Quali consenguenze ha la crisi del prezzo del petrolio

Il crollo verticale del consumo del greggio ha scatenato una crisi che si abbatte soprattutto sui Paesi, quasi tutti regimi autoritari, i cui bilanci statali e le cui esportazioni sono legati alla monocoltura energetica. Una condizione inedita che potrebbe avere conseguenze imprevedibili.

La tempesta perfetta scatenata dal ribasso abissale del prezzo del petrolio, causato dalle contrazioni drammatiche dei consumi planetari prodotte dalla pandemia del Covid 19, si abbatte su tutti i Paesi le cui economie sono dipendenti patologicamente dalle esportazioni energetiche. Iran, Iraq, Nigeria, Algeria, Angola, Venezuela ed altri Stati vedono oggi le proprie economie letteralmente strozzate da questa radicale contrazione delle entrate.

Oggi, il consumo mondiale di idrocarburi è crollato da 100 milioni di barili al giorno a 70 milioni: un abbattimento del 30%. Il prezzo del petrolio, di conseguenza, a causa della sovrapproduzione rispetto ai consumi, è crollato da 60-70 dollari al barile a 20 dollari (e per un breve periodo sarà addirittura negativo in alcuni casi: verra pagato chi è in grado si stoccare la sovra produzione),

Un crollo verticale, una crisi che si abbatte sui Paesi i cui bilanci statali e le cui esportazioni sono legati alla monocoltura energetica. Il bilancio statale dell’Iran dipende per l’80% dalle esportazioni petrolifere; quello dell’Iraq addirittura per il 90%; il 90% delle esportazioni della Nigeria è energetico; in Algeria il petrolio vale il  95% delle esportazioni e il 60% del bilancio statale; in Angola il 90% delle esportazioni è legato al petrolio che costituisce il 54% del Pil; in Venezuela infine, addirittura l’85% dei consumi interni è finanziato dalle esportazioni petrolifere.

LA RIPRESA DELLA PRODUZIONE È DIFFICILE DA PREVEDERE

Non è facile prevedere le conseguenze sul piano interno di questa radicale contrazione delle entrate in Paesi che peraltro sono tutti governati da regimi autoritari. Tutto dipenderà dalla durata dell’abbattimento dei consumi energetici causati dalla pandemia del Covid 19 e conseguenti lockdown della popolazione stabiliti dai governi degli Stati con le economie e i consumi più sviluppati. È questa un’incognita difficilmente risolvibile. Mentre è chiaro che entro il mese di maggio saliranno i consumi energetici planetari legati alla ripresa della produzione industriale interrotta, non è affatto chiaro quale sarà – e con quali tempi-  la curva ascendente dei consumi, e quindi della domanda e quindi della produzione di beni, così come quella del traffico civile.

Inoltre, quanto tempo sarà necessario per riassorbire le decine e decine di milioni (sono ben 10 milioni solo negli Usa) di disoccupati da pandemia? Quando da disoccupati necessitati di sovvenzioni torneranno a essere dei produttori e dei consumatori a regime normale? Dunque, quando l’apparato industriale mondiale tornerà a far fronte agli stessi consumi, e quindi alla stessa mole di produzione di beni pre Covid19? Sono tutte domande senza risposta per la semplice ragione che non esistono precedenti nella storia contemporanea. Non esistono parametri certi di previsione.

ANCHE GLI USA CON IL FIATO SOSPESO

L’unico dato certo è che per i Paesi dipendenti dalla esportazione della monocoltura energetica, il fattore tempo sarà esiziale. Soprattutto in quegli Stati (Iran, Iraq e Venezuela innanzitutto) che nel periodo precedente alla pandemia avevano già vissuto drammatiche crisi sociali sfociate in manifestazioni di protesta di massa. In conclusione, se i consumi energetici planetari ritorneranno rapidamente sui 100 milioni di barili al giorno, con conseguente stabilizzazione del prezzo del petrolio sui 40-50 dollari al barile, questi Paesi potranno assorbire la crisi odierna senza eccessivi contraccolpi.

L’industria dello share gas americana (formata da migliaia di società) è in questo momento sull’orlo del fallimento con ben 100 miliardi di debiti

In caso contrario, se i consumi energetici mondiali riprenderanno – come è più che possibile – con lentezza, allora il contraccolpo, anche sul piano sociale e politico per i regimi sarà formidabile. Con un’appendice che può condizionare le elezioni presidenziali Usa. L’industria dello share gas americana (formata da migliaia di società) è in questo momento sull’orlo del fallimento con ben 100 miliardi di debiti anche perché l’estrazione del gas di frantumazione produce profitti solo con una vendita superiore ai 35 dollari a barile-equivalente. Se questa soglia non verrà rapidamente riconquistata gli Usa vedranno una serie formidabile di crac finanziari dalle conseguenze imprevedibili. Effetti collaterali della pandemia.

