Il papa ha fatto emergere cosa si cela dietro la crisi scatenata dal virus

L’intervento dal sagrato della basilica vaticana rappresenta fino ad ora, sia pure in una chiave religiosa e cristiana, una delle poche espressioni di leadership a livello mondiale capace di dare una lettura complessiva dalla pandemia: non solo sanitaria ma anche sociale.

Nella lunga notte della pandemia papa Francesco ha provato a indicare una strada: quella di un cammino condiviso costruito sulla solidarietà e la fratellanza – illuminato dalla fede cristiana ma il discorso ha valore universale – per sconfiggere il coronavirus; se infatti la battaglia sanitaria e sociale per superare un momento tanto aspro e difficile sarà lunga, essa potrà essere vinta, secondo il vescovo di Roma, solo se si ci si ricorderà di quella appartenenza comune «alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».  

Sul sagrato di san Pietro il papa, da solo, sotto la pioggia, nella serata di venerdì 27 marzo, ha presieduto un momento di preghiera «in tempo di pandemia». Bergoglio ha pronunciato la sua omelia e impartito la benedizione urbi et orbi davanti a una piazza deserta, fatta eccezione per gli uomini della pubblica sicurezza, immersa in un clima plumbeo; ma, per una volta, la piazza virtuale di quanti hanno visto il pontefice dalle tivù e dai computer chiusi nelle proprie case, è stata davvero immensa. L’intervento pubblico di Francesco arriva in giorni particolarmente difficili: in Italia migliaia di morti mentre il Covid-19 ha toccato nuovi allarmanti record di diffusione e vittime dagli Stati Uniti, alla Spagna, alla Francia.

Nel frattempo, quasi in evidente contrasto con quanto affermato dal papa, i Paesi che compongono l’Ue non riescono a trovare una strategia comune per scongiurare il rischio che la crisi determinata dal virus dilaghi in tragedia sociale. Non solo: in qualche caso anche la collaborazione sanitaria ha trovato ostacoli. Senza contare che la pandemia continua a diffondersi senza tener conto delle frontiere, della geopolitica, dei divari economici, scientifici e tecnologici fra le varie nazioni. Per questo, dice il papa, è urgente rivedere le priorità nella vita degli Stati come in quella delle comunità.

DAL PONTEFICE UN MONITO PER COSTRUIRE UNA SOCIETÀ PIÙ GIUSTA

In particolare Francesco, ha voluto mettere al centro dei riflettori categorie che si solito «non compaiono nelle passerelle dell’ultimo show»: tutti quelli che mostrano come l’esistenza quotidiana di ciascuno di noi non sia in realtà sostenuta dalla smania del possesso e dell’egoismo, ma da persone comuni che «stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo». Il messaggio è andato però anche oltre le cronache drammatiche di queste settimane, il discorso si è infatti allargato allo scenario globale. 

Solo se le scelte che metteremo in campo per superare la pandemia diventeranno le nostre scelte del futuro, costruiremo società più giuste

Se oggi, ha ricordato il pontefice, imploriamo il Signore dal mare agitato in cui la pandemia ha portato le nostre vite, allo stesso tempo troppe volte siamo stati sordi alla voce di Dio: «Di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». Se l’omelia contiene dunque un invito forte e affettuoso a superare la crisi insieme, il monito è altrettanto severo: solo se le scelte che metteremo in campo per superare la pandemia diventeranno le nostre scelte del futuro, costruiremo società più giuste a capaci di affrontare i tornanti più complessi della storia.

IL PAPA HA DATO UNA LETTURA COMPLESSIVA DELLA CRISI SCATENATA DAL VIRUS

L’immagine solitaria del papa in piazza san Pietro è destinata in ogni caso a restare nell’immaginario collettivo di questa cattività di massa. Già la passeggiata di Francesco lo scorso 15 marzo in una via del Corso vuota in un tardo pomeriggio dal clima già primaverile aveva destato scalpore. Anche in quell’occasione Bergoglio stava andando a pregare (nella chiesa di San Marcello al Corso); ma lungi dal rappresentare un invito implicito alla violazione delle misure restrittive imposte dal governo, quell’uscita interpretò invece il bisogno di molti si sentire che fra la paura, le clausure autoimposte, e le interviste preoccupanti agli epidemiologi, vi fosse anche un segno di vicinanza, uno sguardo che restasse umano nella sequenza drammatica dei fatti.

Papa Francesco poco prima della la benedizione ‘Urbi et Orbi’ con l’indulgenza plenaria pregando per la fine della pandemia (Yara Nardi/Pool Photo via AP).

L’intervento dal sagrato della basilica vaticana rappresenta fino ad ora, sia pure in una chiave religiosa e cristiana, una delle poche espressioni di leadership a livello mondiale capace di dare una lettura complessiva della crisi scatenata dalla pandemia. Forse l’unico altro leader riconosciuto – almeno in Europa – ad aver proposto una interpretazione forte e autorevole degli avvenimenti in corso – questa volta sul piano economico – è stato l’ex governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, che non a caso ha chiesto all’Ue, ai governi e agli istituti di credito, di collaborare facendo il massimo sforzo per evitare che dalla crisi sanitaria si passi a un’epidemia sociale. Infine, in una prospettiva più italiana ma non solo, anche il presidente Sergio Mattarella ha fatto sentire la sua voce chiedendo all’Europa di intervenire prima che sia troppo tardi, ed è giusto sottolineare in questo quadro la costante sintonia fra Quirinale e Santa Sede

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Mattarella: «Riscopriamo la solidarietà tra Stati e popoli»

L'appello del capo dello Stato in un messaggio a papa Francesco per i sette anni di pontificato.

Nuovo richiamo di Sergio Mattarella alla solidarietà tra Stati in un momento in cui l’emergenza coronavirus la mette a dura prova. Il capo dello Stato, in un messaggio ha papa Francesco in occasione del settimo anniversario dell’inizio del pontificato, ha commentato: «In un contesto drammaticamente segnato dalla pandemia la comunità internazionale trova nella sua illuminante missione pastorale e nella sua viva e paterna testimonianza dei più alti valori evangelici un pressante invito a riscoprire le ragioni della collaborazione e della solidarietà tra gli stati e tra i popoli, in adesione all’esigente messaggio di attenzione ai più vulnerabili che vostra Santità propone con instancabile determinazione all’umanità tutta».

GLI APPELLI AD «ABBRACCIARE IL DIALOGO»

Mattarella prosegue: «I suoi costanti appelli ad abbracciare il dialogo e a rifuggire dalla “cultura dello scarto” suggeriscono il cammino per affrontare le emergenze globali e perseguire uno sviluppo autenticamente integrale. Auspico vivamente che tale prospettiva possa essere prontamente accolta al fine di poter meglio superare la drammatica sfida dell’oggi e tracciare un luminoso cammino verso il futuro». E ancora: «In molteplici occasioni ella ha manifestato la sua speciale vicinanza nei confronti dell’Italia, vicinanza confermata, anche nelle ultime ore, in occasione delle sue recentissime visite a luoghi di culto che per secoli hanno rappresentato fonti di consolazione e di speranza. L’Italia, oggi impegnata a fronteggiare circostanze eccezionali, sa di poter guardare sempre con fiducia e gratitudine alla sollecitudine particolare del suo primate».

IL MESSAGGIO INTEGRALE

Santità, a nome del popolo italiano desidero unirmi a quanti, nel mondo intero e nella Chiesa universale, desiderano farLe giungere oggi le più sincere espressioni di affetto e vicinanza in occasione del VII anniversario dell’inizio solenne del Pontificato. Tale ricorrenza coincide quest’anno con un periodo di speciale prova per la diffusione globale del coronavirus Covid-19. In un contesto drammaticamente segnato dalla pandemia la comunità internazionale trova nella Sua illuminante Missione Pastorale e nella Sua viva e paterna testimonianza dei più alti valori evangelici un pressante invito a riscoprire le ragioni della collaborazione e della solidarietà tra gli stati e tra i popoli, in adesione all’esigente messaggio di attenzione ai più vulnerabili che Vostra Santità propone con instancabile determinazione all’umanità tutta. I Suoi costanti appelli ad abbracciare il dialogo e a rifuggire dalla “cultura dello scarto” suggeriscono il cammino per affrontare le emergenze globali e perseguire uno sviluppo autenticamente integrale. Auspico vivamente che tale prospettiva possa essere prontamente accolta al fine di poter meglio superare la drammatica sfida dell’oggi e tracciare un luminoso cammino verso il futuro. In molteplici occasioni Ella ha manifestato la sua speciale vicinanza nei confronti dell’Italia, vicinanza confermata, anche nelle ultime ore, in occasione delle Sue recentissime visite a luoghi di culto che per secoli hanno rappresentato fonti di consolazione e di speranza. L’Italia, oggi impegnata a fronteggiare circostanze eccezionali, sa di poter guardare sempre con fiducia e gratitudine alla sollecitudine particolare del Suo primate. Con questi sentimenti, Santità, Le rinnovo i migliori auguri per il Suo benessere personale e per la continuazione della sua altissima Missione.

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Il pellegrinaggio solitario di papa Francesco per Roma

Bergoglio esce dal Vaticano e raggiunge a piedi San Marcellino al Corso in una Roma deserta. Le preghiere sono per i sacerdoti che «hanno capito che in tempi di pandemia non si deve fare li don Abbondio».

Un’immagine potentissima che ben riassume l’angoscia che si respira in questi giorni di emergenza coronavirus.

Papa Francesco passeggia a piedi in una via del Corso deserta seguito dalla scorta per recarsi a pregare a Santa Maria Maggiore e San Marcellino al Corso, due chiese carissime ai fedeli romani.

Una foto che a molti ha ricordato visivamente la passeggiata notturna di Giulio Andreotti nel capolavoro di Paolo Sorrentino, il Divo (2008).

La scena de Il Divo di Paolo Sorrentino.

Francesco ha invocato un”miracolo” che ponesse fine alla pandemia. Prima pregando davanti alla Salus Populi Romani, nella basilica a due passi dalla Stazione Termini, e poi, dopo aver percorso un tratto a piedi, a San Marcellino davanti al crocifisso miracoloso che nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la Grande Peste a Roma.

IL PENSIERO AI SACERDOTI IN PRIMA LINEA

«Con la sua preghiera, il Santo Padre», ha riferito il portavoce vaticano Matteo Bruni , «ha invocato la fine della pandemia che colpisce l’Italia e il mondo, implorato la guarigione per i tanti malati, ricordato le tante vittime di questi giorni, e chiesto che i loro familiari e amici trovino consolazione e conforto. La sua intenzione si è rivolta anche agli operatori sanitari, ai medici, agli infermieri, e a quanti in questi giorni, con il loro lavoro, garantiscono il funzionamento della società». Bergoglio ha voluto esprimere la sua vicinanza ai medici e ai tanti sacerdoti in prima linea. «Grazie tante per tutto lo sforzo che ognuno di voi fa per aiutare questo momento tanto duro», ha detto rivolto a chi è accanto ai malati e alle persone fragili. Con particolare attenzione alla Lombardia, una delle regioni più colpite, dove i «sacerdoti pensano mille modi di essere vicini al popolo perché il popolo non si senta abbandonato. Sacerdoti con lo zelo apostolico che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il don Abbondio».

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Il Papa ‘virtuale’ ai tempi del coronavirus e i nuovi rapporti Chiesa-Stato

Un’udienza generale come non si era mai vista quella di mercoledì 11 febbraio: il papa collegato in streaming dalla biblioteca..

Un’udienza generale come non si era mai vista quella di mercoledì 11 febbraio: il papa collegato in streaming dalla biblioteca del Palazzo apostolico parla a una folla virtuale di fedeli; un’udienza-video insomma, con il vescovo di Roma lontano da piazza San Pietro, ossia dal simbolo mondiale della cattolicità e di Roma. E lontano dalla gente, da quella fisicità che caratterizza ormai la figura e il ruolo del pontefice in epoca moderna.

Lo stesso era già avvenuto per l’Angelus di domenica scorsa, in quell’ occasione Francesco aveva esordito così: «È un po’ strana questa preghiera dell’Angelus di oggi, con il papa ‘ingabbiato’ nella biblioteca, ma io vi vedo, vi sono vicino». La modalità degli appuntamenti pubblici a distanza diventerà, almeno per qualche tempo, un’abitudine, anche Oltretevere. Il Vaticano si è adattato alle indicazioni del governo italiano come già aveva fatto la conferenza episcopale.

Allo stesso tempo va sottolineato come l’interruzione per decreto governativo di tutte le celebrazioni religiose è un fatto senza precedenti che, pur motivato da una crisi sanitaria eccezionale come quella che stiamo attraversando, costituisce un inedito nei rapporti Chiesa-Stato; un fatto che riequilibra a favore del primato dello Stato le relazioni bilaterali dopo vari decenni in cui la Chiesa – con indubbia abilità politica – aveva guadagnato terreno rispetto all’ambito laico in vari settori: da quello fiscale a quello educativo-scolastico, da quello sanitario fino alla sfera dei provvedimenti bioetici.

CAMBIANO LE MODALITÀ DI PARTECIPARE ALLA VITA RELIGIOSA

L’evento coronavirus, autentico tsunami globale, influirà probabilmente in modo significativo su aspetti rilevanti della vita economica e sociale, dei rapporti fra gli Stati e quindi pure sulla relazione fra istituzioni e tradizioni religiose. La Conferenza episcopale ha aderito alle richieste provenienti dal governo senza esitare e con spirito di servizio; il divieto di celebrare messe, ha fatto sapere la Cei, «crea rammarico e disorientamento nei pastori, nei sacerdoti, nelle comunità religiose e nell’intero popolo di Dio» tuttavia «è stata accettata in forza della tutela della salute pubblica». Per questo le chiese restano aperte, ritrova spazio la preghiera, i momenti di raccoglimento, e il sacerdote si può dedicare all’ascolto dei fedeli. Sarà un tempo di rinnovamento spirituale? Si vedrà, intanto le modalità di partecipazione alla vita religiosa cambiano.

TANTE CRITICHE CONTRO IL DIVIETO DI CELEBRARE LA MESSA

Tuttavia ‘l’ordine’ del governo ha trovato anche voci dissenzienti. Per lo storico Alberto Melloni, con i provvedimenti presi dall’esecutivo sono entrate in gioco «la libertà religiosa e la liberà di culto», fatto che non va sottovalutato, mentre per un altro studioso cattolico di primo piano come Andrea Riccardi si è chiesto: «Non sono un epidemiologo, ma ci troviamo davvero di fronte a rischi così grandi da rinunciare alla nostra vita religiosa comunitaria?». Più o meno sulle stesse posizioni il priore di Bose Enzo Bianchi. E bisogna dire che in questo caso le preoccupazioni di esponenti progressisti come quelli appena citati, coincidono con alcuni allarmi del fronte tradizionalista. Si tratta di punti di vista che però non sono stati fatti propri, fon ad ora, dalla Santa Sede.

L’APPELLO A NON DIMENTICARE I PROFUGHI SIRIANI

Da parte sua Francesco, nel corso dell’udienza generale del mercoledì, ha avuto parole di forte incoraggiamento per medici e infermieri impegnati nel contrasto al coronavirus  quindi ha aggiunto: «Non vorrei che questo dolore, questa epidemia tanto forte ci faccia dimenticare i poveri siriani, che stanno soffrendo al confine tra Grecia e Turchia: un popolo sofferente da anni». Gente in fuga – ha ricordato – dalla guerra, dalla fame, dalle malattie. Il papa, insomma, ha chiesto di non dimenticare quanto sta avvenendo ai confini d’Europa. Infine, attraverso il Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, la Santa Sede ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché i Paesi più deboli economicamente e con le strutture sanitarie più fragili, vengano sostenuti nell’emergenza Covid-19; non solo: i governi – secondo il Vaticano – sono chiamati ora  anche a fare fronte, in una logica di solidarietà e aiuto reciproco,  alla nuova crisi economica che si sta delineando a causa della diffusione del virus.

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Joe Biden, un cattolico per sfidare l’evangelico Trump?

L'elettorato statunitense fedele alla Chiesa di Roma potrebbe essere l'ago della bilancia nelle prossime elezioni nazionali americane. Così l'ex vicepresidente democratico può essere avvantaggiato in una eventuale sfida contro l'attuale inquilino della Casa Bianca.

Fra i diversi fattori di cui tener conto nello scenario politico americano e ancor più nella corsa alla Casa Bianca, c’è anche l’elemento religioso. Se pesano le componenti sociali e etniche, anche la fede dei singoli candidati può giocare il suo ruolo, e in ogni caso le diverse correnti del cristianesimo made in Usa influiscono sulle elezioni.

Di certo l’attuale presidente Donald Trump ha avuto nel sostegno degli evangelici bianchi della classe media, il suo zoccolo duro di consenso al momento del voto e anche negli anni successivi; si tratta di una base solida che crede ‘a prescindere’ in Trump, convinta che abbia una missione da compiere per salvare l’America da tutto ciò che la minaccia: migrazioni, meticciato, instabilità economica, globalizzazione, confronto-conflitto con la Cina. È pur vero che, in base agli ultimi sondaggi, anche nel fronte evangelico si è aperta qualche crepa: in particolare fra le donne che apprezzano sempre meno il machismo del tycoon, mentre nell’elettorato nero evangelico Trump non è mai stato troppo apprezzato.

