Il capo della gendarmeria vaticana si è dimesso

Il passo indietro di Domenico Giani accettate da papa Francesco dopo l’inchiesta che ha coinvolto cinque dipendenti della Santa Sede.

Papa Francesco ha accettato le dimissioni del capo della gendarmeria Domenico Giani, annunciata dopo la fuga di notizie sull’inchiesta che ha coinvolto cinque dipendenti della Santa Sede e in particolare per la pubblicazione del bollettino di divieto di ingresso con le cinque foto.

LE DIMISSIONI ACCOLTE DA PAPA FRANCESCO

«Volendo garantire la giusta serenità» per il proseguimento delle indagini coordinate dal promotore di giustizia ed eseguite dal Corpo della gendarmeria, recita un comunicato della Sala stampa vaticana, «non essendo emerso al momento l’autore materiale della divulgazione all’esterno della disposizione di servizio», il comandante Domenico Giani, «pur non avendo alcuna responsabilità soggettiva nella vicenda», ha rimesso il proprio mandato nelle mani del papa, che ha accolto le sue dimissioni.

«HO DEDICATO LA MIA VITA ALLE ISTITUZIONI»

«Vivo questo momento difficile», ha detto Giani, «con la serenità interiore che, chi mi conosce, sa che ha contraddistinto il mio stile di vita anche di fronte a vicende dolorose. Ho dedicato 38 anni della mia vita al servizio delle istituzioni, prima in Italia, e poi per 20 anni in Vaticano, al Romano pontefice. In questi anni ho speso tutte le mie energie per assicurare il servizio che mi era stato affidato. Ho cercato di farlo con abnegazione e professionalità ma sentendomi, come il Vangelo di due domenica fa ci ricorda, serenamente un ‘servo inutile’ che ha fatto fino in fondo la sua piccola parte».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Finanza: la crisi di credibilità rischia di travolgere il Vaticano

Una crisi di sistema: più che un ‘semplice’ scandalo finanziario, è questo lo scenario grave che sta emergendo dalle ultime..

Una crisi di sistema: più che un ‘semplice’ scandalo finanziario, è questo lo scenario grave che sta emergendo dalle ultime convulse vicende in corso Oltretevere. Fra l’altro, a oggi, non sono ancora emersi con sufficiente chiarezza profili di reato legati all’affare immobiliare realizzato a Londra dalla segreteria di Stato sul quale è stata aperta un’indagine da parte della giustizia vaticana, ma anche su questo aspetto in futuro potrebbero venire alla luce delle novità.

La certezza invece è data da un inquietudine crescente da parte delle intelligence finanziarie di vari Paesi europei (le Uif, unità d’informazione finanziaria impegnate nel contrasto al riciclaggio di denaro sporco) per il sequestro compiuto dalla magistratura vaticana – nell’ambito dell’indagine – di documentazione conservata nella corrispondente intelligence vaticana (l’Aif, Autorità d’informazione finanziaria) in violazione di quella regola aurea della riservatezza assoluta delle informazioni di cui sono in possesso questi organismi e dell’indipendenza di cui godono rispetto ad altri poteri.

In Vaticano, in particolare ai piani alti della segreteria di Stato, «c’è forte preoccupazione» per le connessioni internazionali della crisi in corso

Una riservatezza che è alla base dei continui scambi di contatti fra le varie Uif; per questo quanto accaduto nella cittadella del papa ha destato allarme in alcune istituzioni sovranazionali come Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che vigila sul sistema antiriciclaggio dei vari Stati e che monitora anche il Vaticano, in Egmont, l’organismo che raggruppa circa 140 Uif a livello mondiale, e infine anche la Commissione europea guarda con una certa sorpresa agli ultimi fatti avvenuti in Vaticano.

LEGGI ANCHE: Cosa dicono gli ultimi dati sul riciclaggio in Vaticano

Di fatto l’Aif è riconosciuta come interlocutore privilegiato da un insieme ampio di attori dell’antiriciclaggio a livello mondiale con i quali, per altro, l’istituzione vaticana collabora positivamente da tempo. Le modalità dell’intervento della magistratura d’Oltretevere, guidata dal promotore di giustizia Gian Piero Milano, vengono dunque valutate come un’intrusione, una violazione di metodologie e regole condivise. E in Vaticano, in particolare ai piani alti della segreteria di Stato, «c’è forte preoccupazione» per le connessioni internazionali della crisi in corso.

