Senza Netanyahu Israele verso un governo di unità o di sinistra

A sorpresa dal voto la lista araba è uscita come terza forza. E ha aperto alla trattativa con il centro di Ganz. Come l’ultranazionalista Lieberman, pronto alla grande coalizione. Tutti a patto che Bibi resti fuori.

Tutte le opzioni sono sul tavolo in Israele, meno che una. Come in primavera le due maggiori forze politiche (Likud e Lista blu e bianco) si fronteggiano quasi a parità di seggi (32 contro 31), eppure molto è cambiato dal voto precedente del 9 aprile 2019. Il premier Benjamin Netanyahu ha eroso il consenso del Likud, invece la Lista blu e bianco di Benny Gantz si è consolidata. E stavolta è certo che Avigdor Lieberman non sposterà i 9 seggi della sua lista Yisrael Beiteinu sull’alleanza di centrodestra – almeno finché Netanyahu sarà leader. Per poco, considerato che il premier uscente non ha la più maggioranza per un blocco conservatore religioso e da quasi un anno non riesce a formare un governo: la sconfitta dell’estrema destra di Potere ebraico, fuori dal parlamento, è anche sua. Dalla sera del 17 settembre Israele è meno a destra, e potrebbe andare a sinistra. Anche perché è successo l’impensabile: gli arabi sono andati a votare, e la loro lista sarà il terzo partito alla Knesset.

Israele elezioni governo Netanyahu
Il leadedr della lista araba nita Ayman Odeh. (Getty)

PER LA PRIMA VOLTA UNA LISTA ARABA UNITARIA

A ogni voto in Israele si dice che gli arabi-israeliani potrebbero fare la differenza. Ma solo alle seconde Legislative anticipate del 2019 (per la prima volta tanto ravvicinate in Israele) sono riusciti a mettere da parte la questione trasversale del sionismo, per un voto di unità contro Netanyahu, insieme con la sinistra e con i laici israeliani. La Lista unica che è riuscito a formare Ayman Odeh con le quattro sigle arabe ha guadagnato 13 seggi (più dei sei del Labor e dei cinque dell’Unione democratica dei verdi e dei centristi di Ehud Barak), perché da aprile l’affluenza tra l’elettorato arabo-israeliano è balzata dal 49% al 61%. L’obiettivo era «far fuori Netanyahu»: a centrarlo, ancor più della riconciliazione tra partiti arabi, ha giovato la campagna di odio contro gli arabi scatenata dal premier in testa, dal 2009, a esecutivi sempre più di ultradestra. Una corsa per protesta alle urne che darà a Odeh peso nelle consultazioni con il capo di Stato Reuven Rivlin.

Nelle consultazioni con il presidente della Repubblica la lista araba può sbilanciarsi in favore di Gantz premier

LA PORTA APERTA DI GANTZ

La notte del voto il leader arabo si è sentito al telefono con Gantz che è «pronto a parlare con tutti». Un incontro tra i due è in programma la sera del 18 settembre. Lo scoglio con Odeh, anche per un appoggio esterno, resta l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Gantz e l’alleato Yair Lapid hanno il sionismo nel Dna come il Labor. Come l’ultranazionalista laico Lieberman, sono anche favorevoli all’espansione delle colonie. Né escludono l’annessione di parte dei territori palestinesi, proposta in campagna elettorale da Netanyahu. Odeh e Lieberman non possono stare insieme. Ma le liste che Odeh rappresenta non possono neanche convivere con parte della Lista blu e bianco e del Labor: un blocco a sinistra inclusivo di tutte le rappresentanze espresse dal voto resta di difficile costituzione in Israele. Tuttavia Odeh nel colloquio con Rivlin può sbilanciarsi per un governo di unità nazionale, o di sinistra, guidato da Gantz. Senza Netanyahu diverse cose si possono fare. 

