Cari pessimisti da salotto, profetizzare Apocalissi non fa figo

Siamo immersi in un lamento permanente e non vediamo ciò che, seppur tra le difficoltà, funziona. Sarebbe meglio cercare di risolvere ciò che non va. Anche nel nostro piccolo. Andando alla guerra si può anche vincere, e non c’è niente di sbagliato a pensarlo.

Qualche giorno fa, ho acquistato un saggio che analizzava quante volte siano stati pubblicati negli ultimi 10 anni libri sulla ricerca della felicità e quante volte questa parola compaia nei romanzi dello stesso periodo (ok, ho gusti singolari anche quando acquisto libri per lavoro).

Si intitola Happycracy ed è stato pubblicato in prima edizione nel 2018, sostiene punti di vista assolutamente comprensibili e condivisibili («non ci è concesso di fallire, siamo condannati al successo e al benessere») ed è già vecchio. «Antico», come si dice nel linguaggio della moda. Passato.

Chi l’ha scritto, Edgar Cabanas dell’Università Camilo Luis Cela di Madrid ed Eva Illouz che insegna Sociologia all’Università di Gerusalemme, hanno colto a occhio e croce l’ultima coda del sogno americano incarnato nella tesi ispiratrice della Costituzione Usa per la quale Benjamin Franklin prese spunto da un carteggio con il filosofo partenopeo Gaetano Filangieri (dove poteva immaginarsi la chasse au bonheur come diritto inalienabile se non a Napoli?), dedicando il primo capitolo alla dubbia e stucchevole interpretazione che ne dà Gabriele Muccino nell’omonimo film La ricerca della felicità del 2006.

L’AVVENTO DELL’APOCALISSE HA SOSTITUITO OGNI ALTRO ARGOMENTO

Ne ho lette molte pagine, poi ho capito che la mia impazienza derivava dalla distonia di quanto leggevo con il dato sociologico di questo momento. Per onorevole e legittima che sia, la ricerca della felicità è, appunto, cosa vecchia. Adesso funziona la liturgia del lamento. Alla prossima cena con amici, mettetevi ad ascoltare i loro discorsi, verificate come rispondete voi, e provate a pensare se la certezza dell’avvento dell’Apocalisse non abbia sostituito qualunque altro argomento, in gradi variabili.

Per onorevole e legittima che sia, la ricerca della felicità è, appunto, cosa vecchia. Adesso funziona la liturgia del lamento

Il catastrofismo permanente attivo è la misura del nostro oggi come lo era ai tempi di Gerolamo Savonarola. Fratello, ricordati che devi morire (fra i tormenti, comunque), e senza nemmeno il vocione ironico di Tina Pica a farci cogliere l’assurdità di guardare il mondo solo attraverso lo spettro della dissoluzione.

ABBIAMO CEDUTO ALLA TEORIA DI MURPHY

Douglas Coupland l’ha definito di recente su FT il “Noptimism”, in buona sostanza la massimizzazione della nota teoria di Murphy secondo la quale “se una cosa può andare male, lo farà”. Avete presente la contrazione che gli inglesi usano per dire che non ce n’è, che non c’è speranza, cioè nope invece di no hope, che ti dà già a intendere come non valga nemmeno la pena di sprecare una sillaba in più per un certo fatto, una data occorrenza, perché non c’è niente da fare? Bene. Nope. Nope tutto.

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«Di recente», diceva Coupland, l’autore al quale dobbiamo la definizione di “generazione X”, fra altre cose che includono per esempio quelle due meraviglie di romanzo che sono Eleanor Rigby e Miss Wyoming, «ho letto online un articolo in cui si diceva che il buco dell’ozono verrà chiuso entro il 2030.

Essere pessimisti o “nonottimisti” fa figo: scuotere la testa e profetizzare la fine del mondo fa apparire brillanti e profondi senza la necessità di dimostrarlo

Scusate: è lo stesso buco per il quale ho perso il sonno negli ultimi decenni, quello che avrebbe distrutto la vita sulla Terra? E che fine hanno fatto le piogge acide che erano l’incubo degli Anni 80? Ah, sono state risolte anche loro». Già, le piogge acide di cui ci eravamo dimenticati, di cui non sentiamo più parlare se non da noi stessi quando rivediamo per l’ennesima volta Blade Runner compiacendoci che il mondo del 2019 in cui abbiamo vissuto fino a un mese fa non assomigli affatto a quello immaginato da Ridley Scott e che si possa ancora usare il termine distopia come semplice tema di discussione.