LE INDAGINI DELL’AIF SULL’INVESTIMENTO IMMOBILIARE VATICANO

L’antefatto in realtà è abbastanza semplice: la segreteria di Stato detiene propri fondi all’estero, una sorta di riserva finanziaria per emergenze o interventi relativi alla diplomazia, alle chiese locali e così via o per investimenti di carattere finanziario purché fatti secondo le regole. In effetti – fanno notare Oltretevere – si tratta di una pratica diffusa fra gli Stati e i governi, tuttavia in Vaticano non sempre è nota l’entità di queste risorse appannaggio di vari dicasteri. L’ex prefetto della segreteria per l’Economia, il cardinale George Pell, nel 2015, parlò in proposito di una cifra di circa un miliardo e 400 milioni conservata nei vari uffici vaticani, segreteria di Stato compresa, suscitando un certo clamore. L’uscita del cardinale australiano fu tra le cause di una crescente frizione fra segreteria di Stato e segreteria per l’Economia, poiché la seconda in qualche modo voleva mettere sotto controllo la prima. Ma andiamo oltre.

Cciò che viene contestato dall’Aif è la costruzione di schemi (e schermi) societari per l’acquisto dell’immobile tali da non far figurare il Vaticano fra gli acquirenti

Fra 2011 e 2012 la prima sezione della segreteria di Stato decide di compiere un investimento finanziario su un immobile di lusso a Londra, un’operazione all’apparenza sicura e priva di controindicazioni. Solo che si affida a Raffaele Mincione, un intermediario il cui ruolo è il vero problema di tutta la questione. A dirigere l’ufficio amministrativo in quegli anni è monsignor Alberto Perlasca, il sostituto per gli Affari generali è invece l’attuale cardinale Angleo Becciu (nessuno dei due, va detto, è stato chiamato in causa dall’iniziativa del promotore di giustizia vaticano, tuttavia va ricordato pure che il primo ha cambiato incarico lo scorso luglio finendo al Supremo tribunale della Segnatura apostolica a occuparsi di cause di nullità matrimoniale, il secondo da poco più di un anno è prefetto della Congregazione per le cause dei santi).

Il sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede, Angelo Becciu.

Quando la vicenda esplode fra la fine del 2018 e la primavera del 2019 (marzo-aprile), è proprio l’Aif che interviene anche su richiesta del nuovo Sostituto, il venezuelano Edgar Peña Parra, perché non si capiscono fino in fondo i contorni dell’operazione. L’Aif – dopo aver consultato almeno altre cinque Uif di altrettanti Paesi – blocca tutto e comunica la propria decisione all’Uif inglese e alla stessa segreteria di Stato; ciò che viene contestato, in breve, è la costruzione di schemi (e schermi) societari per l’acquisto dell’immobile tali da non far figurare il Vaticano fra gli acquirenti. Lo scopo? Esercitare una pressione sullo stesso Vaticano in termini di richieste economiche dimostrando fra le altre cose, fittiziamente, l’utilità del proprio ruolo di intermediazione nella vicenda. Risultato: il Vaticano stava per perdere tutto.

IL COINVOLGIMENTO DELLO IOR E LA DENUNCIA ALLA MAGISTRATURA VATICANA

Fra le regole poste dall’Aif per investimenti di questa natura, c’è al contrario quella della trasparenza sulla titolarità dei soggetti che movimentano denaro. Sta di fatto che l’Aif la scorsa primavera ferma l’operazione in collaborazione con altre Uif estere, avverte la segreteria di Stato, e ‘ristruttura’ l’investimento di fatto escludendo l’opera degli intermediari e rendendolo meno oneroso per la Santa Sede. Ma gli impegni presi a livello contrattuale obbligano comunque la segreteria di Stato, cioè il Vaticano, all’acquisto; così quest’ultima si rivolge allo Ior e chiede risorse sufficienti per chiudere le pendenze relative all’affare e procedere su basi più convenienti ma comunque di un certo peso (150 milioni per chiudere un vecchio mutuo e consentire di aprirne uno nuovo).

La magistratura è intervenuta forse senza essere a conoscenza di tutte le implicazioni internazionali della vicenda e del lavoro che era stato svolto in precedenza? È la domanda che in queste ore si stanno facendo anche nei Sacri Palazzi

Lo Ior, da parte sua, dice no e chiama in causa – insieme a un altro organismo vaticano, l’ufficio del Revisore generale – la magistratura vaticana denunciando tutta l’operazione per la scarsa chiarezza sulla gestione dei fondi da parte della segreteria di Stato. La magistratura, col supporto della Gendarmeria, interviene fino ai recenti sviluppi sospendendo cinque funzionari fra i quali, oltre all’ex segretario personale del cardinale Becciu, monsignor Mauro Carlino, spicca il nome del direttore dell’Autorità d’informazione finanziaria, Tommaso Di Ruzza; la magistratura è intervenuta forse senza essere a conoscenza di tutte le implicazioni internazionali della vicenda e del lavoro che era stato svolto in precedenza? È la domanda che in queste ore si stanno facendo anche nei Sacri Palazzi; non è ancora stato chiarito, fra l’altro, se qualcuno nella gestione dell’acquisto abbia avuto o meno profitti personali, i termini dell’indagine risultano allo stato piuttosto generici.  

