Campari e quella scelta dei Paesi Bassi pessima per la reputation

La decisione di trasferire la sede legale in Olanda è strategicamente irreprensibile. Molto meno apprezzabili le modalità e la forma adottate nel momento in cui l'Italia è presa di mira dai rigoristi del Nord.

Il 18 febbraio, mentre alla Permanente si inauguravano le sfilate e Camera della moda lanciava il progetto di diffusione degli show in streaming per quel migliaio di giornalisti e buyer cinesi bloccati entro i propri  dall’emergenza coronavirus (sì, c’è stato un breve momento in cui ci siamo sentiti ricchi e generosi e sanissimi), nel palazzo di fronte, che ospita da decenni la sede del gruppo Davide Campari, il consiglio di amministrazione annunciava i dati di chiusura del bilancio 2019 (fatturato di 1,842 miliardi, utile di 308 milioni) e al contempo l’intenzione di trasferire nei Paesi Bassi la sede legale, mantenendo quella fiscale in Italia.

TRA UN COLONIALISMO FEROCE E UN ABILE STORYTELLING

Una scelta, spiegavano gli amministratori, legata alla volontà di proseguire nel percorso di crescita per linee esterne, potenziando inoltre il sistema di voto maggiorato grazie alla normativa olandese, notoriamente più flessibile di quella italiana. Questo, diceva il Ceo Bob Kunze-Concewitz, «ci consentirà di giocare un ruolo da protagonista su un mercato frammentato ma che si consolida». Il gruppo andava insomma a cogliere le opportunità migliori in un Paese che, da qualche centinaio di anni, ha ribaltato la scarsissima dotazione morfologica di partenza favorendo la tolleranza religiosa intra muros (Baruch Spinoza venne bandito innanzitutto dalla propria comunità), la corsa (sì, nel senso di corsari) sulle rotte con le Americhe, un colonialismo particolarmente feroce e un abilissimo storytelling attorno al valore economico dei tulipani.

DIECI MILIARDI DI IMPOSTE SOTTRATTE ALL’ANNO

Il regime fiscale e le altre infinite “flessibilità” offerte alle aziende straniere che vi spostano la propria sede sono invece strategia più recente e, scriveva l’altro giorno il Sole 24 Ore, hanno portato ad Amsterdam una ricchezza inimmaginabile nei secoli in cui il Paese puntava le proprie carte sul commercio dei diamanti e la tratta degli schiavi dall’Africa, attività di cui detenevano la leadership assoluta.  Secondo l’ ultima analisi di Tax Justice Network, una rete di esperti fiscali che ogni anno redige una classifica delle maggiori giurisdizioni segrete nel mondo, i Paesi Bassi sottraggono almeno 10 miliardi di dollari di imposte all’anno agli altri partner dell’ Unione europea, e il danno per l’ Italia sarebbe di oltre 1,5 miliardi di dollari di mancati introiti fiscali, 2,7 per la Francia e di oltre 1,5 miliardi per la Germania; il calcolo, segnala lo studio, riguarda inoltre soltanto gli ammanchi provocati dallo spostamento di utili delle multinazionali americane verso i Paesi Bassi (dove l’ aliquota effettiva sulle società può scendere addirittura al 4,6%) e non tiene conto delle grandi corporation di altri Paesi.

NESSUN DANNO DAI SOSPETTI PER LA “REPUTATION”

Quali ne siano le ragioni, e nonostante l’assoluta legalità, da sempre e incredibilmente tollerata in seno all’Unione europea, lo spostamento della sede ad Amsterdam da parte delle aziende europee, che sono decine di migliaia e in molti casi italiane, è comunque sempre stata osservata con un certo sospetto, o con malcelata antipatia, ma senza particolari danni, anzi proprio nessuno, dal punto di vista dell’immagine e della cosiddetta “reputation” in termini di comunicazione e standing. L’emergenza coronavirus, la dura diatriba in corso attorno ai coronabond o eurobond, che vede nel ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra l’ala rigorista contro un piano di salvataggio europeo di cui l’Italia ha disperato bisogno, ha ovviamente cambiato la percezione degli italiani nei riguardi della normativa “leggera” di Amsterdam.

