Lo “storico” piano di Trump per il Medio Oriente è già nelle secche

La maggior parte dei Paesi arabi lo rigetta. Mentre Netanyahu attacca Gantz e Olmert accusandoli di «favorire il terrorismo». Solo un cambio di governo in Israele potrebbe riaprire il dialogo tra Gerusalemme e Ramallah.

Come previsto, lo «storico piano di pace per il Medio Oriente» presentato due settimane fa da Donald Trump è finito nelle secche.

Netto, radicale e irremovibile il rifiuto a considerarlo anche solo una base di discussione da parte palestinese.

Durissima la reazione negativa da parte della maggior parte dei Paesi arabi e islamici; presa di distanza netta da parte dell’Unione europea e infine –ma non per ultimo – tiepido, tiepidissimo e guardingo l’appoggio da parte dei Paesi arabi che non l’hanno condannato: Egitto, Arabia Saudita e Qatar.

LA RESISTENZA DI ABU MAZEN

Trump tace al riguardo e invano l’ambasciatrice Usa alle Nazione Unite Kelly Craft dice ad Abu Mazen che «il nostro piano di pace non è un prendere o lasciare, ma l’inizio di una conversazione, non la fine». Abu Mazen non intende sentire ragione ed è volato alle Nazioni Unite nel vano tentativo di fare approvare dal Consiglio di Sicurezza una risoluzione presentata da Indonesia e Tunisia di condanna del piano Trump. Obiettivo mancato per mancanza di una maggioranza, anche prima dello scontato veto da parte degli Stati Uniti, seguito da una dichiarazione netta del presidente della Anp: «Non possiamo accettare il ruolo degli Usa come unico mediatore, il loro piano rafforza il regime di Apartheid di cui pensavamo di esserci sbarazzati molto tempo fa». Poi, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza la mappa dei confini tra i due Stati presentata da Trump chiosa: «Lo Stato che ci darebbero è come il formaggio svizzero: pieno di buchi!». L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha liquidato il leader della Anp senza mezzi termini, chiedendogli in maniera ben poco protocollare le dimissioni: «Non ci saranno progressi verso la pace finché Abu Mazen rimarrà sulle sue posizioni: solo quando si dimetterà Israele e i palestinesi potranno fare passi avanti!».

NETANYAHU CONTRO GRANTZ E OLMERT

Impasse totale dunque, mentre ci si continua a chiedere a quale ratio risponda un piano di pace trumpiano così sbilanciato a unico favore di Israele, mentre l’opposizione israeliana a Bibi Netanyhau (che è ovviamente entusiasta della mossa di Trump) si defila da quel piano, tanto che Benny Gantz ha inviato alla Nazioni Unite il suo amico Ehud Olmert (ex premier e oggi privato cittadino) per contattare direttamente Abu Mazen, evidentemente per avviare un discorso di riavvicinamento da usare nella terza campagna elettorale consecutiva in Israele. Furibonda la reazione di Netanyhau che ha accusato Gantz e Olmert di «favorire il terrorismo», a riprova che un auspicabile cambio di governo in Israele potrebbe quantomeno riaprire un dialogo tra Gerusalemme e Ramallah, seppellendo definitivamente il ben poco “storico” piano di Trump.

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Abu Mazen rompe le relazioni tra Palestina e Israele

Il presidente dell'Anp rompe le relazioni con Israele all'indomani della presentazione del piano di Trump per la pace.

Un piano così è decisamente inaccettabile. Anzi, di più, è un insulto. Così il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha deciso di rompere ogni relazione con Israele e sospendere tutti gli accordi. «Non accetterò l’annessione di Gerusalemme e non voglio passare alla storia come colui che ha venduto Gerusalemme», ha dichiarato Abu Mazen citato dall’agenzia Maan, aggiungendo che l’Anp «non accetterà mai gli Usa come unico mediatore al tavolo dei negoziati con Israele».

«CREDO ANCORA NELLA PACE»

Il presidente dell’Anp ha proseguito: «Israele non è la patria solo degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani». È una rottura dovuta al fatto che sulla cartina disegnata da Trump, agli israeliani finiscono «oltre il 90% delle terre palestinesi», ma che non fa smettere Abu Mazen di «credere nella pace». Una pace che però si deve basare sulla «iniziativa araba» e le «risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite».