LA GUERRA INTESTINA AI SACRI PALAZZI

Va detto che le tensioni interne ai diversi uffici vaticani fanno da costante nella vicenda. La segreteria di Stato, che tiene gelosamente alla propria autonomia anche finanziaria; il ‘ministero’ per l’economia è ancora senza capo dicastero da quando il cardinale Pell è finito sotto processo in Australia per abusi sui minori, mentre non è del tutto chiaro quali funzioni debba svolgere; secondo alcuni, poi, lo Ior – costantemente monitorato dall’Aif – terminata l’opera di trasparenza finanziaria interna che ha portato come conseguenza una riduzione della clientela e del capitale, vorrebbe recuperare almeno un po’ delle risorse in gestione, di liquidità, diventando la ‘banca’ anche di tutti i fondi riservati dei diversi dicasteri vaticani.

Papa Francesco.

L’Aif, da parte sua, gode di buona reputazione internazionale ma rischia di restare un corpo estraneo rispetto ai meccanismi e alle abitudini d’Oltretevere; la magistratura ha bisogno di visibilità perché proprio una certa carenza nell’istruire e portare a termine i processi viene contestata come unica vera pecca del sistema antiriciclaggio vaticano. Il passaggio, insomma, è particolarmente delicato, uno sfondo oltre il quale da una parte c’è la conclusione faticosa della riforma finanziaria dentro un contesto non più solo italiano ma internazionale, dall’altra però il rischio è il naufragio e il ritorno al passato. Il papa ora dovrà scegliere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Dalla Libia ai dazi: i dossier caldi della visita di Pompeo in Italia

Il segretario di Stato Usa atteso agli incontri con Mattarella, Conte, Di Maio e il Papa. Sul piatto i rapporti di Roma con Pechino, ma anche la strategia americana su Tripoli e il tentativo di scongiurare nuove tariffe sul made in Italy. Tutti i temi della missione.

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo, nel pieno della bufera sul possibile impeachment di Donald Trump, arriva per una visita di quattro giorni in Italia, per tastare il polso al nuovo governo italiano. La sua missione a Roma rappresenta infatti il primo bilaterale ad alto livello tra l’amministrazione Trump e l‘esecutivo giallorosso.

INCONTRI CON MATTARELLA, CONTE, DI MAIO E IL PAPA

A riceverlo nelle prossime ore saranno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, quest’ultimo già incrociato al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Mercoledì invece sarà la volta del Vaticano, con un’udienza privata da papa Francesco. Pompeo – la cui missione europea proseguirà in Macedonia, Montenegro e Grecia – ha come obiettivo quello di confermare e rinsaldare le forti relazioni di cooperazione e di collaborazione che da sempre uniscono gli Stati Uniti all’Italia. Con il nostro Paese – sottolineano al Dipartimento di Stato – considerato un alleato imprescindibile e un partner commerciale fondamentale. E le premesse sono buone, visto l’ottimo rapporto instauratosi tra il presidente americano e il premier Conte.

MISSIONE DI CONTE: SCONGIURARE DAZI SUL MADE IN ITALY

Ma il capo della diplomazia Usa è innanzitutto interessato a capire se ci sono cambi di orientamento tra il primo ed il secondo governo Conte, con l’uscita dall’esecutivo della compagine leghista. Due i delicati dossier su cui Pompeo chiederà maggiore chiarezza: i rapporti di Roma con Pechino e
Mosca
. Mentre starà a Conte fare pressing sul segretario di Stato per chiedere un maggior coinvolgimento Usa nella crisi libica e per scongiurare che la possibile imminente ondata di dazi Usa all’Europa colpisca pesantemente il Made in Italy, soprattutto sul fronte del settore agroalimentare.

CONTRASTI SUI RAPPORTI CON LA CINA

Il segretario di Stato americano, in particolare, non ha fatto mistero in passato di non aver gradito l’adesione del nostro Paese alla Via della Seta, il progetto che apre agli investimenti provenienti dalla Cina anche in settori che Washington considera vitali sul fronte della sicurezza nazionale, come dimostra la vicenda di Huawei e dello sviluppo delle reti 5G. Conte potrà mettere sul piatto però la decisione del governo italiano di ricorrere alla golden share per le aziende che faranno accordi con investitori cinesi.

