellini de’ “La voce della Luna”. E’ La bellezza che viene trasmessa alle generazioni future che desta stupore e ammirazione di fronte alla sacralità della vita, della creazione artistica, da cui può scaturire quell’ entusiasmo di cui hanno bisogno gli uomini di oggi e di domani per affrontare e superare le sfide cruciali che si annunciano all’orizzonte. La bellezza è cifra del mistero, invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Tra i quattro elementi acqua, terra, fuoco, aria che Ugo Marano ha posto alla base della sua vita creativa, si sono fatte avanti le installazioni di Ivano Troisi, che ci porta nella la terra dei reverberi, tra gocce di rugiada, in cui il fruitore fa vivere l’opera, unitamente alla teoria musicale di Karlheinz  Stockhausen, il quale prende a soggetto di “Licht” il cosmo nel suo infinito spazio-temporale, ossia l’essere “sub specie aeternitatis”, onde non si può non avvertire una tensione ad abbracciare la realtà del mondo e trascenderla in una teoria archetipa di simboli, nella quale teoria dovrebbe risiedere il fondamento dell’ “Urgrund der Natur”, la “causa prima della natura”. L’esito di siffatto teatro è per un verso un flusso sonoro primordiale e magmatico che s’espande ininterrotto in tutte le direzioni per intriderle di sacrale ieracità, per altro verso è un altero equilibrio tra trascendenza ed irrealtà, tra misticismo e visionarietà, tra utopia e sospetto di lusinga. E’ di Ugo, l’invito al viaggio dei suoi animali fantastici, le escursioni nel regno degli elementi naturali e delle specie viventi nella prima stanza stanza dei monstra e delle meraviglie, capaci di trasportarci attraverso la geografia della storia e del mito, che abbiamo ritrovato alle pareti, nei disegni, e sugli inimitabili vasi, realizzati con la tecnica detta a “colombino”, anche attraverso la felice installazione multimediale di Licio Esposito. Tre inedite sculture di Ugo “La tavola per il Miliardario triste” opera ironica e amarissima, contro una società di svendita e ricarica inerti senza rispetto per il bene comune e l’emozione, “Il tavolo dell’uomo solitario” esoterico ed essoterico al tempo istesso, “La casa dell’Angelo” fatta di profumi, kèpos a lui stesso dedicato. Ancora l’ Ugo Marano il poeta, lo scultore, il ceramista, sempre in dialogo coi più giovani. Stefania nei suoi ringraziamenti ha ricordato come la prima poesia di un Omar Dalmjrò appena quattordicenne, Marco Amendolara, fosse stata appesa nel corso di una delle “Festa delle Idee” di Ugo, di lì un sodalizio, un gioco senza scopo, dove gioco ha il significato di pura avventura, un’affermazione di vita, il tentare progressi creativi, che portarono ai primi saggi estetici di Marco Amendolara, che rivivrà il 25 settembre nella parola di Rino Mele e Alfonso Amendola. Attraversando le celle dell’Eremo, c’imbattiamo nel’omaggio di Paolo Bini che ha deviato dal suo lavoro orizzontale per realizzare un’opera fatta di nastri adesivi colorati che potesse ricordare l’altezza di Ugo e ancora l’angelo Eros di Leperino, lo sguardo di Antonio Buonfiglio sulla valle, raccoglie l’eredità del panismo di Ugo. La natura – diceva Ugo Marano – in termini concettuali è di riferimento ai miei lavori.  Restituisco al legno la sua identità di albero, tratto i materiali pensando alla loro identità d’origine. Nelle mie opere c’è la natura fatta parlare”. 

Consiglia