ALLA PALESTINA 50 MILIARDI MA NON LA SOVRANITÀ

Il piano di 80 pagine presentato a Washington, il 28 gennaio, da Trump e Netanyahu si basa su Gerusalemme unita capitale dello Stato di Israele e sulla creazione di uno Stato palestinese che avrà una capitale nell’area di Gerusalemme Est e sarà sostenuto da 50 miliardi di dollari di investimenti da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Ma non si tratterà di un territorio unico. Le sue diverse porzioni saranno unite da «strade, ponti e tunnel». Lo Stato palestinese avrebbe diverse limitazioni della propria sovranità: non potrà avere un esercito e non controllerà i suoi confini esterni e il suo spazio aereo. Inoltre diversi insediamenti legali in Cisgiordania diventeranno Stato di Israele, con Netanyahu che potrebbe annettere subito il 30% del territorio.

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Il vero obiettivo di Trump non è la pace in Medio-Oriente ma spaccare il mondo arabo

FRONTIERE. Il piano, concordato solo con Israele e quasi offensivo per la Palestina, non servirà nemmeno come base per aprire una trattativa. L'unica ratio è quella di dividere ulteriormente un fronte già lacerato. Risultato raggiunto visto che Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar hanno accolto favorevolmente la proposta.

Una umiliazione per le aspettative dei palestinesi: il piano di pace presentato da Donald Trump non può che essere definito in questi termini.

Solo tra anni si potrà comprendere la ratio di questa proposta che sicuramente verrà rigettata da tutte le componenti palestinesi anche solo come base per una trattativa.

D’altronde, se si intende seriamente avviare una trattativa non si segue certo la strada di concordare addirittura una cartina (annessa al piano) con una sola delle parti (Israele), di pubblicizzarla di fronte ai soli leader politici israeliani, ma si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti (come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David), per poi aprire il tavolo.

IL NODO DI GERUSALEMME EST

Di fatto, la proposta di Donald Trump non servirà con tutta probabilità neanche come base di trattativa per varie ragioni. Innanzitutto ribadisce il fatto che i palestinesi non avrebbero come capitale Gerusalemme Est (proposta invece accettata dal premier israeliano Ehud Barak nel 2000), ma un quartiere della estrema periferia di Gerusalemme a Est e a nord della attuale barriera di sicurezza incluse Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis. Non solo, Trump col suo piano ribadisce che Gerusalemme deve essere Capitale solo e unicamente dello Stato di Israele e afferma: «Il ritorno a una Gerusalemme divisa e, in particolar modo, a una divisione delle forze di sicurezza in un’area così sensibile, costituirebbe un gravissimo errore». Proposta inaccettabile per tutto il mondo islamico, non solo arabo.

Se si intende seriamente avviare una trattativa si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David, per poi aprire il tavolo

QUELL’OFFENSIVO SCAMBIO TERRITORIALE

Ma non solo questo viene imposto ai palestinesi: di fatto lo “Stato” palestinese definito da Trump si vede sottratti a favore della sovranità israeliana tutta la valle del Giordano, tutti o quasi gli insediamenti ebraici degli ultimi 20 anni in Cisgiordania e definisce una cartina della Palestina frantumata, piena di enclave israeliane e addirittura confinante solo con Israele, non più con la Giordania (tranne Gaza che confina con l’Egitto). In cambio di questo più che consistente depauperamento territoriale (e di popolazione palestinese) il piano Trump prevede un quasi offensivo “scambio di territorio”, offrendo allo Stato palestinese due enclave nel Negev a ridosso del confine con l’Egitto.

BENE IL RIFIUTO DEL DIRITTO AL RITORNO DEI PROFUGHI

Giusto, scontato e in linea col diritto internazionale il rifiuto del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi del 1948, del 1967 e dei loro eredi che comporterebbe, se fosse accettato (come richiesto dai palestinesi) il precedente di un “diritto al ritorno” dei profughi italiani di Istria o Dalmazia o dei 2 milioni dei tedeschi – inclusi i 300 mila abitanti di Danzica e loro eredi – dei territori acquisiti dall’Urss e dalla Polonia dopo la sconfitta militare nazista del 1945. Giusta anche la proposta di uno Stato palestinese di fatto privo di forze armate con capacità offensiva.