CON LA SANTA SEDE IL TEMA MIGRANTI

Al centro dei colloqui in Vaticano, dove Pompeo incontrerà anche il segretario di Stato Pietro Parolin, di sicuro ci sarà il tema dell‘immigrazione che tanto a cuore sta al Pontefice e che spesso ha visto Santa Sede ed amministrazione Trump su posizioni opposte. Prima di lasciare l’Italia per Pompeo ci sarà anche tempo per una tappa in Abruzzo, nel paese delle sue origini: Caramanico Terme, in provincia di Pescara, da dove emigrarono i suoi bisnonni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I vescovi italiani e il papa vivono da separati in casa

Il rapporto tra Francesco e l'episcopato italiano non è mai decollato. Le tante richieste del pontefice sono state accolte con indifferenza o facendo melina. E il rischio è che in questo modo la Chiesa si condanni all'irrilevanza.

Inutile girarci intorno, fra papa Francesco e l’episcopato italiano non è mai scoccata la scintilla: il pontefice in questi anni ha cercato di trasmettere alcuni messaggi di fondo ai vescovi, alcune richieste perentorie, e questi ultimi hanno in buona sostanza fatto finta di niente. Molti di loro hanno mostrato indifferenza e messo in campo una sorta di resistenza passiva più che una vera e propria opposizione, un attendere che in qualche modo le richieste del papa si arenassero nelle acque limacciose del tempo ecclesiale. Detta in termini calcistici: una lunghissima melina a centrocampo sperando che nulla cambiasse davvero. Con una sola significativa controindicazione però: che a forza di non andare né avanti né indietro aumenta anche il rischio di diventare sempre più irrilevanti

LEGGI ANCHE: Francesco e lo scisma di fatto degli ultra-tradizionalisti

LA DISTANZA TRA FRANCESCO E BAGNASCO

La prima fase del pontificato è coincisa con gli ultimi anni della presidenza di Angelo Bagnasco alla guida della Cei: fra Bergoglio e l’arcivescovo di Genova la distanza non poteva essere più grande anche solo dal punto divista caratteriale. Il cardinale, ultimo intransigente alfiere dei principi non negoziabili posti alla base di tutto l’edificio cattolico, rigido nei modi, esponente crepuscolare di una Chiesa che voleva dettare l’agenda alla politica e alla società, non riusciva nemmeno sul piano personale a mettersi in sintonia con Francesco. 

crisi di governo cei bassetti
Il presidente della Dei Gualtiero Bassetti.

L’ERA DI GUALTIERO BASSETTI

Poi è venuto Gualtiero Bassetti arcivescovo di Perugia, anziano e saggio uomo di Chiesa, non molto intraprendente, certamente più in sintonia del suo predecessore con il vescovo di Roma sia sul piano pastorale sia su quello sociale. E tuttavia la sua elezione è stata frutto di una mediazione fra chi voleva una presidenza in grado di frenare ‘gli eccessi’ del bergoglismo, e quanti desideravano una capo dei vescovi non solo in sintonia ideale spirituale con il papa, ma anche capace di muoversi al suo stesso tempo. In fondo, quella di Bassetti è stata una scelta moderata. È noto, per altro, che il papa aveva chiesto ai vescovi italiani di eleggere un presidente senza fare tante storie esattamente come fanno tutti gli altri episcopati del mondo, ponendo così fine all’eccezione italiana della nomina papale; un metodo che dava molto potere ai cardinali più influenti e ascoltati in Vaticano e collocava la Chiesa italiana su un piano di superiorità rispetto alle altre chiese del mondo.

LEGGI ANCHE: I gesuiti si dividono su Italia Viva di Renzi

IL BIZANTINISMO DELL’ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA CEI

I vescovi hanno reagito proponendo un bizantinismo che conservasse traccia dello ‘speciale’ rapporto fra il papa e la Chiesa italiana: la Cei indica una terna (dal più al meno votato) e poi è il papa a nominare il presidente. Francesco, da parte sua, ha cercato di dare una sveglia all’episcopato in occasione del Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, provando a offrire un’agenda in linea con il suo magistero, ma il risultato è stato assai misero. Allo stesso tempo, sul piano riorganizzativo, va rilevato come – dopo più di sei anni – non vi sia ancora stata la riduzione del numero delle diocesi chiesta dal papa (sono circa 220). Una semplificazione che corrisponderebbe di più alle esigenze pastorali di piccoli territori diocesani spesso omogenei e limitrofi, al numero reale di cattolici e di preti, ai costi di una struttura ormai sovradimensionata e incapace di badare alle comunità di fedeli, alla necessità di ridurre la quantità esorbitante di vescovi che godono dei privilegi del titolo senza avere un granché da fare. 

Papa Francesco.