Tuttavia il capo della Casa Bianca ha già iniziato la sua campagna presso gli evangelici partecipando a incontri, promuovendo appelli rivolti a quel segmento specifico di elettorato, diventando il paladino dell’identità cristiana più radicale, dai tratti a volte fondamentalisti. Trump cerca anche il consenso del movimento “pro-life” da sempre impegnato nella battaglia contro l’aborto nei singoli Stati e il cui fine politico ultimo è quello di capovolgere lo storico pronunciamento della Corte Suprema risalente al 1973, che di fatto apriva la strada – pur con alcune importanti limitazioni –  alle normative favorevoli al diritto di aborto per la donna anche in assenza di gravi motivi di salute (leggi pro choice). In questo modo Trump, come altri candidati e presidenti repubblicani negli ultimi decenni, ha intercettato anche una parte del voto cattolico, quello più impegnato nella contesa sull’aborto e più simile nella visione di un cristianesimo nazionale e identitario alla galassia evangelica.

L’ELETTORATO CATTOLICO DA SEMPRE AGO DELLA BILANCIA NEGLI USA

Ma le cose anche sotto questo profilo stanno cambiando: il cattolicesimo americano è sempre più ‘latino’ – una tendenza in corso da anni rafforzata dalle migrazioni da centro e Sud America – e ormai non più identificabile con un solo gruppo sociale o etnico. In questo scenario si sta affermando un nuovo possibile candidato di provata fede cattolica fra i democratici: Joe Biden. Quest’ultimo ha infatti vinto alla grande il super-martedì, ovvero la tornata delle primarie democratiche nella quale si vota contemporaneamente in diversi stati chiave per scegliere il candidato alla Casa Bianca. Secondo il Washington Post ora i democratici hanno un nuovo front runner, e anche se la corsa verso la nomination è ancora aperta – Bernie Sanders è battuto ma ancora forte e in gara – ora c’è un favorito. L’ex vice di Barack Obama, fra l’altro è stato portato al successo nel super-martedì dall’elettorato di colore.

Il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni

Biden è il classico cattolico liberal, non intransigente sulle tematiche bioetiche (nell’ottobre scorso un sacerdote gli ha negato la comunione per le sue posizioni pro choice in materia di aborto), e più in sintonia con il magistero della Chiesa sui temi sociali: a partire dall’attenzione verso i poveri e gli emarginati, i disoccupati e i senzatetto, passando per le migrazioni, le questioni legate alla tutela dell’ambiente, la critica rivolta alle speculazioni finanziarie. Senza contare che Biden è stato un sostenitore della riforma sanitaria voluta da Obama in base alla quale tutti hanno diritto a un minimo di assistenza per salvaguardare la propria salute.

Joe Biden con elettori democratici.

Biden  – che ha incontrato personalmente papa Francesco con il quale è in sintonia su diverse questioni – ha più volte fatto riferimento alla propria fede ricordando come pure grazia a essa sia riuscito a superare i gravi lutti che lo hanno colpito (ha perso la moglie e una figlia in un incidente stradale e un altro figlio per malattia). Si vedrà chi fra lui e Sanders (che pure ha avuto qualche anno fa un colloquio con il papa) alla fine la spunterà e si presenterà come sfidante di Donald Trump. Una cosa però è certa: il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni, tuttavia tradizionalmente quando si vota per la Casa Bianca, il candidato democratico o repubblicano che conquista la maggioranza dell’elettorato cattolico diventa presidente.

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La vicenda di Sloane Avenue mette in luce i limiti della riforma finanziaria vaticana

Lo spericolato investimento londinese e il suo strascico giudiziario dimostrano che, nonostante gli sforzi, i vecchi vizi sono duri a morire. E come una pianificazione corretta della gestione delle finanze d'Oltretevere sia ancora lontana.

Il caso dello spericolato investimento finanziario del Vaticano a Londra su un immobile di lusso in Sloane Avenue è tutt’altro che concluso anche nei suoi risvolti giudiziari. 

In primo luogo le indagini vanno avanti, e a darne notizia è stata la stessa Sala stampa della Santa Sede. Il promotore di giustizia vaticano Gian Piero Milano (l’equivalente di un pubblico ministero) e l’aggiunto Alessandro Siddi hanno infatti ordinato nei giorni scorsi il sequestro di documenti e computer conservati nell’abitazione di monsignor Alberto Perlasca, ex capo ufficio amministrativo della prima sezione della Segreteria di Stato.

IL RUOLO DI PERLASCA

Il provvedimento, secondo la nota, assunto «nell’ambito dell’inchiesta sugli investimenti finanziari e nel settore immobiliare della Segreteria di Stato», è da ricollegarsi «a quanto emerso dai primi interrogatori dei funzionari indagati e a suo tempo sospesi dal servizio». La cosa non è indifferente: Perlasca infatti era il responsabile principale dei fondi della Segreteria di Stato che non rientravano nei bilanci ufficiali del Vaticano, alcune centinaia di milioni che permettevano un certo margine di manovra al Vaticano in situazioni di emergenza finanziaria. Se non che, come ha spiegato tempo fa lo stesso papa Francesco, i soldi non rendono se restano fermi, vanno investiti, certo secondo criteri etici e senza approfittarsene per lo meno se rappresenti la Santa Sede, il che è facile a dirsi, meno semplice è metterlo in pratica.

GLI INTERROGATORI DEI 5 FUNZIONARI GIÀ SOSPESI

Sta di fatto che la perquisizione a casa di monsignor Perlasca, spiegano Oltretevere, è frutto degli interrogatori dei cinque alti funzionari già sospesi da ogni incarico fra i quali figurano il direttore dell’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria, Tommaso Di Ruzza, e monsignor Mauro Carlino, ex segretario personale del cardinal Angelo Becciu il quale, a sua volta, ricopriva fino a non molto tempo fa l’incarico di sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, era cioè il superiore di monsignor Perlasca. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo, ha un ruolo di un certo peso nella gestione delle finanze vaticane: siede infatti nel consiglio di amministrazione del Fondo pensioni vaticano, istituto nevralgico perché proprio i trattamenti pensionistici costituiscono una fonte di uscite particolarmente onerosa nei bilanci dei sacri palazzi. Lo troviamo poi nei cda del Fondo assistenza sanitaria vaticana e in quello dell’Ospedale vaticano Bambino Gesù (che scade quest’anno), incarico cui è stato chiamato dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin.

PAROLIN E BECCIU NELLA CATENA DI COMANDO

E proprio quest’ultimo sembra essere stato chiamato in causa dal cardinal Becciu nei giorni scorsi. L’ex sostituto e attuale prefetto vaticano della Congregazione per le cause dei santi ha infatti detto in riferimento al famigerato investimento finanziario: «Abbiamo agito come Segreteria di Stato previa autorizzazione dei superiori». A chi altri poteva riferirsi il cardinal Becciu se non a Parolin? (E forse anche al suo predecessore, il cardinale Tarcisio Bertone). Becciu insomma pare chiamare in causa in modo evidente l’attuale Segretario di Stato che pure aveva parlato a proposito della vicenda di «operazione opaca». Dunque la catena di comando a crescere sarebbe stata: Perlasca-Becciu-Parolin, ovvero il cuore della Segreteria di Stato. Becciu rivendica anche l’impatto comunque positivo che avrebbe avuto l’operazione immobiliare sulle finanze vaticane grazie anche alla Brexit che, secondo il porporato, avrebbe fatto triplicare il valore dell’investimento. Sta di fatto che però non tutto è così limpido, a cominciare dal coinvolgimento del finanziere Raffaele Mincione come intermediario dell’acquisto. La complessità di schermi societari messi in atto per l’acquisto, le commissioni di intermediazione, i vincoli contrattuali cui era sottoposto il Vaticano, l’accensione di mutui e la loro estinzione, costituiscono per ora un groviglio certo sospetto ma dal quale ancora non sono emersi reati. Tuttavia la magistratura vaticana indaga per peculato, corruzione, abuso di autorità. D’altro canto, come ha detto il papa, inaugurando l’anno giudiziario vaticano, le situazioni finanziarie sospette venute alla luce, «al di là della eventuale illiceità, mal si conciliano con la natura e le finalità della Chiesa».

L’ARRIVO DEGLI ISPETTORI DI MONEYVAL

Non va dimenticato inoltre, che nei prossimi giorni arriveranno in Vaticano gli ispettori di Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che vigila sull’applicazione delle norme antiriciclaggio degli Stati. Da sottolineare che nei precedenti rapporti di Moneyval, il Vaticano è stato elogiato per l’insieme del sistema normativo messo in piedi in questi anni per aprirsi alla trasparenza finanziaria, ma veniva al contempo anche messo in luce come mancasse un’azione giudiziaria adeguata: buone le norme insomma, ma troppo pochi procedimenti giudiziari, ancor meno quelli arrivati a sentenza. Anche a questo forse è dovuta l’intraprendenza dell’ufficio del Promotore di giustizia. In tale prospettiva, fra l’altro, il papa ha chiamato a presiedere il Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone, ex procuratore della Repubblica a Roma e a Reggio Calabria, cui non manca certo l’esperienza e la capacità di portare a termine in modo efficace un processo.

I LIMITI DELLA RIFORMA FINANZIARIA VATICANA

La vicenda di Sloane Avenue – che si dipana dal 2011 al 2019 – mostra però alcuni limiti strutturali della riforma finanziaria vaticana. Se infatti le denunce stavolta sono arrivate dall’interno dei Sacri palazzi, il che come sottolineò lo stesso pontefice è un fatto certamente positivo e non scontato, al medesimo tempo emerge come vecchi vizi tendano a ripetersi nonostante tutto (si guardi al coinvolgimento di personaggi dalle incerte finalità nelle operazioni finanziarie e alla scelta di percorsi sempre poco trasparenti nelle modalità). Infine, il caso inglese mostra come la messa a punto di una pianificazione corretta ed efficiente della gestione delle finanze d’Oltretevere ancora non si vede, le esigenze economiche della macchina amministrativa incombono e inducono a investimenti finanziari forse poco virtuosi ma, almeno sulla carta, remunerativi.

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La resa del papa: dietrofront sul celibato obbligatorio

Nell'attesa esortazione apostolica post-sinodale Bergoglio fa marcia indietro sulle riforme: niente ordinazione per diaconi sposati, no alle donne sacerdote e nessuna istituzione di ministeri specifici femminili. L'ala ultra-tradizionalista del Vaticano canta vittoria, la Chiesa latino-americana è la grande sconfitta.

Nessun cambiamento, neppure parziale, all’orizzonte. L’attesa esortazione apostolica post-sinodale del papa sull’Amazzonia (intitolata: Querida Amazonia-Cara Amazzonia) non apre all’ordinazione di diaconi sposati, riafferma il no all’ordinazione sacerdotale delle donne e non prevede neanche l’istituzione di ministeri specifici femminili come leader di comunità, né parla del loro accesso al diaconato. Francesco rinnova poi l’impegno della Chiesa in favore dei popoli amazzonici, dei poveri, della salvaguardia della biodiversità e in favore di modelli di sviluppo che accorcino le diseguaglianze sociali e tutelino l’ambiente, chiede un ruolo più forte dei laici nella vita della Chiesa.

Ma non produce, nel documento che doveva raccogliere le istanze emerse dal sinodo di ottobre sull’Amazzonia, quel cambiamento di paradigma nella vita interna della Chiesa atteso e temuto insieme. Resta insomma ben saldo il magistero sociale ed ecologico, la visione di una globalizzazione alternativa, dal volto umano, rispetto a forme di economia predatoria e distruttiva come stella polare dell’evangelizzazione, ma cade per ora il progetto di poggiare questo ambizioso impianto su un percorso di autoriforma profonda dell’istituzione.

Un unico spiraglio resta aperto quando il papa nell’esortazione dice: «Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo (del sinodo, ndr). Non intendo né sostituirlo né ripeterlo». Quindi aggiunge: «Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente». Parole che lasciano aperta la strada a una flebile autonomia interpretativa da parte dei vescovi sulle varie tematiche; anche se poi quando il pontefice dice la sua non lascia spazio a troppi dubbi.

BOCCIATE TUTTE LE RIFORME INDICATE DAL SINODO DELL’AMAZZONIA

Il sinodo amazzonico si era chiuso approvando la richiesta, sostenuta dalla maggioranza necessaria dei due terzi dei padri sinodali, di introdurre l’ordinazione di diaconi sposati, autorizzati quindi a celebrare la messa, per sopperire alla carenza strutturale di sacerdoti e missionari denunciata da molti anni dai vescovi della regione. In un primo momento dall’assise era emersa la proposta di ordinare dei laici sposati, il cui ruolo di leadership in certe comunità fosse riconosciuto e consolidato. Era stato poi l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Chirstoph Schoenborn, a dare una cornice istituzionale alla richiesta proponendo che l’ordinazione fosse circoscritta ai diaconi (sposati o meno), cioè a chi aveva compiuto il primo passo del percorso che porta all’ordinazione sacerdotale (ma che può anche fermarsi al diaconato).

Il papa parla del rischio di «clericalizzare le donne» che «diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo»

Tuttavia la richiesta non è stata accolta dal papa che, anzi, nel documento invita i vescovi a pregare per le nuove vocazioni e a promuovere un nuovo slancio missionario. Il sinodo aveva inoltre avanzato «la richiesta del diaconato permanente per le donne», i padri proponevano ancora la creazione del «ministero istituito di “donna dirigente di comunità”, dando a esso un riconoscimento, nel servizio alle mutevoli esigenze di evangelizzazione e di attenzione alle comunità».

Il papa incontra indigeni dell’Amazzonia.

Anche su questo fronte non ci sono però novità. Il papa parla invece del rischio di «clericalizzare le donne» il che «diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo». Di certo, da più parti, si temeva che con l’eccezione amazzonica, si aprisse la porta a una rottura della tradizione del celibato, la questione insomma aveva un profilo più ampio.

LA GRANDE SCONFITTA È LA CHIESA LATINO-AMERICANA

In ogni caso Francesco ha deluso le aspettative di un sinodo da lui stesso convocato che aveva fin dal principio queste tematiche nella propria agenda. Il colpo lo riceve in primo luogo la Chiesa brasiliana che era stata la vera protagonista dell’assise orientando il dibattito e lavorando per ottenere determinati risultati. In tal senso si era molto speso ed esposto il cardinale Claudio Hummes, uno dei grandi elettori di Francesco in conclave e fra i maggiori ispiratori del sinodo. Hummes non a caso non era presente alla presentazione dell’esortazione di Bergoglio nella sala stampa vaticana.

L’ala tradizionalista registra da parte sua un primo significativo successo

Lo stesso arcivescovo di Vienna, il cardinal Schoenborn, che aveva individuato la formula dei diaconi sposati, esce male da questa vicenda, e trattandosi di uno dei porporati più autorevoli del collegio cardinalizio, di area moderata ma sostenitore intelligente del pontefice argentino, non è cosa da poco. C’è poi da capire come si comporterà la Chiesa tedesca, guidata dal cardinale Reinhard Marx, uno dei collaboratori del papa anche in Curia, che ha avviato a sua volta un proprio cammino sinodale nella cui agenda figura addirittura l’ordinazione sacerdotale femminile.

Papa Francesco durante la celebrazione della messa.

Il cammino di riforma portato avanti da Francesco ha subito dunque una netta battuta d’arresto che per altro va a colpire in modo specifico proprio la Chiesa latinoamericana, cioè la regione in cui il vescovo di Roma giocava in casa. L’ala tradizionalista registra da parte sua un primo significativo successo: l’operazione-kamikaze del libro a difesa del celibato messa in campo dal cardinale Robert Sarah insieme a Ratzinger e con l’aiuto del segretario del papa emerito, monsignor Georg Gaenswein, ha avuto un certo successo anche se probabilmente è stata accompagnata da un dissenso crescente di ambienti conservatori che ha avuto il suo peso.

LA PRIMA VERA VITTORIA DEI VECCHI APPARATI DI POTERE CLERICALE

Il papa, da parte sua, ha compiuto un passo indietro di metodo di non poco conto: disattendere le deliberazioni del sinodo va, di fatto, contro quell’apertura alla sinodalità, cioè a una Chiesa capace di decidere e scegliere collegialmente, in sostanza in modo più democratico, che pure il pontefice aveva promosso e messo anzi al centro del proprio progetto. Francesco sconta poi alcuni ritardi che hanno finito col mandare in panne la sua azione. La mancata riforma della Curia romana in primis, non ancora arrivata in porto dopo sette anni di pontificato, rappresenta un successo dei vecchi apparati di potere vaticano; rilevante pure  il tardivo allontanamento di personalità come quella di monsignor Gaenswein che costituivano oggettivamente una spina nel fianco del pontificato, e la permanenza di cardinali nel governo centrale della Chiesa che hanno lavorato sempre contro il Papa.

Francesco non ha mai sentito in questi anni la voce degli episcopati mondiali spendersi apertamente in suo favore

Bergoglio ha forse sperato che il tempo alla fine gli desse ragione, ma al contrario l’opposizione ultratradizionalista ha usato tutte le armi a disposizione per cercare di fermarne l’azione. Alla fine la svolta non è arrivata, almeno in questo frangente, tuttavia – e va sottolineato – Francesco non ha mai sentito in questi anni la voce degli episcopati mondiali spendersi apertamente in suo favore, diverse singole personalità lo hanno fatto, ma non tali da dare la sensazione che l’orientamento prevalente fosse con lui. Paradossalmente questo è avvenuto con il sinodo dell’Amazzonia che resta – ad oggi – il momento più alto del pontificato e anche l’evento capace di suscitare la più forte crisi interna. Sarà ora compito di Francesco trovare una via d’uscita a una situazione particolarmente intricata.

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Per i vescovi americani il papa non aprirà ai preti sposati

Secondo l'agenzia Catholic News Service, nell'esortazione "Amata Amazzonia" che verrà pubblicata domani non ci saranno svolte in tal senso.