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Petrolio e crisi mandano le Borse in rosso, lo spread vola a 260 punti base

Piazza Affari ha chiuso perdendo il 3,59 con il differenziale Btp Bund in rialzo. Eni e Ferragamo in calo di oltre 5 punti percentuali.


Mercati azionari del Vecchio continente molto pesanti dopo l’avvio negativo di Wall street: Francoforte è la Borsa più pessimista con un calo di tre punti percentuali, seguita da Parigi (-2,9%), Londra (-2,3%) e Madrid, in ribasso di circa due punti percentuali. Chiusura ampiamente negativa anche per Piazza Affari: l’indice Ftse Mib segna un calo finale del 3,59% a 16.450 punti.

IL DIFFERENZIALE CON I TITOLI TEDESCHI IN RIALZO

Male tra i titoli principali Fineco (-6%), con Stm, Ferragamo ed Eni che perdono oltre cinque punti percentuali. Ovviamente pesa il crollo del prezzo del petrolio, ma anche grandi gruppi industriali di altri settori accusano una forte corrente di vendite. Lo spread tra Btp e Bund vola a 260 punti.

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Il prezzo del petrolio per la prima volta nella storia gira in negativo

Il barile ha perso oltre il 120% del valore in un giorno: quotato a -3,70 dollari. Non si era mai visto. E ora non è chiaro come potranno reagire i Paesi esportatori i cui bilanci dipendono dal greggio.

Un altro mondo, in cui nessuno vuole comprare il fu oro nero. Per la prima volta nella storia il petrolio ha girato in negativo scendendo sotto zero e perdendo attorno alle 20.20 il 120,25% del suo valore ed è scambiato a -3,70 dollari, il livello più basso di sempre. Già quando era arrivato sotto un dollaro e sotto zero aveva superato ogni limite delle contrattazioni.

INTERI PAESI APPESI AL GREGGIO

Questo significa che Paesi interi che dipendono dai proventi del greggio. Per dare un’idea il bilancio dell’Arabia Saudita si regge sugli 80 dollari al barile, la Nigeria ai 60, la Russia attorno ai 40 dollari.

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Quattro scenari per il futuro (incerto) dell’Iraq

Il Paese è sull'orlo di una guerra civile? È l'interrogativo che molti si pongono. Certo è che la crisi politica, le influenze esterne e regionali, Usa e Iran su tutti, il crollo del prezzo del petrolio e non ultimo il rischio della pandemia aumentano l'instabilità. Ma gli sbocchi potrebbero essere altri.

L’Iraq è sull’orlo della guerra civile? Questo fosco interrogativo che campeggiava con i caratteri tipici delle breaking news su una nota agenzia di notizie internazionali mi ha distolto dalle apprensive letture che da giorni faccio, come tante altre persone, sull’andamento della pandemia da coronavirus e delle sue micidiali ripercussioni sanitarie, sociali ed economiche.

Sull’Italia prima di tutto, ma anche sugli altri Paesi europei ed extraeuropei, in prima fila gli Usa di Donald Trump e la Gran Bretagna di Boris Johnson, i due negazionisti semi-pentiti della prima ora.

Mi ha distolto e mi ha spinto a cercare di comprendere la portata di quell’interrogativo ma mi ha anche indotto a interrogarmi sulla misura in cui l’esplosione del coronavirus abbia estremizzato, in me stesso e in tanti italiani, la naturale propensione a dare la priorità ai problemi nostrani.

I RISCHI DELLA PANDEMIA NEI PAESI FUORI DAI RIFLETTORI

Mi sono risposto che in questo caso specifico essa era tutto sommato comprensibile ma mi sono anche detto che il tempo era venuto per riprendere in mano le coordinate della nostra visione e attenzione del mondo. Non fosse altro che per parametrare le condizioni di vita del nostro mondo con quelle di altri Paesi meno richiamati all’attenzione ma destinati a condividere rischi analoghi se non peggiori, dato il più generale contesto in cui vivono le rispettive popolazioni.