LA SCOMPARSA DELLA CHIESA DAL DIBATTITO PUBBLICO

Si arriva così all’oggi, al consueto appuntamento settembrino con il Consiglio episcopale permanente – organo di autogoverno della Cei – occasione di solito colta dalla Chiesa per fare il punto su questioni interne e sulla vita del Paese. Per la prima volta dopo moltissimi anni, il presidente dei vescovi non ha tenuto una relazione d’apertura lasciando l’incarico al suo vice, monsignor Mario Meini, vescovo di Fiesole. Di fatto Bassetti aveva già ridotto al minimo i discorsi introduttivi dei lavori del Consiglio episcopale. Obiettivo di un simile basso profilo era quello di favorire una discussone collegiale vera senza dettare ‘una linea’ precostituita in partenza. Ma ormai siamo arrivati all’afasia, alla scomparsa, o quasi, della voce della Chiesa italiana dal dibattito pubblico. D’altro canto Bassetti parlerà della grande conferenza sul Mediterraneo che si terrà a Bari il prossimo febbraio – da lui fortemente voluta – con la partecipazione di tutte le chiese dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Evento che, almeno sulla carta, appare un po’ superato dall’apertura della Santa Sede al mondo musulmano e delle altre fedi, culture e religioni della regione; insomma un appuntamento solo cattolico o solo cristiano su un tema simile sembra un po’ fuori dallo schema delle cose. 

LEGGI ANCHE: Asse Conte-Vaticano, il primo scoglio è l’eutanasia

LE VOCI CIRCA LA CONVOCAZIONE DI UN SINODO PER L’ITALIA

Tuttavia Bassetti, rinunciando al suo discorso, evita in particolar modo di rispondere alle insistenti voci di settori del mondo cattolico e del Vaticano, che chiedono la convocazione di un sinodo per l’Italia allo scopo di aprire una discussione a 360 gradi sulle prospettive del cattolicesimo: dai rosari branditi come bastoni alla morale, dalla bioetica all’impegno civile dei laici. Infine il cardinale lascia – per ora – in sospeso il giudizio sulla fase politica che si è aperta nel Paese. Certo, l’arcivescovo di Perugia si è scontrato più volte con l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, e però sul governo Conte bis e sul percorso che separa la legislatura dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica (prevista nel febbraio del 2022), la Cei non si pronuncia. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La fuga in avanti della Chiesa ultraliberal tedesca

I vescovi teutonici pronti a un sinodo per la sola Germania nel quale potrebbero accelerare sulle riforme epocali a cui pensa Francesco: ridefinizione dell’autorità e del potere della Chiesa, ruolo dei laici, morale sessuale, celibato sacerdotale e ministeri femminili.

Se le truppe sparse del cattolicesimo tradizionalista, conservatore e – in qualche caso – preconciliare, criticano duramente il papa, ne chiedono le dimissioni, lo accusano di eresia, lanciano allarmi per un pontificato che mette in discussione dogmi e abitudini consolidate, sul fronte opposto la Chiesa tedesca sta invece forzando la mano per procedere più speditamente sulla strada della riforma e del cambiamento.

Nel concreto, i vescovi tedeschi stanno lavorando alla preparazione di un sinodo per la sola Germania nel quale potrebbero essere prese decisioni in ambiti delicati: ridefinizione dell’autorità e del potere ecclesiastico, ruolo dei laici, morale sessuale, celibato sacerdotale e ministeri femminili. In sostanza vorrebbero accelerare su temi che, secondo il Vaticano, riguardano al contrario la Chiesa universale e non possono essere appannaggio di una chiesa locale.  

LA CHIESA TEDESCA PRONTA A RIFORME LIBERAL

D’altro canto, i vescovi tedeschi hanno colto l’occasione del prossimo sinodo panamazzonico in programma il prossimo ottobre in Vaticano – nel quale sono coinvolti gli episcopati di nove Paesi – che potrebbe assumere decisioni dirompenti come quella di permettere a dei laici, la cui autorità è riconosciuta dalla comunità locale, di celebrare la messa in assenza del sacerdote. Si tratterebbe di opzioni valide in primo luogo per una specifica area del mondo e scaturite da problemi legati a quella regione (ad esempio l’assenza di sacerdoti pe centinaia di chilometri). È pur vero che il sinodo sull’Amazzonia è stato convocato da Francesco e spetterà comunque a lui l’ultima parola sulle deliberazioni conclusive.

Nello scorso giugno Bergoglio ha scritto una lettera ai cattolici teutonici invitando i suoi membri alla prudenza

Diversa è la convocazione di un sinodo di una chiesa locale. Su questo argomento sta insistendo il Vaticano per fermare la perestrojka dei vescovi tedeschi ed evitare ulteriori strappi nel tessuto già sfilacciato della Chiesa universale. Nello scorso giugno Bergoglio ha scritto una lettera ai cattolici teutonici invitando i suoi membri alla prudenza; all’inizio di settembre, poi, il cardinale Marc Ouellet, capo della congregazione vaticana dei vescovi, ha avvertito che i risultati del sinodo della Germania, se toccano determinate questioni di carattere generale appunto, potrebbero essere considerati ecclesiologicamente non validi. Da Roma insomma, è arrivato quasi uno stop in piena regola.