INGENUA L’OFFERTA DI AIUTI

Ingenua e molto yankee, la proposta di garantire a questo Stato palestinese così orbato, aiuti per la cifra pur enorme di 50 miliardi di dollari. Insufficiente, per le decine di migliaia di palestinesi che si trovano nelle grandi enclave della Cisgiordania passate sotto sovranità israeliana, la possibilità di scegliere tra la cittadinanza israeliana, la cittadinanza palestinese o restare come “ospiti” nelle loro zone di insediamento storico.

L’UNICA RATIO DI TRUMP È SPACCARE IL FRONTE ARABO

A fronte di questo quadro, a oggi, l’unica ratio che si può leggere nella decisione di Trump di presentare con tanta enfasi questo piano non è – lo ribadiamo – di aprire una trattativa, ma di spaccare il fronte arabo. Mossa questa che è riuscita indubbiamente. Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno aperto assolutamente alla proposta di Trump con dichiarazioni favorevoli (il Cairo) «a una attenta e approfondita considerazione della visione degli Stati Uniti per raggiungere la pace e ad aprire canali di dialogo sotto gli auspici statunitensi per la ripresa dei negoziati».

Il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito la prima linea di supporto ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza

Indubbiamente, il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito dal 1945 in poi la prima linea di supporto politico, ma anche economico, ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia consistente nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza. Ma spaccare ulteriormente un fronte arabo già peraltro lacerato è una cosa, avviare una trattativa seria tra Israele e Palestina è un’altra. Soprattutto perché ci si deve ricordare che Anwar al Sadat ha pagato con la propria uccisione nel primo attentato della rete che sarebbe confluita in al Qaeda la sua decisione di riconoscere Israele ed effettuare uno scambio di territori. Abu Mazen lo ha ben presente. Questo è il contesto di un conflitto che è deflagrato a Gerusalemme esattamente un secolo fa, nel 1920, e che da allora si è sempre più inasprito fino a incancrenirsi.

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Chi sono e a chi fanno comodo i terroristi di Jihad islamica

Gli estremisti della Striscia di Gaza sono manovrati da Teheran per destabilizzare Tel Aviv. Che a sua volta li sfrutta per indebolire Hamas. Gli unici sconfitti, così, sono i palestinesi.

Follow the rockets, segui i razzi. La crisi nella Striscia di Gaza è esplosa in settimane cruciali per i governi che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti nello scontro. Hamas e l’Autorità nazionale palestinese (Anp), che dal 2007 si spartiscono conflittualmente il controllo nell’ordine dell’enclave e dei territori della Cisgiordania, concertano per tornare al voto insieme dopo anni, a febbraio 2020. In Israele si tenta fino all’11 dicembre di formare un governo, finora invano, pena la chiamata straordinaria, per la terza volta da aprile 2019, degli elettori alle urne. L’Iran, attore esterno-chiave, deve fronteggiare le improvvise rivolte a catena nei Paesi che di fatto controlla: l’Iraq e, attraverso il partito e le milizie di Hezbollah, anche il Libano ormai. Al centro del triangolo tra Israele, Palestina e Iran ci sono i razzi dei terroristi di Jihad islamica.

IL SEGNALE DI “BIBI”

L’attacco mirato israeliano che all’alba del 12 novembre ha ucciso a Gaza il capo militare di Jihad islamica della zona Nord della Striscia, Baha Abu al Ata (considerato la mente degli ultimi attacchi contro Israele) e la moglie, ha avuto il disco verde a orologeria del premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu mentre il rivale Benny Gantz tenta a fatica di comporre una maggioranza. È assai probabile che, come già “Bibi”, fallisca nell’impresa: trovare la quadra per un appoggio esterno della Lista unita araba sarà molto più difficile, dopo le centinaia di razzi piovuti su Israele in rappresaglia, e dopo gli oltre 30 morti tra i palestinesi per la risposta israeliana. Per Ganz sarà imbarazzante continuare a trattare, per la Lista araba quasi impossibile. Tanto più che Ganz per i palestinesi è l’ex comandante delle guerre su Gaza.

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Il comandante di Jihad islamica Baha Abu al Ata, ucciso da Israele nella Striscia di Gaza. GETTYT.