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Da qui il campanello d’allarme suscitato in me da quell’interrogativo sull’Iraq, Paese immerso nel perimetro della cosiddetta regione Mena, cioè il Medio Oriente e l’Africa del Nord, tanto vicina a noi, che continua ad essere attraversata – dalla Libia allo Yemen per passare attraverso la Siria e appunto l’Iraq – da un garbuglio di interferenze politiche, militari ed economiche di un’affollata schiera di potenze regionali e internazionali. Pensiamo alla Turchia, all’Iran, agli Emirati e all’Arabia Saudita, ma anche alla Russia, agli Usa e, per certi versi, alla Cina.

QUATTRO SCENARI PER IL FUTURO DELL’IRAQ

Ebbene, questo Paese la cui popolazione sta pagando da molti anni dei prezzi alti, anzi, assai alti, sta più che mai soffrendo gli effetti di una sorta di camicia di Nesso di cui non è agevole prevedere lo sbocco finale: guerra civile? Divisione in tre parti (sciiti, sunniti e curdi) come si ipotizzava anni addietro? Subordinazione all’Iran o piuttosto agli Usa o riconquista di una propria soggettività nazionale al di là delle separazioni etniche, e/o settarie con cui deve fare i conti?

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Mi auguro che lo sbocco finale sia l’ultima ipotesi, ma certo è che la governance del Paese è da tempo indebolita, sotto il profilo della capacità istituzionale e della sicurezza interna, principalmente in connessione con la corruzione divenuta ormai strutturale, e la cattiva gestione dei servizi pubblici, in particolare quelli socio-economici, la cui combinazione è stata all’origine delle dimostrazioni di protesta dapprima pacifiche e quindi rese violente dalla brutale repressione (si parla di oltre 400 morti provocate dai servizi di sicurezza) dilagate nel Paese negli ultimi mesi del 2019.

LA CRISI POLITICA SVELA LE MANOVRE DI TEHERAN

Da qui la crisi politica che ha condotto alle dimissioni del premier Adil Abd al-Mahdi, al fallimento del tentativo di formare il governo da parte di Iyad Allawi e di quello in corso da parte di Adnan al Zurfi, il nuovo premier incaricato dal presidente Barham Salih di cui è nota la scarsa propensione per un governo filo-sciita, per non dire la sua vicinanza agli Usa le cui postazioni militari sono da tempo sotto attacco.

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Una crisi nella quale si stanno disvelando le manovre addebitabili a Teheran. La visita a Baghdad di Esmail Ghaani, l’attuale capo delle Forze Quds (Guardie rivoluzionarie) giudicata improvvida anche da alcune formazioni politiche filo-iraniane ne è stata una palese dimostrazione come del resto la candidatura di marca sciita di Mustafa al Kazemi del capo dell’intelligence nazionale formulata ufficialmente da Hadi Ameri, leader dell’alleanza Fatah, e da Ammar al Hakim del Movimento nazionale della saggezza.

IL CROLLO DEL PETROLIO ESASPERATO DAL DISSIDIO RUSSO-SAUDITA

Sullo sfondo di queste dinamiche, già di per sé problematiche, l’Iraq si è trovato coinvolto dal precipizio nel quale è caduto il prezzo del petrolio a causa del calo della domanda globale esasperato dal dissidio russo-saudita in cui gli Usa si sono inseriti, interessatamente, per ottenere una ritrovata convergenza capace di farlo risalire a livelli accettabili per le finanze pubbliche dei produttori. E l’Iraq, che ha nel petrolio la sua risorsa vitale, ha ben poche armi per evitarne le perniciose conseguenze che già si stanno facendo sentire. Aggiungiamo a tutto questo la diffusione del coronavirus. È pur vero che essa, secondo le autorità irachene, non avrebbe influito sulla produzione e l’esportazione del petrolio, ma non tranquillizza il fatto che si siano già riconosciuti ufficialmente più di 1.100 casi di contagio e diverse decine di morti. Tanto più se si considera la lunga frontiera con l’Iran – il Paese che nella regione presenta numeri piuttosto preoccupanti in termini di diffusione del contagio – ufficialmente chiusa.

LO STOP DELLE ATTIVITÀ DI ADDESTRAMENTO NATO

In conclusione il futuro prossimo dell’Iraq appare alquanto cupo e bene hanno fatto la Nato e la Coalizione internazionale a decidere la sospensione delle attività di addestramento delle forze di Baghdad in cui sono impegnati anche nostri militari. Ufficialmente la causa è il coronavirus, ma la situazione di costante instabilità interna e lo stato di “quasi guerra” tra gli Stati Uniti e le milizie scite filo-iraniane presenti in Iraq potrebbe aver influito su tale saggia decisione.