Israele elezioni governo Netanyahu
Avigdor Lieberman, decisivo con i suoi 9 seggi per il prossimo governo di Israele. (Getty)

PER UNA SOCIETÀ PIÙ UNITA

Il leader della Lista blu e bianco è l’ex generale delle operazioni su Gaza, ma vuole «iniziare un viaggio per riparare la società israeliana, mettendo da parte le differenze. Lavorare insieme per una società più giusta e più equa». È vero, ha commentato il vice Lapid, che i «cittadini israeliani sono meglio dei loro politici e della loro politica». Nonostante la delusione, all’ultimo voto non ha sfondato la coalizione dell’estrema destra populista (7 seggi) dell’ex ministro di Giustizia Ayelet Shaked, disposta a tornare al governo con Netanyahu e appoggiare leggi ad personam per salvarlo dai processi. Il premier ha stufato anche i coloni che non hanno avuto più sicurezza, né più garanzie economiche e sociali: molti dei voti negli insediamenti sono andati a Lieberman, deciso a sferrare il colpo di grazia a Netanyahu per questioni personali. Come, per ragioni politiche, la lista unita degli arabi: felici per «la fine dell’era Netanyahu e per Potere ebraico fuori dal parlamento».

UN POSSIBILE GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE

Del resto per Odeh, 44enne leader nascente, «si può discutere a un tavolo con Gantz, studiare la mappa politica e decidere». Il 21% della popolazione israeliana chiede di non essere cittadino di serie B. La lista araba ribadisce le richieste di «rinnovare il processo di pace» dei negoziati per due popoli in due Stati e di «più fondi e investimenti per le città arabe». Ma più che un fronte di sinistra, converrebbe loro un governo centrista di unità nazionale tra la Lista blu e bianca di Gantz, il Likud – senza Netanyahu – e Lieberman o quel che resta di verdi e di laburisti. Così gli arabi sarebbero la «prima forza di opposizione. Un lavoro interessante», ha commentato il leader, «che ci renderebbe influenti». Netanyahu si affanna nel mantra, che non attacca più, della «minaccia esistenziale araba». Promette ancora un governo come se avesse i numeri, pronto a mandare il Paese a terze elezioni. Primo super pares, il presidente della Repubblica Rivlin farà di tutto per evitarle.

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Il voto in Israele che raffredda i rapporti con gli Usa

Costretto a tornare alle urne, Netanyahu tenta una coalizione con l’estrema destra impresentabile e alleati inaffidabili. Offrendo ministeri in cambio di leggi ad personam per salvarsi dai processi. Mentre Trump si smarca.

È chiaro a tutti in Israele (amici, nemici politici, elettori) che il premier in carica dal 2009 Benjamin “Bibi” Netanyahu è arrivato al secondo voto anticipato del 2019 sotto il ricatto di tre possibili rinvii a giudizio all’inizio di ottobre per le accuse di corruzione e violazione della fiducia pubblica. Il procuratore generale che lo tallona, Avichai Mandelblit, è uno dei tanti ex fedelissimi diventati ostili. Ha negato a Bibi l’ennesimo rinvio delle udienze: la crisi di governo, irrisolta dalla fine del 2018, ha già contribuito abbastanza a trascinare le pendenze legali del premier, che avrà poco tempo per formare un esecutivo, schermandosi con l’immunità e con leggi ad personam. Ministeri in cambio dell’ok a una riforma della giustizia che lo tenga in piedi: la campagna di Netanyahu, svuotata di contenuti, è stata tutta tattica. E con tattica ha iniziato a muoversi anche Donald Trump nei confronti dell’alleato.

TRUMP SI È UN PO’ DEFILATO CON NETANYAHU

Complice il genero ebreo Jared Kushner, Trump è stato molto vicino a Netanyahu dall’arrivo alla Casa Bianca nel 2016. Ma alla seconda corsa elettorale del leader conservatore del Likud il presidente americano è calato sotto coperta. Non hanno giovato a “Bibi”, nell’estate del 2019, le continue aperture di Trump per un incontro con l’omologo iraniano Hassan Rohani e iniziare una mediazione. Ancora meno la cacciata, a settembre, del falco e primo consigliere alla Sicurezza nazionale John Bolton, legatissimo all’ultradestra americana e israeliana, sponsor convinto di una guerra all’Iran. I malumori sono cresciuti in casa Netanyahu verso un alleato che, anche in vista delle Presidenziali americane del 2020, certo non lo può scaricare. Ma che si è sgonfiato nel sostegno, come dimostra il no comment dalla Casa Bianca sulla promessa di Netanyahu di «annettere la Cisgiordania». 

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Benjamin Netanyahu e Donald Trump in un manifesto elettorale per le Legislative in Israele. GETTY.