L’ARSENALE DI JIHAD ISLAMICA

Con l’omicidio di al Ata (e poche ore dopo da quello dell’altro comandante Moawad al Ferraj) in compenso Netanyahu ha dato un segnale forte a chi, nel suo elettorato, vorrebbe un’altra guerra contro la Striscia, e da tempo lo taccia di mollezza verso gli aggressori. Quest’anno i razzi di Jihad islamica hanno lambito Tel Aviv, beffando lo scudo antimissile. La guerra si è evitata perché anche Hamas ha cambiato strategia: per Israele il pericolo più grande ora viene dal movimento estremista minore, ma più direttamente manovrato dall’Iran. Fondato nel 1981, Jihad islamica è addestrata, finanziata e armata dai pasdaran con un arsenale che gli israeliani stimano aver raggiunto la portata di quello di Hamas: gran parte dei razzi sono piccoli e autoprodotti, ma alcuni percorrono 50 miglia. Non per niente il 12 novembre un missile israeliano ha colpito, ferendolo, anche un capo militare di Jihad islamica in Siria.

Jihad islamica è la longa manus dell’Iran in Palestina, come lo sono i ribelli sciiti houthi in Yemen

LA GUERRA PER PROCURA IRANIANA

Akram al Ajouri, considerato l’anello tra Jihad islamica e l’Iran, è di base in un quartiere di Damasco. Altri esponenti del movimento (terroristico anche per gli Usa, l’Ue e gli altri alleati occidentali) vivono a Beirut, in Libano. I quadri vanno in visita a Teheran, hanno incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani, più volte il suo ministro degli Esteri Javad Zarif e i vertici dei pasdaran. Jihad islamica è la longa manus dell’Iran in Palestina, come lo sono i ribelli sciiti houthi in Yemen: una tattica che aumenta l’instabilità e le divisioni tra palestinesi, ma cementa l’influenza di Teheran e la sua pressione ai diretti confini con Israele, come in Libano con gli Hezbollah. La teocrazia sciita, in questo momento debole in Iraq, può così anche rilanciare la sua propaganda di difensore della Palestina in Medio Oriente.

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Gli ultimi raid israeliani nella Striscia di Gaza. GETTY.

LE DIVISIONI TRA I PALESTINESI

In verità a rimetterci più di tutti dalle proxy war sono come sempre i palestinesi. Anche Hamas, presa dalla gestione politica ed economica della Striscia (pessima quanto si vuole ma una realtà), non può più barricarsi nell’intransigenza della guerra a Israele: l’apertura concreta alle prime elezioni dallo scontro con Fatah è un’altra spina nel fianco per Netanyahu. L’iniezione mensile di milioni di dollari dal Qatar – permessa da Israele – alla Striscia è un compromesso accettato dagli islamisti anche a scopo elettorale, per allentare il blocco e migliorare le condizioni di vita dei due milioni di gazawi. Un piano di de-escalation sabotato sistematicamente da Jihad islamica, che dalla comoda collocazione all’opposizione attrae in compenso le frange più estreme e violente dei miliziani di Hamas.

L’unità della Palestina è un tabù per lo Stato ebraico e un freno per la Repubblica islamica

LA MIOPIA DI ISRAELE

Con loro un popolo di delusi, non a torto, della “politica” è richiamato dal movimento armato anti-sistema, soprattutto tra i giovani. Jihad islamica è anche il grimaldello dell’Iran per ridurre il margine di manovra sui palestinesi dell’Egitto (con gli Stati Uniti, mediatore delle crisi di Gaza con tutti i gruppi estremisti), diventato una sponda di Israele e degli arcinemici sauditi. Se il tentativo di organizzare le Legislative, e poi le Presidenziali, nei territori occupati e nella Striscia naufragherà, a gioirne saranno tanto gli israeliani quanto gli iraniani. L’unità della Palestina è un tabù per lo Stato ebraico e un freno per la Repubblica islamica. Ma Jihad islamica è un danno anche per Israele: alla fine dei conti, di questo passo a vincere davvero la guerra dei razzi sarà solo l’Iran.

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Caro Israele, gli omicidi mirati non sono da Stato democratico

È davvero arduo accettare il principio di una sorta di licenza di uccidere qualcuno, in casa propria o al di fuori dei propri confini, rivendicato da Tel Aviv, che ha sempre fatto una bandiera della sua democraticità.