PROVA DI GENEROSITÀ DA DECINE DI IMPRESE

Il primo no dei cosiddetti “falchi di Bruxelles” contro il piano è arrivato il 24 marzo e tutti noi che analizziamo piani di comunicazione e crisis management dalla mattina alla sera ci aspettavamo che l’assemblea degli azionisti di Campari, prevista due giorni dopo, votasse per la sospensione del piano. L’atmosfera era incandescente: mentre il governo Conte tentava di allontanare lo spettro del Mes, decine di imprese italiane, quelle della moda in particolare, davano prova di grande generosità donando fondi importanti, promuovendo raccolte a favore degli ospedali, convertendo la produzione alla manifattura di mascherine, camici, copriscarpe per il personale sanitario impegnato negli ospedali.

SAREBBERO BASTATE SOLO CINQUE RIGHE IN PIÙ

Si era creato, ed esiste tuttora, un grande movimento di solidarietà e di sostegno da parte delle imprese (da Giorgio Armani a Diego Della Valle e a titolo personale i Recordati, i Prada-Bertelli, impossibile elencarli tutti) e dei singoli cittadini nei confronti del Paese e dei suoi medici, dei suoi infermieri e di tutti gli operatori che continuava a prestare la propria opera fuori dal riparo delle mura di casa. Per la prima volta, si vedevano le imprese mettere in pratica concretamente la teoria del give back, della restituzione, che rappresenta la faccia etica, presentabile, del capitalismo vecchia maniera. Il 26 marzo, in pieno dibattito europeo, l’assemblea Campari comunicava invece il via libera del Cda al «percorso di trasferimento della sede legale nei Paesi Bassi ma, contemporaneamente, incassava la raccomandazione a revocare quest’ultima delibera in un’eventuale, prossima assemblea», in subordinazione non a problematiche di opportunità, morale o anche – vogliamo essere cinici – di pura immagine, ma «ad alcune condizioni sospensive: tra queste, la circostanza che l’ammontare del recesso (per gli azionisti) non ecceda un importo di 150 milioni». Una scelta certamente prudente, dettata dal mutare dello scenario economico causato dal Covid-19, ma di sicuro poco lungimirante o “furba” in tempi molto delicati per la reputation aziendale. Sarebbero bastate cinque righe in più, un dubbio, un sospiro sull’evoluzione dello scenario anche dal punto di vista politico. «In relazione allo scenario politico attuale», avete presente la formula, che tutto vuol dire e niente e nessuno offende, ma offre comunque un segnale importante di sensibilità. Il tentativo di riparazione, con un secondo bad timing, arrivava il 2 aprile, attraverso l’ufficializzazione dell’accordo con Intercos Group, una delle aziende leader mondiali nella produzione di profumi, per la produzione di 15 mila bottiglie di gel igienizzante per le mani destinate agli operatori sanitari. Oggettivamente, per noi romantici, o noi cinici a oltranza, davvero un po’ poco.

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In Olanda vince la linea dell’immunità di gregge a oltranza

A differenza del Regno Unito, i Paesi Bassi insistono nel tenere le misure più blande possibili. Che secondo i vertici sanitari funzionano. Mentre gli oltre 100 morti al giorno sono derubricati come «in gran parte obesi» e «anziani con altre patologie». E i Paesi che hanno chiuso tutto si scordino i coronabond.

Più di 10 mila contagi dichiarati su 17 milioni di abitanti, a una crescita sostenuta di 1.100 nuovi casi e ormai più di 100 morti al giorno che mettono gli ospedali olandesi sotto pressione al punto da chiedere – per essere respinti – posti letto al Belgio. Ma nei Paesi Bassi il governo di destra ripete ai cittadini ancora troppo tranquilli sui rischi del Covid 19 che la curva si sta appiattendo: le restrizioni blande in atto da alcune settimane stanno funzionando, assicura, e dopo il picco inizierà a scendere. L’immunità di gregge (o piuttosto la selezione della specie) starebbe insomma funzionando per il premier liberista Mark Rutte che con la cancelliera tedesca Angela Merkel ha sbattuto la porta in faccia all’Italia sulle misure dell’Ue. Unici al mondo di fronte a numeri grandi per un Paese, al confronto della Germania o della Svezia, piccolo, gli olandesi non hanno alcuna intenzione di tornare sui loro passi, come invece è stato costretto a fare il Regno Unito.