NON VEDIAMO E NON RICORDIAMO CIÒ CHE FUNZIONA

Di quante emergenze planetarie ci siamo dimenticati, e non tanto (o non solo) perché non facciano più notizia o più moda, ma perché sono state risolte. Secondo la logica di Coupland, cioè un po’ di logica o di senso comune, perché non dovremmo riuscire a risolvere anche il tema del riscaldamento globale o, aggiungo io, delle plastiche?

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L’altro giorno, prima di scrivere un articolo arrabbiato sui grandi inquinatori del Pianeta basandomi su dati desunti dalle analisi di istituti italiani o europei (e, temo, anche da un po’ di quella narrativa popolare da cui tutti finiamo per farci condizionare), mi sono fatta lo scrupolo di telefonare a un amico che vive e lavora fra la Cina e l’Italia, scoprendo che in molte città della costa, le più industrializzate e “visibili”, sono sparite per esempio le bottigliette dell’acqua in pet perché il governo ha emanato una legge durissima, ma comprensiva di incentivi, sulla loro raccolta e riciclo e non se ne vede più una buttata in strada, cosa che certamente non accade invece a Roma. Lui stesso acquista filato di poliestere riciclato dalle bottigliette dell’acqua. A centinaia di tonnellate. Dunque? Dunque, proseguiamo con il lamento disperato, nope.

C’è qualcosa che non ci piace? Facciamo qualcosa per risolverlo, anche nel nostro piccolo, ma senza la rassegnazione del perdente. Andando alla guerra si può anche vincere, e non c’è niente di sbagliato a pensarlo

Non pensate di uscire indenni da una conversazione sul global warming, se mai vi capitasse di volerla avviare, a vostro rischio e pericolo. Il riscaldamento globale, sappiatelo, è non solo ineluttabile, ma irrisolvibile, e il mondo sta diventando più povero e malato, quando è vero il contrario: il Global Wealth Report 2019, rapporto sulla ricchezza mondiale redatto dal Credit Suisse, ha evidenziato che, sia pure lentamente e fra molte contraddizioni, si riducono le disparità della ricchezza globale: da una parte aumenta il numero di milionari nel mondo, e dall’altra si attenuano le disparità nella distribuzione della ricchezza mondiale, con le famiglie di reddito modesto che riescono a incrementare la propria quota di patrimonio globale, invertendo la tendenza all’allargamento della forbice che si era consolidata sino al 2016. Potessimo tornare all’Italia di 100 anni fa, scopriremmo un Paese ben diverso e non in meglio, su ogni fronte.

TENERE IL MONDO IN EMERGENZA PERMANENTE SERVE A MANIPOLARLO

Dunque? Dunque, è vietato essere ottimisti. Non solo: come osserva Coupland, essere pessimisti o “nonottimisti” fa figo: scuotere la testa e profetizzare la fine del mondo fa apparire brillanti e profondi senza la necessità di dimostrarlo. E i big data, e quello che leggiamo su Internet? Appunto. «La manipolazione emotiva è la nostra nuova moneta culturale, e la iper-polarizzazione dei sentimenti e delle informazioni non è altro che una deriva dell’iper-emotività» da cui ci facciamo sospingere tutti. Tenere il mondo in uno stato di continuo allarme (e guardate anche alle cose-di-casa-nostra, con quel continuo richiamo a un’emergenza migranti che non c’è) serve innanzitutto a manipolarlo, a controllarlo, a ricavarne qualcosa in soldoni o anche solo in voti. C’è qualcosa che non ci piace, che non ci garba? Facciamo qualcosa per risolverlo, impegniamoci anche nel nostro piccolo, ma senza la rassegnazione del perdente. Andando alla guerra si può anche vincere, e non c’è niente di sbagliato a pensarlo.  

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