Catholic News Service, l’agenzia di stampa dei vescovi americani, scrive che l’esortazione di papa Francesco Amata Amazzonia che verrà pubblicata il 12 febbraio non conterrà una svolta sui preti sposati. Il pontefice stesso lo avrebbe anticipato il 10 febbrao a un gruppo di presuli statunitensi.

In particolare Oscar A. Solis, vescovo di Salt Lake City, ha riferito all’agenzia che l’ipotesi di risolvere il problema della mancanza di sacerdoti in alcune regioni remote dell’Amazzonia con l’ordinazione di diaconi sposati sarà oggetto di discernimento futuro da parte del papa. Dunque, almeno nell’immediato, non dovrebbero esserci cambiamenti.

Le “impressioni” di monsignor Solis fanno il paio con quelle dell’arcivescovo metropolita di Santa Fe, John Charles Wester. Secondo il quale il papa avrebbe detto che sul tema dell’ordinazione dei preti sposati non avrebbe sentito all’opera in questo momento lo Spirito Santo.

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La Chiesa cattolica riparta dal latino e dai canti gregoriani

Mentre i fedeli praticanti calano a vista d'occhio, si assiste a un revival delle antiche liturgie, soprattutto tra i giovani. Non è semplice nostalgia, ma ricerca estetica e forse di una identità che si è persa. Segno del grande equivoco generato dal Concilio Vaticano II.

Le chiese sono sempre più vuote e il cattolicesimo praticato, anche in Italia, sembra seguire i destini delle chiese protestanti, ormai con i fedeli in absentia.

Introibo ad altare Dei, diceva il prete avviando il rito della messa. E alla fine l’Ite, Missa est chiudeva ogni celebrazione, salmodiato a volte con un infinito vocalizzo gregoriano di rara eleganza al termine di una funzione solenne in una chiesa tutta incenso, con tre celebranti, mobili e ieraticamente disposti a geometria variabile lungo l’altare.

Deo gratias, rispondeva l’assemblea, tirando all’infinito nelle solennità con altrettanto elaborati ed eleganti vocalizzi.

IL LATINO COME LINGUA LITURGICA IDEALE E IMMORTALE

Erano formule preziose, diceva negli anni in cui venivano abbandonate Wystan H. Auden, che non era cattolico romano ed è considerato con Thomas S. Eliot il più grande poeta di lingua inglese del 900. Non è nemmeno chiaro fino a che punto Auden fosse tornato, a 60 anni, alla religione anglo-cattolica dell’infanzia, o se si trattasse per lui di un fatto essenzialmente estetico, ma definiva la liturgia «un tenersi insieme con il passato e con chi non c’è più». E il latino, in quanto lingua immobile e non più cambiata dalle parole quotidiane, era la lingua liturgica ideale e immortale.

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Concetti che peraltro lo stesso Giovanni XXIII, il padre del Concilio, ebbe chiaramente a esprimere nel febbraio 1962 nella sua Costituzione apostolica Veterum Sapientia «sullo studio e l’uso del latino», confermato «tesoro di inestimabile valore» sottovalutato dagli «smaniosi di novità» e solido ponte con il passato. Ma da tempo parte notevole dei vertici cattolici pensa male del passato, e chissà, forse ha ragione. Del tutto ignorata da sempre, la Veterum Sapientia resta un fallito tentativo di saggezza.

SI RESPIRA UN’ATMOSFERA DI REVIVAL

Tutto è finito molto tempo fa perché, questa la vulgata, i vescovi cattolici in comunione con il papa e ispirati dallo Spirito Santo decisero con il Concilio Vaticano II di abolire il latino e di cambiare radicalmente tutta la liturgia. Ma non è vero. Era una nuova apertura al mondo e una renovatio, il così conciliare “rinnovamento”, continua la vulgata. Il latino tuttavia è rimasto, sui toni anch’essi aboliti si direbbe del canto gregoriano, in un angolino del cuore di una parte dei vecchi fedeli, o semplici estimatori, anche giovanissimi, per l’estetica forse, o anche per altro. Accade, si passi il paragone non blasfemo, un po’ come con il revival dei dischi di vinile o delle macchine fotografiche analogiche, cioè a pellicola, perché vinile e pellicola hanno dimostrato di avere qualcosa che è bene non del tutto perdere.

«MAGIA, ESTETICA E LA MINIMA PERCEZIONE DELL’ALTROVE»

Lo notava tra gli altri di recente, su La Repubblica, Paolo Rumiz, in un lungo articolo sul ritorno del gregoriano ovviamente in latino e il gusto di questi canti da parte di vari gruppi giovanili. Non una nostalgia da anziani quindi, visto che la fine ufficiale di quel mondo fu nel novembre del 1969, per sofferto decreto papale di Paolo VI e a quella data molti di quanti amano oggi intonare un Credo in unum Deum o un Veni Creator Spiritus in gregoriano non erano neppure nati. Eppure, osserva Rumiz, trovano significati profondi in una liturgia che la Chiesa ufficiale ha da decenni di fatto e in parte anche de iure abolito, e che molti preti guardano con fastidio.

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Questi giovani sono contro papa Bergoglio, che certamente è molto più per le lingue parlate dal pueblo che per il latino? No, dice Rumiz, per nulla, li muove «solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di aver un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove».

L’EQUIVOCO SULLA SACROSANTUM CONCILIUM

Sul punto centrale della liturgia, centrale perché i riti sono mezza religione e come si prega si crede e come si crede si prega, anche chi non sa nulla di teologia o diritto canonico o altro può dire qualcosa. Prima di tutto si può dire che in campo liturgico il Concilio ha compiuto con la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium che occupò nel 1962-63 tutta la prima parte dei lavori un’opera vasta come in nessun altro campo fu fatto dalla successive sessioni, concluse nel dicembre del ’65. Secondo, che la Costituzione non abolì affatto il latino, anzi dice che rimane la lingua franca del cattolicesimo e va salvaguardato e onorato, pur dando più spazio, molto più spazio, alle lingue parlate. Forse avrebbero dovuto indicare esempi applicativi di come questo doveva avvenire, dicendo subito per esempio che cosa doveva restare, della messa, in latino.

In Italia va a messa solo il 20% dei cattolici, a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove

LERCARO E GLI ABOLIZIONISTI

La Costituzione non lo fa e fu un errore, ma non lo fece perché i circa 2.400 vescovi erano già ben divisi in tre campi: quelli che volevano abolire il latino ma non potevano dirlo; quelli, pochi e disorientati, che non volevano nei riti le lingue moderne se non marginalmente e non potevano dirlo; e quanti volevano cambiare molto, dopotutto di rinnovamento liturgico si stava con insistenza parlando dalla fine dell’800 come minimo, ma senza distruggere del tutto una identità culturale che comunque il latino ecclesiastico rappresenta. Questi ultimi non riuscirono a imporsi, anche se lo stesso Paolo VI era di questo sentire. I più forti furono gli “abolizionisti” e anche gli italiani svolsero un grosso ruolo, guidati dal cardinale Giacomo Lercaro, genovese, arcivescovo di Bologna e deciso assertore del principio che l’uso della lingua nazionale avrebbe riportato i fedeli in chiesa. cruciale, a fianco di Lercaro, il ruolo di Don Giuseppe Dossetti, l’ex politico democristiano diventato prete e convinto come vari altri presbiteri e non, fra i più celebri David Maria Turoldo, che l’abolizione dei riti tradizionali fosse la forma migliore di testimonianza del rinnovamento ecclesiastico, insieme a una ritrovata povertà della Chiesa.

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Quindi la Sacrosantum Concilium fu in realtà rivoltata come un calzino, e nel post-Concilio il principale artefice di questo fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, alla fine allontanato da papa Montini dall’incarico di rinnovatore della liturgia ed esiliato alla rappresentanza vaticana a Teheran. Ma ormai i giochi erano fatti. Perché questo voleva in molti Paesi la maggioranza, o una combattiva minoranza, del clero. Parliamo solo italiano o solo tedesco e così via, e i fedeli torneranno. Non è andata così. Un recente studio commissionato all’Università di Friburgo dai vescovi cattolici tedeschi e dalle maggiori confessioni protestanti della Germania dice, proiettando le tendenze attuali, che nel 2060 i 45 milioni di credenti (in Germania si dichiara al fisco la religione, o la non religione, e si paga eventualmente una sostanziosa tassa a favore della propria chiesa) saranno ridotti a poco più di 22 milioni.

GLI AGGIORNAMENTI DEL PADRE NOSTRO E DEL GLORIA

In Italia, roccaforte una volta della partecipazione alla messa festiva, ormai va più o meno regolarmente a messa solo il 20% dei cattolici, forse meno, e a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono eccessivo della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove. «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale», dice la Sacrosantum Concilium. Parole. Da decenni in molte chiese non vengono più intonati se non per sbaglio inni latini famosi e bellissimi, ce n’è una dozzina almeno fra i più noti, e il tentativo di adattare testi italiani ai vocalizzi gregoriani, fatti per una lingua più concisa, spesso cade nel ridicolo. E il tutto continua.

Le nuove traduzioni del Padre Nostro e del Gloria sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

I vescovi italiani hanno ora concordato due cambiamenti, uno nel Padre Nostro e uno nel Gloria, che sono due perle della cultura dell’”aggiornamento“. La formula «…e non ci indurre in tentazione…» diventa «e non abbandonarci alla tentazione», mentre nel Gloria in Excelsis «…e pace in terra agli uomini di buona volontà», espressione che è ai vertici dell’ecumenismo, diventa «…e pace in terra agli uomini amati dal Signore». Questo apre il capitolo su chi sono gli uomini amati dal Signore, perché le parole sono macigni in una religione che, come tutte quelle strutturate, cammina sulle parole e sui concetti che queste iscrivono. Le nuove traduzioni sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

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BOUYER E LA “DECOMPOSIZIONE” DEL CATTOLICESIMO

Qualcuno aveva visto tutto dall’inizio. «Una volta di più occorre dire qui le cose come stanno», scriveva nel 1968, mezzo secolo fa, il francese Louis Bouyer, ex pastore luterano diventato a 30 anni prete cattolico, teologo di rango, liturgista, docente in Europa e negli Usa, perito al Concilio dove arrivò da progressista e riformatore liturgico e uscì perplesso, amico di Paolo VI che lo avrebbe voluto cardinale, ma lui rifiutò. «Non c’è praticamente più una liturgia degna di questo nome, al momento, nella Chiesa cattolica. La liturgia di ieri non era molto di più di un cadavere imbalsamato. Quella che oggi si chiama liturgia non è molto di più di un cadavere decomposto». Bouyer lo scriveva nel 1968 in un pamphlet che gli inimicò mezzo episcopato francese, e per questo rifiutò il cardinalato. «Sarebbe una nomina troppo controversa», disse in sostanza a Paolo VI. Il libretto si intitolava La décomposition du catholicisme.

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Il papa ridisegna il rapporto fra la Chiesa e la città eterna

Nel suo messaggio per le elebrazioni dei 150 anni di Roma capitale Francesco benedice la fine del potere temporale della Chiesa e sottolinea come l'Urbe debba rispondere a una domanda di inclusione che viene da poveri, rifugiati e immigrati. Ma il discorso sul patrimonio immobiliare del Vaticano resta inevaso.

Una città cosmopolita, aperta al mondo, all’accoglienza, all’incontro con l’altro, alla fraternità: osservata in una simile prospettiva e non solo in quella di una quotidianità problematica, Roma rappresenta «una grande risorsa dell’umanità». È questa, del resto, la capitale d’Italia disegnata e immaginata da papa Francesco nel suo messaggio per l’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma capitale. Bergoglio ha tracciato un quadro preciso del rapporto fra la sede di Pietro e la città in epoca moderna partendo dalle parole con cui il cardinale Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, definì un atto provvidenziale e non un crollo come parve in un primo momento, la caduta della città e la fine dello Stato pontificio; da allora – ha aggiunto il pontefice – iniziò una nuova storia.

Se dunque la fine del potere temporale è stata riconosciuta, una volta di più, come un evento benefico per la Chiesa e per l’Italia, Francesco ha poi tracciato in modo originale il contributo dato dalla presenza cristiana nella Capitale in questi 150 anni. Il pontefice ha indicato alcuni momenti salienti di questa relazione a cominciare dai nove mesi di occupazione nazista della città fra il 1943 e il ’44; in tale contesto ha ricordato la Shoah vissuta a Roma e l’asilo offerto dalla Chiesa a moltissimi perseguitati.

Da quell’esperienza – ha affermato il papa – scaturisce la lezione «dell’imperitura fraternità» fra la Chiesa cattolica e la comunità ebraica, un legame riaffermato, ha scritto Bergoglio, dalla visita da lui stesso compiuta alla sinagoga della Capitale nel gennaio del 2016. Quindi il Vescovo di Roma ha rievocato la stagione del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città ospitò uno straordinario evento ecclesiale segnato dall’universalità, dall’ecumenismo, dall’apertura ai temi del dialogo interreligioso e della pace.

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FRANCESCO RIEVOCA IL CONVEGNO SUI MALI DI ROMA DEL 1974

Francesco ha successivamente messo in luce un terzo passaggio chiave: il convegno sui “mali di Roma” del 1974 voluto dall’allora vicario Ugo Poletti. Fu quello un momento decisivo nella vicenda politica e sociale della città: le periferie diventarono protagoniste, la loro voce fu ascoltata, emerse pubblicamente il quadro di un disagio sociale diffuso, la Chiesa – una parte di essa – rivolse la propria attenzione ai poveri. Per altro è il periodo in cui emerge la figura importante di don Luigi Di Liegro, uno dei protagonisti di quella stagione, fondatore della Caritas diocesana, promotore di centri di assistenza, mense, ostelli per i poveri e gli emarginati che tuttora restano innestati nel tessuto cittadino.

Da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra nella Capitale

Ancora, in quegli anni, prese forma un cattolicesimo sociale alternativo a una Democrazia cristiana capitolina, con agganci Oltretevere, legata soprattutto al partito dei costruttori, i famosi palazzinari romani, a gruppi d’interesse speculativo che lucravano su una crescita edilizia selvaggia, vorace, priva di regole. Non a caso anche da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra a Roma con i sindaci comunisti Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli.

Papa Francesco con la sindaca di Roma Virginia Raggi (foto Cecilia Fabiano – LaPresse).

La Roma di oggi, ha spiegato il pontefice, deve rispondere a una domanda di inclusione che viene dai poveri, dai rifugiati e dagli immigrati che non di rado «vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza». Apertura al mondo e inclusione sono dunque, per papa Francesco, le due direttrici spirituali e civili lungo le quali si può costruire la Roma del futuro, e la Chiesa in tal senso può dare il suo contributo, anche con i Giubilei; Bergoglio ha ricordato che il prossimo – «non lontano» – è quello previsto per il 2025.

RIMANE INEVASO IL TEMA DEGLI IMMOBILI VATICANI

Il messaggio del papa per i 150 anni di Roma Capitale non era insomma intriso di retorica concordataria e di astratte formule sulla reciproca collaborazione fra Chiesa e Stato, anzi, la relazione fra la Chiesa e la città eterna è stata delineata in termini reali e facendo una scelta precisa – apertura, dialogo, inclusione periferie – come nell’abitudine del papa argentino. Forse inevaso, in questa visione, rimane un altro aspetto del ruolo ricoperto della Chiesa nella città eterna: quello relativo all’immenso patrimonio immobiliare collegato a innumerevoli congregazioni religiose e enti ecclesiali di vario tipo (Vaticano compreso).

Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione

Non è solo una questione di pagamento dell’Imu per le attività commerciali svolte più o meno fittiziamente in edifici definiti come religiosi, la quesitone è più ampia. Il tema riguarda l’impatto edilizio, abitativo, paesaggistico, culturale, urbanistico che questa presenza ha sulla città. Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione. Troppo spesso mura e portoni invalicabili separano la città cristiana da quella laica, sotto questo profilo molto resta da fare.

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Perché Georg Gaenswein è stato congedato dal Vaticano

Il fedelissimo di Ratzinger è in caduta libera. Vicino alla curia tradizionalista e agli oppositori di Bergoglio, a pesare sul suo allontanamento da ogni incarico è stato lo scandalo nato attorno al libro del cardinale Robert Sarah contenente un contributo di Benedetto XVI. Ora Oltretevere non lo vuole più nessuno.

Congedato a mezzo stampa, per di più tedesca, quella del suo Paese e del papa emerito.

È quanto è accaduto a monsignor Georg Gaenswein, il segretario particolare di Joseph Ratzinger, nonché prefetto della Casa pontificia. A dare notizia del suo allontanamento da ogni incarico, infatti, è stato tra gli altri il Tagespost, secondo il quale «papa Francesco ha congedato il prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo Georg Gaenswein, a tempo indeterminato. Il segretario privato del papa emerito rimane a capo della prefettura, l’ufficio vaticano responsabile delle udienze pubbliche del papa, ma è esonerato per poter dedicare più tempo a Benedetto XVI». Dal Vaticano per ora non è arrivata nessuna conferma ufficiale alla notizia, ma che la stella del monsignore non brilli più Oltretevere è una voce che sta girando con insistenza già da diversi giorni.

Va detto che l’incarico di prefetto della Casa pontificia è stato fortemente depotenziato da papa Francesco il quale gestisce con grande libertà la propria agenda, mentre in precedenza era una figura chiave fra quelle che gestivano l’accesso diretto al pontefice, anche perché per dovere di ufficio si trovava spesso a fianco al papa. Per tali ragioni monsignor Georg era fra i pochi in Curia a essere in contatto diretto sia con Bergoglio che con Ratzinger, un privilegio che il papa argentino gli aveva concesso anche per non fare uno sgarbo al suo predecessore.