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Petrolio e epidemia affossano le Borse, corre lo spread

Lunedì nero sui mercati finanziari. Raffica di crolli a Milano, schizza lo spread, Saipem ed Eni perdono il 29 e 21%.

Prima l’epidemia del coronavirus, poi la guerra del petrolio stanno facendo sprofondare i mercati finanziari. E lo spread fra Btp e Bund schizza a 216 punti contro i 178 della chiusura di venerdì e poi si attesta a 212 punti, a seguito dell’emergenza sanitaria e della caduta del greggio. Mentre Piazza Affari ha avuto difficoltà persino a partire per poi crollare a -10,8%. Male tutte le Borse europee con Francoforte che perde oltre il 7% in avvio.

SAIPEM ED ENI A – 29 E 21%

L’indice Ftse Mib ha segnato un calo iniziale dello 0,09% a 20.780 punti con quasi tutti i titoli del listino principale che non riescono a fare prezzo per troppo ribasso. Saipem ed Eni, come altri in asta di volatilità, segnano cali rispettivamente del 29 e 21%

BORSE ASIATICHE IN ROSSO, SYDNEY A -7,33%

Si apre in caduta la settimana dei mercati sull’onda dell’espansione mondiale del coronavirus col greggio senza paracadute e le valute in tensione. Con lo yen che si rafforza toccando il massimo dal 2016 crolla la Borsa di Tokyo lasciando sul terreno il 5,07%. Nuovo tonfo per Seul (-4,19%) che ha passata all’Italia il primato del contagiati dal’epidemia alle spalle della Cina. Non fanno molto meglio Hong Kong (-3,74% a seduta ancora aperta), Shanghai (-3,01%) e Shenzhen (-3,79%). Ma il crollo più accentuato nell’area Asia-Pacifico è segnato da Sydney (-7,33%): si tratta del maggior calo dopo il -8,3% registrato il 10 ottobre del 2008

LA DIRETTA DAI MERCATI

9.56 – SPREAD BTP BUND A 212,8 PUNTI BASE

Lo spread tra Btp e Bund ripiega lievemente e si attesta a 212,8 punti. Il rendimento del decennale italiano è a quota 1,29%. (ANSA).

9.54 – PIAZZA AFFARI CROLLA A -10,8%

Un’ondata di vendite si abbatte su Piazza Affari (-10,8%) e sulle Borse europee dopo le misure per arginare il coronavirus del governo italiano. Il panico è legato non solo dall’emergenza sanitaria ma anche al crollo del greggio sulla scia del mancato accordo nell’Opec fra Arabia Saudita e Russia, che affossa i petroliferi. A Milano i big del listino ci hanno messo quasi mezz’ora per entrare agli scambi e gran parte sono stati sospesi con ribassi che raggiungono il 16% per Fca e Unicredit. Mancano ancora all’appello Saipem ed Eni.

9.40 – FRANCOFORTE A -7,38%, PARIGI FA FATICA A PARTIRE

Tonfo in avvio per le principali Borse europee sull’emergenza Coronavirus e il crollo del prezzo del petrolio. Francoforte cede il 7,38% con il Dax a 10.690 punti. Londra perde l’8,54% con il Ftse 100 a 5.910 punti. Madrid è a -5,87% con l’Ibex a 7.884 punti. Parigi stenta a partire.

9.20 – LA BORSA DI MILANO IMPALLATA A -4%

La Borsa di Milano è impallata (-4%) dalle vendite. Buona parte dei titoli del listino principale non riesce a fare prezzo segnando crolli teorici di due cifre con Saipem in testa (-29%). Hanno invece fatto prezzo finendo in asta di volatilità per cali nell’ordine del 10% Exor, Moncler, Terna, Stm. In negoziazione sono riuscite a entrare soltanto le utilities A2a (-8,8%), Hera (-4,6%) e i farmaceutici Diasorin (5%) e Recordati (-4,5%). Male le banche.

8.35 – FUTURES EUROPEI A -8%, È LUNEDÍ NERO

I futures europei sono in caduta libera preannunciando un tonfo in avvio di seduta sulle Borse del Vecchio Continente. Quello sull’indice Eurostoxx50 sta cedendo l’8% per cento.