LE MISURE BLANDE E NO AI BOND

Nessun inasprimento in vista ad Amsterdam: «Se continuerà, l’incremento stabile da qualche giorno dei contagi indicherà che il distanziamento sociale produce effetti», ha rassicurato anche l’Istituto nazionale per la salute (Rivm). Il mese di tempo chiesto dai Paesi Bassi all’Italia e alla Spagna in pressing, per definire gli interventi economici europei per far fronte agli effetti dell’emergenza sanitaria, ha lo scopo di dimostrare alla Commissione Ue che negli Stati del Nord la pandemia è stata gestita con un numero contenuto di morti: senza il collasso dei sistemi sanitari nazionali e soprattutto senza bloccare l’economia.

Tutti i messaggi diffusi in Olanda continuano, in contrasto anche con il Belgio confinante, a negare allarmismi

Nessun bisogno di coronabond o di condividere il debito per ripartire: il Covid 19, se tutto andrà come il governo Rutte sostiene che vada, sarà stato un problema dei sistemi sanitari deboli e degli errori del Sud Europa, non un problema dell’Ue. Tutti i messaggi diffusi in Olanda continuano, in contrasto anche con il Belgio, a negare allarmismi.

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In Olanda restare a casa per il Covid 19 è un invito. Basta tenere la distanza di un metro e mezzo (GettyImages).

VIRUS PERICOLOSO, MA SECONDO AMSTERDAM NON TROPPO

Già nella seconda settimana di marzo, quando i casi nazionali di Covid 19 nei Paesi Bassi erano poco più di 600, 102 risultavano tra il personale sanitario. «Malati con sintomi lievi come nell’80% tra chi contrae il coronavirus», fu precisato dopo i test sullo staff. È lecito azzardare che, a questo punto, i casi tra medici e infermieri olandesi con Covid 19 siano più di un migliaio, ma non se ne è più riparlato. Quanto a chi finisce in terapia intensiva, in tivù il presidente dell’Associazione olandese dei rianimatori Diederik Gommers ha evidenziato come tra il «66% e l’80% dei ricoverati Covid 19 nei reparti sia in sovrappeso». Una caratteristica da approfondire: «Si può supporre», ha affermato «che il diabete, di cui soffrono in genere gli obesi, li renda più vulnerabili al virus. E che inoltre abbiano più difficoltà a respirare». I media olandesi sottolineano poi sempre come il Covid 19 colpisca in modo mortale soggetti in età avanzata, e con più patologie.

CONVINTI DELL’INUTILITÀ DEL LOCKDOWN

Accade in tutto il mondo che anche dei giovani adulti o dei ragazzi vengano intubati, in condizioni critiche, e che qualcuno di loro perda la vita. Una minoranza tra il 20% dei casi severi, che nella narrazione dei Paesi Bassi sembra però non esistere. Anche l’affanno dei pronti soccorsi è ridimensionato: si è chiesto aiuto al Belgio ma si è intanto distribuito un centinaio di respiratori, del totale di un migliaio ordinato dagli Stati Uniti che arriverà nelle prossime settimane quando verranno anche aumentati i letti nelle terapie intensive: l’urgenza non sarebbe massima, nonostante le stesse autorità sanitarie e istituzionali olandesi sostengano di essere quasi alla fase acuta del picco, in questi giorni. Nei Paesi Bassi i contagi crescono a un tasso giornaliero dell’11%, «meno velocemente che se non fossero state prese le misure di distanziamento sociale» ribadisce l’Rivm. Come tedeschi e svedesi, gli olandesi sono convinti che bloccare tutto non serva.