POCO AMATO DAI VESCOVI TEDESCHI, VICINO AI TRADIZIONALISTI

Gaenswein si era quindi fatto strada in Vaticano anche grazie a questo doppio ruolo che gli consentiva d fare l’equilibrista nella Curia romana. Tuttavia, con quell’aspetto da attore hollywoodiano di una certa età, il ‘bel Georg’ è spesso stato sospettato di essere una sorta di Rasputin in tonaca, essendo il principale interlocutore per chi avesse voluto avvicinare l’ex pontefice; grande frequentatore dei salotti della nobiltà nera romana, Georg è sempre stato vicino a posizioni e circoli tradizionalisti, finanche quelli in odore di lefebvrismo, non di rado entrati in urto proprio con Bergoglio. Al contrario si dice che i vescovi tedeschi, in cui è presente una forte anima liberal, non lo amassero troppo al punto da rimanere come minimo freddi all’ipotesi che Gaenswein andasse a occupare la guida di qualche diocesi in Germania.

Gaenswein è stato più volte accusato di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco

Anche perché in questi anni in cui il papa emerito ha abitato in Vaticano nella residenza-monastero Mater Ecclesiae, il suo segretario è stato più volte accusato, più o meno esplicitamente, di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco; in particolare monsignor Georg avrebbe aiutato quanti volevano utilizzare le parole o gli scritti di Joseph Ratzinger contro Bergoglio su diversi temi caldi: dalla pedofila nella Chiesa al celibato sacerdotale. Immaginare un Ratzinger manovrato e del tutto privo di volontà tuttavia sembra anch’essa una esagerazione, probabilmente la verità sta nel mezzo: ci sono state strumentalizzazioni e c’era però anche la volontà del papa emerito di dire la propria.  

LO SCANDALO DEL LIBRO DI SARAH CONFIRAMENTO DA RATZINGER

In ogni caso, da ultimo, lo scandalo è scoppiato con la recentissima pubblicazione del libro del cardinale Robert Sarah – contenente un contributo di Ratzinger – (titolo: Dal profondo del nostro cuore) in difesa proprio del celibato e per contrastare una presunta apertura su questo tema che poteva essere compresa nell’atteso documento post sinodo amazzonico di papa Francesco. Il sinodo chiedeva, per far fronte alla drammatica carenza di preti nell’immensa regione amazzonica, di ordinare sacerdoti dei diaconi sposati, preferibilmente membri delle comunità locali indigene. Per Sarah e altri ultraconservatori l’eccezione rappresentava il cavallo di Troia per cambiare la norma sul celibato.

Papa Francesco e monsignor Georg Gaenswein.

Sta di fatto che il volume era stato annunciato come un libro a doppia firma Sarah-Benedetto XVI, il che costituiva quasi una presa di distanza pubblica, per di più preventiva, dell’emerito dal papa argentino e un’adesione, di fatto, alla linea di opposizione al pontificato più intransigente. Lo stesso Georg era costretto a un goffo intervento riparatore per spiegare che in realtà Joseph Ratzinger non aveva scritto nessun libro in comune con il cardinale e invitava l’editore a ritirare la doppia firma dal volume. Il cardinale Sarah, da parte sua, replicava pubblicando lo scambio di missive con l’ex pontefice che almeno in parte confermavano gli accordi presi prima della pubblicazione e smentivano la versione di monsignor Gaenswein.

SFIORATO ANCHE DALLO SCANDALO VATILEAKSS

Un pasticcio coi fiocchi, l’ultimo di una serie, dal quale anche la figura del papa emerito usciva un po’ ammaccata. D’altro canto, il più accanito nemico di papa Francesco, l’ex nunzio Carlo Maria Viganò, proprio in ragione del caos suscitato dal libro a doppia firma, aveva accusato Georg di aver isolato Ratzinger e di parlare in vece sua. Evidentemente l’ultimo passo falso veniva giudicato un errore anche dai settori più estremi dell’opposizione a Bergoglio.

Molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente

Va infine ricordato come monsignor Gaenswein sia stato sfiorato pure dal primo caso Vatileaks; molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente, come emerse dallo stesso processo; insomma il bel Georg non è del tutto nuovo a scivoloni simili.  Resta il quesito: Gaenswein ha infine imboccato il viale del tramonto? Si vedrà, anche perché il monsignore fino a ora è sempre riuscito a cavarsela, anche se stavolta cadere restando in piedi sarà veramente dura.

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Quale è la situazione delle suore nella Chiesa cattolica

Crisi di vocazioni, abbandoni dell'abito religioso in aumento e violenze all'interno dei conventi. Da anni la comunità femminile cattolica vive in uno stato di lento declino. Ma il Vaticano sembra non occuparsene. E, complici le resistenze dei conservatori, anche Francesco finora ha fatto poco.

Le religiose rappresentano ancora oggi, nonostante il calo sempre più netto delle vocazioni e il numero crescente di abbandoni dell’abito religioso, la maggior parte delle ‘truppe’ di cui dispone la Chiesa cattolica nel mondo. E tuttavia il declino va avanti da molti anni senza che vi siano segnali di una sostanziale inversione di tendenza. Il fenomeno ha ormai delle caratteristiche statisticamente abbastanza stabili: cala a vista d’occhio il numero delle suore in Europa, Oceania e America dove i conventi si vanno svuotando, cresce impetuosamente il numero di vocazioni in Asia e Africa, ma questa ondata, pure significativa, non è sufficiente a invertire la rotta.

Per altro, nello stesso mondo missionario c’è chi solleva qualche dubbio su vocazioni religiose che, in alcuni casi in particolare nei Paesi poveri, potrebbero essere dovute più a fattori concreti – la ricerca di stabilità e sicurezza, di un ambiente protetto, il desiderio di uscire da una condizione di povertà – che da una reale scelta di vita sentita fino in fondo. Sta di fatto che dal 2010 al 2017, secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal Vaticano, il numero di suore è calato globalmente di circa li 10%. Si consideri che oggi le religiose sono circa 648 mila, i sacerdoti 414 mila.

In ambito femminile, i dati indicano un calo di circa 10 mila religiose ogni anno nei tempi più recenti; nel 2017 l’andamento numerico nel dettaglio era il seguente: si registrava una crescita, come ormai avviene da tempo, in Africa (+1.489) e in Asia (+1.118), mentre in America (-4.893), Europa (-7.960) e Oceania (-289) si confermava un andamento fortemente negativo. Tuttavia emergeva anche un mutamento interessante: la componente delle religiose in Africa e in Asia sul totale mondiale passava dal 32,1% al 38,1%, a discapito dell’Europa e dell’America la cui incidenza si riduceva nell’insieme dal 66,7% al 60,8%. Dunque la crisi sta portando con sé anche un riequilibrio a favore delle chiese del Sud del mondo.

QUANDO A STUPRARE È LA MADRE SUPERIORA

È in questo contesto, dal quale emerge per altro un calo sensibile della vita religiosa anche maschile con dinamiche geografiche simili a quella femminile, che il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz – capo della Congregazione vaticana per gli istituti di vita religiosa – è intervenuto di recente per sottolineare alcune questioni. In un’intervista al mensile femminile dell’Osservatore romano, Donne chiesa mondo, ha confermato una volta di più l’esistenza del fenomeno degli abusi sessuali e di potere da parte di sacerdoti sulle suore, e ha messo in luce anche un altro aspetto del fenomeno: quello degli abusi di religiose nei confronti di altre consorelle (per esempio fra la formatrice e la sua allieva).

Il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità

Si tratta traumi anche gravi, innescano abbandoni, sono la spia di un quadro generale formativo e gerarchico a dir poco problematico. Allo stesso tempo va ricordato come proprio su questi temi si stia impegnando l’Uisg, l’Unione superiore generali, che sta cercando di affrontare apertamente e con un certo coraggio i cambiamenti e la crisi della vita religiosa femminile. Da parte sua, il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità e non vivano in una perenne condizione di subalternità nei confronti degli uomini.

Suore al lavoro (foto Matteo Bovo/Lapresse).

QUEI CONVENTI IN EUROPA PIENI DI SOLDI MA SENZA RELIGIOSE

C’è poi una questione relativa al denaro. Vi sono realtà, in Europa e anche in Italia, in cui poche religiose rimangono proprietarie di patrimoni immensi frutto della lunga storia degli istituti un tempo ricchi di vocazioni e donazioni e oggi in declino. In questo caso il rischio, come ha detto il papa, è che una congregazione sempre più piccola si attacchi ai soldi, ma quei beni, ha osservato il cardinale , non appartengono a quella congregazione o alle singole religiose, «sono della Chiesa». Resta vero, allo stesso tempo il fatto che molte religiose in Asia, Africa e America Latina, in condizioni spesso estreme, reggono ospedali, scuole, centri di assistenza, orfanotrofi, ambulatori si battono contro la tratta, affrontano l’urto di conflitti e crisi economiche; nei Paesi sviluppati mandano avanti parrocchie, insegnano nelle università, aiutano le persone più emarginate e povere. Si tratta di impegni e attività che condividono con numerose laiche in ogni angolo del mondo.

Papa Francesco in Polonia con le suore della Presentazione (foto Osservatore Romano/LaPresse).

L’OFFENSIVA DEI CONSERVATORI CONTRO LE RIFORME DI FRANCESCO

Tuttavia anche con papa Francesco i segnali di cambiamento sotto questo profilo sono ancora pochi. Sull’istituzione delle donne diacono – laici che possono svolgere alcune funzioni del sacerdote, ma hanno una funzione propria – nessuna novità dalla Santa Sede a parte una commissione che dovrà portare a termine chissà quando i suoi lavori per suggerire a Bergoglio una soluzione; in ogni caso pure in questo caso le critiche preventive degli ultraconservatori al pontefice sono state insistenti, «vuole fare le donne prete» è stato l’allarme lanciato dai settori conservatori, ma la realtà è ben diversa. Per ora non c’è traccia neanche di diritto di voto per le religiose che partecipano al sinodo, nonostante le pressanti richieste arrivate in tal senso dalle congregazioni femminili. Si registra però un aumento delle donne che prendono parte ai vari sinodi, quello sull’Amazzonia (ottobre 2019) ha fatto registrare un record: 35 le delegate presenti (ma in totale i partecipanti erano oltre 250).

Un segno che va nella giusta direzione è la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato, Francesca Di Giovanni

In quanto a ruoli di responsabilità qualcosa comincia a muoversi, anche se lentamente. È comunque un segno che va nella giusta direzione la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato. Lo scorso 15 gennaio, infatti, il papa ha chiamato Francesca Di Giovanni, una lunga carriera diplomatica Oltretevere alle spalle, a ricoprire l’incarico di sottosegretario per i rapporti con gli Stati, seguirà il settore del multilaterale (cioè i rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale compresa la rete dei trattati multilaterali), un incarico particolarmente significativo proprio per il tipo di azione che svolge la Santa Sede sul piano internazionale. Novità di rilievo potrebbero arrivare dall’esortazione post-sinodale sull’Amazzonia, l’atteso documento del papa che toccherà diversi punti delicati. Ma il tempo stringe perché lo scisma silenzioso delle donne dalla Chiesa cattolica prosegue e sta per diventare un‘emorragia inarrestabile.

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Così la Cei è scomparsa dalla politica italiana

POTERE TEMPORALE. Dopo decenni di pressioni su governi e parlamenti, la conferenza episcopale si è eclissata. Un ritorno alla normalità e alla divisione tra Stato e Chiesa. Che però è anche sintomo di incapacità a misurarsi con i mutamenti sociali come richiesto da Francesco. E di mancanza, tranne rare eccezioni, di leadership forti.

C’è un grande assente dalla vita politica italiana degli ultimi anni: la conferenza episcopale.

E se ogni tanto, magari stimolato dai giornalisti, il Segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo è costretto a prendere le distanze dall’ennesima uscita anti-immigrati di Matteo Salvini (da ultimo la citofonata con l’accusa di spaccio rivolta a un giovane tunisino a Bologna, criticata dal numero due della Cei), il quadro generale però non cambia.

E in fondo si tratta di un ritorno alla normalità, a una sana divisione fra sfera civile e religiosa, per un Paese in cui ogni ‘sospiro’ della Chiesa, fino a non molti anni fa, era in grado di influenzare il dibattito pubblico in modo esponenziale, neanche si trattasse di un partito politico a tutti gli effetti.

D’altro canto la parola dei vescovi aveva il suo peso non solo sui temi bioetici, dalle unioni civili al testamento biologico, ma anche su questioni più generali come le riforme istituzionali, la stabilità dei governi, le leggi di bilancio.

UNA PRESSIONE PERMANENTE IN STILE LOBBISTICO

Quella della Cei era in realtà una sorta di pressione permanente su esecutivo e parlamento esercitata in stile lobbistico, per altro ben visibile nelle sue manifestazioni più evidenti facendo leva su un forte rilancio mediatico. Così facendo la Cei è riuscita per altro a mantenere intatti o quasi molti dei privilegi e delle prerogative di cui godeva la Chiesa nelle sue molteplici ramificazioni.

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Se però in diverse occasioni i vescovi, nella stagione interventista, l’hanno spuntata – grazie a sapienti tessiture politiche prevalentemente nel centrodestra ma non solo – su alcuni aspetti non sono riusciti ad avere la meglio.

I NODI DELLA SANITÀ E DELL’IMU

La Cei si è per esempio garantita la sopravvivenza dei finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche sempre a rischio di essere tagliati al momento della legge di bilancio. Più delicata la situazione delle strutture sanitarie legate in vario modo alla Chiesa. Il forte indebitamento di diverse Regioni con conseguente rischio di crac finanziario ha indotto alcuni governatori ad adottare politiche di tagli e austerità che hanno posto un freno agli sprechi, alle gestioni clientelari, ai buchi di bilancio in particolare nella sfera sanitaria, divoratrice di risorse pubbliche. Del resto, di convenzioni gonfiate e gestioni opache godevano pure tanti ospedali cattolici, anche con una buona fama dal punto di vista della qualità del servizio. Basti ricordare che uno degli scandali più noti e gravi ha visto il coinvolgimento dell’Idi di Roma, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata, al centro di ruberie e indagini giudiziarie, tanto da costringere a intervenire lo stesso Vaticano per porre rimedio a una situazione tuttora difficile.

L’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano

Allo stesso tempo la Cei ha cercato di resistere in ogni modo al pagamento dell’Imu da parte delle strutture di accoglienza cattoliche, appartenenti a congregazioni religiose, che esercitavano in modo prevalente o esclusivo attività commerciale; funzionavano insomma come degli alberghi. In quest’ambito se la situazione ha visto un principio di regolarizzazione, moltissimo resta da fare per enti locali e governo.  

VESCOVI E FRANCESCO SEPARATI IN CASA

L’ambito economico non è tutto, certo, e per altro i problemi in questo settore sono anche altri – si pensi alla scarsa trasparenza dei bilanci delle diocesi, nonostante gli annunci di volerli rendere pubblici – in ogni caso l’azione della Cei ha avuto un certo successo in passato nell’evitare colpi troppo duri da parte dei vari governi che si sono succeduti ai propri bilanci. È un fatto, d’altro canto, che negli ultimi anni i vescovi abbiano aderito con poco entusiasmo al magistero di Francesco (come pure abbiamo raccontato su Lettera43.it), almeno così ha fatto una parte consistente di loro. Di certo battersi per poveri e immigrati nel segno del Vangelo è assai più oneroso che scagliarsi contro le unioni civili omosessuali agitando il fantasma del declino dell’Occidente e della famiglia tradizionale. 

ALLA CHIESA ITALIANA MANCANO LEADERSHIP AUTOREVOLI

Va detto che l’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, è distante dalle crociate ideologiche di un tempo, tuttavia si è rifiutato di aprire un percorso sinodale per rinnovare la Chiesa italiana, il suo modo di essere, la sua capacità di stare in mezzo alla società, come richiesto dal papa. Bassetti assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano espressione di un modello di Chiesa e di fede ormai incapace di mettersi alla prova misurandosi con i mutamenti sociali in modo attivo secondo quanto richiedeva Francesco. Sembra al contrario prevalere la rassegnazione di fronte a una stagione in cui la fede non ha più il primato nel corpo vivo del Paese.

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La frattura apertasi fra episcopato e Santa Sede, in tal senso, sta portando alla luce i limiti di una Chiesa italiana carente di leadership forti e autorevoli, sia ecclesiali sia laiche – con qualche eccezione significativa come quella dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, fra i pochi a far sentire la sua voce, schieratosi a pochi giorni dal voto in Emilia Romagna contro i populismi e i sovranismi – capaci di reindirizzare un discorso spirituale e culturale alla luce di un pontificato riformatore e di una realtà in tumultuosa trasformazione.

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Perché l’addio di Ratzinger mina ancora il futuro della Chiesa

Le dimissioni di Benedetto XVI restano una ferita aperta nella Chiesa. Il rischio è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’ e che questa venga usata dai nemici di Francesco per indebolirne il potere. E in Vaticano si comincia a pensare di normare il ruolo del papa emerito.

Due papi in Vaticano – uno in carica e l’altro ‘ex’ – non sono uno scandalo, un intralcio rispetto a una presunta normalità, ma una realtà della storia con la quale bisogna imparare a fare i conti. Non può che partire da questa considerazione preliminare ogni valutazione sull’ennesimo ‘incidente’ comunicativo, diciamo così, che ha caratterizzato questi anni di inedita coabitazione Bergoglio-Ratzinger.

Il rischio o il desiderio, a seconda dei punti di vista (fra chi cioè sostiene il pontificato di Francesco e quanti lo detestano) è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’; l’ex papa tenderebbe insomma a dire ancora la sua mettendo di fatto in discussione il magistero del vescovo di Roma.