Il cessate il fuoco concordato tra la Jihad islamica e Tel Aviv con la mediazione dell’Egitto e dell’inviato delle Nazioni Unite deve essere accolto positivamente anche se nessuno può davvero sperare che da quest’intesa possa innescarsi un processo di strutturale de-escalation e quindi di stabilizzazione.

Del resto, si attende ancora la conferma dell’intesa proprio da parte israeliana che peraltro penso non mancherà seppure con qualche distinguo che, c’è da augurarsi, non riguardi la parte relativa all’impegno che sarebbe stato preso da Tel Aviv di non ricorrere più agli omicidi mirati.

Questi, che altri chiamano azioni di killeraggio, non sono a mio avviso accettabili; non lo sono rispetto all’esigenza proclamata della prevenzione di atti di terrorismo, soprattuto se se pianificati da mesi come nel caso in esame. Non lo sono neppure se autorizzati all’unanimità dal governo in ragione della «bomba ad orologeria» che sarebbe stata pianifica dalla Jihadh islamica né se collocati nel perimetro scivoloso della cosiddetta «guerra asimmetrica» che la Jihad islamica sta conducendo.

ISRAELE SI SENTE LIBERO DI UCCIDERE E SI VANTA DELLA SUA DEMOCRAZIA

È davvero arduo infatti accettare il principio di una sorta di licenza di uccidere qualcuno, in casa propria o al di fuori dei propri confini, rivendicato da uno Stato che si definisce – e viene riconosciuto come tale – democratico. E soprattutto da uno Stato come Israele che fa una bandiera della sua democraticità anche per marcare la differenza esistente, proprio su questo terreno, con i Paesi vicini. Intendiamoci, da questo giudizio non discende neppure la più tenue legittimazione dei lanci delle decine, decine e decine di missili effettuati per ritorsione da parte da parte delle Brigate al-Quds, il braccio armato della Jihad Islamica.

Bibi Netanyahu, nella logica protesa a rendere problematica l’opera di formazione del governo da parte del rivale Benny Gantz, aveva nominato a sorpresa, a ministro della Difesa il cofondatore de La Nuova Destra Natali Bennett

Una ritorsione del tutto prevedibile da parte di un’organizzazione terroristica che si serve anche dei morti, oltre 30, caduti sotto il fuoco israeliano a fronte delle decine di feriti provocati dai suoi missili in terra israeliana. Prevedibile e certamente messa in conto anche da parte israeliana che evidentemente riteneva di poterne pagare un prezzo sopportabile. Da Bibi Netanyahu in primis che, nella logica protesa a rendere problematica l’opera di formazione del governo da parte del rivale Benny Gantz – al quale resta solo una settimana per raggiungere il traguardo – aveva nominato a sorpresa, poche ore prima, a ministro della Difesa il cofondatore de La Nuova DestraNatali Bennett, affrettatosi ad annunciare misure speciali di sicurezza.

Il cratere formato da un missile.

Poi ha deciso l’intervento missilistico nel convincimento che avrebbe ottenuto il placet del presidente e l’allineamento al suo fianco dello stesso Benny Gantz che non ha esitato ad affermare che il suo partito porrà sempre la sicurezza dei cittadini prima di qualunque cosa. Non sfugge infatti che con queste operazioni – che Netanyahu ha inteso saldare con un dichiarato, complementare intervento da terra, aria e mare – ha voluto dare un significativo segnale politico al Paese; segnale irrobustito dal messaggio che il bersaglio di Tel Aviv era solo la Jihadh e non Hamas che ha in quest’ultimo un concorrente temibile e che sembra mostrare sensibilità ai contatti propiziati anche dal Cairo per ottenere concessioni da Israele e, complessivamente, un abbassamento della conflittualità.