8.27 – TONFO DELLE BORSE CINESI: SHENZEN A -3,79%

Le Borse cinesi, oltre ai timori sulla diffusione del coronavirus a livello globale, accusano soprattutto un tonfo per il tracollo del petrolio dopo il mancato accordo all’Opec e la guerra dei prezzi avviata dall’Arabia Saudita che, sfidando la Russia, ha deciso di aumentare la produzione e di tagliare i prezzi: l’indice Composite di Shanghai cede il 3,01%, a 2.943,29 punti, mentre quello di Shenzhen perde il 3,79%, a quota 1.842,66.

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Crolla il prezzo del petrolio, mai così giù dalla guerra del Golfo

Il mancato accordo tra Arabia Saudita e Russia fa cadere il costo del greggio del 31%. In rosso le Borse. E per Goldman Sachs il calo può arrivare fino ai 20 dollari.

Non solo il Coronavirus, a far tremare l’economia mondiale è anche il crollo del prezzo del petrolio cje affonda del 31% sui mercati, il peggior calo dal 1991, dopo che l’Arabia Saudita e la Russia hanno innescato una guerra dei prezzi facendo saltare il vertice Opec+.

La Borsa di Hong Kong crolla con il prezzo del petrolio il 9 marzo ISAAC LAWRENCE/AFP via Getty Images)

IL GIGANTE SAUDITA ARAMCO PERDE IL 10%

Il greggio Wti del Texas cede il 31% a 27,35 dollari al barile mentre il Brent cede il 25% a 33,72. E affondano le Borse dei paesi del Golfo. I listini di Arabia Saudita, Dubai Abu Dhabi, Qaìtar e Kuwait, già in difficoltà l’8 marzo accusano perdite fra l 7 e il 9%. Il gigante petrolifero saudita Aramco che era sceso sotto il prezzo dell’Ipo, lascia sul terreno un 10%.

PER GOLDMAN SACHS PUÒ SCENDERE A 20 DOLLARI

La banca d’affari Goldman Sachs, in un rapporto citato da Bloomberg, ha stimato che a seguito della guerra dei prezzi scatenata fra Arabia Saudita e Russia, potrebbe crollare ulteriormente fino a 20 dollari al barile. Già oggi si tratta del crollo peggiore della guerra del Golfo del 1991.

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In Libia persi 256,6 milioni di dollari per la chiusura dei pozzi di petrolio

A partire dal 23 gennaio sono stati persi 3,9 milioni di barili di petrolio in sei giorni.

In seguito al blocco dei terminal del Golfo della Sirte e della chiusura di valvole in due oleodotti imposta da forze del generale Khalifa Haftar, la produzione di petrolio in Libia «è caduta da oltre 1,2 milioni di barili al giorno a 320.154 b/d” e al 23 gennaio, «in sei giorni», vi è stata una perdita cumulata di produzione di 3.907.318 barili». Lo ha reso noto un bollettino pubblicato su Facebook dalla National oil company (Noc), la compagnia petrolifera nazionale libica, il danno economico è di oltre 256,6 milioni di dollari.

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Iran e Libia, perché l’Italia rischia la crisi energetica

Nel 2019 l’Iraq è stato il primo fornitore di petrolio dell’Italia (circa 12 milioni di tonnellate pari al 20% dei..

Nel 2019 l’Iraq è stato il primo fornitore di petrolio dell’Italia (circa 12 milioni di tonnellate pari al 20% dei nostri consumi). Al contrario degli americani che con il fracking, il petrolio dal gas scisto delle rocce, stanno estraendo olio nero negli Usa, gli italiani dipendono quasi totalmente dalle importazioni straniere di greggio. La fragilità dell’Italia negli attacchi tra l’Iran e gli Stati Uniti, e nella contemporanea escalation della guerra in Libia, è prima di tutto nelle conseguenze economiche che una crisi petrolifera come quelle degli Anni 70 avrebbe sul Paese a un passo dalla recessione. Dallo strike degli Usa contro il generale iraniano Qassem Soleimani, le Borse sono in calo e il prezzo del greggio è volato sopra 70 dollari al barile. La pioggia di razzi iraniani in Iraq dell’8 gennaio, in rappresaglia, ha provocato una nuova impennata.