Ma è davvero così? Siamo in una situazione medioevale con due pretendenti al Soglio pontificio? Sembrerebbe di no. E la ragione è semplice: all’origine di tutto questo sconquasso, delle varie fibrillazioni, c’è un fatto irrimediabile che tende a cambiare in senso radicale la storia della Chiesa, ovvero le dimissioni, queste sì inaudite, di Benedetto XVI.  

LE DIMISSIONI DI RATZINGER, UNA FERITA MAI SANATA NELLA CHIESA

Ratzinger ha compiuto un atto drammatico di desacralizzazione della figura del papa, di ‘riduzione’ all’umano del ‘sovrano’, che non è stata metabolizzata, forse anche psicologicamente, in primo luogo dai suoi sostenitori i quali – ed è fra gli altri anche il caso anche dell’ultraconservatore cardinale Robert Sarah – si aggrappano alla veste bianca di questo anziano papa emerito per dare peso specifico, spessore teologico, a un tradizionalismo, a una visione fondamentalista del cattolicesimo e assolutista del potere pontifico, che è andata gambe all’aria in primo luogo proprio grazie al ‘gran rifiuto’ di Ratzinger.

Il papa emerito Benedetto XVI.

È quel big-bang delle dimissioni che permette l’elezione di Francesco – certo non voluta o prevista da molti – in un conclave dove non c’era una maggioranza progressista o liberal ma si era fatta strada trasversalmente l’idea che la Chiesa, e il Vaticano in modo specifico, si trovavano sull’orlo di una crisi irreversibile e che bisognava cambiare tutto o quasi. C’è da chiedersi se è anche per tale ragione che i cardinali si volsero alla Compagnia di Gesù, cioè all’ordine religioso che mai aveva eletto un papa ma restava di gran lunga una delle strutture più solide e insieme duttile della Chiesa universale, capace ancora di parlare con diversi mondi, di costruire ponti, appunto, dopo l’epoca dei muri dottrinali e ideologici. Saranno gli storici a stabilirlo, a noi restano considerazioni più semplici.

IL PRIMO COLLABORATORE DI BENEDETTO XVI ERA IL CARDINAL BERTONE

È strano, per esempio, come nella mitizzazione odierna di Ratzinger da parte dei suoi supporter più accaniti sparisca del tutto la figura di quello che fu il suo primo e fedele collaboratore, cioè il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che pure diversi esponenti conservatori dell’ala ratzingeriana criticavano ferocemente chiedendo invano a Benedetto XVI di sostituirlo; Ratzinger invece su questo punto non cedette mai.

La crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali

Tuttavia, per comprendere la gravità della situazione nella quale si trovava la Chiesa al momento delle dimissioni, basti ricordare un solo fatto fra i tanti: Benedetto, a dimissioni annunciate in latino l’11 febbraio del 2013 ma non ancora effettive, nei giorni in cui si trovò in una sorta di limbo istituzionale, libero da ogni condizionamento, nominò finalmente il presidente dello Ior, la banca vaticana (scelse Ernst Von Freyberg, un suo connazionale forse non casualmente).

Il cardinale Tarcisio Bertone (foto Foto di Riccardo Squillantini / La Presse).

La carica era rimasta vacante dal maggio del 2012 in seguito alle rumorose dimissioni – tema ricorrente a quanto pare – di Ettore Gotti Tedeschi, banchiere dell’Opus Dei, oggi acerrimo contestatore del papa argentino, entrato però all’epoca in rotta di collisione con il board dell’istituito e con il cardinale Bertone che pure lo aveva voluto. Non c’è bisogno qui di ricordare tutte le complessi vicende finanziarie vaticane, basti però tenere presente che la crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali.

LA SCELTA DEL PAPA TEDESCO SI DISTACCA DA QUELLA DI WOJTYLA

Benedetto XVI dunque rinunciò al papato per varie ragioni: limiti evidenti e crescenti nell’azione di governo, una scarsa attitudine politica, il susseguirsi drammatico di scandali e lotte intestine alla Curia che stavano consumando la Chiesa. Eppure anche l’aspetto personale ha avuto il suo peso: l’enormità del compito rispetto alle ormai sempre più ridotte forze fisiche ha giocato certamente un ruolo importante. È qui che Benedetto XVI si distacca definitivamente dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, il quale rimase in carica oltre ogni ragionevole sopportazione, fino alla fine.

Per Ratzinger la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re dedito fino in fondo alla causa

Un sacrificio eroico? Questo è un punto delicato e centrale. Col suo gesto Ratzinger di fatto mette in dubbio quella scelta, prende un’altra strada: la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re per quanto dedito fino in fondo alla causa. Ci si può legittimamente domandare se in tale prospettiva non abbia lavorato in Benedetto XVI la propria appartenenza al mondo tedesco, a quel rapporto biografico e esistenziale ravvicinato con l’arcipelago protestante che, pure distante e contrario per molti versi dall’impostazione ratzingeriana, può comunque aver influito sul papa emerito restituendogli un’idea di complessità del cristianesimo che sembrava sparire nel dogmatismo ideologico e teologico.

LA POSIZIONE DI PAPA EMERITO ANCORA DA “REGOLARIZZARE”

Ma allora perché scrive libri, o scrive degli appunti, dei capitoli, perché non tace? Perché apre continui fronti che mettono in discussione l’operato del suo successore? Sono le obiezioni in molti. Per indole, per vocazione a fare il teologo più che il papa, per ripicca, perché, come si dice a Roma, non ci vuole stare (per carattere insomma), perché, in definitiva, anche Benedetto XVI non può che essere una figura umana e storica irrisolta, contraddittoria, che fatica a convivere con i suoi vari passati tutti così ingombranti. Da parte dei sostenitori di papa Francesco si chiede di normare, istituzionalizzare, il ruolo del papa emerito (in tal modo si chiede in realtà di limitare e ‘recintare’ la sua posizione); vedremo cosa deciderà Francesco, ma non è detto che questa sia la strada più corretta.

Da sinistra, Georg Gaenswein e Joseph Ratzinger.

Forse da normare sarebbe, sia detto per paradosso, la figura del segretario personale del papa emerito e non emerito. Già quando Wojtyla era gravemente malato e ancora in carica il suo fedele segretario personale, mons. Stanislaw Dziwisz divenne di fatto uno dei pochissimi interpreti delle volontà del pontefice, e per questo era uomo potentissimo all’interno della Curia. Benedetto XVI, che lo conosceva bene, poco dopo essere stato eletto lo spedì prontamente a fare l’arcivescovo di Cracovia; un riconoscimento certo, ma ben lontano da Roma.

Ratzinger ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi

Don Georg è oggi uno dei pochissimi in grado di comunicare le volontà di Ratzinger al mondo: è lui, per esempio, che annuncia il ritiro della firma del papa emerito dal libro in difesa del celibato sacerdotale del cardinale Sarah; è lui, spesso, a fare da mediatore fra Ratzinger e il mondo. D’altro canto monsignor Gaenswein è persona di cui indubbiamente Benedetto si fida. Ratzinger inoltre ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi (e qui, fra l‘altro, si chiede di stabilire norme che ‘correggano’ l’attuale situazione). Vedremo, se ci saranno, come si regoleranno i futuri papi emeriti su queste e su altre questioni, resta però la sensazione che in questi anni sia stata scritta fino ad ora solo la prima pagina di una nuova storia.  

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Chi è Robert Sarah, il cardinale “nemico” di papa Francesco

Tradizionalista vicino alle idee di Benedetto XVI. Per i detrattori reazionario. Duramente anti-gender e critico nei confronti dell'immigrazione. Chi è il porporato autore del libro "Des Profondeurs de nos coeurs" scritto con la collaborazione di Ratzinger finito al centro di un vero e proprio giallo.

Il giallo su Des Profondeurs de nos coeurs scritto dal cardinale Robert Sarah e Joseph Ratzinger si allarga.

Mentre attraverso il suo segretario particolare Georg Gänswein Benedetto XVI ha chiesto di derubricare il suo apporto al volume come un semplice contributo, dall’altro il cardinale insiste e pubblica su Twitter le lettere del papa emerito che dimostrano come fosse totalmente a conoscenza del progetto editoriale.

IL PRIMO CARDINALE GUINEANO

E dire che non è la prima volta che i due collaborano. Ratzinger ha sempre stimato il tradizionalista Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino. Nato in Guinea 75 anni fa, Sarah è figlio di due convertiti del villaggio di Ourous, che, ricorda Tempi, «immaginavano che solo gli uomini bianchi potessero diventare preti e risero quando il loro figlio disse loro che voleva entrare in seminario». Nel 2001 Giovanni Paolo II lo nominò segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli; nove anni dopo Ratzinger lo ordinò cardinale. Nel 2014 Sarah venne scelto alla guida della Congregazione per il culto divino proprio da papa Bergoglio. Ma un anno dopo sempre Francesco respinse il suo appello per far celebrare le messe versus Orientem, con le spalle ai fedeli, come da riforma conciliare. Da quell’anno venne considerato un tradizionalista o, dai detrattori, un pericoloso reazionario.

LE AFFINITÀ CON RATZINGER

L’affinità con le idee di Benedetto XVI è nota. Nel 2017, il papa emerito scrisse anche una postfazione per La force du silence, sempre di Sarah, in cui lo definiva «maestro spirituale, che parla dal profondo del silenzio con il Signore, espressione della sua unione interiore con Lui, e per questo ha da dire qualcosa a ciascuno di noi». Infine, quasi a supportarlo, aggiungeva: «Con il cardinale Sarah, maestro del silenzio e della preghiera interiore, la liturgia è in buone mani».

Robert Sarah con Benedetto XVI nel 2020 (La Presse).

Non è invece un mistero la distanza tra Sarah e papa Francesco che sempre nel 2017 aveva ripreso il porporato guineano per una sua interpretazione errata del Motu Proprio Magnum Principium. Per semplificare, come scrisse la Nuova Bussola Quotidiana, lo spirito del documento pontificio era quello di «concedere per le traduzioni liturgiche quell’ampia autonomia e fiducia alle Conferenze episcopali che il cardinale Sarah vorrebbe limitare». Una devolution liturgica criticata dal cardinale africano.

PER SARAH L’IDEOLOGIA GENDER È PARAGONABILE ALL’ISIS

Al di là delle dispute liturgiche, Sarah negli anni ha criticato a più riprese e duramente l’ideologia del gender (non lontano in questo caso da papa Francesco che nel 2016 aveva definito il gender «una guerra mondiale contro il matrimonio»). Nel 2015 arrivò a paragonarla all’Isis: «Hanno la stessa radice demoniaca». E, ancora: «Quello che nazismo, fascismo e comunismo sono stati per il ventesimo secolo, sono oggi le ideologie occidentali sulla omosessualità e l’aborto e il fanatismo islamico». Isis e l’ideologia gender sono dunque «Bestie dell’Apocalisse» sentenziò nel suo intervento durante il Sinodo della famiglia di quell’anno.

Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso

Robert Sarah

Posizioni che tornano sia in un editoriale del Wall Street Journal del 2017 sia nel libro Dio o niente in cui due anni prima scriveva: «Per quel che riguarda il mio continente voglio denunciare con forza una volontà d’imporre dei falsi valori utilizzando argomenti politici e finanziari. In alcuni Paesi africani sono stati creati ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico! Queste politiche sono tanto più odiose in quanto la maggior parte delle popolazioni africane è senza difesa, alla mercé d’ideologi occidentali fanatici».

UNA POSIZIONE FILO-SOVRANISTA SULL’IMMIGRAZIONE

Ma non è solo il gender ad allarmare Sarah. In Si fa sera e il giorno ormai volge al declino (2019) il porporato mette in guardia l’Europa che «sembra programmata per autodistruggersi». E lo fa evocando senza mezzi termini, scriveva Le Figaro, la «crisi culturale e identitaria» e i processi migratori. «L’Europa vuole aprirsi a tutte le culture, il che può essere fonte di ricchezza, e a tutte le religioni del mondo. Ma non si ama più». Nel mirino di Sarah il patto di Marrakesh (il patto mondiale per le migrazioni) che ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari, ma che secondo lui porterà esattamente l’opposto. «Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso». Agli antipodi della Chiesa di Bergoglio.

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Quello di Francesco è uno schiaffo all’immagine del papa

La reazione di Francesco in San Pietro è simbolo di umanità. Ma porta con sé un grave danno d'immagine. Che lambisce il dogma dell'infallibilità del pontefice. E che in Vaticano dev'essere preso sul serio.

Il dogma dell’infallibilità papale è molto recente, se rapportato all’intera storia della Chiesa. Risale infatti solo al 1870, quando fu proclamato per volontà di Pio IX, il quale convocò un apposito concilio – il “Vaticano I” – affinché il dogma venisse approvato e reso definitivo. Ma il papa è infallibile solo quando parla “ex cathedra”, cioè quando si esprime su elementi dottrinali e di fede, oppure quando proclama nuovi dogmi. In questi casi “non può sbagliare”. Ma quando si libera infastidito dalla presa di una fedele in Piazza San Pietro, schiaffeggiandola mano che lo trattiene? La condotta del papa è anch’essa infallibile?

Nel 1870 non esistevano le telecamere, né i telegiornali, né tanto meno il web e i social network. Un episodio come quello dello strattone al papa e della sua reazione stizzita non avrebbe avuto alcuna eco al di là degli spettatori presenti. Ma in realtà non sarebbe stato proprio possibile, perché il papa all’epoca non scendeva in mezzo alla gente, e se proprio doveva farlo, veniva portato in giro su una sedia pontificia che si levava alta, al riparo dalla folla e dalle sue intemperanze. Alla sedia è poi subentrata la papa-mobile, con la sua bolla trasparente, che espone il pontefice come in una protettiva vetrina semovente, mentre passa e benedice i fedeli. Perché quando si avvicina fisicamente alla gente, tutto è possibile, come accadde a Giovanni Paolo II, che si prese un colpo di pistola in pancia nel 1981 da turco Alì Agca, e venne salvato poi dai chirurghi del Policlinico Gemelli, oppure dalla Madonna stessa, a seconda delle convinzioni religiose.

UN PAPA PARAGONATO A UNA ROCKSTAR

Nella nostra era ultramediatica, il papa – e soprattutto questo papa, Bergoglio – viene giustamente paragonato a una rockstar, che suscita nei fedeli lo stesso tipo di fanatismo che si rivolge ai miti della musica e ai divi del cinema. Molto meno ai personaggi politici. Ed è forse che per questo che un politico scaltro come Matteo Salvini, superando gli elementi dell’idolatria berlusconista, ha fatto propria una gestualità religiosa che allude continuamente a una presunta “vera fede”, in contrapposizione alle aperture misericordiose di Francesco, pontefice di cui i sovranisti diffidano massimamente. Al punto da pubblicare, Salvini, un video stupidissimo, in cui la fidanzata Francesca Verdini figura come la fedele postulante di Piazza San Pietro, mentre lui stesso vi recita il ruolo di “papa buono”, che si libera dolcemente dalla presa della mano e le accarezza il viso, come a correggere il comportamento opinabile del papa, criticato aspramente per un buffetto alle mani dagli stessi sovranisti che tifano per l’affondamento di barconi e migranti in mare.

UNO STRATTONE CHE VA PRESO SUL SERIO

Bergoglio si è poi scusato pubblicamente per aver dato «il cattivo esempio», e ammettendo di aver perso le staffe, come può capitare a chiunque. Dunque il papa è un chiunque, uno di noi, un essere umano fallibile e imperfetto? Certo che sì, personalmente non avevamo dubbi. Ma il danno di immagine è grave, proprio perché consente a personaggi di bassissimo profilo di proporsi credibilmente come detentori di simboli e verità religiose, facendo di se stessi e del proprio corpo un feticcio. Una strategia che trova la sua apoteosi nella pratica dei selfie scattati a raffica coi telefonini insieme ai propri seguaci. Lo fa Salvini e lo fa anche il papa. Forse quello strattone dovrebbe essere preso sul serio in Vaticano. Senza dogmatismi.

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Difficile essere atei da quando c’è Francesco

Il brutto anno che ci lasciamo alle spalle ha avuto per me una sola luce: la presenza di questo papa buono, ironico, severo, comprensivo.

Ho ascoltato spesso in questo anno che sta finendo papa Francesco in tivù mentre parlava ai fedeli in piazza san Pietro. E mi hanno sempre colpito le sue parole, l’uso del testo dei Vangeli, le parabole che ha citato. Ho letto i suoi libri. Non sono stato né cattolico né di altra fede. Nella mia famiglia non c’era l’abitudine, cosa singolare essendo una piccola famiglia del Sud, di frequentare e far frequentare ai figli la parrocchia. Posso persino dire che alcune pesanti disavventure familiari avevano creato nei miei genitori una certa avversità verso la fede. La mia formazione si è svolta al di fuori di ogni influenza religiosa. Paradossalmente l’impatto più forte l’ho avuto nei miei lunghi anni trascorsi nel Pci quando il tema del rapporto con i cattolici era cruciale. Si passò nel volgere di un paio di decenni dall’apprezzamento di “una sofferta coscienza cattolica” al tempo, erano gli anni di Enrico Berlinguer, in cui i cattolici, non più sofferenti (lo scrivo con evidente ironia verso il togliattismo), divennero nostri compagni e dirigenti.

Tutto questo è avvenuto senza che io mi schiodassi da una freddezza verso ogni fede, a parte una curiosità culturale molto accentuata verso l’ebraismo che mi ha portato a numerosi viaggi in Israele e a intrecciare con amici ebrei rapporti molto forti di grande sintonia. Da quando c’è Francesco sento, però, che qualcosa è mutato. Non ho il linguaggio per esprimere bene, cioè correttamente, quello che sento e che vorrei mettere a confronto con chi mi legge, ma il tema della fede si sta facendo spazio nella mia mente e, se posso dire, nel mio cuore. Ho amato da laico alcuni papi. Oltre alla predilezione per papa Giovanni XXIII, ho provato una ammirazione sconfinata per papa Paolo VI. Degli altri non dico. In quel singolare mese di papato mi colpirono le parole di Albino Luciani, così vicine alla sensibilità anche di chi non credeva.