I VESCOVI DELLA GERMANIA SI RIUNISCONO A FULDA

Nei prossimi giorni in ogni caso è pronta a riunirsi l’assemblea dei vescovi tedeschi a Fulda (dal 23 al 26 settembre) e si vedrà allora fino a che punto arriverà il braccio di ferro con Roma. Leader della chiesa tedesca è del resto un uomo vicino per molti versi a Francesco. Si tratta del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e soprattutto capo del Consiglio per l’economia del Vaticano, l’organismo che – insieme al dicastero vaticano omonimo – dovrebbe mettere a punto le strategie di gestione finanziaria dello Stato del papa.

Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco.

Anzi, il nome di Marx è stato fatto in questi giorni come possibile successore del cardinale australiano George Pell, ex ‘ministro’ per l’economia della Santa Sede, caduto in disgrazia dopo essere stato condannato per abusi su minori in primo e secondo grado nel suo Paese d’origine. Marx, replicando agli appunti che gli sono stati mossi dal Vaticano, ha gettato acqua sul fuoco sostenendo che già nel mese di agosto il percorso sinodale tedesco era stato modificato tenendo conto delle obiezioni del papa. Tuttavia quella dell’arcivescovo di Monaco sembra soprattutto una risposta messa in campo per prendere tempo: si vedrà infatti solo dopo l’assemblea di Fulda fino se la Chiesa tedesca vuole rompere gli indugi – e rompere con Roma – o meno.

AMERICA E GERMANIA AGLI ANTIPODI SUL PROCESSO RIFORMATORE

Di fatto si sta delineando una doppia tensione nel pontificato: da una parte si fanno sentire settori importanti della Chiesa americana (ma non rappresentativi di tutto il cattolicesimo a stelle e strisce) in aperto contrasto con il magistero del papa fondato sulla misericordia sull’accoglienza del diverso, sull’impegno sociale in favore delle periferie, dei poveri e dei Paesi del sud del mondo; dall’altra emerge l’episcopato tedesco, tradizionalmente progressista e liberal nel suo insieme (con le dovute eccezioni), che spinge affinché le cose cambino più rapidamente, per esempio sull’atteggiamento da tenere verso la morale sessuale come sulla rottura con il clericalismo.

la Chiesa statunitense e quella tedesca rappresentano le due più forti fonti di sostegno economico per il Vaticano

Lo scandalo degli abusi sui minori che ha già devastato la Chiesa d’Oltreoceano, ha colpito anche quella della Germania levandole credibilità e contribuendo ad allontanare molti fedeli. Inoltre, i vescovi tedeschi valutano che i tempi siano maturi nel loro Paese per una svolta su questioni ormai discusse da decenni come quello di un maggior ruolo delle donne.

Papa Francesco con alcuni vescovi.

Da rilevare, infine, che la Chiesa statunitense e quella tedesca condividono anche un altro primato: rappresentano infatti le due più forti fonti di sostegno economico per il Vaticano fra tutte le chiese locali. Si tratta di un aiuto decisivo per le languenti finanze d’Oltretevere colpite anch’esse dalla crisi economica e ridimensionate dal processo riorganizzativo in corso. I problemi sorti a livello ecclesiale sia in America che in Germania – risarcimenti per le cause di abusi, riduzione delle offerte e delle entrate fiscali, allargamento del processo di secolarizzazione – per quanto non ancora drammatici, si riflettono inevitabilmente anche sui sacri palazzi romani, il che non fa che complicare il rebus cui si trova di fronte papa Francesco.   

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Asse Conte-Vaticano: il primo scoglio è l’eutanasia

I rapporti tra Santa Sede e il premier sono buoni. Ma fino a un certo punto. Dopo l'esperienza fallimentare del governo pentaleghista, il primo banco di prova sarà il dibattito sul dossier. Con un M5s diviso e la Consulta pronta a pronunciarsi.

Un amico del Vaticano è stato confermato a Palazzo Chigi? Sì, ma fino a un certo punto. Il rapporto fra i vertici della Chiesa e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono certamente buoni, tuttavia Oltretevere attendono prudentemente la prova dei fatti. In fondo c’è stato anche un Conte 1.