DIPENDENTI USA VIA DAI GIACIMENTI IN IRAQ

Dopo le basi militari, i siti petroliferi degli americani in Iraq – dove c’è anche l’Eni a Zubair, vicino a Bassora – e negli altri Stati del Golfo sono i primi target degli attacchi di Teheran. Un assaggio in questo senso è stato il raid messo a segno nel settembre scorso dagli iraniani agli impianti petroliferi più grandi al mondo, in Arabia Saudita. La regia dell’attacco con droni dall’Iran o dallo Yemen, che bloccò il 6% della produzione petrolifera globale mostrando la vulnerabilità di Raid, fu con ogni probabilità del generale Soleimani, da più di 20 anni a capo delle forze d’élite all’estero (al Quds) dei pasdaran. Dopo il suo omicidio mirato del 3 gennaio, le major americane hanno imbarcato i connazionali impiegati nei campi estrattivi del Sud dell’Iraq e del Kurdistan iracheno su voli verso gli Emirati e il Qatar, ha confermato il ministero del Petrolio di Baghdad.

Iran Libia crisi petrolio Putin Erdogan
Il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo turco President Recep Tayyip Erdogan discutono di Libia, Iran… e petrolio. GETTY.

LA MINACCIA DEL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ

I mercati sono in fibrillazione anche per la minaccia iraniana, mai così concreta, di bloccare alle petroliere lo Stretto di Hormuz, controllato dai pasdaran, nel Golfo persico. Dalla più importante arteria di transito globale del greggio passa un terzo dell’export totale del petrolio via mare (il 29% verso l’Italia), da tutti i Paesi del Golfo esclusi lo Yemen e l’Oman; e anche tutto il gas naturale liquefatto del Qatar. La possibilità di una crisi energetica per l’Italia è aggravata dalla guerra in Libia diventata aperta tra potenze straniere. Forze rivali libiche e rinforzi arrivati dalla Turchia da una parte e da russi, emiratini ed egiziani dall’altra si dirigono verso la battaglia finale di Tripoli. In Libia gli introiti dell’export del greggio, redistribuite dalla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) e dalla Banca centrale libica a tutte le fazioni in campo, sono il carburante del conflitto.

L’uscita o un’estromissione del Cane a quattro zampe dalla Libia è assai improbabile. Anche nel caso di una spartizione tra Russia e Turchia.

LO STOP DEL GREGGIO DA IRAN E VENEZUELA

Come in Iraq, i vertici delle compagnie rassicurano che le estrazioni proseguono ai livelli invariati del 2019 «attraverso il personale locale». In Libia, a dicembre la produzione nazionale di greggio era arrivata al massimo (1,25 milioni di barili al giorno) da sette anni. Cioè dalla precedente escalation tra il 2013 e il 2014 che sfociò nella battaglia all’aeroporto di Tripoli. Le turbolenze concomitanti in Nord Africa e in Medio Oriente cadono durante un import-export del greggio già rallentato da mesi per le sanzioni massime di Trump all’Iran e dall’embargo totale al Venezuela, maggiore riserva mondiale di petrolio. Se dal 2018 Eni e le altre compagnie occidentali sono uscite dai contratti di esplorazione e di sfruttamento appena avviati con Teheran, dopo l’accordo sul nucleare, in Libia l’uscita o un’estromissione del Cane a sei zampe è assai improbabile. Anche nel caso di una spartizione tra Russia e Turchia.

Iran Libia crisi petrolio
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’omologo greco Kyriakos Mitsotakis discutono del gasdotto EastMed. GETTY.

L’ACCORDO TURCO-LIBICO PER SPARTIRSI IL MEDITERRANEO

Eni è la prima e storica compagnia straniera a essere entrata ell’ex colonia italiana, negli Anni 50. Un partner strategico consolidato, sopravvissuto nell’Est all’avanzata del generale filorusso Khalifa Haftar e ben impiantato nella Tripoli islamista, sostenuta da anni dalla Turchia e dal Qatar. Con il Noc gestisce il complesso di raffineria di petrolio e gas a Mellitah, terminal del greenstream che porta il gas libico verso l’Italia, i contratti con le società petrolifere durano decenni, e parte del gas di Eni serve le centrali elettriche dei libici. In compenso gli italiani rischiano molto nella corsa alle riserve di gas nel Mediterraneo orientale. Con un colpo di spugna, a novembre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha stretto un accordo bilaterale e arbitrario con la Libia sulla giurisdizione delle acque che spacca in due il mare nostrum, violando il diritto marittimo internazionale.