UN NUOVO APPROCCIO ALLA FEDE

Poi è arrivato dalla fin del mondo Francesco che ha introdotto nel linguaggio pubblico e nella coscienza dei singoli, sicuramente nella mia, una dimensione della fede che mi appare, lo scrivo con approssimazione, non solo capace di mettermi in contatto con il mondo ma anche di trovare in questo contatto le ragioni di una comprensione della persona, del suo destino, della natura che nel passato non era mai appartenuta con tanta intensità. Ho capito, credo di aver capito, che cosa vuol dire il papa e cosa vuole spingerci a fare nella, e della nostra, vita quando chiede di illuminarla con la “misericordia”. Devo anche dire che c’è un filosofo ateo che mi ha molto aiutato, con i suoi testi, a comprendere la profondità del messaggio di fede e persino, più recentemente, del significato mariano: parlo di Massimo Cacciari. Mi direbbe un cattolico di antica data che anche da questo si capisce perché le vie del Signore sono infinite.

Il punto centrale del ragionamento che mi ispira il papa sta nella sua straordinaria umanità, nel suo voler sospingere noi umani su una strada di misericordia e di comprensione

Molti di voi penseranno che scrivo queste cose perché il papa viene descritto come di sinistra, addirittura “comunista”. Non replico a queste sciocchezze. Né l’affetto filiale verso Francesco è cresciuto sentendolo vittima di attacchi pieni di veleno. Giudico, come faccio ogni giorno, la politica sulla base della politica. Mi interessa poco l’uso della religione nella miserabile battaglia elettorale. Il punto centrale del ragionamento, razionale e sentimentale, che mi ispira il papa sta nella sua straordinaria umanità, nel suo voler sospingere noi umani su una strada di misericordia e di comprensione. Parla di un Dio amico delle persone singole e dell’umanità. Perché mi è venuta questa voglia di rendere pubblica questa emozione? Non voglio fare annunci (non ne ho), né sento di potermi definire ancora né credente né cattolico. Ho capito da Francesco che bisogna essere persone trasparenti e che non bisogna aver paura di iniziare a provare un sentimento religioso così intrecciato con l’amore per l’umanità. E questo brutto anno che ci lasciamo alle spalle ha avuto per me una sola luce: la presenza di questo papa buono, ironico, severo, comprensivo. Tutto qui.

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I fedelissimi di Francesco per le finanze vaticane

Da Guerrero Alves fino a Tagle: chi sono e che compiti avranno gli uomini messi dal papa in posti chiave della Curia. Dove continua a ridursi la presenza italiana.

Il Vaticano ha da qualche settimana un nuovo super ministro per l’economia, Juan Antonio Guerrero Alves, gesuita, spagnolo di 60 anni che ha ricoperto nel tempo diversi incarichi organizzativi e di governo nella Compagnia di Gesù. È quello che si può definire un uomo di fiducia del papa, un ministro più ‘politico’ che ‘tecnico’; evidentemente dopo tanti ‘stop and go’ nel cammino di riforma delle finanze d’Oltretevere, Francesco ha deciso che sono davvero pochi quelli di cui ci si può fidare: fra questi rientrano certamente i gesuiti il cui ruolo, non a caso, sta crescendo sia in Curia che nel collegio cardinalizio. 

LA SFIDA DI GUERRERO E MARX

Il compito primario di padre Guerrero è quello di portare a termine uno dei passaggi chiave nel percorso di trasformazione delle finanze vaticane, ovvero la pubblicazione dei bilanci del piccolo Stato del papa. Un tassello che manca da diversi anni, nonostante gli annunci e le promesse fatte a partire dal 2014. Per far questo, tuttavia, il nuovo prefetto della segreteria per l’Economia dovrà riuscire a pianificare e razionalizzare le spese, verificare gli sprechi e le necessità reali di ogni ufficio vaticano, coordinare entrate e uscite. Queste attività sono esercitate dalla segreteria in collaborazione con un altro importante organismo, figlio anch’esso della riforma istituzionale voluta dal Papa: vale a dire il Consiglio per l’economia guidato dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e capo della Conferenza episcopale tedesca.

UN TESORETTO DI 700 MILIONI DI EURO

Tuttavia sia Guerrero che Marx dovranno vedersela ancora una volta con la segreteria di Stato che fino ad ora si è opposta a un suo ridimensionamento nel governo delle finanze. La recente vicenda dell’investimento confuso e opaco realizzato a Londra è appunto sintomo di questa situazione. La segreteria di Stato controlla infatti un proprio tesoretto, che ammonterebbe a circa 700 milioni di euro, una parte dei quali sono stati investiti nell’operazione immobiliare rivelatasi uni boomerang. In ogni caso, una fetta rilevante di questa cifra deriva dall’obolo di San Pietro, ovvero dalle collette dai fedeli per la carità del papa.

Il  punto in discussione è se il Vaticano può permettersi che certi fondi siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato

In realtà è noto ormai da diverso tempo (almeno da Paolo VI in avanti) che il fondo d’emergenza costituito attraverso l’obolo e le donazioni delle chiese locali presso la segreteria di Stato, ha avuto diverse funzioni: coprire i buchi di bilancio del Vaticano in momenti di difficoltà, sopperire alle necessità amministrative più urgenti, consentire di intervenire in situazioni critiche. Sono risorse che, come ha spiegato lo stesso pontefice sul volo che lo riportava indietro dal Giappone, vanno pure investite, ma in modo corretto e trasparente (e su questo aspetto è scoppiato l’ultimo scandalo, non sulla necessità di far fruttare le risorse a disposizione).

IL PESO DI PAROLIN NELLE PROSSIME SCELTE

Il  punto in discussione, ora, è se il Vaticano – data l’importanza che la questione assume per credibilità della Santa Sede – può permettersi che fondi di questo tipo siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato e non invece, per esempio, attraverso lo Ior riformato per garantire un maggior controllo sul loro utilizzo. In tal senso peserà, e non poco, la parola del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, un altro dei più stretti collaboratori di Francesco, il quale ha mostrato più volte di non voler sottostare, dal punto di vista finanziario, ad altri organismi vaticani (come invece sembrava intendere l’ex prefetto della segreteria per l’Economia il cardinale australiano George Pell che entrò in rotta di collisione con Parolin).

IL SENSAZIONALISMO SULL’USO DELL’OBOLO DI SAN PIETRO

Di certo c’è che un certo sensazionalismo scatenato intorno all’uso dell’obolo di San Pietro – da ultimo da parte del Wall Street Journal – circa il fatto che le offerte dei fedeli non siano utilizzate per opere di carità ma per far “funzionare”  il Vaticano, sembra sproporzionato. Si parla infatti di una cifra che sta intorno ai 70 milioni di dollari l’anno, a volte meno, senza dubbio significativa ma che diventa ben poca cosa in termini assoluti se si considera, per esempio, che l’evasione fiscale in Italia tocca i 109 miliardi di euro annui. D’altro canto, proprio da un certo grado di efficienza della Santa Sede dipendono interventi e azioni umanitarie importanti promossi dal Vaticano e dalla Chiesa. Tuttavia, la trasparenza è altra cosa: per la credibilità della Chiesa la vera accountability è quella nei confronti dell’opinione pubblica, e qui la strada da percorrere è ancora lunga.

Con Tagle Francesco ha collocato un fedelissimo in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora la presenza italiana nella Curia

Per questo non può passare inosservata un’altra nomina di peso fatta da Francesco negli ultimi giorni, quella del nuovo prefetto di Propaganda Fide, il dicastero per l’evangelizzazione dei popoli che può contare su un patrimonio immobiliare a oggi sconosciuto nonostante le tante ipotesi e illazioni. Si tratta del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, da pochi giorni ex arcivescovo di Manila, a capo pure di Caritas internationalis, l’arcipelago mondiale delle organizzazioni cattoliche impegnate sul fronte della solidarietà verso i più poveri. Francesco, dunque, ha collocato un altro dei suoi fedelissimi in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora  – va sottolineato – la presenza italiana nella Curia vaticana. A lasciare il posto di ‘papa rosso’  a Tagle infatti (questa secondo la tradizione la definizione attribuita al capo di Propaganda Fide), è stato il cardinale Fernando Filoni, diplomatico esperto e di lungo corso approdato a Propaganda Fide nel 2011 con Benedetto XVI che non aveva compiuto ancora l’età per andare in pensione (75 anni, Filoni ne ha 73).

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Per il Vaticano la diplomazia mondiale è in crisi a causa dell’ego nazionalista

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali. E appoggia l’azione di organismi intergovernativi come le Nazioni Unite. Ora in crisi a causa del sovranismo dilagante.

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali e appoggia di conseguenza l’azione degli organismi intergovernativi come le Nazioni Unite.

L’IMPASSE DEGLI ORGANISMI INTERGOVERNATIVI

Se questi ultimi vivono da tempo una stagione di impasse è dovuto a vari fattori fra i quali ha un peso significativo l’idea, oggi diffusa, che gli interessi particolari, nazionali, debbano e possano prevalere anche al di fuori del principio di collaborazione fra nazioni e governi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva illusoria, fondata su una sorta di “ego del nazionalismo” che non contribuisce né alla tutela degli interessi specifici né, tanto meno, alla soluzione dei problemi di carattere globale che riguardano il Pianeta a cominciare dalla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti.

LA DIPLOMAZIA VATICANA CONTRO I NAZIONALISMI

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiarito in una lectio magistralis tenuta nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica a Roma, in quale prospettiva operi la diplomazia vaticana. Parolin, ha quindi riaffermato come l’azione della Santa Sede, anche sul piano degli strumenti della politica internazionale, delle sue finalità, della sua ispirazione cristiana, sia profondamente in contrasto con le opzioni nazionalistiche oggi spesso prevalenti che divergono profondamente, per metodo e per scala di valori, da quanto propone la Chiesa sul piano diplomatico a livello globale.  

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I DISSIDI TRA SANTA SEDE E LEADER SOVRANISTI

D’altro canto, basta ricordare, a conferma delle affermazioni del Segretario di Stato, che non sono stati pochi i motivi di dissidio fra la Santa Sede e alcuni degli slogan e dei protagonisti della scena mondiale. A cominciare dall’America first di Donald Trump il quale entrava in contrasto sia con i partner europei che con la nuova superpotenza economica cinese, mentre cercava di ampliare il proprio consenso interno attaccando le minoranze etniche e i migranti; non vanno poi dimenticate le accuse di ingerenza rivolte dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a quanti  – compreso il papa – chiedono la salvaguardia della foresta amazzonica quale bene comune dell’umanità la cui distruzione ha ricadute ambientali che vanno ben oltre i confini del Brasile.

bolsonaro democrazia brasile
Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

Ma di fatto in questa problematica rientra – e forse si colloca al primo posto per importanza e gravità – il lungo e distruttivo conflitto siriano in cui la Santa Sede ha più volte denunciato il prevalere degli interessi di superpotenze regionali o globali su quelli di una popolazione civile straziata dal conflitto (si parla nel caso specifico di guerra combattuta da gruppi e milizie “per procura”).

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Anche i movimenti nazionalisti che percorrono l’Europa in questi anni sono osservati con allarme dalla Santa Sede per la carica di odio che tendono a scatenare contro le minoranze, come ha ricordato il papa lo scorso 15 novembre quando ha pure affermato: «Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36». Per questo il primo obiettivo della diplomazia vaticana è quello di lavorare per la pace, la concordia e il dialogo fra le nazioni.

LE SFIDE DELL’ERA POST-GLOBALIZZAZIONE

Tanto più che il mondo nel quale oggi si muovono i diplomatici della Santa Sede non è più quello di una «comunità di genti cristiane» in cui al papa spettava il compito di costruire la pace «fra i principi cristiani», ma una realtà plurale e assai diversificata al suo interno per culture, tradizioni, religioni. Il compito dei nunzi e dei diplomatici del papa, allora, è quello di lavorare per il bene comune di ogni Paese nel quale ci si trova ad agire, mentre sul piano generale deve prevalere il principio di far progredire l’intera famiglia umana. Concetto che oggi non gode di grande popolarità

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin
Il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin (Ansa).

Se infatti nella globalizzazione, ha spiegato il cardinale Parolin, l’importante per i singoli Stati era di non restare esclusi, «nella realtà post-globale in cui siamo immersi, il primo pensiero è proteggersi, chiudersi rispetto a quanto ci circonda poiché ritenuto fonte di pericolo o di contaminazione per idee, culture, visioni religiose, processi economici». D’altro canto, nell’attuale deriva in cui prevalgono gli isolazionismi o le visioni particolaristiche, i muri e i confini chiusi, secondo il Segretario di Stato vaticano, i protagonisti della politica internazionale appaiono spesso rassegnati rispetto al susseguirsi di crisi, violenze contro innocenti, violazioni di diritti fondamentali.

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La diplomazia, a sua volta, ha le armi spuntate, è diventata impotente di fronte ai numerosi conflitti in atto, alla circolazione indiscriminata delle armi, al ricorso alla violenza terroristica o a impossibili condizioni di sopravvivenza di popoli e Paesi. Da qui la necessità e l’urgenza di tornare al multilateralismo quale strada maestra per scongiurare e guerre e contrapposizioni fratricide, aprire strade negoziali ovunque sia possibile, favorire la cooperazione e la riconciliazione fra le nazioni.   

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Papa Francesco si prende il controllore di Bankitalia per le finanze vaticane

Barbagallo nominato presidente dell'Aif. Prima era funzionario generale con l'incarico di alta consulenza al Direttorio della Banca d'Italia in materia di vigilanza bancaria e finanziaria e nei rapporti con il Single Supervisory Mechanism a Palazzo Koch.

Da consulente della vigilanza a Banca d’Italia a capo dell’Autorità di informazione del Vaticano Carmelo Barbagallo, alto funzionario di Palazzo Koch, ha varcato la riva del Teevere. Papa Francesco lo ha infatti scelto come presidente dell’Aif. Barbagallo prende il posto di René Brulhart, il cui mandato non è stato rinnovato dal pontefice, anche a seguito dell’ultimo scandalo finanziario che ha scosso il Vaticano. Barbagallo è stato finora funzionario generale con l’incarico di alta consulenza al Direttorio della Banca d’Italia in materia di vigilanza bancaria e finanziaria e nei rapporti con il Single Supervisory Mechanism.

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A Hiroshima il papa ha scritto la sua Pacem in Terris

Nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima Francesco è si è concentrato sul rischio rappresentato dagli arsenali nucleari, ricalcando i passi di Giovanni XXIII e Paolo VI.

Utilizzare l’energia atomica «per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune». Lo ha affermato papa Francesco durante il suo viaggio pastorale in Thailandia e Giappone durante il quale sta scrivendo un capitolo importante del suo magistero, una sorta di Pacem in Terris per il nostro tempo.

D’altro canto, nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima, città colpita nell’agosto del 1945 da una delle due bombe atomiche che caddero sul Giappone (l’altra devastò Nagasaki), Francesco ha fatto più volte riferimento all’enciclica di Giovanni XXIII pubblicata nel 1963 che conteneva la visione nuova della Chiesa di fronte ai grandi cambiamenti della seconda metà del secolo scorso: dall’urgenza del disarmo nell’epoca della corsa agli armamenti, alla scossa tellurica prodotta dal processo di decolonizzazione attraverso i continenti, dalle rivendicazioni del movimento dei lavoratori, al nuovo protagonismo civile delle donne, all’affermazione dei diritti umani e civili.

Infine, nel rifiuto totale della guerra da parte del papa, è riecheggiato il magistero di Paolo VI – al cui insegnamento speso guarda Bergoglio – e del celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1965 in cui disse li suo «mai più la guerra!».

LA SFIDA DEL FUTURO PER LA CHIESA È LA CONQUISTA DELL’ASIA

Bergoglio, da buon gesuita, sta riprendendo in questi giorni, e più largamente in questi anni di pontificato, la strada dell’oriente che la Compagnia di Gesù ha percorso praticamente fin dalla sua nascita nel XVI secolo seguendo le orme di Francesco Saverio e Matteo Ricci. Dalla Cina al Giappone, infatti, i seguaci di Ignazio di Loyola hanno provato a portare il Vangelo oltre i confini del mondo cristiano aprendo all’evangelizzazione le porte dell’Asia, continente immenso, immensamente popolato e oggi non più misterioso come qualche secolo fa.

La Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti

Non per caso Francesco ha già visitato Corea del Sud, Myanmar, Bangladesh, Filippine, Sri Lanka, e in questi giorni ha toccato Thailandia e Giappone. La sfida della Chiesa per i prossimi decenni del resto, è quella di riuscire a ‘entrare’ in Asia non più, come pure avvenne spesso nei secoli in passati, a bordo delle navi delle grandi compagnie commerciali europee o sotto scorta dei contingenti miliari delle potenze un tempo coloniali, ma con la forza del messaggio cristiano, un messaggio che, di conseguenza, non può imporsi con la forza di un’ideologia – non può insomma essere inteso come dottrina spirituale ufficiale dell’occidente – ma che deve incontrarsi e amalgamarsi con le tradizioni culturali e religiose incontrate lungo il cammino.

Papa Francesco con l’imperatore del Giappone Naruhito (foto LaPresse).