LA TREGUA RIMANE FRAGILISSIMA

Nello stesso tempo Netanyahu ha inteso inviare un inequivoco segnale anche a Teheran, sponsor della Jiadh islamica sia nella striscia di Gaza sia in Siria con l’altro attentato nel quale si è peraltro mancato il bersaglio principale, in un momento in cui l’Iran incontra difficoltà a sostenere i suoi proxies nella regione ma con i quali non intende allentare la presa. E proprio da Teheran che per bocca di Abbas Mousavi, il portavoce del ministero degli Esteri, è venuta la reazione più forte, non solo con la condanna degli attacchi missilistici, bollati come veri e propri crimini di guerra, ma anche con il vigoroso appello alla necessità che Tel Aviv sia perseguita e punita nei tribunali internazionali e con una dura critica «al silenzio e all’inazione» delle organizzazioni e della comunità internazionale contro l’aggressione e gli atti terroristici del regime sionista. Il tutto assortito dell’elogio dell’eroica resistenza del popolo palestinese contro gli «usurpatori».

Il raid israeliano un crimine contro il nostro popolo a Gaza

Abu Mazen, presidente della Palestina

Scontata a questo riguardo la reazione del presidente palestinese Abu Mazen che da Ramallah, in Cisgiordania, ha definito il raid israeliano «un crimine contro il nostro popolo a Gaza», così come la denuncia turca dell’aggressione israeliana. E per contro il sostegno bipartisan espresso nei riguardi Tel Aviv da parte americana (segnatamente da Mike Pence e da Joe Biden) mentre la Ue si è limitata a invitare le parti al contenimento mentre, curiosamente, si pubblicizzava la decisione di imporre la pertinente etichetta sui prodotti provenienti dai territori occupati; decisione avversata da Tel Aviv e naturalmente salutata con favore da parte palestinese (e non solo) come un passo importante nella direzione giusta.

Truppe israeliane.

La tregua raggiunta nelle ultime 24 ore è fragile e non solo perchè il suo annuncio è stato accompagnato da una serie di violazioni da una parte e dall’altra ma anche perché la Jihadh islamica è etero-diretta e non è detto che Teheran voglia favorire un percorso suscettibile di favorire la politica di contrasto israeliano ai proxies iraniani nel quadrante regionale che va da Gaza, per l’appunto, al Libano e alla Siria. Così come non è scontato che Netanyahu non abbia nei suoi calcoli altre azioni di forza. Penso che in ogni caso il bilancio dell’operazione – che è costata 34 morti, e solo da parte palestinese, mentre da parte israeliana si lamentano solo 63 feriti – non rappresenti un incoraggiamento alla pace.

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Israele, la corsa a ostacoli di Gantz per formare un governo

Dopo il fallimento di Netanyahu, il cerino passa all'ex generale che tenta la strada di un esecutivo di minoranza. Ma l'accordo con gli arabi è complicato. In caso non riuscisse nell'impresa si tornerebbe per la terza volta al voto. Lo scenario.

Israele si prepara al terzo voto anticipato in meno di un anno. La prospettiva non è rassicurante, ma è la più probabile dopo la manifesta impossibilità di Benjamin Bibi Netanyahu di creare un nuovo governo. Dal premier uscente – e premier dal 2009 – la palla è passata al generale Benny Gantz.

La sua nuova lista Blu e bianco, schizzata a primo partito in pochi mesi, rappresenterebbe un rinnovamento per Israele. Il guaio risaputo è che neanche la coalizione liberal-nazionalista formata – con frammenti del Labor, del Likud e delle sigle centriste in estinzione – dall’ex comandante dei raid su Gaza ha da sola una maggioranza. Solo un seggio (34) la stacca dal Likud (33) di Netanyahu nella Knesset. Per un governo di minoranza, al generale dagli occhi di ghiaccio serve l’appoggio esterno della Joint List degli arabo-israeliani (13 seggi) e della lista Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. Oltre che del Labor e dell’Unione democratica (5), di Verdi ed ex socialisti. Ma la sinistra araba punta dritta al voto.

Il leader della Joint List araba Ayman Odeh, artefice del successo alle ultime Legislative in Israele. GETTY.