LEGGI ANCHE: Francesco e lo scisma di fatto degli ultra-tradizionalisti

LA METAMORFOSI DI CONTE

Ma procediamo con ordine. Nelle tumultuose e bizzarre vicende della politica italiana, Giuseppe Conte autonominatosi «avvocato del popolo» poco più di un anno fa, quando si accingeva a guidare l’esecutivo cinque stelle-Lega, è diventato, in 14 mesi – secondo la definizione che ne ha dato l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini – «l’avvocato del palazzo». Il che, paradossalmente, in un Paese abituato a governi dalla durata spesso brevissima e a legislature monche, potrebbe sembrare quasi un complimento (per quanto involontario). Quasi la certificazione che Conte si sa muovere bene nei corridoi pieni di trappole della politica. Dunque da signor nessuno, da testa di legno nelle mani dei due vicepremier Luigi Di Maio e Salvini, a novello Giulio Andreotti la trasformazione del premier è stata rapidissima, anche nell’immaginario dei media

conte bis discorso fiducia
Il premier Giuseppe Conte.

L’INCONTRO CON PAPA FRANCESCO

Sullo sfondo del passaggio fra il primo Conte e il Conte bis non poteva mancare il Vaticano, altro ex potere forte che fino a non molto tempo fa faceva e disfaceva i governi e le relative maggioranze della Repubblica. D’altro canto ha suscitato un certo effetto, a fine agosto, la fotografia del papa che parla con il premier ancora solo incaricato e gli regala un rosario. Conte, solo poche ore prima, aveva ricevuto l’incarico di formare il governo dal presidente Sergio Mattarella, lui sì un vero ex Dc, ma anche uno dei padri fondatori dell’Ulivo e del centrosinistra nella Seconda Repubblica. 

Papa Francesco (foto di Tiziana Fabi/Afp-LaPresse).

LA RETE DI CONTE OLTRETEVERE

Papa Francesco e Giuseppe Conte si erano visti per pochi ma simbolici minuti, nella basilica vaticana al termine dei funerali del cardinale Achille Silvestrini, in passato diplomatico di lungo corso del Vaticano, uno degli artefici della Ostpolitik verso i Paesi dell’ex Cortina di ferro, e poi alla guida della fondazione Villa Nazareth, istituzione benefica e culturale rivolta a giovani universitari e controllata dalla Segreteria di Stato vaticana. Villa Nazareth è a sua volta collegata alla fondazione Domenico Tardini onlus che gestisce beni e strutture. In quest’ambiente ha pure studiato e si è formato Conte il quale è tuttora membro del comitato scientifico della fondazione Domenico Tardini. Vicepresidente di quest’ultima, per capire il contesto, è monsignor Claudio Maria Celli, uno degli artefici, da parte vaticana, del nuovo corso dei rapporti fra Santa Sede e Cina suggellato dall’accordo per la nomina condivisa dei vescovi fra autorità governative cinesi e vaticane, un po’ come avveniva con le monarchie europee di un tempo.

LEGGI ANCHE: Vade retro anti-papa nero

Non si dimentichi, in tal senso, che Conte ha sottoscritto gli accordi commerciali con la Cina di Xi Jinping nell’ambito del progetto denominato Nuova via della Seta, mossa del governo gialloverde comunque apprezzata Oltretevere. Villa Nazareth è un’istituzione attraverso la quale, discretamente, sono passati e passano alti prelati, politici, economisti, banchieri che partecipano a incontri, convegni, giornate di studio (Giovanni Bazoli, per dire, è nel consiglio di amministrazione). Non c’è insomma solo il San padre Pio di Pietrelcina della natìa Puglia nel bagaglio cattolico di Conte, ma anche la frequentazione con la più esclusiva diplomazia vaticana.

Matteo Salvini bacia il rosario durante la manifestazione sovranista di Milano.

LA SINTONIA CON LA SANTA SEDE NELLA CRITICA A SALVINI

Inoltre, con il passaggio al governo Conte bis, il premier non ha disdegnato di ispirarsi alle posizioni assunte dalla Santa Sede per criticare apertamente l’uso politico dei simboli religiosi – il rosario e il crocifisso – fatto da Salvini, leader di quel nazionalismo xenofobo combattuto apertamente da Francesco che non ha esitato a paragonare certe correnti di sovranismo identitario al periodo in cui in Europa andarono al potere fascismo e nazismo. 

LEGGI ANCHE:L’appello degli esperti alla Consulta per il suicidio assistito

LE RASSICURAZIONI CIRCA IL TEMA DELL’EUTANASIA

La svolta del governo M5s-Pd è stata insomma ben accolta in Vaticano e anche negli ambienti della Cei: l’eccesso di conflittualità e violenze verbale, il rischio di una rottura con l’Europa e del prevalere di derive razziste e anti-democratiche sono state ragioni sufficienti per far apprezzare li cambio di maggioranza parlamentare e di governo. Da parte sua, Conte, intervenendo durante il dibattito sulla fiducia, ha voluto dare garanzie su una questione ben precisa che sta a cuore alle gerarchie ecclesiastiche. Entro il prossimo 24 settembre infatti, in base a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, il parlamento dovrebbe legiferare sul tema dell’eutanasia. I tempi sono strettissimi e il rischio che la Consulta supplisca ancora una volta al ritardo della politica è reale.