Se questo è l’obiettivo, il papa da tempo ha messo in atto una strategia globale che va in tale direzione: la Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti – come dimostrano le tante nomine fatte dal pontefice di cardinali di località e Paesi del Sud del mondo e di tutti i continenti – propone muovi modelli di sviluppo per curare le ingiustizie sociali, affronta i grandi temi globali del disarmo nucleare, della tutela del Creato, delle migrazioni. D’altro canto non va dimenticato che la storia dei gesuiti in Giappone è stata anche segnata da incomprensioni, persecuzioni e martirio racconta Silence, un recente film del grande regista americano Martin Scorsese.

LA SVOLTA GREEN E L’ATTACCO ALLA PROLIFERAZIONE DEGLI ARMAMENTI

Sul piano diplomatico la Santa Sede ha sviluppato un intenso dialogo con Pechino riuscendo, dopo lunghi negoziati, a sottoscrivere un accordo, certo ancora fragile, per la nomina condivisa dei vescovi; accordo che ha spaventato e allarmato la Casa Bianca in pieno conflitto economico con la Cina e che pure in oriente non tutti hanno visto di buon occhio. D’altro canto la battaglia apertasi a Hong Kong fra i giovani e le autorità cinesi ha messo in qualche imbarazzo la Santa Sede, chiusa fino ad ora in uno stretto riserbo sulla crisi nell’ex colonia britannica

Il possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale»

Ora, con la visita in Giappone, Francesco ha compiuto una tappa fondamentale del suo pellegrinaggio verso oriente e a Hiroshima e Nagasaki è tornato su un tema cruciale che passa dal secolo scorso a quello successivo: quello del rischio rappresentato dagli arsenali nucleari. Se Giovanni XXIII nella Pacem in Terris chiedeva la «messa al bando» degli armamenti nucleari e Giovanni Paolo II nel 1981 a Nagasaki impegnava la Chiesa a battersi per «l’abolizione delle armi nucleari», Francesco ci sta dicendo che finita ormai da un trentennio la Guerra fredda – si celebra in questi giorni il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino – la minaccia nucleare pesa ancora su di noi, tanto che «l’intimidazione bellica nucleare» viene utilizzata dagli Stati come risorsa legittima «per la risoluzione dei conflitti», mentre lo stesso possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale».

Papa Francesco durante l’incontro con un monaco buddista durante l’incontro per commemorare le vittime di Fukushima (foto LaPresse).

Il papa, inoltre, ha allargato il discorso alla proliferazione delle armi convenzionali sempre più raffinate, al persistere di conflitti tragici, al loro legame con la povertà, con la scarsa attenzione alla cura della «casa comune», cioè della Terra, col diffondersi di odio e discriminazioni. Ancora, incontrando a Tokyo i sopravvissuti del disastro di Fukushima (dove nel 2011 vi fu un gravissimo incidente nella centrale nucleare in seguito a un terremoto), ha espresso «preoccupazione» per l’uso civile dell’energia nucleare, mentre con l’imperatore del Giappone Naruhito ha toccato il tema delle guerre del futuro che potrebbero essere combattute per il controllo delle risorse idriche. Una cosa sembra ormai certa: il papa declina il suo magistero sociale in chiave “green” disegnando un pontificato che collega sempre di più i temi dell’ambiente, della crisi ecologica del Pianeta, all’annuncio cristiano.

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Dagli Usa al Vaticano, nomine pesanti che rafforzano il papa

L'elezione di Gomez a presidente della Chiesa Usa e quella di Guerrero Alves alle Finanze del Vaticano: due posizioni chiave che danno più slancio al mandato di Francesco.

Quando il gioco si fa duro i gesuiti e l’Opus Dei cominciano a giocare. Parafrasando John Belushi, è questo lo schema che sembra emergere dalla scorsa settimana durante la quale si sono avute due nomine di primissimo piano negli assetti della Chiesa universale, una in America l’altra in Vaticano. Ma andiamo con ordine.

L’assemblea generale dei vescovi statunitensi, riunitasi a Baltimora il 12 e il 13 novembre scorsi, ha eletto come nuovo presidente e successore del cardinale Daniel Di Nardo (arcivescovo di Galveston-Houston), monsignor Josè Gomez, 67 anni, arcivescovo di Los Angeles, il primo leader ‘latino’ – è originario di Monterrey, in Messico – della Chiesa a stelle e strisce, un fatto definito storico da diversi osservatori e dai media.

Gomez è stato ordinato prete dell’Opus Dei nel lontano 1978, è un difensore battagliero dei diritti di migranti e rifugiati negli Stati Uniti, dei diritti dei dreamers, i migranti arrivati illegalmente negli Usa da bambini che possono col tempo e a determinate condizioni diventare regolari; l’amministrazione Trump ha ingaggiato una durissima battaglia legale per cancellare questa possibilità. Gomez, inoltre, ha attaccato il suprematismo bianco e le forme esasperate di nazionalismo che percorrono gli Usa; assai più tradizionalista appare invece su temi come l‘aborto o le unioni omosessuali.

La sua elezione rappresenta dunque a prima vista una scelta di mediazione fra le diverse anime della conferenza episcopale Usa (il Los Angeles Times l’ha scritto: «È allo stesso tempo un conservatore e un progressista»), divisa fra sostenitori acerrimi della battaglia pro-life allineati al Partito repubblicano, e quanti, nell’episcopato, mettono al primo posto i grandi temi sociali che mandano in corto circuito l’America: dai conflitti razziali alla questione migratoria.

I CATTOLICI USA RESTANO IN MAGGIORANZA LATINOAMERICANI

In realtà l’elezione di Gomez ha un significato più ampio: il nuovo presidente dell’episcopato d’Oltreoceano è infatti alla guida della diocesi più grande del Paese e con una composizione etnica particolarmente ricca e contrastante; più volte, per altro, l’arcivescovo ha detto che la sua stessa biografia è segnata dalla migrazione, un fatto che lo avvicina non poco all’attuale papa segnato da una vicenda per molti versi simile: di certo sta crescendo esponenzialmente a livello globale il peso della Chiesa in grado di parlare lo spagnolo delle Americhe, e cresce pure il peso dell’Opus Dei che, tutto sommato, in questo delicatissimo caso, si è trovata in sintonia con il pontefice gesuita.

Circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa

Non va inoltre dimenticato come la Chiesa Usa sia stata in buona parte ripopolata dalle migrazioni del Centro e Sud America, un fenomeno vasto e potente poco recepito fino a ora dai vertici ecclesiali. Secondo un sondaggio recentissimo del Pew Research Center, circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa. Ancora, il 77% dei cattolici di origini latinoamericane e il 55% dei cattolici bianchi sono favorevoli a concedere la cittadinanza agli immigrati irregolari stabilitisi negli States. Va infine ricordato che, nell’aprile scorso, il papa aveva nominato quale nuovo arcivescovo di Washington, monsignor Wilton Gregory; si trattava del primo leader afroamericano per la nevralgica diocesi della capitale del Paese.

L’ARRIVO DI GUERRERO ALVES E I NODI DELLE FINANZE DEL VATICANO

In Vaticano, invece, Francesco dopo lunga attesa, ha nominato il nuovo capo della segreteria per l’Economia; è un gesuita, si chiama Juan Antonio Guerrero Alves, è spagnolo, ha 60 anni. Vanta sì una laurea in Economia presa in gioventù, ma il suo sembra soprattutto il profilo di chi ha abilità organizzative e gestionali di istituzioni complesse, dunque quella compiuta dal pontefice argentino appare più decisamente come una scelta politica che tecnica. Fra l’altro, particolare non indifferente, la notizia relativa alla nomina è stata diffusa praticamente nelle stesse ore in cui si apprendeva che l’ex ‘ministro dell’Economia’ vaticano, il cardinale George Pell, poteva contare su un’ultima chance per evitare di scontare la pena di sei anni in prigione cui era stato condannato dopo un processo per violenza sessuale su due minori celebratosi a Melbourne, in Australia.

Antonio Guerrero Alves.

Pell si è sempre dichiarato innocente ma è stato comunque giudicato colpevole in primo e secondo grado, ora il suo appello è stato accolto dall’Alta Corte australiana la quale si è detta disponibile a discutere il caso. Difficile dire come andrà a finire ma per Pell c’è comunque una speranza. Nel frattempo, tuttavia, il papa ha chiuso definitivamente quel capitolo procedendo alla nomina di un fedelissimo, un gesuita, per gestire le mai del tutto domate finanze vaticane. Si allarga così ulteriormente la squadra della Compagnia di Gesù in posizioni di comando nella Curia romana (che comprende anche monsignor Luis Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede). Fra i primi dossier cui padre Guerrero dovrà mettere mano, la redazione e pubblicazione dei bilanci vaticani, tanto più urgente dopo l’emergere degli ultimi episodi di investimenti immobiliari spericolati realizzati con ingenti fondi della Segreteria di Stato.

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Il j’accuse del gesuita Sorge: «Ruini con Salvini come la Chiesa ai tempi di Mussolini»

L'ex direttore di Civiltà Cattolica contro l'ex numero uno della Cei: «Sbaglia a benedirlo». E poi lancia l'idea di un Sinodo: «Non possiamo più tacere di fronte a odio e razzismo».

Ruini si comporta con Salvini come già fece la Chiesa con Mussolini. Il j’accuse arriva da Padre Bartolomeo Sorge, autorevole rappresentante dei Gesuiti, lo stesso ordine di Papa Francesco, già direttore della rivista Civiltà Cattolica. «Il cardinale Ruini sbaglia a benedire Salvini. Lo stesso fece il Vaticano con Mussolini», ha affermato il teologo e politologo in un’intervista a Marco Damilano per l’Espresso.

«RUINI, L’ULTIMO EPIGONO DELLA STAGIONE DI PAPA WOJTYLA»

«Nella storia della Chiesa italiana, Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma», dice Sorge. «Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che è del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le libertà democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini», ha aggiunto.

«SERVE UN SINODO, LA CHIESA NON PUÒ PIÙ TACERE SUL’ ODIO»

«Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo», dice ancora padre Sorge. «I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire», spiega. Secondo il gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, «solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane». «La Chiesa non può più tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze», conclude.

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Papa Francesco nomina Guerrero Alves al posto del cardinale Pell

Il gesuita spagnolo è stato scelto per il ruolo di prefetto della Segreteria per l'Economia. Si insedierà a partire da gennaio 2020.

Nuove nomine in Vaticano. Papa Francesco ha infatti scelto il sostituto del cardinale George Pell, sospeso nel 2017 per difendersi nel processo in cui è accusato di abusi sessuali sui minori in Australia. Il suo mandato come prefetto della Segreteria per l’Economia è scaduto a febbraio. Per tale ruolo il pontefice ha scelto padre Juan Antonio Guerrero Alves, che si insedierà a partire da gennaio 2020.

GLI INCARICHI NELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Spagnolo, nato a Merida nel 1959, Guerrero Alves è entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù nel 1979. Nella biografia diffusa dalla sala stampa vaticana si legge che è stato ordinato sacerdote nel 1992. Laureato in Economia e in Teologia, è stato professore di Filosofia sociale e politica presso l’Università Pontificia Comillas (1994-1997 e 1999-2003), maestro di novizi dei Gesuiti in Spagna (2003-2008), superiore provinciale a Castiglia (2008-2014), economo della Compagnia di Gesù in Mozambico (2015-2017) e direttore del Collegio Sant’Ignazio di Loyola (2016-2017) nello stesso Paese. Dal 2017 è delegato del Superiore generale per le Case e le opere interprovinciali a Roma e consigliere generale della Compagnia di Gesù. Al suo posto il Superiore generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa, ha nominato padre Johan Verschueren.

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La Chiesa cattolica può sopravvivere allo scandalo degli abusi sessuali?

Mentre Francesco continua la sua battaglia per i poveri, continuano i casi di violenze sui minori da parte di sacerdoti. Il Vaticano prova a rispondere sul lato della formazione, ma mancano i presupposti per riforme vere.

Mentre Francesco prosegue instancabile la sua predicazione in favore dei poveri, dei più vulnerabili, contro le ingiustizie che colpiscono tante realtà del Sud e del Nord del mondo, schierandosi in favore dell’educazione al dialogo, alla costruzione di ponti fra civiltà e popoli, la Chiesa da un punto all’altro del globo continua a essere scossa dallo scandalo degli abusi sessuali.

Apparentemente c’è una scarsa relazione fra questi due eventi, in realtà il tratto unificante – e alla lunga schizofrenico – è che entrambi sono fra gli elementi più fortemente rappresentativi della Chiesa cattolica in questo tempo.

A BUFFALO LO SCANDALO DEI 24 PRETI SOSPESI MA STIPENDIATI

Negli Stati Uniti i casi e le denunce si susseguono come una pioggia ininterrotta nonostante l’impegno della conferenza episcopale che ha cercato in ogni modo, nell’arco di due decenni, di porre rimedio allo scandalo. Fra pochi giorni, per altro, i vescovi degli States si riuniranno in assemblea per decidere come perseguire le eventuali coperture e gli insabbiamenti operati dai vescovi nei confronti di sacerdoti colpevoli o indagati come richiesto dal Vaticano.

Manca, in molti casi, la parola conclusiva del Vaticano che può procedere alla dimissione dallo stato clericale di un sacerdote

Ma a colpire l’opinione pubblica sono anche altri particolari, come nel caso della diocesi di Buffalo, Stato di New York, dove circa 24 sacerdoti, sospesi da ogni funzione a causa del loro coinvolgimento in casi di violenze su minori, continuano a ricevere il sostentamento economico dalla diocesi locale, sono cioè regolarmente stipendiati. Di fatto finché non vengono ‘spretati’ e allontanati dalla Chiesa è compito della diocesi provvedere al loro mantenimento, almeno questo dicono i legali esperti di diritto canonico.

Papa Francesco.

Manca, in molti casi, la parola conclusiva del Vaticano che può procedere alla dimissione dallo stato clericale di un sacerdote; ma le carte dei vari procedimenti, denunciano i media d’Oltreoceano, non sono mai state mandate a Roma nonostante gli annunci fatti. Secondo la diocesi a ritardare il procedimento sono state anche le ulteriori indagini del procuratore generale dello Stato di New York sullo scandalo; c’è invece chi pensa a ritardi dovuti a burocrazie interne. La storia di Buffalo, in ogni caso, dimostra come l’opinione pubblica americana non molli la presa e anzi consideri sempre di più le responsabilità della Chiesa.

IN ITALIA IL CASO DI DON MICHELE MOTTOLA A TRENTOLA DUCENTA

Anche in Italia, Paese in cui i media, con qualche eccezione, sono piuttosto restii a lanciare campagne stampa su un argomento che resta scabroso, proprio in questi giorni ha fatto invece scalpore un fatto di cronaca nel quale è coinvolto un prete: è il caso di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta (diocesi di Aversa) in attività fino al maggio scorso. Contro di lui è in corso un procedimento canonico, ma intanto è stato arrestato dalla polizia dopo essere stato denunciato grazie all’aiuto decisivo di una bambina di 12 anni, una sua vittima molestata già da diverso tempo. Interessante nel caso di don Mottola è il fatto che gli abusi sono proseguiti fino a tempi recentissimi, vale a dire dopo i tanti pronunciamenti degli ultimi pontefici, i provvedimenti presi dal Vaticano, i casi perseguiti, i primi passi compiuti dalla Cei per arginare il fenomeno. È il segno che il problema tende a perpetrarsi nonostante tutto.

LA CHIESA REAGISCE PUNTANDO SULLA FORMAZIONE DEI SACERDOTI

Altre iniziative, anche in positivo si susseguono. Per esempio il prossimo 14 novembre il cardinale Ricardo Blazquez, arcivescovo di Valladolid e presidente dei vescovi spagnoli, inaugurerà un corso sulla protezione dei minori nella Chiesa all’università di Navarra (Opus Dei). Del resto il Vaticano sta investendo molto sull’aspetto formativo attraverso un’educazione costante dei seminaristi e del clero in generale. In questa direzione guida le operazioni l’università Gregoriana a Roma, storico ateneo dei gesuiti che coordina le attività della Chiesa per la protezione dell’infanzia in tutto il mondo. Gestire la sfera affettiva e la sessualità in modo responsabile e maturo, affrontare i casi che emergono mettendo al primo posto le vittime e non la tutela dell’immagine dell’istituzione, capire i segnali di una crisi, imparare a comunicarla con trasparenza, sono alcuni degli obiettivi di questo sforzo. Basterà? Difficile dirlo.

IL CELIBATO RESTA UN TABÙ INTOCCABILE

Nonostante le buone intenzioni infatti in troppe chiese locali il clericalismo, l’abuso di potere, restano il vero nemico da battere mentre laici e donne restano ai margini del governo delle parrocchie e delle diocesi. Non solo. Sul piano istituzionale il celibato resta un tabù intoccabile: non vi è nessun nesso automatico fra la disciplina della castità e le violenze sessuali ripetono come un mantra, snocciolando dati, gli uomini di Bergoglio impegnati nella battaglia contro la pedofilia nella Chiesa, a cominciare da padre Hans Zollner, gesuita, presidente della Pontificia commissione per la protezione dei minori. L’esperienza direbbe altro, ma il dibattito è aperto.

Secondo il teologo Hubert Wolf, storico della Chiesa e teologo, a partire dagli Anni 60 il 20% dei preti ha rinunciato al sacerdozio a causa del celibato

Resta comunque il dubbio che il rapporto fra chiesa e sessualità, celibato compreso, sia un fattore costante di tensione irrisolto nella vita della Chiesa da tempo fuori controllo. Secondo il teologo Hubert Wolf, storico della Chiesa e teologo, autore di un volume appena pubblicato dal titolo Contro il celibato (Donzelli) a partire dagli Anni 60 circa il 20% dei preti ha rinunciato al sacerdozio a causa del celibato, i «seminari tendono regolarmente a scomparire», mentre ci sono diocesi che non hanno registrato una sola ordinazione per «diversi anni consecutivi».