ARABI IN TESTA ALL’OPPOSIZIONE

Un governo Gantz tenuto in piedi a corrente alternata dagli opposti schieramenti sarebbe fragilissimo. Tanto più che l’ultranazionalista Lieberman, ex falco dei governi Netanyahu e suo killer, non ne vuol sapere di avere lo stesso peso politico della lista unita araba. E viceversa: i tre eletti di Balat, uno dei quattro partiti del cartello tra arabo-israeliani foriero del successo delle ultime elezioni, sono contrari all’appoggio esterno. E anche al brillante loro leader Ayman Odeh conviene andare ancora voto: la disponibilità a discutere il sostegno con Gantz c’è, ma la priorità per la Joint List è capitalizzare il consenso tra gli arabi che compongono il 21% della popolazione israeliana. Il loro ritorno alle urne – grazie a una lista unita – è stata la sorpresa delle Legislative del 17 settembre 2019. Al 13% (in prospettiva anche di più), con un esecutivo di unità nazionale tra Blu e Bianco e il Likud, la lista araba spiccherebbe come primo partito di opposizione – che in Israele ha l’accesso ai dossier dell’intelligence interna. Vale la pena compromettersi con l’elettorato palestinese per la mano tesa a Gantz?

UN BIBI DI TROPPO PER LA GRANDE COALIZIONE

Incontri di Blu e Bianco sono in corso anche con Odeh, ma la strada è molto complicata. Anche per un governo di unità nazionale: le premesse, nei programmi dei due principali partiti, sono molte. Ma Gantz ha posto come condizione, anche in campagna elettorale, l’uscita di scena di Netanyahu da capo del partito e come premier nella rotazione. I malpancisti del Likud, dopo alcuni fuoriusciti verso Bianco e Blu, non sono abbastanza per estromettere il primo ministro più longevo di Israele: Bibi dispone di uno zoccolo duro e anche lui, a questo punto, potrebbe far fallire le consultazioni aperte dal capo di Stato Reuven Rivlin. Il mandato esplorativo gli era stato dato per primo, perché forte di un sostegno parlamentare più esteso grazie agli alleati ultraortodossi (16 seggi di Shas e Giudaismo unito nella Torah) e della lista di ultradestra Yamina (7 seggi). Ma Netanyahu ha dovuto prendere atto del fallimento del suo disegno di formare un nuovo esecutivo, a causa soprattutto della flessione del Likud. E di Potere ebraico rimasto fuori dalla Knesset.

Israele crisi governo Gantz Netanyahu elezioni
Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele dal 2009. GETTY.

DELL’INCRIMINAZIONE

A Bibi serviva un governo a settembre come scudo alle incriminazioni per corruzione e abuso di potere che potrebbero arrivare a breve (dopo le udienze preliminari di ottobre) da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit, tutt’altro che amico. L’intera campagna elettorale si è giocata sulle pendenze penali che inseguono ormai da anni Netanyahu: arabo-israeliani, Bianco e Blu, e anche Lieberman si sono ricompattati contro il «governo dell’immunità». A questo punto il leader del Likud con un sostegno ancora discreto nel partito può solo sperare in un verdetto morbido del magistrato e – nel frattempo – nel fallimento annunciato di Gantz nelle consultazioni, che potrebbe far sgonfiare il consenso rapidamente accumulato da Blu e Bianco. Il generale che si professa ora sionista di sinistra, e che si è alleato con i centristi di Yair Lapid, sarebbe preferito (46%) dagli israeliani a Netanyahu (40%) come premier, almeno stando agli ultimi sondaggi diffusi a fine ottobre dalle tivù israeliane. Ma i partiti restano inchiodati alle percentuali delle Legislative di aprile e di settembre 2019.

LE DEADLINE PER IL VOTO NEL 2020

L’incriminazione di Netanyahu entro dicembre sbloccherebbe la grave paralisi politico-istituzionale: in Israele diventerebbe possibile un governo di unità nazionale libero da Bibi. Ma il tempo stringe: il leader di Blu e Bianco ha 28 giorni per formare un esecutivo. Alla deadline del 21 novembre, senza una quadra la Knesset avrà l’autorità per proporre entro 21 giorni un suo candidato: la nuova scadenza potrebbe cadere il 22 dicembre. Ma già all’inizio del mese è atteso il verdetto del procuratore generale su Netanyahu. Sulla proposta parlamentare del candidato, il presidente della Repubblica potrà dare altri 14 giorni per tentare di formare un esecutivo sul nome presentato, se ritiene vi siano i presupposti. Al fallimento anche della Knesset di formare un governo, l’assemblea verrà sciolta. Nuove Legislative anticipate, in un caso o nell’altro, potranno allora cadere o alla metà o alla fine di marzo 2020. Con o senza Netanyahu, sarà l’incertezza più lunga vissuta dalla democrazia israeliana. 

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