La disputa sul gas si concentra soprattutto sulle riserve attorno all’isola di Cipro contesa dalla Turchia

TURCHIA CONTRO ITALIANI E FRANCESI A CIPRO

In cambio di armi e rinforzi a terra a Tripoli e Misurata, Erdogan intende accaparrarsi i giacimenti al largo della Grecia e di Cipro, nelle acque dell’Egitto dove l’Eni ha scoperto e sfrutta il grande campo offshore di Zohr, e più a Est in quelle del Leviathan a Sud di Israele. La disputa (anche di altre major straniere) si concentra soprattutto sulle riserve attorno al piccolo Stato dell’Ue conteso dalla Turchia: a ottobre Ankara aveva alzato il livello dello scontro, inviando una nave da trivellazione proprio in un blocco esplorativo affidato da Nicosia a Eni e alla francese Total. Un’entrata a gamba tesa anche nel progetto EastMed – la pipeline concorrente alla russo-turca TurkStream – che passando per Creta dovrebbe portare il gas in Europa. Non a caso, con l’Egitto l’Ue, Italia in testa, ha dichiarato illegittimo l’accordo marittimo turco-libico. Ma mentre l’Ue parla, Erdogan agisce.

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Le ombre sull’Ipo del secolo di Aramco in Arabia Saudita

La prima produttrice al mondo di petrolio, dagli utili strabilianti, ha molti nei. L’opacità sulle risorse, il futuro incerto dell'oro nero, l’impresentabilità di bin Salman e le scintille con l’Iran. Perché i colossi della finanza Usa abbassano la valutazione fino a 1.000 miliardi.

C’è qualcosa che non va se la compagnia più redditizia al mondo – prima produttrice di petrolio e del petrolio più a basso costo – rimanda più volte e poi prudentemente dilaziona lo sbarco in Borsa con l’Ipo (Offerta pubblica iniziale) del secolo, che comunque vada sarà sempre la più grande della storia. Quel qualcosa, in vista del debutto l’11 dicembre 2019, è il valore di Aramco: il colosso nazionale saudita del petrolio che il principe ed erede al trono Mohammad bin Salman (MbS) preme dal 2016 per quotare sui 2 mila miliardi di dollari. Ma che i decisivi investitori internazionali insistono nel tenere più basso – tra i 1.200 e i 1.800 miliardi di dollari secondo una ricerca riportata da Bloomberg delle grandi banche coinvolte nell’operazione – per tutta una serie di fattori negativi interni ed esterni che pesano sulla valutazione.

L’OPACITÀ NEL DNA: WALL STREET NON SI FIDA

I bilanci segreti di Aramco, dalla nazionalizzazione negli Anni 70, rendono impossibile valutare lo stato della società e la vita delle riserve gestite. E va da sé che, per l’omicidio al consolato saudita in Turchia di Jamal Kashoggi e per altri precedenti, MbS non rappresenti la migliore garanzia di affidabilità per Wall Street, tenuto conto anche dell’ostilità di parte dell’establishment e della casa regnante alle grandi ambizioni di rinnovamento del suo piano Vision 2030. All’opacità di Aramco e alle guerre interne si sommano le turbolenze per le scintille con l’Iran nel Golfo Persico, la guerra commerciale tra Usa e Cina e le prospettive di un declino globale dei combustibili fossili, per lo sviluppo tecnologico e i cambiamenti climatici. Il calo del prezzo a barile (60 dollari il Brent, 56 Wti), costante degli ultimi anni, non agevola nemmeno l’ammiraglia che pompa il 10% del petrolio globale.

Aramco Ipo Arabia Saudita MbS
Un impianto Aramco, nel deserto dell’Arabia Saudita. (Getty).

MBS VERSO IL COMPROMESSO

Pecunia non olet: le barbarie in Yemen e con Khashoggi ordinate da Riad non tratterranno gli stranieri dai profitti di Aramco, ma ognuno fa il suo gioco. Per l’Ipo MbS non ha scelto il momento migliore, che appartiene ormai del passato, e non poteva farlo: uscire dall’oscurantismo richiede del tempo ai sauditi. Così è probabile che, nelle prossime settimane, il re saudita in pectore sia costretto a scendere a compromessi con l’imperativo di Goldman Sachs, Hsbc e delle altre banche di abbassare l’asticella. Riporta sempre Bloomberg Oltreoceano, dai molteplici revisori del rapporto, che il divario tra la stima massima e la minima su Aramco arriva a superare i 1.000 miliardi di dollari nel caso di Bank of America (da circa 1.200 a 2.300 miliardi). E gli investitori fanno riferimento all’indicazione più bassa, frutto di analisi «di lungo periodo, non a breve termine e non sulle performance».