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Il premier olandese Mark Rutte, rigorista anche per l’emergenza del coronavirus (GettyImages).

NEGOZI E BAR ANCORA APERTI

Le scuole sono state chiuse, come i locali a luci rosse. Ma il premier Rutte nel discorso alla nazione ha dichiarato che per evitare la circolazione del virus occorrerebbe «chiudere completamente il Paese per più di un anno»: opzione chiaramente impraticabile. Altrimenti il Covid «rialzerebbe la testa non appena le misure verrebbero revocate». Meglio allora – come puntava a fare nel Regno Unito Boris Johnson – limitarsi a rallentare puntando sull’immunità di gregge. Così nei Paesi Bassi vale l’invito, senza l’obbligo, a uscire il meno possibile. Bar, ristoranti e take away sono rimasti aperti: a patto di non sedere ai tavoli si può portare via il cibo o consumare street food, restando distanzi dagli altri almeno un metro e mezzo. Le passeggiate sono permesse a patto di uscire in gruppo. A casa si possono ricevere fino a tre persone e diversi negozi – non solo quelli di servizi indispensabili -, inclusi i coffe shop, continuano a svolgere le loro attività al pubblico.

L’ALTA FINANZA CONTRO RUTTE

Per lavorare ci si continua a spostare, benché si raccomandi lo smart working. La gente in giro si è diradata, ma ai mercati e nei centri cittadini si creato affollamenti, come nelle spiagge e nei parchi i week-end: tant’è alcune amministrazioni locali, com’è loro facoltà, ne hanno chiuso gli accessi. Voci fuori dal coro si levano anche dall’alta finanza: per il governatore della Banca centrale olandese (Dnb) Klaas Knot la «richiesta di solidarietà è logica» ed è auspicabile una «risposta europea, alla crisi attraverso nuove obbligazioni del Fondo salva-Stati, Mes, piuttosto che coronabond». Ancora più diretto l’ex banchiere centrale Nout Wellink: il Mes sarebbe uno strumento «troppo piccolo», servirebbero misure «meno convenzionali» anche nell’interesse del «Nord Europa che non resterà ricco se il Sud crolla». Ma per l’asse del rigore di Rutte l’Olanda supererà il Covid 19 da sola e molto meglio dell’Italia. O così sarà fatto passare, costi quante vite costi.

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Armato di coltello aggredisce i passanti nel centro de L’Aja

Diverse persone ferite a coltellate in una via dello shopping. Un sospetto è in fuga.

La polizia olandese ha fatto sapere di un episodio di accoltellamento in una via dello shopping de L’Aja. Diverse persone sarebbero rimaste ferite. Un sospetto è in fuga.

RICERCATO UN UOMO DI CARNAGIONE SCURA DI 45 – 50 ANNI

La polizia olandese ha pubblicato su Twitter un appello in cui chiede informazioni su un uomo di carnagione scura di circa 45-50 anni che indossa una sciarpa e una tuta da jogging grigia, in merito all’attacco con coltello avvenuto stasera all’Aja.

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Presunto dirottamento aereo ad Amsterdam, la compagnia conferma il falso allarme

La polizia olandese è intervenuta per una «situazione sospetta» nello scalo di Schiphol. Ma poi l'allarme si è rivelato infondato, come confermato dalla stessa compagnia coinvolta.

Sirene, allarmi e polizia militare attivate per errore. È quanto è successo ad Amsterdam. La conferma è arrivata dalla stessa Air Europa, compagnia del volo diretto a Madrid bloccato sulla pista. L’account dell’azienda ha fatto sapere che è stato attivato per errore l’allarme dirottamento, e che in realtà non ci sono mai stati momenti di pericolo.

Inizialmente la polizia olandese aveva informato che era entrata in azione per una «situazione sospetta» a bordo di un aereo sulla pista dell’aeroporto di Amsterdam. Poi gli stessi agenti avevano confermato che tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio erano stati evacuati in sicurezza.

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