I REGALI DEGLI USA, POI IL SILENZIO

Anche nel tweet di auguri per le nuove Legislative del 17 settembre Trump se l’è cavata con un futuro «trattato di reciproca difesa». Si tratta dello stesso presidente che due anni prima dichiarò Gerusalemme capitale esclusiva di Israele, pochi mesi dopo trasferì l’ambasciata degli Usa nella città e mandò in fumo l’accordo sul nucleare con l’Iran di Barack Obama, datato 2015. Il terzo regalo di Trump a Netanyahu arrivò nel marzo 2019 – in piena campagna per le Legislative israeliane del 9 aprile – con il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture contese del Golan. Per l’occasione un insediamento della zona fu ribattezzato Ramat Trump, “l’altura di Trump”. Al contrario sulla Cisgiordania gli Stati Uniti tardano a esporsi: il piano di pace sulla Palestina che era tra le grandi ambizioni di Trump è stato congelato fino all’esito delle nuove elezioni israeliane.

Sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si è giocato di sponda durante la campagna elettorale

LA SPY STORY TRA ISRAELE E STATI UNITI

Gira voce che Trump sia spazientito dalle sabbie mobili di Netanyahu, incapace di rivincere dopo tre concessioni enormi. Dovesse saltare come premier, il tycoon è pronto a rimpiazzare l’improbabile piano sulla Palestina con una nuova pax con l’Iran. Ed è inevitabile che sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si sia giocato di sponda durante la campagna elettorale. A ridosso del voto cruciale, un’inchiesta di Politico ha rivelato, attraverso fonti dell’intelligence Usa, di apparecchi (i cosiddetti simulatori di ripetitori Sting Rays, in grado di captare i dati nei cellulari) piazzati nei paraggi della Casa Bianca e di altri palazzi del potere degli States. Trump ha due iPhone criptati dalla National security agency (Nsa), i servizi segreti interni, e un telefono personale che non vuole far toccare. Dalle indagini, gli apparecchi di intercettazione sarebbero riconducibili agli israeliani.

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Manifestazioni in Israele contro un nuovo governo di Benjamin Netanyahu. GETTY.

THE DONALD PRENDE TEMPO, “BIBI” ACCELERA

Tanto Trump quanto Netanyahu escludono le indiscrezioni della spy story tra alleati riportate dalla testata americana. Anche sulla, non casuale, nuova crisi tra l’Arabia Saudita e l’Iran nel Golfo persico gli Stati Uniti più che accendere hanno smorzato i toni: non si risparmieranno nella rappresaglia, ma sono «in corso accertamenti» e un conflitto è «da evitare». Scherzando, in estate il presidente americano aveva raccontato che avrebbe fatto «almeno un paio di guerre, se fosse stato per Bolton», poi lo ha silurato. L’impressione è che alla Casa Bianca si voglia far decantare l’intricata situazione politica di Israele. Netanyahu ha tentato il tutto e per tutto, chiedendo un «mandato chiaro» all’elettorato per il progetto di annessione della parte del Giordano e della fetta della Cisgiordania lungo il Mar morto. In modo da ricompattare sui conservatori i voti dell’estrema destra.

COALIZIONE ANCORA INCERTA

Sono state le prime Legislative della storia di Israele ripetute in un anno. Ad aprile il Likud vinse con una manciata di voti di scarto (26,5%) sulla lista Bianco e Blu di Benny Gantz (26,1%), ma non era poi riuscito a mettere insieme una coalizione con la maggioranza alla Knesset (61 seggi). Il problema si ripone – per tutti – in autunno. Persi i voti degli ultranazionalisti laici di Avigdor Lieberman, boia dell’ultimo esecutivo e del nuovo, i nodi per “Bibi” restano l’appoggio degli impresentabili di Potere ebraico, per l’annessione della Cisgiordania e la deportazione degli arabi, e la fedeltà dei fuoriusciti dal partito dei coloni Casa ebraica, come Naftali Bennett. Entrambi, in cambio di poltrone, sarebbero disposti a far passare le leggi ad personam, ma dei moderati del Likud potrebbero a questo punto lasciare il partito. Mentre la giustizia fa il suo corso Trump, dalla Casa Bianca, attende.

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