L’IPO A RIAD, POI CHISSÀ

Gli sforzi di appeal non bastano a gonfiare la valutazione di Aramco a 2 mila miliardi, neanche le garanzie offerte agli investitori. Ridotti i prelievi fiscali e le aliquote sulle estrazioni, saliranno a 80 miliardi di dollari i 75 miliardi di dividendi promessi nel 2019 e il tasso di utile per gli investitori sarà fisso (il 4,4% con un valore di 1.800 miliardi di dollari) fino al 2024, a prescindere dalle fluttuazioni. Sulle perplessità esterne conta anche che gli azionisti iniziali del gigante che resterà a larghissimo controllo pubblico saranno volutamente locali. A dicembre Aramco sarà quotata tra l’1% e 2% solo nella Borsa nazionale. Il lancio di un altro 3% sulle piazze straniere dove sono centrali le big di Wall Street è spostato a data imprecisata. Riad non era d’altronde pronta a un’operazione su larga scala: Borse come Londra sono blindate ai sauditi anche per i requisiti sull’onorabilità e sulla trasparenza.

Per accelerare l’Ipo MbS ha dovuto rimuovere dalla presidenza di Aramco e dal ministero dell’Energia il ceo storico Khalid al Falih

LE RESISTENZE A VISION 2030

Ma è da vedere anche l’impatto in Arabia Saudita dell’Ipo. La banche del regno hanno aperto al credito con gli interessati, per ogni 10 azioni acquistate entro sei mesi una è regalata. Sono forti anche le pressioni sui finanziari: nel 2017 MbS è arrivato a far arrestare decine tra magnati e quadri delle forze armate e dei ministeri, allo scopo di liberarsi di loro, estorcendoli migliaia di capitali per Vision 2030. Diversi hanno ceduto, ma l’opposizione a MbS ha ripreso vigore, anche tra i rami degli al Saud, una volta fallita la campagna in Yemen ed esploso il caso Khashoggi. Per accelerare l’Ipo annunciata nel 2016, a settembre l’erede al trono ha dovuto rimuovere dalla presidenza di Aramco e dalla poltrona del ministero dell’Energia il ceo storico Khalid al Falih. E non è affatto detto che non ci siano altri resistenti a Vision 2030: MbS ha molti nemici interni.

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Una dimostrazione a Washignton contro MbS, erede al trono dell’Arabia Saudita, per l’omicidio Khashoggi. (Getty).

LE TURBOLENZE DALL’IRAN

D’altra parte anche «coinvolgere le famiglie saudite più ricche nell’Ipo rischia di danneggiare la credibilità della compagnia» ha scritto il Financial Times: un circolo vizioso che potrebbe non far centrare al 34enne MbS l’obiettivo della prima fase tra i 20 e i 40 miliardi di dollari – con la quotazione poi anche l’estero di 100 miliardi – di finanziamento per modernizzare il regno. Il gettito è indispensabile per riconvertirsi alle rinnovabili e diversificare l’economia dal petrolio: l’Arabia Saudita parte praticamente da zero. Ma l’iniezione di capitali potrebbe ingolfarsi anche a causa di attacchi come quello del 14 settembre dell’Iran, per mano dei ribelli houthi armati in Yemen, contro il complesso di pozzi Aramco e la più grande raffineria al mondo. Riad ha dato prova di forza, riprendendo a breve la produzione di greggio di colpo dimezzata. Ma si è dimostrata vulnerabile.

AGLI INVESTITORI CONVIENE PIÙ EXXON

Come nei boicottaggi alle petroliere, architettati sempre da Teheran anche in risposta alle sanzioni americane agli ayatollah di Donald Trump, che è uno strettissimo alleato di MbS. Il Golfo persico tornato rovente spinge il Fondo sovrano del Kuwait (Kia) a «valutare l’Ipo su Aramco come qualsiasi altro investimento» e dà margini di manovra ai big occidentali. Certo i 111 miliardi di dollari di utile netto nel 2018 del colosso saudita sono strabilianti: più del netto delle cinque sorelle rivali (Exxon Mobil, Royal Dutch/Shell, BP, Chevron e Total) messe insieme, e molto di più anche di Apple e Amazon che la seguono. Pur ridimensionato, il valore dell’Ipo di Aramco scalzerà probabilmente anche il record cinese di Alibaba di 25 miliardi nel 2014. Ma l’utile per gli investitori, se la valutazione attesa sulla compagnia si confermerà, sarà inferiore al 5% garantito da Exxon.

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