Il presidente della Cei, Cardinal Gualtiero Bassetti.

IL NODO DELLA DEPENALIZZAZIONE

Conte, a Palazzo Madama, affrontando la questione ha detto: «Posso solo raccomandare che sarebbe opportuno incentivare il ricorso alle cure palliative, le misure per alleviare la sofferenza dei malati inguaribili e rafforzare la formazione bioetica degli operatori sanitari». Una posizione molto simile a quella sostenuta dalla Chiesa. Lo stesso capo dei vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti l’11 settembre ha sollevato con allarme la questione chiedendo al parlamento di non abdicare alle sue funzioni e ha proposto una via d’uscita legislativa per scongiurare la depenalizzazione da parte della Corte Costituzionale. «La via più percorribile», ha sottolineato, «sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso». Il cardinale ha indicato insomma un possibile punto di mediazione politica.

LA REVISIONE DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Ma Bassetti è andato oltre invocando pure la «revisione» della legge sulle Disposizioni antipate di trattamento (il testamento biologico). Il cardinale ha chiesto che idratazione e alimentazione vengano escluse dai trattamenti sanitari la cui interruzione è consentita (da qui, per la Chiesa, nascerebbe la deriva eutanasica da cui discende il dibattito odierno. Del resto questa è la posizione sempre sostenuta dal cardinal Camillo Ruini). Resta il fatto che all’interno della stessa maggioranza esistono sulla questione eutanasia posizioni differenti, e lo stesso Conte ha spiegato di non aver voluto inserire il tema nel programma di governo perché sono in gioco diritti fondamentali e quindi le convinzioni etiche di ciascuno. Nel libero spazio del gioco parlamentare si potrebbero così formare maggioranze inedite fondate sul principio del voto di coscienza

conte-salvini-governo-piazza
Giuseppe Conte e Matteo Salvini.

IMMIGRAZIONE E FAMIGLIA: GLI ALTRI BANCHI DI PROVA

La Chiesa si aspetta novità anche sul fronte immigrazione. Le modifiche dei decreti Sicurezza sono già previste nell’accordo che ha sancito l’alleanza fra Pd e M5s, ma qui bisogna vedere i tempi e le modalità. La gestione Salvini del fenomeno migratorio è stata criticata da più parti e definita fallimentare soprattutto in relazione ai rapporti con l’Europa. Nessuno però è intenzionato, su un tema così delicato, la lasciare campo libero agli attacchi del leader leghista. In Vaticano, dunque, osservano e seguono con attenzione la strana e originale fase politica italiana, appoggiano il tentativo Conte ma sono al medesimo tempo ben consapevoli che il percorso del governo potrebbe anche essere assai accidentato. Primo vero banco di prova sarà la legge di Bilancio dalla quale la Chiesa si attende provvedimenti in favore delle famiglie. Tuttavia Oltretevere sono ben consapevoli che all’inizio del 2022 si voterà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, e quel traguardo viene giudicato comunque importante da raggiungere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Venduta a 900 mila euro la Lamborghini del papa

L'auto gli era stata donata dall'azienda di Sant'Agata Bolognese nel 2017. Messa all'asta, finanzierà anche un asilo e un seminario ad Haiti distrutti dal terremoto del 2010.

Venerdì 13 settembre, papa Francesco ha incontrato il presidente di Lamborghini, Stefano Domenicali, e i responsabili di Omaze, la piattaforma di raccolta fondi online che aveva curato la vendita all’asta della sua “Huracan”. L’auto gli era stata donata dalla casa automobilistica nel 2017 e, l’anno successivo, il pontefice aveva scelto di metterla all’asta per finanziare con il ricavato delle fondazioni di beneficenza. Alla cerimonia, dove era presente anche l’aggiudicatario dell’auto, un cittadino della Repubblica ceca, è stato consegnato al pontefice un assegno simbolico di 900 mila euro. Di cui 200 mila euro saranno utilizzati per la ricostruzione del seminario e di un asilo ad Haiti, distrutti dal sisma del 2010.

papa-vende-lamborghini-beneficenza

Durante l’incontro, ha riferito il portavoce vaticano Matteo Bruni, il Santo Padre ha citato il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, sottolineando come «la generosità di questo gesto di carità, che raggiunge direttamente i più poveri, corrisponda alle parole del passo evangelico».

papa-vende-lamborghini-beneficenza

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it