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Ruini apre a Salvini: l’ultima carta dei conservatori contro Francesco

L'assist del cardinale al leader della Lega rispolvera la Santa Alleanza tra Chiesa e politica proposta ai tempi di Berlusconi, nonostante il contesto sia radicalmente cambiato. E suona come una chiamata alle armi diretta a quei settori del cattolicesimo in crisi di fronte alla spinta riformatrice messa in atto dal papa.

E alla fine scese in campo il cardinale Camillo Ruini. Segno che la carovana ultraconservatrice, in verità un po’ disordinata, che ha cercato di sbarrare la strada a papa Francesco e al suo progetto riformatore, ha fino a ora fallito. Allora è dovuto tornare al centro dell’arena l’ultimo dei pesi massimi della stagione wojtyliana, l’ormai 88enne Ruini, ancora lucido certo, per provare a ricomporre le ragioni dello schieramento conservatore.

L’ex dominus della Chiesa italiana, in pensione da tempo, in un’intervista al Corriere della Sera, non esita a dare ben tre indicazioni molto precise negli obiettivi: esprime una critica diretta al percorso di riforma della Chiesa voluto dal papa, concede una forte apertura di credito al leader della destra Matteo Salvini (il quale si è affrettato a ringraziarlo) – come già fece con Silvio Berlusconi a suo tempo –, coglie l’occasione del voto umbro favorevole alla destra per assetare un colpo velenoso al nemico interno di sempre: il cattolicesimo democratico.

Ringrazio il Cardinal Ruini, che spero di poter incontrare, per le parole che invitano al confronto, all’apertura, alla…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, November 3, 2019

L’ASTENSIONE DEL CENTRODESTRA NEL VOTO SULLA MOZIONE SEGRE

Niente di nuovo? Fino a un certo punto. Intanto per il contesto nel quale ci si muove e che ha il suo peso. Perché il pronunciamento del cardinale che dice di non condividere «l’immagine tutta negativa di Salvini» del quale anzi intravede le future «notevoli prospettive», arriva dopo un fatto clamoroso: l’astensione fatta registrare in Senato dal centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) sulla proposta di istituire una commissione per contrastare l’odio razzista e l’antisemitismo in particolare sul web ma non solo. Un’iniziativa nata per volontà della senatrice Liliana Segre, ex deportata di Auschwitz, vittima lei stessa quotidianamente di aggressioni e insulti antisemiti.

LA PREOCCUPAZIONE DI PAROLIN

Da rilevare che l’astensione delle destre aveva suscitato la reazione composta ma chiara del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Parolin esprimeva una forte preoccupazione per il venir meno di un terreno comune istituzionale anche su valori ritenuti fondamentali e invitava a riflettere su quanto stava accadendo in parlamento e quindi nel Paese.

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QUELLA “DIMENTICANZA” DI RUINI

L’intervento del Segretario di Stato vaticano era il sintomo di un allarme che si registrava Oltretevere per un episodio-spartiacque: il voto infatti sembrava dare forma concreta proprio a quel venir meno di valori condivisi «sui quali tutti dovremmo convergere» evocati da Parolin e che destava particolare inquietudine in Vaticano come in ampi settori dell’opinione pubblica. Di tutto questo, neanche di sfuggita, c’era traccia nell’intervista e nelle parole di Ruini, quasi la questione nella sua complessità e attualità, nei suoi richiami internazionali e storici, non fosse all‘ordine del giorno.  

LA RIPROPOSIZIONE DELLA SANTA ALLEANZA TRA CHIESA E POLITICA

L’impostazione di Ruini appare dunque, in un certo modo, applicare uno schema vecchio in uno scenario però mutato rispetto al passato: in pratica il cardinale ripropone lo sdoganamento del nuovo che avanza a destra per stringere una nuova santa alleanza fra Chiesa e potere politico. Ma appunto il voto in Senato dimostra che il conflitto sui valori fondamentali va ben oltre le polemiche sulla gestione più o meno efficace del fenomeno migratorio. Quest’ultimo è anzi divenuto, già da tempo, tema dirimente di propaganda ideologica, grimaldello per mettere in crisi i principi liberali e democratici – fino allo stesso disconoscimento, in alcune circostanze, dei diritti dell’uomo –  in buona parte dell’Occidente. Non dev’essere un caso, in effetti, se papa Francesco guardando a determinate derive ideologiche presenti in Europa in questa stagione e ispirate a un nazionalismo fondamentalista e quasi sempre xenofobo, abbia evocato più volte il rischio del diffondersi di un clima simile a quello che pervase l’Europa fra le due guerre.  

IL RITORNO IN AUGE DEL CROCIFISSO IDEOLOGICO

D’altro canto, e qui il cardinale non può certo essersi sbagliato, Ruini approva anche il Salvini che brandisce rosari nelle piazze, forma un po’ ruvida, dice, di opposizione al «politicamente corretto» (sic!). Il tentativo del leader leghista di appropriarsi dei simboli religiosi è stato fortemente contestato per la sua strumentalità dal presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, ma Ruini la pensa diversamente. Il gesto salviniano, d’altro canto, non è isolato, e si colloca anzi in un utilizzo del cristianesimo quale arma di un’ondata nazionalista (Donald Trump e Vladimir Putin in primo luogo) povera sotto il profilo della proposta ideologica e culturale e quindi bisognosa di un apparato simbolico allo stesso tempo forte e semplice, riconoscibile. Il crocifisso ideologico non è una novità ma certo sta tornando fortemente in auge. 

UNA CHIAMATA ALLE ARMI PER LA CHIESA ANTI-BERGOGLIO

Se Salvini è il leader apocrifo e quindi un po’ taroccato, identitario, di un cattolicesimo dagli istinti preconciliari che non sopporta la predicazione di Bergoglio, Ruini proprio questa linea sembra sposare e soprattutto gli appone il timbro autorevole del suo placet. Quasi una chiamata alle armi per quei settori ecclesiali e del cattolicesimo organizzato in significativa crisi di fronte alla spinta riformatrice messa in atto dal papa. Il recente sinodo sull’Amazzonia del resto, è l’altro spartiacque con il quale il cardinale si confronta e denuncia anzi con chiarezza quale sia la sua forte preoccupazione in proposito. Ruini teme che la richiesta proveniente dai padri sinodali di ordinare sacerdoti diaconi sposati (cioè dei laici) sia un errore, un modo per far saltare la regola del celibato; quindi spera e prega che il papa neghi questa possibilità nell’esortazione post-sinodale, il documento con il quale Francesco farà il punto su quanto stabilito dall’assise sull’Amazzonia. 

L’UNITÀ E LA COLLEGIALITÀ DELLA CHIESA MESSE IN DISCUSSIONE

Vedremo cosa delibererà il papa in proposito, in ogni caso suscita un certo stupore che un cardinale esperto come l’ex presidente della Cei, si adatti a considerare il pontefice come una sorta di Corte d’appello ecclesiale il cui giudizio dovrebbe ribaltare la ‘sentenza di primo grado’ del sinodo con tanti saluti alla collegialità e all’unità della Chiesa pure invocata dal cardinale. Anche perché è vero, come ricorda Ruini, che il sinodo ha votato a maggioranza sui diaconi sposati, ma lo stesso è avvenuto per tutti gli altri 120 paragrafi del documento finale dell’assise con un particolare: tutti i punti del testo hanno superato il quorum dei due terzi dei consensi richiesti dal regolamento. 

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L’America Latina ha aiutato il papa a battere la Curia

Il sinodo sullìAmazzonia è stato guidato dai vescovi brasiliani insieme a numerosi missionari e rappresentanti delle comunità locali e dei popoli indigeni. Categorie organizzate e capaci di orientare il dibattito. Così Francesco è riuscito a imporre la sua linea di riforme radicali al partito curiale.

Alla fine la periferia del mondo è entrata in Vaticano e ha vinto. È questo forse il dato politico più rilevante emerso dalla conclusione del sinodo sull’Amazzonia convocato da papa Francesco e svoltosi dal 6 al 27 ottobre.

Decisioni importanti sono state prese dai padri sinodali riunitisi a Romain primis la proposta di ordinare sacerdoti uomini riconosciuti dalle comunità, sposati e con una famiglia stabile – e molto probabilmente saranno poi tradotte in un’apposita esortazione post-sinodale dal pontefice che completerà il documento finale dell’assise con la propria visione e la propria autorità di vescovo di Roma.

CON FRANCESCO IL SINODO È DIVENTATO PIÚ IMPORTANTE

Del resto era proprio questo uno degli elementi di riforma strutturale della Chiesa voluti fortemente da Bergoglio: vale a dire portare a termine l’innovazione già prefigurata dal Concilio Vaticano II con l’istituzione del sinodo quale momento di partecipazione, discussione e decisione collegiale. Con Francesco l’assemblea dei vescovi, da organo puramente consultivo come era stato per lunghi decenni, si sta trasformando sempre di più in elemento chiave della vita della Chiesa: un sinodo che ‘decide’ insieme al pontefice.

La sinodalità è forse il metodo che meglio interpreta la globalità della Chiesa cattolica

E chissà che nei prossimi anni non si allarghi anche la platea dei padri sinodali, a cominciare dalle ‘madri’ e poi anche dai laici. Di certo la sinodalità è un ponte ecumenico lanciato verso le altre confessioni cristiane che hanno sempre visto nell’assolutismo del papato un limite di fatto insormontabile al cammino comune delle chiese cristiane, per quanta buona volontà ci fosse. La sinodalità, inoltre, è forse il metodo che meglio interpreta la globalità della Chiesa cattolica, una globalità composta da una varietà culture e sensibilità differenti.

Il papa durante i lavori del sinodo sull’Amazzonia.

D’altro canto, se questo è vero al medesimo tempo è un fatto che i primi due sinodi sulla famiglia convocati dal papa argentino nel 2014 e nel 2015, erano stati segnati da una fortissima e a tratti violenta opposizione alla spinta innovativa promossa da Bergoglio (le novità si erano fatte strada a fatica fra votazioni combattute e documenti cesellati fino al dettaglio). Francesco ha ottenuto stavolta quella vittoria netta e in campo aperto che ancora gli mancava per completare il suo percorso di riforma della Chiesa. Una vittoria costruita nel tempo con saggezza e astuzia. Nel momento culminante del pontificato si è rivolto infatti alla sua America Latina, ai vescovi brasiliani innanzitutto, usciti certo decimati dal trentennio conservatore Wojtyla-Ratzinger ma non piegati del tutto, anzi.

IL PARTITO CURIALE QUESTA VOLTA HA PERSO

Il sinodo amazzonico, che vedeva la partecipazione delle chiese di nove Paesi della regione, è stato guidato dall’episcopato brasiliano insieme ai numerosi missionari, alle religiose, e ai rappresentanti delle comunità locali e dei popoli indigeni partecipanti all’assise. Categorie che – tranne i vescovi  – non avevano diritto di voto, ma organizzate e capaci di orientare il dibattito, di esercitare quella moral suasion che avuto il suo peso. Per questo è particolarmente significativo che tutti e 120 i paragrafi del documento finale abbiano raggiunto il quorum dei due terzi di voti necessari per l’approvazione.

La questione ambientale era già stata posta al centro dell’enciclica Laudato sì

Alcuni alti prelati della Curia hanno provato, prima e durante il sinodo, a fermare il cambiamento, fra di loro un cardinale di peso come il prefetto della congregazione dei vescovi, il canadese Marc Ouellet, ma stavolta il partito curiale ha perso. Su un piano più generale, va poi rilevato che la questione ambientale come tema cruciale per il futuro dell’umanità, la salvaguardia del Creato e della vita, la messa in discussione del modello globale di sviluppo e di consumo, l’aggressione predatoria agli ecosistemi e alle comunità locali da parte di grandi multinazionali o degli stati più ricchi del pianeta, erano stati posti al centro dell’enciclica Laudato si’, pubblicata nel maggio del 2015; tutta questa materia ha avuto un suo chiaro punto di caduta nel sinodo amazzonico.

SUI PRETI SPOSATI È ARRIVATA LA SVOLTA DEFINITIVA

Il sinodo ha preso poi alcune decisioni come quella relativa alla richiesta di ordinare uomini sposati (bisognerà vedere come la tradurrà concretamente il papa), che riguardano in primo luogo una realtà locale per quanto immensa come quella amazzonica. L’ormai cronica carenza di sacerdoti nella regione, la situazione di molte comunità abbandonate a sé stesse, la concorrenza delle chiese evangeliche ben radicate sul territorio, hanno spinto il sinodo a scegliere il cambiamento spinto per altro da una forte richiesta dei vescovi e delle comunità locali.

Papa Francesco durante la celebrazione della messa.

Tuttavia, una volta innescato il processo sarà ben difficile fermarlo altrove: cosa accadrà infatti quando prossimamente si riunirà il sinodo della Chiesa tedesca che spinge per riforme radicali? E come si regolerà la Chiesa australiana che nel 2020 si riunirà in un concilio plenario (l’ultimo si era svolto nel 1937) per decidere come rimettersi in cammino dopo essere stata travolta dallo scandalo degli abusi sui minori? Francesco ha scommesso su un cristianesimo capace di uscire dalla crisi in cui versa mettendo in discussone sé stesso in un dialogo aperto col mondo, la strada ora è aperta.

RIFORME PER LE DONNE: MINISTERO AD HOC E DIACONATO FEMMINILE

Rimane aperta, poi, drammaticamente, la questione femminile; da una parte infatti le donne  – fra religiose e laiche – costituiscono buona parte dell’ossatura del cattolicesimo organizzato nel mondo, dall’altra il perpetrarsi delle discriminazioni nei loro confronti sta riducendo anno dopo anno la presenza femminile nella Chiesa in molti Paesi. Su questo fronte dal sinodo arrivano due novità entrambe importanti.

La leadership femminile viene infine riconosciuta formalmente uscendo dall’anonimato e soprattutto dalla provvisorietà

La prima è la richiesta di un «ministero istituito» per le donne leader di comunità «considerato che la maggioranza delle comunità cattoliche in Amazzonia sono guidate da donne». Significa che l’incarico diventa istituzionale, la leadership femminile viene infine riconosciuta formalmente uscendo dall’anonimato e soprattutto dalla provvisorietà. Un obiettivo minimo per alcuni, ma meno scontato se si tiene conto appunto del ruolo che ricoprono le donne nella regione e dell’impatto culturale che la decisione della Chiesa potrà avere nei Paesi amazzonici come nel resto del mondo, a cominciare da quelle realtà in cui le donne – anche nella Chiesa – sono esposte a discriminazioni gravi.  

Al medesimo tempo il papa, nel suo intervento conclusivo al sinodo, ha fatto sapere che intende riconvocare la commissione sul diaconato femminile (i cui lavori si erano conclusi poco tempo fa con un nulla di fatto), tema discusso anche durante l’assise tenutasi in Vaticano. Segno che anche Francesco ha saputo ascoltare e probabilmente, pure alla luce dei lavori del sinodo, ha pensato che i tempi sono maturi per un’accelerazione. Fra le novità in arrivo c’è infine la possibilità, adombrata anche dal papa, che nasca una conferenza episcopale panamazzonica, un organismo che non si sostituisce agli episcopati nazionali ma sia in qualche modo capace di raccogliere i frutti di questo sinodo dando vita a una forma di confronto e di alleanza per affrontare problemi comuni.  

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I vescovi dicono sì ai preti sposati, adesso tocca al Papa

Il Sinodo per l'Amazzonia chiede a Bergoglio di permettere il sacerdozio a «uomini idonei e riconosciuti dalla comunità» anche se hanno già una famiglia.

Si apre uno spiraglio per l’ordinazione sacerdotale di persone sposate. Non sono i ‘viri probati’, ovvero persone riconosciute dalla comunità ma prive di una formazione specifica, ma coloro che sono già diaconi permanenti. Persone, anche sposate e con famiglia, ma che hanno fatto già un percorso preciso all’interno della Chiesa fino ad arrivare all’ultimo gradino prima appunto del sacerdozio. Nessun passo in avanti, invece, per le donne: la questione del diaconato viene rimandata alla riapertura della Commissione che aveva istituito nel 2016 il Papa e che era arrivata a «risultati parziali». Arrivano invece i peccati ‘ecologici’ e l’idea di studiare un rito ad hoc per l’Amazzonia. Sono alcuni degli elementi che emergono nel documento finale del Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia. Un documento che è stato consegnato al Papa al quale spetta l’ultima parola. E Bergoglio ha espresso l’auspicio che entro fine 2019 possa pubblicare la sua Esortazione apostolica in materia, o comunque un documento. Il pontefice ha poi ribadito che la Chiesa deve «essere sempre riformata», salvando però «la tradizione che è la salvaguardia del futuro, non la custodia delle ceneri». Su possibili nuovi riti, che tengano conto della cultura locale, il Papa ha invitato a «non avere paura».

Il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia ha chiesto dunque la possibilità per l’area amazzonica, anche se alcuni si sono espressi a favore di un «approccio universale all’argomento», di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile». Per questo occorre stabilire «criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente». Il paragrafo è stato approvato superando i due terzi dei voti richiesti ma ha registrato il maggior numero di ‘no’: 41 (128 i sì). Tutti i paragrafi comunque hanno ricevuto i due terzi utili per il ‘placet’.

L’INQUINAMENTO COME PECCATO ECOLOGICO

Il Sinodo ha, infine, proposto di «individuare il peccato ecologico come un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente». Lo afferma il documento finale individuando questi peccati «in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente».

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