Passione e temperamenti cromatici per San Matteo

di Nunzia De Falco

 A Salerno il sentore di inverno arriva molto presto, ha le forme di centinaia di luci sparse per la città e, da anni ormai, lo sentiamo insinuarsi e conquistare nuove strade, con idee poliformi, a fare da prefazione e commento ad un lungo Natale. Lo scenario autunnale, invece, è più compresso sia nell’assetto urbanistico che umorale, si inserisce nel nostalgico residuo di carnagioni brunite, nel capriccio di un sole che sa ancora catturare verso la spiaggia, nei propositi di anni scolastici e accademici che scandiscono un ritmo di inizio e, anche se quella logica non appartiene più a tutti, tutti l’hanno attraversata e di essa resta un alone che cerca in settembre l’incipit di un nuovo anno. Quando, poi, si estende nell’aria e nei vicoli, è il colore e l’arredo della città a proiettare verso altre mete. Il calore dell’estate tardiva riempie le strade di possibilità all’aperto di fare musica e chiacchiericcio, della voglia di trascinare il restante sentore di “ferie” per sottrarlo, ancora per poco, all’incastro feriale. Questo è il tempo in cui si festeggia Matteo, il santo discepolo, evangelista, poco prima dell’equinozio autunnale, periodo di riti di transizione e cerimonie nell’antichità, per scandire un calendario agricolo che celebrava i cicli vitali della terra: il sole entra nel segno della bilancia, alla ricerca di un’equità in cui notte e giorno, per un breve tempo, equilibrano tinte luminose e buio siderale. Matteo, di cui Salerno rievoca con fede il miracolo del 1544 e non soltanto, nel 1962 catturò attraverso le parole evangeliche a lui attribuite Pier Paolo Pasolini, provocando in lui un “trauma” che lo guidò nell’ideazione e conduzione del celebre film dedicato ai tratti biografici della vita di Gesù, che proprio dalle parole di Matteo vengono descritti, al punto da condizionarne il titolo. Il vangelo secondo Matteo ritrova Gerusalemme in una Matera che ci fa dimenticare le tinte ocra dei sassi e il riflesso impertinente del sole sui basamenti, eco di una luce invadente e diffusa, per consegnarla ad un grigiore disteso, cinematografico, che sbiadisce il senso del bianco e nero. La città lucana, set continuo di riprese, nella complicità di una fascinazione arcana e polverosa, oggi sottofondo cinetico per l’ultimo 007, nel 1964 statica ambientazione quasi monocromatica su cui si appoggiano i suoni scanditi delle parole di Matteo. Nei toni del grigio, si stacca il mantello nero di Enrique Irazoqui, Gesù con monociglio rurale, figura non mitigata da lineamenti addolciti, complice nella ricerca pasoliniana di creare un confine labile tra attori e comparse, lineamenti rigidi e rugosi di materani che popolavano ancora i sassi e a cui non fu necessario far indossare abiti di scena, desunti da un tempo fermato. Tra i tanti personaggi, il salernitano Alfonso Gatto, presenza poetica che interpreta l’apostolo Andrea, voluta per dare una mano, anzi “i piedi e i passi” alla ricerca pasoliniana della verità. Nelle scene, non si riconosce il porpora del mantello fatto indossare a Gesù per scherno, ironia tragica delle ferite in contrasto stridente col pallore del suo volto, rievocato anche nella passione-oratoriale bachiana, che sempre dalle parole attribuite a Matteo attinge il senso e l’ispirazione musicale, nel 1727. La Passio Domini nostri Jesu Christi secundum Evangelistam Matthaeum, ovvero Matthäus-Passion, grazie al cui recupero, ad opera di Mendelssohn nel 1829, si dà avvio a una rilettura di Bach e ad un lavoro critico editoriale che, dall’interesse per il Thomaskantor si estende a diversi autori settecenteschi e non solo, è opera densa di teatralità, pur non essendo scenica. Le parole evangeliche ed incisive di Matteo, che risuonano stentoree nella dizione di Irazoqui e diventano musica in Bach, si prestano a creare sinestesie in più punti della passione: emanano il profumo di un unguento usato per Gesù da una donna, proprio all’inizio dell’opera, coinvolgendo olfatto e tatto, diventano “maleodoranti”, come le colpe del mondo, si insaporiscono del pane e dell’agnello pasquale, nella condivisione del cibo nell’ultima cena, poi di fiele ed aceto sulla croce, si tingono del pallore del volto di Gesù che prega nell’orto del Getsemani, della porpora del mantello dato al re dei Giudei, per poi annerirsi in un buio cosmico, che lascia tramontare sia luna che sole nelle ultime ore di vita di Gesù, vilipesa la luce degli occhi dell’umanità. Gesù riscatta il pubblicano Matteo da una condizione di peccato ed evanescenza morale quando gli dice: “Seguimi” e, indirettamente, quando risponde ai farisei e agli erodiani che, alleati per indurlo in errore, lo incalzano: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Matteo, insieme agli altri apostoli, è lì, per anni aveva maneggiato quelle monete, peccaminose non solo per l’atto di usura che con esse si compiva, ma anche per la raffigurazione che contenevano dell’immagine del cesare Tiberio. Vediamo la scena anche nel film di Pasolini. “I pubblicani e le meretrici vi precedono nel regno di Dio”, ha appena detto Gesù a commento di una parabola, perché pubblicani e meretrici hanno creduto alla parola di Giovanni, al contrario dei farisei presenti. Essi hanno con loro le monete che Matteo, ormai, non maneggia più, contravvenendo al divieto di condurle in luogo sacro, mostrando pubblicamente un ossequio forzoso ad una religiosità di facciata. La risposta di Gesù la conosciamo, semplice e complessa al tempo stesso, capace di aprirsi a riflessioni plurime e intense. Matteo la coglie e la riporta, da cronista, senza interazioni, raccontando un pezzo di sé, di quello che era, di quello che è diventato, lasciando all’esegesi futura il compito di scavare nei meandri della Parola.

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