Ci voleva il Green Deal per mettere in discussione il tabù del 3%

La necessità di investimenti verdi ha spinto l'Ue ad aprire per la prima volta il dibattito per rivedere il Patto di Stabilità. Bruxelles ha ammesso che le regole attuali non hanno aiutato la crescita.

Cambiare le regole del Patto di stabilità non è più un tabù, almeno non per la Commissione europea. I vincoli di Maastricht non sono certo destinati a sparire, ma Bruxelles ha aperto per la prima volta il dibattito su come rendere più favorevole alla crescita tutte quelle norme che regolano i conti pubblici dei Paesi dell’Eurozona e che negli ultimi anni si sono attirate più critiche che plausi. Si tratta di un primo passo, e ora la parola passa ai governi, che sulla questione sono da sempre divisi tra Nord e Sud, virtuosi e non, falchi e colombe. L’obiettivo di Bruxelles è trovare entro l’anno un consenso almeno sulla strada per aiutare tutti i Paesi a fare gli investimenti verdi richiesti dal Green Deal. «Certamente i Paesi con maggior debito, e l’Italia è uno di questi, devono tenere sotto controllo il debito pubblico» ma «contemporaneamente non possiamo immaginare una situazione in cui gli investimenti per la transizione ambientale possano essere preclusi ai Paesi che hanno un debito elevato. Perché lo sforzo di promuovere crescita, lavoro e investimenti deve coinvolgere tutti», ha detto il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni, presentando l’avvio del percorso di revisione del Patto assieme al vicepresidente Valdis Dombrovskis. I due responsabili della sorveglianza dei conti pubblici partono prima di tutto da un’autocritica: le regole introdotte dopo la crisi dei debiti (two e six pack) hanno in parte aiutato la correzione degli squilibri macroeconomici, e quindi aumentato la difesa contro gli shock, ma allo stesso tempo il debito resta elevato in alcuni Paesi e spesso l’impostazione di politica di bilancio è stata pro-ciclica, ovvero ha amplificato gli effetti della recessione. Le regole, insomma, non hanno orientato la finanza pubblica verso la crescita, e gli investimenti hanno continuato a ridursi nonostante la flessibilità introdotta dalla Commissione Juncker nel 2015. Nel frattempo il Patto di stabilità, con le sue successive espansioni del two e six pack, è diventato «troppo complesso, poco trasparente e poco prevedibile». E ha messo in difficoltà molti Governi, che non riuscivano a spiegare ai cittadini la necessità di consolidare i conti in base a parametri complessi e non osservabili. Queste critiche erano state già espresse ad ottobre scorso dallo European Fiscal Board, il gruppo di esperti indipendenti incaricato proprio dal two pack di monitorare l’attuazione delle regole. E avevano suggerito di abbandonare indicatori complessi come output gap (la differenza tra Pil potenziale ed effettivo) e deficit strutturale (cioè depurato dal ciclo economico), per passare a misuratori più semplici come il parametro che misura la spesa e quello ancorato al debito. «La stabilità resta un obiettivo ma serve ugualmente sostegno alla crescita e alla mobilitazione di enormi investimenti per combattere i cambiamenti climatici. Dobbiamo consentire politiche anti-cicliche dati i limiti che affronta la Bce», ha detto Gentiloni. Per il commissario è inoltre fondamentale che le regole vengano semplificate, perché la loro complessità «rende difficile spiegare ai cittadini cosa dice Bruxelles ed è una cosa che non possiamo accettare». Nei prossimi mesi governi, parti sociali, economisti, università e società civile potranno dire la loro. La riflessione, spiega Dombrovskis, coinvolgerà anche la flessibilità attualmente prevista dalle regole, per renderla più adatta agli obiettivi del Green Deal. È presto però per dire se si arriverà a quello scorporo degli investimenti verdi dal calcolo del deficit che vorrebbe l’Italia.

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